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Liberta’ di conversione: il “caso serio” della liberta’ religiosa

Affrontiamo i temi scottanti della libertà di conversione, come espressione culmine della libertà di religione e di coscienza, un decisivo terreno di verifica.

 Due Opposte Difficolta’

Dal punto di vista delle società occidentali la libertà religiosa, la libertà di coscienza e la libertà di conversione si trovano a convivere con un paradosso. Esse sono sicuramente riconosciute dagli ordinamenti giuridici e affermate dalla mentalità comune. Tuttavia due dati dicono la fragilità di questo riconoscimento. Da una parte si concepisce la coscienza in termini che possiamo definire “creativi” in senso equivoco [cfr. Veritatis splendor 54], mentre la coscienza non ha il potere di stabilire “attivamente” da se stessa cosa sia il bene e il male. Dall’altra queste libertà sono sostanzialmente pensate come una mera prerogativa dell’individuo: “qualcosa” che si riferisce all’ambito del privato e, pertanto, non può pretendere di avere rilevanza pubblica. Il rischio è che queste due declinazioni della libertà religiosa (e di coscienza) si svuotino di contenuto reale nel loro esercizio pratico. In questo modo infatti né si riconosce l’intrinseca dimensione veritativa dell’esperienza religiosa, né si ammette che l’esperienza religiosa si esprime come un fatto comunitario e popolare.

Se volgiamo ora la nostra attenzione all’esperienza dei Paesi a maggioranza musulmana, ci troviamo di fronte una situazione del tutto diversa. Sia la dimensione veritativa dell’esperienza religiosa sia quella popolare appartengono al DNA di questi popoli. Essi mostrano un grande attaccamento alla propria tradizione. Eppure non si può negare un grave deficit nell’ambito della libertà religiosa: si pensi alle restrizioni al culto in alcuni Paesi, alla cittadinanza per i non musulmani in altri, si pensi soprattutto alla decisiva questione della possibilità di cambiare di religione. In talune situazioni sembrerebbe che, mentre si può tollerare un certo grado di diversità per chi già nasce in un’altra fede, la richiesta di libertà religiosa divenga intollerabile se a chiedere di convertirsi è un musulmano. È illuminante, a questo proposito, la via d’uscita che non di rado viene implicitamente imposta a queste persone: se vuoi lasciare l’Islam, devi abbandonare il paese, per evitare lo “scandalo” di un gesto pubblico.

 Il “Caso Serio” del Rapporto Verità-Libertà

La gravità e l’urgenza delle questioni sollevate nel breve e necessariamente incompleto ritratto che abbiamo delineato indica quanto la questione della libertà religiosa tocchi il cuore dell’uomo.

Senza alcun dubbio, l’accesso al “fondamento” o meglio il desiderio di entrare in rapporto con esso costituisce uno dei più potenti stimoli che animano il cuore dell’uomo. Come afferma la nota frase di Sant’Agostino, «quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?». L’uomo è fatto per la verità, è orientato a essa, come in varie forme non cessano di ricordare le religioni e in modo insistente e positivo richiama la fede musulmana. In essa, tanto è avvertita la decisività del nesso tra l’uomo e la verità che l’orientalista tedesco Franz Rosenthal ha potuto descrivere l’intera civiltà arabo-islamica a partire dalla categoria di “conoscenza”.

A questo proposito mi ha poi colpito apprendere che nella lingua araba una sola parola (haqq) significhi al tempo stesso “vero” e “reale”. Se si aggiunge che lo stesso termine, nella Bibbia ebraica, designa il diritto (hoqq, “statuto, precetto”), non si può non restare stupefatti di fronte alla vastità delle riflessioni che si spalancano a partire da questa suggestiva polisemia. Davvero la vita dell’umanità può essere descritta come un incessante riandare ai grandi interrogativi legati alla verità.

Tuttavia l’equazione tra “vero” e “reale” che l’etimologia del termine arabo suggerirebbe, se interpretata in senso razionalistico, tradisce un possibile rischio, quello di dedurre la verità concettualisticamente, intendendola come un sistema completo e formalmente coerente di proposizioni concettuali. L’atto con cui la coscienza intenziona la realtà, cioè l’affermazione della verità, sarebbe così «il frutto, di carattere rappresentativo, di una mera operazione concettuale». E di conseguenza l’azione sarebbe «l’esecuzione di questo ideale previamente conosciuto».

Variante pratica di tale atteggiamento, ben descritta nella vicenda evangelica del giovane ricco, è il legalismo che «pretende che la libertà si possieda prima di compiersi nell’atto, ritenendo che il suo senso sia già dato una volta per tutte nella norma». Questa visione della verità sarebbe in ultima analisi una forma di gnosi idolatrica, in quanto cela la pretesa, da parte dell’uomo, di possedere con il suo sguardo limitato la compiuta fisionomia di Dio. Eppure, come abbiamo letto nello scorso numero di «Oasis», «sia lode a Colui che non ha dato alle sue creature altre vie per conoscerlo se non la loro incapacità di conoscerlo». Sono parole di Abû Bakr, primo successore del Profeta dell’Islam, che giustamente l’autore dell’articolo accosta al si comprehendis, non est Deus d’agostiniana memoria. Un rapporto di possesso nei confronti della verità, quasi che ne potessimo disporre come di una cosa tra le altre, non è possibile, non è al fondo neppure pensabile. Sia l’Islam sia il Cristianesimo sanno bene il perché: la verità non è un pacchetto di nozioni, ma è una realtà vivente e personale, che continuamente chiama in causa la libertà. Il Suo manifestarsi non può essere inserito a priori nelle anguste caselle di una ragione geometricamente intesa.

In altre parole, la Verità stessa, trascendente e assoluta, domanda per attestarsi all’uomo l’atto della sua decisione. Riflettendo in passato su questo tema, ho avuto modo di sottolineare che «la verità pone l’uomo nella necessità della libera decisione non solo perché gli apre lo spazio della risposta, ma perché la richiede in quanto l’uomo è originariamente destinato alla verità».

Emerge allora con evidenza l’importanza della riflessione moderna sulla libertà, non solo in senso politico (libertà dei popoli e delle nazioni), ma prima di tutto in relazione al suo intrinseco rapporto con la verità.

La verità della libertà implica la libertà nell’aderire alla verità. Se questo è vero per la nostra storia occidentale, altrettanto sembra si possa dire per il mondo arabo-islamico.

La Dimensione Comunitaria

Benedetto XVI, nel recente discorso alle Nazioni Unite, ha avuto modo di affermare che «i diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente o con posizioni di una maggioranza religiosa di natura esclusiva. Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve essere tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale».

Le parole del Santo Padre costringono a tener presente la dimensione comunitaria della libertà religiosa. Oggettivamente questo è un punto critico: infatti che cosa succede all’identità di una comunità se un numero consistente di persone inizia a metterla in discussione perché proviene da un’altra religione o perché vi si converte? Non è difficile comprendere come questo fatto sia potenzialmente fonte di tensioni.

L’insegnamento dei protagonisti dell’orientalismo cattolico del XX secolo mostra che la Chiesa cattolica non ha come obiettivo quello di mettere a rischio le basi della convivenza sociale nei Paesi a maggioranza musulmana. Essa non si riconosce in un proselitismo aggressivo che demonizza le culture e le religioni non cristiane. Il Padre Anawati, grande figura di domenicano egiziano, teologo e filosofo, confessava alla fine della sua vita: «Io non studio la cultura musulmana per distruggerla. Perché distruggerla? È una cosa bella in sé. Occorre valorizzarla».

Nello stesso tempo però, il rispetto verso l’identità comunitaria non può spingersi fino a violare la libertà umana del singolo. Questo va oggi testimoniato con decisione ai nostri interlocutori musulmani. La dottrina cattolica in proposito non pensa certo la libertà religiosa come possibilità di scelta in un immaginario “supermarket delle religioni”. Insiste sulla libertà religiosa come una conseguenza del dovere assoluto e incombente a ognuno di aderire alla Verità, ma in oggettiva e adeguata coscienza. È questa obbedienza mediata dalla coscienza a fondare la libertà religiosa, che non va limitata alla sola possibilità di esercitare il culto, ma comprende anche il diritto di cambiare religione. Anche qui una necessaria precisazione: così facendo la Chiesa non afferma che ogni scelta in questo ambito vada bene. L’errore in sé non ha diritti, ma la persona che con coscienza retta cade in errore ne possiede. Non certo davanti a Dio, ma davanti agli altri, alla società e allo Stato. Solo Dio è giudice delle scelte del singolo in tale materia. Egli solo può sapere che cosa si trova nel cuore dell’uomo e per quali ragioni egli decida di abbandonare una religione per un’altra.

Si potrebbe obiettare che lo Stato, anche se evidentemente non è in grado di entrare nel cuore dell’uomo, è comunque interessato a mantenere la coesione della comunità. In questa riserva critica c’è del vero, tant’è che i padri del Concilio Vaticano II scelsero di aggiungere alla dichiarazione sulla libertà religiosa contenuta in Dignitatis Humanae, la clausola restrittiva «posto che le giuste esigenze dell’ordine pubblico non siano violate» (n. 4). Tuttavia, concessa questa precisazione, non si può non domandarsi quale bene può venire alla verità dal trattenere in una religione persone convinte di non credervi più. Davvero per una comunità religiosa è più deleterio l’abbandono esplicito che una professione di facciata? Già uno dei padri del riformismo islamico moderno, l’egiziano Muhammad ‘Abduh (1849-1905) aveva risposto di no, invitando a distinguere tra i primissimi momenti dell’Islam – ove a suo avviso la natura embrionale del movimento avrebbe giustificato l’uso della coercizione – e le epoche successive, in cui tale necessità sarebbe venuta meno.

 Il Primato della Testimonianza

Nel consegnare questi interrogativi alla riflessione dei lettori, mi preme concludere ricordando la breve analisi (cui ho fatto cenno all’inizio) circa le opposte difficoltà che Occidente e mondo a maggioranza musulmana trovano nell’impostare correttamente i temi della libertà religiosa, della libertà di coscienza e della libertà di conversione. Questa difficoltà infatti mostra bene come il dovuto assenso alla verità è sempre drammatico perché la libertà deve decidere sempre e di nuovo in ogni suo singolo atto.

 Come?

Attraverso la strada, talora impervia, della testimonianza, intesa come atteggiamento ad un tempo pratico e speculativo a cui nessuno, tantomeno il cristiano, può sottrarsi. La testimonianza così intesa ci costringe a porgere ai nostri interlocutori musulmani quella che noi crediamo essere l’autentica interpretazione culturale della fede cristiana. E ciò è possibile solo nel reciproco coinvolgimento.

  1. Card. Angelo Scola su Oasis

Chiara Corbella: l’esperienza di vivere vicino ad una santa del nostro tempo

chiaraUn nome fino a pochi anni fa sconosciuto: Chiara Corbella Petrillo. La storia della giovane ragazza romana, morta a 28 anni dopo aver rimandato le cure di un carcinoma alla lingua pur di portare a termine la gravidanza del suo bambino, aveva colpito la sensibilità dell’opinione pubblica e più di  qualcuno aveva parlato di un caso di santità dei nostri giorni.
Chiara saliva alla Casa del Padre il 13 giugno 2012, dopo una dura lotta  contro la malattia. Un lungo tempo di sofferenza fisica, che però questa
splendida ragazza ha trasformato in occasione di conversione per sé e per  gli altri, a cui ha donato un vero insegnamento di amore cristiano.
Quell’amore, cioè, che va oltre la morte, che mira ad un bene più grande,  ovvero quello del figlio portato in grembo e non il proprio, e che non rende  vane le gravidanze di due bambini bollati dai medici “incompatibili alla  vita”, perché, diceva, saranno “compatibili alla vita eterna”.

La storia della giovane donna ha commosso, ha sconvolto, ha fatto sorgere interrogativi, ma soprattutto ha posto agli occhi di tutti una verità: la  vita eterna inizia già su questa terra. E, con la fede, puoi continuare a  sorridere anche tra mille operazioni, anche se hai perso la vista di un  occhio, anche se probabilmente sai che il tuo bambino non conoscerà mai la  sua mamma… Oltre che una testimonianza, quella di Chiara è stata un pugno allo stomaco  per questo mondo egoista che continua a sopprimere la vita nascente. E la  gente questo l’ha apprezzato, l’ha capito. Lo dimostra l’attenzione per la  sua vicenda, in Italia così come Oltreoceano. O le oltre mille persone  intervenute al funerale, il 16 giugno, nella parrocchia di Santa Francesca  Romana. Tra cui anche il cardinale vicario Agostino Vallini, che ha voluto  dare il suo personale saluto a colei che ha definito “una seconda Gianna Beretta Molla”.
Ad un anno dalla scomparsa, il ricordo di Chiara Corbella è più vivo che  mai. Soprattutto nel cuore del marito Enrico e della famiglia che vive oggi la sua dipartita con serenità, perché “era questo ciò che voleva: che non fossimo tristi, ma gioissimo con lei perché raggiungeva il suo Sposo”.

Lo affermano le cugine Giulia, Elena e Laura che hanno condiviso con ZENIT i loro personali ricordi. “Di Chiara non potrò mai dimenticare il suo sguardo solare al funerale dei primi due figli” racconta Elena. “Era contenta perché quella era la volontà di Dio e sapeva che Lui si sarebbe preso cura di loro.
Erano lei ed Enrico a ‘consolare’ la gente che li circondava, scossa dagli
eventi dolorosi della loro vita. Loro però, grazie alla fede, avevano dato un senso a tutto ciò” afferma la ragazza.
“Ricordo l’attenzione che sapeva dimostrare agli altri anche nei momenti più improbabili” riferisce invece Laura. “Due anni fa subii un banale intervento al naso per problemi respiratori. Mi telefonò per sapere come stavo; la cosa mi sorprese molto, perché stava attraversando un momento difficilissimo: di lì a poco sarebbe nato suo figlio Francesco e avrebbe dovuto iniziare la chemioterapia”.

Anche Giulia, la primogenita, coetanea di Chiara, ricorda l’innata
propensione della cugina a dare sempre la precedenza al bene degli altri.
“Qualche mese prima del mio matrimonio – racconta – io e Andrea, attualmente mio marito, dopo una grossa crisi avevamo deciso di lasciarci. Molte persone mi sono state vicino, ma Chiara, che in quel periodo era incinta del suo secondo figlio, è stata l’unica a trasmettermi davvero la serenità”.“Mi diceva: ‘Coraggio, bisogna passare per il Venerdi Santo, ma dura poco… Ci credi che Dio ha preparato per te il tuo Tobia?’. Mi ha insegnato a dare un senso dove io vedevo solo disperazione. Ed è straordinario che l’abbia fatto
in un momento come quello, con tutti i problemi della gravidanza (Davide è nato morto un mese dopo per delle malformazioni viscerali e l’assenza di arti inferiori)”. “Mi è stata così d’aiuto che la scelsi come mia testimone di nozze!” conclude Giulia.

In particolare, le tre sorelle portano nel cuore l’esperienza del viaggio a Medjugorie: un desiderio che vollero realizzare Chiara ed Enrico appena saputo che il cancro era diventato incurabile e le sarebbe rimasto poco da vivere. La coppia prenotò un aereo per la Croazia dal 17 al 19 aprile e portò con sé amici e parenti, “perché tutti potessimo ricevere la grazia di accogliere la grazia”.
“Di fronte ad un’ennesima prova – dice Laura – la più difficile di tutte
quelle che il Signore gli aveva dato, la loro reazione è stata: ‘Andiamo a
ringraziare la Madonna di Medjugorie per come ci ha sostenuti ed aiutati fin qui’”. “La cosa che mi ha colpito maggiormente nel viaggio – aggiunge Elena – è una frase che Chiara disse dopo aver parlato con uno dei veggenti: ‘Ora che ho la certezza che il Paradiso è stupendo, quasi non mi dispiace raggiungerlo’”.
Nell’ultima Messa, riferiscono le sorelle, Chiara volle che tutte le coppie di fidanzati presenti ricevessero un Rosario, “perché ci disse che era uno strumento potente che aveva sostenuto lei ed Enrico in tutte le prove”.
“Nostra cugina rappresenta l’esempio eclatante di come una persona normale possa fare grandi cose semplicemente abbandonandosi al Signore” concludono, “e l’eredità che ci ha lasciato è tutta racchiusa nelle sue tre P:
Piccoli
Passi
Possibili”.

Perche’ la nostra fede in Dio si stanca troppo facilmente?

La fede e’ una fiamma che facilmente tende a spegnersi a causa dei tanti venti contrari che soffiano su di essa. Il modo piu’ efficace per mantenere acceso questo fuoco e’ quello di perseverare nella vita di preghiera. Senza un dialogo profondo e sincero con Gesu’ Cristo, la nostra fiducia in Lui si affievolisce, perche’ la debolezza della nostra natura umana è sempre incline a volgere le spalle al nostro Dio per seguire gli idoli di questo mondo. Per evitare di correre il rischio di cadere nella più grande sventura che ci possa capitare, la perdita totale della nostra fede, l’evangelista Luca riporta una parabola di Gesù che fa riferimento ad una situazione reale per far capire il legame tra la fede e la vita quotidiana. “Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:” (Lc 18,1) Questa introduzione costituisce già un primo grande insegnamento ed anche un richiamo amorevole.  Pregare sempre, senza stancarsi sono parole molto esigenti. Noi normalmente pensiamo che pregare gran parte della giornata sia una stile di vita che appartiene alle persone consacrate, ai monaci, alle suore di clausura. Invece questa parabola è indirizzata a tutta la comunità dei credenti, laici e consacrati, che vivono la costante attesa della venuta finale del Signore. Quindi il pregare deve essere sempre legato all’attesa constante per il ritorno del Signore. E questo deve essere fatto senza stancarsi, perché la stanchezza porta alla sfiducia, la sfiducia conduce alla disperazione, e la disperazione produce inoperosità e pigrizia spirituale. La parabola viene riportata per far luce sulla situazione di oppressione e sfiducia delle prime comunità cristiane scoraggiate per il ritardo del ritorno del Signore. «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».  (Lc 18, 2-5)  La vedova simboleggia gli oppressi del popolo, coloro che sono derubati anche dai rappresentati religiosi: [gli scribi] divorano le case delle vedove (Lc 20, 47). Il giudice è simbolo di coloro che esercitano il potere terreno con ingiustizia e insensibilità verso i poveri.

L’assenza di fede in Dio non è mai senza conseguenza verso le relazioni con gli uomini. Non temere Dio si traduce automaticamente in assenza di riguardo per ogni essere evidente, e soprattutto verso coloro che non possono offrire nulla in cambio per il favore ricevuto. Quando la giustizia terrena viene amministrata senza la luce della fede, gli ultimi della società vengono privati anche dei loro diritti fondamentali. Alla vedova non resta che utilizzare l’unica arma a sua disposizione: l’insistenza. Essere importuna per la vedova si traduce nel recarsi quotidianamente al tribunale per chiedere udienza al giudice. Ella non dispone di mediatori facoltosi che possano intercedere a suo favore per accordare la data del processo o per avere favoritismi nella sentenza finale di giudizio.  Essa, con la sua insistenza, deve riuscire ad entrare nell’ufficio giudiziario e parlare direttamente con il giudice affidatario della sua causa. Possiamo facilmente immaginare quante volte si sarà recata inutilmente al tribunale e si sarà sentita dire: “il giudice è impegnato, provi a tornare domani”. Ma la vedova ha perseverato, ogni giorno bussava alle porte del cuore indurito di quel giudice per avere udienza e per essere ascoltata nelle sue ragioni. Questo atteggiamento della donna è quello che l’evangelista Luca chiede ai membri della sua comunità, quando ogni giorno bussano alle porte del cuore di Dio nei loro momenti di preghiera.

Esso è, pertanto, un invito a non scoraggiarsi, ma a perseverare nel chiedere insistentemente senza mai stancarsi. Questa donna è l’incarnazione dell’invito che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. (Lc 11,9-10)” . Quello che va chiesto con insistenza nella preghiera è prima di tutto lo Spirito Santo (Lc 11,13). E’ Lui che ci fa essere perseveranti, è Lui che rende efficace la nostra preghiera, è Lui che intercede presso il Padre a nostro favore. E questa insistenza produce il vantaggio anche di far desistere dal compiere l’ingiustizia coloro che vivono nell’iniquità. La perseveranza non solo riesce a far esaudire la propria richiesta, ma produce anche frutti di giustizia da parte di coloro che per loro volontà non avrebbero compiuto nessuna azione di bene. In questo modo, anche i giudici iniqui potranno presentare davanti al tribunale di Dio almeno una “opera buona”.  Il commento finale alla parabola è molto esplicativa: E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». (Lc 18,6-8) La vedova ha atteso un lungo tempo prima di essere esaudita dal giudice disonesto. Dio, il giudice buono, farà giustizia molto prontamente. E’ da notare che viene usato il verbo al futuro, non al presente, per indicare che è prevista un attesa. La giustizia di Dio non è come quella del mondo.

Dio ha una visione universale della giustizia: Egli desidera ardentemente che ogni uomo giunga alla salvezza, e così tutti possano entrare nel regno dei cieli. Quindi, l’attesa per Dio ha un valore salvifico, perché suscita la conversione sia per gli oppressi, perché sono spinti a rimanere inginocchiati a piedi di Dio, sia per gli oppressori perché sono invitati a convertirsi, alla verità, alla gratuità e alla giustizia. La questione che Dio pone è semplice: al mio ritorno, che tarda ad arrivare, voi avrete conservato la fede capace di piegare i vostri nemici a compiere la volontà del Padre? Avrete custodito e accresciuto questa fede, oppure vi sarete lasciati prendere da mormorazioni, lamentazioni, sfiducia verso un Dio che sembra non intervenire promettendo un suo intervento rimandato troppo nel tempo?  Invece di lamentarci interiormente con Dio, gridiamo a Lui giorno e notte, con la certezza che non ci farà attendere a lungo. E quando arriverà l’intervento di Dio, lo sapremo riconoscere, oppure non saremo capaci di vederlo, perché ci aspettavamo un’azione diversa? Il prontamente di Dio non è il prontamente come lo pensiamo noi, ma è un subito che è legato all’eternità. Dio interviene perché vuole aprirci le porte del cielo già da ora, e questo avviene quando Gesù Cristo ci concede ogni giorno di seguirlo, rinnegando i desideri egoistici del nostro “io”, e portando, con il suo aiuto, sempre la nostra croce (Lc 9,23)

Di Osvaldo Rinaldi – Zenit

Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati

1. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
2. Infatti, non abitano citta’ proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.
3. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
4. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.
5. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.
6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.
7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
8. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.
9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.
10. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.
11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
12. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere.
13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
14. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti.
15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.
16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita.
17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.
Dalla “Lettera a Diogneto” secondo secolo d.C.

Serve pregare contro la depressione?

depressione2La preghiera può contribuire a migliorare la salute di una persona?

La fede cristiana considera anche il lato umano e i progressi della scienza. Per questo, la prima cosa che consiglierei ad una persona che soffre di depressione sarebbe di andare da un buon medico. Ci sono oggi dei medicinali e tecniche di psicoterapia molto utili. I farmaci agiscono a livello biologico, restaurando l’equilibrio senza cambiare il nostro modo di pensare. La psicoterapia è una relazione interpersonale che offre un sostegno professionale specializzato. I migliori risultati si ottengono di solito con entrambe le cure.

Dal punto di vista spirituale, una persona malata o meno di depressione, troverà senz’altro aiuto nella preghiera, nell’incontro con Gesù nell’Eucaristia e nella confessione. Questo sacramento del perdono è particolarmente importante per tutti, perché nel perdonare ed essere perdonati si creano le condizioni per la crescita della maturità e dell’equilibrio emotivo. Come diceva san Tommaso d’Aquino, poter recitare il Padre nostro, facendo proprie tutte le affermazioni, anche la quinta, del perdono a chi ci offende, è chiave di stabilità.

Ad una persona affetta da depressione si può sempre consigliare di pregare. Non si deve dimenticare però che la stessa malattia può alterare il rapporto con Dio e può diventare un carico troppo pesante. Nemmeno va dimenticato che pregare non significa che spariranno i sintomi della depressione, i sentimenti di colpa o l’angoscia. La fede può far dire ad una persona, come ho sentito più di una volta: “Signore, se tu lo vuoi, ti offro questo mio malessere, con te posso vivere con gioia anche nel dolore”. E ho sentito anche dire, in casi in cui la malattia era più grave: “Se continuo a vivere è perché credo in Dio”. Forse non si modifica la malattia, ma l’atteggiamento di fronte ad essa di certo.

Quanto conta invece la pratica dei sacramenti?

Bisogna capire bene le ragioni. Una “fede forte” che non viene praticata non è coerente. L’incoerenza alimenta il disordine. Le doppie vite a qualsiasi grado sono dei fattori tra i più destabilizzanti della persona. Forse rischia di meno la depressione una persona che non ha fede in assoluto, o un non credente che si comporta in modo coerente, piuttosto che un credente che non pratica la sua fede. La persona che crede e pratica non è certamente immune da una malattia multifattoriale come la depressione. Ma il sostegno che trova nella comunità di fedeli, gli insegnamenti e le testimonianze che riceve per vivere una vita felice, aiutano a prevenire. Nella Chiesa, ad esempio, la persona può conoscere con più facilità l’importanza di allontanarsi da tante attività e situazioni a rischio di patologia psichica, come il consumo di droga, l’eccesso di alcool, la sessualità senza limiti, l’infedeltà coniugale, ecc.

Esiste una geografia per capire dove la depressione è più diffusa?

Sì, ci sono differenze in base alla frequenza di depressione in diverse aree geografiche. Nei paesi con inverni lunghi, freddi e scarsa luminosità si verificano più casi. Aumentano inoltre i casi nelle aree in cui la popolazione è vittima di violenza, persecuzione e limitazioni socioeconomiche importanti. Tuttavia, non è semplice avere una mappa chiara della situazione per le discrepanze nelle classificazioni tra paesi e gruppi di ricerca. Il suicidio, la cui causa non sempre è la depressione, è più facile di misurare in paesi del nord dell’Europa, in Russia, Cina e Giappone. È interessante anche sapere che le manifestazioni della depressione variano da una cultura ad un altra. I pazienti depressi di origine cinese, ad esempio, si lamentano meno della tristezza e riferiscono con maggior frequenza di noia, dolori, stanchezza e altre manifestazioni fisiche. Come progetto positivo penso che a tante persone potrebbe servire di pensare a Dio girando un film. Questo ci aiuterebbe a pensare ad una Persona che ci aiuta a recitare con gioia la parte che ci tocca dentro la grande storia terrena degli uomini. La fede e la speranza cristiana ci fanno pregare e speriamo che lo stesso Robin Williams, con il suo senso dell’umorismo, ci guardi dal Cielo e ci dica: “Good Morning! Sorridi, Dio ti sta filmando”.

Di Deborah Castellano Lubov

www.Zenit.org

La preghiera è il nervo sottile che muove il muscolo dell’onnipotenza

sister prayerLa preghiera è il nervo sottile che muove il muscolo dell’onnipotenza (Martin Farquhar Tupper)

Gent.ma Prof.ssa Corvo, innanzitutto, sento la necessita’ di ringraziarla, perche’ il suo blog e la sua pagina facebook. Mi infondono ogni volta tanta speranza e tanto coraggio, e di questi tempi non è poco. Mi piacerebbe poter contribuire in qualche modo raccontandole un breve episodio che mi è accaduto in giornata e che spero voglia pubblicare nel suo blog, insieme alla coroncina recitata in tale occasione, per rincuorare tante persone che magari si sentono scoraggiate dalle prove che la vita spesso ci riserva.

Ho 28 anni e sono di Napoli. Circa una settimana fa è stato diagnosticato a mio nonno materno un brutto male alla gola, che gli stava poco a poco impedendo sia di parlare che di respirare. Mio nonno ha 89 anni e non ci hanno dato molte speranze, informandoci subito che si era diffuso fino a raggiungere l’orecchio, il che spiegava come mai da un po’ di tempo non riuscisse più neanche a sentire bene. In attesa di sapere se era possibile o meno operarlo, data la dimensione del male e l’età avanzata, ho tenuto accesa giorno e notte una candela a San Biagio, protettore della gola, e mi sono affidata a San Giuseppe. Proprio oggi siamo stati in attesa di conoscere l’esito delle visite, perciò eravamo tutti in tensione, soprattutto mia madre, che circa un anno fa è entrata in depressione e in un perenne stato d’ansia, dai quali non riesce, nonostante le cure, a uscire.

Nell’ora precedente il responso ho recitato senza interruzione una breve coroncina alla Divina Provvidenza, che riporto di seguito per chi volesse recitarla in casi di necessità: – Sui grani grandi : Sacratissimo Cuore di Gesù, pensaci tu Purissimo Cuore di Maria, pensaci tu – Sui grani piccoli : Santissima Provvidenza di Dio, provvedici tu Alla fine un’ Ave Maria e tre Gloria Patri (uno per San Giuseppe).

Mio padre ha tardato più del dovuto a farci sapere qualcosa, con grande angoscia di mia madre che temeva il peggio… ma io ho continuato a recitare la coroncina senza fermarmi. Dopo tre quarti d’ora papà ha telefonato confermandoci che non c’erano metastasi e che il nonno si sarebbe potuto operare, e a quel punto un raggio di sole (il cielo era plumbeo dalla mattina) è entrato dalla finestra illuminando la mia candela ancora accesa davanti all’immagine di San Biagio.

Conosciamo i rischi dell’operazione, ma il Cielo ci ha donato una speranza. Ringrazio già da ora perchè l’alternativa sarebbe stata la rassegnazione, e l’attesa. Sarei felice di vedere pubblicata sul blog la coroncina che mi ha sostenuta per circa due ore oggi pomeriggio, e che, insieme a San Biagio e a San Giuseppe, mi ha regalato una piccola gioia. Le auguro una serena serata e la ringrazio. Lara

Pregare… parlare… dialogare… supplicare… chiedere…invocare…

“Sin dalla nascita dell’umanità, abbiamo pregato. Voglio riuscire a capire questo impulso; perché ci riguarda tutti. Venite con me in questo viaggio nel cuore della condizione umana”. Chi pronuncia queste parole è Morgan Freeman, nel trailer di “The story of God”, il nuovo programma che il National Geographic Channel farà dal prossimo 7 aprile.

E’ vero: la preghiera ci accomuna tutti.

«Sono terribilmente infelice. Se credi che una preghiera possa essere efficace (non scherzo), prega per me e vigorosamente». Questa volta, a parlare così alla madre, è Charles Baudelaire: è il 18 ottobre del 1860 e lui pone le sue speranze sulla preghiera, per uscire dal suo buio spirituale.

 

«Gli antichi dicevano che pregare è respirare. Qui si vede quanto sia sciocco voler parlare di un “perchè”. Perché io respiro? Perché altrimenti morrei. Così la preghiera». Questa riflessione, invece, è del grande filosofo e teologo danese Søren Kierkegaard. Scriverà anche: “La preghiera non cambia Dio, ma cambia colui che prega”.

E il Mahatma Gandhi? Dice addirittura che senza preghiera sarebbe impazzito: “Non sono un uomo di lettere o di scienza, ma pretendo umilmente di essere un uomo di preghiera. E’ la preghiera che ha salvato la mia vita. Senza preghiera sarei impazzito da molto tempo. Se non ho perso la pace dell’anima, nonostante tutte le prove, è perché questa pace viene dalla preghiera. Si può vivere alcuni giorni senza mangiare, ma non si può vivere nemmeno un giorno senza pregare. La preghiera è la chiave del mattino e il chiavistello della sera… Propriamente compresa e applicata, è lo strumento d’azione più potente”.

Quindi io non ho alcuna difficoltà a credere che sia stata la preghiera a rendere forte Lara, a rendere bravi i medici ed a rendere presente Dio.

 

E quando i piani non vanno come noi chiediamo?

Anche lì la forza arriva, la benedizione risplende ed il piano di Dio va avanti.

Quando si prega, comunque vada, sarà un successo.

Anche dovessimo pregare dicendo “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”, il Signore della storia ci sarà vicino, per farci leggere fino alle ultime parole di quel famoso salmo 22 “… ma io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: “Ecco l’opera del Signore!”.

Grazie Lara per questa tua lettera che ho reso pubblica con grande gioia.

 

Ora volerà di cuore in cuore, di situazione in situazione e, chi vorrà, potrà aprirsi al mistero del contatto con Dio e farsi proteggere.

 

Gesù di Nazaret ha detto: “Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.”

C’è da aggiungere altro?

No.

C’è solo da provare, senza stancarsi mai.

 

E’ quasi mezzanotte e, mentre sto scrivendo queste poche righe, mi suona l’alert del cellulare.

E’ una mia cara amica che su WhatsApp mi ha appena mandato l’immagine di un cielo stellato con su scritto: “Anche oggi Dio è stato con noi. Buonanotte”

Mi sembra un bel finale di giornata.

da: http://www.intemirifugio.it/

Nell’attesa della sua venuta

lampadaForse esiste qualcuno che non attende assolutamente nulla, però io non riesco a immaginare un uomo che non attenda. Anche il buio, la desolazione, il non voler attendere che troviamo in molti nostri contemporanei mi paiono, in realtà, attese.

Di che cosa? Forse della fine di una sofferenza, della noia, del non senso: l’assurdo opprime e angoscia, si attende il nulla per metterlo a tacere. Tutti aspettiamo, ma che cosa, o chi? E come aspettiamo?
C’è almeno l’attesa della morte, che diventa sempre più consapevole e non si può eludere. Forse la si vuole descrivere come un incontro con il nulla per sfuggire all’ansia di chiedersi che cosa veramente essa ci riserbi; per negarsi una paura che umilierebbe, o una speranza che rischierebbe ancora una volta di restare delusa. È meglio pensare a una totale dissoluzione che interrogarsi ancora sul senso del vivere e del morire. Interrogarsi ancora potrebbe condurre ad ammettere che ci si è affidati a miti diventati insignificanti e vuoti, che si è vissuto inseguendo il proprio io, cioè una pista che si rivela troppo precaria, ora che si sviluppa e si spegne nella malattia e nella vecchiaia.
Tutti aspettiamo, ma che cosa, o chi? E come aspettiamo?
Ci può essere un’attesa passiva, anche paurosa, di chi guarda oltre l’immediato, sa che «qualcosa accadrà», ma non avendo possibilità d’intervenire sul futuro si limita a temerlo o a desiderarlo. Dopo l’11 settembre 2001, con gli attacchi alle Torri gemelle di New York, tutti abbiamo sperimentato un senso angoscioso d’attesa di qualcosa che poteva accadere senza che si potesse prevedere quando come e dove. E c’è un’attesa che, invece, convive con il desiderio, o addirittura nasce da esso, e quindi si accompagna con una tensione interiore che in qualche modo cerca di prepararsi, aprirsi, e che – quando possibile – diventa anche attività, anticipazione.

Mi piace pensare a Gesù, il Figlio dell’Uomo, come a una persona che desiderava intensamente e che attendeva con ansia. «Sono venuto a portare fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse gia acceso! C’è un battesimo che devo ricevere e come sono angosciato finche non sia compiuto!» (Lc 12, 49-50). Desidera intensamente fare la volontà del Padre, come un affamato desidera il cibo (cfr Gv 4, 34), anche se è consapevole che ciò comporta un passaggio doloroso. «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi» (Lc 22, 15), dice ai suoi amici proprio mentre si addensano su di lui le nubi oscure della passione.
Non è un uomo senza ansie e impazienze. Non vive una spiritualità del distacco intesa come assenza di passioni, equilibrio interiore frutto di un lungo lavoro per estinguerle. Non predica e non promette la fuga dalla sofferenza e da ciò che la genera, quasi azzerando la propria interiorità o parte di essa. Al contrario, sembra vivere un’interiorità che vuole affrontare la sofferenza, sfidarla e lottare contro di essa fino a prenderla su di sé anche a nome di altri. Vive e promette una pace e una gioia che sono oltre questa lotta, o addirittura dentro; sono frutto del dono di sé e generano energie e nuovi desideri.
Gesù, nel Vangelo, ritorna spesso sul tema della vigilanza. Chi vigila è attento, non s’addormenta perché sa che deve succedere qualcosa. Qualcosa che forse è bello, forse temibile, forse entrambe le cose assieme, ma comunque non deve trovarci distratti, addormentati. È vigile chi attende lo sposo che ritorna dalle nozze a notte fonda, perciò deve essere disposto a una lunga veglia per non restare escluso dalla festa (cfr Mt 25, 1-13).
La veglia è desiderio che non deve assopirsi, anzi diventa più acuto con il passare del tempo: «L’anima mia attende l’aurora più che le sentinelle il mattino» (Salmo 130, 6). La notte è lunga, la stanchezza e la tensione si fanno sentire perché ogni momento può essere quello in cui il nemico esce dal buio per colpire, la sentinella scruta il cielo per cogliere i primissimi segni della luce. Così è il profeta, al quale per due volte viene chiesto «Quanto resta della notte?» (Is 21, 11).
Una parte rilevante del ministero di Gesu consiste nel risvegliare desideri sopiti o ignorati, correggere quelli meschini, stimolare ad attendere qualcosa oltre il proprio quotidiano pesante, gretto, privo di orizzonti. Il desiderio infatti apre il cuore, mette in movimento, dispone ad accogliere. Gesù risveglia nella Samaritana il senso dell’attesa, il desiderio di un’acqua che non è capace di trovare da sola e che forse può venirle da quell’uomo strano che l’ha interpellata, chiedendole proprio un po’ d’acqua da bere (cfr Gv 4, 1-42). Molte sue domande, che possono apparire artificio letterario, rivelano un’attenzione pedagogica, meglio ancora un’impostazione spirituale che vuole aprire all’attesa, al cambiamento, al diverso, a qualcosa di sorprendente.
Sull’attesa escatologica in quanto tale mi limito ad alcune considerazioni: Gesù è partecipe di questa attesa, la sollecita, e la collega con il suo ritorno. Tuttavia, a parte questo aspetto importante, la esprime con immagini del suo tempo e della sua cultura, precisando molto chiaramente che essa non deve avere forma più definita, né indicazioni di tempi. Inoltre i segni sono tali che possono e debbono essere visti, ma non hanno una differenza sostanziale da ciò che in ogni epoca e in ogni luogo è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere.
L’attesa non è passiva: dev’essere densa di desiderio e – allo stesso tempo – di impegno, senza che l’uno spenga l’altro. Attendere è operare, fino al punto che l’opera da sola può esprimere un’attesa inconsapevole. Nella parabola del giudizio finale, infatti, sono persone inconsapevoli che vengono premiate o castigate non in base a ciò che conoscevano di Cristo e attendevano, ma in base a come hanno operato nei confronti dei suoi «fratelli piu piccoli»: affamati, assetati, forestieri, nudi, ammalati, carcerati (cfr Mt 25, 31-46). Attendere non basta: «Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli».

Questo passo suggerisce un’altra domanda: Gesù parla del Regno dei cieli, inteso come Regno futuro, che verrà e che perciò attendiamo, o dell’oggi, del Regno che è già adesso in mezzo a noi, inaugurato ed espresso proprio dalla sua presenza? Anche questa pare un’oscillazione che non lo preoccupa. C’è un domani da attendere, che giungerà quando e come non sappiamo e che sarà definitivo, e certamente questo domani inizia oggi; è oggi che dobbiamo compiere le scelte decisive. L’attesa deve avere una ricaduta sull’oggi e cambiarlo; il Regno dev’essere riconosciuto e accolto oggi, e allora ci accoglierà domani.
Ciò che i discepoli devono fare è percorrere la terra con la forza dello Spirito Santo fino agli estremi confini, come testimoni del Risorto. Gesù sale al cielo e i suoi rimangono lì, perplessi, a guardare in aria. L’attesa non deve essere tale da lasciarci incantati e inattivi; tuttavia nel nostro tempo e nella nostra cultura, a parte casi limitati di gruppi che si mettono in agitazione per presunti segni di un’imminente «fine del mondo», sembra che ci sia piuttosto il pericolo opposto, cioè il rischio di non attendere nulla, o di avere attese soltanto mondane, di eventi che non sono altro che sviluppi del presente, frutto del nostro impegno, o dei nostri sbagli, o del caso. L’orizzonte si chiude. È vero che di queste verità di fede noi cristiani abbiamo parlato a volte in modo improprio generando paure, esagerazioni, distorsioni. Per questo motivo, forse, non si fanno più prediche sull’inferno, il purgatorio e il paradiso, o non ci si chiede più come e quando il mondo finisca. Le interpretazioni caricaturali o riduttive non devono però indurre a squalificare o dimenticare tutto. Se dimentichiamo ciò che queste parole, pur abusate, significavano veramente, il nostro vivere si intristisce su dimensioni meschine. La nostra consapevolezza di avere responsabilità decisive nella vita si riduce; tutto sembra andar bene e, se si è credenti, tutto va bene anche a Dio che non deve castigare e neppure arrabbiarsi perché è misericordioso e sempre pronto a perdonare. Dio diventa un bene indistinto e vago, un benevolo nonno che scusa tutto fino a farci dubitare se il male sia da contrastare o semplicemente da evitare per quanto possibile, solo per non soffrirne.
Come trovare, dunque, il senso di un’attesa che sia respiro di speranza e stimolo di un impegno responsabile, fonte di gioia e di forza, e anche criterio di scelte? Per impostare una risposta provo a raccogliere alcuni aspetti della vita e dell’insegnamento di Gesù: non guarisce tutti i malati, non dà la vista a tutti i ciechi, non perdona indistintamente tutti i peccatori né rimette in piedi tutti i paralitici o gli storpi. Il suo è un ministero fatto di segni, e il Vangelo di Giovanni è il più elaborato nel presentarceli: acqua viva che disseta, luce che permette di camminare e poi di credere, vita che risorge, ottimo vino che proviene da fredde giare di pietra piene soltanto d’acqua… Questi segni dicono che con Gesù la realtà cambia, e i discepoli dovranno compiere le stesse opere; ma il contesto della realtà, della storia, non muta, tant’è vero che rimangono sofferenza e ingiustizie, e che Gesù preannuncia ai suoi persecuzioni e croce.

I primi cristiani, e noi con loro, sono smarriti di fronte a questo mancato «compimento» del Regno e imparano a fatica che bisogna ancora attendere, che il Signore c’è, è con noi, ma deve ancora tornare.
Quale dunque il valore dei segni? Spesso li ho interpretati in modo riduttivo, solo come punto di partenza per credere e, perciò, impegnarsi a cambiare il presente e il futuro. Gesù dà il via a un rinnovamento che opera lui stesso e di cui noi siamo strumenti; di conseguenza la missione è annuncio e allo stesso tempo diffusione della carità, moltiplicazione delle opere: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», dice ai Dodici quando li invia (Mt 10, 8). In altre parole, noi dobbiamo continuare a fare ciò che Gesù ha fatto, completare nella storia ciò che ha iniziato.
Ma basta «fare» quelle opere, se non ci ricordiamo che sono «segni»? E segni di che cosa o di chi? Se il Vangelo accolto ci fa gustare un vino nuovo e buono, ci immerge in una luce nuova, ci dà un’acqua che trasforma noi stessi in sorgenti d’acqua, ci fa rinascere dal nostro peccato e dalla paralisi che ci attanaglia, tutto ciò rinvia a una pienezza ben maggiore e a un futuro. I segni che Gesù compie ci rivelano il Padre, cioè la nostra origine e il nostro punto di arrivo. Sono squarci, anticipazioni. Se mi trovo in una stanza buia e vedo una luce, può essere una lampadina che si è accesa, o può essere il sole che filtra da una fessura delle imposte: non è la stessa cosa! Gesù porta un raggio dall’esterno (dall’alto, dice san Giovanni) e ci rivela che oltre le imposte chiuse non c’è soltanto il raggio, ma il sole stesso. Essere mandati dal Signore a porre questi segni significa due cose allo stesso tempo: impegnarci oggi a porli, con tutta serietà, e porli nella loro pienezza, cioè come riferimento alla loro origine e come anticipazione del futuro. Altrimenti non sono più segni, sono soltanto opera che inizia e finisce con noi .
La nostra attesa dev’essere immersa nell’oggi e guardarsi bene da fughe e disimpegni. Dev’essere «terrena», perché se si dispensa dall’accogliere e porre i segni che il Signore pone nella storia, si costruisce un mondo fantastico; dirà «Signore, Signore» senza fare la volontà di Dio e meriterà la condanna. Dev’essere vigile, convinta e quindi spinta a non seppellire il talento, a non approfittare degli altri servi, a non addormentarsi.
Nemmeno dev’essere solo un vago desiderio che le cose vadano bene, oppure solo persuasione che con il nostro impegno le cose cambieranno in meglio. È attesa che i segni dall’alto si rivelino, è colma anche di «Altro», di speranza che dà tenacia. Dobbiamo vivere credendo che «qualcosa accade» nella nostra vita, qualcosa che non abbiamo calcolato e previsto. Obbedendo al Signore dobbiamo compiere dei segni riconoscendoli come tali e non come opera soltanto nostra; e dobbiamo anche riconoscere i segni che ci vengono incontro in maniera del tutto imprevista, senza che ci sia nulla di nostro.
Spesso siamo tanto chiusi nel presente, o preoccupati del futuro, da non saper più guardare allo svolgersi degli eventi, collegarli fra loro, vederne la logica interna che spesso si scopre solo dopo e a partire da ciò che sembrava meno logico, meno ovvio ed evidente. Io ho passato i sessant’anni, ma aspetto di crescere nella mia fede e so che tale crescita avverrà su strade che sono sì dovute alle mie scelte e alla loro intelligente saggezza, eppure avverrà anche su strade che ora non prevedo, fatti e aperture che sono come la lama di luce che entra dalle imposte e mi rivela il sole che mi attende fuori.
Ciò vale anche, e prima di tutto, per il popolo di Dio. Si fanno analisi e indagini, si elaborano piani pastorali: tutto bene. Purché non si dimentichi che se ci si riduce alle nostre analisi e ai nostri piani, si nega praticamente quell’attesa escatologica che si vorrebbe far tornare nella predicazione. Infatti, se non si dà spazio oggi all’attesa e all’imprevisto, si vive nella dimensione delle proprie forze soltanto, e un annuncio della venuta finale del Signore diventa remoto, privo di riscontri.
Nessuno aveva programmato Francesco d’Assisi e tutto ciò che di nuovo il suo movimento ha portato nella Chiesa del Medioevo. Una Chiesa che s’impegna seriamente in ciò che oggi vede necessario per essere fedele al Vangelo è il servo fedele che non si lascia prendere dalla stanchezza e rimane sveglio nel governare la casa, ma governa per qualcuno che viene, senza sapere quando e come. Il suo servizio, dunque, vale come segno dell’attesa, fiducia che il padrone viene davvero. Occorre insomma, come Chiesa e come singoli, vivere operanti nell’attesa oggi e anche domani, pensando oggi e domani non in termini ideologici, con la pretesa di definire esattamente che cosa e quando aspettiamo. Se noi viviamo i passaggi della nostra Chiesa nella fiducia operosa, scopriremo – per grazia di Dio – che le attuali difficoltà sfociano in purificazioni, rinascite e novità.

Tutti aspettiamo, ma che cosa, chi e come aspettiamo? Non riesco a immaginare un uomo che non attenda nulla

Franco Cagnasso

Il farmaco che cambia il cuore

rosario%20missionario17-14Composizione: 50 Ave Maria, 5 Padre Nostro, 5 Gloria al Padre, 1 Salve Regina.

Principio attivo: la Grazia di Dio.

Categoria farmacoterapeutica: santificante, effervescente.

Sovradosaggio: in caso di assunzione in dosi molto elevate si potrebbe avere manifestazioni di scatti di gioia, lodi improvvise a Dio, slanci di carità.

Interazioni: è possibile, anzi consigliabile, assumerlo insieme ad altre preghiere e ai Sacramenti.

Dosi consigliate: da uno a quattro al giorno.

Indicazioni terapeutiche: contro la tiepidezza spirituale, aiuta nel cammino verso la Santità, elimina pruriti al sacro, scoraggia dalle tentazioni, toglie acidità e pesantezza di coscienza, libera le anime dal purgatorio.

Posologia: Uso orale. Da assumere con devozione e raccoglimento. Gli effetti possono migliorare con l’assunzione in gruppo.

Avvertenze prima dell’uso

Effetti indesiderati: se recitato ben e ogni giorno può provocare un cerchio alla testa.

Controindicazioni: nessuna.

Validità: non è soggetta ad alcuna forma di deterioramento.

L’amore di un padre, la forza di un figlio

gty_team_hoyt_2008_kb_140408_4x3_992La maratona di Boston dell’aprile scorso e’ stata l’ultima competizione per il Team Hoyt, un duo padre-figlio che ha emozionato l’America e dato ragione della speranza

Se qualcuno pensa che vivere con una paralisi cerebrale spastica sia solo uno svantaggio, evidentemente non conosce la storia Rick Hoyt. Se qualcuno crede che essere genitore di un disabile costituisca un disgraziato fardello, significa che non ha mai guardato gli occhi raggianti e orgogliosi di Dick Hoyt.

Dick e Rick, padre e figlio, compongono il Team Hoyt, una delle espressioni più commoventi che la pur nobile storia dello sport mondiale abbia mai offerto. Per risalire alle radici di questo binomio straordinario, bisogna rivolgere lo sguardo al lontano 1962.

Dick e Judy sono una felice coppia di sposi americana, che vive nella ridente cittadina di Holland, nello Stato del Massachussets. Quando Judy scopre di essere incinta, i due sono sopraffatti dall’entusiasmo. Fin quando non scoprono che il bimbo che sta per nascere è vittima di un incidente che si consuma nel grembo materno. Il cordone ombelicale gli si è avvolto attorno al collo procurandogli una protratta asfissia.

La carenza di ossigeno al cervello non lascia adito a dubbi: il piccolo Rick dovrà rimanere tetraplegico. Secondo le previsioni mediche, addirittura, è inevitabile lo stato vegetativo. Previsioni che tuttavia non considerano un elemento fondamentale, ossia l’amorevole impegno di quei due genitori che non si arrendono alla tentazione di imprecare per la nascita di un figlio disabile.

I due, nello sguardo sveglio di quel pupo che non può parlare, riescono a leggere tante cose, ad iniziare dal messaggio di speranza che li spinge a rivolgersi ad un affermato ospedale pediatrico di Boston. È lì che incontrano un medico che li incoraggia ad andare avanti, a trattare Rick come un qualsiasi altro bambino spendendosi per fargli vivere una vita in pienezza.

Le parole del medico vengono prese alla lettera. La perseveranza di mamma Judy fa sì che Rick impari perfettamente l’alfabeto e, qualche anno più tardi, con l’aiuto di un gruppo di ingegneri gli viene messo a disposizione un computer con il quale comunicare impartendo le istruzioni con i movimenti della testa.

È l’inizio di un cammino radioso. Rick viene ammesso nella scuola pubblica e nel 1972, quando ha 15 anni, esprime al padre il suo desiderio di partecipare a una corsa di beneficienza organizzata presso il suo liceo. Papà Dick, sospinto dall’affettuosa volontà di accontentarlo, accetta, sebbene non abbiano mai svolto attività sportive né lui né tanto meno suo figlio tetraplegico.

Di necessità virtù. Dick partecipa insieme al figlio Rick, a cui spinge la carrozzina per tutte e cinque le miglia della competizione. Una volta a casa, stravolto dalla stanchezza ma felice, riceve dal figlio l’attestato più bello che potesse desiderare: Rick gli dice che quando correvano, tutti e due insieme, lui non si sentiva un handicappato, ma un giovanotto spensierato come tutti gli altri.

Si accende così una scintilla nel cuore di Dick. Vuole che quel sentirsi come tutti gli altri, il figlio Rick possa provarlo sempre, sfruttando questa propensione allo sport che matura sin da quando, alle prime armi con il suo computer, manifesta messaggi di sostegno verso la squadra di hockey dei Boston Bruins.

Questo padre premuroso inizia allora ad allenarsi caricandosi sacchi di pietre sulle spalle, con l’obiettivo di svolgere insieme a suo figlio quelle attività sportive che tanto lo gratificano. Il peso di quei sacchi diventa presto l’anticamera di un avvenire di soddisfazioni.

Ben presto i due appassionati danno vita al Team Hoyt, che si spende in maratone e gare di triathlon. Se si tratta del nuoto, il padre Dick trascina il figlio adagiato su un canotto; se c’è da pedalare, lo trasporta su di una bicicletta con un’apposita seduta anteriore; se si tratta di correre, lo spinge su una sedia a rotelle sportiva.

Con l’ultima maratona di Boston dell’aprile scorso, hanno portato a termine oltre mille gare. Inseriti nella Hall of Fame dell’Ironman nel 2008, nel 2013 sono stati premiati dall’emittente Espn, dopo una prolungata acclamazione da parte di tutta la sala. Senza contare che nel 1992, quando ancora erano lontani questi riconoscimenti più noti, hanno attraversato gli Stati Uniti in 45 giorni, compiendo un totale di 3.735 miglia tra corsa e bicicletta.

Di Federico Cenci

Continuerei a sperare in Te

speranzaSignore, ecco davanti a Te un’anima, che si trova in questo mondo per sperimentare la tua meravigliosa misericordia e farla risplendere al cospetto del cielo e della terra.

Gli altri Ti rendano pure gloria dimostrando, con la loro fedeltà e la loro costanza, quanto è potente la tua grazia e quanto Tu sei dolce e generoso verso coloro che ti sono fedeli; io, da parte mia, ti darò gloria col far conoscere a tutti quanto sei buono con i peccatori.

A tutti dirò che la tua misericordia è tanto al di sopra di ogni umana malizia, che nessuna cattiveria avrà il potere di stancarla; che nessuna ricaduta, per vergognosa e grave che sia, dovrà indurre il peccatore a disperare del tuo perdono.

Sì, amabile Redentore, Ti ho gravemente offeso, ma Ti ingiurierei ancora più pesantemente, se pensassi che non sei abbastanza buono da darmi il tuo perdono.

Il tuo e mio nemico, invano, ogni giorno, mi tende nuove insidie; mi potrà far perdere tutto, ma non la speranza nella tua misericordia.

Anche se fossi ricaduto cento volte e le mie colpe fossero cento volte più terribili di quel che sono, continuerei a sperare in Te.

[S. Claudio La Colombiere]