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I matrimoni calano e la noia cresce

Il paziente non sta benissimo. L’Istat ha scattato una fotografia dello stato di salute del matrimonio e i dati non ci dicono nulla di buono. Nel 2011 sono stati celebrati 194.377 matrimoni. Se andiamo a vedere il dato di una ventina di anni fa il calo è preoccupante: erano intorno ai 317.000 le nozze celebrate nel 1992. Più di un terzo in meno. Negli ultimi anni si è poi registrata un’accelerazione nella diminuzione del numero delle nozze: 3-4% in meno ogni anno. Era rimasta sull’1,2% per tutto il ventennio precedente. Nella diminuzione comunque crescono i matrimoni con rito civile a discapito di quelli religiosi: i primi sono al 45%, i secondi al 55%. Nel 2003 quelli religiosi erano al 70%. Al Nord c’è stato il sorpasso dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi, arrivando a toccare la maggioranza: il 58% delle coppie ha preferito dire il suo “Sì” davanti al sindaco piuttosto che in presenza di un sacerdote.

Nel 2015 il 30% dei matrimoni è finito in una separazione, il 20% in divorzio. Se sommiamo queste percentuali arriviamo al 48% di rapporti coniugali naufragati. Occorre però fare attenzione a leggere questi dati correttamente: tali percentuali sono il risultato della somma di rapporti di separazioni e di divorzio che sono nati anche prima del 2010. Ciò a dire che le separazioni e i divorzi incorsi nel 2010 si sono sommati a quelli già esistenti negli anni precedenti dando come risultato la percentuale del 48% prima indicata. La percentuale è comunque raddoppiata dal ’95 ad oggi.

L’Istat poi ci informa che se un matrimonio cola a picco lo fa dopo circa 15 anni. Quando invece nasce la decisione di farla finita? L’età media è intorno ai 44-47 anni. Da notare che cresce il numero di ultrasessantenni che chiedono la rottura del vincolo matrimoniale: sono il 10% del totale ormai. Dieci anni fa si chiedeva la separazione verso i 35-39 anni: ma sposandosi più tardi ci si separa più tardi. Oggi solo un matrimonio su quattro viene celebrato da persone sotto i 30 anni. L’uomo si sposa intorno ai 34 anni e la donna intorno ai 31: sette anni dopo rispetto al 1975.

Più cresce l’istruzione più è facile lasciarsi. I motivi? Da una parte è cosa probabile che le persone che non hanno un alto grado di istruzione non di rado sono più fedeli a certi valori tradizionali. Dall’altra è la riprova che la formazione culturale impartita nelle nostre scuole non è amica del matrimonio, ma sponsorizza l’individualismo e un bacato principio di libertà che assomiglia molto all’egoismo. Poi un dato molto interessante: nel 70% dei casi la separazione interessa una coppia dove uno dei due non è italiano. Il vecchio adagio “moglie e buoi dei paesi tuoi” potrebbe così trovare conferma. Di certo in questa percentuale vanno ricompresi i matrimoni di interesse: donne che dall’America Latina e dall’est Europa riescono ad adescare maschietti italiani al fine di ottenere la cittadinanza e una volta ottenuta non ci pensano due volte a recarsi dall’avvocato divorzista. A volte l’uomo è addirittura complice del piano della donna a fronte di una somma di denaro per il suo disturbo. Ma al di là di questi casi che certamente non sono marginali, c’è da registrare un fatto: le diversità culturali prima o poi vengono a galla in un rapporto matrimoniale. Torniamo ai dati Istat per l’anno 2010: nel 68% delle separazioni la coppia aveva figli, così nel 58% dei divorzi.

Ma ecco forse il dato più interessante che riguarda i motivi per cui le coppie scoppiano. Nel 40% dei casi ci si lascia perché il proprio amore è defunto a motivo della routine quotidiana, dell’abitudine, dell’incapacità di rinnovarsi e trovare nuovi equilibri, così ci dice l’Istat. Nel 30% dei casi perché uno dei due ha tradito e nel 20% per ingerenza dei suoceri (motivazione asserita dagli ex coniugi ma che andrebbe verificata).

Fermiamoci alla prima percentuale: quel 40% di matrimoni che naufragano per troppi sbadigli. Questo dato ci dice che la maggioranza delle coppie in crisi ha deciso di andare per la propria strada non perché uno odia l’altra, non perché c’è un terzo incomodo tra i due, non per dissidi tra i due a motivo dell’educazione dei figli o della gestione del ménage familiare, non perché esasperati da una situazione economica ormai insopportabile o perché il marito ha le mani bucate. Nulla di tutto questo. Si dice addio all’altro per noia (il 30% delle coppie sposate non ha rapporti sessuali). Allora qui il problema non è di natura politica, economica, né religiosa.

Qui il problema è prima di tutto di carattere antropologico e può sintetizzarsi in questa domanda: ma quale idea di amore c’è nella testa e nei cuori delle coppie che si lasciano? Se si intende l’amore solo come sentimento d’amore è chiaro come il sole che i sentimenti vanno e vengono, e prima o poi l’idillio romantico finisce. Ecco perché spessissimo si sente dire: “l’amore è finito”. In realtà sarebbe più corretto dire che forse solo il sentimento di amore è finito, ma non l’amore in quanto tale. Il sentimento di amore accompagna l’amore, ma non è l’amore. Ma se per amore si intende con Aristotele il voler bene all’altro, allora il centro gravitazionale non è più nel sentimento che non posso più di tanto governare, ma nella volontà. Noi tutti siamo, chi più chi meno, soggetti passivi delle nostre emozioni e stati d’animo. Invece nel voler bene a qualcuno la prospettiva cambia: siamo noi i soggetti attivi, gli attori di un rapporto amoroso. E così anche se i sentimenti si spengono e le dense ombre della noia e dell’indifferenza – se non dell’odio – iniziano ad allungarsi nel nostro cuore, con la volontà riusciamo a vincere su questi stati d’animo avversi ed a rischiarare il rapporto.

Inoltre la tiepidezza sentimentale che sfocia nella grigia routine nasce dal fatto che sempre più coppie non hanno progetti di vita. La decisione di sposarsi nasce perché semplicemente “si sta bene insieme”. Ma questo è troppo poco. Possiamo stare bene insieme anche ad un amico o anche al nostro cane. Un progetto di vita invece esige che la volontà di darsi all’altro sia continuamente in esercizio: il fine motiva l’uomo. Pensiamo a chi vuole diventare un musicista: la passione iniziale correrà il rischio di spegnersi mille volte nell’arco degli anni a causa degli infiniti ostacoli che l’aspirante musicista dovrà incontrare. Ma la passione rimarrà accesa grazie alla forza di volontà che riuscirà a superare questi ostacoli proprio perché l’obiettivo è sempre ben incardinato nella mente dell’artista.

Questo per dire che le coppie che hanno uno scopo condiviso – che tipo di famiglia vogliamo costruire? Vogliamo una famiglia numerosa? Quale tipo di educazione dare ai nostri figli? Come vivere il nostro impegno professionale? Come useremo del nostro tempo libero? – hanno sempre un motivo per riaccendere la volontà e così riaccendere i sentimenti. Se la stella polare di un rapporto si riduce invece solo nel decidere dove passare la settimana bianca e in quale ristorante andare a festeggiare il battesimo del piccolo allora il fuoco dell’amore non tarderà a spegnersi.

di Tommaso Scandroglio (da www.lanuovabq.it)

La famiglia è la sola speranza. Lo scrive il New York Times

Sul New York Times e’ apparso un articolo dell’editorialista David Brooks che sviscerava il comportamento delle persone non sposate, giungendo a una conclusione quantomeno insolita per il giornale della Grande Mela.

DATI. Brooks sciorina un mix di dati significativi. Il primo, riferito ai soli Stati Uniti, riguarda le persone che vivono da sole: in soli sessant’anni sono più che triplicate, passando dal 9 a 28 per cento della popolazione. E mentre nel 1990 il 65 per cento degli americani pensavano che per una coppia fosse importante avere figli, oggi tale percentuale è scesa al 41 per cento. «Oggi – scrive Brooks – ci sono più case americane con cani che con bambini». L’editorialista estende la sua analisi notando che il «fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti» e che in Scandinavia, ad esempio, a vivere da sole sono tra il 40 e il 45 per cento delle persone, mentre il numero dei matrimoni in Spagna è diminuito di circa il 40 per cento in meno di 40 anni. .

Per quanto riguarda il tasso di fertilità, Brooks analizza i dati tedeschi dove «il 30 per cento delle donne dichiara di non volere figli». «In un sondaggio del 2011 – prosegue – la maggioranza delle donne di Taiwan sotto i 50 anni hanno risposto di non volere figli. Il tasso di natalità del Brasile è precipitato in 35 anni dai 4,3 figli a donna all’ 1,9. «Questi – commenta – sono tutti spostamenti demografici e culturali scioccanti e veloci» che dicono che «il mondo va nella stessa direzione, passando da una società di famiglie con due genitori a una fatta di monadi con tante opzioni».

LE RISORSE DELLA RELIGIOSITA’. «Perché accade questo?», si chiede Brooks. L’autore prova a rispondere parlando dell’influsso del capitalismo e del pessimismo dilagante. E legando i due aspetti porta ad esempio la città di Singapore che «come molti paesi dell’Asia era incentrato sulla famiglia. Ma che, con il boom economico, ha registrato un crollo nel numero di matrimoni», fino a diventare uno dei paesi con «il più basso tasso di fertilità del mondo». Fino ad arrivare all’opposto del godimento promesso dal capitalismo: «L’obiettivo di Singapore non è quello di godersi la vita, ma di accumulare punti: a scuola, nel lavoro e negli stipendi». Così, molti scansano i legami «perché reputano l’affezione come un impedimento».

Sottolineando le «enormi conseguenze» di questo mutamento globale, in cui «i single domineranno la vita delle città, mentre le famiglie con due genitori staranno nelle periferie», l’editorialista giudica anche le recenti elezioni. Sostenendo che se le donne single sono più propense a votare democratico (62 per cento a 35), il loro incremento è destinato, come si evince anche dalle ultime elezioni, ad ingrossare sempre più le fila dei partiti liberal. Fra le cause e le conseguenti soluzioni Brooks non mette solo il capitalismo e l’infelicità derivante, ma anche la «minore religiosità delle persone». E infatti conclude così: «L’era delle possibilità è fondata su una convinzione sbagliata. Le persone non stanno meglio quando gli viene dato il massimo della libertà personale per fare tutto quello che vogliono. Stanno meglio quando stabiliscono legami trascendenti il proprio orizzonte personale». Legami che si stabiliscono, «nell’impegno con Dio, la famiglia, il lavoro e il paese». Perché l’uomo non basta a sé. Anzi, «la vera via attraverso cui le persone stanno meglio è quello della famiglia. Tanto che sul piano pratico la famiglia tradizionale è il modo con cui si impara effettivamente a curarsi degli altri, si diventa attivi nelle comunità».

 

CONTRO L’INSTABILITA’. Sono queste le ragioni per cui Brooks, contrariamente alla maggioranza dei suoi colleghi, conclude che «le nostre leggi e i nostri propositi dovrebbero volgersi verso il sostegno della famiglia e della natalità, inclusa una tassazione che tiene conto del numero dei figli». E se non si pensa che il problema sia «la struttura della famiglia che cambia», è evidente l’instabilità che provocano «persone che diventano adulte cercando continuamente di mantenere mutevoli le proprie opzioni».

Benedetta Frigerio (da www.tempi.it)