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Il ricordo di Annalena Tonelli, martire per i poveri

annalenatonelliSulle orme di Charles de Foucauld, Annalena Tonelli aveva iniziato la sua missione di volontaria a 23 anni, nel 1969, lavorando in favore dei più bisognosi nell’ospedale di Borama, un villaggio sperduto del Somaliland – autoproclamatosi indipendente dalla Repubblica Somala nel 1991 – quando venne assilata e uccisa da alcuni integralisti islamici.

La morte della missionaria laica originaria di Forlì, avvenuta all’età di 63 anni, dopo un’ora di agonia, aveva commosso tutto il mondo.
La ricordiamo con una lunga testimonianza di cui proponiamo ampi stralci, la figura di questa missionaria.

* * *
Mi chiamo Annalena Tonelli. Sono nata in Italia, a Forlì, il 2 Aprile 1943. Lavoro in Sanità da trent’anni, ma non sono medico. Sono laureata in legge in Italia. Sono abilitata all’insegnamento della lingua inglese nelle scuole superiori in Kenya. Ho certificati e diplomi di controllo della tubercolosi in Kenya, di Medicina Tropicale e Comunitaria in Inghilterra, di Leprologia in Spagna. Lasciai l’Italia nel gennaio del 1969. Da allora vivo al servizio dei Somali. Sono trent’anni di condivisione. Ho infatti sempre vissuto con loro a parte piccole interruzioni in altri Paesi per cause di forza maggiore. Scelsi di essere per gli altri (i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati) che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo.

Null’altro mi interessava così fortemente: LUI e i poveri in LUI. Per LUI feci una scelta di povertà radicale… anche se povera come un vero povero… i poveri di cui è piena ogni mia giornata… io non potrò essere mai. Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza versamento di contributi volontari per quando sarò vecchia. Non sono sposata perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per DIO. Era un’esigenza dell’essere quella di non avere una famiglia mia. E così è stato per grazia di DIO. Ho amici che aiutano me e la mia gente da più di trent’anni. Tutto ho potuto fare grazie a loro, soprattutto gli amici del Comitato per la lotta contro la fame nel mondo di Forlì. Naturalmente ci sono anche altri amici in diverse parti del mondo. Non potrebbe essere diversamente. I bisogni sono grandi. Ringrazio Dio che me li ha donati e continua a donarmeli.

Siamo una cosa sola su due brecce diverse nell’apparenza ma uguali nella sostanza: lottiamo perché i poveri possano essere sollevati dalla polvere e liberati, lottiamo perché gli uomini TUTTI possano essere una cosa sola. Lasciai l’Italia dopo sei anni di servizio ai poveri di uno dei bassifondi della mia città natale, ai bambini del locale brefotrofio, alle bambine con handicap mentale e vittime di grossi traumi di una casa famiglia, ai poveri del terzo mondo grazie alle attività del Comitato per la lotta contro la fame nel mondo che io avevo contribuito a far nascere. Credevo di non poter donarmi completamente rimanendo nel mio Paese… i confini della mia azione mi sembravano così stretti, asfittici… Compresi presto che si può servire e amare dovunque, ma ormai ero in Africa e sentii che era solo DIO che mi ci aveva portata e lì rimasi nella gioia e nella gratitudine.

Partii decisa a “gridare il Vangelo con la vita” sulla scia di Charles de Foucauld, che aveva infiammato la mia esistenza. Trentatre anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine. Questa la mia motivazione di fondo assieme ad una passione invincibile da… sempre per l’uomo ferito e diminuito senza averlo meritato, al di là della razza, della cultura e della fede. Tento di vivere con un rispetto estremo per i “loro” che il Signore mi ha dato. Ho assunto fin dove è possibile un loro stile di vita. Vivo una vita molto sobria nell’abitazione, nel cibo, nei mezzi di trasporto, negli abiti. Ho rinunciato spontaneamente alle abitudini occidentali. Ho ricercato il dialogo con tutti. Ho dato CARE, amore, fedeltà e passione. Il Signore mi perdoni se dico delle parole troppo grandi.

Sono praticamente sempre vissuta con i Somali, prima con quelli del nord-est del Kenya, dopo con quelli della Somalia. Vivo in un mondo rigidamente mussulmano. […] Ho vissuto gli ultimi cinque anni a Borama, nell’estremo nord-ovest del paese, sul confine con l’Etiopia e Djibouti. Là non c’è nessun cristiano con cui io possa condividere. Due volte all’anno, intorno a Natale e intorno a Pasqua, il vescovo di Djibouti viene a dire la Messa per me e con me.

[…] Vivo calata profondamente in mezzo ai poveri, ai malati, a quelli che nessuno ama. Mi occupo principalmente di controllo e cura della tubercolosi. In Kenya andai come insegnante perché era l’unico lavoro che, all’inizio di una esperienza così nuova e forte, potevo svolgere decentemente senza arrecare danni a nessuno. Furono tempi di intensa preparazione delle lezioni di quasi tutte le materie (per carenza di insegnanti), di studio della lingua locale, della cultura e delle tradizioni, di coinvolgimento intenso nell’insegnamento, nella profonda convinzione che la cultura è forza di liberazione e di crescita. Gli studenti, molti della mia stessa età o appena poco più giovani di me, loro che avevano affrontato il preside quando si era saputo che una donna insegnante sarebbe arrivata assicurandolo che mi avrebbero impedito l’accesso alla classe, furono profondamente coinvolti e motivati.

[…] Erano i tempi di una terribile carestia… vidi tanta gente morire di fame… Nel corso della mia esistenza, sono stata testimone di un’altra carestia, dieci mesi di fame, a Merca, nel sud della Somalia… e posso dire che si tratta di esperienze così traumatizzanti da mettere in pericolo la fede. […]

Ma il mio primo amore furono i tubercolosi, la gente più abbandonata, più respinta, più rifiutata in quel mondo. La tubercolosi imperversa da secoli in mezzo ai Somali. Si pensa che praticamente tutta la popolazione sia infettata. Provvidenzialmente solo una percentuale delle persone infettate sviluppa la malattia nel corso della sua esistenza. Ero a Wajir, un villaggio desolato nel cuore del deserto del nord-est del Kenya […]. I malati di tubercolosi erano in un reparto da disperati. Quello che più spaccava il cuore era il loro abbandono, la loro sofferenza senza nessun tipo di conforto. Non sapevo nulla di medicina. Cominciai a portare loro l’acqua piovana che raccoglievo dai tetti della bella casa che il governo mi aveva dato come insegnante alla scuola secondaria. Andavo con le taniche piene, svuotavo i loro recipienti con l’acqua salatissima dei pozzi di Wajir, e li riempivo di quell’acqua dolce. […] Tutto mi era contro allora. […] Dopo qualche anno, nella T.B. Manyatta (villaggio) ogni malato consapevole di essere alla fine voleva solo me accanto per morire sentendosi amato.

[…] Nel 1976 mi fu chiesto di diventare responsabile di un progetto dell’OMS per la cura della tubercolosi in mezzo ai nomadi, un progetto pilota in tutta l’Africa. […] La tubercolosi è un flagello nel mondo somalo […] la tubercolosi è parte della gente, della sua storia, della sua lotta per l’esistenza. La tubercolosi è stigma e maledizione […]. A Borama continua la lotta quotidiana per la liberazione dall’ignoranza, dallo stigma, dalla schiavitù ai pregiudizi.

[…] La vita è sperare sempre, sperare contro ogni speranza, buttarsi alle spalle le nostre miserie, non guardare alle miserie degli altri, credere che DIO c’è e che LUI è un DIO d’amore. Nulla ci turbi e sempre avanti con DIO. Forse non è facile, anzi può essere un’impresa titanica credere così. In molti sensi è un tale buio la fede, questa fede che è prima di tutto dono e grazia e benedizione… Perché io e non tu? Perché io e non lei, non lui, non loro? Eppure la vita ha senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell’amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare. […]

[…] Nulla mi importa veramente al di fuori di DIO, al di fuori di Gesù Cristo… i piccoli sì, i sofferenti, io impazzisco, perdo la testa per i brandelli di umanità ferita, più sono feriti, più sono maltrattati, disprezzati, senza voce, di nessun conto agli occhi del mondo, più io li amo. E questo amore è tenerezza, comprensione, tolleranza, assenza di paura, audacia. Questo non è un merito. È un’esigenza della mia natura. Ma è certo che in loro io vedo LUI, l’agnello di Dio che patisce nella sua carne i peccati del mondo, che se li carica sulle spalle, che soffre ma con tanto amore …nessuno è al di fuori dell’amore di DIO.

[…] Ma se questo mio “mettermi in pubblico” potesse servire a qualcuno che non crede, a qualcuno che non vive dentro di sé questa straordinaria realtà che DIO ama ogni uomo, dal più degno di amore agli occhi degli uomini al più reietto e disprezzato, all’uomo cattivo, criminale… allora mi metterei in ginocchio e benedirei perché cose grandi ha fatto in me colui che è potente.

[…] Certo la sua voce è spesso piccola e silenziosa… ma poi LUI è nella celletta della nostra anima e non dovrebbe essere così difficile scendere laggiù ed abitare con LUI. Parole? NO. Verità. Realtà. Certo, per la maggioranza di noi uomini sarà ed è necessario fare silenzio, quiete, spegnere il telefonino, buttare il televisore dalla finestra, decidere una volta per tutte di liberarsi dalla schiavitù di ciò che appare e che è importante agli occhi del mondo ma che non conta assolutamente agli occhi di DIO, perché si tratta di non-valori. Ai piedi di DIO noi ritroviamo ogni verità perduta, tutto ciò che era precipitato nel buio diventa luce, tutto ciò che era tempesta si acquieta, tutto ciò che sembrava un valore, ma che valore non è, appare nella sua veste vera e noi ci risvegliamo alla bellezza di una vita onesta, sincera, buona, fatta di cose e non di apparenze, intessuta di bene, aperta agli altri, in tensione onnipresente fortissima affinché gli uomini siano una cosa sola.

[…] La mia vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’amore è inutile, che la mia religione non ha tanti e poi tanti comandamenti ma ne ha uno solo.

[…] Desidero aggiungere che i piccoli, i senza voce, quelli che non contano nulla agli occhi del mondo, ma tanto agli occhi di DIO, i suoi prediletti, hanno bisogno di noi, e noi dobbiamo essere con loro e per loro e non importa nulla se la nostra azione è come una goccia d’acqua nell’oceano. Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati. LUI ha parlato solo di amarci, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di perdonarci sempre… I poveri ci attendono. I modi del servizio sono infiniti e lasciati all’immaginazione di ciascuno di noi. Non aspettiamo di essere istruiti nel campo del servizio. Inventiamo… e vivremo nuovi cieli e nuova terra ogni giorno della nostra vita.

Sig.na Annalena Tonelli
Membro del Comitato
“Lotta contro la fame nel mondo”

Un bicchiere di latte che valeva una vita

Un giorno, un povero ragazzo che cercava di pagarsi gli studi vendendo fazzolettini di carta e altri oggettini di poco valore ai passanti o bussando di porta in porta, si accorse di avere in tasca solo pochi centesimi e di essere terribilmente affamato.
Decise che avrebbe chiesto qualcosa da mangiare alla prossima casa. Tuttavia si sentì mancare di coraggio quando ad aprire la porta venne una graziosa bambina dai grandi occhi verdi.
Così, invece di cibo, chiese un bicchiere d’acqua.
La bambina si accorse della sua fame e gli portò un grosso bicchiere di latte.
Il ragazzo la ringraziò calorosamente e poi chiese: «Quanto le devo?»,
«Non mi deve niente» rispose la bambina. «La mamma dice che non si deve niente per la gentilezza».
Lui replicò: «Allora grazie, grazie con tutto il mio cuore».
Appena Howard Kelly lasciò quella casa, non si sentiva meglio solo fisicamente, ma la sua fede in Dio e nell’umanità era cresciuta molto.
Era sul punto di rinunciare e rassegnarsi a non studiare, ma quel piccolo gesto gli aveva ridato la forza e la volontà di continuare a lottare.
Molti anni dopo, quella stessa bambina, ormai adulta, si ammalò gravemente. I dottori locali non sapevano che fare. Alla fine la mandarono in una grande città dove c’erano degli specialisti in grado di curare quella malattia così rara.
Il dottor Howard Kelly, una vera celebrità nel campo, fu uno degli invitati per il consulto.
Quando il professore udì il nome della città da cui proveniva la donna, una strana luce gli brillò negli occhi. Accorse immediatamente nell’ospedale e si fece indicare la camera dell’ammalata.
La riconobbe immediatamente, e non solo per gli occhi verdi. Subito dopo si avviò verso la stanza dove si teneva il consulto deciso a fare di tutto per salvare la vita della donna.
Da quel momento dedicò tutto il tempo possibile a quel caso. Dopo una lunga e strenua lotta, la battaglia fu vinta. Il professor Kelly chiese all’ufficio amministrativo dell’ospedale di passare a lui il conto finale della spesa. Lo esaminò e poi scrisse alcune parole in un angolo del foglio.
Il conto fu poi portato alla paziente. La donna esitò ad aprirlo: era sicura che avrebbe dovuto impegnare tutto il resto della vita per pagare quel conto certo salatissimo.
Alla fine con cautela lo sbirciò, ma la sua attenzione fu subito attirata dalle parole scritte a mano su un lato del conto.
Lesse queste parole: «Pagato totalmente con un bicchiere di latte».
Ed era firmato: dottor  Howard Kelly. (storia vera)

«Chi darà anche solo un bicchiere d’acqua fresca, a uno di questi piccoli perché è mio discepolo, vi assicuro che riceverà la sua ricompensa».
(Vangelo di Matteo 10, 42)

Sacerdote a Erbil: peggiorano le condizioni dei profughi di Mosul, senza casa né lavoro

erbil3Erbil (AsiaNews) – Molte famiglie cristiane non riescono a pagare l’affitto e “devono abbandonare le case” per rientrare “nelle tende e nei caravan”. Il lavoro “scarseggia” e quanti hanno avuto sinora un impiego, nella maggior parte dei casi “non ricevono lo stipendio”; solo di recente “almeno 250 compagnie sono fallite o hanno dovuto licenziare tutti i dipendenti”. Intanto cresce la cosiddetta “discriminazione della lingua”, perché a chi non parla curdo “vengono aumentati i prezzi delle derrate e, negli ospedali, accade che siano rifiutate le cure”. Dalle parole di p. Jalal Yako, rogazionista originario di Qaraqosh, responsabile di uno dei campi profughi – un migliaio di persone, in maggioranza cristiane ma con presenze musulmane – alla periferia di Erbil, nel Kurdistan irakeno, emerge un quadro critico per i profughi di Mosul e della piana di Ninive.

Da oltre un anno e mezzo le famiglie cristiane della regione hanno dovuto abbandonare le loro case e i loro beni, per sfuggire alle violenze delle milizie dello Stato islamico (SI). L’illusione di poter presto rientrare nelle abitazioni da cui sono fuggiti, ha lasciato spazio all’esigenza di trovare una sistemazione nella regione curda; tuttavia, oggi la crisi economica determinata dal calo dei proventi del petrolio e il costo della vita stanno rendendo sempre più precaria la realtà quotidiana.

“All’indifferenza per il Medio oriente – racconta il sacerdote ad AsiaNews – per questa parte del mondo in cui si consumano drammi e conflitti, la nostra gente risponde con la fede, con l’attaccamento alla terra, con il desiderio di partecipare in massa alle funzioni della Quaresima. Ma è evidente un sentimento di sfiducia e disillusione”. La maggior parte dei profughi, o almeno quanti non sono fuggiti all’estero, “non sembra più disposta a credere di poter tornare un giorno nelle proprie case. Quanti sono riusciti a trovare sistemazione in un alloggio, oggi non riescono a pagare gli affitti perché non ci sono più soldi”. “Molti hanno perso il lavoro – spiega p. Jalal – e anche quanti hanno un impiego da tempo non ricevono il salario. Ultimamente ho sentito che 250 compagnie sono fallite, i cantieri restano a metà, incompiuti”.

Per i profughi al problema della casa e del lavoro si aggiunge anche quello della lingua: “Se non sei del posto, se non parli curdo ma arabo – sottolinea il sacerdote – faticano ad accettarti. Vi è una discriminazione della lingua che si traduce in un aumento dei prezzi, nel rifiuto di cure mediche e questo finisce per colpire anche i cristiani. Anche nel mio campo, Asthi Uno, che ospita famiglie di Qaraqosh, Mosul, Bartella, il sentimento prevalente è quello della stanchezza”.

A lenire il sentimento di sfiducia e abbandono vi è la fede, il desiderio di vivere le celebrazioni e i riti della Quaresima in una prospettiva di comunità. “Celebriamo messe tutti i giorni, le persone affollano le chiese – racconta p. Jalal – e osservano con devozione il digiuno del venerdì, giorno in cui partecipano anche alla Via Crucis all’aperto. E poi recitiamo l’Angelus tutti i giorni. Di recente, grazie all’aiuto di una parrocchia italiana, abbiamo costruito un campanile per richiamare la comunità alle funzioni e dare un segno visibile della nostra presenza, testimoniando la nostra fede”.

“Fra le altre iniziative di queste settimane – racconta il sacerdote – c’è anche quella di far passare in processione tra le famiglie la statua della Vergine, per far sentire la presenza di Maria in mezzo a Noi. È una riproduzione della Madonna di Fatima, che abbiamo ricevuto da una parrocchia francese, alla periferia di Parigi. La gente fa lunghe code per pregare davanti alla statua e donazioni come questa, così come la campana dall’Italia, sono un bel gesto di comunione fra chiese, un modo per non farci sentire trascurati e dimenticati”.

Il sacerdote non risparmia accuse ai governi occidentali, che fomentano guerre e si mostrano indifferenti alla presenza e alla permanenza di tutti i popoli, di tutte le etnie, di tutte le minoranze che nella storia hanno reso ricca la regione mediorientale. “Anche solo la presenza cristiana – spiega – è un mosaico che abbellisce questa zona, dobbiamo valorizzare la presenza di queste culture e non imporre le divisioni su basi etniche, confessionali, identitarie”. Certo, aggiunge, il valore della convivenza è stato minato dalle violenze degli ultimi mesi, “da vicini di casa che hanno approfittato dell’arrivo dello Stato islamico per depredare le case cristiane di beni e averi. Spesso – aggiunge – sono stati proprio i nostri vicini, musulmani, i primi a rivoltarsi contro di noi”.

Nonostante le difficoltà e le sofferenze, fra i cristiani resta sempre saldo il valore del perdono, della riconciliazione, che assumono un significato maggiore in questo Anno della Misericordia indetto da papa Francesco: “I cristiani, anche se hanno subito un male, un torto, un’offesa – spiega il sacerdote – non cercano vendetta, non uccidono, non impugnano le armi. Anche se il dolore è grande, il perdono resta sempre un valore così come è grande il desiderio di testimoniare la fede”. L’esempio è una bambina di nome Miriam, di dieci anni, che vive nel campo profughi di p. Jalal e che ricorda a tutti “che il perdono è la cosa più grande. In mezzo a queste sofferenze e difficoltà è una vera testimone della gioia, canta, sorride, e ripete a tutti che vuole fare dono della sua vita per gli altri. È una bambina molto forte – conclude – e non smette mai di ricordarci che bisogna essere sempre capaci di perdonare, perché questo è uno degli insegnamenti più belli dell’essere cristiano”.

5-10-20-50 euro per i rifugiati cristiani irakeni..
 

Con il tuo aiuto vogliamo supportare i cristiani perseguitati fuggiti con le loro famiglie dalla guerra dell’ISIS.

Per sostenere i  progetti a favore dei cristiani perseguitati:

AMICI DI LAZZARO
IT 98 P 07601 01000 0000 27608157
(Bic / swift BPPIITRRXXX)

causale “Irak 2017”

Signore, donaci preti da battaglia (Padre Andrea Gasparino)

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Signore, donaci dei preti nuovi, plasmati su di te. Preti adatti al mondo di oggi, che resistano a tutti gli sbandamenti e a tutte le mode. Preti pieni di Spirito Santo, preti innamorati di te, dell’Eucaristia, della Parola, preti spezzati alla preghiera. Preti che non guardano l’orologio quando stanno davanti a te, preti capaci di pregare di giorno e di notte, capaci come Gesù, di passare anche le notti in preghiera. Preti che insegnano a pregare. Preti ap­passionati dei giovani, dei poveri, degli ultimi. Preti rotti a tutte le carità, che sanno accogliere il drogato, il carcerato, la ragazza che abortisce, l’omosessuale, la coppia sfasciata; capaci di tenerezza e di misericordia per tutte le disperazioni del mondo di oggi.

Signore, mandaci dei preti da battaglia, umili, senza storie per la testa; umili e fedeli alla Chiesa, che insegnano ad amare la Chiesa, che correggono su se stessi i mali della Chiesa, che si puntano il dito addosso prima di puntarlo sulla Chiesa.

Mandaci preti senza storie borghesi, allenati al sacrificio, che sanno parlare ai giovani di sacrificio, che vivono la povertà evangelica, che sanno dividere tutto quello che hanno con il povero.

Mandaci preti aggiornati, con una teologia dagli scarponi ferrati che sa resistere alle mode di pensiero e ai compromessi mondani. Preti che non si aggiogano al carro di chi la sa più lunga dei Vescovi e del Papa.

Mandaci preti di punta, preti creativi, dal cuore grande come il cuore di Cristo, instancabili nell’insegnare, nel guidare, nel formare.

Preti costanti, resistenti, tenaci. Mandaci preti profeti, forti, umili, che non si scandalizzano di nessuna miseria umana. Mandaci preti che si sentano peccatori come noi, fedeli e fieri del loro celiba­to, preti limpidi che portino il Vangelo stampato nella loro vita più che nelle loro parole.

Signore, donaci il coraggio di chiedere preti santi e di meritarli un poco, almeno con la preghiera umile, costante e coraggiosa.

Maria, Madre dei preti, Madre della Chiesa, aggiungi tu quello che manca a questa preghiera e presentala a Cristo per noi.

Amen.
Padre Andrea Gasparino

Sentirsi irrequieti, desiderare di essere altrove

Da tutta la vita mi prende certe mattine una irrequietezza, come la necessità assoluta di andare in un luogo diverso da quello in cui mi trovo. Si impadronisce di me l’idea che, se fossi in quella data città, o se vedessi il mare, sarei felice: e che quell’accidia, quella malinconia che ho sempre addosso se ne andrebbero, se fossi altrove.

Tante volte, fin da quando ero ragazza, ho ubbidito a questo istinto di partire, da sola, sospinta dall’idea che “laggiù” sarebbe stato diverso, oppure, addirittura, sarei stata diversa io. E sono partita per le Dolomiti, assaporando i chilometri sull’autostrada, e la pianura che da Verona si stringe nella valle del Brennero: e il verde denso dell’Adige mi pareva già promettere quell’altro mondo, in cui sarei stata felice. E il profilarsi delle prime vette, nella foschia dell’orizzonte, con più forza mi assicurava che lassù sarebbe stato diverso, e mi sarei sentita in pace.

Oppure andavo in una città grande come Londra, e nelle prime ore la maestosità severa del Tamigi, la vitalità intensa di Piccadilly Circus mi incantavano, tanto che mi dicevo: ecco, vedi, qui è diverso. Eppure ogni volta, dopo una breve contentezza, mi sono sentita smarrita: “No, non è qui”. E quante volte sono tornata e sono ripartita – il viaggio, in questi pellegrinaggi, era sempre la cosa più bella, carico di speranza com’era – per altre mete, in auto, gustando i paesaggi che cambiavano, nella illusione di stare andando finalmente dove mi sarei liberata della mia irrequietezza. E sempre no, invece, ogni volta, delusa, “no, nemmeno qui”.

 

Ormai mi rifiuto di dare retta a questa ingannevole sirena, che tuttavia mi tenta ancora. Se vado a prendere un figlio che arriva a Malpensa mi soffermo a leggere il tabellone delle partenze: Londra, Palermo, Istanbul… E di nuovo mi convinco che sì, forse, in un altrove lontano sarebbe diverso, e, finalmente, sarei un’altra io. L’ultima volta che ci sono cascata, sono tornata a Parigi. Ma, passata l’ebbrezza delle prime ore, mi sono accorta che fra i viali superbi e i palazzi sontuosi, no, non ero lieta neanche lì. E allora, rintanandomi anzitempo in una camera d’albergo, non ho potuto non domandarmi quale sia davvero l’altrove che domando.

Forse non è un luogo dello spazio, ma del tempo? La nostalgia di una prima infanzia, di cui non ho il ricordo? O che sia la memoria di una origine, di un “prima” da cui veniamo, di quel pensiero di Dio in cui, prima di venire al mondo, abitavamo? Ma, “instabilitas loci”, così san Tommaso, ho scoperto, chiamava la sindrome che ho addosso, e la considerava segno di un disordine interiore. E della stessa malattia, ho scoperto, parlano gli antichi, Seneca, e Orazio, tutti testimoniando l’illusione di questo continuo partire. Descrivono precisamente ciò che provo, ma non dicono come se ne guarisce. Forse allora, mi dico, questa irrequietezza me la devo tenere: come un compito, come una spina che non mi lascia tranquilla. Come un segreto da decrittare; o come una domanda, da avanzare, mendicante – la mano tesa e vuota.

La mia patria è l’Occidente

sabatina-ev.de_0Nata in Pakistan nel 1982, all’eta’ di dieci anni Sabatina James si trasferi’ con la famiglia, musulmana, a Linz, in Austria. Al ginnasio per Sabatina l’integrazione fu rapida, e tuttavia problematica. Subito si scatenò il conflitto tra le imposizioni dell’islam, così come le viveva tra le mura di casa, e la sua aspirazione alla libertà personale. Oggi Sabatina non esita a definire «violenza psichica e fisica» quella subìta già in quegli anni in famiglia. Un incubo che culminò quando, con il pretesto di mandarla in una scuola coranica, all’età di 17 anni i genitori la rispedirono in Pakistan. «Lì mi veniva insegnato l’odio verso l’Occidente. Ho sperimentato sulla mia pelle, ancor più di quanto non avessi già provato in famiglia, l’assoluta mancanza di valore della donna nella società islamica: subii continue violenze e sevizie». Questo finché Sabatina non venne a sapere del matrimonio combinato che l’attendeva: avrebbe dovuto sposare un suo cugino. Così, a 19 anni, Sabatina fuggì dal Pakistan per tornare in Europa, fino a diventare cittadina tedesca: «Questo ora è il mio paese», dice. In seguito alla sua conversione pubblica al cristianesimo, nel 2001, il padre e un’autorità musulmana emisero una sentenza di morte nei suoi confronti. Da allora questa ragazza, che nel 2003 è stata battezzata cristiana-cattolica (con il nome di Sabatina, appunto), è costretta vivere nascosta in una località sconosciuta della Germania. È pubblicista (il suo ultimo libro s’intitola Devi morire per la tua felicità. Prigioniera tra due mondi, Knaur 2007), ambasciatrice di “Terre des Femmes” e ha fondato l’organizzazione “Sabatina e. V.” (www.sabatina-ev.de) a difesa dei diritti delle donne musulmane. Signora James, lei è stata battezzata nel 2003. Perché ha deciso di seguire Cristo e la sua Chiesa? Cosa ha a che fare la sua forte aspirazione alla libertà e alla felicità con quel passo? Ciò che mi ha convinto della fede cristiana è Gesù Cristo stesso come persona. Pensi al Vangelo, al colloquio di Gesù con la samaritana, al fatto che Lui ha rischiato la propria reputazione e il proprio nome per salvare la vita di un’adultera, dicendo: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra!». Indipendentemente da ciò, ho riconosciuto il Dio della Bibbia come colui che attraverso segni straordinari e miracoli mi indica sempre la giusta via. In Gesù ho trovato la risposta alla mia ricerca di libertà. Ha mantenuto contatti in Pakistan? Come vivono i cristiani nel suo paese d’origine? Sono stata in Pakistan alcuni mesi fa, ma non l’ha saputo nessuno della mia famiglia, altrimenti per me sarebbe stato troppo pericoloso. I cristiani in Pakistan vivono come schiavi. Molti di loro vengono portati in prigione e torturati, o addirittura vengono giustiziati senza motivo. Le giovani cristiane vengono stuprate se non si convertono all’islam. Tempo fa era venuta da me una di loro che era stata venduta a un latifondista. Mi ha chiesto aiuto. Purtroppo ho saputo qualche giorno fa che è stata sequestrata da alcuni musulmani e di lei non c’è più traccia da oltre venti giorni. Questa è la quotidianità dei cristiani in Pakistan. Nel 2001 suo padre ha emesso una condanna a morte nei suoi confronti, e da allora lei deve vivere nascosta. Ha paura? Guardo alla vita come il re David, che diceva: «In migliaia cadono alla mia sinistra, a decine di migliaia alla mia destra, ma io non sarò colpito». Io vivrò! Lei ha sperimentato – lo ha scritto lei stessa – la famiglia come una prigione. Ora ha una nuova famiglia? Che significato ha per lei la parola educazione? No, fino a questo momento non ho costruito una nuova famiglia, e non ho bambini. In ogni caso è fin d’ora mio desiderio, quando sarà il momento, insegnare ai miei figli che hanno un Padre in cielo che non li abbandona mai e che ha un grande progetto per la loro vita. Inoltre, so già che dovrò dedicare ai miei figli tutto il tempo necessario e che mai anteporrò ai miei bambini il lavoro, la carriera, gli hobby o gli amici. Lei un tempo era islamica: che rapporto ha oggi con l’islam e coi singoli musulmani? Naturalmente osservo con attenzione le diverse tendenze presenti all’interno di ciò che chiamiamo islam. Certo, di musulmani radicali ce ne sono in tutti i paesi, tuttavia, se penso a quello che ha detto Gesù, cioè che dobbiamo amare i nostri nemici e pregare per chi ci perseguita, allora so che in questo insegnamento trovo i migliori presupposti per pormi di fronte a quelle persone. Che cos’è l’islam per lei, oggi? L’islam per me è semplicemente la religione nella quale sono nata e cresciuta, ma oggi credo in Gesù Cristo! Cosa pensa della società multiculturale così com’è progettata e realizzata in Europa? Sostanzialmente concepisco l’idea del multiculturalismo come una bella cosa. Tuttavia, molti dei nostri politici spesso elaborano leggi che riguardano anche i musulmani senza avere mai avuto neppure un colloquio con loro, per esempio con le donne costrette al matrimonio combinato. Non hanno idea di che cosa significhi vivere tra due culture che non sono paragonabili tra loro. Se questi sono i presupposti, come potranno elaborare progetti d’integrazione? A proposito di politici, che cosa pensa di quelli che sono disposti a cedere su tutto pur di venire a patti con i musulmani? Sono quelli che temono per la loro vita e per la possibile perdita di consenso alle elezioni. Non si pongono il problema se il loro popolo va a rotoli. Hanno paura di essere etichettati come razzisti, ma non si rendono conto che qui non si tratta di razzismo, piuttosto di rispetto dei diritti umani. Il problema è che molti dei nostri politici non hanno alcuna fede e dunque mancano del presupposto per entrare in dialogo con i musulmani, i quali invece sanno bene ciò che Allah vuole da loro. Lei ha fondato un’associazione d’aiuto al riconoscimento della parità delle donne musulmane. Che cosa fa in concreto? Cerchiamo di aiutare le donne che in Germania, in Austria e in Pakistan sono costrette al matrimonio forzato o che sono minacciate di morte. Cerchiamo di mettere a loro disposizione case dove rifugiarsi e offriamo loro assistenza legale. Oltre agli aiuti diretti cerchiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla sofferenza che spesso devono subire le donne musulmane. di Vito Punzi