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Il cristianesimo contro i sacrifici umani

maya“La distruzione culturale operata dal cristianesimo non è stata seconda a nessuno. Se oggi il Sud America è un continente integralmente cristiano, è perché i mores maiorum degli incas o degli aztechi sono stati fatti a pezzi”. Così Galli della Loggia nell’incontro col Cardinal Ratzinger organizzato a Roma dal Centro di orientamento politico (pubblicato sul Foglio del 26 e 27 ottobre). L’espressione non poteva essere più dura.

Quali mores maiorum sono stati “fatti a pezzi” dalla Chiesa cattolica?

Per capire le caratteristiche della colonizzazione dell’America latina conviene partire da una considerazione banale: gli spagnoli arrivavano via mare non conoscendo nulla del territorio e delle popolazioni che avrebbero incontrato. Erano pochissimi (si parla di 27.787 uomini nei cinquant’anni che vanno dal 1509 al 1559) a fronte di un continente abitato da milioni di persone. Ma, si dice, avevano i cavalli e gli archibugi. E allora? Come poteva un pugno di uomini con qualche cavallo e qualche archibugio conquistare un continente? Questa domanda la storiografia dell’Ottocento e del Novecento non se l’è posta. La crudeltà dei cattolici spagnoli (e della Chiesa che li benediceva e accompagnava) è stata considerata una spiegazione necessaria e sufficiente.

Forse, per capire, conviene dare un’occhiata al tipo di cultura in cui gli spagnoli si sono imbattuti.

Per farlo ricordiamo cosa scriveva sulla Stampa del 25 novembre 1998 il professor Aldo Rullini. In un articolo a tutta pagina dal titolo “Maya, cannibali per necessità”, leggiamo che in Messico e dintorni “mancavano le proteine” dal momento che “c’erano pochi animali domestici e commestibili”. E maya e aztechi “per soddisfare il loro bisogno fisiologico dovevano immolare moltissimi prigionieri e per far ciò dovevano organizzare incursioni e guerre […]

La fine di ogni razzia veniva celebrata con grandi feste popolari che prevedevano l’uccisione di centinaia o anche migliaia di prigionieri sugli altari posti in cima alle piramidi”. Strappato alle decine di migliaia di vittime il cuore ancora palpitante, i corpi, decapitati, venivano “smembrati per essere distribuiti e mangiati”. Rullini scrive che “questi sacrifici di massa per quanto numerosi e frequenti, non potevano far fronte al fabbisogno proteico di tutto il popolo”. Ma, aggiunge, “conta invece che la classe dirigente, i sacerdoti e i militari, potessero usufruire di queste proteine”. In un altro articolo (settembre 1998, sul domenicale del Sole 24 ore), Eduardo Matos Moctezuma si chiedeva a proposito del frate Diego de Landa, se fosse stato “angelo o demonio”. “Propendo per la seconda ipotesi, senza dimenticare che, in fin dei conti, anche i diavoli furono angeli”, scriveva l’articolista. Veniamo ai fatti: frate Diego arriva nello Yucatan nel 1549 e nel 1556 diventa Custode, ovvero massima autorità religiosa della provincia.

Nel 1562 i francescani si macchiano di “eccessi francamente riprovevoli”: torturano alcuni indios colpevoli di aver compiuto sacrifici in onore di divinità autoctone e bruciano un buon numero di “codici e oggetti antichi”. Un simile crimine viene condannato dal francescano Francisco de Toral, nel frattempo nominato vescovo dello Yucatán. De Landa parte per la Spagna dove, per far valere le proprie ragioni, compila una “Relación de las cosas de Yucatán”, strumento “indispensabile per comprendere molte delle caratteristiche di quei popoli”. Quasi per inciso, e solo dopo aver descritto il riprovevole comportamento del Custode dello Yucatán, il direttore del museo del Templo Mayor di Città del Messico, dottor Moctezuma, ci informa del dettaglio che aveva scatenato la crudeltà di padre Landa: “Si seppe che non solo venivano seguiti certi rituali, ma si continuava a praticare anche il sacrificio umano come si faceva prima dell’arrivo degli spagnoli, ma ora in un modo che era il prodotto dell’influenza cristiana: giovani e bambini venivano crocifissi nelle chiese alla presenza delle antiche divinità”.

Chi ha visitato l’interessante mostra organizzata lo scorso anno a Roma sulla civiltà messicana precolombiana, ha potuto constatare come la vulgata anticattolica abbia permeato di sé la psicopatologia della nostra vita quotidiana. Secondo la brava guida che accompagnava gli ammirati visitatori, la qualità delle opere d’arte messe in mostra a palazzo Ruspoli (fra l’altro coltelli sacrificali e un’interessantissima statuetta in terracotta dipinta raffigurante la divinità Xipe Totec, rivestita della vera pelle di una vera vittima sacrificale), provava nel modo più inconfutabile la barbarie della cattolica Spagna che tanti ne aveva distrutti.

La stessa cosa scriveva sulla Stampa del 18 marzo 2004 Maurizio Assalto. Dopo aver descritto i rituali degli aztechi (appena estratto, il cuore della vittima era parzialmente divorato dal sacerdote, mentre la pelle dell’immolato “veniva riposta, dopo essere stata indossata per venti giorni dall’officiante”, in speciali contenitori), dopo aver lamentato le dure condizioni di vita degli abitanti dell’America centrale “circondati da vulcani, minacciati dalla siccità, dagli uragani, dai terremoti”, termina con l’amaro rimpianto per quella cultura distrutta: “Ecco la fine [si riferisce alla fusione di oggetti d’oro per trasportarli in Europa più agevolmente] di quei tesori, dell’arte atzeca, della loro cultura. La fine (una delle tante) della civiltà”.

Ho citato alcuni articoli di giornale perché mi sembra il modo più semplice e più evidente insieme per provare a quale scarso uso della razionalità siamo stati educati. Per vedere la differenza fra l’America precolombiana e quella cattolica, ha ragione l’Arnold Toynbee di “An historian’s approach to religion” (1956), basta dare un’occhiata all’arte. Basta guardare i colori e i soggetti delle raffigurazioni. Tanto il sangue, le stragi, gli squartamenti, l’orrore, la crudeltà dominano nella prima, quanto i colori pastello, la luce, l’oro, la delicatezza, l’allegria dominano nella seconda. Per vedere se è vero basta fare un giretto in Sud America ed entrare nelle chiese, nelle cattedrali e nei conventi (quelli che non sono stati distrutti dalla furia illuminata dei libertadores di inizio Ottocento). Basta vedere l’arte popolare. Basta guardare quelle oasi di cultura, operosità, religione e pietà che sono le missioni francescane della costa californiana.

Non riuscendo più a distinguere il bene dal male, diamo al crimine il nome di cultura. E’ vero che grazie agli spagnoli e alla predicazione cattolica in America Latina sono scomparsi i sacrifici umani che al ritmo di decine di migliaia all’anno sconvolgevano la vita delle popolazioni indigene.

E’ vero che grazie alla cattolica Spagna tanta povera gente è stata liberata da un incubo (e questo contribuisce a spiegare la facilità della conquista spagnola).

di Angela Pellicciari – Il Foglio

La persecuzione subita dalla Chiesa in Spagna

Vi furono 498 martiri nella persecuzione religiosa che ha avuto luogo in Spagna negli anni Trenta del secolo scorso:

=> Pio XI ne tratta nella- Lettera Enciclica “Dilectissima Nobis”

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Lettera Enciclica sull’oppressione della Chiesa in Spagna Agli Eminentissimi Padri Cardinale Francesco Vidal e Barraquer, Arcivescovo di Tarragona, Cardinale Eustachio Ilundain e Esteban, Arcivescovo di Hispalis, ed agli altri Reverendi Padri Arcivescovi e Vescovi, e a tutto il clero e al popolo di Spagna.

Venerabili Fratelli e diletti Figli, salute e Apostolica Benedizione.

La nobile Nazione Spagnola Ci fu sempre sommamente cara per le sue insigni benemerenze verso la fede cattolica e la civiltà cristiana, per la tradizionale ardentissima devozione a questa Sede Apostolica e per le sue grandi istituzioni ed opere di apostolato, essendo madre feconda di Santi, di Missionari e di Fondatori d’incliti Ordini religiosi, vanto e sostegno della Chiesa di Dio.

E appunto perché la gloria della Spagna è così intimamente connessa con la religione cattolica, Noi ci sentiamo doppiamente afflitti nell’assistere ai deplorevoli tentativi che da tempo si vanno ripetendo per togliere alla diletta Nazione, con la fede tradizionale, i più bei titoli di civile grandezza. Non mancammo — come il Nostro cuore paterno Ci dettava — di far spesse volte presente agli attuali governanti di Spagna quanto era falsa la via che essi seguivano e di ricordar loro come non è col ferire l’anima del popolo nei suoi più profondi e cari sentimenti che si può raggiungere quella concordia di spiriti la quale è indispensabile per la prosperità di una Nazione.

Ciò facemmo per mezzo del Nostro Rappresentante tutte le volte che si affacciava il pericolo di qualche nuova legge lesiva dei sacrosanti diritti di Dio e delle anime. Né mancammo di far giungere anche pubblicamente la Nostra paterna parola ai diletti figli del clero e del laicato di Spagna perché sapessero che il Nostro cuore era a loro più vicino nei momenti del dolore. Ma ora non possiamo non levare nuovamente la voce contro la legge, testé approvata, ” intorno alle confessioni e Congregazioni religiose “, costituendo essa una nuova e più grave offesa non solo alla religione e alla Chiesa, ma anche a quegli asseriti princìpi di libertà civile sui quali dichiara basarsi il nuovo Regime Spagnolo Né si creda che la Nostra parola sia ispirata da sentimenti di avversione alla nuova forma di governo o agli altri cambiamenti prettamente politici avvenuti recentemente in Spagna. È a tutti noto, infatti, che la Chiesa Cattolica, per nulla legata ad una forma di governo piuttosto che ad un’altra, purché restino salvi i diritti di Dio e della coscienza cristiana, non trova difficoltà ad accordarsi con le varie civili istituzioni, siano esse monarchiche o repubblicane, aristocratiche o democratiche.

Ne sono prova manifesta, per non parlare che di fatti recenti, i numerosi ” Concordati ” e accordi stipulati in questi ultimi anni e le relazioni diplomatiche annodate dalla Sede Apostolica con diversi Stati, nei quali, dopo l’ultima grande guerra, a governi monarchici sono subentrati governi repubblicani.

Né queste nuove Repubbliche hanno mai avuto a soffrire nelle loro istituzioni e nelle loro giuste aspirazioni verso la grandezza ed il benessere nazionale per effetto dei loro amichevoli rapporti con questa Sede Apostolica od a causa della loro disposizione a concludere, con spirito di reciproca fiducia, sulle materie che interessano la Chiesa e lo Stato, convenzioni corrispondenti alle mutate condizioni dei tempi.

Anzi, possiamo con sicurezza affermare che da queste fiduciose intese con la Chiesa gli Stati stessi hanno tratto notevoli vantaggi. Infatti, è comunemente risaputo come al dilagare del disordine sociale non si opponga diga più valida della Chiesa, la quale, educatrice massima dei popoli, ha sempre saputo unire in accordo fecondo il principio della legittima libertà con quello dell’autorità, le esigenze della giustizia col bene della pace.

Tutto ciò non ignorava il Governo della nuova Repubblica di Spagna, il quale, anzi, era a conoscenza delle buone disposizioni Nostre e dell’Episcopato Spagnolo di concorrere a mantenere l’ordine e la tranquillità sociale.

E con Noi e con l’Episcopato fu concorde l’immensa moltitudine, non solamente del clero secolare e regolare, ma altresì del laicato cattolico, ossia della grande maggioranza del popolo spagnolo; il quale, nonostante le personali opinioni, nonostante le provocazioni e le vessazioni degli avversari della Chiesa, si tenne lontano dalle violenze e dalle rappresaglie, nella tranquilla soggezione al potere costituito, senza dar luogo a disordini e molto meno a guerre civili. Né ad altra causa certamente, che a questa disciplina e soggezione, ispirata dall’insegnamento e dallo spirito cattolico, si potrebbe attribuire con maggiore diritto quanto si è potuto mantenere di quella pace e tranquillità pubblica che le turbolenze dei partiti e le passioni dei rivoluzionari lavoravano a sovvertire, sospingendo la Nazione verso l’abisso dell’anarchia.

Ci ha quindi recato somma meraviglia e vivo cordoglio l’apprendere che da taluni, quasi per giustificare gli iniqui procedimenti contro la Chiesa, se ne adducesse pubblicamente la necessità di difendere la nuova Repubblica.Da quanto abbiamo esposto appare così evidente l’insussistenza del motivo addotto, da poterne concludere che la lotta mossa alla Chiesa nella Spagna, più che a incomprensione della fede cattolica e delle sue benefiche istituzioni, si debba imputare all’odio che ” contro il Signore e il suo Cristo ” nutrono sette sovvertitrici di ogni ordine religioso e sociale, come purtroppo vediamo avvenire nel Messico e nella Russia.

Ma, tornando alla deplorevole ” legge intorno alle confessioni e congregazioni religiose “, abbiamo constatato con vivo rammarico che in essa fin dal principio viene apertamente dichiarato che lo Stato non ha religione ufficiale, riaffermando così quella separazione dello Stato dalla Chiesa che fu purtroppo sancita nella nuova Costituzione Spagnola.

Non ci indugiamo qui a ripetere quale gravissimo errore sia l’affermare lecita e buona la separazione in se stessa, specialmente in una Nazione che nella quasi totalità è cattolica. La separazione, chi bene addentro la consideri, non è che una funesta conseguenza (come tante volte dichiarammo, specialmente nell’Enciclica Quas primas) del laicismo, ossia dell’apostasia dell’odierna società che pretende estraniarsi da Dio e quindi dalla Chiesa. Ma se per qualsiasi popolo, oltre che empia, è assurda la pretesa di voler escluso dalla vita pubblica Iddio Creatore e provvido Reggitore della stessa società, in modo particolare ripugna una tale esclusione di Dio e della Chiesa dalla vita della Nazione Spagnola, nella quale la Chiesa ebbe sempre e meritamente la parte più importante e più beneficamente attiva nelle leggi, nelle scuole e in tutte le altre private e pubbliche istituzioni.

Se un tale attentato torna a danno irreparabile della coscienza cristiana del paese (della gioventù specialmente, che si vuole educare senza religione, e della famiglia profanata nei suoi più sacri princìpi) non minore è il danno che ricade sulla stessa autorità civile, la quale, perduto l’appoggio che la raccomanda e la sostiene presso le coscienze dei popoli, vale a dire, venuta meno la persuasione della sua origine, dipendenza e sanzione divina, viene a perdere insieme la sua più grande forza di obbligazione e il più alto titolo di osservanza e di rispetto.

Che questi danni conseguano inevitabilmente dal regime di separazione, viene attestato dalle non poche Nazioni che, dopo averlo introdotto nei loro ordinamenti, ben presto compresero la necessità di rimediare all’errore, sia modificando, almeno nella loro interpretazione ed applicazione, le leggi persecutrici della Chiesa, sia procurando, malgrado la separazione, di venire ad una pacifica coesistenza e cooperazione con la Chiesa.

I nuovi legislatori Spagnoli, invece, noncuranti di queste lezioni della storia, vollero una forma di separazione ostile alla fede professata dalla stragrande maggioranza dei cittadini, una separazione tanto più penosa ed ingiusta, in quanto viene deliberata in nome della libertà stessa che si promette e si assicura a tutti indistintamente. Si è voluto così assoggettare la Chiesa e i suoi ministri a misure di eccezione, che tentano di metterla alla mercé del potere civile.

Infatti, in forza della ” Costituzione ” e delle successive leggi emanate, mentre tutte le opinioni, anche le più erronee, hanno largo campo di manifestarsi, la sola religione cattolica, che è quella della quasi totalità dei cittadini, vede odiosamente vigilato l’insegnamento, inceppate le scuole e le altre sue istituzioni tanto benemerite della scienza e della cultura spagnola. Lo stesso esercizio del culto cattolico, anche nelle sue più essenziali e più tradizionali manifestazioni, non va esente da limitazioni, come l’assistenza religiosa negli istituti dipendenti dallo Stato; le stesse processioni religiose, le quali vengono sottoposte a speciali facoltà da concedersi dal Governo e a clausole e restrizioni, e perfino l’amministrazione dei sacramenti ai moribondi e le esequie ai defunti.

Più manifesta ancora è la contraddizione per quanto riguarda la proprietà. La ” Costituzione ” riconosce a tutti i cittadini la legittima facoltà di possedere, e, come è proprio di tutte le legislazioni nei paesi civili, garantisce e tutela l’esercizio di così importante diritto derivante dalla stessa natura. Eppure anche su questo punto si è voluta creare una eccezione ai danni della Chiesa Cattolica, spogliandola con palese ingiustizia di tutti i suoi beni. Non si è avuto riguardo alla volontà degli oblatori; non si è tenuto conto del fine spirituale e santo, cui quei beni erano destinati; non si sono voluti in alcun modo rispettare diritti da lungo tempo acquisiti e fondati su indiscutibili titoli giuridici. Tutti gli edifici, vescovadi, case canoniche, seminari, monasteri, non sono più riconosciuti come libera proprietà della Chiesa Cattolica, ma sono dichiarati — con parole che malamente celano la natura dell’usurpazione — proprietà pubblica e nazionale. Anzi, mentre tali edifici — legittima proprietà dei varii enti ecclesiastici — vengono dalla legge lasciati in solo uso alla Chiesa Cattolica ed ai suoi ministri perché siano adibiti secondo il loro fine di culto, si giunge però a stabilire che gli edifici medesimi debbono essere sottomessi ai tributi inerenti all’uso degli immobili, costringendo così la Chiesa Cattolica a pagare tributi su ciò che violentemente le è stato tolto. In tal modo il potere civile ha preparato la via per rendere impossibile alla Chiesa Cattolica anche l’uso precario dei suoi beni; infatti, essa, spogliata di tutto, privata di ogni sussidio, inceppata in tutte le sue attività, come potrà pagare i tributi imposti?

Né si dica che per il futuro la legge lascia alla Chiesa Cattolica una certa facoltà di possedere, almeno a titolo di proprietà privata, perché anche un così ridotto riconoscimento è reso poi quasi nullo dal principio, subito dopo enunziato, che tali beni ” potranno soltanto essere conservati nella quantità necessaria per il servizio religioso “.

In tal modo si costringe la Chiesa a sottoporre all’esame del potere civile le sue necessità per il compimento della sua divina missione, e si erige lo Stato a giudice assoluto di quanto occorre per funzioni meramente spirituali. È quindi da temersi che un tal giudizio sarà consono agli intenti laicizzatori della legge e dei suoi autori.

E l’usurpazione non si è arrestata agli immobili. Anche i beni mobili — con particolarissima enumerazione elencati, perché nulla sfuggisse — ossia anche i paramenti, le immagini, i quadri, i vasi, le gioie e simili oggetti destinati espressamente e permanentemente al culto cattolico, al suo splendore e alle necessità che hanno diretta relazione con esso, sono stati dichiarati pubblica proprietà.

E mentre si nega alla Chiesa il diritto di liberamente disporre di ciò che è suo, perché legittimamente acquistato o da pii fedeli ad essa donato, allo Stato e solamente ad esso si attribuisce il potere di disporre per un altro fine, e senza limitazione alcuna, di oggetti sacri, anche di quelli con speciale consacrazione sottratti ad ogni uso profano, escludendo perfino ogni dovere dello Stato di corrispondere, in tale deprecato caso, qualsiasi compenso alla Chiesa.

Né tutto ciò è stato sufficiente ad appagare le mire antireligiose degli attuali legislatori. Neppure i templi sono stati risparmiati; i templi, splendore di arte, monumenti esimii di una storia gloriosa, decoro e vanto della Nazione Spagnola; i templi, casa di Dio e di orazione, su cui sempre aveva goduto il pieno diritto di proprietà la Chiesa Cattolica, la quale — magnifico titolo di particolare benemerenza — li aveva sempre conservati, abbelliti, adornati con cura amorosa. Anche i templi — non pochi dei quali distrusse (e nuovamente lo deploriamo) l’empia mania incendiaria — sono stati dichiarati proprietà della Nazione e sottoposti al controllo delle autorità civili, che oggi guidano, senza alcun rispetto verso il sentimento religioso del popolo di Spagna, le pubbliche sorti.

È dunque ben triste, Venerabili Fratelli e diletti Figli, la condizione creata alla Chiesa Cattolica presso di voi. Il Clero già è stato privato, con gesto totalmente contrario all’indole generosa del cavalleresco popolo spagnolo, dei suoi assegni, violando un impegno preso con un patto concordatario e ledendo la più stretta giustizia, perché lo Stato, che aveva fissato gli assegni, non l’aveva fatto per concessione gratuita ma a titolo di indennità per i beni già sottratti alla Chiesa.

Anche le Congregazioni Religiose sono ora in modo inumano colpite dalla infausta legge. Si è gettato su di esse l’ingiurioso sospetto che possano esercitare un’attività politica pericolosa per la sicurezza dello Stato, stimolando così le passioni ad esse ostili con ogni sorta di denunce e di persecuzioni: aperta e facile via per giungere a più gravi provvedimenti.

Esse sono sottoposte a tali e tante relazioni, registrazioni ed ispezioni, che costituiscono moleste forme di fiscale oppressione. Infine, dopo averle private del diritto di insegnare e di esercitare qualsiasi altra attività da cui trarre onesto sostentamento, sono state sottomesse alle leggi tributarie, pur sapendo che, private di tutto, non potranno soddisfare al pagamento delle imposte: altra coperta maniera di rendere loro impossibile l’esistenza.

Ma con simili disposizioni si viene a colpire, in verità, non i religiosi soltanto, bensì il popolo Spagnolo, rendendo impossibili quelle grandi opere di carità e beneficenza a favore dei poveri, che hanno sempre formato una gloria magnifica delle Congregazioni Religiose e della Spagna Cattolica.

Tuttavia, nelle penose strettezze a cui si trova ridotto nella Spagna il Clero secolare e regolare, Ci conforta il pensiero che il generoso popolo Spagnolo, anche nella presente crisi economica, saprà degnamente riparare a così dolorosa situazione, rendendo meno disagevole ai sacerdoti la povertà vera che li colpisce, affinché possano con rinnovate energie provvedere al culto divino e al ministero pastorale.

Ma se ci addolora questa grave ingiustizia, Noi, e con Noi Voi, Venerabili Fratelli e diletti Figli, sentiamo anche più vivamente l’offesa recata alla Divina Maestà. Non fu forse espressione di animo profondamente ostile a Dio e alla Religione Cattolica l’aver sciolto quegli Ordini Religiosi che fanno voto di ubbidienza ad autorità differente da quella legittima dello Stato?

In questo modo si volle togliere di mezzo la Compagnia di Gesù, che può ben gloriarsi di essere uno dei più saldi sostegni della Cattedra di Pietro, con la speranza forse di potere poi, con minore difficoltà, abbattere in un prossimo avvenire la fede e la morale cattolica nel cuore della Nazione Spagnola, che diede alla Chiesa la grande e gloriosa figura di Ignazio di Loyola. Ma con ciò si volle colpire in pieno — come già altra volta pubblicamente dichiarammo — la stessa Autorità Suprema della Chiesa Cattolica. Non si osò, è vero, nominare esplicitamente la persona del Romano Pontefice; di fatto però si definì autorità estranea alla Nazione Spagnola quella del Vicario di Gesù Cristo: quasi che l’autorità del Pontefice, conferitagli dal Divino Redentore, possa dirsi estranea a qualsivoglia parte del mondo; quasi che il riconoscimento dell’autorità divina di Gesù Cristo possa impedire o menomare il riconoscimento delle legittime autorità umane, oppure il potere spirituale e soprannaturale sia in contrasto con quello dello Stato. Nessun contrasto può sussistere, se non per la malizia di coloro, i quali lo desiderano e lo vogliono, perché sanno che senza il Pastore le pecorelle andrebbero smarrite e più facilmente diverrebbero preda dei falsi pastori.

Se l’offesa voluta infliggere all’autorità del Romano Pontefice ferì profondamente il Nostro cuore paterno, nemmeno un istante dubitammo che essa potesse, anche minimamente, scuotere la tradizionale devozione del popolo Spagnolo alla Cattedra di Pietro. Anzi, come hanno sempre insegnato l’esperienza e la storia fino a questi ultimi anni, quanto maggiormente i nemici della Chiesa cercano di allontanare i popoli dal Vicario di Cristo, tanto più affettuosamente questi — per provvidenziale disposizione di Dio, che dal male sa trarre il bene — a lui si stringono, proclamando che da lui solo s’irradia quella luce che illumina la via ottenebrata da tanti perturbamenti, da lui solo, come da Cristo, risuonano le ” parole di vita eterna “.

Né si appagarono di aver tanto infierito contro la grande e benemerita Compagnia di Gesù, ma hanno voluto con una recente legge dare un altro gravissimo colpo a tutti gli Ordini e Congregazioni Religiose proibendo ad essi l’insegnamento. Si è compiuta così un’opera di deplorevole ingratitudine e di palese ingiustizia. Perché, infatti, la libertà — che a tutti è accordata — di poter esercitare l’insegnamento vien tolta ad una classe di cittadini, rei soltanto di avere abbracciato una vita di rinuncia e di perfezione ? Si vorrà forse dire che l’essere religiosi, cioè l’aver tutto lasciato e sacrificato per dedicarsi proprio all’insegnamento e all’educazione della gioventù come ad una missione di apostolato, costituisca un titolo di incapacità o di inferiorità all’insegnamento medesimo? Eppure l’esperienza sta a dimostrare con quanta cura e con quanta competenza i Religiosi abbiano sempre compiuto il loro dovere, quali magnifici risultati per l’istruzione dell’intelletto, nonché per l’educazione del cuore, abbiano coronato il loro paziente lavoro. Lo comprova luminosamente il numero di persone veramente insigni in tutti i campi delle umane scienze ed insieme esemplarmente cattoliche uscite dalle scuole dei Religiosi; lo dimostra il grande incremento che nella Spagna tali scuole hanno fortunatamente raggiunto, nonché la consolante affluenza degli studenti. Lo conferma infine la fiducia di cui godevano presso i genitori, i quali, avendo da Dio ricevuto il diritto ed il dovere di educare i propri figliuoli, hanno pure la sacrosanta libertà di scegliere coloro che nell’opera educativa debbono efficacemente coadiuvarli.

Ma neppure nei riguardi degli Ordini e delle Congregazioni Religiose è bastato loro questo gravissimo atto. Si sono altresì conculcati indiscutibili diritti di proprietà, si è violata apertamente la libera volontà dei fondatori e dei benefattori per impossessarsi degli edifici al fine di creare scuole laiche, cioè senza Dio, proprio dove i generosi oblatori avevano disposto che fosse impartita una educazione schiettamente cattolica.

Da tutto ciò appare purtroppo chiaro lo scopo che si intende raggiungere con simili disposizioni, quello cioè di educare le nuove generazioni ad uno spirito di indifferenza religiosa, se non di anticlericalismo, strappare dalle anime dei giovani i tradizionali sentimenti cattolici così profondamente radicati nel popolo di Spagna. Si vuol così laicizzare tutto l’insegnamento finora ispirato alla religione ed alla morale cristiana.

Di fronte a una legge tanto lesiva dei diritti e delle libertà ecclesiastiche, diritti che dobbiamo difendere e conservare integri, crediamo preciso dovere del Nostro Apostolico ministero di riprovarla e condannarla. Noi quindi protestiamo solennemente e con tutte le nostre forze contro la legge stessa, dichiarando che essa non potrà essere mai invocata contro i diritti imprescrittibili della Chiesa.

E vogliamo qui riaffermare la Nostra viva fiducia che i Nostri diletti figli della Spagna, compresi della ingiustizia e del danno di tali provvedimenti, si varranno di tutti i mezzi legittimi che per diritto di natura e per disposizione di legge restano in loro potere, in modo da indurre gli stessi legislatori a riformare disposizioni così contrarie ai diritti di ogni cittadino e così ostili alla Chiesa, sostituendole con altre conciliabili con la coscienza cattolica. Intanto però Noi, con tutto l’animo e il cuore di Padre e di Pastore, esortiamo vivamente i Vescovi, i Sacerdoti e tutti coloro che in qualche modo intendono dedicarsi all’educazione della gioventù, a promuovere più intensamente con tutte le forze e con ogni mezzo l’insegnamento religioso e la pratica della vita cristiana. E ciò è tanto più necessario in quanto la nuova legislazione spagnola, con la deleteria introduzione del divorzio, osa profanare il santuario della famiglia, ponendo così — con la tentata dissoluzione della società domestica — i germi delle più dolorose rovine per il civile consorzio.

Dinanzi alla minaccia di così enormi danni raccomandiamo nuovamente e vivamente ai cattolici tutti di Spagna che, messi da parte lamenti e recriminazioni, subordinando anzi al bene comune della patria e della religione ogni altro ideale, tutti si uniscano disciplinati per la difesa della fede e per allontanare i pericoli che minacciano lo stesso civile consorzio.

In modo speciale invitiamo tutti i fedeli ad unirsi nell’Azione Cattolica tante volte da Noi raccomandata; essa, pur non costituendo un partito, anzi dovendo porsi al di fuori e al di sopra di tutti i partiti politici, servirà a formare la coscienza dei cattolici, illuminandola e corroborandola nella difesa della fede contro ogni insidia.

Ed ora, Venerabili Fratelli e Figli dilettissimi, non sapremmo come meglio concludere questa Nostra lettera, se non ripetendovi che, più che negli aiuti degli uomini, dobbiamo aver fiducia nell’indefettibile assistenza promessa da Dio alla sua Chiesa e nell’immensa bontà del Signore verso coloro che lo amano. Perciò, considerando quanto è avvenuto presso di voi, e addolorati sopra ogni altra cosa per le gravi offese che sono state fatte alla Divina Maestà, con le numerose violazioni dei suoi sacrosanti diritti e con tante trasgressioni delle sue leggi, Noi rivolgiamo al cielo fervide preghiere, domandando a Dio il perdono per le offese a Lui recate. Egli, che tutto può, illumini le menti, raddrizzi le volontà, volga i cuori dei governanti a migliori consigli. A noi arride serena fiducia che la voce supplichevole di tanti buoni figli uniti a Noi nelle preghiera, soprattutto in questo Anno Santo della Redenzione, sarà benignamente accolta dalla clemenza del Padre celeste.

In tale fiducia, anche per propiziare su voi, Venerabili Fratelli e Diletti Figli, e su tutta la Nazione Spagnola, a Noi tanta cara, l’abbondanza dei celesti favori, vi impartiamo con tutta l’effusione dell’animo l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 3 giugno 1933, duodecimo del Nostro Pontificato.

La storia di Marta, 22 anni… il martirio della Goretti spagnola

Il processo diocesano della causa di beatificazione della giovane Marta Obregón, assassinata a Burgos nel 1992 per aver resistito a una violenza carnale, inizierà questo martedì nella cappella della Facoltà di Teologia di Burgos (Spagna).

Un tribunale ecclesiastico cercherà di provare la sua santità attraverso il martirio per aver difeso la virtù della castità, ha reso noto a ZENIT il postulatore diocesano della causa, Saturnino López.

López ha sottolineato il coraggio di Marta, studentessa del 5° anno di Giornalismo, al momento della morte, difendendo i valori e le virtù cristiane e non cedendo di fronte all’aggressione.

“La santità è per le virtù o per il martirio”, ha spiegato. “E il martirio è per aver difeso la fede sotto due aspetti: per odio alla fede o per difesa di virtù, come nel caso di Santa Maria Goretti”.

Sono molte le persone che si affidano a lei chiedendole favori di ogni tipo. Tra le testimonianze raccolte sulla web della causa, la sua amica Rosi scrive: “Il tuo martirio non è qualcosa di vano, ma è un grido di Dio al mondo che non valorizza più la grandezza della Santa Purezza”.

Avviando la sua causa nel 2007, l’Arcivescovado di Burgos ha dichiarato: “Sottoponendo i dati al parere di Santa Madre Chiesa, tutto ci suggerisce che la giovane stMarta Obregonudentessa di Giornalismo Marta Obregón ci abbia lasciato un bell’esempio, sia in una vita grata all’amore e alla misericordia di Dio che nella sua morte coraggiosa”.

Marta Obregón nacque a La Coruña il 1° marzo 1969. Era la seconda di quattro sorelle di una famiglia cristiana. A causa del lavoro del padre, la famiglia visse un anno a Barcellona, e nel dicembre 1970 si stabilì definitivamente a Burgos.

Ragazza spontanea, di carattere aperto e di bell’aspetto, Marta studiò con profitto presso il Colegio de Jesús María. Nell’infanzia frequentò insieme alla sorella il Club Arlanza di Burgos, della prelatura dell’Opus Dei.

Debolezza e riconversione

Nel 1988 iniziò la sua prima relazione con un ragazzo “con il quale sperimentò la debolezza di fronte alla passione, fino a che una volta arrivò il pericolo nello stesso luogo in cui in un altro pomeriggio offrì la sua vita piuttosto che offendere Dio e permettere che la sua dignità venisse degradata”.

Saturnino López lo spiega in una breve biografia pubblicata nel bollettino dell’Arcivescovado di Burgos nel 2007.

Marta iniziò gli studi universitari a Madrid sperando di diventare una giornalista famosa. In seguito modificò le sue aspirazioni e confessò apertamente che pensava solo a Dio e a fargli piacere.

Durante le vacanze estive del 1990 partecipò a un viaggio a Taizé organizzato da un gruppo neocatecumenale.

A Taizé ebbe luogo una prodigiosa riconversione di Marta, che al ritorno decise di confessarsi. Si sentiva ancora “sporca” per ciò che era avvenuto più di due anni prima.

Per motivi sconosciuti, però, il confessore non l’assolse, il che le provocò una grande sofferenza e una lotta tra la sua volontà di donarsi a Dio e il suo sentimento di abbandono da parte Sua.

Poco dopo, un incontro casuale con un sacerdote del Cammino Neocatecumenale che l’ascoltò le permise di sperimentare il perdono e la misericordia di Dio.

Da quel momento iniziò a difendere i valori cristiani con coraggio, in privato e in pubblico, con gli amici, all’università e nei mezzi di comunicazione.

Conobbe un altro giovane cattolico, con cui intrattenne un bel rapporto e con il quale volle essere missionaria itinerante, ma poco dopo egli ruppe la relazione senza darle spiegazioni.

Dopo la morte di Marta, il ragazzo ha riconosciuto: “Dio l’allontanò affettivamente da me, perché la mia sofferenza non fosse maggiore”.

“Fiat”

Per il postulatore, è molto importante il fatto che Marta ripetesse spesso “Signore, fiat”. “Era la sua ricerca della vocazione, lo ripeteva molto emozionata”, spiega.

Nel suo ultimo anno di vita, si recava ogni pomeriggio a studiare al centro dell’Opus Dei che aveva abbandonato per qualche anno. Terminava sempre la giornata con mezz’ora di preghiera in ginocchio davanti al Santissimmo.

Il giorno del suo sacrificio, chiese che lasciassero i libri sul tavolo di studio con l’intenzione di tornare la mattina dopo per seguire la Messa, comunicarsi e continuare la preparazione per gli esami di febbraio.

Non tornò più. Verso le 22.00, una sua vicina sentì un grido lacerante, ma visto che non si ripeteva non uscì a vedere cosa fosse accaduto.

Cinque giorni dopo, il cadavere della Serva di Dio Marta Obregón venne rinvenuto coperto di neve a circa cinque chilometri da Burgos. Aveva 22 anni.

Il rapporto forense indica che Marta morì nelle prime ore del 22 gennaio, festa del martirio di Santa Agnese, cercando di sottrarsi a una violenza.

Il suo corpo presentava numerosi colpi e 14 ferite di arma bianca tipo bisturi, una delle quali le penetrò il cuore.

Colui che è stato condannato per il crimine, ancora in carcere, ha fatto capire che se avesse ceduto all’aggressione, come varie vittime precedenti, non l’avrebbe uccisa.

Serenità e perdono

Moltissime persone, profondamente commosse, parteciparono all’ultimo saluto a Marta. Il dolore si mescolava a gioia e pace.

Alcuni testimoni che videro il volto della ragazza affermano colpiti che era sereno e dolce, come se non avesse subito il terrore dei colpi e le pressioni che apparivano sul suo corpo.

Molti altri rimasero profondamente colpiti dalla serenità della famiglia di Marta e dalle parole di perdono della madre.

“E’ la forza dello spirito”, sottolinea il postulatore. “Chi non ha sofferto umanamente per la morte di una persona cara e allo stesso tempo si è sentita più vicina di prima a quella persona?”. Per López bisogna “continuare a pregare per l’aggressore perché è colui che ne ha più bisogno”.

Quanto alla testimonianza dei familiari di Marta, sottolinea che la ragazza “è stata loro sottratta per un tempo determinato, ma per fede hanno la certezza che è già passata per il mistero pasquale”.

“Se è morta per essere fedele a Cristo e difendere una virtù”, afferma, “questo dà forza ai suoi genitori”.
Patricia Nazas –www.zenit.org

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

I martiri della persecuzione religiosa spagnola, testimoni di riconciliazione

Uno dei massimi esperti in materia spiega che la pubblicazione del decreto di martirio di sette sacerdoti catalani e di una religiosa di Mallorca assassinati durante la Guerra Civile spagnola, in piena persecuzione religiosa, costituisce un messaggio di riconciliazione per la Spagna che cerca di superare gli attentati dell’11 marzo.

In questa intervista concessa a ZENIT, Vicente Cárcel Ortí, esperto dei rapporti Stato-Chiesa nel XX secolo in Spagna e autore di libri come “Martiri spagnoli del secolo XX” (BAC), spiega i motivi e rivela dettagli del martirio dei futuri beati.

Il riconoscimento del martirio di José Tapies Sirvant e di sei suoi compagni martiri ha destato stupore, perché la loro storia non è molto conosciuta.

Vicente Cárcel: Quando è stato aperto il processo di José Tapies, nel 1946, gli altri sei sacerdoti sono rimasti esclusi anche se erano stati martirizzati insieme a lui.
Nel 1992, però, il vescovo di Urgel, su insistenza dei fedeli, ha deciso di aprire anche il processo di questi sei sacerdoti.

Chi erano?

Vicente Cárcel: Si chiamavano Pascal Araguás, Silvestre Arnau, José Boher, Francisco Castells, Pedreo Martret e Juan Perot. Si dedicavano tutti al ministero pastorale.
José Tapies, molto amato da tutti i fedeli, quando venne arrestato volle consegnarsi vestito da sacerdote per mostrare la sua identità. Mentre era in piedi sul camion che lo stava conducendo al luogo dove sarebbe stato ucciso, salutava tutti fino a che, dandogli un colpo, un miliziano non lo costrinse a sedersi.
Silvestre Arnau, che aveva studiato all’Università Gregoriana e al Collegio Spagnolo di Roma, era uno studioso di San Giovanni della Croce e di Santa Teresa di Gesù e si dedicava alla formazione della Federazione dei Giovani Cristiani della Catalogna.
Gli altri erano parroci molto amati.

Come sono morti, e perché?

Vicente Cárcel: Sono morti perché erano sacerdoti. Furono portati da Pobla del Segur in un camion, scortati da circa 50 miliziani, fino al cimitero di Salas de Pallás.
Oltre ai miliziani che parteciparono alla fucilazione, assistettero al martirio un contadino che stava lavorando lì vicino, il conducente del camion, un bambino che andava in bicicletta e un vasaio che li vide scendere dal camion e udì gli spari.

Ci sono stati, quindi, dei martiri in quell’epoca in Catalogna?

Vicente Cárcel: Analizzando le cifre totali e facendo delle proporzioni, si può dire che questa regione sia stata forse la più colpita della Spagna. Per dare un’idea di ciò che vi è successo sotto la responsabilità dei Governi della Repubblica e della Generalitat, si può ricordare che vennero martirizzati i vescovi Irurita, di Barcellona, Huix, di Lérida e Borrás, ausiliare di Tarragona.
A Lérida è stato ucciso il 65,8% del clero diocesano
(270 sacerdoti su 410); a Tortosa il 61,9% (316 su 510); a Tarragona il 32,4% (131 su 404); a Vich il 27,1% (177 su 652); a Barcellona il 22,3% (279 su 1.251); a Gerona il 20% (194 su 932); a Urgel il 20,1% (109 su 540) e a Solsona il 13,4% (60 su 445).

Sono dati impressionanti…

Vicente Cárcel: Ne aggiungo un altro. Il cardinal Vidal, arcivescovo di Tarragona, che riuscì a salvarsi grazie a un “conseller”, si rifiutò di tornare in Catalogna, nonostante le insistenze dei repubblicani, perché continuava la persecuzione religiosa: le prigioni erano piene di sacerdoti e di Cattolici, arrestati per il semplice fatto di esserlo, e molti di loro venero fucilati prima della fine della guerra. Al cardinale venne poi impedito di tornare in Spagna per motivi politici, ma questa è un’altra storia.

Perché crede che la loro testimonianza sia passata quasi sotto silenzio?

Vicente Cárcel: Forse perché erano sacerdoti diocesani e non religiosi, dato che i religiosi, in genere, dispongono di più persone e più mezzi rispetto alle diocesi sia per elaborare i processi che per diffondere le biografie.
Lo dimostrano i dati: di 2.584 frati e suore martirizzati, ne sono stati beatificati più di 300, mentre tra i 4.184 sacerdoti diocesani solo 50 sono già beati. Qualcosa di simile accade con i laici, perché di circa 3.000 martirizzati per motivi religiosi solo una cinquantina sono stati beatificati, e sono tutti Cattolici molto impegnati nella Chiesa.

In certi casi la Chiesa è stata accusata di riaprire vecchie ferite con le beatificazioni o le canonizzazioni dei martiri della Guerra Civile spagnola.

Vicente Cárcel: E’ necessario innanzitutto fare una precisazione.
Non sono mai stati definiti “martiri della Guerra Civile”, ma martiri della persecuzione religiosa, che in Spagna è iniziata nel 1934 con i “martiri di Turón”, già canonizzati, e molti altri assassinati durante la “Rivoluzione comunista delle Asturie”.
E’ una polemica pretestuosa e senza senso, che ha una forte impronta ideologica e politica.
Fin dalle sue origini, la Chiesa ha reso onore ai “martiri della fede” e continuerà a farlo.
Le istituzioni civili e militari ricordano i “caduti in guerra” e le “vittime della repressione politica”, sia della parte repubblicana che di quella nazionale, e nessuno dice che questo voglia dire riaprire le ferite, anche se a volte i partiti strumentalizzano i fatti in modo evidente.

Come possono diventare un segno di riconciliazione questi martiri?

Vicente Cárcel: Oggi si abusa del termine “martire”, che nel linguaggio corrente raccoglie varie accezioni, anche se la più genuina ed originale è quella che indica chi soffre o muore per amore di Dio, come testimone della sua fede, perdonando e pregando per il suo giustiziere, come Cristo sulla Croce.
Gli altri possono essere “eroi” o “vittime” di vari ideali, a volte anche discutibili, ma vengono chiamati martiri perché si abusa del concetto per estensione, applicandolo semplicemente a chi soffre per qualcuno o qualcosa.
Dietro i “martiri cristiani” non ci sono bandiere politiche né ideologie: ci sono solo la fede in Dio e l’amore per il prossimo.
Questi martiri non hanno fatto guerre né le hanno fomentate, né hanno mai preso parte a lotte tra partiti di opposta fazione.
Sono stati portatori di un messaggio eterno di pace e d’amore, che illumina la nostra fede e alimenta la nostra speranza.

Dietro il dibattito “politico” che alcuni hanno voluto suscitare prendendo spunto dai martiri della Guerra Civile, non crede ci sia anche il fatto che i Cattolici in Spagna non hanno saputo comprendere e trasmettere i veri motivi per i quali questi uomini e queste donne hanno dato la vita?

Vicente Cárcel: Per molti anni ha pesato il regime che è stato in vigore fino al 1975, e per molti Cattolici è scomoda la presenza dei martiri del 1936, che non hanno avuto niente a vedere con quello che è venuto dopo.
Danno fastidio anche ai “vinti” della guerra, e ai loro eredi a livello ideologico, perché i martiri denunciano la persecuzione religiosa di quegli anni terribili e la loro ostinazione nel non voler riconoscere le loro responsabilità storiche per la tragedia del 1936.
Proprio per evitare riferimenti polemici al passato, la Chiesa ha aspettato più di mezzo secolo dalla fine della Guerra Civile per iniziare le beatificazioni (le prime hanno avuto luogo nel 1987) ed ha voluto attendere che in Spagna esistesse una democrazia consolidata.

Qual è il messaggio che i martiri della Persecuzione Religiosa del 1936 lasciano alla Spagna sconvolta dagli attentati dell’11 marzo e alla ricerca di un senso per tutto ciò?

Vicente Cárcel: L’11 marzo è stata la più grande tragedia vissuta dalla Spagna dal nefasto triennio di Guerra, ma è servita affinché gli Spagnoli manifestassero i loro sentimenti più profondi, che sono essenzialmente cristiani:
fede in Dio e amore nei confronti del prossimo, in mezzo ad un dolore immenso, con gesti eloquenti di generosità e di perdono, di cui sono stati testimoni centinaia di sacerdoti, religiosi e Cattolici, che hanno assistito e assistono i feriti e i familiari delle vittime, che cercano qualcosa di più profondo della semplice consolazione umana e dei gesti formali.
La “vittoria dei martiri della fede cristiana” ci trasmette un messaggio di speranza per continuare a vivere in un mondo disorientato, vittima della manipolazione mediatica, sempre più insopportabile.
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I Martiri della guerra civile spagnola, testimoni di carita’ anche nel supplizio

spain-martyrs-ocarm1La storia precedente alla guerra civile spagnola, in particolare gli avvenimenti della rivoluzione del 1934 e l’inizio, fin dai primi giorni di guerra civile, di una sistematica distruzione di tutto ciò che in qualche modo era legato all’ambiente ecclesiale, rientravano in ben precisi programmi “politici” miranti a “far sparire la Chiesa dalla nuova società spagnola”.

Queste le conclusioni a cui è giunto il professor Alfonso Carrasco Rouco, docente presso la Facoltà di Teologia di “San Dámaso”, nell’intervenire da Madrid alla teleconferenza mondiale organizzata dalla Congregazione per il Clero il 28 maggio scorso.

La storia del popolo spagnolo è difatti segnata dalla proclamazione della II Repubblica, il 14 aprile 1931, fino 1° aprile 1939, quando viene dichiarata la fine della guerra civile, dal programmatico intento di cancellare la memoria di una persecuzione anticristiana senza uguali nella storia del cristianesimo occidentale.

Le tappe di questo processo mirante a strappare Dio dal cuore degli uomini e ad “uccidere tutte quelle persone che costituivano il sostegno della Chiesa: in primo luogo il clero”, come ha affermato il professore, si apre il 9 dicembre 1931 con l’approvazione della Costituzione “laica”, che delinea il quadro della persecuzione legislativa e amministrativa.

Il 16 gennaio 1932 una circolare governativa impone di togliere dalle scuole qualsiasi simbolo religioso; il 2 febbraio è introdotto il divorzio; il 6 vengono secolarizzati i cimiteri e l’11 marzo è soppresso l’insegnamento della religione.

Il 17 maggio 1933 viene poi approvata la “Ley de Confesiones y Congregaciones religiosas”, che limita l’esercizio del culto cattolico, sottoponendolo al controllo delle autorità civili.

“Tuttavia, nel corso di tali persecuzioni trovarono la morte anche moltissimi religiosi e fedeli laici; in particolare coloro che facevano parte di associazioni o di attività apostoliche cattoliche”, ha tenuto a precisare il professore Carrasco Rouco.

“Tali eventi ebbero luogo in un ambiente traboccante di odio e di propaganda”, dove “un prete” poteva essere ucciso “soprattutto se era apprezzato e benvoluto dal popolo”.

“Non si conoscono con esattezza le cifre globali delle vittime dell’odium fidei nel corso della guerra civile spagnola, e ciò è dovuto soprattutto alla difficoltà di accertare i casi di moltissimi fedeli laici”, ha detto il docente spagnolo.

Tuttavia se da una parte non è possibile conoscere le cifre esatte dei fedeli laici, “vittime dell’odium fidei”, per la difficoltà nell’accertarne i casi, dall’altro è possibile al contrario conoscere le cifre concernenti il clero ed i religiosi: “Ci furono almeno 4184 omicidi fra le file del clero secolare, compresi i seminaristi; dodici vescovi ed un amministratore apostolico; 2365 religiosi e 283 religiose”, cita il professore.

“Per fare alcuni esempi; nella diocesi di Barbastro, di 140 sacerdoti ne rimasero solo 17; a Madrid morì il 30% del clero; a Toledo il 48%. A Valencia 2.300 luoghi di culto furono totalmente o parzialmente distrutti; a Barcellona tutti, tranne dieci, subirono danneggiamenti, e così via”.

“I processi per il riconoscimento ufficiale di questi martiri della Chiesa in Spagna stanno seguendo il loro corso”, ha sottolineato Carrasco Rouco. Infatti, secondo i dati diffusi dall’Ufficio statistico vaticano, fino ad oggi il numero dei martiri spagnoli beatificati da Giovanni Paolo II ammonterebbe a 473.

La prima beatificazione di martiri spagnoli risale al 1985 mentre l’ultima all’11 marzo 2001, quando di fronte ad una folla di circa 25 mila “pellegrini”, in quella che è stata la più affollata beatificazione collettiva nella storia della Chiesa, il Pontefice ha elevato alla gloria degli altari ben 233 martiri della guerra civile spagnola.

“Tuttavia, la loro presenza e la loro testimonianza ha posto le basi per la rinascita della Chiesa dopo la guerra, avvicinando l’intera società spagnola alla grazia della riconciliazione, poiché questa testimonianza descrive chiaramente il dramma vissuto nella Spagna di allora”, ha spiegato il professor Carrasco Rouco.

“Moltissima gente soffrì e morì dedicando le sue ultime parole a Cristo Re, l’unico vero Signore”, “altri dedicarono le loro ultime parole alla misericordia ed al perdono, a imitazione dell’esempio dato da Gesù Cristo sulla croce e già seguito dal primo martire: Santo Stefano”.

“Molti testimoniarono fino alla fine l’amore per la propria vocazione e per la Chiesa: senza abbandonare la propria missione, rimanendo accanto ai propri fratelli in pericolo e salutandoli con fede e con la ferma speranza di incontrarsi di nuovo nella vera vita nel regno dei cieli”, ha poi aggiunto il professore spagnolo.

“Attraverso tutto ciò, offrirono la testimonianza più grande dell’amore verso il Signore; evidenziando la grandezza della sua grazia, che trionfava sulla debolezza umana, e la profondità delle radici della propria fede, che riuscì così a fiorire sotto la persecuzione e che confortò e sostenne le fede di molti altri”, ha affermato in seguito.

“Il loro martirio divenne così una luce disperatamente necessaria affinché la Chiesa, e con essa tutta la società spagnola, trovasse in mezzo a tanta oscurità il cammino verso la riconciliazione e la pace”, ha commentato.

“La pietra scartata dai costruttori si è così trasformata nella pietra angolare per l’edificazione della vera città degli uomini: la Gerusalemme che viene dall’alto, luogo di libertà e di vita vittoriosa sulla morte”, ha infine concluso.

La guerra di Spagna

guerra di spagnaMassoni, anarchici, socialisti e comunisti: per tutti la Chiesa era il principale ostacolo alla rinascita del paese e la sua eliminazione la premessa di un nuovo, luminoso futuro. La tragedia della guerra civile spagnola.

In ambito cattolico si parla di rado e con vistoso imbarazzo della guerra di Spagna e appare del tutto naturale il fatto che alcuni religiosi e teologi spagnoli si siano scusati per l’appoggio dato dalla Chiesa al regime franchista. Di contro, gli eredi politici del repubblicani non hanno mai rinnegato la propria vecchia vulgata: il governo democratico, liberamente eletto nel 1936, venne abbattuto da una rivolta dell’esercito, appoggiata dagli strati più retrivi della società spagnola e alimentata da imponenti aiuti provenienti dai regimi nazifascisti. Gli “eccessi” commessi nel confronti del clero furono la risposta popolane all’alleanza della Chiesa coi militari, per non citane l’usanza, diffusa tra i preti spagnoli, di tirare fucilate dall’alto dei campanili.

In realtà l’aggressione alla Chiesa cattolica spagnola iniziô molto prima, a partire dall’espulsione dei gesuiti nel 1767 e continuò per tutto il XIX secolo, nel corso del quale furono trucidati 371 religiosi. Le aggressioni si intensificarono man mano che la nazione entrava in una crisi profondissima, economica, politica e militare. Per massoni, anarchici e socialisti, la Chiesa era il principale ostacolo alla rinascita del paese e la sua eliminazione la premessa di un nuovo, luminoso futuro. Cosi, mentre una politica antiecclesiastica sottraeva alla Chiesa ogni compito educativo e la estrometteva dalla vita della nazione, gruppi ben organizzati incendiavano e distruggevano decine e decine di chiese e di scuole come nella settimana tragica di Barcellona, dal 25 al 30 luglio 1909, fino alle mostruosità della rivolta delle Asturie nel 1934. Di fronte a tali attacchi, la Chiesa spagnola reagì come poté, forse in ritardo, ma la dura realtà, per ammissione di ecclesiastici come il cardinale Gomà, era che “Il popolo spagnolo è profondamente religioso, tuttavia più per sentimenti atavici che per convinzione proveniente da una fede matura e viva”, mentre secondo il gesuita Francisco Peiró, nel 1931, solo il 5% della popolazione della Nuova Castiglia aveva santificato il precetto pasquale. La Spagna aveva assoluto bisogno di essere rievangelizzata ma era proprio questa debolezza a ispirare, nei suoi avversari, il tentativo di abbattere la Chiesa con la violenza una volta per tutte.

Nel 1934 i cattolici e il centro destra vinsero le eiezioni ma la debolezza del governo da essi sostenuto portò ad elezioni anticipate che furono vinte, nel febbraio 1936, dalle sinistre, grazie a un sistema elettorale che diede loro un vantaggio schiacciante in seggi. Nella primavera di quell’anno si contarono centinaia di aggressioni e di omicidi, molti dei quali, per la verità, attribuibili alla neonata Falange di estrema destra, anch’essa di matrice anticlericale. L’esponente monarchico Calvo Sotelo denunciò lo stato di anarchia in cui si trovava il paese, affrontando una canea urlante minacce e insulti, in un clima che ricorda quello che accolse l’ultimo discorso di Giacomo Matteotti. Come per il deputato italiano, fu un gruppo di scherani, forse interpretando i desideri dei capi, ad assassinare Calvo Sotelo il 13 luglio 1936. I militari, dal canto loro, si erano già preparati allo scontro, al pari delle confederazioni sindacali anarchiche e socialiste e dei carlisti navarresi, eredi dei sostenitori di Don Carlos e della tradizione cattolica spagnola.

La rivolta del militari fu, inizialmente, confusa e pasticciata come i pronunciamientos che l’avevano preceduta e, inizialmente, parve che il governo avrebbe schiacciato facilmente l’insurrezione. Un terzo dell’
esercito, quasi tutta la marina e gran parte dell’aviazione rimasero fedeli al governo. Fu l’intervento italiano a cambiare le sorti del conflitto, cui seguirono quello francese, sovietico e nazista.

Quali furono allora i fattori che determinarono la vittoria di Francisco Franco?

La risposta può essere rinvenuta in un esame imparziale della principale caratteristica di quel lungo e sanguinoso conflitto e cioè le stragi commesse dalle due parti. È ormai un dato incontrovertibile che la Chiesa spagnola fu letteralmente massacrata nei modi più atroci e basteranno alcune
cifre: 4184 sacerdoti e seminaristi, 2365 frati, 283 suore, quasi tutti trucidati nei primi sei mesi di guerra. E pur vero che anche i franchisti passarono per le armi circa 40.000 oppositori nel corso della guerra, ma è anche vero che, secondo l’imparziale, e laburista, Hugh Thomas, “circa
50.000 persone furono giustiziate o trucidate tra il 18 luglio e il 10 settembre 1936” in territorio repubblicano: a tali vittime vanno aggiunti i trozkisti e gli anarchici eliminati dai comunisti nel corso di purghe sanguinose. Proprio i numerosi miliziani anarchici badarono più a sterminare i cristiani che a combattere i requetes carlisti, ossessionati dal nemico interno, simili a Hitler, il quale ordinô che i vagoni piombati carichi di ebrei avessero la precedenza sul convogli di rifornimenti diretti al fronte orientale.

Il principale merito di Francisco Franco fu il realismo politico, spesso cinico, spietato e ingiusto, come quando fece fucilare sedici sacerdoti baschi, colpevoli solo di volere la libertà del proprio popolo. Franco riuscì a fondere in un solo partito falangisti e carlisti, ottenendo, dopo un lungo periodo di diffidenza, anche l’appoggio dell’episcopato spagnolo e della Santa Sede. Notevole fu pure l’intuizione che lo distolse dal tentare la conquista di Madrid nel settembre del 1936 per liberare dall’assedio i difensori dell’Alcazar, simbolo di una resistenza incrollabile sostenuta da una fede profonda. Memorabile è rimasto il dialogo tra il colonnello Moscardò e il figlio Luis, minacciato di fucilazione se l’Alcazar non si fosse arreso: «Se è vero – disse il colonnello – raccomanda la tua anima a Dio, grida “Viva España!” e muori da eroe. Addio figlio mio, un ultimo bacio». «Addio papa, un grosso bacio»: sia Luis che il fratello Carmel furono fucilati poco dopo. I cattolici, in effetti, si batterono con l’
eroismo di sempre: i carlisti andavano all’attacco seguendo un crocifisso sorretto dal portabandiera più giovane e la resistenza delle guarnigioni di Oviedo e del Santuario di Santa Maria della Cabeza sono degne di un’epopea tragica. Davanti a simili drammi, i cristiani di oggi “storcono la bocca, scuotono il capo”, come d’altronde fecero, all’epoca, Alcide de Gasperi e don Luigi Sturzo: il primo, pur comprendendo i motivi dell’insurrezione militare, la disapprovava in quanto il conflitto aveva fatto più vittime della persecuzione; il secondo, mentre riteneva illegittima la rivolta dei militari, considerava la persecuzione come un male minore, e ammetteva solo la resistenza passiva o, al più, quella limitata alla stretta autodifesa personale.

Pur lasciando al lettore un commento su tali posizioni, resta il dubbio che la palese inadeguatezza di tali giudizi derivi da un’idea di pace che, oggi, si sta affermando in misura sempre maggiore

Bibliografia

Vicente Carcel Orti, Buio sull’altare. 1931-1939: la persecuzione della Chiesa in Spagna, Città Nuova 1999.
Vitaliano Mattioli, Massoneria e comunismo contro la Chiesa in Spagna (1931-1939), Effedieffe 2000.

© il Timone n. 34, giugno 2004

Le parole d’ordine ai comitati rivoluzionari erano: «trattandosi di sacerdoti, né pietà né prigionieri: bisogna ammazzarli tutti»; «Per i preti non c’è alcuna possibilità di salvezza. Tutti debbono essere uccisi»; «Vi abbiamo detto che dovete ammazzarli tutti e per primi quelli ritenuti i migliori e più santi» (Vicente Cárcel Orti, in 30Giorni, marzo 90)

di Alberto Leoni

Il Vangelo nelle Americhe, alcune ombre e tante luci

AmericheLa Chiesa ha chiesto perdono, nell’anno Santo del Giubileo del 2000, per le azioni di tanti suoi figli in America.

La Chiesa non entra nel merito delle vicende storiche ma si limita a dire che: «l’individuazione delle colpe del passato di cui fare ammenda implica anzitutto un corretto giudizio storico, che sia alla base anche della valutazione teologica. Ci si deve domandare: che cosa è precisamente avvenuto? Che cosa è stato propriamente detto e fatto? Solo quando a questi interrogativi sarà stata data una risposta adeguata, frutto di un RIGOROSO GIUDIZIO STORICO, ci si potrà anche chiedere se ciò che è avvenuto, che è stato detto o compiuto può essere interpretato come conforme o no al Vangelo, e, nel caso non lo fosse, se i figli della Chiesa che hanno agito così avrebbero potuto rendersene conto a partire dal contesto in cui operavano. Unicamente quando si perviene alla certezza morale che quanto è stato fatto contro il Vangelo da alcuni figli della Chiesa ed a suo nome avrebbe potuto essere compreso da essi come tale ed evitato, può aver significato per la Chiesa di oggi fare ammenda di colpe del passato» (1).

(Commissione teologica internazionale, Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, L’Osservatore Romano, Documenti, supplemento a L’Osservatore Romano n.10, 10 marzo 2000, p.5, n.4).

Per un corretto giudizio storico:
Qual è stata la vera storia del Vangelo nelle Americhe?
Molti conquistadores si macchiarono di gravi colpe e ci furono anche preti e vescovi complici di diverse nefandezze. Non bisogna dimenticare che la colonizzazione del Sud America è una storia di uomini e ogni storia di uomini è fatta di luci e d ombre. Tuttavia gli aspetti positivi superarono quelli negativi. Scrive Giovanni Paolo II: “- senza dubbio in questa evangelizzazione, come in ogni opera dell’uomo, vi sono stati esiti e sbagli, – luci ed ombre -, però, – più luci che ombre -“- (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica I cammini del Vangelo, 29 giugno 1990, n.8).

Gli spagnoli, pur con tutti i loro difetti umani, hanno liberato gli indios da regimi che si possono considerare fra i più sanguinari e schiavistici della storia. Innanzi tutto bisogna sapere che gli Aztechi e gli Incas non erano pacifiche popolazioni locali ma erano essi stessi degli invasori che provenivano da altre terre.

I toltechi erano una sanguinaria popolazione, proveniente dal Nord, che aveva distrutto i Maya – nella regione del Messico -. Gli aztechi erano una tribù nomade del popolo nahua, provenienti dalle regioni della California settentrionale. Gli aztechi erano un popolo bellicoso e crudele che aveva a sua volta distrutto la popolazione dei toltechi, degli zapotechi e quanto rimaneva dei maya. Gli aztechi tennero sempre in schiavitù gli indios dell’America centrale, essi avevano una macabra religione che si basava sui sacrifici umani di massa. Per gli aztechi il sangue umano era il nutrimento che bisognava offrire agli dei per continuare a garantire il funzionamento del mondo.

Erano sempre in guerra perché avevano necessità di procurarsi nuovi schiavi da sacrificare agli dei. Un codice azteco racconta che nel 1487 furono sacrificati 20.000 prigionieri in occasione dell’inaugurazione di un nuovo tempio dedicato al dio colibrì. Ogni primo mese dell’anno uccidevano moltissimi lattanti e poi li divoravano. Il rito sacrificale tipico consisteva nel portare le vittime in cima alle piramidi. Qui veniva strappato il cuore ancora pulsante e i corpi venivano precipitati dalle piramidi. I corpi venivano scuoiati, con le pelli venivano fatti abiti per la casta sacerdotale mentre le altre parti del corpo venivano mangiate: dopo il pasto si ubriacavano.

I Maya, in quanto a crudeltà, non sono stati da meno: essi praticavano sacrifici umani in relazione con i cicli del calendario, anche loro strappavano il cuore e procedevano allo scorticamento del cadavere come atto magico per appropriarsi dell’anima.

Gli Incas erano amerindi di stirpe Quechua della regione di Cuzco. Essi avevano invaso e sottomesso tutti i popoli delle Ande –  l’attuale Perù, la Bolivia, l’Ecuador, il Cile, l’Argentina – e per ragioni economiche avevano deportato intere popolazioni in luoghi lontani.

Per invocare l’aiuto degli dei, nei pericoli, sacrificavano bambini e donne vergini. Gli Incas avevano instaurato un regime di tipo collettivista e razzista. Tutta la vita privata era strettamente controllata dallo Stato – compreso i vestiti -, il matrimonio era controllato dalle autorità per evitare contaminazioni razziali e per assicurare la purezza del popolo. La posizione della donna nell’impero Incas era ancora più tragica. Ogni anno le bambine di nove anni di età venivano valutate dai funzionari imperiali:

Quelle scelte – chiamate elette – erano prelevate ed educate in case speciali. Esse venivano divise in tre categorie. Un primo gruppo: dovevano restare vergini, impiegate nel culto del dio sole – vergini del sole -. Un secondo gruppo: donne che venivano divise tra i funzionari imperiali in qualità di prostitute. Il terzo gruppo era destinato ai sacrifici umani.

Questa umiliante e tragica posizione delle donne nell’impero Incas era particolarmente in contrasto con quello che accadeva nelle tribù indie circostanti, dove la donna godeva di indipendenza

Nessuno si chiede come fecero gli spagnoli a far crollare degli imperi consolidati, potenti e sanguinari – come quelli degli aztechi e degli Incas – dato che in 50 anni – tra il 1509 e il 1559 – gli spagnoli che raggiunsero le indie furono in tutto poco più di 500. Come poterono poche decine di soldati far crollare degli imperi? Le poche armi non funzionarono quasi mai a causa del clima umido che neutralizzava le polveri, i cavalli non potevano essere utilizzati nell’assalto a causa delle foreste. La verità è che gli spagnoli ebbero l’appoggio determinante degli indios che li accolsero come liberatori e si unirono a loro per rovesciare la schiavitù azteca e Incas.

Lo storico degli aztechi, Jacques Soustelle, scrive che la vittoria degli spagnoli sugli aztechi fu determinata da tre fattori. Il primo fattore fu quello religioso: Montezuma fu convinto per molto tempo che Cortès fosse un Dio azteco – Quetzalcòatl-. Il secondo fattore fu una terribile epidemia di vaiolo che colpì gli aztechi. Il terzo fattore consiste nel fatto che la guerra degli spagnoli non fu soltanto la loro guerra ma quella di numerosi popoli e stati coalizzati contro gli aztechi a cui gli spagnoli fecero da guida: le tribù del Sud, i totonachi, gli otomi, gli abitanti di Tlaxcala e Uexotzinco. Quando Francesco Pizzarro arrivò presso gli Incas, già questi erano dilaniati da una sanguinosa guerra civile combattuta fra Huàscar e Atahualpa.

Un altro fatto indiscutibile è che nei tre secoli di presenza spagnola mai ci furono rivolte contro gli spagnoli da parte degli indios. La morte di milioni di persone nella popolazione indigena ci fu ma non fu dovuta alle armi degli spagnoli ma alle nuove malattie infettive portate dagli spagnoli: Il morbillo e il vaiolo.

Nella zona messicana, andina e in molti territori brasiliani il 90% della popolazione è meticcio, frutto di incroci razziali fra spagnoli e indigeni. Infatti i cattolici spagnoli non esitavano a sposare le indigene perché la teologia cattolica le riteneva esseri umani a pieno titolo. Nel Nord America, invece, la colonizzazione protestante aborriva le unioni miste e i frutti degli incroci razziali venivano emarginati: la teologia protestante, infatti, considerava l’indiano inferiore in quanto predestinato ad esserlo (è lo stesso meccanismo che ha portato nel Sudafrica all’apartheid e in Australia alla quasi estinzione degli indigeni). Inoltre, nel Nord America la colonizzazione protestante ha effettivamente sterminato le popolazioni locali (il massacro sulla frontiera dell’Ovest nel XIX secolo).

Dice lo storico della Sorbona, Pierre Chaunu, che è calvinista e liberale, che l’America protestante ha cercato di liberarsi dal suo crimine creando la leggenda nera della conquista spagnola dell’America del Sud. Il primo scritto utilizzato in funzione strumentale dagli olandesi e dagli inglesi, per costruire il mito del massacro degli indios da parte degli spagnoli, fu quello del frate cattolico Bartolomeo de Las Casas. Bartolomeo fino a 35 anni aveva praticato, prima della conversione, la schiavitù degli indios nei suoi possedimenti delle Antille. Lo scritto di Bartolomeo è frutto di un’esaltazione mistica e di un desiderio di espiazione. Bartolomeo, in modo del tutto ingenuo e infantile, dice che tutti i popoli delle Indie sono naturalmente buoni e pacifici, addirittura privi di ogni forma di aggressività. Le civiltà costruite da questi popoli sarebbero tutte perfette e paradisiache, comprese quelle sanguinarie degli aztechi e degli Incas.

Il male non esisterebbe presso quei popoli ma solo nell’animo degli europei. Bartolomeo, con il suo scritto, è il primo a gettare le premesse di quella favola illuminista che darà origine al mito del buon selvaggio.

I re cattolici di Spagna erano talmente sensibili ai diritti degli indios che le esaltazioni mistiche di frate Bartolomeo furono tenute ugualmente in considerazione e Bartolomeo fu nominato protettore generale degli indios. Le visioni utopistiche di Bartolomeo sugli indigeni sono talmente ingenue che egli stesso viene immediatamente contraddetto dai fatti: il popolo dei lacandoni, poco dopo la sua partenza, massacra, nel Chiapas- Guatemala, la civiltà cristiana che Bartolomeo vi aveva stabilito.

Gli indigeni delle Antille che, per iniziativa personale di Cristoforo Colombo (quale vice- re delle nuove terre) erano stati ridotti in schiavitù e mandati in Spagna, furono liberati per volontà di Isabella detta la Cattolica, Regina di Castiglia, e riportati nelle Antille.

L’inviato speciale della regina, Francisco de Bobadilla, fece liberare gli indios, destituì Colombo e lo inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi.

Isabella scrisse nel suo testamento una supplica al Re e alla principessa sua figlia affinché gli indios fossero sempre trattati con umanità, rispettati nelle loro persone e nei loro beni e affinché fosse riparato ogni eventuale danno che avessero ricevuto.

Lo storico protestante nord-americano William Malty ha scritto che nessuna nazione eguagliò la Spagna cattolica nella preoccupazione per le anime dei suoi sudditi. Altra falsità di cui sono stati accusati i cattolici è quella del genocidio culturale dei popoli indigeni, genocidio culturale che sarebbe iniziato con la distruzione delle loro lingue. In realtà, per conservare e capire le lingue dei popoli indigeni, nel più importante vicereame, quello del Perù, all’università di Lima fu stabilita nel 1596 una cattedra di lingua quechua (la lingua andina imposta dagli Incas).

Nessuno poteva essere ordinato sacerdote se non conosceva bene la lingua quechua e anche altri linguaggi come il nahuatl e il guaranì. In realtà, nelle repubbliche dell’America latina non furono i cattolici ma gli illuministi della Rivoluzione francese che portarono avanti un piano sistematico di eliminazione delle lingue locali per imporre la lingua democratica ed egualitaria per eccellenza: il francese. Sempre all’inizio del XIX secolo, cacciati gli spagnoli, presero il potere le borghesie ispirate alla filosofia dell’illuminismo e della massoneria e furono queste che eliminarono tutte le leggi sulla tutela degli indios emanate dagli spagnoli.

(Bruto Maria Bruti)

 

Bibliografia:

Jean Dumont, Il Vangelo nelle Americhe, dalla barbarie alla civiltà, Effedieffe, Milano 1992; Piero Gheddo, Nel nome del Padre, la conquista cristiana sopruso o missione, Bompiani, Milano 1992, pp.67-82; Enciclopedia Italiana, vol. V, p.720, vol. XXII p.634, vol. XVIII p. 954, vol. XXVI p.888; Jacques Soustelle, Gli Aztechi, Newton Compton, Roma 1994, pp. 61-72 e pp. 94-96; Alberto Caturelli, Il Nuovo Mondo riscoperto, ed. Ares, Milano 1992, pp. 90 -106; Igor Safarevic, Il Socialismo come fenomeno storico mondiale, cooperativa editoriale – La casa di Matriona- Milano 1980, pp. 182-184 .