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Mia figlia mi costringe a dire che non so

SophieChevillardLutzIo non so che cosa accade in lei. Non posso saperlo. Sophie Chevillard Lutz parla della figlia Philippine, ha dodici anni e un handicap mentale molto grave. «Io non capisco quello che lei è». Poi è folgorante: «Potrei dire lo stesso di tutte le persone che frequento».
Nelle scorse settimane, mentre in Francia usciva il suo nuovo libro (Derrière les apparences, ed. de l’Emmanuel), si scatenava per poi sgonfiarsi in fretta il clamore sull’aborto post-nascita, tesi dell’ormai noto articolo pubblicato da due ricercatori italiani, Alberto Giubilino e Francesca Minerva, sul Journal of Medical Ethics. In realtà, niente di veramente originale nel dibattito bioetico. Si tratta di una concezione che legittima l’infanticidio perché – a pari dell’aborto pre-parto – riguarda esseri che non godrebbero dello “statuto di persona”. I neonati, come i feti, sarebbero persone “potenziali”, non “reali”. E questo per una ragione: non sono “soggetti di un diritto morale a vivere” perché non avrebbero un esplicito interesse alla vita, né la consapevolezza di cosa significa essere privati dell’esistenza. Di qui, la conclusione che nei casi in cui è legittimo l’aborto prima della nascita, lo è anche dopo.
In quelle tesi e nel dibattito che è seguito, tutto è giocato su un “limbo coscienziale” che non farebbe dei neonati e dei feti uomini veri. Tutto è calamitato dalla coscienza, da che cosa essa sia. E da una distorsione, che può diventare facilmente «un esame di umanità», come spiega a Tracce.it la Lutz.
Che cosa pensa di questa distinzione tra persone “potenziali” e “reali”?
Chi lo afferma dovrebbe studiare un poco di filosofia e metafisica… È solo una contorsione intellettuale, e bisognerebbe quanto meno misurare le parole. Guardi, se Philippine era una “persona potenziale” il giorno in cui è nata, in quale momento è diventata una persona reale? Ma soprattutto, che cosa devo fare o provare perché gli altri siano convinti che io sono una persona reale? Che differenza c’è fra un neonato potenziale e un bebé reale? Tutti abbiamo di che preoccuparci. Questa concezione della vita è come se diventasse un esame di umanità: un esame sempre più difficile, che si presta a sempre più bocciature! Le persone in coma, gli anziani, ciascuno di noi, ad un dato momento, rischia di perdere la sua “personalità reale”. Forse l’umanità si avvia ad essere misurata a punti, come la patente di guida? Si perderanno dei punti di umanità reale in relazione a delle “infrazioni” allo stato di umanità perfetta. A delle perdite di capacità. Diventeremo così sempre più potenziali, sempre più irreali…
Che esperienza fa della coscienza di sua figlia? E, quindi, quale pensa che sia la natura della coscienza? È una capacità mentale?
Dopo la nascita di Philippine, mi sono posta spesso questa domanda. Nel suo caso, le capacità mentali sono ridotte quasi a zero. Ma lei ha coscienza. Si dice che un neonato che non sia oggetto di affetto, a cui vengano prestate solo le cure elementari, non possa sopravvivere. Penso che questo sia il caso di Philippine, perché – con tutti i suoi handicap – è un essere umano. Malgrado il suo grave handicap mentale, ha un profondo bisogno di essere amata. E se ha questo bisogno, significa che esiste in lei una coscienza. Una coscienza di amore. Questo vuol dire che lei può anche avere la consapevolezza del rifiuto, o del non-amore. Non posso esibire una prova incontestabile, ma sono certa che se Philippine non fosse amata, o fosse rifiutata, cesserebbe di sorridere, si rinchiuderebbe, come ha fatto quando soffriva molto. Diventerebbe triste, fino a provare angoscia. Non occorre essere “intelligenti” per provare angoscia. Dunque, il primo segno della sua consapevolezza è il suo sorriso, la sua pace, la sua distensione, le sue grida di gioia quando la si tocca. La vera natura della coscienza di Philippine è una coscienza d’amore, una coscienza di accettazione della prova, una scelta per la dolcezza.
Perché dice “accettazione”?
Per il modo con cui vive il suo handicap. In un certo senso, lei “accetta” ciò che le accade. È molto calma, s’innervosisce di rado, anche se è capace di arrabbiarsi, di piangere, se qualcosa non va. Allora, è in grado di “scegliere” se protestare o no. E non protesta. Philippine ha subito una dozzina di interventi chirurgici, alcuni dei quali pesanti e dolorosi. Ed è rimasta molto calma. L’ultima volta, l’infermiera mi ha detto: «È bello occuparsi di Philippine, è così gentile». E io mi dicevo: ma lei potrebbe essere ribelle? Credo di sì, potrebbe ribellarsi. Ma non lo fa. L’infermiera mi diceva: «Sapete, certi bambini sono difficili da accudire. Philippine è dolce». Per me questo è un segno di coscienza. Lei ha un atteggiamento di dolcezza che ha scelto. Potrebbe irrigidirsi nella prova, potrebbe far pesare il suo cattivo umore su chi gli sta vicino, ma non lo fa.
Parla del rapporto con sua figlia come se osservasse dei “segni” che le vengono da una realtà misteriosa. Il rapporto con l’altro, chiunque egli sia, è questo?
Sì. Philippine è un mistero e io non posso sapere che cosa accade in lei, posso solamente osservare, appunto, dei segni. Io non capisco quello che lei è. Ma potrei dire lo stesso di tutte le persone che frequento. Facilmente, con quelli che sono in buona salute, pongo dei giudizi, ho delle certezze, delle spiegazioni, posso porre domande e avere risposte. Con Philippine, non posso fare tutte queste cose. Non posso essere semplicista. Sono obbligata a essere umile, a dire che non so. È un bell’esercizio, un atteggiamento bello che dovrei avere verso tutto il mondo. Sarei meno aggressiva. Penso che il mistero di Philippine sia un’educazione al rapporto con gli altri. Philippine è talmente disarmata, ha così poche difese che mi rendo immediatamente conto che devo correggere i miei atteggiamenti. Sì, Philippine – come chiunque altro – è un mistero, e ciò significa che devo accostarmi a chiunque con enorme delicatezza, perché forse vi è una fragilità di cui non sono cosciente. Con uno che non ha fragilità apparenti, rischio di dimenticarmi delle fragilità invisibili. Philippine mi ricorda questo.
Perché quando avete saputo delle condizioni di Phlippine l’avete tenuta?
Insieme a mio marito, abbiamo pensato che non dovevamo mettere in discussione la vita della nostra bambina. Oggi si arriva a dire che si può donare la morte per amore. Credo che si possa ragionare in maniera distorta, o amare in maniera distorta. È per questo che abbiamo bisogno di punti di riferimento. Noi ci siamo appoggiati sui punti di riferimento che si trovano nella Chiesa e nel Vangelo per cercare di amare nel modo migliore possibile. E fortunatamente c’è questa indicazione: «Non uccidere», perché quando si vede il proprio figlio soffrire possono nascere dei dubbi. Mi è capitato di pensare: forse sarebbe meglio per Philippine morire piuttosto che vivere tutte queste prove. Ma è una fonte di certezza per me ripetermi che non sono io che ho la risposta. Questa domanda deve restare una domanda. Non sta ad una legge, a dei genitori, a dei medici, decidere chi deve vivere e chi deve morire.
Oggi, dopo dodici anni, che cosa vuol dire per lei il rapporto con Philippine?
È una persona talmente straordinaria. Sarebbe un peccato non conoscerla. E tuttavia, non ha nulla per attirare l’interesse. Ma tocca un punto molto profondo del mio cuore: il livello della paura di non essere amati. Philippine è una persona che esiste per mostrare che quello di cui abbiamo più bisogno è di essere amati. Ci lasciamo talmente distrarre da altri bisogni. La comodità è importante, ma un’eternità di comodità può stancare. Un’eternità d’amore non stanca mai.

Alessandra Stoppa su Tracce

Una mamma a Bangkok

angela bertelliPer il buddhismo theravada le circostanze che vivi sono castigo o premio per quello che hai fatto in una vita precedente. Vale tra i grattacieli di Bangkok, figurarsi nelle sue baraccopoli fangose o tra chi è malato. «La povertà e la sofferenza sono karma negativo», spiega suor Maria Angela Bertelli, missionaria saveriana: «E il karma è una colpa da compensare con altre vite». Legge spietata. Soprattutto per i bambini in queste foto, che vivono nella sua casa d’accoglienza. Piccoli nati storti, attorcigliati, senza parola, senza gesti. Quante volte dovrebbero nascere, per salvarsi?

Bastano le immagini dalla Casa degli Angeli per capire che questa legge è stata capovolta, e non sui libri o con una teoria opposta, ma in un rapporto. Suor Maria Angela tra pochi mesi farà rientro in Italia, dopo quindici anni di missione in Thailandia. Anni di «grattuggiamento e grazia», dice con dolcezza. Ha sofferto tanto, ha ricevuto tutto. Innanzitutto da questi bimbi con i nomi che sono sillabe e suoni: Tum, Tam, Ep, Po-Po, Muk, Wan. La Casa è un centro di riabilitazione, ma soprattutto una famiglia, nata nel 2008 a Nonthaburi, venti chilometri a nord di Bangkok. Un seme impensabile in un Paese dove non esistono opere per bambini così, se non orfanotrofi. Oggi i piccoli ospiti sono quindici e il lavoro quotidiano va dalla fisioterapia alla cucina. Ma lo scopo di questo luogo è «uno solo», dice la missionaria: «Essere l’occasione perché la presenza del Signore s’incarni ancora».

Le madri che vivono o lavorano qui sono arrivate, per lo più giovanissime, piene di paura e vergogna, con addosso la “maledizione” dei loro piccoli spastici o ritardati, e l’incapacità di amarli. «Vivevano un’accettazione fatalista, sottomessa. E tanta solitudine», dice suor Maria Angela. Nessuna di loro sapeva cosa fosse il cristianesimo, ma tutte avevano il seep ciai, «il cuore che brucia di dolore», e mariti violenti, alcolizzati, o solo molto assenti. Ma, oggi, chi entra in questa Casa chiede: «Chi è la mamma di chi?». Perché tutte si occupano di tutti. «Con un amore, una dedizione, che io non avrei neanche potuto immaginare». Si piegano su ogni dettaglio ed è la loro preghiera più bella. «L’amore non è sentimento», dice suor Maria Angela: «L’amore è servizio concreto, fino a sporcarsi le mani e caricarsi pesi».

La parola gratuità non esiste in lingua thai. Bisogna formulare una frase: «Lo faccio solo perché ti voglio bene, non voglio niente in cambio». Oppure bisogna vedere un gesto, milioni di gesti quotidiani fatti per nulla, per amore. «La cultura di qui rende naturale il sospetto. Ti chiedono: perché mi curi?», continua suor Maria Angela. La Casa degli Angeli nasce attraverso la sua missione, iniziata ben prima dell’arrivo in Thailandia. Da ragazza, minuta e forte com’è ancora oggi, ha lasciato Carpi, il pianoforte e il caseificio del padre, dopo aver provato in ogni modo a rendere utile la sua esistenza. Dopo il diploma di Ragioneria ha deciso di diventare infermiera, lavorava con gli anziani, con i disabili, in parrocchia… «Niente mi bastava». Finché un giorno un’amica non le ha detto: «Ma tu vuoi dare del tempo a Gesù o vuoi darti a Gesù?». Nell’incontro con le Missionarie di Maria – Saveriane ha desiderato non stabilire più i suoi passi. «Un Altro avrebbe deciso per me: come, dove e quando».

Così arrivano New York e il lavoro nei Centri di aiuto alla vita, tra le madri che vogliono abortire e i ragazzi di Harlem. Poi, nel 1993, la Sierra Leone. Per due anni insegna fisioterapia e lavora in un centro per bambini poliomielitici. Fino al rapimento: 56 giorni nelle mani dei ribelli del Fronte unito rivoluzionario, facendo la fame, prendendo la malaria, insieme ad altre consorelle e centinaia di ostaggi. E lei, sicura: «Non c’era posto migliore per fare le missionarie». Ancora piange quando racconta cos’ha subìto, ma non ha dubbi: «Ho visto i segni della misericordia. Il Signore era lì con noi». Le donne dei capi che portavano il cibo di nascosto, il ribelle più giovane che piano piano cambiava atteggiamento. E quel volto del Gesù di Velázquez, lo stesso venerato dal loro ordine, su un santino datole da uno dei rapitori. «L’amore trova dei sentieri nascosti per rimanere vero, vivo».

Suor Maria Angela arriva in Thailandia il 6 novembre 2000, a 41 anni, per raccogliere la sfida di Giovanni Paolo II sull’evangelizzazione dell’Asia nel Terzo Millennio. Inizia al Nord, nella provincia di Lampang, accudendo i malati. Dopo due anni e mezzo, chiede di essere mandata a pregare e lavorare nella baraccopoli di Wat Chong Long, periferia di Bangkok. Il suo sostegno è la parrocchia Nostra Signora della Misericordia, dove lavora anche padre Adriano Pelosin, missionario del Pime, con cui inizia ad andare a visitare le persone negli slum, in motoretta, prendendosi cura dei malati terminali di Aids e dei disabili, soprattutto bambini. Da questo servizio quotidiano è nata, senza averla progettata, la Casa degli Angeli.

Lin è una delle mamme. Lascia tutti ammutoliti quando parla, perché è raro lo faccia e per quel che dice: «Qui Dio, Dio stesso, mi ha ospitata. Ha fatto per me tutto quello che c’è nel Vangelo». È arrivata con i suoi pochi fagotti in sacchetti di plastica e con il piccolo Phum, dopo che le era morta la primogenita, malata di cuore, e il rapporto con il marito si era rotto. Una mattina, affacciata ad una finestra, pensava di lasciare Phum in un istituto e farla finita. Ma, tra i tetti, vede una croce. E le viene in mente la catenina vista al collo di quella sister incontrata in ospedale… Qui non si sa neanche cosa sia davvero una sister. È considerata più o meno la manovalanza per assistere i malati. Oggi Lin dice a suor Maria Angela: «Sai, mae (mamma), ho capito di non aver mai saputo cos’è l’amore. Anche quando ero a letto con mio marito, eravamo due corpi vicini. Qui ho incontrato l’amore vero».

Quello che si vede e si tocca alla Casa è un’opera di misericordia – «carità spiccia», dice la missionaria umilmente – e la misericordia «è la chiave che apre tutte le porte», continua lei: «Anche di chi non crede». All’inizio, durante i momenti di preghiera, le mamme parlavano, interrompevano, ridacchiavano. Ma quante volte hanno voluto che suor Maria Angela rileggesse il racconto della Creazione, perché per loro era incredibile che Dio, una mano, una mente, un cuore, preparasse tutto come una madre per il bimbo che nasce. «Sister, la leggi ancora?», le chiedevano: «Non sapevamo ci fosse tanto amore dietro a tutte le cose che ci sono». Per loro era puro caso. Nel tempo, alcune di loro hanno chiesto il Battesimo, per se stesse e per i figli.

Trovare l’amore di Dio, qui dove Dio non ha parte nel vivere e nel pensare. “Dio” è una parola tabù, come anche l'”io”. «Nel libro di Rahula Walpola sugli insegnamenti del Buddha», racconta suor Maria Angela, «Dio è un’invenzione dell’uomo. Sono un’invenzione anche il self, l’io, e l’immortalità dell’anima. Tu sei un conglomerato di elementi: adesso sei e domani non sei più. E ciascuno è rifugio a se stesso». Buddha parlava 500 anni prima di Cristo, eppure sono tantissimi i legami con il nichilismo moderno: «La via di salvezza è distaccarsi dal tutto, anche dai desideri, persino quelli buoni, e dall’amore, per essere in uno spazio di pace e nulla».
Non è una teoria, l’assenza dell’io. È una pratica. La vita diventa una roulette russa. Allora tutti i gesti che tessono la giornata di questa Casa sono apparentemente in perdita. Qual è il guadagno? «Dio stesso, che si fa incontrare, conoscere, portare in braccio e amare nei più piccoli. L’incontro con Gesù a tu per tu», risponde suor Maria Angela: «Per me». Come in uno dei momenti più bui che ha attraversato, in cui è stato Nit, un bambino della baraccopoli, a ridarle vita. «Era dura con lui, me ne combinava di tutti i colori. Poi ogni tanto si fermava e mi chiedeva: “Sister, mi vuoi bene?”. Era Cristo che bussava e me lo chiedeva». La rendeva cosciente e tutto in lei si calmava.

La prima ospite della Casa è stata Lek, con i due figli. Suor Maria Angela l’ha incontrata in una delle sue visite al Children’s Hospital. Entra in una stanza e la trova rannicchiata su due sedie, accanto a Tam, di due anni e mezzo, in coma. Lek è stata abbandonata dal marito, senza avere di che vivere e con un’altra bambina, Toon, nata prematura, che non sa come accudire. Quel giorno, tornando a casa in motorino, suor Maria Angela continua a pensare a quella donna piena di croci. Ma non osa chiedere a Dio: Perché? «Non oso mai chiederlo», dice: «Perché è un mistero. Una spiegazione non riempirebbe mai. La risposta si rivela vivendo con loro: stando dentro a tutto, nasce la risposta. Bisogna “sposare” le persone. Fare famiglia con loro». Da quel primo incontro con Lek, ha chiesto a Dio solo una cosa: «Di poter essere Suo strumento perché Lui continuasse a starle vicino».

In mezzo a mille traversie, Lek lascia lo slum per andare a vivere vicino alla parrocchia Nostra Signora della Misericordia. Passa il tempo e si ammala anche lei, sembra pesare meno del piccolo Tam, ma lo solleva, instancabile, con il corpo segnato dal lavoro: piantare pali nelle zone paludose, immersa fino al collo nell’acqua fangosa. Inizia ad andare a catechismo, anche se – dice – non capisce nulla. Un giorno, dopo una lezione, si avvicina a suor Maria Angela: «Quello che Dio ha chiesto ad Abramo è quello che chiede a me». Inizia a leggere la Bibbia ogni sera e a fare tantissime domande. Ogni volta che il marito ritorna a casa, la picchia. Un giorno Lek corre da suor Maria Angela: «Promettimi che non ti arrabbi», le chiede: «Mi avevi detto di non aprirgli più, lo so. Ma l’altra sera, quando ha bussato, ho pensato a quel che ci insegna Gesù, amare i nemici. E mi sono chiesta quanto davvero io mi fido del Signore, anche quando ho paura. Così ho aperto. Questa volta è stato con noi un poco e se n’è andato senza farci del male». Lungo un calvario di cadute e rinascite che sanno di mahassachan, di miracolo, oggi Lek è battezzata col nome di Maria ed è aiuto-catechista. Va sempre a lezione portando quel figlio con paralisi cerebrale e ancora tanto bisognoso di cure. Lo porta perché è parte della sua testimonianza, della sua vita toccata da Dio: «Se non avessi Tam così com’è, non avrei mai incontrato il Signore». Suor Maria Angela non è preoccupata di quando tornerà in Italia. Perché la Casa è nelle mani di queste donne che sono state come «cirenei di un Cristo non ancora riconosciuto», per poi dire, come una di loro: «Questo Dio Padre, Phrà Bida, che tu mi hai fatto conoscere mi è vicino anche quando piango nel silenzio. Anche quando sono sola. Sempre».

Dice il Salmo 112: «Dalle immondizie rialza il povero per farlo sedere tra i principi del Suo popolo». «Noi non abbiamo ancora capito il messaggio di salvezza che portano gli ultimi», aggiunge lei: «La domanda sul “perché” davanti alle prove della vita è sempre la stessa, da prima di Cristo. Ma prima non c’era la Rivelazione. Un fatto concreto, a cui ti agganci e ti trascina con sé». Questione di metodo, secondo lei: «Le cose di Dio non si capiscono. Noi vogliamo capire e poi accettare. Invece Dio ci chiede: “Credimi, servi queste persone e mi scoprirai in loro”». È l’esperienza che guida. «In questi anni, mi sono scoperta più fangosa, peccatrice, handicappata e ingabbiata di loro. E nulla è paragonabile al vedere come Dio, con il suo metodo che sempre ci scandalizza, ci cambia il cuore. La presenza che fa nuove tutte le cose c’è. C’è. Mio Dio, come c’è!»
di Alessandra Stoppa – Tracce