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Lepanto: La Lega Santa contro i Turchi

Batalla_de_lepanto_antonio_brugadaI Turchi avevano vinto:

– nel 1389 nel Kossovo contro i serbi;
– nel 1396 a Nicopoli contro i crociati guidati dal re d’Ungheria;
– nel 1414 a Negroponte contro i veneziani;
– nel 1417 a Valona;
– nel 1418 a Girocastro;
– nel 1430 a Salonicco contro i veneziani;
– nel 1453 a Costantinopoli mettendo fine all’Impero Bizantino;
– nel 1462 a Lesbo contro i genovesi;
– nel 1463 contro i greci dell’Impero di Trebisonda;
– nel 1463 contro i bosniaci a Jace;
– nel 1480 a Otranto contro gli italiani;
– nel 1521 a Belgrado contro gli ungheresi;
– nel 1522 a Rodi contro i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme;
– nel 1527 a Mohacs contro gli ungheresi;
– nel 1571 a Cipro contro i veneziani.

Nel 1529 avevano assediato gli austriaci a Vienna.
Nella seconda metà del secolo XVI i Turchi dominavano la Grecia, l’Albania, la Serbia, la Bosnia, l’Ungheria, la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia.
La vittoria della Lega Santa a Lepanto fu un evento d’importanza simile alla battaglia di Poitiers. Nel 732 vennero fermati gli Arabi, nel 1571 vennero fermati i Turchi.
Ancora una volta la spada dell’Islam era stata spezzata dall’Occidente.

Località: Lepanto (Grecia)
Epoca degli avvenimenti: 1571 d.C.
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La Lega Santa

Il 20 maggio 1571 venne firmata la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono il regno di Spagna, la repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di

Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana.

Le spese erano divise in sei parti: tre erano a carico della Spagna, due di Venezia e una del papa.

La Lega era stata fermamente voluta da Pio V, Michele Ghislieri, nato ad Alessandria nel 1504, povero pastore di pecore, frate domenicano, inquisitore. Divenuto papa nel 1566 riformò rigorosamente la Curia e la città di Roma. Combatté l’eresia protestante in tutta Europa.

Il comando militare della flotta venne affidato a Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V e fratellastro del re di Spagna Filippo II.

Suoi luogotenenti furono:
– Marcantonio Colonna, comandante della flotta pontificia.
– Sebastiano Venier, comandante della flotta veneziana.

I preparativi si protrassero a lungo e la flotta si poté riunire a Messina solo il 24 agosto.

La flotta era costituita da:

– 104 galee sottili sotto il comando della Repubblica di Venezia; 54 erano con equipaggi provenienti da Venezia, 30 da Creta, 7 dalle Isole Ionie, 8 dalla Dalmazia, 5 da città di terraferma.

– 6 galeazze sotto il comando della Repubblica di Venezia. Le galeazze erano munite di 40 o più cannoni, in grado di sparare palle da 13 chilogrammi in coperta e da 23 chilogrammi da sottocoperta. Si trattava di vere e proprie fortezze galleggianti.

– 36 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Napoli e Sicilia.

– 22 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Genova; si trattava di navi prese a nolo dal finanziere Gian Andrea Doria.

– 12 galee mandate da Cosimo I dei Medici, armate ed equipaggiate dai Cavalieri dell’ordine pisano di Santo Stefano

– 12 galee dello Stato Pontificio, concesse dai veneziani ed armate ed equipaggiate a spese del papa.

– 3 galee dei Cavalieri di Malta.

In totale 195 tra galee e galeazze.

Gli equipaggi erano scarsi e costituiti essenzialmente da cristiani volontari e forzati. La penuria costrinse a mettere solo 3 uomini per remo.

La truppa era costituita da:

– 20.000 soldati a spese della Spagna;

– 5.000 militari al soldo di Venezia;

– 2.000 soldati pagati dallo Stato Pontificio;

– 3.000 volontari provenienti da tutta la Cristianità.

Complessivamente circa 30.000 uomini.

Sulle galee e sulle galeazze vennero imbarcati 1815 cannoni.

Le galee veneziane erano in buono stato, ma con pochi soldati. Don Giovanni d’Austria vi fece imbarcare 4.000 soldati italiani e spagnoli.

La flotta cristiana salpò il 16 settembre dirigendosi verso Corfù. Le navi esploratrici confermarono che la flotta turca era nei pressi del golfo di Lepanto.

La flotta turca minaccia l’Italia

I Turchi fin da febbraio avevano allestito una flotta di 250 galee e
100 navi da rifornimento e supporto.

I costruttori delle galee erano abili carpentieri rinnegati, che il Sultano ricompensava molto bene. Molti dei capitani delle navi erano anch’essi greci o veneziani rinnegati. Gli

equipaggi non avevano grande esperienza. I rematori erano cristiani catturati e ridotti in schiavitù.

Il comandante della flotta era Mehemet Alì Pascià.

Parte della flotta andò a sostenere l’assedio di Famagosta a Cipro.

Un’altra parte della flotta si diresse verso Creta. 3.000 contadini cretesi furono uccisi. Ma l’ammiraglio veneziano Marcantonio Querini riuscì a respingere l’attacco e i Turchi si dovettero allontanare.

Veleggiarono verso Zante (odierna Zakynthos) e Cefalonia (odierna Kefallenia), dove catturarono 7.000 cristiani e li misero a remare sulle loro galee.

Poi le galee turche si diressero verso l’Adriatico. I Turchi si impadronirono di Durazzo (odierna Durres), Valona (odierna Vlore), Dulcigno (odierna Ulcinj), Antivari (odierna Bar), Lesina (odierna isola di Hvar), attaccarono Curzola (odierna isola di Korcula).

Intanto le 80 galee del corsaro Uluj Alì attaccarono Zara e altre città della Dalmazia. Uluj Alì, chiamato anche Occhiali, era un pescatore calabrese rinnegato, divenuto dey di Algeri. Kara Hodja, un altro corsaro devastò il golfo di Venezia. Il rombo del cannone si udiva da piazza S. Marco. Anche Corfù, ad eccezione del castello, venne conquistata dai musulmani.

A giugno il sultano Selim II, detto “L’ubriacone”, ordinò che la flotta si fermasse a Lepanto (odierna Naupaktos; bizantina Epachthos) in una piccola baia tra il golfo di Corinto

e quello di Patrasso. Arrivarono i rinforzi da Negroponte (odierna isola Eubea): 2.000 spahis e 10.000 giannizzeri.

La flotta divenne una minaccia permanente. Da Lepanto la flotta turca avrebbe potuto attaccare la costa italiana in qualsiasi momento.

Prima della battaglia

Il 5 ottobre la flotta cristiana si fermò nel porto di Viscando, non lontano dal luogo della battaglia di Azio. C’era nebbia e un forte vento. Le galee non potevano prendere il mare.

Un brigantino portò la notizia della caduta di Famagosta (in turco Famagusta; in greco Ammocosthos) e dell’orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza.

Il 1° agosto i veneziani si erano arresi con l’assicurazione di poter lasciare l’isola di Cipro. Mustafà Lala Pascià, il comandante turco che aveva perso più di 52.000 uomini

nell’assedio, non mantenne la parola. I soldati veneziani furono imprigionati e incatenati ai banchi delle galee turche.

Venerdì 17 agosto Bragadin venne scorticato vivo di fronte ad una folla di musulmani esultanti. La pelle di Bragadin venne riempita di paglia. Il manichino fu innalzato sulla galea di Mustafà Lala Pascià insieme alle teste di Alvise Martinengo e Gianantonio Querini. I macrabri trofei furono poi inviati a Costantinopoli, esposti nelle strade della capitale ottomana ed infine portati nella prigione degli schiavi.

Il comportamento dei musulmani accrebbe la voglia di combattere dei cristiani.

I soldati della Lega Santa sapevano che la battaglia era decisiva per la Cristianità. In caso di sconfitta le coste di Italia e Spagna sarebbero rimaste esposte agli attacchi dei musulmani. L’Islam era pronto a colpire il cuore dell’Occidente. Roma era in pericolo.

Lo schieramento della flotta cristiana

Domenica 7 ottobre Giovanni d’Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata. Non più di 150 metri separavano le galee.

Venne costituita una formazione a croce.

Al centro si pose Giovanni d’Austria con 64 galee. La sua nave ammiraglia era la Real. A fianco si pose l’ammiraglia del comandante veneziano Sebastiano Venier, una cui nipote era stata ridotta in schiavitù nell’harem di Costantinopoli.
Sull’ammiraglia pontificia era Marcantonio Colonna. Sull’ammiraglia di Savoia il conte Provana di Leynì.

Sull’ammiraglia di Genova Ettore Spinola. Due galeazze furono poste davanti al centro della flotta.

L’ala sinistra venne affidata principalmente ai veneziani sotto il comando di Agostino Barbarigo. Al lato più estremo, più esposto ai tentativi di aggiramento, si pose

Marcantonio Querini. Davanti alle galee veneziane furono inviate due galeazze al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scorticato vivo.

All’ala destra si schierarono galee e combattenti di diverse nazionalità, sotto il comando del genovese Gian Andrea Doria. Erano presenti anche molti volontari tra cui l’italiano Alessandro Farnese, il francese Crillon, l’inglese Sir Thomas Stukeley, l’esiliato Giacomo IV, duca di Naxos. Due galeazze veneziane furono poste davanti al settore sinistro.

La retroguardia venne posta sotto il comando di Santa Cruz con tre galee dei Cavalieri di Malta.

Lo schieramento dei Turchi

I Turchi si disposero a mezzaluna.

Vennero schierate 274 navi da guerra, di cui 215 galee.

I musulmani avevano 750 cannoni.

Il centro turco, al comando diretto di Mehmet Alì Pascià, era costituito da 96 galee. Di fronte ai veneziani era Muhammad Saulak, detto anche Maometto Scirocco, governatore dell’Egitto, con 56 galee.

Uluj Alì, il rinnegato Occhiali, con 63 galee e galeotte, era di fronte a Gian Andrea Doria, che a Tripoli era dovuto fuggire di fronte al corsaro.

Una forte riserva, comandata da Amurat Dragut, era dietro la linea delle galee turche.

Mehmet Alì Pascià era a bordo della Sultana, su cui sventolava il vessillo verde su cui era stato scritto 28.900 volte a caratteri d’oro il nome di Allah.

La battaglia

La flotta cristiana bloccò l’ingresso del golfo di Lepanto. I musulmani, obbedendo all’ordine impartito dal sultano Selim II, accettarono la battaglia.

Con un rumore assordante iniziarono l’avvicinamento suonando timpani, tamburi, flauti. Il vento era a loro favore.

La flotta cristiana era nel più assoluto silenzio.

Quando le flotte giunsero a tiro di cannone i cristiani ammainarono tutte le loro bandiere e Giovanni innalzò lo stendardo con l’immagine del Redentore crocifisso. Una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l’assoluzione secondo l’indulgenza concessa da Pio V per la crociata.

Il vento improvvisamente cambiò direzione. Le vele dei Turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono.

Giovanni d’Austria puntò diritto contro la Sultana. Il reggimento di Sardegna diede l’arrembaggio alla nave turca che divenne il campo di battaglia. I musulmani a poppa e i cristiani a prua. Al terzo assalto i sardi arrivarono a poppa. Giovanni venne ferito ad una gamba. Mehmet Alì Pascià venne ucciso da un colpo di archibugio. La Sultana si arrese. Alle due del pomeriggio Giovanni poté riprendere il controllo della flotta.

Muhammad Saulak era riuscito ad aggirare il fianco sinistro. Agostino Barbarigo fu attaccato da otto galee turche contemporaneamente.
Barbarigo, ferito ad un occhio da una freccia, dovette cedere il comando a Federico Nani. Sei galee veneziane furono affondate. Muhammad Saulak stava per prevalere. Ma improvvisamente i rematori cristiani si sollevarono dai banchi di schiavitù e con le catene si gettarono sulle scimitarre dei loro aguzzini. I veneziani ripresero il sopravvento. Muhammad Saulak venne ucciso.

All’ala destra Uluj Alì e Gian Andrea Doria manovravano per trovarsi in posizione di vantaggio. Alessandro Farnese con i suoi 200 uomini conquistò una galea turca. Diego di Urbino, comandante della Marquesa, ordinò a Miguel Cervantes di aggirare una galea con una scialuppa. Cervantes fu ferito due volte, al petto e alla mano.

Sia il Doria che Uluj Alì, prima della battaglia, avevano tentato di dissuadere i loro comandanti dal dare battaglia. Nessuno dei due voleva mettere a rischio le proprie navi.

Uluj Alì manovrò per aggirare l’ala destra dello schieramento. Doria spostò le sue galee verso destra per fermare i Turchi, lasciando aperto un varco tra il centro e l’ala destra.

Giovanni ordinò al Doria di ricompattare lo schieramento, ma Uluj Alì fu veloce a infilarsi nel varco improvvisamente apertosi con le sue galee corsare.

Uluj Alì, con il vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell’Ordine. La Capitana venne circondata da sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la Capitana.

L’ammiraglio Santa Cruz intervenne con la retroguardia. Il capitano Ojeda, al comando della galea Guzmana, raggiunse la Capitana, l’abbordò e la riconquistò. Uluj Alì fu costretto ad abbandonare la preda. Con una quindicina di galee e di galeotte fuggì, si nascose nelle isole dei dintorni, si impadronì di una lenta galea veneziana, la Bua, e si diresse verso Costantinopoli.

Alle 4 del pomeriggio i Turchi erano stati completamente sconfitti. I pochi superstiti si ritirarono verso l’interno del golfo.

Le perdite dei Turchi

80 galee turche furono affondate. 117 furono catturate. 27 galeotte furono affondate e 13 catturate.

I Turchi persero 30.000 uomini tra morti e feriti. Altri 8.000 furono fatti prigionieri.

Vennero liberati 15.000 cristiani che erano stati ridotti in schiavitù e incatenati ai banchi delle galee.

Le perdite della Lega Santa

I cristiani persero 15 galee, ebbero 7.650 morti e 7.780 feriti.

S. Maria delle Vittorie sull’Islam

Pio V stabilì che il 7 ottobre fosse un giorno festivo consacrato a S.
Maria delle Vittorie sull’Islam.

Gregorio XIII trasferì la festa alla prima domenica del mese di ottobre con il nome di Madonna del Rosario.

Pio V venne proclamato santo da Clemente XI il 22 maggio del 1712.

La vera storia delle Crociate

crociati2Con la possibile eccezione di Umberto Eco, gli studiosi medievali non sono soliti sollecitare l’attenzione dei media. Noi tendiamo ad una relativa quiete (se si eccettua il baccanale annuale del Congresso internazionale di studi medievali di Kalamazoo), leggendo cronache ammuffite e scrivendo studi meticolosi che ben pochi leggeranno. Si immagini, quindi, la mia sorpresa quando, nei giorni successivi all’11 settembre, il Medio Evo balzò improvvisamente alla ribalta.
In quanto storico delle Crociate, mi ritrovai con la tranquilla solitudine della mia torre d’avorio infranta da giornalisti, redattori e conduttori di talk-show ansiosi di trovare lo scoop.

Cosa furono le Crociate?, chiedevano. Quando si ebbero? Quanto fu insensato l’uso della parola “crociata” nei discorsi del presidente George W. Bush? Con alcuni dei miei visitatori avevo la netta sensazione che già conoscessero le risposte alle loro domande, o almeno ne davano l’impressione. Cosa realmente volessero sentirsi dire sembrava non esser altro che la conferma delle loro opinioni. Per esempio, mi veniva frequentemente chiesto un commento sul fatto che il mondo islamico nutre un comprensibile rancore nei confronti dell’Occidente. Non ha la violenza presente, ribadivano, le sue radici negli attacchi brutali e immotivati delle Crociate contro un mondo musulmano raffinato e tollerante ? In altre parole, davvero le Crociate non sono da biasimare?
Osama bin Laden la pensa certamente così. Nelle sue varie esibizioni televisive non manca mai di descrivere la guerra americana contro il terrorismo come una nuova Crociata contro l’Islam.

Anche l’ex-presidente Bill Clinton ha additato le Crociate a lontana causa del conflitto presente. In un discorso tenuto all’Università di Georgetown, narrò (e calcò le tinte di) un massacro di ebrei avvenuto dopo la conquista di Gerusalemme, da parte dei crociati, nel 1099 ed informò il pubblico che l’episodio è tuttora amaramente commemorato, in Medio Oriente (il perché i terroristi islamici debbano essere sconvolti dall’uccisione di ebrei, non fu spiegato). Clinton venne bacchettato, sulle pagine editoriali della nazione, per il suo tentativo di criticare gli Stati Uniti rifacendosi al Medio Evo. Eppure nessuno obiettò qualcosa, circa la premessa fondamentale dell’ex-presidente.
Diciamo, quasi nessuno. Molti storici stavano già da tempo lavorando al riordino del corpus di studi sulle Crociate, prima che Clinton li costringesse ad uscire allo scoperto. Non sono revisionisti, come quelli che imbastirono l’esposizione dell’Enola Gay, ma studiosi autorevoli che hanno messo a frutto molte decadi di accurate, serie borse di studio. Per loro, questo è un “momento di insegnamento”, un’opportunità di spiegare le Crociate a persone che stanno davvero ascoltando. Non durerà a lungo, qui purtroppo funziona così.
Gli equivoci sulle Crociate sono fin troppo comuni. Vengono ritratte come una serie di guerre sante contro l’Islam, generalmente lanciate da papi assetati di potere e condotte da fanatici religiosi. Si pensa che siano state il culmine dell’ipocrisia e dell’intolleranza, una macchia nera sulla storia della Chiesa cattolica in particolare e della civiltà occidentale in generale. Razza di proto-imperialisti, i crociati aggredirono un Medio Oriente pacato e deformarono una cultura musulmana illuminata, lasciando solo rovine. Per trovare variazioni su questo tema non c’è bisogno di guardare troppo lontano. Si veda, per esempio, il famoso poema epico in tre volumi di Steven Runciman, Storia delle Crociate, o il documentario BBC/A&E, Le Crociate, commentato da Terry Jones. Sono prototipi di storia terribile, e intrattengono tuttora a meraviglia.
Insomma qual è la verità sulle Crociate? Gli studiosi ci stanno ancora lavorando su. Ma molto può già esser detto con certezza. Intanto, le Crociate contro l’Oriente furono in ogni caso guerre difensive. Rappresentavano una risposta diretta alle aggressioni musulmane, un tentativo di arginare e controbattere la conquista musulmana di terre cristiane.
I cristiani dell’undicesimo secolo non erano fanatici paranoici. Dai musulmani bisognava realmente difendersi. Sebbene gli arabi sappiano essere pacifici, l’Islam nacque in guerra e crebbe nello stesso modo. Dal tempo di Maometto, la politica di espansione musulmana consistette sempre nella spada. Il pensiero musulmano divide il mondo in due sfere, la Dimora dell’Islam e la Dimora della Guerra. La Cristianità – e, se è per questo, ogni religione non musulmana – non ha dimora alcuna. Cristiani ed ebrei possono essere tollerati all’interno di un stato musulmano, sotto la legge musulmana. Ma, nell’Islam tradizionale, cristiani ed ebrei devono essere distrutti, e le loro terre conquistate. Quando Maometto stava per intraprendere la guerra contro La Mecca, nel settimo secolo, il Cristianesimo era la religione dominante. In quanto fede dell’Impero romano, attraversava il Mediterraneo intero, incluso il Medio Oriente dove nacque. Il mondo cristiano, perciò, era il primo obiettivo dei primi califfi, e tale sarebbe rimasto per i condottieri musulmani dei successivi mille anni.
Con formidabile energia, i guerrieri dell’Islam si avventarono contro i cristiani subito dopo la morte di Maometto. Ebbero successo. Palestina, Siria ed Egitto – un tempo le aree più fervidamente cristiane del mondo – soccombettero rapidamente. Nell’ottavo secolo, gli eserciti musulmani avevano conquistato tutto il nord cristiano dell’Africa e la Spagna. Nell’undicesimo secolo, i turchi selgiucidi conquistarono l’Asia Minore (la Turchia moderna), cristiana fin dal tempo di san Paolo. Il vecchio Impero romano, noto ai moderni come Impero bizantino, fu ridotto ad uno spazio geografico inferiore a quello dell’attuale Grecia. Disperato, l’imperatore di Costantinopoli spedì missive ai cristiani dell’Europa occidentale, chiedendo aiuto per i loro fratelli e le loro sorelle dell’Est.
Questo è quanto fece nascere le Crociate. Non il progetto di un papa ambizioso o i sogni di cavalieri rapaci, ma una risposta a più di quattro secoli di conquiste, con le quali i musulmani avevano già fatti propri i due terzi del vecchio mondo cristiano. A quel punto, il Cristianesimo come fede e cultura doveva o difendersi o lasciarsi soggiogare dall’Islam. Le Crociate non furono altro che questa difesa.
Papa Urbano II fece appello ai cavalieri della Cristianità, per respingere gli attacchi dell’Islam, al Concilio di Clermont del 1095. La risposta fu sbalorditiva. Molta migliaia di guerrieri fecero il voto della croce e si prepararono alla guerra. Perché lo fecero ? La risposta a questa domanda è stata malamente fraintesa. Sulla scia dell’Illuminismo, era d’uso asserire che i crociati non fossero altro che fannulloni e ladri di galline, pronti a trarre profitto dall’opportunità di razziare e saccheggiare terre lontane.

I sentimenti, testimoniati dai crociati stessi, di pietà, di abnegazione e d’amore per Dio, non erano evidentemente da tenere in considerazione. Furono reputati mera facciata, a nascondere oscuri disegni.
Durante le due decadi passate accurati studi, condotti anche con l’ausilio del computer, hanno demolito questa invenzione. Gli studiosi hanno scoperto che i cavalieri crociati era nobiluomini, per lo più ricchi, e provvisti di larghe proprietà terriere in Europa. Ciononostante, abbandonarono tutto per intraprendere una missione santa. Fare una crociata non era cosa da quattro soldi. Anche i ricchi avrebbero potuto facilmente impoverire, rovinando loro stessi e le loro famiglie, nell’unirsi ad una Crociata. Non facevano così perché si aspettassero ricchezze materiali (che molti di loro già avevano), ma perché contavano su tesori che il tarlo non sbriciola e che la tignola non corrode. Erano acutamente consapevoli dei loro peccati ed ansiosi di intraprendere le fatiche della Crociata come un atto penitenziale di carità e d’amore.

L’Europa è letteralmente stipata di carteggi medievali che attestano questi sentimenti, carteggi nei quali questi uomini ancor oggi ci parlerebbero, se noi ascoltassimo. Chiaramente, non si sarebbero rifiutati di accettare un bottino, potendolo avere. Ma la verità è che le Crociate si rivelarono scarse, quanto all’entità dei saccheggi. Alcuni si arricchirono, è vero, ma la stragrande maggioranza dei crociati tornò a casa con nulla in tasca.
* * *
Urbano II diede ai crociati due mete che sarebbero rimaste prioritarie per secoli, nelle Crociate orientali. La prima era liberare i cristiani dell’Est. Così ebbe a scrivere il suo successore, Papa Innocenzo III:
Come può l’uomo che ama, secondo il precetto divino, il suo prossimo come se stesso, sapendo che i suoi fratelli di fede e di nome sono tenuti al confino più stretto dai perfidi musulmani e gravati della servitù più pesante, non dedicarsi al compito di liberarli ? […] Forse non sapete che molte migliaia di cristiani sono avvinte in ceppi ed imprigionate dai musulmani, torturate con tormenti innumerabili?
“Fare una crociata – il professor Jonathan Riley-Smith ha detto magistralmente – era vissuto come un atto di amore”. In questo caso, l’amore del proprio prossimo. La Crociata fu considerata uno strumento della misericordia per raddrizzare un male terribile. Come Papa Innocenzo III scrisse ai Templari, “Voi traducete in atti le parole del Vangelo, secondo cui non c’è amore più grande di quello dell’uomo che offre la sua vita in cambio di quella dei suoi cari”.
La seconda meta fu la liberazione di Gerusalemme e degli altri luoghi resi santi dalla vita di Cristo. Il termine “crociata” è moderno. I crociati medievali si consideravano pellegrini, nel loro eseguire atti di rettitudine lungo la via che mena al Santo Sepolcro. L’indulgenza ricevuta per la partecipazione alle Crociate fu equiparata canonicamente all’indulgenza per il pellegrinaggio.

Tale meta era spesso descritta in termini feudali. Nell’indire la quinta Crociata, nel 1215, Innocenzo III scrisse:
Considerate, carissimi figli, considerate attentamente come, se qualche re temporale venisse deposto e magari catturato, qualora venga restituito alla sua libertà originaria e giunga il tempo di far calare l’occhio della giustizia sui suoi vassalli, non li guarderà come infedeli e traditori […] a meno che non si tratti di coloro che hanno rischiato non solo le loro proprietà, ma le loro stesse persone, nel votarsi al compito di liberarlo? […] E similmente Gesù Cristo, il re dei re e il signore dei signori, il cui servitore nessuno di voi può negare di essere, colui che congiunse la vostra anima al vostro corpo, colui che vi riscattò col Prezioso Sangue […] non vi condannerà per il vizio dell’ingratitudine ed il crimine dell’infedeltà, se voi rifiutate di aiutarLo?
La riconquista di Gerusalemme, perciò, non fu colonialismo ma un atto di restaurazione ed un’aperta dichiarazione d’amor di Dio. Gli uomini del Medio Evo sapevano, evidentemente, che Dio aveva il potere di ricondurre Gerusalemme alla situazione precedente, che aveva il potere di far tornare il mondo intero alla Sua Legge. Eppure, come san Bernardo di Chiaravalle era solito predicare, il Suo rifiuto di far così non era che una benedizione alla Sua gente:
Di nuovo, io dico, pensate alla bontà dell’Altissimo e ponete attenzione ai Suoi misericordiosi progetti. Egli si pone in obbligo nei vostri confronti, o piuttosto finge di fare così, per aiutarvi a soddisfare i vostri obblighi verso di Lui […]. Io chiamo benedetta la generazione che può cogliere un’occasione di indulgenza così ricca come questa.
Spesso si ritiene che l’obiettivo centrale delle Crociate fosse la conversione forzata del mondo musulmano. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Nella prospettiva cristiana medievale, i musulmani erano i nemici e di Cristo e della Sua Chiesa. Compito dei crociati era sconfiggerli e difendere la Chiesa contro di loro. Questo era tutto. Ai musulmani dimoranti nei territori conquistati dai crociati generalmente fu concesso di conservare le loro proprietà, il loro sostentamento, e perfino la loro religione. In tutta la storia del Regno crociato di Gerusalemme, il numero degli abitanti musulmani superò abbondantemente quello dei cattolici. Fu solo nel 13° secolo che i francescani intrapresero qualche tentativo di conversione dei musulmani. Tentativi senza successo, infine abbandonati. In ogni caso, si trattò di persuasione pacifica, non di minacce o addirittura di violenza.
Tuttavia le Crociate erano guerre, sicché sarebbe un errore pensarle solo pietà e buone intenzioni. Come in ogni guerra, la violenza era brutale (anche se non brutale come nelle guerre moderne). Ci furono sventure, errori gravi e crimini. Cose ben ricordate oggi, di solito. All’inizio della prima Crociata, nel 1095, un gruppo di crociati, condotti dal conte Emicho di Leiningen, si aprì la strada lungo il Reno derubando e assassinando tutti gli ebrei incontrati. Senza successo, i vescovi locali tentarono di fermare questa strage. Agli occhi di questi guerrieri, gli ebrei, come i musulmani, erano i nemici di Cristo. Depredarli ed ucciderli, pertanto, non era peccato. Effettivamente, credevano trattarsi di un atto retto, potendo i soldi degli ebrei essere usati per finanziare la Crociata verso Gerusalemme. Ma avevano torto, e la Chiesa condannò fermamente le ostilità contro gli ebrei.
Cinquant’anni dopo, quando la Seconda Crociata stava già per muoversi, san Bernardo proclamava che gli ebrei non sarebbero stati perseguitati:
Chiedete a chiunque conosca le Sacre Scritture cosa si auspica, per gli ebrei, nel Salmo. “Non per la loro distruzione io prego” sta scritto. Gli ebrei sono per noi le parole viventi della Scrittura, ci ricordano ciò di cui sempre soffrì il nostro Dio […]. Sotto i prìncipi cristiani sopportano una prigionia dura, ma “aspettano solamente il tempo della loro liberazione.”.
Ciononostante un certo Radulf, un monaco cistercense, aizzò parecchia gente contro gli ebrei di Rhineland, nonostante le numerose lettere inviategli da Bernardo, per fermarlo. Infine Bernardo fu costretto a recarsi personalmente in Germania, dove prese Radulf, lo spedì di nuovo nel suo convento, e fece finire i massacri.
Spesso si dice che le radici dell’Olocausto possono essere rintracciate in questi pogrom medievali. Può essere. Tuttavia queste radici affondano molto più indietro nel tempo, sono più profonde e più estese dei tempi delle Crociate. Ebrei perirono, durante le Crociate, ma lo scopo delle Crociate non era quello di uccidere ebrei. È vero esattamente il contrario: papi, vescovi e predicatori assicurarono che gli ebrei d’Europa non sarebbero stati molestati. Nella guerra moderna chiamiamo le tragiche morti come queste “danno collaterale”. Gli Stati Uniti hanno ucciso, con le tecnologie intelligenti, molti più innocenti di quanti i crociati avrebbero mai potuto uccidere. Ma nessuno oserebbe dire seriamente che lo scopo delle guerre americane è uccidere donne e bambini.
Da qualsiasi punto di vista la si osservi, la prima Crociata fu un gran colpo. Non c’era nessun leader, nessuna catena di comando, nessuna linea di approvvigionamento, nessuna strategia particolareggiata. Fu semplicemente l’avanzata di migliaia di guerrieri in territorio nemico, impegnati in una causa comune.

Molti di loro morirono, o in battaglia o per malattia o di fame. Fu una campagna improvvisata, sempre sull’orlo del disastro. Eppure ebbe successo. Nel 1098 i crociati avevano ripristinato in Nicea ed Antiochia la legge cristiana. Nel luglio 1099 conquistarono Gerusalemme e gettarono le fondamenta di uno stato cristiano in Palestina. La gioia in Europa non conobbe freni. Sembrò che la marea della storia, che aveva alzato i musulmani a tali altezze, ora stesse girando.
* * *
Ma così non fu. Quando pensiamo al Medio Evo ci è facile vedere l’Europa alla luce di quello che è divenuta, anziché di quello che era. Il colosso del mondo medievale era l’Islam, non la Cristianità. Le Crociate sono particolarmente attraenti perché rappresentano un tentativo di contrastare quel colosso. Ma, in cinque secoli di Crociate, solamente la prima arrestò significativamente l’avanzata islamica. Poi tornò la bassa marea.
Quando la Contea crociata di Edessa cadde in mano a turchi e curdi, nel 1144, si manifestò un vasto consenso per una nuova Crociata, in Europa. Lo promossero due re, Luigi VII di Francia e Corrado III di Germania, e lo sostenne nelle sue predicazioni san Bernardo stesso. Fallì miseramente. La maggior parte dei crociati fu uccisa lungo la strada. Quelli che arrivarono a Gerusalemme fecero la peggior cosa possibile, attaccando la Damasco musulmana, già forte alleata dei cristiani. In seguito a tale disastro i cristiani europei furono costretti ad accettare non solo la rinnovata espansione del potere musulmano, ma la certezza che Dio stesse castigando l’Occidente per i suoi peccati. Movimenti pietistici laici germogliarono in tutta Europa, radicati nel desiderio di purificare la società cristiana, per renderla degna della vittoria sull’Oriente.
Lanciare una crociata nel tardo dodicesimo secolo, perciò, significò organizzare una guerra senza quartiere. Ognuno, anche debole o povero, fu invitato a prodigarsi. Ai guerrieri si chiese di sacrificare le loro ricchezze e, in caso, le loro vite, per la difesa dei cristiani d’Oriente. Tutti i cristiani furono chiamati a sostenere le Crociate tramite preghiere, digiuni ed elemosine. Nel frattempo i musulmani si accrescevano. Il Saladino, il grande unificatore, aveva inglobato il musulmano Medio Oriente in una sola entità, incitando alla guerra santa contro i cristiani. Nel 1187, nella Battaglia di Hattin, le sue forze annientarono gli eserciti alleati del Regno cristiano di Gerusalemme e trafugarono la preziosa reliquia della Vera Croce. Indifese, le città cristiane cominciarono a cedere una alla volta, fino alla resa di Gerusalemme, il 2 ottobre. Si salvò solo, lungo il litorale, qualche porto.
La risposta fu la terza Crociata, condotta dall’imperatore Federico I “Barbarossa” di Germania, re Filippo II Augusto di Francia e re Riccardo I “Cuordileone” d’Inghilterra. In qualche misura era una grande cosa, pur non grande come i cristiani avevano sperato. L’anziano Federico annegò nell’attraversare un fiume a cavallo, dimodoché il suo esercito tornò a casa prima ancora d’aver raggiunto la Terra Santa. Filippo e Riccardo arrivarono in nave, ma i loro incessanti alterchi aggiunsero ulteriori contrasti alla già critica situazione della terra di Palestina. Dopo avere riconquistato Acre (Akka), Filippo tornò a casa, dove si dedicò alla confisca dei possedimenti inglesi in Francia. Così il peso della Crociata gravò sulle sole spalle di re Riccardo. Guerriero esperto, capo carismatico e superbo stratega, Riccardo condusse le forze cristiane di vittoria in vittoria, appropriandosi dell’intera costa. Ma Gerusalemme non è sulla costa; dopo due tentativi falliti di aprirsi un varco verso la Città Santa, Riccardo desistette. Promettendo di ritornare, stipulò una tregua col Saladino, tregua che prometteva pace nella regione ed ingresso gratuito in Gerusalemme per i pellegrini disarmati. Ma restò una pillola amara da ingoiare. Il desiderio di ricondurre Gerusalemme alla legge cristiana e di riottenere la Vera Croce rimase intenso in tutta Europa.
Le Crociate del 13° secolo furono più grandi, meglio predisposte e meglio organizzate. Ma fallirono egualmente. La quarta Crociata (1201-1204) si insabbiò nelle secche della politica bizantina, sempre incomprensibile agli occidentali. Dopo una deviazione fino a Costantinopoli per sostenere il legittimo pretendente al trono imperiale, che aveva promesso grandi ricompense e un sostegno per la Terra Santa, i crociati scoprirono che il loro benefattore, benché erede del trono dei Cesari, non poteva mantenere le sue promesse. Sentitisi traditi dai loro amici greci, nel 1204 i crociati attaccarono, fecero cadere e brutalmente saccheggiarono Costantinopoli, la più grande città cristiana nel mondo. Papa Innocenzo III, che già aveva scomunicato l’intera crociata, denunciò fermamente tale azione. Ma c’era ben poco da fare. I tragici eventi del 1204 eressero una porta di ferro tra il credo cattolico romano e quello greco ortodosso, una porta che lo stesso papa attuale, Giovanni Paolo II, è stato incapace di riaprire. Per un’ironia terribile le Crociate, nate dal desiderio cattolico di riunirsi agli ortodossi, divisero – forse irrevocabilmente – gli uni dagli altri.
Nel resto del 13° secolo le Crociate fecero poco di più. La quinta Crociata (1217-1221) riuscì a liberare Damietta, in Egitto, ma i musulmani di lì a poco sconfissero l’esercito cristiano e rioccuparono la città. San Luigi IX di Francia, nell’arco della sua vita, condusse due Crociate. La prima fece capitolare Damietta, ma Luigi, ben presto raggirato dalla sottile diplomazia egiziana, si trovò costretto ad abbandonare la città. Del resto Luigi, sebbene fosse rimasto in Terra Santa per molti anni, spendendo a profusione in lavori difensivi, non realizzò mai il suo desiderio: liberare Gerusalemme. Era molto più vecchio nel 1270, quando capitanò un’altra Crociata a Tunisi, dove morì a causa di un’epidemia. Dopo la morte di san Luigi, due spietati condottieri musulmani, Baybars e Kalavun, lanciarono una brutale rappresaglia contro i cristiani in Palestina. Nel 1291, le forze islamiche erano riuscite ad uccidere o ad espellere dalla regione anche l’ultimo dei crociati, cancellando così il Regno cristiano dalle carte geografiche.
Ad onta dei numerosi tentativi e degli ancor più numerosi progetti, le forze cristiane non furono più in grado di assicurarsi una posizione sicura, nella regione, fino al 19° secolo.
* * *
È probabile che qualcuno pensi che tre secoli di sconfitte cristiane avrebbero intiepidito gli europei, nei confronti dell’idea di Crociata. Tutt’altro. Nel senso che non c’erano alternative. I regni musulmani divennero ancora più potenti nel 14°, 15° e 16° secolo. I turchi ottomani sottomisero, in una sorta di annessione, i loro vicini musulmani, unificando così ulteriormente l’Islam, continuarono le loro incursioni verso occidente, presero Costantinopoli e penetrarono nella stessa Europa. Dal 15° secolo in avanti le Crociate non furono strumenti di misericordia per fratelli distanti, ma tentativi disperati di qualche ultimo resto di cristianità di sopravvivere.

Gli europei cominciarono a prospettarsi la possibilità che l’Islam realizzasse il suo obiettivo di conquistare tutto il mondo cristiano. Uno dei grandi successi del tempo, La Nave dei Pazzi, di Sebastian Brant, diede voce a questo sentimento in un brano intitolato “Il Declino della Fede”:
La nostra fede era forte in Oriente, dominava tutta l’Asia, le terre moresche e l’Africa. Ma ora per noi queste terre sono perdute
e ciò farebbe piangere la pietra più dura […].
Potevi trovare quattro sorelle della nostra Chiesa,
sorelle patriarcali, Costantinopoli, Alessandria, Gerusalemme e Antiochia. Ma sono state prese e saccheggiate e presto anche la testa sarà attaccata.
Naturalmente questo non è successo. Ma c’è mancato poco. Nel 1480, il sultano Mehmed (Maometto) II catturò Otranto, a mo’ di testa di ponte per l’invasione dell’Italia. Roma fu evacuata. Ma il sultano morì poco dopo e, con lui, il suo piano. Nel 1529, Suleiman (Solimano) il Magnifico strinse d’assedio Vienna. Se non fosse stato per i capricci del tempo meteorologico, che bloccarono la sua avanzata e lo costrinsero a tornare indietro, abbandonando buona parte della sua artiglieria, i turchi avrebbero preso la città. E la Germania, allora, sarebbe stata facile preda.
Inoltre, mentre questi frangenti si succedevano, qualcosa d’altro stava fermentando in Europa, qualcosa senza precedenti nella storia umana. Il Rinascimento, originato da una equivoca mistura di valori romani, di pietà medievale e di inedito rispetto verso il commercio e la libera imprenditoria, generò altri movimenti come l’umanesimo, la rivoluzione scientifica e l’età delle esplorazioni. Pur lottando per la sua stessa sopravvivenza, l’Europa stava per espandersi su scala globale. La Riforma protestante, che rifiutò il papato e la dottrina dell’indulgenza, rese impensabili le Crociate a molti europei, lasciando così l’onere della difesa dell’Occidente ai soli cattolici. Nel 1571 una Santa Lega, che di fatto non era che una Crociata, sgominò la flotta ottomana a Lepanto. Tuttavia vittorie militari del genere restarono un’eccezione. La minaccia musulmana fu neutralizzata economicamente.

Quando l’Europa crebbe in ricchezza ed in potenza, i prima terrificanti e raffinati turchi cominciarono a sembrare patetici ed arretrati, al punto da rendere inutile una Crociata. “L’ammalato Uomo d’Europa” andò avanti zoppicando fino al 20° secolo, quando spirò, lasciando dietro di sé l’attuale disastro del Medio Oriente moderno.
Dalla sicura distanza di molti secoli, è abbastanza facile aggrottare le ciglia, disgustati dalle Crociate. La religione, in fondo, è nulla, se si basa sulla guerra. Eppure dovremmo pensare che i nostri antenati medievali sarebbero stati a loro volta disgustati dalle nostre guerre, molto più distruttive, combattute in nome di ideologie politiche. Ed ancora, dovremmo pensare che sia il guerriero medievale che il soldato moderno infine combattono per il proprio mondo e per ciò che lo costituisce. Entrambi sono disposti a sopportare enormi sacrifici, purché ciò sia al servizio di qualcosa di caro, di prezioso, di più grande di loro. Che noi ammiriamo i crociati o no, è un fatto che il mondo così come noi lo conosciamo oggi non esisterebbe, senza i loro sforzi. La fede antica del Cristianesimo, col suo rispetto per le donne ed il suo rifiuto della schiavitù, non solo sopravvisse, ma fiorì. Senza le Crociate, avrebbe ben potuto seguire lo zoroastrismo, un altro rivale dell’Islam, nell’estinzione.
Thomas F. Madden – Crisis
Thomas F. Madden è professore associato della cattedra di Storia della Saint Louis University. È autore di numerosi lavori, tra i quali “Storia Concisa delle Crociate” e coautore, con Donald Queller, de “La quarta Crociata: La Conquista di Costantinopoli”

L’opera della Chiesa nella storia

Poiché l’ha fatto meglio di quanto noi possiamo sperare di fare riportiamo, sull’argomento, una memorabile pagina dello storico e Accademico di Francia Pierre Gaxotte.

“Al tempo dei Romani, un’epoca rude e razionale, la Chiesa aveva recato la consolazione nella miseria, il coraggio di vivere, L’abnegazione, la carità, la pazienza, la speranza di una vita migliore, improntata a giustizia. Quando l’Impero crollò sotto i colpi dei barbari, essa rappresentò il rifugio delle leggi e delle lettere, delle arti e della politica.

Nascose nei suoi monasteri tutto ciò che poteva essere salvato della cultura umana e della scienza. In piena anarchia la Chiesa era riuscita, in sostanza, a costituire una società viva e ordinata, la cui civiltà faceva ricordare e rimpiangere i tempi tranquilli, ormai passati. Ma c’è di più: essa va incontro agli invasori, se li fa amici, li rende tranquilli, ne opera la conversione, ne convoglia l’affluire, ne limita infine le devastazioni. Davanti al vescovo che rappresenta un aldilà misterioso, il Germano viene assalito dal timore, e retrocede. Egli risparmia le persone, le case, le terre. L’uomo di Dio diventa il capo della città, il difensore dei focolari, del lavoro, l’unico protettore degli umili su questa terra.

Più tardi, quando l’epoca dei saccheggi e degli incendi sarà passata, quando occorrerà ricostruire, amministrare, negoziare, le Assemblee e i Consigli accoglieranno a braccia aperte gli uomini della Chiesa, gli unici capaci di redigere un trattato, portare un’ambasceria, eleggere un principe.

Fra le continue disgrazie (…), mentre nuove invasioni ungheresi, saracene, normanne assillano i paesi, mentre il popolo disperso si agita senza alcun indirizzo, la Chiesa ancora una volta tiene fermo.

Essa fa risorgere le tradizioni interrotte, combatte i disordini feudali, regola i conflitti privati, impone tregue e opera accordi. I grandi monaci Oddone, Odilone, Bernardo innalzano al di sopra delle fortezze e delle città il potere morale della Chiesa, l’idea della Chiesa universale, il sogno dell’unità cristiana. Predicatori, pacificatori, consiglieri di tutti, arbitri in ogni questione, essi intervengono in ogni caso e dappertutto, veri potentati internazionali, di fronte ai quali ogni altro potere terrestre non resiste che a malapena.

Attorno ai grandi santuari e alle abbazie si intrecciano relazioni e viaggi. Lungo le grandi strade, dove camminano le lunghe processioni di pellegrini, nascono le canzoni epiche. Le foreste spariscono di fronte all’assalto dei monaci che dissodano la terra. All’ombra dei monasteri le campagne rifioriscono (celebre è la canalizzazione della pianura padana); i villaggi già rovinati rinascono. Le vetrate delle chiese e le sculture delle cattedrali sono il libro pratico nel quale il popolo si istruisce (…). I Appannaggi, ricchezze, onori, tutto si mette ai piedi degli uomini della Chiesa, e l’imponenza di questa riconoscenza basta da sola a far valutare la grandezza dei benefici seminati da essi”.

L’intero Medioevo è popolato di Santi e Sante (cioè gente che ha praticato la virtù in grado eroico): Francesco, Caterina, Bernardo, Domenico. Tra questi moltissimi i re e le regine. Si può dire lo stesso, oggi? Quale modello umano viene ormai proposto ai giovani? Il cavaliere senza macchia e senza paura, difensore dei deboli e degli oppressi? Il santo benefattore e campione dell’autodisciplina? No: l’attore debosciato, la soubrette oca e di facili costumi, il cantante nichilista e tossicomane, il calciatore arricchito e smargiasso, il politico furbo.

E’ la Chiesa medievale a inventare l’Università. Universitas studiorum = luogo in cui sono radunati tutti gli studi. L’Università è un corpo separato; esso dipende giuridicamente dalla Chiesa. Gli studenti hanno propri magistrati e amministratori; per indicare la loro indipendenza dalle autorità civili porta no l’abito ecclesiastico (da qui il proverbio “l’abito non fa il monaco”: poteva essere infatti uno studente). La Chiesa crea in tutte le parrocchie scuole gratuite e comuni, uguali per tutti. Carlomagno, vergognoso di essere analfabeta, rimproverava i figli dei nobili perché non profittavano negli studi come i figli dei popolani. La differenza con l’oggi è che la scuola non era obbligatoria. Ma chi non ci andava veniva guardato con sufficienza.

Infine le pitture e le vetrate delle chiese erano “libri a fumetti”, immagini non solo sacre (vi erano rappresentati anche l’astronomia, i mestieri, le scienze, gli eventi storici e politici) che istruivano anche gli analfabeti in un’epoca in cui i libri (dovendo essere copiati a mano, uno ad uno) erano costosissimi.

L’Inquisizione spagnola

Su questo tema, la fantasia si è scatenata. Ma è appunto fantasia, come ne il pozzo e il pendolo di Edgar A. Poe.

Nel 1492, anno dell’impresa di Colombo, la Spagna, riunificatasi col matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, era riuscita a portare a termine la plurisecolare opera di riconquista del paese ai Mori. Il nuovo regno si trovava adesso ad avere in casa due fortissime minoranze, quella musulmana e quella ebraica. Poiché ora il governo era interamente in mano ai cristiani, molti, per far carriera, si facevano battezzare, ma in segreto continuavano a praticare la vecchia religione. Solo che il segreto non era tale per i vicini di casa e i compaesani, i quali, non di rado scavalcati soprattutto dai più abili Ebrei (nel commercio e nelle finanze, ma anche nelle carriere amministrative e perfino ecclesiastiche), spesso davano luogo a tumulti contro i falsi convertiti o marranos. Si aggiunga che i Mori di Spagna per lungo tempo sognarono la rivincita, facendo da quinta colonna per i regni islamici corsari del vicino Nordafrica (i quali praticarono per secoli continue incursioni sulle coste). Rivolte scoppiavano qua e là, e impensierivano i due re. Ci fu anche una ribellione di nobili contro la corona, e molti Ebrei conversos commisero l’errore di appoggiare i ribelli. Insomma l’appena unificato regno rischiava una guerra civile. Per questo i Re Cattolici chiesero al Papa l’istituzione dell’Inquisizione. Finché Ferdinando e Isabella, buoni cristiani, vissero, l’Inquisizione spagnola obbedì alle direttive di moderazione del Papa. Ma in breve diventò un organismo governativo, del tutto indipendente da Roma e sul quale il Papa non aveva praticamente nessun potere.

Comunque l’Inquisizione ebbe il merito di sottrarre la questione dei falsi convertiti ai linciaggi di piazza. Fu garantito un processo giusto e puntiglioso. I veri convertiti vennero provvisti di regolare certificato inquisitoriale e garantiti contro ogni ulteriore molestia; agli altri fu posta l’alternativa tra la vera conversione o la condanna. Infatti l’Inquisizione, tribunale ecclesiastico, poteva giudicare solo i cristiani, non gli ebrei o i musulmani. Un battezzato che, di fatto, praticava il Giudaismo o l’Islamismo, era un eretico sovversivo. Così, colpendo relativamente pochi colpevoli (il cui numero effettivo, anche qui, va molto ridimensionato), l’Inquisizione “regolò il traffico” in Spagna: gli ebrei facessero gli ebrei, i musulmani i musulmani e i cristiani i cristiani, ognuno con i suoi riti e ben separati, per non litigare. La sua presenza evitò alla Spagna quelle guerre di religione che invece insanguinarono l’Europa settentrionale e garantì lo sviluppo del Paese, che così poté diventare la prima superpotenza del tempo. Si tenga presente che i più grandi Santi del cosiddetto “secolo d’oro” spagnolo (che coincise col culmine dell’attività inquisitoriale) erano tutti di origine ebraica: Giovanni di Dio, Teresa d’Avila, e altri. Il “famigerato”, anch’egli ebreo convertito, Torquemada fu in realtà molto più mite di quel che si pensa.

Per quanto riguarda la cosiddetta “caccia alle streghe” teniamo presente che l’Inquisizione se ne occupò poco. La vera e propria “stregomania” si diffuse in Europa alla fine del Rinascimento, dunque all’inizio della modernità. Ci credevano gente come Newton e Giordano Bruno (lui stesso un mago), Paracelso e Cartesio. A bruciare streghe furono soprattutto tribunali laici e protestanti (il più fiero cacciatore di streghe fu il giurista francese Jean Bodin, teorico dello Stato moderno). La famigerata Salem si trova infatti nel Massachusetts dei protestanti Padri Pellegrini americani. L’Inquisizione cattolica classificò la stregoneria come superstizione e, specialmente in Spagna, salvò la vita a moltissime presunte streghe che la furia popolare (o qualche cliente deluso) voleva linciare.

I secoli della fede: il Medioevo

Una ricostruzione dei “secoli della fede”, attraverso la faticosa ma feconda prima evangelizzazione dell’Europa.
L’editto di Milano, con cui Costantino nel 313 d.C. concedeva ai cristiani libertà di culto, è paragonabile al chiodo piantato nella roccia dallo scalatore previdente. Un piccolo chiodo a cui tuttavia è affidato il compito di sostenere l’alpinista in caso di caduta. E la caduta di Roma si approssima in modo sempre più minaccioso.

La libertà di evangelizzare
Già il 9 agosto del 379, sotto le mura di Adrianopoli, l’imperatore Valente subisce dai Visigoti una delle più spaventose sconfitte della storia dell’impero. Una sconfitta in cui egli stesso perde la vita, senza ancora capacitarsi pienamente di quanto gli sta accadendo intorno.
In realtà, per rendersi conto della situazione, sarebbe necessario il colpo d’occhio del giocatore di bigliardo, perché le masse barbariche, che premono sul limes romano, obbediscono negli spostamenti alla stessa logica che spinge una palla, a sua volta sospinta, a urtare quella immediatamente vicina. Dall’altra parte del mondo, infatti, nelle pianure dell’Asia orientale, gli Unni, che da quasi un millennio premono alle propaggini della Grande Muraglia, vi praticano finalmente una breccia. Impadronitisi del Celeste Impero, volgono la corsa del propri destrieri in direzione opposta. Là dove il sole volge al crepuscolo.
Qui si imbattono negli Alani e negli Slavi, i quali, a loro volta, terrorizzati, premono sui Germani. È un ammassarsi di uomini, di donne, di cavalcature, di armenti. L’impero riceve frontalmente l’urto e si piega. A nulla serviranno gli eroismi del singoli. Come quello di Stilicone, barbaro romanizzato, che, nel 401, a Pollenza, batte i Visigoti, o come quella di Ezio, l’ultimo patrizio, che nel 451, a Chalons, respinge gli Unni. Il destino dell’Occidente è segnato. Quanto all’Oriente, la sua struttura, solo in apparenza fragile, è destinata a durare nel tempo, al di là di ogni previsione.
A Occidente, intanto, il chiodo — quel chiodo piantato nella roccia — svolge egregiamente la sua funzione. Che è poi quella di reggere l’intero edificio sociale, nel momento stesso in cui la nozione di Stato sembra dileguarsi. A partire, infatti, dal 476, anno che segna tradizionalmente la fine dell’evo antico, con la deposizione, ad opera di Odoacre, di Romolo Augustolo, la Chiesa è chiamata non soltanto a condurre le anime versa il cielo, ma anche a provvedere ai corpi sopra la terra.
I nuovi venuti, questi barbari, che mangiano carne macerata sotto le selle, le cui donne si sgravano sui carri, i cui figli imparano prima a scagliare trecce che a pronunciare il proprio nome, spesso sono ancora peggiori dei pagani. Sono eretici. Il paganesimo, fatto di leggende, può essere vinto. L’eresia di Ario, che essi hanno contratto come un virus nel corso del loro viaggia asiatico, è tenace e intollerante.
Eppure, a partire dal VI secolo, la Chiesa procede a una graduale evangelizzazione dell’Europa. Il re dei Franchi, Clodoveo, piega, nel 496, il ginocchio innanzi al vescovo Remigio. Winfrid, che impareremo a conoscere con il nome di Bonifacio, sradicando una quercia sacra al dio Wotan, dà inizio alla conversione dei Germani. Agostino di Canterbury, infine, impartendo, nel natale del 597, il battesimo al principe dei Sassoni, trasforma in soldati di Cristo anche i guerrieri del suo seguito, che faranno dell’Inghilterra un centro di irradiazione missionaria.

I frutti della prima evangelizzazione: i secoli della Fede
Il Medioevo nasce cosi, da questa magma di etnie che, ancora allo stato liquido, i monaci benedettini versano nello stampo del diritto romano. Ma a temprarlo sono gli eserciti di Allah, che, lungo il perimetro meridionale del Mediterraneo, gonfiano al vento le loro verdi bandiere. L’islam, infatti, per il mistero dell’eterogenesi dei fini, è destinato a produrre nella cristianità occidentale quel senso di comune appartenenza, che soltanto un comune pericolo può ingenerare.
A partire dal 632, anno della morte di Maometto, infatti, le amiate del Profeta dilagano in Europa come un torrente in piena. Il VII e l’VIII secolo sono attraversati dal galoppo delle cavallerie berbere, innanzi alle quali nessuno sembra in grado di opporre resistenza. Nel 698, Cartagine cade in mano agli invasori. I quali con Tarik passano poco dopo lo stretto di Gibilterra, iniziando l’avanzata che travolgerà lo Stato visigotico di Spagna.
Dalle cime dei Pirenei i conquistatori volgono Io sguardo verso la “dolce” Francia, già pregustando il sapore del bottino. Un sapore che presto diventa amaro come a sconfitta. A Poitiers, nel 732, in un piccolo scontro, i cavalieri franchi, catafratti nelle pesanti armature, hanno la meglio sugli agili predoni africani. È una data storica, non soltanto perché pone fine, a occidente, all’avanzata dell’islam, ma anche perché trasforma la Francia di Carlo Martello nell’antemurale della cristianità.

Un Impero sacro e romano
D’ora innanzi si parlerà di Gesta Dei per Francos, di imprese di Dio affidate alla spada del Franchi, perché i Franchi, grazie alla nuova dinastia carolingia che li governa, sembrano davvero il braccia a cui il Signore degli eserciti ha affidato la sua collera. Da Carlo Martello sino a Carlo Magno, questa alleanza della spada con il pastorale assume via via un carattere sempre più denso di valenze mistiche. Per trasformarsi in una sorta di crisma sacramentale nella notte dell’anno 800, quando, sotto le volte di S. Pietro, papa Leone III non celebra solo la nascita di Nostro Signore, ma anche quella del primo impero cristiano conosciuto dall’Occidente.
Il Sacro Romano Impero diventa cosi il secondo chiodo — dopo quello piantato da Costantino — intorno a cui il mondo medioevale organizza la propria vita.
Chiesa e Impero realizzano, infatti, quell’ordine provvidenziale, descritto da S. Agostino nel De Civitate Dei, grazie a cui gia’ su questa terra viene concesso a cristiano di gustare parzialmente le beatitudini che lo attenderanno definitivamente in cielo. È un’aspirazione, non un dato di fatto. Un’aspirazione che dura quanta la vita di Carlo. Già alla sua morte, l’Europa si ritrova come una cittadella assediata. Il X e l’XI secolo sentono la stretta farsi sempre più spasmodica nord, a sud e a est. Normanni, Ungari, musulmani scendono e risalgono verso quei tepidi lavacri di Acquisgrana, dove un tempo Carlo amministrava la giustizia nel suo impero, come Dio la provvidenza nell’universo.
Occorre calare la celata, abbassare la lancia, dar di sprone nei fianchi del destriero. A Lechfeld, Ottone I, nel 55, respingendo i Magiari nelle loro steppe, segna l’inizio di una nuova fase dell’impero, a cui darà il nome renovatio. Ma per renovatio si intende una restaurazione che muta nel profondo la cosa restaurata. Nasce il Sacro Romano Impero di nazione germanica. Perché è la Germania il nuovo cuore del mondo e il papato deve accontentarsi, con il Privilegium Othonis del 962, di accucciarsi come un obbediente levriero ai piedi del suo signore.
Inizia l’età ferrea del pontificato. Un oscuro tempo di servitù, in cui le grandi famiglie romane, il popolo capitolino e l’imperatore di Germania sembrano voler esautorare Pietro dal governo delta navicella di Cristo. Ma la Chiesa possiede infinite risorse, la prima della quali è Cluny, un piccolo monastero della Borgogna, che nel 909 il duca di Aquitania dona ad un abate benedettino. A Cluny il clero infeudato e asservito al potere politico avverte di nuovo la sua vocazione alla libertà della spinto e decide con quel potere di rompere ogni legarne.

L’autunno della cristianità occidentale
Mentre la lotta per le investiture dilania le più alte gerarchie sociali, l’anno mille trascorre sul mondo, gettandovi sopra la sua ombra di sciagura. Ma si tratta soltanto di un’ombra. La vita continua, anzi, si rinnova con maggiore slancio. L’XI secolo vede l’Europa in rapida crescita, soprattutto demografica.
Si fanno più figli, si coltiva più intensivamente la terra, si impara ad andare oltre le mura del feudo per scambiare le eccedenze. Nascono i mercati e intorno ai mercati le città. Le stesse crociate che, a partire dal 1096, spingono milltes e pauperes, i cavalieri e gli straccioni, versa la Palestina, adempiono, tra le altre funzioni, a quella di fungere da salasso pei una cristianità, a cui l’eccesso di salute può risultare fatate.
Il mondo che si para innanzi al crociato, che ritorna in patria sul suo ronzino, è del tutto diverso da quello cui ha data le spalle. Sulle rovine del castello si alzano ora le mura del comuni italiani e di quelli anseatici. Ma l’elemento di assoluta novità che si avverte in questo autunno del Medioevo è costituita dalle monarchie nazionali. Questi Stati sovrani che rifiutano sia l’autorità dell’impero sia quella del papato.
Quando, nel 1303, Guglielmo di Nogaret, legato di Filippo IV il Bello, re di Francia, irrompe nel palazzo di Anagni e un dignitario del suo seguito, Sciarra Colonna, antico nemico del pontefice, schiaffeggia sul volto Bonifacio VIII, l’alleanza tra scettro e pastorale definitivamente s’infrange. I chiodi piantati sul fianco della montagna non offrono più presa.

di Alessandro Massobrio
Bibliografia
Claudio Moreschini, Cristianesimo e impero, Sansoni Scuola aperta, 1973.
Jacques Calmette, Carlo Magno, La nuova Italia, 1974.
Heinrich Von Fichtenau, L’Impero carolingio, Laterza, 1969.
Henri Pirenne, Maometto e Carlo Magno, Laterza, 1969.
Régine Pernoud, Luce del Medioevo, a cura di Marco Respinti; presentazione di Luigi Negri; contributi di Massimo Introvigne, Marco Respinti, Marco Tangheroni, Gribaudi, 2000.
Idem, Medioevo. Un secolare pregiudizio, Bompiani 1992.
Jacques Le Golf, La civiltà dell’Occidente medievale, Sansoni, 1969.
Johan Huizinga, L’Autunno del Medioevo, Newton Compton, 1992.
Steven Runclman, Storia delle Crociate, Rizzoll, 2002.
© il Timone

 

Diffusione del Cristianesimo e storicità

Il titolo dell’incontro di oggi è tratto da una terzina del Canto XXIV del Paradiso della Divina Commedia di Dante, e vuole alludere al fatto che da sempre il miracolo della diffusione del Cristianesimo (il miracolo di secoli e secoli in cui persone, incontrando altre persone, hanno creduto, si sono riconosciute in quell’avvenimento e hanno continuato a renderne testimonianza, fino a quando quell’avvenimento è arrivato fino a noi che siamo qui) è riconosciuto dalla Chiesa e dalla Cristianità come il segno della verità e della realtà dell’avvenimento cristiano. (…)

Perché questa attenzione alla storicità del Cristianesimo? Non è né la ripetizione di un tema, né la fissità o la mania di un contenuto, ma è piuttosto un approfondimento; la verità è più grande di quello che io sono oggi e di quello che io posso essere domani, e quindi l’approfondimento della verità non avrà mai termine, è piuttosto l’approfondimento della ragionevolezza della nostra fede. La nostra fede si fonda sulla storicità di un fatto, e in questo fatto consiste la certezza e la speranza della nostra vita: allora, approfondire la ragionevolezza di questo è il compito più utile, più appassionante, più intelligente a cui possa dedicarsi un uomo che ha incontrato questo fatto e che da esso è stato provocato.
Pensiamo a un fatto estremamente vicino: la gioia che abbiamo vissuto in questi giorni, l’amicizia che c’è stata fra di noi. Che cosa diciamo di questo? Che sono state giornate emozionanti? Che questa gioia e che questa esperienza sono state un’emozione? Un attimo di sentimento felice? Sarebbe poco!

Le giornate che abbiamo vissuto sono l’espressione di un avvenimento presente tra noi. Questa è la certezza delle ore che abbiamo passato a lavorare o ad ascoltare, a preparare ciò che per il Meeting serviva o a visitare le mostre. La gioia e l’esperienza di questi giorni non sono fondati su un’emozione – anche se sono state un’emozione, perché l’emozione fa parte della carne e della vita -, ma sono l’espressione di un avvenimento presente, non un fatto del passato, non un’utopia da attendere per il futuro. Dice Don Giussani: “Cristo c’è, e pertanto è preso in considerazione, è creduto, sentito, amato e seguito, se cambia”. Quello che noi siamo, il nostro cambiamento, l’esperienza e la commozione di questi giorni, sono il segno che Cristo c’è.
Per aiutarci in questo approfondimento, abbiamo invitato padre José O’Callaghan, il professor Carsten Peter Thiede e padre Julian Carron.

O’Callaghan: L’anno 1991 ebbi l’onore di partecipare alla chiusura del Meeting. È stata davvero un’esperienza indimenticabile per tanti motivi, ma specialmente perché fu la prima occasione per conoscere da vicino il vostro movimento. Da quel momento ho avuto tanti rapporti con voi non soltanto in Italia e Spagna, ma anche in America Latina, Argentina e Brasile, e posso apertamente confessare che ovunque ho trovato lo stesso spirito e la stessa comunione di ideali per la propagazione del regno di Cristo. Devo inoltre dire che generalmente la mia attività è stata quella propria di un povero papirologo: in quasi tutti i casi, i miei interventi sono stati semplicemente l’esposizione della mia umile proposta di identificazione di un papiro della grotta settima di Qumran, il “famoso” 7Q5, con un brano del Vangelo di Marco (Mc 6, 52-53), in cui si allude a diversi miracoli del Signore.
Non desidero ripetere cose dette previamente, ma non posso dimenticare il cambio di orientamento dell’opinione dopo il meritevole libro del professore Carsten Peter Thiede, che diceva: in base alle regole del lavoro paleografico e di critica testuale, è certo che 7Q5 è Marco 6, 52-53, il più antico frammento conservato di un testo del Nuovo Testamento, scritto attorno al 50 e sicuramente prima del 68.
Dal 18 al 20 ottobre 1991 ebbe luogo all’università cattolica di Eichstaat un simposio internazionale sulla possibile presenza dei cristiani a Qumran, e in questo congresso si rese pubblico il risultato di un test informatico realizzato a Liverpool per vedere se le 20 lettere di 7Q5 potevano essere attribuite ad un altro testo di tutta la letteratura greca. La risposta del computer fu negativa: confermò Marco 6, 52-53.
Prescindendo da altre considerazioni, desidero attendere alle recenti conferme della mia identificazione. Sono conferme di ordine papirologico e di ordine matematico. Le prime dovute alla professoressa Orsolina Montevecchi, e le seconde al professore Albert Down. Orsolina Montevecchi, emerita di papirologia all’Università Cattolica di Milano, presidentessa per molti anni dell’Associazione Internazionale dei Papirologi, recentemente ha parlato delle due obiezioni che potevano rendere più difficile l’accettazione della mia identificazione: l’omissione di epì ten ghen e lo scambio di consonante.
Riguardo all’omissione di epì ten ghen, verso terra, (“attraversato il lago verso terra”), ha evidenziato che quel “verso terra” è superfluo: attraversando un lago si va ovviamente dall’altra parte. In realtà, anche se i paleografi sembrano ignorarlo, è abbastanza frequente nei testi su papiro più antichi della Bibbia trovare l’omissione di qualche elemento non necessario per la comprensione del testo.
La seconda difficoltà è invece di ordine fonetico: lo scambio delta-tau (d-t). Ma anche questo è un errore frequente, come osserva la Montevecchi, ci sono molti altri casi dei papiri biblici di scambi di tau con delta.
Secondo la Montevecchi, queste sono le due sole obiezioni che si possano prendere a pretesto per invalidare l’identificazione del papiro, poiché sono le sole varianti rispetto al testo tramandato. Ma si tratta di varianti normali: tutti gli altri testi dell’Antico e del Nuovo Testamento tramandatici su papiro, hanno queste lievi alternanze grafiche, e – sono tentato di dire – sarebbe sospetto se non ci fossero.
Per quanto riguarda la conferma matematica, prima di esporre il calcolo delle probabilità fatto da Albert Down, gesuita, voglio ricordare monsignor Enrico Galbiati, che già nel 1991 diceva: “O’Callaghan ha ragione per il calcolo delle probabilità: quel papiro non reca nessuna parola comprensibile, ma un seguito di lettere che si susseguono con un certo ordine, tale quale il Vangelo di Marco. È altamente improbabile che le stesse lettere possano trovarsi nello stesso ordine per caso”.
Il professor Albert Down, ingegnere di ponti e strade, dottore in matematica, è stato ordinario di matematica al Politecnico di Madrid, e ordinario di equazioni differenziali all’Università della stessa città. Attualmente è professore emerito all’Università autonoma di Barcellona, dove insegna storia della matematica, ed è membro numerario della Regale Accademia delle Scienze di Madrid. Il professore ha svolto un lavoro matematico di 32 pagine, con diverse ipotesi di lavoro, di cui enuncerò soltanto le principali.
Prima ipotesi di calcolo: la probabilità che si trovi casualmente un altro testo con lo stesso numero di spazi o lettere, e con una stechiometria che oscilli, come quella di 7Q5, con numero di spazi e di lettere tra 20 e 30 lettere, è una su 36 milioni di miliardi.
Seconda ipotesi di calcolo: dal punto di vista del calcolo delle probabilità, nell’equiparare un testo letterario espressivo con un testo matematico inespressivo, si dà luogo ad un errore di difficile estimazione, di cui non si è tenuto conto nel calcolo precedente. Con questa particolarità letteraria che modifica il primo calcolo, il professor Down propone il nuovo valore matematico che approssima per eccesso i dati anteriori, con la stessa stechiometria di 7Q5: la probabilità che si trovi casualmente un altro testo, è di una su 900 miliardi.
Possiamo dunque dire che secondo l’autorevole opinione del professor Down, questa identificazione scientificamente è certa.
Un collega alcuni giorni fa mi ha detto: “la tua scoperta sarà riconosciuta ma non ora, tra 40 o 50 anni: puoi metterti il cuore in pace”. Ho messo da tempo il cuore in pace, con l’aiuto degli amici di Comunione e Liberazione.
Thiede: Conosciamo circa 100 papiri del Nuovo Testamento; di essi i più antichi sono anche le testimonianze scritte più antiche del Nuovo Testamento – dei Vangeli, delle lettere di San Paolo o di San Pietro, ecc. In qualità di scienziati, perciò, siamo tenuti ad occuparci con cura particolare di queste testimonianze documentarie della storia del Cristianesimo così antiche e singolari. Infatti, è ben diverso pubblicare un papiro dell’Eneide di Virgilio o un papiro del Vangelo di Marco. Certamente, per tutti gli uomini di cultura, e soprattutto per quelli italiani, Virgilio è molto speciale: egli è il poeta nazionale classico che con la sua Eneide ha creato l’epos che sta alla base della storia della fondazione dell’Italia. E così il papiro più antico di Virgilio, ritrovato nella fortezza ebraica di Masada, e pubblicato nel 1989 (…)costituisce certamente un documento eccezionale. Ma Virgilio ha cambiato la vita dell’umanità? Probabilmente no.
I testi del Nuovo Testamento, i documenti sul Gesù storico e sui suoi discepoli questi sì che hanno cambiato la vita dell’umanità, e continuano a cambiarla, anche oggi. Per questa ragione, i papiri più antichi del Nuovo Testamento sono, nonostante tutto, ancora più importanti dei papiri più antichi di Virgilio, di Omero o di Seneca. (…)
Dobbiamo porci questa domanda: in che misura le testimonianze più antiche ci avvicinano alla storicità delle origini cristiane? Per gli scettici, questa può essere una domanda molto scomoda. Quando José O’Callaghan nel 1972 formulò la tesi per cui un frammento della grotta n.7 di Qumran appartiene al Vangelo di Marco, molti studiosi del Nuovo Testamento rimasero sorpresi e quasi spaventati: Marco fra i testi di Qumran, scritti prima del 68 dopo Cristo? Non poteva essere così. C’è voluto molto tempo prima che un esame accurato delle varie corrispondenze conducesse ad un chiaro dato: O’Callaghan aveva ragione fin dal principio. Io stesso so molto bene con quanta forza polemica vari critici si siano opposti a “Marco nel Qumran”; anche i miei stessi libri e saggi su questa questione hanno suscitato molti attacchi pieni d’odio. Perché? Perché è veramente una sfida affermare che un Vangelo è stato scritto quando vivevano ancora testimoni oculari, quando era possibile ancora interrogare i testimoni, quando ancora li si poteva contraddire, se necessario. Un Vangelo come documento storico, degno di fede: questo concetto non può piacere a tutti coloro che preferiscono credere ai miti, alle leggende e alle invenzioni di gruppi più tardi.
E poi, da alcuni mesi, il dibattito sul papiro più antico, quello di Matteo: anche i mezzi di comunicazione italiani hanno riferito ampiamente su tale argomento. In uno dei college dell’Università di Oxford, si trovano tre piccoli frammenti di dieci righe del capitolo 26 del Vangelo di Matteo. Si tratta di brani della storia della Passione. Tre volte parla lo stesso Gesù, una volta Giuda e una volta Pietro. Per otre cinquanta anni, non ci si era occupati di questi frammenti. Essi erano stati datati alla fine del II sec. – abbastanza presto per essere comunque i frammenti più antichi del Vangelo di Matteo, ma anche abbastanza tardi per non suscitare alcuna emozione. Molti avvenimenti, infatti, accaddero alla fine del II sec. Un papiro di questo genere non poteva avere particolare importanza per la storicità del contenuto che narrava.
Ma tutto ciò è cambiato, per così dire da un giorno all’altro, quando il papiro di Oxford è stato datato all’incirca al 70 d.C. Naturalmente non si trattava di una datazione attribuita con leggerezza: dietro c’era tutto un lavoro di analisi accurata e appassionata di manoscritti, un tipo di lavoro da “detective”, all’inseguimento delle tracce più lievi. Nel frattempo è stato anche assodato che esistono parecchi papiri datati – per esempio delle lettere apostoliche – che provengono proprio dallo stesso periodo, prima del 66, e che sono assimilabili allo stesso tipo di manoscritto e papiro di Matteo. Per cui, questo papiro di Matteo può essere con buona certezza attribuito a questo periodo.
A questo punto, la questione prendeva un aspetto ben diverso: improvvisamente i frammenti erano diventati il codice papiraceo più antico di tutto il Nuovo Testamento, quasi contemporanei ai rotoli di papiro di Marco a Qumram. Le tre parole di Gesù contenute in essi erano diventate la testimonianza documentaria più antica del Gesù storico. Le abbreviazioni della parola greca corrispondente a “Gesù” e “Signore” che si vedono su questi frammenti, confermavano improvvisamente una vecchia tesi sostenuta dai papirologi inglesi: la tesi secondo cui i primi cristiani avevano introdotto queste abbreviazioni a Gerusalemme e ad Antiochia già prima del 70 d. C., per dimostrare che Gesù era Dio e Signore. In seguito, come è naturale, tali abbreviazioni vennero applicate all’antico “Tetragrammaton” ebraico JHWH, con il quale veniva abbreviato il santo nome di Dio.
Si scatenarono ancora una volta conflitti e controversie: molti studiosi del Nuovo Testamento non potevano e non possono tuttora accettare l’idea che vi sia stata così presto una forma di tradizione tanto precisa e meditata. Non ci si adatta alle sorprese troppo violente: ci si era appena ripresi dalla sorpresa che Marco giocasse un ruolo nel Qumran già prima del 68 d.C., che ci si doveva sentir dire che esisteva già un codice di Matteo in Egitto intorno al 70 d.C. – là infatti era stato ritrovato quel papiro. E tuttavia, non si trattava soltanto dell’età dei documenti e della questione dei testimoni oculari. Entrava in gioco qualche cosa d’altro: veniva posta una sfida, quella di riflettere ancora una volta da capo sul Gesù storico. Egli aveva profetizzato la distruzione di Gerusalemme e del tempio. Entrambi questi fatti accaddero nel 70 d.C. La maggioranza dei teologi contemporanei non ha dubbi: Gesù era solo un uomo, pertanto non era in grado di fare profezie. Quindi, queste parole sulla distruzione della città e del tempio gli erano state attribuite più tardi, dopo che questi fatti erano avvenuti: l’intento, nell’attribuirgli tali parole, era infatti quello di fare a tutti i costi dell’uomo Gesù un sapiente, un profeta. Ma se invece esistono testimonianze scritte dei Vangeli precedenti al 70 d.C., ciò significa una cosa sola: che Gesù era veramente un profeta. Egli previde il fatto prima che avvenisse, e la predizione fu messa per iscritto prima che l’avvenimento si verificasse.
Il frammento di Marco di Qumran, e il papiro di Matteo di Oxford presentano varie differenze. Il primo deriva da un rotolo, il secondo da un codice. Il frammento di Marco consiste di un solo, piccolo pezzo; il papiro di Matteo è composte da tre frammenti, ai quali appartengono altri due che si trovano oggi a Barcellona. Accanto a queste differenze essi presentano però tratti comuni decisivi: essi testimoniano la cura e la precisione dei primi scrittori cristiani, e soprattutto ci mostrano che la tradizione scritta della vita di Gesù ha avuto inizio molto presto. E ci testimoniano anche un’altra cosa.
Già i primi cristiani presero molto sul serio il compito di “mandato” di Gesù. Il frammento di Marco è stato trovato a Qumran e dalle iscrizioni sulla brocca rinvenuta nella grotta n. 7, sappiamo che i rotoli di questa caverna provenivano da Roma. Certamente, è accaduto che i cristiani di Roma avranno inviato i loro testi ai cristiani di Gerusalemme, e che questi di là siano arrivati agli esseni a Qumran. Il papiro di Matteo di Oxford è stato ritrovato nel nord dell’Egitto, e precisamente vicino a Luxor. Se sia anche stato scritto là non ci è possibile saperlo. Ma, a prescindere dalla possibilità che sia stato scritto là, come copia di un modello ancora più antico, o che sia stato inviato in Egitto da un qualunque luogo dell’impero romano, una cosa è certa: esso si trovava là. E ciò significa, ovviamente, che già intorno al 70 d.C. vi erano cristiani che vivevano in Egitto e che partecipavano alla lettura e alla diffusione del Vangelo.
Dieci giorni fa mi sono recato a Berlino con la professoressa Orsolina Montevecchi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, per partecipare al XXI congresso internazionale di papirologia. Io stesso ho fatto in tale occasione un intervento sul nuovo microscopio che ho messo a punto con alcuni colleghi: un “Confocal Laser Scanning Microscope”, mediante il quale si può penetrare per 20 micrometri negli strati di un papiro – improvvisamente tutto diventa visibile: gli ultimi residui dell’inchiostro, le impronte della penna e nulla rimane nascosto agli occhi del papirologo. Orsolina Montevecchi ha svolto una importantissima relazione sulla diffusione della lingua greca nell’Egitto del I sec. a.C. e del I sec. d.C. Ella ha dimostrato quanto questa lingua fosse diffusa, e quanto fosse normale farsi capire oralmente e per iscritto per mezzo del greco. Anche in relazione alla Palestina, all’Israele antico dello stesso tempo di Gesù e degli apostoli, sappiamo che le persone erano molto portate per le lingue. Ogni abitante della Giudea padroneggiava, oltre all’ebraico e all’aramaico, anche il greco. E ognuno sapeva che il greco era la lingua dei traffici internazionali.
Anche nella fortezza di Masada c’erano ebrei che durante le loro guerre contro i romani comunicavano in iscritto tra di loro in lingua greca su frammenti di tavolette di argilla o su fogli di papiro.
Fra i cristiani della comunità originaria di Gerusalemme, deve essere stato chiaro fin dall’inizio questo fatto: la tradizione scritta di Gesù deve essere stata redatta fin dal principio in questa lingua internazionale. Anche lo stesso Gesù, infine, aveva talvolta parlato greco – con la cananea di origine sirofenicia (Mc 7, 24-30), con i farisei, ai quali aveva spiegato il significato della moneta (il tributo a Cesare, Mc 12, 12-17: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”), o anche nel corso del dialogo con Pilato, che non conosceva l’aramaico e non aveva un interprete a disposizione. Essere il più vicino possibile al Gesù storico: ciò riusciva attraverso il greco. Così, non c’è da meravigliarsi che i due più antichi papiri del Nuovo Testamento conosciuti fino ad oggi non siano scritti in aramaico, la lingua quotidiana degli ebrei di Israele, ma in greco. La diffusione e la storicità del Cristianesimo venivano sottolineate ed incrementate dalla scelta di questa lingua.
Allora la lingua non è un miracolo, ma forse è un miracolo il fatto che questi papiri siano divenuti noti proprio adesso. Viviamo in un tempo in cui dobbiamo vedere, per credere? Forse le cose stanno proprio così. Ma dobbiamo dire, tuttavia, che anche i più antichi papiri dei Vangeli sono solo una pietra miliare sulla strada: essi non rappresentano tutta la strada, e non ne sono neanche la meta. La verità del Cristianesimo la sperimentiamo in primo luogo nella fede e nella vita cristiana.

Carròn: Perché a noi interessa la storicità dei Vangeli? Per l’incontro fatto con l’avvenimento cristiano, che permane vivo come avvenimento presente nella Chiesa. Infatti in questo incontro tutti noi abbiamo avuto l’esperienza di una corrispondenza all’attesa del nostro cuore. Questo incontro, quando viene poi verificato, ci permette di raggiungere una certezza su di esso che rimane per sempre. Quando il Cristianesimo è un’esperienza umana così, non si può cancellare più dalla nostra vita, rimane per sempre nei nostri occhi e diventa una posizione rispetto a tutta la realtà. Noi non possiamo affrontare nulla senza averla addosso. È presente quando ci alziamo al mattino, quando andiamo a lavorare, quando abbiamo delle difficoltà oppure quando godiamo la vita… e anche quando facciamo delle ricerche storiche.
Perciò il punto di partenza della nostra ricerca sulla storicità dei Vangeli non è un dubbio, ma una certezza. È questa certezza che desta in noi una passione per conoscere fino in fondo la storia che ci ha raggiunti, desta in noi una passione per ritrovare le tracce che l’avvenimento cristiano ha lasciato nella storia. Quanto più un ragazzo è certo di quello che gli è accaduto e di quello che prova per una ragazza, tanto più vuole conoscerla. Non solo noi non possiamo strapparci l’esperienza fatta, ma anzi questa diventa l’ipotesi per affrontare la storia senza chiusure, spalancati come mai avremmo potuto immaginare, cioè con un’apertura della ragione che non ammette limiti.
È questa certezza che non permette mai alla ragione di chiudersi su se stessa diventando misura della realtà, cioè consente alla ragione di diventare vera ragione, aperta alla totalità della realtà. È per questo che non si lascerà mai vincere dall’ipotesi contraria, perché ciò implicherebbe di cancellare l’incontro fatto. Noi diremmo sempre come Pietro, che malgrado tutti i suoi sbagli dice: “Non so come, ma la mia simpatia umana è per te, Cristo”.
Partire da questa ipotesi non ci risparmia il lavoro, anzi ci lancia in una ricerca ancora più appassionata, perché nasce da un amore. È nella fedeltà a quello che ci è accaduto che apparirà il valore culturale della ipotesi cristiana. Questa ricerca è un esempio in più di ciò che tutti noi facciamo quando ci accostiamo al lavoro e alla famiglia, ai problemi o alle circostanze della vita con quell’avvenimento negli occhi. Improvvisamente la realtà ci mostra aspetti di essa prima sconosciuti. Così cresce anche la nostra certezza. Infatti, anche a noi accostarci alla storia cristiana con questo Avvenimento negli occhi permette di scoprire delle tracce che l’avvenimento ha lasciato nella storia.
Poiché abbiamo questa certezza, siamo disponibili ad un confronto con tutti sulle nostre ricerche, per verificare la loro validità. Perché anche se queste non fossero valide, non ci metterebbe in crisi (la nostra certezza è per sempre), anzi ci desterebbe una passione ancora più viva per una ricerca più approfondita, convinti che quello che ci ha raggiunto ha avuto un inizio nel passato, e che deve aver lasciato delle tracce nella storia.
Di cosa si tratta, dunque, nella questione della storicità dei Vangeli? Si tratta di sapere se quello che raccontano i Vangeli è accaduto realmente oppure no. Qui sta tutta la questione del Cristianesimo. Se l’annuncio cristiano consiste nell’affermazione di un fatto che è diventato uomo, la questione decisiva è sapere se questo fatto è realmente accaduto. Poiché quello che il Cristianesimo afferma noi non lo conosciamo direttamente, ma attraverso la testimonianza di quelli che hanno visto, sentito e toccato, la questione è verificare la credibilità dei testimoni.
Fin dagli inizi, la Chiesa ha creduto che i Vangeli avessero tratto la loro origine dalla persona storica di Gesù, dalle sue parole e da tutto ciò che aveva fatto, della sua morte e della sua resurrezione. Li ha sempre considerati dunque come testimonianze di un fatto accaduto nella storia. Recentemente, il Concilio Vaticano II ha ripetuto ancora una volta questa certezza che ha la Chiesa sulla storicità dei Vangeli, cioè la corrispondenza tra quello che essi raccontano e la verità storica, quello che realmente è accaduto.
Però, nonostante questo, da qualche secolo in poi, a partire da un determinato momento (l’illuminismo), per alcuni studiosi non è più possibile questa interpretazione dell’origine dei Vangeli, e viene introdotto così il sospetto sul loro valore storico. Tuttavia, nessuno poteva né può mettere in dubbio un dato: l’esistenza dei Vangeli e il fatto che in essi si afferma che un uomo, Gesù di Nazareth, è considerato Figlio di Dio da parte di un gruppo di giudei della Palestina del I secolo della nostra era. Non essendo questi studiosi più in grado di riconoscere la spiegazione della loro origine, affermata fino ad allora dalla Chiesa, hanno ritenuto necessario cercare e offrire una spiegazione alternativa. Questa interpretazione si può riassumere in una parola: mitizzazione.
Secondo questa interpretazione, i Vangeli sarebbero il risultato di un processo di mitizzazione della persona di Gesù di Nazareth, per cui colui che non era un profeta viene trasformato, alla fine, nel Figlio di Dio. Perché questo fenomeno potesse essersi verificato, era necessario postulare un lasso di tempo sufficientemente lungo perché il processo di mitizzazione potesse avere luogo.
D’altra parte, siccome risultava inconcepibile che questa mitizzazione fosse stata realizzata dai Giudei – dato il loro monoteismo rigido -, si doveva postulare nello stesso tempo un influsso dell’Ellenismo, della moltitudine dei suoi culti e delle sue religioni: e questo poteva aver luogo solo fuori dalla Palestina. Questa è la ragione per cui uno degli esponenti più di spicco di questo modo di accostarsi ai Vangeli, lo studioso tedesco Bultmann, ha scritto che “il problema della Ellenizzazione del Cristianesimo primitivo sembra strettamente in connessione con la sua ‘sirificazione’ (ossia, l’assunzione della mentalità culturale degli abitanti della Siria). Il coinvolgimento della Siria nella storia della religione ellenistica e in quella della primitiva religione cristiana rende necessaria una urgente investigazione”.
Come dicevamo, questa ricostruzione dell’origine dei Vangeli è obbligata a postulare un lasso di tempo per cui la mitizzazione di Gesù, dovuta all’influsso ellenistico, sia resa possibile. Si spiega così l’urgenza di datare i Vangeli il più tardi possibile e di affermare che siano stati scritti fuori dalla Palestina.
Ma se noi possiamo dimostrare che questo lasso di tempo non è così lungo come si afferma, non c’è il tempo per fare questa mitizzazione. Qui risiede l’importanza della datazione dei Vangeli. La identificazione fatta da padre O’Callaghan di un papiro di Qumran, 7Q5, con un pezzo del Vangelo di Marco, permette di datare il Vangelo di Marco attorno all’anno 50 del primo secolo. In secondo luogo, la nuova datazione proposta dal professor Thiede dei papiri del Vangelo di Matteo trovati nel Magdalene College di Oxford va in questa stessa direzione.
E dirò di più: l’intuizione e le scoperte di Thiede e O’Callaghan sono confortate dalle ricerche più recenti: infatti, secondo un gruppo di studiosi di Madrid, di cui faccio parte, guidati dal professor Mariano Herranz, è possibile far risalire la redazione dei Vangeli ad una data ancora più vicina agli avvenimenti raccontati,
Innanzitutto abbiamo osservato che nel testo greco attuale, troviamo passaggi che non si possono spiegare a partire solo dal greco. Invece trovano una spiegazione molto semplice se noi riconosciamo l’influsso che sul greco del Nuovo Testamento ha avuto l’aramaico, cioè la lingua parlata nella Palestina del primo secolo.
Ma che importanza hanno le nostre ricerche?
Se si dimostra che gli attuali Vangeli in lingua greca non furono redatti in questa lingua, ma che essi sono invece traduzioni di originali scritti in aramaico, sarà inevitabile ammettere che furono scritti in una data molto vicina agli avvenimenti cui si riferiscono e che la loro redazione ebbe luogo in Palestina; certamente mentre erano viventi gli apostoli, cioè i testimoni diretti dei fatti e delle parole di Gesù.
Per affermare che i Vangeli furono redatti in aramaico non è necessario dimostrarlo per tutte le loro pagine. Così come, ad esempio, non è necessario trovare fossili marini ovunque per dimostrare che in una epoca remota un determinato territorio fu interamente ricoperto dalle acque, così per poter sostenere con certezza la nostra tesi basta documentare un certo numero di casi particolarmente significativi, la cui unica spiegazione sia l’aramaico.
Se, secondo il 7Q5, c’era un Vangelo di Marco in greco intorno all’anno 50 del secolo primo, e il Vangelo di Marco è pieno di semitismi, cioè di espressioni tipiche dell’aramaico, l’originale aramaico deve risalire ad una data ancora più antica. In questo caso, ci troviamo così vicini agli avvenimenti raccontati che non c’è il tempo, postulato dalla spiegazione alternativa a quella della Chiesa, per una mitizzazione.
Ma se i Vangeli sono scritti originalmente in aramaico, il luogo della loro nascita deve essere stata la Palestina, dove è difficile postulare un influsso dell’Ellenismo come quello postulato dalla cultura del sospetto.
Ma non è tutto. Oggi possiamo affermare che abbiamo una conferma ulteriore di quanto detto nelle lettere di san Paolo. Avremo altre occasioni di presentare le nostre ricerche sulle lettere di san Paolo, ma posso già dire che, nella seconda lettera ai Corinzi, san Paolo dà per scontata l’esistenza dei Vangeli, che erano letti pubblicamente durante le celebrazioni liturgiche delle domeniche. L’importanza della testimonianza di san Paolo si capisce subito. Ora, noi conosciamo, con un margine di errore di 3 anni, la data certa della seconda lettera ai Corinzi: gli studiosi datano notoriamente questa lettera tra il 54 e il 57. Se dunque in questa data si leggono i Vangeli a Corinto in greco, e uno di questi Vangeli è il Vangelo di Luca, la prima stesura dei Vangeli in aramaico deve risalire ad una data molto antica. Bisogna infatti tenere conto che Luca ha utilizzato, per scrivere il suo Vangelo, il Vangelo di Marco e la fonte dei detti di Gesù (chiamata Q). Cioè, il Vangelo di Marco in greco deve essere stato scritto prima di questa data (54-57). Se dobbiamo postulare una relazione in aramaico di Marco e della fonte dei detti, ci troviamo alla fine degli anni 30, cioè a pochi anni dalla morte di Gesù, o agli inizi degli anni 40.
A questo punto, alcuni studiosi cercano di diminuire l’importanza della revisione della datazione dei Vangeli. Uno di loro – anche famoso – ha scritto quest’anno: “La vicinanza all’evento non è automaticamente sinonimo di autenticità storica”. Siamo d’accordo che in genere la vicinanza all’evento non è sinonimo di autenticità storica: non è sinonimo, è vero, ma è indizio importante. Noi possiamo sentire questo pomeriggio certe cose qui, e domani (cioè molto vicino all’evento) trovare sui giornali una cosa tutta diversa da quella di cui noi siamo stati testimoni.
Ma nel caso dei Vangeli bisogna tenere conto di due cose. Se la datazione dei Vangeli è così vicina agli avvenimenti come abbiamo detto, quello studioso ci deve spiegare come mai alcuni ebrei della Palestina del primo secolo diano testimonianza che un uomo, Gesù di Nazareth, è figlio di Dio, dato il loro rigido monoteismo. Sarà molto difficile dare una spiegazione storica convincente.
E, in secondo luogo, se i Vangeli sono stati scritti in una data così vicina agli avvenimenti, c’erano ancora, viventi, molti dei testimoni, che potevano smentirli o confermarli, come tutti noi possiamo smentire o confermare quando lo leggeremo domani sui giornali, quello che abbiamo sentito qui oggi. Noi sappiamo che molti dei testimoni, non solo non l’hanno smentito, ma l’hanno confermato con la loro conversione al Cristianesimo. Il fatto storico della veloce diffusione del Cristianesimo nella Palestina resterebbe senza spiegazione.
Voglio fare un ultimo cenno sulla credibilità dei testimoni. Noi conosciamo il fatto cristiano, accaduto duemila anni fa, soltanto attraverso la testimonianza di quelli che hanno visto e udito, i testimoni. Nella ricerca storica moderna quasi tutti ammettono la credibilità dei testimoni in alcuni dei dati che ci hanno trasmesso, e invece ne rifiutano altri. Riguardo a questo, la disponibilità maggiore o minore ad accogliere questa testimonianza dipende ultimamente dalla posizione più o meno critica davanti ai Vangeli.
Ma è anche vero che tutti riconoscono che, in alcuni casi, essi sono testimoni affidabili. Qui sta l’irrazionalità di questa posizione. Se il testimone si è dimostrato affidabile in parecchi casi, non è ragionevole non avere fiducia di lui anche nel resto. Se io ho delle ragioni per avere fiducia nella mia mamma non è ragionevole che non mi fidi quando non mi conviene.
Abbiamo detto all’inizio che noi crediamo in Gesù Cristo per l’incontro fatto con l’avvenimento cristiano. Con questa certezza noi ci siamo accostati ai testi dei Vangeli. Abbiamo visto come questo modo di accostarci ai Vangeli, ci ha permesso di scoprire delle tracce che confermano quanto ci è accaduto. Per tutto questo non possiamo ormai che rallegrarci. E tutti quelli che cercassero di conoscere la verità storica delle origini cristiane sono costretti a misurarsi con questi dati, storici, filologici e papirologici.

di José O’Callaghan, Carsten Peter Thiede, Julian Carròn
Meeting per l’amicizia tra i popoli

Storia. Il primo Cristianesimo

Il Cristianesimo si presenta subito come una religione “desacralizzante”. Cristo dimostra di essere Dio e di padroneggiare sia gli elementi che i demoni.

Egli dice che l’uomo non deve avere più paura delle forze ostili che lo circondano, naturali o sovrannaturali, perché tutto è sottomesso all’unico Dio che è padre buono. Ora, poiché tutto quel che Dio ha creato è buono (la Genesi lo ripete sei volte: “…e vide che ciò era buono”), l’investigazione della natura adesso non solo è possibile ma anche raccomandata.

Per questo il Cristianesimo accolse subito la filosofia greca (lo vedremo meglio parlando del Medioevo). La Risurrezione di Cristo produce negli affranti discepoli una sorta di esplosione di gioia. La storia dimostra che quello sparuto manipolo, dileguatosi dopo la morte del Maestro, immediatamente si lanciò in un’attività pubblica senza precedenti, diffondendo il nuovo messaggio a macchia d’olio. Ora, senza i miracoli, ciò non sarebbe potuto avvenire.

Infatti gli Ebrei volevano le prove che Gesù fosse davvero il Messia, e gli scettici pagani credevano più ai fatti che non alle chiacchiere. Ma inizialmente la predicazione cristiana si concentrò sugli Ebrei.

Infatti la concezione che la Promessa del Messia riguardasse solo i discendenti di Abramo era condivisa anche dagli Apostoli, i quali predicavano esclusivamente nelle sinagoghe. Poi san Pietro riceve una visione soprannaturale che gli ordina di non considerare “impuro” più nessuno. Così la predicazione viene estesa ai pagani. Tuttavia la Chiesa nascente dibatte sull’opportunità o meno di circonciderli, cioè di farli aderire alla religione ebraica, sia pure nella nuova versione cristiana. Ma Paolo si oppone e la spunta. Tuttavia anche Paolo inizialmente si rivolge ai soli Ebrei. Fino al giorno in cui gli appare Cristo e gli dice di andare a Roma. Dicono gli Atti degli Apostoli che egli voleva ancora predicare in Asia Minore, ma “lo Spirito glielo vietò”. Poi ebbe la visione di un Macedone che lo pregava di aiutare il suo popolo. Ora la Macedonia era in Europa. La conferma Paolo la ebbe mentre era in carcere.

Al solito i giudei avevano aizzato contro di lui una sommossa, e il proconsole romano lo aveva fatto incatenare. La notte gli era apparso Cristo il quale gli aveva ordinato di andare a Roma. Solo allora Paolo rivela di essere cittadino romano e di avere diritto ad appellarsi a Cesare, cioè all’imperatore Nerone. Così il proconsole lo fa scortare fino a Roma. Qui le donne di cui era succube Nerone (Poppea e Agrippina) erano “proselite” giudaiche, cioè convertite alla religione degli Ebrei. Esse spinsero Nerone ad accusare i cristiani dell’incendio di Roma, nel 64 d.C. Fu la prima persecuzione, quella in cui persero la vita Pietro e Paolo.

Dunque il Cristianesimo riceve una spinta da Dio stesso a rivolgersi verso il mondo greco-romano, quasi contro la volontà degli stessi Apostoli. Dal mix tra Cristianesimo, filosofia “razionale” greca e organizzazione romana nasce quella che oggi chiamiamo “civiltà occidentale”.

Storia. La democrazia antica

La democrazia antica non ha nulla a che vedere con quella moderna. Nell’Atene di Pericle votavano solo i cittadini maschi e liberi che pagavano le tasse, in base al principio che solo chi sovvenzionava la cosa pubblica aveva il diritto di metterci bocca.

Non solo. Si trattava di una comunità di poche migliaia di anime, che votavano su argomenti precisi e alla portata di tutti. Per esempio se dare l’ostracismo (cioè l’esilio) o meno a qualcuno ben conosciuto; naturalmente gli argomenti “alti” erano al di sopra del voto. Infatti Socrate venne condannato a morte perché metteva in dubbio l’esistenza degli dèi.

A Roma era la stessa cosa. Anche ai tempi dell’Impero chi votava erano i cittadini di Roma; e, tra essi, solo quelli provvisti di un certo “censo”, cioè i più facoltosi. Infatti la carica di Censore designava il magistrato che periodicamente immetteva nelle liste elettorali i nuovi aventi diritto e ne espungeva quelli caduti al di sotto di un certo reddito. Com’è noto a un certo punto anche i plebei vollero almeno un magistrato che li rappresentasse collettivamente, il “tribuno della plebe”.

Schiavi e donne non avevano alcun peso pubblico. Erano letteralmente proprietà del capofamiglia. Lo schiavo fuggiasco veniva inchiodato allo stipes, la stanga che chiudeva la porta della casa. La pena di morte per i non Romani era la stessa, solo che lo stipes veniva sospeso al patibulum, formando una croce. San Pietro, palestinese, venne infatti crocifisso; san Paolo, cittadino romano, ebbe l’onore della decapitazione. La schiavitù era una condizione giuridica che prescindeva dalla ricchezza personale.

Infatti si dava il caso di schiavi ricchi ancora giuridicamente legati al padrone caduto in miseria. Non tutti gli schiavi assurti a ricchezza avevano voglia di spendere per affrancarsi e diventare liberti.

Qualcuno lo faceva, altri no. Il fatto è che la schiavitù era considerata un’istituzione antica come l’uomo, nella natura stessa delle cose. Le rivolte servili (come quella del famoso Spartaco) non erano rivoluzioni tese a sovvertire l’ordine costituito: gli schiavi ribelli volevano affrancare solo se stessi. Va da sé che, potendolo, avrebbero comprato anche loro degli schiavi.

Il Cristianesimo non abolisce la schiavitù: avrebbe provocato solo un bagno di sangue Si limita a minare l’istituzione dall’interno, dicendo che davanti a Dio siamo tutti uguali e che il padrone deve amare lo schiavo come suo prossimo. Anche quando il Cristianesimo diventa religione, prima autorizzata e poi di Stato, la schiavitù non viene soppressa. La si aggira tramite istituzioni caritative che pagano l’affrancazione di schiavi solo dopo aver potuto garantire ai liberti un pezzo di terra per mantenersi. Diversamente accadrà dopo la Guerra di Secessione americana: gli schiavi, dichiarati liberi, si ritrovarono liberi di morire di fame come disoccupati.

La condizione della donna nel mondo antico non era dissimile. Nemmeno nel civilissimo mondo romano. Difficilmente, studiando la storia di Roma, ci si imbatte in nomi femminili. Si ricordano madri (come Cornelia) o amanti imperiali (come Messalina). Non solo. I nomi di donna che si incontrano non sono nemmeno nomi: sono cognomi. Giulia, Cornelia, Flavia erano infatti il nome della casata, perché i Romani premettevano il cognome al nome proprio. Poiché le donne non avevano personalità giuridica era inutile fornirle di nome proprio.

Di più: i padri, avendo diritto di vita e di morte sui figli, lasciavano vivere i nati maschi ed “esponevano” la maggior parte delle femmine (le neonate indesiderate, se sufficientemente robuste da sopravvivere, venivano portate via dai mercanti di schiavi).

Sarebbero state un peso: andavano provviste di dote e sposate, cosa non sempre facile. Avendo dunque, il più delle volte, una sola figlia femmina era inutile darle un nome proprio; bastava quello di famiglia. La donna poi passava dalla tutela del padre a quella del marito, e faceva parte della proprietà come i figli e gli schiavi. Il mondo romano era un mondo maschile, di funzionari e soldati.

La novità cristiana consisteva nel dichiarare “persona” anche le donne e gli schiavi. Infatti le martiri dei primi secoli non vennero uccise in quanto cristiane bensì perché, in quanto cristiane, si ribellavano all’autorità del padre. Infatti, rifiutando le nozze per consacrarsi a Dio, infrangevano la struttura più intima dell’ordinamento giuridico col rivendicare un diritto (quello di decidere della propria vita) che non potevano avere. Dunque meritavano la morte. Qui sta l’unica “rivoluzione” (se così la si vuol chiamare) apportata dal Cristianesimo; il quale, tra l’altro, mai si sognò di praticare quel “comunismo primitivo” che alcuni pretendono. I primissimi cristiani (ma non tutti e non in tutti i luoghi) mettevano liberamente a disposizione della comunità i loro averi, cosa fattibile in piccoli aggregati, ma poi lasciata cadere per ovvii motivi pratici appena la cristianità si allargò.

La religiosità romana

I Romani avevano, sì, i loro dèi (quelli greci, con i nomi variati: Zeus=Giove, Hera=Giunone, Athena=Minerva, e così via), ma erano molto superstiziosi e temevano di offendere le nuove divinità che incontravano man mano nell’espandersi. Per questo avevano il Pantheon (dal greco: “tutti gli dèi”), tempio in cui tutte le divinità dell’Impero erano venerate. Per sicurezza ci tenevano anche un altare al “dio ignoto”.

Tiberio, saputo che in Palestina era sorta una nuova religione, propose addirittura al Senato di innalzare nel Pantheon una statua a quel Cresto che alcuni dicevano risorto. Non se ne fece nulla per l’opposizione degli Ebrei (per i quali Gesù non era affatto il Messia ma solo un rabbi eretico; del resto gli Ebrei non potevano adorare immagini) e dei cristiani, che non acconsentivano di vedere il loro Dio in mezzo ai falsi idoli.

I Romani nelle loro province si limitavano a imporre le tasse e a riservarsi la pena capitale (per questo il Sinedrio fa condannare Gesù da Pilato); per il resto erano rispettosissimi dei costumi locali. Ma, come si è detto, erano superstiziosi e tutta la loro vita veniva scandita da una serie di riti, cerimonie e scongiuri per ingraziarsi una folla enorme di divinità, da quelle “della soglia” a quelle del focolare, della guerra, della pace, del grano, della pioggia, eccetera. Lo Stato distingueva però tra religioni “lecite” e “illecite”.

Queste ultime erano quelle i cui riti contrastavano notevolmente con l’ordine pubblico, i costumi e la giustizia romana. Le persecuzioni nei confronti del Cristianesimo, per esempio, furono dovute a una serie di incidenti che convinsero alcuni imperatori a classificare la religione cristiana come “illicita”. Stessa sorte, tuttavia, ebbe il manicheismo persiano, per il quale Diocleziano stabilì la pena del rogo.

Innanzitutto è bene chiarire che il Cristianesimo non si presentò affatto come “religione dei poveri”. Il messaggio cristiano fu subito interclassista: pensiamo ai Magi; a Lazzaro, che il Vangelo ci dice ricco e “amico dei romani”; a Zaccheo, “capo dei pubblicani” (i pubblicani erano gli esattori delle imposte, che riscuotevano in appalto per gli occupanti romani); a Giuseppe d’Arimatea (il seppellitore di Gesù), “membro distinto del Sinedrio”. Non solo.

Lo stesso Gesù vestiva con una tunica talmente pregiata (“tessuta in un pezzo solo”) che i soldati sotto la croce preferirono giocarsela a dadi pur di non dividerla. Il discorso cristiano sulla povertà era in realtà di ordine interiore: condannava solo l’avidità e l’attaccamento al denaro, cose che possiamo benissimo leggere anche negli occhi di un mendicante. Già ai tempi di san Paolo vediamo il Cristianesimo penetrare negli strati alti della società romana e perfino dentro la stessa casa imperiale. Ancora oggi la Chiesa venera come Santi senatori, consoli, alti funzionari romani (san Sebastiano, per esempio, era un alto ufficiale dei pretoriani, la sceltissima guardia del corpo dell’Imperatore; santa Flavia Domitilla era parente stretta di Vespasiano).

Le persecuzioni anticristiane furono in realtà sporadiche, localizzate e non da tutti i funzionari periferici applicate. Anzi, nel clima corrotto della decadenza, in molti luoghi i cristiani riscuotevano grande simpatia perché ricordavano le antiche virtù stoiche che avevano fatto grande Roma. L’ultima persecuzione, quella di Diocleziano, fu particolarmente feroce e cruenta solo perché questo imperatore aveva creato un’efficiente e capillare burocrazia e si proponeva di accentrare nelle sue mani tutte le funzioni dello Stato. La prima persecuzione fu quella di Nerone, ma si limitò alla sola città di Roma.

Pare vi sia stato spinto dalle donne di cui era succube (come Poppea), le quali praticavano la religione giudaica e vedevano il culto del falegname risorto come un’eresia blasfema. Le successive furono provocate da eresie interne al Cristianesimo, come quella montanista. I montanisti (così detti dal loro capo, Montano) rifiutavano il servizio militare e il giuramento di fedeltà allo Stato, perseguendo fanaticamente il martirio con l’abbattere idoli pagani e incendiare templi. Invece il Cristianesimo ortodosso era perfettamente leale con l’Impero, tant’è che le legioni pullulavano di cristiani. Ma gli imperatori non erano avvezzi a sottili distinguo in quella che per loro era solo una delle tante religioni dell’Impero e, di fronte all'”obiezione di coscienza” dei soldati montanisti, se la prendevano con tutti i cristiani. Allora molti autori cominciarono a indirizzare agli imperatori delle “Apologie”, cioè degli scritti in cui spiegavano tutto e cercavano di far intendere che Roma nulla aveva da temere dai cristiani. Il più famoso di questi apologeti fu Tertulliano. Ma quasi mai riuscirono nel loro intento.

In realtà la posizione del Vangelo nei confronti del servizio militare e della lealtà allo Stato era chiara. Giovanni Battista, di fronte a una domanda precisa, aveva detto a dei soldati non di cambiare mestiere, ma di contentarsi della paga e di non angariare nessuno.

Cristo elogia pubblicamente il centurione di Cafarnao per la sua fede. Il primo pagano convertito al cristianesimo è Cornelio, il capo della Coorte Italica di stanza a Cesarea. Gesù dribbla il tranello dei farisei quando dice loro di dare “a Cesare quel che è di Cesare” e rassicura Pilato affermando che il suo “regno non è di questo mondo”. Insomma Cristo non si presentò come eversore, tant’è che lo stesso Pilato, capitolo, voleva salvarlo. In molti processi a soldati montanisti si vede il magistrato che obietta come i loro commilitoni cristiani non abbiano nulla in contrario a giurare davanti alla statua dell’Imperatore.

Ma alcuni imperatori fecero di ogni erba un fascio e, per tagliare la testa al toro, ordinarono a tutti i cittadini -soldati compresi- di sacrificare agli dèi dello Stato. Questo i cristiani non potevano farlo; da qui la persecuzione. Intere legioni vennero sterminate perché composte da cristiani.

Ma come mai si aveva una presenza di cristiani così forte nelle armate imperiali? Si tenga presente che la stessa parola “pagano” è di origine militare. Paganus era l’abitante del pagus, cioè del borgo, e il termine veniva usato dai soldati così come quelli odierni chiamano “borghesi” o “civili” i non militari.

La parola passò a indicare i non cristiani sia per la fortissima presenza cristiana nelle legioni sia per la dottrina “militante” del Cristianesimo. San Paolo nelle sue Lettere usava continuamente termini militareschi (“lo scudo della fede”, “l’elmo della salvezza”, “la spada della parola di Dio”, eccetera) e paragonava alla vita militare il combattimento spirituale cristiano contro il peccato e il male. Infatti le ritualità, il portare un’uniforme, la gerarchia, l’obbedienza, il coraggio, la frugalità, il lavoro di squadra, lo sprezzo della vita e la difesa dei deboli sono comuni, se ci si fa caso, sia ai monaci cristiani che ai soldati.

A Roma c’è la tomba di Pietro (Marta Sordi)

Le fonti cristiane dei primi secoli, l’archeologia e l’epigrafia, confermano un dato che non può ancora essere ignorato o messo in discussione: le ossa sotto la Basilica Vaticana appartengono all’Apostolo.

Pietro venne due volte a Roma: all’inizio del regno di Claudio, nel 42, quando, sfuggendo all’arresto di Agrippa I, “se ne andò e si mise in viaggio per un altro luogo” (At 12,17); e al tempo di Nerone, intorno al 62, quando scrisse da Roma a sua prima lettera e subì poi il supplizio della croce in seguito all’incendio neroniano.

Nella prima occasione, che autorevoli fonti cristiane del II secolo, Papia di Gerapoli (Eusebio, H.E. II, 15 e III, 39. 15) e Clemente di Alessandria (Eusebio, H.E. VI, 4. 6 e fr. 9 Stahelin), collegano con la predicazione del Vangelo che Marco, su invito dei Romani, mise per iscritto dopo la partenza di Pietro, è evidente la menzione di Roma, definita Babilonia (Ezechiele 12,3 e 13,13), come destinazione dell’Apostolo. Il nome di Babilonia è usato qui allo stesso modo che in 1 Petri 5,13, come crittogramma per Roma: il ricorso ad un crittogramma rivela, come è stato giustamente sostenuto, l’
antichità degli Atti e l’autenticità della 1 Petri, scritti certamente, gli uni e l’altra, mentre Pietro era ancora vivo e presente a Roma. Il 62 è il momento della svolta neroniana: la lettera petrina risente del clima ormai mutato nell’impero e prevede l’imminenza di una persecuzione; di qui il ricorso a un crittogramma mirante a nascondere alla polizia dell’imperatore la presenza a Roma dell’Apostolo.

Ma gli eventi precipitarono: Nerone decise di applicare, forse già nel 63, il vecchio senatoconsuito che stabiliva l’illiceità del cristianesimo, e recepì in Giudea, con il cosiddetto editto di Nazareth, le accuse ai discepoli di aver sottratto dal sepolcro il corpo di Cristo, accuse che Matteo dice ancora vive al suo tempo fra i Giudei. Nel 64 infine. per allontanare da sé l’accusa dell’incendio di Roma, Nerone incrimina di esso i Cristiani e ne mise a morte una multitudo ingens, fra atroci sofferenze, negli horti Neroniani in Vaticano (Tacito, Annali XV, 44).

Il confronto fra Tacito e Clemente Romano (1 Cor 5: poly plethos) mostra che Pietro fu messo a morte con gli altri cristiani, il cui supplizio Nerone trasformô in spettacolo con un circense ludicrum: nel 64, non nel 67, come si è voluto ricavare attribuendo all’episcopato romano di Pietro i 25 anni che la tradizione più antica attribuiva al periodo fra la crocifissione e Nerone, “durante il quale i discepoli di Cristo posero i fondamenti della Chiesa in tutte le province e città” (Lattanzio, De mortibus persecutorum II, 4).

La trasformazione del supplizio in spettacolo, con l’accenno di Tacito a uomini dilaniati dai cani ferarum tergis contecti e di altri crucibus adfixi atque flammati, e l’accenno alle donne cristiane camuffate da Dirci e da Manaidi, di cui parla Clemente, fanno pensare, assieme a un circense ludicrum, a giochi dati dall’imperatore approfittando di una festività particolare, non certamente posteriore di anni all’incendio. La Guarducci ha pensato alle feste del 13 ottobre del 64, alcuni mesi dopo l’incendio, quando il permanere dei malumori popolari contro Nerone poté consigliare all ‘imperatore di cercare capri espiatori. Si tenga conto che, nel 66, Nerone andò in Grecia, e che già nel 65, con la repressione della congiura di Pisone, ebbe altro a cui pensare. Clemente associa alle molte vittime Pietro e Paolo, e questo rivela che il loro rispettivo martirio, anche se Paolo fu ucciso poco prima e per motivi indipendenti dall’incendio, deve essere avvenuto in epoche molto ravvicinate fra loro.

La Chiesa Romana ha sempre associato. del resto, nel martirio e nella venerazione, Pietro e Paolo come suoi cofondatori: infatti, pressoché contemporanea della lettera di Clemente (che io credo di età domiziana) è un ‘iscrizione certamente cristiana di Ostia (C.XIV, 566), dedicata da un membro della gens Annea, M. Anneus Paulus, al figlio carissimo M. Anneo Paulo Petro. E nel II secolo, al tempo di papa Zefirino, un presbitero della Chiesa di Roma, Gaio, parlando, in polemica con un montanista, dei luoghi dove erano stati sepolti gli Apostoli, osserva: «Io potrò mostrare i trofei degli Apostoli: se andrai in Vaticano e sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che hanno fondato questa chiesa» (apud Eus., H.E. II, 25,7). Il luogo di sepoltura di Pietro è stato ritrovato sotto la Basilica Vaticana, in prossimità di quegli Horti, che erano stati di Druso, di Agrippina, di Caligola e di Nerone. dove il suo martirio era avvenuto e dove i pellegrini lasciarono con graffiti il segno della loro devozione.

È merito soprattutto di Margherita Guarducci (la più grande, forse, epigrafista del nostri tempi, scomparsa da pochi anni) avere individuato, con un’indagine condotta per molti anni in mezzo a difficoltà e a polemiche, e attenta sempre ai dati risultanti dalle fonti e alle conferme emergenti da un lavoro interdisciplinare, la tomba e le reliquie di Pietro.

I punti fondamentali della dimostrazione della Guarducci sono i seguenti:

1) Sotto la Basilica costantiniana e nelle sue immediate vicinanze esisteva un sepolcreto le cui tombe più antiche risalgono al I secolo d.C., all’epoca cioè del martirio dell’Apostolo.

2) Sotto il luogo nel quale, nell’attuale basilica, sorge l’altare papale, c ‘è un’edicola funeraria risalente al 160 circa d.C. e da identificare con il “trofeo” di cui parla Gaio.

3) Sul “muro rosso”, a cui l’edicola è addossata, c’è un graffito in greco databile alla stessa epoca dell’edicola, con le parole Petros eni, “Pietro è qui dentro”.

4) Il cosiddetto “muro g”, vicinissimo all’edicola, é pieno di graffiti, risalenti al III e IV secolo, che invocano, con un singolare sistema di crittografia mistica (applicando valori simbolici ad alcune lettere, congiungendo due o più lettere per esprimere concetti religiosi, trasfigurando lettere in simboli cristiani) i nomi di Cristo, Maria e Pietro, e rivelano la devozione dei pellegrini.

Le ossa di Pietro si trovavano originariamente sotto l’edicola del II secolo, e furono poste, al tempo di Costantino, nel loculo marmoreo apprestato nello spessore del “muro g”, avvolte in un drappo di porpora intessuto d’oro di cui sono stati ritrovati, con le ossa, alcuni frammenti:
esami merceologici e chimici hanno dimostrato che essi appartengono a una stoffa finissima, tinta di autentica porpora di murice, intessuta di oro purissimo. In quanto alle ossa, esse hanno rivelato un individuo adulto, di sesso maschile, di età senile fra i 60e i 70anni.

Il 26 giugno 1968 Paolo VI annunziò pubblicamente l’avvenuto riconoscimento delle reliquie di Pietro.

Bibliografia

M. Guarducci, La tomba dl Pietro, Roma 1959.
M. Guarducci, La tomba di San Pietro: una vicenda straordinaria. Milano 1989.
C.P Thiede, Simon Pietro della Galilea a Roma. trad. it. Milano 1999, p. 291 ss.
E. Grzybek, Les premiers chrétiens a Rome, in Neronia VI, Coll. Latomus, vol. 268, 2002. p. 565 ss.
AA.VV., Pietro: la storia, l’immagine, la memoria, Venezia 1999.

© il Timone

Breve cronologia degli eventi bellici connessi all’espansionismo islamico

632 d. C. ……. Morte di Maometto (8 giugno).

632-34 ………. Conquista araba della Mesopotamia e della Palestina.

635 …………… Conquista araba di Damasco.

638 …………… Conquista araba di Gerusalemme.

642 …………… Conquista araba di Alessandria di Egitto.

647 …………… Conquista araba della Tripolitania.

649 …………… Inizio delle guerre sul mare e conquista di Cipro.

652 …………… Prima spedizione contro la Sicilia.

667 …………… Occupazione araba di Calcedonia (Anatolia).

669 …………… Attacco a Siracusa.

670 …………… Attacco ai berberi e conquista del Màghreb.

674-680 ……… Primo assedio arabo di Costantinopoli.

698 …………… Gli arabi prendono Cartagine ai bizantini.

700 …………… Assalto arabo a Pantelleria.

704 …………… L’emiro Musa proclama la “guerra santa” nel Mediterraneo occidentale; infesta il Tirreno e assale la Sicilia.

710 …………… Attacco arabo a Cagliari.

711 …………… Sbarco arabo nella Spagna meridionale. Inizia la conquista della penisola iberica.

715-717 ………  Secondo assedio arabo di Costantinopoli.

720 …………… Attacco alle coste della Sicilia.

727-731……….  Aggressioni alle coste della Sicilia.

738 …………… Liutprando sconfigge gli arabi ad Arles.

740 …………… Primo sbarco in Sicilia di un esercito saraceno.

753 …………… Ulteriore sbarco in Sicilia.

778 …………… Il giorno 8 settembre, Franchi e Longobardi sconfiggono gli arabi a Sabart, sui Pirenei.

806 …………… I mussulmani occupano Tyana, in Anatolia, e avanzano fino ad Ankara. Ademaro, conte franco di Genova, combatte i saraceni in Corsica.

812-813 ……… I saraceni attaccano Lampedusa, la Sicilia, Ischia, Reggio Calabria, la Sardegna, la Corsica e Nizza.

819 …………… Nuovo attacco alla Sicilia.

827 …………… Il 14 giugno, sbarco in Sicilia di un esercito, per la conquista dell’isola.

829 …………… I saraceni sbarcano a Civitavecchia.

830 …………… I saraceni invadono la campagna romana e saccheggiano le basiliche di San Paolo e di San Pietro.

831 …………… A settembre, Palermo si arrende agli arabi.

838 …………… Attacco saraceno a Marsiglia.

839 …………… Incursioni saracene in Calabria. Sbarco e conquista di Taranto.

840 …………… Scontro navale, davanti a Taranto, tra saraceni e veneziani, che non riescono a fermare l’attacco. Saccheggio di Cherso, del Delta del Po e di Ancona.

841 …………… Gli arabi si spingono nel Quarnaro e distruggono la flotta veneziana all’isola di Sansego.

842 …………… Il 10 agosto Bari viene conquistata. Vengono saccheggiate le coste della Puglia e della Campania.

843 ……………  L’emiro palermitano scaccia i bizantini da Messina.

844 …………… I normanni sbarcano in Spagna e occupano Siviglia.

846 ……………  Spedizioni saracene a Ponza e a Capo Miseno. Il 23 agosto, gli arabi sbarcano alla foce del Tevere, assediano Ostia, saccheggiano nuovamente le basiliche di San Pietro e di San Paolo e l’entroterra fino a Subiaco, assediando poi Roma. Ritiratisi, depredano Terracina, Fondi, e assediano Gaeta.

849 …………… I saraceni saccheggiano Luni e Capo Teulada, in Sardegna.

850 …………… Attacco arabo contro Arles.

852-853 ……… Assalto alle coste calabresi e campane.

856 …………… Incursioni arabe a Isernia, Canosa, Capua e Teano.

859 …………… Gli arabi prendono Enna.

867 ……………  Gli arabi saccheggiano il monastero di San Michele sul Gargano. I saraceni occupano alcune città dalmate e assediano Ragusa. La flotta veneziana, guidata dal doge Orso, li insegue e li sbaraglia davanti a Taranto.

868 …………… Re Ludovico libera Matera, Venosa e parte della Calabria.

869 …………… Bande di saraceni invadono la Camargue.

870 …………… Gli arabi occupano Malta e saccheggiano Ravenna.

879 …………… Gli arabi prendono Taormina.

879 …………… I saraceni saccheggiano Teano, Caserta e la campagna romana.

881 …………… Il Papa scomunica il Vescovo di Napoli per la sua alleanza con i saraceni.

885 …………… I saraceni saccheggiano Montecassino e la Terra di Lavoro.

890 …………… I mori di Spagna attaccano la costa provenzale e stabiliscono una base a Frassineto (La Garde-Freinet).

898 …………… Saccheggio saraceno della Badia di Farfa.

912 …………… Incursione saracena all’Abbazia di Novalesa.

913 …………… Attacco alla Calabria.

914 …………… Gli arabi stabiliscono basi a Trevi e a Sutri.

916 …………… Incursione saracena nella Moriana (Savoia).

922 …………… Incursione e saccheggio di Taranto.

924 …………… Presa di Sant’Agata di Calabria.

925 …………… Incursioni saracene in tutta la Calabria, fino in terra d’Otranto; assedio e massacro di Oria.

929 …………… Saccheggio delle coste calabresi.

930 …………… Paestum viene saccheggiata.

934 …………… Assalto alla costa ligure.

935 …………… Saccheggio di Genova.

936 …………… Fallito attacco saraceno ad Acqui, difesa dal conte Aleramo.

940 …………… Incursione saracena al passo del San Bernardo.

950 …………… L’emiro palermitano assale Reggio e Gerace e assedia Cassano Jonio.

952 …………… Gli arabi, alleati con Napoli, colonizzano la Calabria.

960 …………… San Bernardo da Mentone vince e insegue i saraceni in Val d’Aosta, fino a Vercelli.

965 …………… Gli arabi prendono Rametta, ultima roccaforte siciliana e in seguito sbarcano in Calabria.

969 …………… Saccheggi saraceni nell’Albesano.

977 …………… I saraceni prendono Reggio, Taranto, Otranto e Oria.

978 …………… I saraceni saccheggiano la Calabria.

981 …………… Ancora saccheggi in Calabria.

986 …………… I saraceni saccheggiano Gerace.

987 …………… I saraceni saccheggiano Cassano Jonio.

988 …………… Gli arabi prendono Cosenza e la terra di Bari.

991 …………… Presa di Taranto.

994 …………… Assedio e presa di Matera.

1002 ………….. Incursioni a Benevento e nelle campagne napoletane, assedio di Capua.

1003 ………….. Incursioni nell’entroterra di Taranto. Attacco a Lérins, in Provenza.

1009 ………….. Il califfo Al-Hakim tenta di distruggere il Santo Sepolcro.

1029 ………….. Saccheggio delle coste pugliesi.

1031 ………….. Saccheggio di Cassano Jonio.

1047 ………….. Incursione saracena a Lérins.

1071 ………….. Gli arabi vincono la battaglia di Manazkert e iniziano la conquista dell’Anatolia.

1074 ………….. Sbarco di saraceni tunisini a Nicotera, in Calabria.

1080 ………….. I saraceni, al servizio dei normanni, saccheggiano Roma.

1086 ………….. Gerusalemme cade in mano ai turchi.

1096 ………….. Inizio della Prima crociata, male organizzata e destinata a fallire. Nell’ottobre dello stesso anno verrà  bloccata presso il Bosforo.

1097 ………….. Prende l’avvio la seconda fase della crociata che condurrà alla conquista di Betlemme il 15 luglio 1099.

1122 ………….. Scorreria saracena a Patti e a Siracusa.

1127 ………….. Attacco a Catania e nuovo saccheggio di Siracusa.

1144 …………..  L’atabeg di Mossul Zengi, con un colpo di mano, s’impadronisce di Edessa assumendo nel mondo islamico
ruolo e fama di “difensore della fede”.

1145 ………….. Papa Eugenio III bandisce la seconda crociata. A causa dei contrasti interni si rivelerà inutile.

1187 ………….. Salah-ad-Din riconquista Gerusalemme.

1190 ………….. Papa Clemente III organizza la terza crociata. Riccardo Cuor di Leone sconfigge per due volte Salah-ad-Din ma, sempre a causa dei dissensi interni alla coalizione, non poté liberare Gerusalemme. Concluse però una tregua di tre anni, che prevedeva garanzie per i pellegrini (1192).

1195-1204 …… Si susseguono diversi tentativi pressoché inutili di organizzare una quarta crociata. Anche in questo caso mancherà la necessaria coesione e le lotte interne la renderanno pressoché inutile.

1213 ………….. Papa Innocenzo III tenta di bandire un’altra crociata che però non avrà luogo.

1217-21 ………. Quinta crociata. Nel 1219 le cronache riportano la visita di Francesco d’Assisi al campo crociato. Francesco predirà la sconfitta a causa delle faziosità e delle divisioni interne. La Chiesa non riconoscerà la quinta crociata.

1221 ………….. Fallisce la conquista de Il Cairo e anche la quinta crociata si risolve con un nulla di fatto.

1229 ………….. Federico II accordatosi con il sultano d’Egitto al-Kamil (Trattato di Giaffa) ottiene Gerusalemme, Betlemme, Nazaret e alcune località costiere fra San Giovanni d’Acri e Giaffa e tra Giaffa e Gerusalemme; e conclude anche una tregua decennale.

1244 ………….. I mussulmani riconquistano Gerusalemme.

1245 ………….. Papa Innocenzo IV bandisce la settima crociata.  Luigi IX, re di Francia,  la organizza con le sue sole forze ma non riesce a conquistare  Gerusalemme.  Ulteriori  tentativi  si concluderanno nel  1270  con pochi esiti. Dalla seconda metà del  sec. XIV,  la progressiva  avanzata  dei  turchi ottomani  verso il  cuore  dell’Europa ridiede una certa  attualità alla crociata,  intesa  però in senso  non di guerra santa per la  riaffermazione del cristianesimo in Oriente,  ma di guerra per la difesa dell’Occidente  stesso dall’islamismo sulla via di sempre più ampie conquiste. Le crociate fallirono quanto al loro scopo originario, cioè la liberazione dei Luoghi Santi dai mussulmani.  Restano tuttavia un  fenomeno storico di grande  rilevanza non solo religiosa,  ma politica, economico-sociale,  culturale.  Politicamente,  impegnarono  i  mussulmani  contenendone  e  ritardandone  l’avanzata in Europa, e ciò permise lo sviluppo degli Stati centro-occidentali.

1308 ………….. I turchi prendono Efeso e l’isola di Chio.

1326 ………….. I turchi conquistano Brussa.

1329 ………….. I turchi prendono Nicea (Urchan).

1330 ………….. I turchi sconfiggono i bulgari, a Velbuzhd.

1337 ………….. I turchi conquistano Nicomedia e si installano sul Mar di Marmara.

1356 ………….. I turchi prendono Gallipoli, sul Mar di Marmara.

1371 ………….. I turchi sconfiggono i serbi sulla Martz.

1382 ………….. I turchi occupano Sofia.

1386 ………….. I turchi occupano Nis, in Macedonia.

1423 ………….. I turchi prendono il Peloponneso e la Morea.

1425 ………….. Abbandono dell’isola di Montecristo a causa delle continue incursioni saracene.

1430 ………….. I turchi prendono Tessalonica, la Macedonia, l’Epiro e la città di Giannina.

1453 ………….. Maometto II prende Costantinopoli.

1455 ………….. I turchi prendono Focea, Tasso e Imbro, nell’Egeo.

1458 ………….. Maometto II conquista tutte le terre cristiane in Grecia, tranne le colonie veneziane. Dopo due anni di assedio, cade l’Acropoli di Atene.

1459 ………….. La Serbia diventa provincia ottomana.

1460 ………….. I turchi occupano tutto il Peloponneso.

1461 ………….. Cade anche Trebisonda, ultimo Stato bizantino. I turchi occupano la colonia genovese di Salmastro.

1462 ………….. Maometto II occupa la Valacchia. Prende Mitilene ai genovesi.

1465 ………….. Costantinopoli diventa la capitale dell’impero ottomano. La cattedrale di Santa Sofia viene trasformata in
moschea.

1470 ………….. I turchi occupano la veneziana Negroponte.

1471 ………….. Scorrerie ottomane in Carniola, in Istria, nel Monfalconese e nel Triestino.

1472 ………….. Scorrerie ottomane in Croazia.

1473 ………….. Scorrerie ottomane in Carniola e Carinzia.

1474 ………….. Scorrerie ottomane in Croazia e Slavonia.

1475 ………….. Incursioni turche in Stiria inferiore e Carniola. I turchi prendono Kaffa e tutta la Crimea ai Genovesi.

1476 ………….. Incursioni turche in Carniola, Stiria, e in Istria, fino a Gorizia e Trieste.

1477 ………….. Incursione in Friuli.

1478 ………….. Scorreria in Carniola, Istria e Dalmazia.

1480-81 ……… I turchi conquistano Otranto e ne massacrano la popolazione compiendo un’orribile strage.

1482 ………….. Incursione ottomana in Istria e Carniola.

1483 ………….. Incursione in Carniola. Annessione turca dell’Erzegovina.

1484 ………….. Conquista turca dei porti sulla Moldava.

1493 ………….. Scorrerie in Istria, Carniola e Carinzia.

1498-99 ……… Scorrerie ottomane in Carniola, Istria e Carinzia.

1499 ………….. Grande scorreria turca in Friuli, fino ai confini della Marca Trevigiana.

1511 …………..  I turchi conquistano la Moldavia.

1516 ………….. Saccheggio di Lavinio, sul litorale romano.

1521 ………….. Suleiman II prende Belgrado.

1522 ………….. I turchi prendono Rodi ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, che si trasferiscono a Malta, assumendo il nome di “Cavalieri di Malta”.

1526 ………….. Suleiman II sconfigge gli ungheresi a Mohàcs.

1528 ………….. I turchi assoggettano il Montenegro.

1529 ………….. Suleiman II intraprende il primo assedio di Vienna. Occupa la Georgia e l’Armenia.

1531 ………….. Khaireddin saccheggia le coste dell’Andalusia.

1543 ………….. Suleiman II conquista gran parte dell’Ungheria.

1551 ………….. Dragut saccheggia Augusta, in Sicilia.

1554 ………….. Dragut saccheggia Vieste.

1555 ………….. Dragut assale Paola, in Calabria.

1556 ………….. Ivan IV conquista Astrachan.

1558 ………….. Dragut saccheggia Sorrento e Massa Lubrense.

1566 ………….. Una flotta turca entra in Adriatico e bombarda Ortona e Vasto. I turchi prendono Chio ai genovesi.

1571 ………….. Il 6 agosto, i turchi prendono Famagosta, ultimo caposaldo veneziano di Cipro. Il 7 ottobre, la flotta turca,
guidata da Selim II, è sconfitta, a Lepanto, da quella cristiana.

1575-600 …….. I pirati moreschi attaccano sistematicamente le coste della Catalogna, dell’Andalusia, della Linguadoca, della Provenza, della Sicilia e della Sardegna.

1582 ………….. Saccheggio di Villanova-Monteleone in Sardegna.

1587 ………….. Gli arabi attaccano Porto Vecchio, in Corsica.

1588 ………….. Hassan Aghà saccheggia il litorale laziale e Pratica di Mare.

1591 ………….. Il Pascià di Bosnia invade la Croazia austriaca.

1618-72 ……… Gli arabi attaccano sistematicamente le coste siciliane.

1623 ………….. Gli arabi saccheggiano Sperlonga.

1636 ………….. Gli arabi occupano Solanto.

1647 ………….. Gli arabi saccheggiano parte della Costa Azzurra.

1672 ………….. I turchi attaccano la Polonia e conquistano la fortezza di Kamenez. Con il Trattato di Bucracz ottengono la Podolia.

1680 ………….. I turchi saccheggiano Trani e Lecce.

1683 ………….. I turchi assediano Vienna dal 14 luglio. L’imperatore Leopoldo I si allea con Giovanni Sobieski, re di Polonia. Vienna è liberata dall’esercito austro-polacco del duca Carlo Leopoldo V di Lorena, con la battaglia di Kalhenberg, del 12 settembre.

1703 ………….. Ahmed III fa guerra a Pietro I e lo sconfigge sul Prut.

1708 ………….. Algeri riprende Orano agli spagnoli.

1714 ………….. I turchi saccheggiano la zona di Lecce.

1727 ………….. I mussulmani saccheggiano San Felice al Circeo.

1741 ………….. I Bey di Tunisi cacciano i genovesi dall’isola di Tabarca.

1754 ………….. Saccheggio arabo di Montalto di Castro.

1780 ………….. I mussulmani saccheggiano Castro, in Puglia.

1799 ………….. Dopo la partenza di Napoleone, i turchi riprendono l’Egitto.

1915-16 ……… Genocidio degli armeni da parte dei turchi.

1920-22 ……… I turchi respingono il Trattato di Sèvres e cacciano i greci dall’Anatolia.

1923 ………….. Con la Pace di Losanna, la Turchia si riprende la costa dell’Anatolia. È una vera pulizia etnica con la deportazione di intere popolazioni.

1928 ………….. Hassan al-Banna fonda l’Associazione dei “Fratelli mussulmani”.

1944 ………….. Fondazione della “Lega degli Stati arabi” (Lega Araba dal 1945).

1948 ………….. Proclamazione dello Stato di Israele.

1965 ………….. Inizio di forti migrazioni maghrebine e turche nell’Europa occidentale.

1968 ………….. Inizio del terrorismo di Al Fatah.

1974 ………….. I turchi occupano la parte settentrionale di Cipro. Massacri effettuati dai Palestinesi in Alta Galilea.

1975 ………….. Inizio dello sterminio dei cristiani maroniti del Libano.

1979 ………….. Rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini, in Iran. Per anni rimase esiliato e al sicuro in Francia.

1980 ………….. Aumento degli attentati islamici nel mondo. Primi disordini nei quartieri islamici in Europa.

1981 ………….. Un terrorista turco attenta alla vita di papa Giovanni Paolo II (13 maggio).

1990 ………….. Occupazione siriana del Libano. Il generale Michel Aoun si oppone tenacemente all’inglobamento del Libano nella “grande Siria”. La debole politica dell’occidente lo porterà a cedere.

1991 ………….. Inizio delle guerre nel Caucaso. Rivolte in Cecenia.

1991 ………….. Inizio degli sbarchi clandestini di massa in Italia.

1992 ………….. Formazione di uno stato islamico in Bosnia.

1993 ………….. Primo attentato al “World Trade Center” di New York.

1996 ………….. Numerosi attentati di Hamas, in Israele. Attentati anti-americani, in Arabia Saudita. I talebani prendono il potere in Afghanistan grazie all’appoggio politico-militare americano.

1998 ………….. Rivolta anti-serba nel Kosovo. La Serbia verrà successivamente attaccata dalla coalizione occidentale, soprattutto dietro pressione degli USA. Si delinea più che mai l’assenza di una vera politica europea.

2001 ………….. L’undici settembre il “World Trade Center” di New York viene completamente distrutto da una serie di attentati.

Nota storica: i cristiani e gli ebrei

I RAPPORTI FRA EBREI E CRISTIANI (PER DISTINGUERE GLI ABUSI COMPIUTI DAI CRISTIANI DALLE FALSE ACCUSE ALLA CHIESA)

LA CHIESA CHIEDE PERDONO

( il cristiano non è superiore al pagano perché non commette peccati ma perché non li giustifica, si sforza di combatterli e ne chiede perdono)

La Chiesa chiese perdono, nell’anno Santo del Giubileo del 2000, per le azioni di tanti suoi figli quando essi hanno esercitato forme di violenza nella correzione degli errori anche là dove, tali errori, non calpestavano i diritti degli altri né minacciavano la pace pubblica.

La Chiesa non entra nel merito delle vicende storiche ma si limita a dire che: – l’individuazione delle colpe del passato di cui fare ammenda implica anzitutto un corretto giudizio storico, che sia alla base anche della valutazione teologica. Ci si deve domandare: che cosa è precisamente avvenuto? Che cosa è stato propriamente detto e fatto? Solo quando a questi interrogativi sarà stata data una risposta adeguata, frutto di un RIGOROSO GIUDIZIO STORICO, ci si potrà anche chiedere se ciò che è avvenuto, che è stato detto o compiuto può essere interpretato come conforme o no al Vangelo, e, nel caso non lo fosse, se i figli della Chiesa che hanno agito così avrebbero potuto rendersene conto a partire dal contesto in cui operavano. Unicamente quando si perviene alla certezza morale che quanto è stato fatto contro il Vangelo da alcuni figli della Chiesa ed a suo nome avrebbe potuto essere compreso da essi come tale ed evitato, può aver significato per la Chiesa di oggi fare ammenda di colpe del passato- ( Commissione teologica internazionale, Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, L’Osservatore Romano, Documenti, supplemento a L’Osservatore Romano n.10, 10 marzo 2000, p.5, n.4 ).

Per UN CORRETTO GIUDIZIO STORICO: quali sono stati i rapporti fra gli ebrei e i cristiani?

1) Le origini del conflitto fra ebrei e cristiani.

Nei primi secoli di storia della Chiesa furono i cristiani a subire persecuzioni da parte degli ebrei. Nel ’34 viene lapidato il diacono Stefano, presente Paolo, che approvava questa decisione ( Atti da 6,8 a 8,3 ). Paolo ricorda di aver dato il suo – voto – nei processi per mettere a morte i – santi – cioè i cristiani ( Atti 16,10 ).

Nel ’62 vengono lapidati, a Gerusalemme, Giacomo il Minore e altri cristiani per ordine del sommo sacerdote Ananos e del sinedrio. Quando i governatori romani sono presenti, la persecuzione giudaica contro i cristiani viene impedita ed esplode regolarmente in quelle occasioni in cui è assente l’autorità romana: in questi casi i sommi sacerdoti responsabili vengono destituiti dall’autorità di Roma. I romani sono decisi a non cedere più come al tempo di Cristo alle pressioni del Sinedrio, essi non accettano più di considerare i cristiani come eversori dell’autorità politica. L’
accusa, infatti, costruita dai grandi sacerdoti contro Gesù era estremamente abile perché utilizzando l’ambiguità insita nelle attese messianiche – attese messianiche note ai romani e di cui essi avevano timore – combinava l ‘accusa di violazione della legge giudaica ( quella di essersi fatto Figlio di Dio ) con l’accusa politica ( di essersi fatto re ). I governatori e i procuratori romani dichiarano esplicitamente che la controversia fra i cristiani e i giudei è una controversia strettamente religiosa, senza implicazioni politiche e dichiarano che non vogliono essere strumentalizzati dalle autorità religiose ebraiche.

Quando la provincia della Giudea ritorna autonoma con Agrippa I, la persecuzione legale dei cristiani ritorna possibile: è di questo periodo la condanna a morte di Giacomo Maggiore e l’arresto di Pietro

( cfr Marta Sordi, i cristiani e l’impero romano, Jaca Book, Milano 1983, pp.13-28 ).

2) Le origini delle mitologie antigiudaiche

Con la dispersione degli ebrei nel mondo iniziano i difficili problemi di convivenza con le popolazioni locali dove essi si stabiliscono.

Gli ebrei rappresentano, in molti casi, una sorta di corpo estraneo, un vero e proprio stato che non si integra nel compatto tessuto medioevale.

In questo contesto filtra il mito pagano antigiudaico dell’omicidio rituale diffuso nella città di Alessandria d’Egitto e riferito da Giuseppe Flavio nel testo – Contra Apionem -.

La struttura del mito dell’omicidio rituale è questa: in occasione della Pasqua ebraica viene ucciso un bambino per utilizzare il suo sangue a scopo rituale, o a scopi medicinali e magici.

La prima accusa documentata di omicidio rituale, con le prime persecuzioni popolari, si ha a Fulda, in Germania, nel 1235.

L’imperatore Federico II dichiara ufficialmente falsa l’accusa. Nel 1247, a Valreas, nuova accusa di omicidio rituale: gli ebrei si appellano al Papa Innocenzo IV che condanna la falsa accusa in termini precisi. Alle soglie del trecento nuove accuse di omicidio rituale nei confronti del quartiere ebraico di Barcellona: anche qui viene riconosciuta l’innocenza degli ebrei.
Le bolle papali continuano a condannare la falsa credenza nell’omicidio rituale attribuito agli ebrei ma questo non impedisce, purtroppo, il diffondersi di questo – mito – e non impedisce le conseguenti sollevazioni popolari le quali portano spesso alla espulsione degli ebrei per motivi di ordine pubblico. Papi come Innocenzo IV, Gregorio IX, Gregorio X, Martino V e Niccolò V si opposero espressamente alla falsa credenza nell’omicidio rituale.

Nel 1554 la terribile accusa di omicidio rituale fa la sua apparizione anche a Roma, centro della Cristianità, e proprio alla vigilia dell’avvento al soglio pontificio di Paolo IV, uomo privo di ogni moderazione, dal carattere rigido, irruento e incapace di dominarsi, ossessionato da uno zelo religioso violento, privo di compassione verso se stesso e gli altri: i suoi provvedimenti politici, esageratamente rigorosi e autoritari, fecero tanto soffrire sia gli ebrei che il popolo romano. Questo il fatto. Viene scoperto nel camposanto di Roma, durante la settimana santa, il cadavere crocifisso di un bambino. Il popolo aizzato da un ebreo convertito, Hananel da Foligno, accusa gli ebrei. La folla invoca il massacro o l’espulsione degli ebrei. Il cardinale Alessandro Farnese scopre i veri colpevoli, due spagnoli che avevano agito per denaro e in odio agli ebrei. Il nuovo Papa, Paolo IV, punisce con la morte i colpevoli. L’ordine pubblico è salvo ma sarà, per gli ebrei, un ordine all’interno del ghetto e per i romani un ordine di tipo calvinista che giunge perfino a proibire ogni forma di divertimento lecito.
Quando Paolo IV muore, nel 1559, il popolo romano si solleva e ne impedisce i funerali. Il palazzo dell’inquisizione viene invaso e dato alle fiamme, le insegne abbattute e la statua di Paolo IV frantumata e gettata nel Tevere. Tutta la città è in preda a forti subbugli. La salma stessa del pontefice deve essere sottratta al furore del popolo e viene nascosta nei sotterranei della basilica vaticana

( cfr Paolo IV, pp.329-334, in Battista Mondin, Dizionario enciclopedico dei Papi, Città Nuova, Roma, 1999).

Nel 1840 il mito dell’omicidio rituale è ancora vivo. Un gruppo di ebrei viene accusato a Damasco dell’omicidio rituale di un frate e del suo domestico. Un recente studio dello storico israeliano Jonathan Frankel, su questo celebre caso giudiziario e che ebbe grande risonanza internazionale, mostra come le forze – liberali – e – progressiste -, dalla Francia di Luigi Filippo al giovane Karl Marx, considerano gli accusati pregiudizialmente colpevoli mentre è la diplomazia cattolica asburgica a esigere e ad ottenere finalmente il più scrupoloso rispetto dei diritti degli imputati. Frankel cita un discorso particolarmente violento e ottuso di Marx, discorso del 1847, il quale sostiene che anche i cristiani – macellavano esseri umani e consumavano vera carne e sangue umano nell’eucaristia –

(cfr Massimo Introvigne, il caso di Damasco: i cattolici, antisemitismo e politica negli anni 1840, Cristianità n.279-280, luglio-agosto 1998, p.18 ).

Con l’arrivo della peste in Europa nasce il secondo mito antigiudaico:
sono gli ebrei che diffondono la malattia. Fin dalla primavera del 1348 il percorso della peste è accompagnato dalle sollevazioni popolari contro gli ebrei. La Chiesa, con Clemente VI, condanna con molta forza, nel luglio del 1348 e nell’ottobre dello stesso anno, questa falsa credenza. L’erudito Konrad di Magenberg nella sua opera del 1349-51, Das Buch der Natur, in cui affronta il problema della peste, dimostra che la mortalità per peste colpisce sia i cristiani che gli ebrei.

Nonostante le condanne e le spiegazioni, le violenze popolari contro gli ebrei continuano ad accompagnare la comparsa dell’epidemia. Le continue tensioni fra le popolazioni e gli ebrei portano alle espulsioni: in molti casi, a partire dal 1400, in Spagna e poi in Germania e a Venezia nel 1516, le espulsioni vengono sostituite con il ghetto. Il ghetto è un quartiere riservato agli ebrei dove sono obbligati ad abitare e dove i cancelli vengono chiusi dopo il tramonto. I cancelli o le mura del ghetto rappresentano, per gli ebrei, anche una protezione della loro identità: chiudono il quartiere alle pressioni, agli influssi e alle suggestioni del modo esterno. L’istituzione del ghetto fu vista dagli ebrei anche come una difesa della loro autonomia e della loro identità. A Mantova e a Verona, per esempio, l’anniversario della creazione del ghetto era celebrato dagli ebrei con feste e preghiere di ringraziamento.

Nel 1215, per evitare illeciti contatti sessuali tra ebrei e cristiani, viene introdotto il segno distintivo per gli ebrei: provvedimento di origine mussulmana. Tale provvedimento fu largamente disatteso in Europa e applicato soprattutto in Francia e in Inghilterra.

3) Motivi concreti dell’antipatia verso gli ebrei

Un autentico ebreo errante, Salomon ibn Varga, che scrisse la prima opera di storia ebraica dai tempi di Giuseppe Flavio, stampata per la prima volta in Turchia nel 1554, dice che nessun uomo di buon senso odia gli ebrei ad eccezione del volgo:- per questo c’è una ragione: l’ebreo è arrogante e cerca sempre di dominare(.)- ( cfr Rino Cammilleri, Storia dell’Inquisizione, Newton, Roma 1997, p.51 ).

Lo storico Paul Johnson dice che gli ebrei agirono da – lievito – nei movimenti che cercavano di distruggere il monopolio della Chiesa: il movimento albigese e quello hussita, il Rinascimento e la Riforma. Egli dice che essi furono intellettualmente sovversivi

( cfr Rino Cammilleri, ibidem, p.37 ).

Il prestito a interesse, esercitato dagli ebrei e vietato in quel tempo ai cristiani, era un motivo di continua tensione con le popolazioni. Successive bolle papali stabilirono che l’interesse non doveva superare il 20 %: il che non era poco. In una economia essenzialmente agricola bastavano due annate cattive per mettere interi villaggi alla mercé dei prestatori di denaro.

Il prestito resta un’attività tipica degli ebrei. Secondo alcuni storici il divieto di possedere terreni avrebbe indotto gli ebrei a questo rapporto privilegiato con il denaro. La storica Anna Foa fa notare che l’allontanamento dalla terra fu imposto agli ebrei solo alla fine del medioevo e riguardava soltanto la proprietà del latifondo, non il possesso di piccoli appezzamenti di terreno. Il divieto del latifondo era volto ad impedire agli ebrei di possedere schiavi cristiani perché la coltivazione del latifondo prevedeva l’utilizzazione del lavoro servile.

4) Gli ebrei e la Chiesa

Scrive Anna Foa che gli ebrei, da secoli, erano abituati a vedere nel papato un protettore contro arbìtri e violenze e per questo si rivolgevano spesso al Papa per chiedere aiuto e protezione. Nel 1493 gli ebrei, espulsi dalla Spagna, venivano accolti a Roma dal Papa.

Alla fine del VI secolo gli ebrei di Marsiglia lamentarono che il Vescovo aveva tentato di convertirli con la forza: Papa Gregorio Magno riafferma la condanna della forza. Quando le sinagoghe palermitane e cagliaritane vengono trasformate in Chiese, Gregorio condanna la negazione della libertà religiosa e impone ai vescovi di risarcire gli ebrei della perdita subita.

Nel 1236 l’ebreo convertito Nicholas Donin indirizza a Papa Gregorio IX un memoriale contro il Talmud per quelle parti in cui esso contiene insulti e bestemmie contro Cristo. Il Papa impartiva l’ordine di confiscare i libri e di sottoporli ad esame: la confisca fu eseguita solo in Francia. L’intervento non era orientato alla soppressione del libro ma alla censura, cioè alla eliminazione delle parti considerate blasfeme. Papa Innocenzo IV, invocato dagli ebrei, interveniva successivamente e scriveva a Luigi IX:- poiché i maestri ebrei del tuo regno ci hanno esposto (.) che senza quel libro che in ebraico chiamano Talmud, non possono comprendere la Bibbia e le altre ordinanze della loro legge secondo la loro fede, noi che secondo il mandato divino siamo tenuti a tollerare che essi osservino questa loro legge, abbiamo ritenuto giusto rispondere loro che (.) non vogliamo privarli ingiustamente dei loro libri-

( cfr Anna Foa, Ebrei in Europa dalla peste nera all’emancipazione, Laterza, Bari 1999, p.31 ).

All’inizio del secolo XI si diffondono accuse di alto tradimento contro gli ebrei: corrono voci che essi complottino con i mussulmani. Anche la paura della fine del mondo nell’anno mille ha la sua parte: la figura dell’anticristo viene messa in relazione agli ebrei. Con la prima crociata si verifica una grande esplosione di antisemitismo. San Bernardo di Chiaravalle dichiara esplicitamente:- chiunque metterà le mani su un ebreo per ucciderlo farà un peccato tanto enorme come se oltraggiasse la persona stessa di Gesù-

( cfr AAVV, gli ebrei nella cristianità, p.149, in 100 punti caldi della storia della Chiesa, Paoline, Cinisello Balsamo ( Milano ), 1986 ).

L’imperatore Barbarossa mediante un editto stabilisce che la mano di chi ferisce un ebreo deve essere tagliata e per l’uccisione degli ebrei viene stabilita la pena di morte.

Affinchè gli ebrei non siano oppressi essi vengono elevati al rango di ciambellani imperiali.

L’arcivescovo di Magonza dispone che la crociata di chi uccide un ebreo sia invalida, cioè che non abbia alcuna virtù espiatrice (cfr Joseph Lortz, Storia della Chiesa, vol. I, Paoline, Roma 1980, p. 628, 630-631 ).

5) L’Inquisizione spagnola

Gli ebrei si erano rifugiati nella penisola iberica dopo la caduta dell’
impero Romano.

L’invasione dei visigoti, da poco convertiti al cristianesimo, che li costringevano a battesimi forzati li aveva spinti tra i mussulmani del sud. Gli ebrei rimasti con i visigoti avevano accettato il cristianesimo ma continuavano in segreto ad osservare le loro leggi: comincia a nascere il cosiddetto ebreo segreto più tardi chiamato marrano.

Nel 711 i mussulmani invasori della Spagna si mostrano più tolleranti dei visigoti. Gli ebrei devono pagare una tassa, portare un segno distintivo e a loro è vietato montare a cavallo e portare armi. Gli ebrei finiscono per avere in mano il commercio, le finanze e l’intera amministrazione. Quando la penisola fu riconquistata dai cristiani, gli ebrei, come già sotto i mussulmani, hanno cariche fondamentali: appaltatori generali delle imposte, funzionari, tesorieri di corte.

Gli ebrei concorrono direttamente alla costruzione delle strutture amministrative e finanziarie dello stato Spagnolo ricoprendo un ruolo che non ha paralleli negli altri stati moderni. Fino al XII secolo sono proprietari di terre e produttori di vino ma il prestito è l’attività fondamentale ed è anche quella che crea maggiore attrito con il mondo circostante.

Le comunità ebraiche aragonesi e castigliane godono di piena autonomia giudiziaria: hanno il diritto di esercitare pieni poteri giudiziari sia in materia civile che in materia criminale.

Nel 1391, con la morte improvvisa di Giovanni I di Castiglia, a Siviglia scoppiano tumulti popolari contro gli ebrei che si estendono a tutta la Castiglia e alla Catalogna. Le alte gerarchie ecclesiastiche e le autorità civili hanno una posizione di dura condanna e tentano di fermare le violenze popolari ma non riescono a mantenere l’ordine pubblico.

Molti responsabili delle violenze agli ebrei vengono arrestati e condannati all’impiccagione ma il popolo insorge liberando i prigionieri e attaccando le case dei patrizi.

Scrive Anna Foa che gli eventi del 1391 sono stati interpretati come l’ espressione di – (.) una crisi essenzialmente sociale ed economica, una lotta delle classi popolari contro quelle privilegiate (.).

In sostanza, quella del 1391 sarebbe stata una delle numerose crisi rivoluzionarie – dal tumulto fiorentino dei Ciompi ai moti dei lollardi in Inghilterra- che nella seconda metà del trecento agitarono l’intera Europa- ( Anna Foa, op. cit., p. 94 ).

Questa situazione di guerra civile metteva in crisi un regno giovane come quello della Spagna dove su un totale di appena 6 milioni di abitanti c’erano almeno centomila ebrei e oltre trecentomila mussulmani: nessun altro paese aveva minoranze così consistenti.

Scrive Rino Cammilleri che – il giovane regno (.) già all’indomani della sua faticosa unificazione rischiava di deflagrare in una guerra civile di tutti contro tutti-

( Rino Cammilleri, op. cit., p.36 ).

Le continue violenze popolari fanno molti morti fra gli ebrei sia di
religione giudaica che – conversos -, cioè convertiti al cattolicesimo.
Non bisogna dimenticare i grandi santi spagnoli di quel periodo che sono di origine ebraica: Teresa d’Avila, Giovanni d’Avila, Giovanni di Dio, Ignazio di Loyola, Juan de la Cruz.

A questo punto nasce l’inquisizione spagnola- sottratta all’autorità pontificia e strumento dell’autorità politica -, richiesta insistentemente al re da molti autorevoli conversos per smascherare i falsi convertiti in modo da evitare un bagno di sangue.

I conversos dominano l’economia, la cultura e anche le cariche ecclesiastiche. L’inquisizione, colpendo una piccola percentuale di falsi convertiti certifica che tutti gli altri conversos – che sono la maggioranza -sono veri spagnoli e veri cattolici che nessuno ha il dirritto di attaccare con la violenza. Dal momento in cui nasce l’inquisizione i promotori dei tumulti anti-giudaici vengono colpiti e in pochi anni i tumulti spariscono. L’inquisizione viene affidata ad ebrei convertiti come Tomàs de Torquemada e il suo successore Diego Deza

( cfr Massimo Introvigne, L’Inquisizione fra miti e interpretazioni, intervista con lo storico Jean Dumont, Cristianità n.131, Piacenza, marzo 1986, pp.11-13 ).

( Bruto Maria Bruti )

Cavour: un perfetto moralista (anticattolico)

La pretesa di conoscere il vero bene del popolo, prescindendo dalla storia e dalle radici. Uno degli aspetti più inquietanti del principale artefice del Risorgimento.
Tracciare in poche righe il ritratto dell’unico vero “padre della patria” (per usare la retorica risorgimentale) non è impresa facile. Cosmopolita, ricchissimo, privo di scrupoli, astuto, intelligente, arrogante, accentratore, questo (e molto altro, ovviamente) è Camillo Benso conte di Cavour. Quel che è certo è che, senza di lui, il Regno d’Italia non sarebbe nato.
Qui ci proponiamo di tratteggiare la figura di Cavour a partire dal suo credo politico-morale, perché la morale, la pubblica morale, è un tema che sta molto a cuore al Cavour politico. In un trattatello del 1846 su Le ferrovie in Italia il conte si avventura in un’inedita equazione: quanto più ricca e potente è la nazione di appartenenza, tanto più il popolo è intelligente e morale. Proprio cosi: «Le classi numerose che occupano le posizioni più umili nella sfera sociale, per acquisire la coscienza della propria dignità, hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di vista nazionale. Non esitiamo a dire che questa coscienza rappresenta per i popoli come per gli individui un aspetto essenziale della moralità». Il conte si fa assertore del nazionalismo e di uno Stato «forte e potente» (e cioè colonizzatore, proprio come l’Inghilterra e la Francia, potenze liberali, che tanto ammira) affinché il popolo si elevi «nella scala dell’intelligenza e dello sviluppo morale fino al livello delle nazioni più civilizzate».
Le «nazioni più civilizzate», scrive Cavour. Quali sarebbero? La risposta è facile: quelle non cattoliche. Tutta la politica estera ed interna del conte di Cavour ruota intorno a questo obiettivo: “civilizzare” il regno sardo prima, quello italiano poi. Farla finita con la Chiesa cattolica, le sue istituzioni, la sua bigotteria, il suo oscurantismo. Liberare la nazione dalla cappa della tradizione cattolica, capillarmente diffusa in ogni strato della società.
Nel 1850 attacca le festività religiose, a sue dire troppo numerose. Ancora una volta la motivazione è di tipo morale: «Io penso — afferma alla Camera — che un soverchio numero di feste torni fuor misura nocevole alle classi operanti perché siffatte feste straordinarie non si dedicano per le più al riposo, ma si spendono in quella vece in sollazzi e mali altri usi».
Come tutti gli “illuminati”, il moralista Cavour è personalmente molto al di sopra di qualsiasi vincolo o regola morale. Uomo d’affari dalle innumerevoli attività, è il principale azionista della Società anonima dei Mulini anglo-americani di Collegno che, nel suo ramo, è la maggiore d’Italia. Il 1853 è anno di carestia, il grano introvabile e il suo prezzo sale alle stelle. I vari governi italiani vietano, come ovvio, le esportazioni di grano mentre il governo sardo rimane fedele al proprio credo liberista col risultato che i produttori di farina (Cavour in testa) fanno affari d’oro vendendo grano all’estero. Ecco cosa scrive il romanziere, deputato e storico, Angelo Brofferio su la Voce del 24 novembre: «Il conte di Cavour e magazziniere di grano e di farina, contro il precetto della moralità e della legge. Sotto il governo del conte di Cavour ingrassano illecitamente i monopolisti, i magazzinieri, i borsaiuoli, i telegrafisti, e gli speculatori sulla pubblica sostanza, mentre geme, soffre, e piange l’universalità dei cittadini sotto il peso delle tasse e delle imposte».
Nel 1854 la politica moralizzatrice del conte di Cavour su bisce un’improvvisa accelerazione: il governo del connubio Cavour-Rattazzi presenta in Parlamento un progetto di legge per privare della personalità giuridica gli ordini contemplativi (monache di clausura) e mendicanti (francescani e domenicani innanzi tutto). In poche parole si tratta di sottrarre a monaci e frati tutto quanto hanno per vivere. Si tratta di privarli del loro conventi, delle proprietà che sono state loro donate dalla carità dei fedeli, di tutti gli oggetti di culto, del loro archivi e delle loro biblioteche. Di tutto.
In nome di cosa Cavour può proporre una simile tirannica iniziativa ai danni di un’intera, innocua e benemerita, categoria di persone? In nome del progresso e della moralità. In nome della civiltà. In nome, da ultimo, della stessa religione. È quanto Cavour col suo modo asettico, perché scientifico (cosi ritiene), si propone di dimostrare intervenendo in difesa del progetto di legge alla Camera e al Senato. Il presidente del Consiglio non è convinto, come il guardasigilli Rattazzi, che basti l’equazione “inutile dunque nocivo” per motivare la soppressione degli ordini religiosi. Cavour ritiene che per giustificare la messa al bando delle congregazioni ci sia bisogno di una “giusta causa”. Bisogna provare che sono nocive.
È quanto si propone di fare elencando, in buon ordine, tutte le ragioni che rendono dannosi, quindi nocivi, gli ordini religiosi della Chiesa di Stato (questo aspetto non va ma dimenticato: il governo sardo giudica se stesso moralmente migliore degli altri governi italiani perché ‘costituzionale’ e ‘liberale’. Ebbene, il primo articolo dello Statuto definisce la ‘religione cattolica apostolica e romana’, duramente perseguitata, la sola religione di Stato e nessuno fa mostra di accorgersi della scandalosa contraddizione). Le ragioni del presidente del Consiglio si riassumono in una parola: gli ordini religiosi sono nocivi al progresso.
‘Progressista”. Che fascino questa parola! Cavour è un progressista convinto: agisce senza scrupoli per imporre a tutti la “luce” della propria ragione e delle proprie convinzioni: questa è l’essenza del progressismo. Tanto per cominciare, sostiene Cavour, gli ordini religiosi sono dannosi al progresso economico perché non mettono al centro del loro credo il lavoro produttivo (di ricchezza), giungendo addirittura a santificare l’accattonaggio. Sono poi nocivi all’istruzione («la tenacità colla quale conservano le antiche loro tradizioni e spargono certe dottrine che sostituiscono alle più pure aspirazioni e alcune leggende meno rispettabili, non produce effetto favorevole alla diffusione dell’istruzione»), e nemici del progresso scientifico, artistico, agricolo e industriale.
Da queste considerazioni Cavour passa alla storia, maestra di vita, ed invita a fare un paragone fra le nazioni in cui le congregazioni sono state soppresse (passi protestanti) e quelle in cui ancora sono diffuse (paesi cattolici). Salta agli occhi — asserisce — che la prosperità «è in ragione inversa della quantità dei frati che si sono conservati». A quanti ribattono che gli ordini sono perlomeno necessari alla vita religiosa, il conte risponde che si sbagliano: un nuovo slancio religioso — argomenta — si è manifestato proprio nei paesi «dove le antiche corporazioni religiose, figlie del Medioevo, sono quasi interamente scomparse». Conclusione: la soppressione degli ordini religiosi è «altresì vantaggiosa ai veri interessi della religione e della chiesa». I liberali agiscono sempre in nome del “veri” interessi della Chiesa. Che loro, si capisce, conoscono meglio del Papa e del cattolici.
Cavour è convinto di avere il consenso della pubblica opinione. Cosi ripete ad ogni pie’ sospinto. Quando, al Senato, il maresciallo Della Torre gli ribatte che non è vero, che le chiese sono ovunque stracolme di fedeli che pregano perché la famigerata legge non veda la luce, il liberale Cavour testualmente risponde: «L’onorevole maresciallo ha detto che gran parte della popolazione era avversa a questa legge. Io in verità non mi sarei aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate».
Cavour incarna l’opinione del soli che debbano esprimerla: i liberali. All’incirca 1,1 % della popolazione. Un po’ meno di quanti hanno diritto di voto. Tutti gli altri, le “masse”, per definizione non contano nulla. Questa è la morale ‘liberale’ che si afferma in Italia col Risorgimento. Cavour la interpreta, come al solito, al meglio. Senza nessuno scrupolo. Come senza scrupoli organizzerà la rivoluzione italiana ricorrendo alle più fantasiose forme di corruzione e tradimento e facendosi velo con le più candide menzogne. Cosi farà con Pio IX, con Francesco II di Borbone e con i vari duchi e principi italiani, in nome, inutile dirlo, della vera morale, della libertà e della costituzione.
Chiudiamo con una nota che certamente non c’entra nulla con la storia, che pero esprime bene come è stata vissuta l’epopea cavouriana dalla maggioranza della popolazione, cattolica. Cavour muore all’improvviso. Giovane, scoppiettante di salute e di progetti.
Al colmo del successo nazionale ed internazionale. Idolatrato da tutti. Invincibile. Il conte se ne va in una settimana. Per l’esattezza in una settimana di giugno. Per la precisione Cavour si ammala il giorno del Corpus Domini. Ecco cosa scrive ai riguardo la rivista del gesuiti Civiltà Cattolica: «Il Governo vieto’ che le autorità costituite assistessero alla solenne processione del Corpus Domini. Ma il giorno stesso del Corpus Domini cadeva malato il Capo del Ministero». Cavour «morì il giorno del miracolo del SS. Sacramento avvenuto in Torino nel 1453; il Municipio che non volle intervenire alla Processione del Corpus Domini, dovette intervenire ai funerali del conte di Cavour».
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“La legge contro i conventi, sanzionata da Vittorio Emanuele II il giorno successivo all’approvazione della Camera avvenuta il 28 maggio 1855 [legge presentata da Cavour e Rattizzi], è accompagnata da un regio decreto (879) che stabilisce in un articolo unico quali sono gli ordini religiosi colpiti:
«Ordini religiosi d’uomini: Agostiniani calzati – Agostiniani scalzi – Canonici lateranensi – Canonici regolari dl sant’Egidio – Carmelitani calzati – Carmelitani scalzi – Certosini – Monaci benedettini cassinesi – Cistercensi – Olivetani – Minimi – Missionari conventuali – Minori osservanti – MInori riformati – Oblati dl sante Maria – Passionisti – Domenicani – Mercedari – Servi dl Maria – Padri dell’Oratorio o Filippini.
Ordini religiosi di donne: Clarisse — Benedettine cassinesi — Canonichesse lateranensi – Cappuccine – Carmelitane scalze – Carmelitane calzate – Cistercensi — Crocifisse benedettine – Domenicane – Terziarie domenicane – Francescane – Celestine o Turchine – Battistine». Tale disposizione coinvolge 335 case, per un numero totale dl 3.733 uomini e di 1.758 donne, in tutto 5.489 individui”. (Angela Pellicciari, Risorgimento da riscrivere, Ares, Milano 1998, pp. 196-197).

Bibliografia
Angela Pellicciari, Risorgimento da riscrivere, Ares 1998.
Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento, Piemme 2000.
Angela Pellicciari, I panni sporchi dei mille, Liberal libri 2003.
Roberto Martucci, L’invenzione dell’Italia unita, Sansoni 1999.
© il Timone

San Nicola di Bari tra leggenda, storia e tradizione (Prima parte)

Tra il 5 e il 6 dicembre in tutto il mondo si consuma la tradizionale festa di San Nicolo’, tra solenni eucarestie, processioni con la statua del santo vescovo di Myra e grandi falo’ in suo onore. Le tradizioni e i racconti relativi al santo, come i miracoli effettuati sia in vita che da morto, sono innumerevoli e variano da paese a paese. Dal camino, nella calza o nelle scarpe san Nicola, anche dopo la morte, ha continuato a portare doni ai bambini di tutto il mondo sino ai giorni nostri (solitamente si dice che lui si occupa di quelli buoni, prendendosi nota nel corso dell’anno di chi si è comportato bene, mentre il suo aiutante, che cambia nome e sembianze a seconda della zona geografica in cui ci si trova, lascia del carbone a chi è stato disobbediente).

In Olanda il 6 dicembre san Nicola assieme al fedele compagno Zwarte Piet, letteralmente “Piero il Nero” (si dice sia lui ad infilarsi nei camini delle case per portare i regali), gira per le strade di Amsterdam, di cui è il Santo Patrono, in sella ad un cavallo bianco distribuendo dolci e regali a tutti i bambini; in Austria sfila con dei personaggi chiamati Krampus, che minacciano di portare via i bambini disobbedienti; a Trieste, Gorizia e in Trentino Alto Adige si tramanda la leggenda secondo cui il santo regalò a tre bambini poveri tre mele rosse che si tramutarono in oro e per questo, il giorno della vigilia, i bambini scrivono una letterina al santo che lasceranno sul tavolo della cucina dove la mattina seguente troveranno una grossa cesta colma di frutta, cioccolato, mandorlato e giocattoli (questa tradizione è molto viva anche nella piccola isola di Murano, nota per la produzione del vetro, i cui abitanti scelsero san Nicola come patrono dei vetrai).

Il numero tre ricorre spesso nella storia del santo e nell’iconografia tradizionale, non a caso, viene rappresentato, oltre che con la mitra e il bastone pastorale, con tre sacchetti di monete, o tre palle d’oro che, in sostanza, fanno riferimento alla vicenda del santo più nota, denominata praxis de tribus filiabus. Si racconta che un cittadino di Patara caduto in totale miseria non vide altra soluzione per le tre figlie che quella di farle prostituire, data l’impossibilità di offrire loro una dote e, dunque, di trovare marito. Nicola, venuto a sapere di questo, per tre sere di seguito fece trovare sopra il tavolo della cucina del suo coetaneo una borsa  piena d’oro, facendola passare dalla finestra senza farsi vedere. In questo modo salvò l’onore delle tre fanciulle, che una dopo l’altra presero marito (una versione racconta che la terza sera il santo trovò la finestra della cucina chiusa, così si arrampicò sul tetto, gettando il terzo “sacco” giù dal camino).

E’ noto a tutti, o quasi, che la sua figura ha dato origine al personaggio di Santa Claus (le analogie tra i due sono più che evidenti). Il culto del Santo, infatti, fu portato a New York dai coloni olandesi con il nome diSinterklaas, che divenne tra i coloni inglesi Santa Claus; furono poi gli scrittori americani a dare vita al personaggio folkloristico che conosciamo e a tracciarne la personalità, mescolando i numerosi racconti relativi il santo vescovo di Myra con elementi legati alla cultura anglosassone.

Clement Clarke Moore, professore di Esegesi Biblica e Letteratura greca e orientale presso il Seminario Teologico della Chiesa Protestante di New York, nel 1822 scrisse A Visit from St. Nicholas, un racconto per bambini dove Santa Claus viene descritto come “un vecchio elfo paffuto e grassottello“, dal viso simpatico e la testa sporca di fuliggine, dalla barba bianca come la neve e il vestito rosso, che in sella ad una slitta trainata da renne porta doni ai bambini facendoli passare dai camini delle case la sera della vigilia di Natale; nel 1863 il disegnatore statunitense di origine tedesca Thomas Nast ne riprodusse l’immagine, ma la consacrazione definitiva, però, avvenne nel 1931 ad opera di Haddon Hubbard Sundblom che, prendendo spunto dal racconto di Moore e dai disegni di Nast, ritrasse, per la campagna pubblicitaria della Coca Cola, l’immagine di Babbo Natale come oggi lo conosciamo.

Da San Nicola a Babbo Natale

La figura moderna di Babbo Natale e’ un lontano riflesso della persona che era veramente: San Nicola, Vescovo di Mira (antica citta’ della costa meridionale dell’attuale Turchia).  Come e’ avvenuta la sua trasformazione da santo caritatevole a icona del consumismo natalizio?  Lo scrittore Jeremy Seal si e’ avventurato in una ricerca internazionale per dare risposta a questa domanda ed ha dato conto delle sue conclusioni nel libro “Nicholas: The Epic Journey from Saint to Santa Claus” (ed. Bloomsbury).  In un’intervista rilasciata a ZENIT, Seal racconta di come ha trovato riscontro del culto di Babbo Natale (Santa Claus) in tutto il mondo e dei motivi che spiegano come mai San Nicola con il suo carisma di carità sia presente ancora oggi nonostante la commercializzazione delle feste natalizie.  Cosa l’ha indotta a scrivere questo libro e fin dove si è spinto per svolgere la sua ricerca?  Seal: Sono stato attratto da questo argomento per via delle mie due figlie, che all’epoca in cui ho iniziato questa ricerca avevano 6 e 2 anni. Sono loro che mi hanno ricordato l’importanza, per i bambini, della figura di Babbo Natale.  La storia di San Nicola mi ha poi incuriosito anche per la sua caratteristica epica. Io sono uno scrittore viaggiatore e il fatto che la sua evoluzione postuma lo ha portato a compiere un eccezionale viaggio partendo dalla Turchia per arrivare in Europa, a Manhattan, fino al Polo Nord, è stato per me un forte richiamo.  Mi sono quindi recato in tutti i luoghi associati alla vita di Nicola.  Ho iniziato in Turchia, a Mira, dove si erge una basilica in suo nome. Ho seguito il suo culto verso Occidente, a Bari, e verso Nord, a Venezia; poi ad Amsterdam e molti altri luoghi d’Europa. Sono poi arrivato fino a Manhattan e successivamente, nella Lapponia, nel Nord della Finlandia, e in Svezia, insieme alle mie figlie, in occasione dello scorso Natale.  Chi era San Nicola di Mira?  Seal: Si sa molto poco di lui. Era Vescovo di Mira, vissuto nel IV secolo in una città della Turchia meridionale oggi nota come Demre. Non vi è quasi nessun riferimento della sua vita attuale, salvo un riferimento materiale in un manoscritto del VI secolo.  Dobbiamo quindi basarci quasi esclusivamente su elementi postumi riferiti a San Nicola. Ma, data la grande diffusione del suo culto, è lecito dedurre che qualcosa della sua vita debba essere stata eccezionale. Non sappiamo molto di lui, ma abbiamo il senso di una persona speciale.  Nicola sembra essere una persona sensibile che si è fatto un nome per essersi dedicato all’assistenza materiale e concreta. Questo aspetto si è mantenuto fermo nel corso dei secoli perché l’assistenza materiale è un qualcosa di cui tutti hanno bisogno e che tutti sono in grado di apprezzare.  Quali sono le sue azioni più particolari?  Seal: Esiste tutta una serie di storie, anche perché lui è stato particolarmente longevo. All’epoca in cui ha vissuto, la maggior parte dei santi cristiani erano martiri, ma su Nicola sono state raccontate molte storie perché ha vissuto una vita lunga ed è morto nel suo letto. I racconti quindi sono molti, ma la maggior parte di essi hanno in comune la sua dedizione ad aiutare la gente.  Un infinito numero di storie raccontano come egli salvò alcuni marinai in preda ad una tempesta a largo di Mira. Un’altra volta egli convinse il capitano di una nave a portare il suo carico di grano a Mira dove la gente stava morendo di fame, e la sua stiva si riempì nuovamente di grano.  Alcuni militari condannati ingiustamente ebbero una visione di Nicola che li confortava e gli procurava la liberazione.  Quando il culto di Nicola raggiunse la Russia nel XI secolo, nacque tutta una nuova serie di storie. I russi lo chiamarono “ugodnik”, che significa “colui che aiuta”. In Russia il suo aiuto assume forme diverse: assiste i pastori nel proteggere il gregge dai lupi, protegge le case dal fuoco, ecc.  Quali ostacoli ha incontrato il culto di San Nicola nel corso dei secoli?  Seal: Esistono in particolare due elementi: anzitutto, a partire dall’VIII secolo in avanti, la sua terra d’origine, nel Sud della Turchia, era sempre più minacciata dall’avanzata dei musulmani, che non avevano molto interesse nella sua figura.  Le reliquie di San Nicola sono state rimosse dalla Turchia nel 1087 e portate a Bari, consentendo la diffusione del suo culto nel continente europeo. È stato un trasferimento quanto mai tempestivo, poiché egli sarebbe stato messo completamente da parte in un futuro Paese islamico. In questo modo il suo culto ha potuto essere mantenuto a partire dalla basilica in cui risiedono le sue spoglie.  In secondo luogo, vi è la Riforma che si è diffusa nell’Europa settentrionale nei secoli XVI e XVII, che ha ridotto molto il significato dei santi. Credo che questo ostacolo sia stato superato proprio perché egli era diventato una figura che andava al di là della Chiesa, era diventato parte integrante di ogni famiglia.  Sin dal XIV secolo, ogni 6 dicembre, Nicola veniva a portare i doni ai bambini del Nord Europa, passando attraverso il camino. Era una figura molto popolare e molto amata e questo sembra avergli dato la forza di resistere durante un periodo in cui le immagini e le statue dei santi venivano rase al suolo, bruciate e distrutte.  Come si è evoluto nella figura attuale di Babbo Natale?  Seal: L’amore per Nicola ha mantenuto vivo il suo culto fino alla fine del XVIII quando a Manhattan è avvenuta una revisione della sua immagine.  Il nome “Santa Claus” (Babbo Natale) risulta dalla pronuncia americana della parola olandese “Sinterklaas”. San Nicola e Babbo Natale sono quindi la stessa persona, anche se molti non lo sanno. Peraltro sono raffigurati in modo diverso, perché lo rappresentano in luoghi e tempi diversi, propri della sua evoluzione postuma.  Non sappiamo quando il suo culto sia arrivato alla Nuova Amsterdam, oggi Manhattan. Ma è probabile che sia stato portato lì dalle prime comunità che vi si sono insediate, e sia rimasto come una vaga memoria in Nord America, dormiente fino alla fine del XVIII secolo.  Ciò che quindi è avvenuto è che la tradizione dei regali, che fino allora era una realtà locale e stagionale in cui ci si scambiavano oggetti fatti in casa, è esplosa in un qualcosa di più grande. È iniziata la produzione di massa, si è diffuso il commercio, sono arrivati i giocattoli dal Nord Europa, e tutto poteva essere acquistato: libri, strumenti musicali, tessuti, ecc.  Di conseguenza l’usanza dei regali si è trasformata in un qualcosa di irriconoscibile e questo ha fatto nascere l’esigenza di trovare uno spirito della donazione di regali. San Nicola era colui che nelle tradizioni olandese e inglese del vecchio mondo rappresentava il donatore; e non era neanche necessario fare grandi ricerche per ricordarlo.  La gente, alla fine del XVIII secolo, ha reso popolare l’immagine di Santa Claus – anche se non subito a fini commerciali – e il suo nome si è gradualmente trasformato per diventare Santa Claus.  Negli anni Venti del XIX secolo ha iniziato ad acquistare le sue caratteristiche odierne: le renne, la slitta, le campanelle. Elementi che sono semplicemente le caratteristiche del mondo da cui è emerso: a quell’epoca le slitte erano il mezzo principale di trasporto nell’inverno di Manhattan.  La poesia “A Visit from St. Nicholas” (una visita di San Nicola), nota anche come “Twas the Night Before Christmas” (era la vigilia di Natale), è del 1822 e lo descrive con tutti i dettagli. A quel tempo egli fumava la pipa, ma per il resto era già molto simile alla figura che conosciamo oggi.  Mentre queste caratteristiche prendevano forma, egli è stato associato sempre di più ad un ambito commerciale. Una strumentalizzazione comprensibile, ma pur sempre una deviazione rispetto al suo significato originario. Nel periodo medievale era simbolo ed icona della carità. Non mi sembra che possa essere definito allo stesso modo anche oggi. Attualmente sembra più uno strano miscuglio tra carità e consumismo dilagante.  Secondo lei cosa dovrebbero raccontare i genitori cristiani ai loro figli su Babbo Natale?  Seal: Ciò che ho voluto fare nel ripercorrere le origini di Babbo Natale è ricordare a me stesso che esiste un valido motivo morale nel fare i regali. L’idea di San Nicola era quella di aiutare le persone in difficoltà.  Questo è l’insegnamento che possiamo trarre. Fare regali, per il solo gusto di farli, a persone care che hanno in abbondanza, potrebbe non riflettere l’essenza di ciò che perseguiva San Nicola.  Come rispondere alle domande dei bambini sul significato di quest’uomo, non saprei.  Io sono un ex anglicano, ma San Nicola mi attrae molto dal punto di vista intellettuale e morale. Apprezzo molto gli importanti valori morali che egli rappresenta, il senso di una carità attiva.  San Nicola può essere apprezzato da chiunque abbia un minimo di senso morale; nessun sistema di credenze può porsi in disaccordo con ciò che egli rappresenta.  Egli parla a tutti perché, mentre la teologia può essere assai complessa, le sue storie sono semplici. Credo che sia questo il motivo per cui sono state raccontate per centinaia di anni e si sono trasformate in questo rito familiare che celebriamo anche oggi con Babbo Natale.

I numeri dell’Inquisizione

inquisizioneNel volume “L’Inquisizione”, Atti del Simposio Internazionale, promosso dalla Commissione teologico-storica del Comitato Centrale del Grande Giubileo dell’Anno 2000, il prof. Agostino Borromeo, curatore del libro, ha tracciato una breve storia dell’Inquisizione. “Con il termine Inquisizione, -ha spiegato Borromeo- si suole designare un complesso di tribunali ecclesiastici, il cui titolare, in base ad espressa delega papale, era investito della giurisdizione riguardante uno specifico delitto, il delitto di eresia”.

“Durante il pontificato di Gregorio XI (1227-1241) cominciano ad agire speciali commissari (inquisitores) delegati dalla Sede Apostolica con il compito di combattere l’eresia in determinate regioni. Progressivamente, con il trascorrere del tempo, il papato dotò questa istituzione di una propria organizzazione, una propria burocrazia e una propria normativa (specialmente in materia di procedure processuali)”.

L’Inquisizione, particolarmente attiva nei secoli XIII e XIV nel combattere i movimenti ereticali medievali (soprattutto catari e valdesi), conobbe una fase di declino nel secolo XV, registrando una rilevante ripresa della sua attività nel XVI e nel XVII secolo con la fondazione dei nuovi tribunali della penisola iberica (la cui azione fu principalmente rivolta contro i falsi convertiti dal giudaismo e dall’islamismo) e la creazione del Sant’Ufficio romano, concepito inizialmente come strumento per la lotta contro la diffusione del protestantesimo. I tribunali finiranno con l’essere soppressi tra la seconda metà del XVIII secolo e i primi decenni del XIX secolo sotto la spinta delle idee illuministiche e coll’affermarsi dell’ideologia liberale, mentre continuerà a sopravvivere la Congregazione romana del Sant’Ufficio fino alla radicale riforma operata da Paolo VI nel 1965, che ne muterà il nome in quello odierno di Congregazione per la Dottrina della Fede.

Su 100.000 processi effettuati da tribunali civili ed ecclesiastici secondo la procedura dell’Inquisizione, “le condanne al rogo comminate da tribunali ecclesiastici sono state 4 in Portogallo, 59 in Spagna, 36 in Italia, in tutto, quindi, meno di 100 casi”, ha precisato il prof. Borromeo. Ciò sfata la leggenda nera sull’Inquisizione, creata ad arte dalla propaganda anticattolica. Prendendo spunto da quanto affermato dal prof. Borromeo, il Card. Georges Cottier, Pro-Teologo della Casa Pontificia, ha detto che “una domanda di perdono che la Chiesa deve fare a riguardo dei propri errori del passato, non può riguardare che fatti veri e obbiettivamente riconosciuti. Non si chiede cioè perdono per alcune immagini diffuse all’opinione pubblica, che hanno più del mito che della realtà”. “La Chiesa” ha continuato il Card. Cottier “non vuole domandare perdono in maniera disordinata, ma con la conoscenza effettiva di ciò che è successo, anche perché la verità non può far paura”.

Inquisizione: Santa Sede, i “luoghi comuni” su “caccia alle streghe” e pena di morte (Sir, 16.06.04)

[…] “Ormai gli storici -ha affermato il relatore [Agostino Borromeo, curatore del volume su “L’inquisizione”, presentato oggi in Vaticano]- non usano più il tema dell’Inquisizione come strumento per difendere o attaccare la Chiesa”, perché a differenza di quanto in passato “il dibattito si è spostato sul piano storico, con statistiche serie”, anche grazie al “grosso passo avanti” rappresentato dall’apertura degli archivi segreti dell’ex Congregazione del Sant’Uffizio, voluta dal Papa nel 1998.

“Oggi è possibile fare la storia dell’Inquisizione prescindendo dai luoghi comuni perpetrati fino all’Ottocento”, ha puntualizzato lo studioso. Interrogato dai giornalisti sulla “caccia alle streghe”, Borromeo ha citato, in particolare, l’attività dell’Inquisizione spagnola, che su 125.000 processi ha mandato al rogo 59 “streghe”; 36 ne sono state bruciate in Italia, 4 in Portogallo.

“Se si sommano questi dati – ha commentato – non arriviamo neanche ad un centinaio di casi, contro i 50.000 di persone condannate al rogo, in prevalenza dai tribunali civili, su un totale di 100.000 processi (civili ed ecclesiastici) celebrati in tutta Europa nell’età moderna”.

Analogo discorso per la pena di morte: sui 44.674 processi celebrati dall’Inquisizione spagnola tra il 1540 e il 1700, si legge nel volume, i condannati a rogo ammontano all’1,8%, cui va aggiunto un altro 1,7% di condannati a morte in contumacia (veniva bruciato un manichino con il nome e cognome della persona che si era data alla fuga). Per quanto riguarda, invece l’Italia, il tribunale dell’Inquisizione di Aquileia-Concordia (nella diocesi di Udine), tra i primi 1.000 processi istruiti, i condannati a morte sono stati solo 5 (lo 0,5%). Numeri più “alti”, invece, per l’Inquisizione portoghese: tra il 1540 e il 1629 su 13.255 processi, le condanne a morte costituirono il 5,7%, anche se negli anni successivi l’attività repressiva è calata progressivamente.

Una campagna per minare la Chiesa con l’ipertrofia della colpevolezza (Alexis Curvers)

luci-cristianesimo2È in atto da gran tempo, ma oggi si è rafforzata, una campagna in grande stile per minare la saldezza morale della Chiesa con l’ipertrofia del sentimento più morboso e vano: quello della colpevolezza. Il punto è di importanza capitale, perché il mezzo più sicuro per spingere al suicidio un qualsiasi organismo consiste nell’inoculargli il veleno del rimorso. Una cosa è il pentimento lucido e creatore che supera e ripara il male col bene che vi sostituisce; altra cosa e’ il rimorso che rode, che talvolta segretamente si compiace del suo inferno, abitato dai fantasmi di una vergogna che porta alla disperazione. Il rimorso non compensa nulla. Al contrario, distrugge tutto. Compie l’opera del peccato rendendola in qualche modo eterna, togliendo al peccatore la fiducia e il coraggio necessari al suo raddrizzamento e alla sua difesa. Quel rimorso è il germe di morte che un’impresa dì sovversione insinua da tempo, in mille maniere, nell’anima della Chiesa e di quella Europa che così profondamente la Chiesa stessa ha contribuito a creare. I duemila anni di storia della cristianità non sono certo immuni da macchie. Ma sono macchie antiche, che non hanno impedito al fulgore di manifestarsi di nuovo. Eppure, quelle chiazze sbiadite sono di continuo ravvivate, segnate con segni indelebili, mostrate senza posa agli occhi dei credenti, e, in genere, degli europei di tradizione cristiana, in modo tale che ciò che dovrebbe costituire solo un ricordo deplorevole, si fissi nelle coscienze e vi diventi un’ossessione. Inquisizione, colonialismo, invasione delle Americhe. Galileo, antisemitismo, collusioni col fascismo: per sempre, si grida, voi siete responsabili o almeno solidali con questi crimini; gli equivalenti dei quali, tra l’altro, purché non siano imputabili alla Chiesa e all’Europa, purché anzi essi ne siano le vittime, godono di tutte le indulgenze. Inventate e gestite da persone intelligenti, lucide nel loro programma di distruzione del cristianesimo e propagate da una folla di sciocchi, di disinformati, di masochisti all’interno stesso della Chiesa, queste mitologie, queste “leggende nere” trionfano in un organismo ecclesiale in cui si è inoculato il germe del rimorso. Tutte le tecniche di condizionamento degli spiriti contribuiscono all’impresa di infezione morale, magistralmente abbozzata fin dalla scuola elementare e sorretta dal sistema dei media concepiti espressamente per distogliere dalla possibilità di saper leggere e, per conseguenza, pensare. Il terreno così trattato è pronto a ricevere le sementi della propaganda e a centuplicarle: tanto che i seminatori della zizzania del rimorso, vedendo levarsi una bella messe, tentano oggi (validamente aiutati da “cristiani”, da “cattolici”) di strappare dal suolo tutto quanto resiste ancora alla loro opera di disarmo degli spiriti, di affievolimento delle ultime capacità di resistenza della fede
Alexis Curvers

Cattolici: vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere (Leo Moulin agnostico)

luci-cristianesimoDate retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillargli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto». Femministe, omosessuali, terzomondiali e terzomondisti, pacifisti, esponenti di tutte le minoranze, contestatori e scontenti di ogni risma, scienziati, umanisti, filosofi, ecologisti, animalisti, moralisti laici: «Da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza nella storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro manforte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi: perchè non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche?

Cattolici: perchè quella paura degli ebrei? (Vittorio Messori)

ebrei chiesaDavanti al nazismo ci fu, da parte della Chiesa cattolica, almeno a livello ufficiale, condanna severa dell’antisemitismo (parola per indicare un’ideologia anticristiana, non a caso sconosciuta al vocabolario sino al XIX secolo), ci fu un deciso rifiuto dei razzismo in senso biologico, ci fu l’orrore per ogni violenza e ingiustizia.
Se, dunque, la condanna per Hitler fu senz’appello, ci fu invece comprensione clericale per Mussolini e le sue leggi che, più che come razziali, furono presentate dai fascisti come discriminatorie, come misura di “legittima difesa”. Il motto “non perseguitare ma separare” fu a tal punto sostenuto, per decenni, dall’ufficiosa Civiltà Cattolica che, quando nel 1938 quelle leggi furono promulgate, sui giornali dei Regime fu tutto un fiorire di lodi per “la preveggenza e la fermezza” dei gesuiti e, con loro, della Gerarchia.

E’ un fatto oggettivo che la comunità cattolica si mobilitò – checché ne dicano i coriacei diffamatori – per salvare la vita agli ebrei quando furono minacciati di deportazione e, dunque, di morte, da parte dei tedeschi. Ma non protestò fino a quando ebbero vigore le leggi italiane di discriminazione che – escluso, non lo si ripeterà mai abbastanza, ogni sospetto di razzismo e di violenza – almeno in parte rispondevano alle sue attese.
Qui, come da promessa, cercheremo di capire le ragioni della prospettiva assunta da quei nostri predecessori nella fede: prima di scandalizzarsi, occorre esaminare in che modo giudicassero e decidessero, secondo esperienza e prudenza. Come dicevo, mi baserò in particolare (come sintesi significativa) sui tre articoli sulla “questione giudaica” pubblicati nel 1890 dal padre Raffaele Ballerini e sulle raccolte della Civiltà Cattolica dopo i provvedimenti fascisti dei 1938, quando il giornale ammise qualche “acerbità di linguaggio” dei confratello dei XIX secolo, ma confermò la sostanza dei suo argomentare.
Innanzitutto, il padre Ballerini constata che, “il giudaismo da secoli ha voltato le spalle alle legge mosaica, surrogandovi il Talmud, quinta essenza di quel fariseismo che in tante guise venne fulminato dalla riprovazione di Gesù il Cristo”. In effetti questa è una questione reale: anche oggi, sarebbe bene far chiarezza, a vantaggio di quel dialogo ecumenico dove spesso i cattolici si confrontano con un interlocutore che è diverso da quello che immaginano.
Nella catastrofe del 70, con la distruzione dei Tempio e la diaspora dei sopravvissuti, scomparvero praticamente tutti i gruppi e le sette dei giudaismo. Il quale, da allora, fu contrassegnato quasi solo dal fariseismo. Furono i rabbini di quella corrente a creare i due smisurati, complessi, labirintici commenti, discussioni, raccolte di episodi e di aneddoti che formano i due Talmud, quello di Gerusalemme e quello di Babilonia. Comunque, quando il padre Ballerini scriveva (e, in parte, ancora oggi) il mondo israelitico era composto per una parte da ebrei ormai secolarizzati quanto a credenze religiose, anche se spesso legati alle loro radici da una fedeltà alle antiche tradizioni, vissute in modo “laico”. Molti tra costoro facevano parte della massoneria o, se non partecipi delle Logge, ne condividevano la prospettiva di filantropia laica e, soprattutto nei Paesi latini, di militante anticattolicesimo. Quanto alla parte dell’ebraismo che aveva conservato una prospettiva religiosa: per molti, se non per la maggioranza, la Torah, la Legge e i Profeti, erano in secondo piano rispetto al Talmud. Per cui il loro, piuttosto che ebraismo biblico, era piuttosto rabbinismo talmudico. Non si dimentichi che alcuni Maestri erano giunti a dire che la Scrittura era “acqua” mentre il Talmud era “vino”. E, dunque, era superiore.
Ma era proprio questa situazione che preoccupava i cattolici. In effetti, il Talmud ha, per un non ebreo, aspetti inquietanti, affermando la superiorità di Israele su ogni altro popolo e annunciando – per un futuro indefinito ma certo – il trionfo mondiale dei figli circoncisi di Abramo, cui tutti gli altri finiranno per versare tributo e prestare omaggio. In quelle due enormi raccolte (che, a quanto ci risulta, non sono mai state tradotte, almeno interamente, in una lingua occidentale: e anche questo ha alimentato molti sospetti, come se ci fossero lì cose da nascondere ai “gentili”) ci sono anche espressioni molto dure contro Gesù, l’impostore, il falso messia, e contro i suoi seguaci, i “galilei”. Non solo il padre Ballerini ma moltissimi altri cristiani (e non solo cattolici: non va dimenticato che la diffidenza per il giudaismo e il desiderio di “difendersene” univa cattolici, protestanti, ortodossi) riportano una serie impressionante di citazioni talmudiche, secondo le quali comportamenti immorali non solo sono permessi ma sono meritori se danneggiano i popoli, soprattutto cristiani, tra i quali gli ebrei sono ospiti. E’ vero, ad esempio, che mentre l’usura è vietata tra israeliti, non solo è permessa ma è raccomandata se è praticata a spese dei “gentili”. Ed è vero anche che la prospettiva talmudica molto insiste sulla pretesa ebraica di costituire una razza superiore, eletta, destinata a sottomettere le altre, a utilizzarle, se necessario a umiliarle.
Da qui, la paura, se non l’angoscia, cristiana di essere minacciati da una “quinta colonna” di nemici che, seppure in minoranza, agivano con lucidità implacabile e con arti spesso ingannevoli se non truffaldine per diventare padroni. Da qui, per dirla con la Civiltà Cattolica, la necessità di distinguere tra “tolleranza” (esplicitamente raccomandata anche dai cattolici e, in sostanza da loro praticata – seppur tra alti e bassi – nei secoli) e “stato civile”, cioè concessione della cittadinanza piena che, a partire dalla Rivoluzione Francese e poi con il liberalismo ottocentesco, aveva fatto degli ebrei cittadini alla pari di ogni altro. Ma in realtà, si osservava, non è così, non può essere così perché proprio gli ebrei non vogliono essere alla pari degli altri. “Non sono una setta ma un popolo, disperso ma non disciolto. Sono una nazione senza terra e senza organizzazione politica propria che, tra le altre nazioni, non cerca una patria ma un rifugio, sfruttando e cercando di spogliare (in attesa di opprimere) i popoli che le concedono ospitale soggiorno. E questo sfruttamento, questa ricerca di potere economico, culturale, politico a spese dei non circoncisi so- no tanto più pericolosi in quanto sono considerati un cardine della loro morale, sono raccomandati dal talmudismo che seguono”.
Questa era la diagnosi dei non ebrei. Ad appoggio e conferma di simili timori, tutta una serie di pubblicazioni, di giornali, di leghe, di interventi parlamentari – in Europa come nelle Americhe – portava dati e cifre che colpivano l’opinione pubblica e la rendevano inquieta. Era un fatto, ad esempio, che nell’impero Austro-Ungarico, dov’erano particolarmente numerosi (un milione e mezzo, sui 40 milioni di abitanti della Duplice Monarchia) i senatori ebrei, eletti per censo, rappresentavano oltre un terzo dell’assemblea, in grado di dominarla grazie alla loro compattezza “di stirpe”.
Una percentuale sorprendente; ma ancor più lo era quella della Francia dove, verso le fine dell’Ottocento, gli ebrei erano ancora pochi, circa 80.000, ed erano quasi tutti di immigrazione recente, provenendo dalla Germania, dalla Russia, dalla Polonia. I re di Francia, in effetti, più volte li avevano banditi, a differenza dei Papa che, ad Avignone, non li aveva mai cacciati. Ma l’immigrazione cresceva di giorno in giorno e avrebbe portato presto gli israeliti a raggiungere, in Francia, il mezzo milione. Comunque, quando ancora erano 80.000, tra senatori e deputati superavano i 20. Da qui il commento della Civiltà Cattolica: “Se i cristiani vi fossero rappresentati con simile percentuale, il Parlamento francese dovrebbe contare non meno di 40.000 membri. L’Italia, che conta 30 milioni di abitanti, invece di mezzo ebreo a rappresentare, in proporzione, i nostri 50.000 giudei ne conta al Parlamento oltre una dozzina e una regione come il Veneto è rappresentata da deputati e senatori tutti israeliti, tranne uno”. Era in corso poi la scalata per il controllo e l’indirizzo dell’alta cultura, attraverso le cattedre universitarie. Un dato sorprendente è che nell’Italia dei 1885, sullo scarno complesso della popolazione universitaria, ben un quarto degli iscritti agli atenei era costituito da figli di ebrei.
Ma al di là della scalata politica, in grado di condizionare l’attività dei governi, preoccupava ed indignava la ricchezza, ogni giorno crescente. Si portavano, anche qui, molte cifre: metà dei banchieri di Parigi, piazza finanziaria allora decisiva per l’economia europea, era ebraica e ancor più avveniva a Londra, ad Amsterdam, a New York. Anche la proprietà immobiliare vedeva una preminenza che in alcuni Paesi diveniva schiacciante: un quarto dei territorio ungherese e addirittura l’ottanta per cento di quello della Galizia apparteneva ad israeliti. Cifre di questo tipo erano quasi infinite ed erano motivo non solo di paura ma anche si sdegno, in quanto sia l’élite che il popolo erano convinti che tanta ricchezza, ogni giorno crescente, non fosse dovuta ad una capacità “pulita” ma all’abilità di chi era maestro in truffe, in raggiri e, soprattutto, in usura che strangolava i cristiani.
I quali non dimenticavano che, appena la Rivoluzione aveva permesso loro di muoversi con libertà, gli ebrei avevano messo insieme di colpo grandi ricchezze comprando a prezzo spesso vile i beni sequestrati alla Chiesa. A proposito dei quali il padre Ballerini faceva un confronto. Ricordava, cioè, che quando, a partire dal 1789, quei beni furono “nazionalizzati” senza alcun indennizzo e venduti, il loro valore fu stimato in quattro miliardi di franchi. Poiché i preti e i religiosi erano allora, in Francia, 130.000, a ciascuno di quegli ecclesiastici toccava un capitale di 30.000 franchi, cioè una rendita annuale di 1500 franchi. Rendita modesta, soprattutto se si teneva conto che su quei beni non vivevano soltanto i religiosi ma anche una gran folla di laici e che la Chiesa con essi faceva grandi elemosine, manteneva una serie imponente di opere sociali, dalle scuole agli ospedali, aveva costruito, costruiva e curava la maggior parte dei patrimonio artistico della Nazione. Eppure, quella ricchezza fu giudicata inaccettabile, scandalosa e fu venduta ai migliori offerenti: tra i quali, appunto, molti israeliti.
Ebbene, cent’anni dopo la Grande Révolution – seguiamo sempre la Civiltà Cattolica – lo Stato stesso, repubblicano e filosemita, calcolava che la sola famiglia dei banchieri Rotschild possedesse 4 miliardi, cioè l’equivalente di tutta la ricchezza della Chiesa dell’Ancien Régime e che agli 80.000 ebrei, in maggioranza di origine straniera, facessero, capo ben 90 miliardi, non certo frutto di libere elemosine bensì accumulati (l’opinione pubblica ne era sicura) con mezzi disonesti, come sembravano dimostrare anche gli scandali finanziari, tra cui quello dei canale di Panama – in Italia, quello della Banca Romana e della speculazione edilizia a Roma – che avevano rovinato i risparmiatori.
Va detto che i non pochi ebrei passati dal cristianesimo e che spesso, nel cattolicesimo, erano divenuti sacerdoti assai attivi e stimati (i fratelli Ratisbonne e i fratelli Lémann in Francia, Edgardo Mortara in Italia, e tanti altri) confermavano ciò di cui i battezzati erano convinti.
Confermavano, cioè, che – approfittando della eguaglianza concessa dal liberalismo e poggiando sulla solidarietà che li univa in tutto il mondo – i loro ex-correligionari erano protesi alla conquista dei mondo ed erano animati da un desiderio di rivalsa contro il cristianesimo. Confermavano, poi, che c’erano stretti legami tra massoneria e comunità israelitiche: queste, anzi, non fornivano solo la “truppa” ma, soprattutto, le menti direttive, spesso celate e in ogni caso potentissime, dei movimento di quei Liberi Muratori che erano allora impegnati in una lotta mortale contro la Chiesa cattolica.
Ernesto Nathan (ebreo inglese e, secondo la voce comune, figlio naturale di Mazzini) era in Italia il Gran Maestro della Massoneria e quando, all’inizio dei ventesimo secolo, fu per sei anni sindaco di Roma fece davvero una politica provocatoria nei confronti dei cattolici, confermandoli nel legame strettissimo tra Loggia e Sinagoga. Impressionava, poi, la presenza ebraica in un altro nemico implacabile della fede, il socialismo. Ed è noto come la presenza ebraica sarà rilevante anche nella Nomenklatura che portò Lenin al potere nel 1917.
Insomma, è in questo clima che i cattolici rifiutavano per gli israeliti (lo abbiamo visto il mese scorso), la confisca dei beni o l’espulsione ma chiedevano – parole testuali di padre Ballerini – di “accordare il soggiorno degli ebrei col diritto dei cristiani, regolandolo con leggi tali che al tempo stesso impediscano agli ebrei di offendere il bene dei cristiani ed ai cristiani di offendere quello degli ebrei”. E ricordavano che “le leggi di separazione di un tempo erano non meno a difesa dei giudei che a tutela dei cristiani, impedendo ogni mutua offesa o violazione di diritto da una parte e dall’altra”. Non, dunque, cittadini a pieno titolo bensì ospiti verso i quali esercitare con scrupolo la carità e la giustizia cristiane (su questo la Civiltà Cattolica insiste a ogni passo) ma al contempo il realismo, dunque la prudenza, di chi è consapevole che quegli ospiti vorrebbero, e potrebbero, trasformarsi in padroni.
Se questo non fosse avvenuto, abbiamo visto quali terribili conseguenze erano preannunciate per il XX secolo: e va detto che, purtroppo, quei vecchi cattolici furono buoni profeti perché il “terribile abisso” preconizzato si spalancò davvero e andò al di là perfino dei loro timori.
Vittorio Messori

 

 

Aperturismo o vera integrazione? (Marta Sordi)

impero romanoNon aperturismo ma capacità di riconoscere il genio degli altri.
Gli antichi latini hanno un’altra lezione da impartire a noi ciechi multiculturalisti moderni

Marta Sordi è professore emerito di Storia antica dell’Università Cattolica di Milano. Le sue pubblicazioni sul mondo greco e su quello romano, sugli etruschi e sul cristianesimo dei primi secoli riempiono gli scaffali di una libreria. Oggi una grave malattia alle ossa limita un po’ la sua mobilità. Talvolta, quando la invitano a un convegno, si limita a mandare un intervento. Lei, però, sopporta la sua sofferenza non solo con cristiana rassegnazione, ma con una letizia che è il segno di una fede profonda. E se la carne è debole, lo spirito è sempre quello, lucido e battagliero, pronto ad appassionarsi per la storia a cui ha dedicato una vita, con lo stesso entusiasmo con cui, tantissimi anni fa, ha cominciato. Così quando Tempi le ha chiesto un’intervista ha acconsentito prontamente.

Professoressa Sordi, lei ha speso tutta la vita a studiare le vicende dei greci e dei romani. Che cosa può dire di averne ricavato?

Moltissimo. La scoperta del metodo storico, all’università, col professor Alfredo Passerini, è stata una svolta per la mia vita, non solo sul piano culturale, ma anche per la mia fede. Sul piano culturale, perché arrivai all’università spinta da un’antica passione per gli etruschi, ma allora a Milano non c’erano cattedre di etruscologia, così finii per specializzarmi in storia greca, e mi incantò il metodo: la possibilità di leggere le fonti antiche, scoprendo attraverso un’attenta valutazione di ogni sfumatura la realtà che ci sta dietro. Per esempio, Passerini ci insegnò a riscoprire l’autentica figura di Tiberio negli scritti di Tacito.
Tacito è fieramente avverso a Tiberio, e ne presenta un ritratto fortemente negativo. Ma una lettura attenta permette di distinguere i fatti da quelle che sono interpretazioni dello storico, e di scoprire così, al di là del filtro di chi riferisce, la figura di un grande imperatore. Tutto il mio lavoro di studiosa della storia antica è stato fedele a questa lezione: la possibilità di risalire, grazie a una lettura attenta, e tutte le volte che è possibile comparata, delle fonti, al dato contemporaneo che ne è all’origine.
Certo, il metodo storico non attinge a una certezza assoluta, però può raggiungere una certezza “probabile”, cioè che può essere provata.

Prima accennava al fatto che questa scoperta è stata determinante anche per la sua vita personale.

Certo, per la mia convinzione religiosa. Io sono cresciuta nella fede cattolica, e non l’ho mai abbandonata. Ma la scoperta del metodo storico è servita a rafforzarla, a renderla consapevole. Un primo passo in questa direzione era già avvenuto al liceo. Io ho frequentato il liceo scientifico italiano a Bucarest, dove ci eravamo trasferiti per ragioni di lavoro del babbo proprio negli anni della guerra, tra il 1941 e il 1945. A Bucarest avevamo un professore di filosofia crociano, che ci spiegava tutto in termini di immanentismo, ma in maniera molto rispettosa di chi invece, come me, credeva nella trascendenza di Dio: ecco, nel confronto con le posizioni di quel professore mi convinsi della razionalità di quelli che la tradizione cristiana chiama “preambula fidei”, la certezza razionale dell’esistenza di Dio, della sua trascendenza e del suo carattere personale. Ma all’università, grazie al metodo storico, mi si aprirono davanti quelli che potrei chiamare i “preambula fidei”
della fede cristiana in senso specifico, della fede nella divinità di Gesù.

Ci vuole spiegare meglio?

Guardi, ricordo una discussione con una compagna non credente, che una volta mi disse: «Ma come fai proprio tu che sei una storica a credere a queste cose?». Proprio perché sono una storica, risposi, sono portata a credere alla verità della pretesa di Cristo di essere Dio. Certo, la fede non può essere ridotta a un’operazione storiografica, è un salto qualitativo. Però lo studio storico, puntuale dei Vangeli ce ne mostra la storicità, l’attendibilità, ci mostra che quel Gesù di Nazareth è davvero esistito ed è stato un uomo con determinate caratteristiche. Riconoscerne la pretesa divina, ripeto, è un’altra cosa, però lo studio storico dei Vangeli favorisce, direi prepara il salto dell’adesione di fede: o quell’uomo, quell’uomo concreto, realmente esistito, che i Vangeli ci mostrano, era un ciarlatano, un pazzo, o era quel che diceva di essere, era Dio. È estremamente illogico affermare, come tanti fanno, che Cristo sia stato un grande profeta, un riformatore e quant’altro, e negare che fosse Dio: se non è quel che diceva di essere non sta in piedi nemmeno il resto. Il cristianesimo è una religione che ha un fondamento storico, non è semplicemente credere in Dio ma che Dio si è incarnato in una persona storica. La storicità dei Vangeli, accertabile col metodo storico, è una sorta di “preambulum” alla fede in Cristo.

I suoi studi, però, non si sono limitati alle origini cristiane.

Perché è sbagliato, artificiale separare il cristianesimo e la civiltà che ne è seguita dal mondo classico. C’è una continuità evidente tra la civiltà antica e il cristianesimo: il mondo antico si apre, accoglie il cristianesimo. Roma è il luogo in cui il cristianesimo si diffonde non solo perché l’impero, come si è sempre osservato, offriva le strade e la sicurezza attraverso cui il messaggio cristiano poteva viaggiare, ma soprattutto perché la mentalità romana era pronta ad accogliere quel messaggio. Sono segni impressionanti di questa attesa quelli che poi saranno chiamati i “canti dell’Avvento” del mondo romano, la quarta egloga di Virgilio e il carme 64 di Catullo. Il primo saluta il prossimo avvento di una nuova era, nella quale «sarà cancellato l’antico delitto». Il secondo canta la nostalgia per il mondo degli eroi, cioè per un mondo in cui gli dèi vivevano insieme agli uomini, distrutto dal nostro peccato, «e la luce si è spenta», conclude. Il mondo romano aveva in sé, potremmo dire, i “preambula fidei”, cui mancava solo la religione. Ma anche in questa molti (il citato Catullo per esempio, ma non solo) parlavano già del “divino”, la “divinità”: stavano già superando la concezione degli dèi omerici per aprirsi all’idea di un Dio unico. Il cristianesimo è dilagato perché il mondo antico era un mondo in attesa di qualche cosa.

Per questo dobbiamo recuperare la continuità con quel mondo.

Per questo e non solo. Un altro aspetto che sarebbe assolutamente da recuperare è quell’atteggiamento che si potrebbe definire “multiculturale” dei romani, i quali erano sempre pronti ad accogliere tutto quel che di buono trovavano presso altri popoli.
Sottolineo: quel che trovavano di buono, diversamente dall’apertura indiscriminata dei giorni nostri, che considera tutto equivalente. I romani ebbero un senso fortissimo dell’importanza di acquisire tutto quel che di buono trovavano presso altri popoli, e non si facevano problemi a riconoscerlo. Quel che prendevano da altri lo riconoscevano come merito altrui. È proprio qui tra l’altro che fa leva sant’Ambrogio in una famosa risposta a Simmaco. Questi aveva immaginato una personificazione di Roma che chiedeva che le fossero lasciati gli dèi che le avevano dato tante vittorie: «Non mi pento di convertirmi anche se in tarda età», fa rispondere pressappoco Ambrogio alla medesima Roma, «perché, come ho sempre fatto, sto abbracciando una concezione migliore». Questa è stata la grande caratteristica dei romani, che li differenzia nettamente dai greci, che invece non si seppero aprire: la capacità di accogliere tutto ciò che riconoscevano migliore.

A proposito di greci, finora non ne abbiamo parlato. Cosa dobbiamo conservare della loro eredità?

La democrazia. La democrazia è un’invenzione greca, e in particolare ateniese, come rivendica con orgoglio Pericle nel grande discorso che Tucidide gli mette in bocca nel secondo libro de La guerra del Peloponneso. E ha due caratteristiche che non dovremmo dimenticare.
La prima è che è una democrazia meritocratica: tutti sono uguali, non c’è differenza dovuta alla ricchezza o alla nascita, ma non tutti hanno le stesse competenze, e le cariche fondamentali vanno distribuite secondo la competenza. La seconda è l’obbedienza alle leggi, e soprattutto alle leggi non scritte, quelle degli dèi. È questo il fondamento che rende possibile una società democratica.
Per i greci però questa era limitata ai cittadini, e la cittadinanza dipendeva strettamente dalla nascita. Uno straniero non poteva diventare cittadino: questa è stata la debolezza di Atene. Roma invece seppe passare dall’urbs alla civitas, dalla città su base etnica a quella fondata sull’adesione a valori condivisi, a un ordinamento comune.

Le sta proprio a cuore questa predisposizione degli antichi romani all’integrazione.

Perché è il cuore della tradizione occidentale. Come spiega Claudio, imperatore del I secolo, quando introduce alcuni galli, nemici sconfitti da meno di un secolo, nel novero dei senatori: «I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine sabina, fu accolto contemporaneamente tra i cittadini romani e nel patriziato, mi esortano ad agire con gli stessi criteri nel governo dello Stato, trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove. Cos’altro costituì la rovina di spartani e ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che respingevano i vinti come stranieri?
Romolo, il fondatore della nostra città, ha espresso la propria saggezza quando ha considerato molti popoli, nello stesso giorno, prima nemici e poi concittadini». E Sallustio ne La congiura di Catilina spiega che la caratteristica di Roma sta nell’aver fatto una civitas di “gente diversa”, grazie alla concordia. “Concordia” è un concetto giuridico/politico che caratterizza tutta la vicenda di Roma. Indica che “genti diverse” possono convivere (e arricchirsi
reciprocamente) quando riconoscono un comune ordinamento, quando accettano le stesse leggi. Roma nasce da un incontro fra diversi (i romani in senso proprio, i sabini, gli etruschi) che imparano gli uni dagli altri il meglio e che sono riuniti dall’obbedienza a una norma comune. Anche il mito della fondazione di Roma da parte di Enea, cioè di uno straniero, allude a questo. Roma porta questa struttura nel suo Dna. La nostra cultura dovrebbe reimpararla.

di Persico Roberto
Tempi