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Le schiave della strada (Roberto Pelleriti)

Si chiama “Amici di Lazzaro” l’’associazione che dal 1997 ad oggi si occupa degli emarginati, ossia dei poveri, dei senza casa, degli immigrati, delle prostitute. Della gente che vive nella strada e che nella strada trova una dimensione umana di solitudine o di schiavitù. L’’idea nasce da Jean Paul, un giovane padre gesuita francese, che nella sua permanenza a Torino forma diversi gruppi di giovani, tra i venti e i trent’’anni col fine di sfatare il tabù dell’’incomunicabilità con la gente di strada cercando di creare un legame umano che, oltre agli indispensabili aiuti per dormire e mangiare o abbandonare la strada, possa creare un legame di fiducia con persone abbandonate allo sconforto. Proprio per questo motivo uno dei gruppi si occupa specificatamente delle animazioni nei dormitori per continuare l’’amicizia nata in strada. Nasce di conseguenza, l’’associazione di volontariato sotto l’’organizzazione di Paolo Botti, che con grandi fatiche spese nell’’impegno sociale, incentra l’’impegno sul problema più amplificato nelle strade, quello della prostituzione. “Abbiamo iniziato con un solo gruppo-dichiara Paolo- che si occupava di avvicinare i senzatetto a Porta Nuova e prestava servizio nei dormitori, gradualmente si sono formati diversi gruppi che hanno iniziato ad operare nelle varie zone della città e da poco ne sono sorti altri a Settimo, Pinerolo e Candiolo.
Ogni gruppo si ritrova una volta alla settimana e inizia a percorrere la zona assegnata cercando di avvicinare le ragazze. Il nostro lavoro è continuativo,  un po’ per volta cerchiamo di instaurare amicizia e fiducia sperando che prima o poi arrivi la richiesta di aiuto”.

Come sono le loro reazioni e soprattutto come accolgono il contatto con l’’associazione?
“Le ragazze di origine africana sono molto disponibili a parlare,
improvvisare una canzone o raccogliersi in preghiera lì sulla strada insieme a noi, perché la maggior parte è profondamente religiosa; le ragazze dell’’est, invece, necessitano di più pazienza perché più intimorite e controllate.

Noi ci presentiamo come un gruppo di amici e solo successivamente porgiamo la possibilità di affidarsi a noi per uscire dalla strada.

Esiste infatti l’’art 18, un progetto a livello nazionale che garantisce alle ragazze costrette a prostituirsi un programma di inserimento con permesso di soggiorno, protezione dagli sfruttatori e possibilità di borse lavoro e abitazione. Si può contattare direttamente il numero verde 800290290 oppure mettersi in contatto con l’’ufficio stranieri di Torino (o ovviamente contattando noi Amici di Lazzaro).

Il programma di protezione prevede la denuncia degli sfruttatori per i reati di traffico di traffici di clandestini, sequestro di persona, violenza e induzione alla prostituzione e ovviamente una sistemazione tempestiva e temporanea in comunità super protette. Il passo successivo consiste nell’’inserimento graduale in comunità diversificate fino alla ricerca dell’’autonomia economica e lavorativa delle ragazze.

Grazie alla nostra mediazione e alla collaborazione con il gruppo Abele, la Caritas, l’’ufficio stranieri e la Tampep (progetto europeo per informazione e prevenzione sanitaria  per la prevenzione dell’AIDS) moltissime ragazze (leggi la storia di Jennifer clicca qui) hanno iniziato il cammino di liberazione ma il dato significativo è che in questo ultimo periodo dalle 400 ragazze avvicinate giungono un concreto numero di appelli per la richiesta di aiuto”.

Roberto Pelleriti – Il Punto

E’ possibile incontrarci su appuntamento:  340 4817498
info@amicidilazzaro.it

Edimár, dagli occhi di cielo. Ucciso mentre viveva.

Una via di Samambaia, alla periferia di Brasilia. Samambaia significa “città delle felci”. Ma dietro l’immagine poetica c’e’ la realta’ di una delle squallide citta’-satellite di Brasilia, la metropoli gigantesca, un milione e mezzo di razze miste. Samambaia è il gran quartiere dove il Governo ha stipato pochi anni fa i descamisados, gente abituata a convivere con il delitto e la disperazione. Qui i banditi non sono personaggi da romanzo, ma ragazzetti magri, svelti e sospettosi come cani. Tra quei casermoni tirati su in fretta, brulica una gioventù che aguzza l’ingegno per sopravvivere con ogni mezzo. Una vita di banda, dove i più giovani (14-16 anni) imparano presto ad obbedire agli ordini dei più grandi: ci sono cruzeiros e protezione se esegui a dovere il furto, lo spaccio, l’omicidio. La vita vale niente, lo san bene quei ragazzini randagi che hanno la paura della lucertola – fanno gli sbruffoni con le grandi pistole, hanno già occhi invecchiati nella droga e nell’alcol.

La prima regola per campare è non tradire. Oppure tradire di continuo, ma devi essere sicuro di far fuori l’ex-amico, un attimo prima che sia lui a raggiungerti. In questo basso circo del sospetto e della violenza hanno un ruolo anche i poliziotti. I ragazzi lo sanno – fanno i ruffiani, le spie e non si fidano di loro.

Il Governo ha messo anche le scuole a Samambaia. Naturalmente. Al mattino i ragazzi stanno lì, un po’ ebeti.

Tra gli insegnanti, in una delle scuole, è arrivata da poco Semia. Viene da Belo Horizonte, dove ha incontrato CL.

Il cristianesimo a Samambaia per i più non è nemmeno un ricordo. Semplicemente non esiste. Semia si mette a insegnare e alcuni ragazzi si accorgono di lei. Niente di speciale, o forse sì. Ci sono tante altre persone più “importanti”, da rispettare, da servire per sopravvivere. Ci sono i furti da fare, gli sgarri da far pagare, ci sono tutte le occupazioni della banda. Ma adesso c’è anche lei, che ha un nome che somiglia alla parola “seme”, quasi invisibile. È tutto come prima, ma Edimár e i suoi compagni si accorgono di lei.

Edimár ha sedici anni, lui e la sua banda ne hanno combinate molte. Già da tempo vive randagio, passando da una casa all’altra dei suoi compagni perché è continuamente minacciato di morte, per un motivo o per l’altro.

«Questa Semia ha qualcosa di speciale», deve aver pensato Edimár. «E adesso a questi cosa dico?», deve aver pensato Semia. Fatto sta che la banda ha iniziato ad andare a Scuola di comunità.

Cosa sono un pugno di parole cristiane nei cuori di ragazzini a Samambaia? Cosa possono ottenere le parole di un libro dettato da un sacerdote italiano ripetute nell’ombra di quei palazzoni, nell’ombra della paura e della consuetudine? Che effetto possono fare quei nuovi pensieri, quel nuovo accento in mezzo a tutti i mezzi pensieri, a tutti gli scatti d’istinto, ai calcoli svelti di ragazzini-bandidos?

Semia e i suoi nuovi amici non hanno indugiato. Si sono messi a leggere quel che era loro successo incontrandosi, si sono messi a leggere l’avvenimento che si era ripetuto tra loro. Ogni sabato Edimár viene dai suoi rifugi, dopo aver avvisato i suoi e anche altri nuovi compagni, e sta alla Scuola di comunità.

Quel qualcosa di speciale intraveduto in Semia inizia a farsi un poco più chiaro. Quel gergo cristiano inizia a farsi largo nella testa e nel cuore; le parole forti e fragili come quel volto e quella presenza di amica professoressa iniziano a trasformarsi in sentimento, in sorpresa, in sguardo anche per Edimár e per i suoi.

Sta succedendo qualcosa; Edimár lo capisce. Ogni volta s’incanta quando gli leggono questi versi: «A forza di guardare il cielo/ i nostri occhi che erano neri/ sono diventati azzurri». E chiede a Semia: «Anche i miei, che sono così pieni di nero, diventeranno chiari?».

Nelle strade di Samambaia, Edimár non ha mai avuto tempo per guardare un cielo così troppo lontano dai suoi traffici, deve stare attento alle spalle – ma adesso il cielo si è abbassato all’altezza dei suoi occhi neri. Lo può guardare, come si guarda dentro a una persona amata. La santa sapienza di Tommaso, dottore della Chiesa, deve aver visto lontano, fino a questo ragazzetto lontano mille anni, mentre scriveva che la vita di un uomo consiste nell’amore che principalmente la sostiene e nel quale trova soddisfazione. Per Edimár l’azzurro non è più solo una promessa poetica, non è solo un futuro da ammirare pieno di dolorosa trepidazione; l’azzurro è già qui, come un amore che sostiene; è già tra le cose visibili, toccabili come il selciato della strada, la voglia di andare a scuola, il saluto degli amici e il calcio della pistola che ha deciso di non usare più.

L’ultimo sabato di luglio, dopo Scuola di comunità, Edimár va ad una festa. Non avrebbe mai pensato di incontrare proprio lì il suo protettore, proprio quello che lo cercava e che sentendosi tradito non lo aveva più in simpatia come un tempo.

Il ragazzo più grande chiama Edimár, tira fuori una siringa e davanti a lui e a tutti gli altri si inietta la droga. È una sfida, un segno di superiorità, un modo per ricordargli la legge dell’esistenza delle bande. Mentre attende che la sostanza faccia effetto, il protettore estrae la pistola e tende il braccio verso Edimár: «Mostrami che sei ancora dei nostri», sembra dirgli con quel gesto. E gli ordina di raggiungere un suo nemico e di ammazzarlo.

Edimár dice che non ammazzerà nessuno. Il protettore va su di giri. È una disubbidienza grave, che va subito punita e con disprezzo, come si usa tra quelli di Samambaia: «Se non vuoi ammazzare più nessuno, allora tanto vale che tu stesso ti ammazzi», intima.

Ma Edimár non cede. Non rivolta l’arma contro se stesso, perché, come ha visto e imparato con Semia, la vita è un dono del Signore, è un Altro che mi fa. Questo è troppo per il protettore. È inammissibile che quel ragazzetto, proprio quello che era tra i più fidati, gli resista, e opponendosi così, senza usare violenza, abbatta d’un colpo tutta la legge delle bande, la legge della vendetta e del potere. Scarica tutti i colpi della pistola su Edimár, sui suoi sedici anni.

Nella città delle felci e degli occhi neri pochi sanno cos’è un martire e di averne uno tra loro. Per quasi tutti la vita prosegue angustiata e pericolosa. Ma a quei pochi, agli amici di Edimár, non venite a raccontare che il cristianesimo è una bella promessa che si realizza nell’aldilà o che Dio è come un cielo lontano: loro l’han visto il sangue di Edimár, han visto che i suoi occhi si stavano facendo più chiari. E che può assomigliare a Cristo anche uno dei tanti ragazzini delle bande di strada.

La prostituzione si combatte con il coraggio

street nightFra le proposte di volontariato che giungono dall’’Associazione “Amici di Lazzaro”, una e’ finalizzata a formare operatori di strada per incontrare ed aiutare giovani donne costrette alla prostituzione. Avvicinando queste ragazze e fermandosi a parlare con loro più volte, è possibile far nascere un’’amicizia e ottenere fiducia.

Talune raccontano della loro vita: povertà e miseria, prima; sfruttamento e violenza, dopo. Incoraggiate dai volontari, molte trovano la forza di chiedere aiuto per uscire dal “giro”.

Gli operatori dell’’associazione sono in apprensione, perché da tempo non incontrano più Sofia e raccontano di lei. Sofia ha 20 anni e Tessi 18 vengono entrambe da Benin City, una città della Nigeria. Appartengono a famiglie molto povere.

Nella casa di Sofia, camera e cucina, vivono in otto tra fratelli e sorelle, insieme al padre e le sue tre mogli. Il lavoro è poco e malpagato. Simile situazione nella casa di Tessi:

il papà non c’’è più, lei e le sorelle più piccole si spezzano la schiena per coltivare un campo, che non dà frutti sufficienti a sfamare i fratellini e la madre malata. In simili situazioni è facile desiderare di partire in cerca di una soluzione.

Il loro sogno è l’’Europa, circola infatti voce che in Spagna, Italia, Francia o Gran Bretagna si possa trovare lavoro facilmente. La possibilità di un lavoro in Italia giunge da un’’amica delle loro famiglie, Madame Ouakeke:

“Lì se hai dei problemi tutti ti aiutano, tutti sono ricchi…”. Qualche settimana di viaggio via terra poi si riesce a trovare posto su un aereo da Abjian verso Milano e pii con il treno verso Torino, è fatta.

Si arriva in Italia con un documento falso e la promessa di un
lavoro, in cambio daranno dei soldi a chi organizza il viaggio:

45mila euro e 48mila euro. Le ragazze non sanno nemmeno a quanto equivalgono in Naira (la moneta locale nigeriana), ma ormai hanno contratto il debito. Intanto per sicurezza la Madame ha fatto fare alle due ragazze un patto con un rito vodoo tradizionale nigeriano:

capelli,peli del pube e sangue per il rito Wodoo, il “juju” che serve a legare le ragazze e le loro famiglie a lei.

Se non rispetteranno la vita o la salute (lo “spirito” si arrabbia). Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Oltre a questa paura profonda del Wodoo ci sarà anche la paura della Madame che con suo marito potrà iniziare a picchiarle, e a prepararle al “lavoro” tanto atteso.

La dura realtà che le aspetta sarà la strada, prostituendosi di notte e di giorno, fino a raggiungere 2000-3000 euro al mese.

Da questi soldi devono togliere 400 euro per il joint (l’affitto del posto di lavoro, ogni lampione o spiazzo ha un costo differente), le spese per la casa, il cibo e il costo dei “regali” da fare alla Madame.

Quello che rimane è una quota per pagare il debito iniziale.

I volontari di “Amici di Lazzaro” riescono a mantenere costantemente dei contatti con Tessi, le spiegano che può scappare dalla strada e rimanere in Italia, le spiegano che può scappare dalla strada o rimanere e rimanere in Italia denunciando chi le sfrutta, la spronano a non aver paura e a fidarsi di loro.

Ci mette un po’ di settimane, ma alla fine 4 decide e una notte scappa. Ora è libera, sta aspettando i documenti e un lavoro onesto che presto inizierà.

“Da un po’ di tempo non abbiamo più notizie di Sofia,-dice un responsabile dell’’associazione-ci interessa ritrovarla, ma naturalmente non soltanto lei.
Le ragazze nella sua condizione sono parecchie e ci piacerebbe poterle aiutare tutte. Chiediamo a chi conosce situazioni di sfruttamento di contattarci”.

TorinoCronaca (ora CronacaQui)

Chi desidera sostenere o collaborare con gli “Amici di Lazzaro” può telefonare al  340-4817498
info@amicidilazzaro.it

La legalizzazione/depenalizzazione della prostituzione aumenta la prostituzione clandestina, nascosta, illegale e di strada.

anti-human-traffickingUno degli obiettivi della legalizzazione era quello di togliere dalla strada le donne che si prostituiscono, in modo, si diceva, che sarebbero state meno vulnerabili.  Molte donne, tuttavia, non vogliono registrarsi e sottoporsi a controlli sanitari, come é richiesto in alcuni paesi che hanno legalizzato la prostituzione. I controlli sanitari vengono richiesti dalle donne, senza un controllo parallello ai ‘clienti’ che le comprano. Dai racconti delle donne, molti ‘clienti’ offrono molti più soldi per rapporti non prottetti e sono spesso loro che sono ammalati e che inffettono le donne. Nel tentativo di evitare di essere schedate, si rivolgono alla prostituzione di strada. Così, la legalizzazione può effettivamente spingere alcune donne alla prostituzione di strada. E molte donne scelgono la prostituzione di strada perché vogliono anche evitare di essere controllate e sfruttate dai nuovi commercianti del sesso. Argomentando contro una proposta italiana per la legalizzazione della prostituzione, Esohe Aghatise ha suggerito che i bordelli in realtà privano le donne di ciò di poca protezione che potrebbero avere su strada, confinando le donne a spazi chiusi dove hanno poche possibilità di incontrare operatori sociali o altre persone che potrebbero aiutarli a uscire dalla prostituzione (Aghatise, 2010).

In Olanda, le donne che si prostituiscono mostrano che la legalizzazione o depenalizzazione dell’industria del sesso non puo’ cancellare la stigma della prostituzione, ma invece, rendono le donne più vulnerabili agli abusi, perché devono registrarsi e perdono il loro anonimato. In tal modo, le donne sono più vulnerabili ad essere stigmatizzati come “puttane” e questa ‘identità’ li segue ovunque. Così, la maggior parte delle donne che si prostituiscono ancora operano illegalmente e clandestinamente. I membri del Parlamento che all’inizio erano favorevoli alla legalizzazione dei bordelli sulla base del fatto che questo avrebbe liberato le donne stanno ora vedendo che la legalizzazione rafforza l’oppressione delle donne (Daley, 2001 :A1).  Ispettore capo Nancy Pollock, uno dei più alti ufficiali di polizia femminile della Scozia ha creato una squadra di collegamento all’assistenza a Glasgow per le donne in prostituzione nel 1998. Pollock ha dichiarato che la legalizzazione o depenalizzazione della prostituzione è “… semplicemente un atto di abbandono delle donne a ciò che deve essere il lavoro più degradante del mondo” (Martin, 2002, p. A5).

Contrastando la tesi secondo cui la prostituzione legalizzata offre luoghi più sicuri per le donne, Pollock ha osservato che le donne che si prostituiscono in sauna, ad esempio, “avevano un controllo ancora meno su quale servizio avrebbero dovuto fornire ai ‘clienti’. Sulla strada, sono pochissime le donne che fanno sesso anale e pochi fanno sesso senza preservativo. Ma nelle saune, i proprietari, che ovviamente non vogliono che i loro scommettitori (‘clienti’) vanno via delusi, decidono ciò che le donne devono fare, e molto spesso ciò è sesso anale e sesso – orale e vaginale – senza preservativo “(Martin, 2002, pag A5).  L’argomento secondo il quale la legalizzazione doveva togliere gli elementi di criminalità dal mercato del sesso è fallito. La vera crescita della prostituzione in Australia a partire dalla legalizzazione ha avuto luogo nel settore illegale. In un periodo di 12 mesi dal 1998 al 1999, bordelli senza licenza a Victoria si sono triplicati in numero e operano ancora impunemente (Sullivan & Jeffreys, 2001). Nel Nuovo Galles del Sud, dove i bordelli sono stati depenalizzati nel 1995, il numero dei bordelli di Sydney si era triplicato da 400 a 500 nel 1999, con la stragrande maggioranza che non aveva licenza per fare pubblicità o operare. In risposta alla diffusa corruzione della polizia, il controllo della prostituzione illegale è stato rimosso dalla giurisdizione di polizia e posto sotto il controllo dei consigli d’amministrazione locali e regolatori di pianificazione. Tuttavia, i consigli d’amministrazione locali non hanno le risorse per indagare gli operatori dei bordelli illegali (Sullivan & Jeffreys, 2001).

Pastorale per la liberazione delle donne di strada

trattaPastorale per la liberazione delle donne di strada

  1. L’approccio del «cliente» alle donne di strada è fatto dal suo veicolo, che viene usato anche come luogo del commercio sessuale. Una pastorale della strada deve prendere in esame pure queste situazioni, purtroppo ordinarie, e rivolgere grande sollecitudine verso chi «abita» la strada.
  2. Incoraggia questo impegno pastorale il magistero di Papa Giovanni Paolo II, che denuncia lo sfruttamento delle donne: «Guardando poi a uno degli aspetti più delicati della situazione femminile nel mondo, come non ricordare la lunga e umiliante storia – per quanto spesso «sotterranea» – di soprusi perpetrati nei confronti delle donne nel campo della sessualità? Alle soglie del terzo millennio non possiamo restare impassibili e rassegnati di fronte a questo fenomeno. È ora di condannare con vigore, dando vita ad appropriati strumenti legislativi di difesa, le forme di violenza sessuale che non di rado hanno per oggetto le donne. In nome del rispetto della persona non possiamo altresì non denunciare la diffusa cultura edonistica e mercantile che promuove il sistematico sfruttamento della sessualità, inducendo anche ragazze in giovanissima età a cadere nei circuiti della corruzione e a prestarsi alla mercificazione del loro corpo».32
  3. Papa Benedetto XVI insegna che la prostituzione femminile può rientrare tra le forme del traffico di esseri umani con queste precise parole: «Il traffico di esseri umani – e soprattutto di donne – prospera dove le opportunità di migliorare la propria condizione di vita, o semplicemente di sopravvivere, sono scarse; diventa facile per i trafficanti offrire i propri “servizi” alle vittime, che spesso non sospettano neppure lontanamente ciò che dovranno poi affrontare. In taluni casi, vi sono donne e ragazze che sono destinate ad essere poi sfruttate sul lavoro, quasi come schiave, e non di rado anche nell’industria del sesso. Pur non potendo approfondire qui l’analisi delle conseguenze di una tale migrazione, faccio mia la condanna già espressa da Giovanni Paolo II contro la diffusa cultura edonistica e mercantile che promuove il sistematico sfruttamento della sessualità (Lettera alle donne, 29 giugno 1995, n. 5). V’è qui tutto un programma di redenzione e di liberazione, a cui i cristiani non possono sottrarsi».33
  4. Alcuni punti fermi

La prostituzione è una forma di schiavitù 

  1. La prostituzione è una forma di schiavitù moderna che può colpire anche uomini e bambini. Si deve purtroppo osservare che il numero delle donne di strada è drammaticamente cresciuto nel mondo, per un insieme di ragioni complesse, anche economiche, sociali e culturali. È importante riconoscere, in primo luogo, che lo sfruttamento sessuale e la prostituzione legata al traffico di esseri umani sono atti di violenza, che costituiscono un’offesa alla dignità umana e una grave violazione dei diritti fondamentali.

89 Si deve inoltre considerare il fatto che le donne coinvolte nella prostituzione, in molti casi, hanno sperimentato violenze e abusi sessuali fin dall’infanzia. Inducono alla prostituzione la speranza di assicurare il sostentamento economico a sé stesse e alle proprie famiglie, la necessità di far fronte a debiti o la decisione di abbandonare situazioni di povertà nel Paese di origine, pensando che il lavoro offerto all’estero possa cambiare la vita. È chiaro che lo sfruttamento sessuale delle donne è una conseguenza di vari sistemi ingiusti.

  1. Tante donne di strada, nel cosiddetto mondo sviluppato, provengono da Paesi poveri e, in Europa come altrove, molte sono vittime del traffico di esseri umani che risponde alla crescente domanda dei «consumatori» di sesso.

Migrazioni, traffico di esseri umani e diritti

  1. Il legame tra migrazione, traffico di esseri umani e diritti è definito nel Protocollo delle Nazioni Unite per la prevenzione, la soppressione e la punizione del traffico di persone, specialmente di donne e bambini.34

Coloro che emigrano per far fronte alle necessità della vita e le vittime del traffico di esseri umani condividono molti aspetti di vulnerabilità, ma esistono anche rilevanti differenze tra migrazione, traffico e contrabbando di esseri umani. Le donne indebitate e senza lavoro, a causa di politiche di macro sviluppo, che emigrano per vivere e aiutare le proprie famiglie o comunità, sono in una situazione ben diversa dalle donne vittime del traffico di esseri umani.

  1. Per una risposta pastorale efficace è importante conoscere i fattori che spingono o attraggono le donne alla prostituzione, le strategie usate da intermediari e sfruttatori per tenerle sotto il proprio dominio, le piste di movimento dai paesi di origine a quelli di destinazione e le risorse istituzionali per affrontare il problema. La comunità internazionale e molte Organizzazioni non governative stanno progressivamente aumentando le iniziative atte ad affrontare le attività criminali e a proteggere le persone vittime del traffico di esseri umani, sviluppando un’ampia gamma di interventi per prevenire tale fenomeno e riabilitare a livello di integrazione sociale le sue vittime.

Chi è la vittima della prostituzione?

  1. Vittima della prostituzione è un essere umano, che in molti casi «grida» per ricevere aiuto, per essere liberato dalla sua schiavitù, poiché vendere il proprio corpo sulla strada non è, in genere, ciò che si sceglierebbe volontariamente di fare. Certo, ogni persona ha una storia diversa, ma tutte le storie individuali sono accomunate dalla violenza, dall’abuso, dalla sfiducia e poca stima di sé, dalla paura e dalla mancanza di opportunità. Ognuna porta profonde ferite che è necessario curare, mentre cerca relazioni, amore, sicurezza, affetto, affermazione di sé, un futuro migliore, anche per la propria famiglia.

Chi è il «cliente»?

  1. Anche il cliente è una persona che ha problemi ben radicati poiché, in un certo senso, è anche schiavo, nei suoi oltre 40 anni (è questa l’età della maggioranza dei «clienti»). Tuttavia, fra loro, crescente è il numero dei giovani tra i 16 e i 24 anni. In crescita è pure il numero di uomini che cercano le prostitute più per dominarle che per soddisfazione sessuale. Si tratta di soggetti che, nelle relazioni sociali e personali, sperimentano una perdita di potere e di «mascolinità» e non riescono a sviluppare relazioni di reciprocità e di rispetto. Tali uomini cercano le prostitute per un’esperienza di totale dominio e controllo su una donna anche solo per un breve periodo di tempo.
  2. Il «cliente» va aiutato a risolvere i suoi problemi più intimi e a trovare modalità consone a indirizzare le sue tendenze sessuali. «Comprare sesso» non risolve i problemi che sorgono soprattutto dalle frustrazioni, dalla mancanza di relazioni autentiche, dalla solitudine che caratterizza, oggi, tante situazioni di vita. Un provvedimento efficace in direzione di un cambiamento culturale rispetto al commercio sessuale potrebbe derivare dall’associare il codice penale alla condanna sociale.
  3. La relazione tra uomo e donna, in moltissimi casi, non è una relazione tra pari, poiché la violenza, o la minaccia di essa, dà all’uomo privilegi e potere che possono rendere le donne silenziose e passive. Esse, e i bambini, sono spesso spinti sulla strada, o attirati da essa, a causa della violenza che soffrono da parte di maschi presenti in casa, i quali, a loro volta, hanno «interiorizzato» modelli di violenza legati alle ideologie cristallizzate nelle strutture sociali. È particolarmente triste prendere atto della partecipazione di donne all’oppressione e alla violenza fatta ad altre donne all’interno di reti criminali collegate alla prostituzione.
  4. Compito della Chiesa

Promuovere la dignità della persona

  1. La Chiesa ha la responsabilità pastorale di difendere e di promuovere la dignità umana delle persone sfruttate a causa della prostituzione e di perorare la loro liberazione, dando pure, a tal fine, un sostegno economico, educativo e formativo.
  2. Per rispondere a queste necessità pastorali, la Chiesa denuncia le ingiustizie e le violenze perpetrate contro le donne di strada e invita gli uomini e le donne di buona volontà a profondere il loro impegno per sostenere la loro dignità umana, ponendo termine allo sfruttamento sessuale.

Nella solidarietà e nell’annuncio della Buona Novella

  1. C’è bisogno di una rinnovata solidarietà nelle comunità cristiane e tra le congregazioni religiose, i movimenti ecclesiali, le nuove comunità, le istituzioni e associazioni cattoliche, al fine di dare maggiore attenzione e «visibilità» alla cura pastorale delle donne sfruttate a causa della prostituzione, una cura al cui centro sta l’annuncio esplicito della Buona Novella della liberazione integrale in Gesù Cristo, cioè della salvezza cristiana.
  2. Nel prendersi cura delle necessità delle donne nel corso dei secoli, le congregazioni religiose, specialmente quelle femminili, prestarono sempre attenzione ai segni dei tempi, riscoprendo il valore e la rilevanza dei loro carismi in nuovi contesti sociali. Le religiose nel mondo, in fedele meditazione della Parola di Dio e della dottrina sociale della Chiesa, cercano oggi nuove modalità di testimonianza in favore della dignità femminile.

Esse offrono anche alle donne di strada un’ampia gamma di servizi di soccorso, in centri di accoglienza, alloggi e case sicure, realizzando programmi di formazione e di educazione. Gli ordini contemplativi mostrano la loro solidarietà dando sostegno con la preghiera e, quando possibile, con l’assistenza economica.

  1. 101. Programmi specifici di formazione per operatori pastorali sono necessari per sviluppare competenze e strategie al fine di combattere la prostituzione e il traffico di esseri umani. Tali programmi sono realizzazioni importanti, perché impegnano sacerdoti, religiosi/e e laici nella prevenzione dei fenomeni considerati e nella reintegrazione sociale delle vittime. La collaborazione e la comunicazione tra Chiese di origine e di destinazione sono essenziali.35

Approccio pluridimensionale

  1. 102. Per realizzare l’azione ecclesiale di liberazione delle donne di strada è necessario un approccio pluridimensionale. Esso deve coinvolgere tanto gli uomini quanto le donne e porre i diritti umani al centro di ogni strategia.
  2. Gli uomini hanno un importante compito da svolgere nell’opera tesa al raggiungimento dell’uguaglianza dei sessi, in un contesto di reciprocità e di giuste differenze. Gli sfruttatori (generalmente i «clienti» sono uomini, trafficanti, turisti del sesso, ecc.) hanno bisogno di essere illuminati sulla gerarchia dei valori della vita e sui diritti umani. Essi devono anche considerare la chiara condanna della Chiesa per il loro peccato e per l’ingiustizia che commettono. Ciò vale anche per il commercio omosessuale e transessuale.
  3. Le Conferenze episcopali e le corrispondenti Strutture delle Chiese Orientali Cattoliche, nei Paesi con diffusa prostituzione, conseguenza di traffico umano, dovranno denunciare questa piaga sociale. È necessario anche promuovere rispetto, comprensione, compassione e un atteggiamento di astensione dal giudizio – nel giusto senso – verso le donne cadute nella rete della prostituzione.

Vescovi, sacerdoti e operatori pastorali vanno incoraggiati ad affrontare questa schiavitù dal punto di vista pastorale, nel ministero ecclesiale. Le congregazioni religiose cercheranno di puntare sulla potenza delle loro istituzioni e di unire le forze per informare, educare ed agire.

  1. Tutte le iniziative pastorali porranno l’accento sui valori cristiani, sul rispetto reciproco, su sane relazioni familiari e comunitarie e, inoltre, sulla necessità di equilibrio e di armonia nelle relazioni interpersonali tra uomini e donne.

È urgente poi che i vari progetti, promossi al fine di aiutare il rimpatrio e la reintegrazione sociale delle donne prigioniere della prostituzione, ricevano anche adeguato sostegno finanziario. Si raccomandano incontri di associazioni religiose che operano in diverse parti del mondo con tali finalità di assistenza e di liberazione.

Per quanto riguarda i «clienti», il coinvolgimento e il sostegno del clero sono determinanti sia per la formazione dei giovani, soprattutto uomini, sia per la complessa azione di vicinanza umana e, insieme, di formazione e di guida spirituale.

  1. La cooperazione tra organismi pubblici e privati per arrivare all’eliminazione dello sfruttamento sessuale occorre che sia piena.

È anche necessario collaborare con i mezzi di comunicazione sociale per assicurare una corretta informazione su questo gravissimo problema. La Chiesa auspica la presentazione e l’applicazione di leggi che proteggano le donne dalla piaga della prostituzione e del traffico di esseri umani. è altresì importante adoperarsi per arrivare a misure efficaci contro avvilenti rappresentazioni della donna nella pubblicità.

Le comunità cristiane, infine, saranno stimolate a collaborare con le autorità nazionali e locali per aiutare le donne di strada a trovare risorse alternative per vivere.

III. Recupero di donne e «clienti»

  1. Dai rapporti pastorali con le vittime risulta evidente che la loro «cura» è lunga e difficile. Le donne di strada hanno bisogno di essere aiutate a trovare casa, un ambiente familiare e una comunità in cui si sentano accettate e amate, dove possano cominciare a ricostruirsi una vita e un futuro. Ciò le metterà in grado di riacquistare stima e fiducia in se stesse, gioia di vivere e di ricominciare una nuova esistenza senza sentirsi segnate a dito.

Liberazione e reintegrazione sociale delle donne di strada richiedono accettazione e comprensione da parte delle comunità; il cammino di «guarigione» di queste donne sarà spianato da un amore genuino e dall’offerta di varie opportunità atte a soddisfare il loro bisogno di sicurezza, di affermazione di vita migliore. Il tesoro della fede (cfr. Mt 6,21), se è ancora viva in esse, nonostante tutto, o la sua scoperta, le aiuterà immensamente, perché potente nel bene è la certezza dell’amore di Dio, misericordioso e grande nell’amore.

  1. I potenziali «clienti», invece, hanno bisogno di essere illuminati per quanto riguarda il rispetto e la dignità della donna, i valori interpersonali e l’intera sfera delle relazioni e della sessualità. In una società in cui denaro e «benessere» sono gli ideali, relazioni adeguate ed educazione sessuale risultano necessarie per la formazione completa delle persone.

Tale tipo di educazione deve illustrare la vera natura di relazioni interpersonali basate non sull’interesse egoistico o sullo sfruttamento, ma sulla dignità della persona da rispettare e apprezzare anzitutto quale immagine di Dio (cfr. Gen 1,27). In questo contesto, ai credenti va ricordato che il peccato è un’offesa al Signore, da evitare con tutte le proprie forze e con l’affidamento fiducioso di sé all’azione della Grazia divina.

Educazione e ricerca

  1. È importante accostarsi al problema della prostituzione con una visione cristiana della vita. Lo si farà con i gruppi giovanili nelle scuole, nelle parrocchie e nelle famiglie, al fine di sviluppare giudizi corretti a proposito delle relazioni umane e cristiane, del rispetto, della dignità, dei diritti umani e della sessualità.

I formatori e gli educatori dovranno tener conto del contesto culturale in cui operano, ma non permetteranno che un inopportuno senso di imbarazzo impedisca loro di impegnarsi in un appropriato dialogo su questi argomenti, al fine di creare consapevolezza e infondere giusta preoccupazione riguardo all’abuso della sessualità.

  1. La causa della violenza in famiglia ed il suo effetto sulle donne sono da considerare e studiare a ogni livello della società, particolarmente riguardo al loro impatto sulla vita familiare. Le conseguenze pratiche della violenza «interiorizzata» dovranno essere chiaramente identificate, sia per gli uomini che per le donne.
  2. Educazione e crescita di consapevolezza sono requisiti essenziali per affrontare l’ingiustizia nella relazione uomo-donna e creare l’eguaglianza fra di loro, in un contesto di reciprocità, tenendo conto delle giuste differenze. Sia gli uomini che le donne hanno bisogno di diventare coscienti del fenomeno dello sfruttamento sessuale e di conoscere i propri diritti e le relative responsabilità.

Agli uomini, in particolare, è necessario proporre iniziative che affrontino le problematiche della violenza contro le donne, della sessualità, dell’HIV/AIDS, della paternità e della famiglia, ponendole in relazione con il rispetto e la carità verso le donne e le ragazze, nel quadro della reciprocità di relazioni, in un esame che includa una giusta critica di costumi tradizionali legati alla mascolinità.

La dottrina sociale cattolica

  1. La Chiesa insegna e diffonde la sua dottrina sociale, che offre chiare linee di comportamento e invita a lottare per la giustizia.36 Impegnarsi a vari livelli – locale, nazionale e internazionale – per la liberazione delle donne di strada è un atto di vero discepolato verso il Signore Gesù, un’espressione di autentico amore cristiano (cfr. 1 Cor 13,3). È essenziale sviluppare la coscienza cristiana e sociale delle persone con la predicazione del Vangelo della salvezza, l’insegnamento catechetico e varie iniziative formative.

La formazione particolare destinata a seminaristi, giovani religiosi/e e sacerdoti è altresì necessaria affinché possano avere capacità e atteggiamenti appropriati per essere, con vero amore, pastori anche delle donne prigioniere della prostituzione e dei loro «clienti».

  1. Liberazione e redenzione

Prestazione di soccorso ed evangelizzazione

  1. Per quanto riguarda la prestazione di soccorso, la Chiesa può offrirne un’ampia varietà alle vittime della prostituzione, cioè alloggi, punti di riferimento, assistenza medica e legale, consultori, formazione vocazionale, educazione, riabilitazione, difesa e campagne d’informazione, protezione dalle minacce, collegamenti con la famiglia, assistenza per il ritorno volontario e reintegrazione nel Paese di origine, aiuto nell’ottenere il visto per rimanere, quando il ritorno in Patria si rivela impossibile.

Prima, e oltre i servizi indicati, l’incontro con Gesù Cristo, Buon Samaritano e Salvatore, è il fattore decisivo di liberazione e redenzione, anche per le vittime della prostituzione (cfr. Mc 16,16; At 2,21; 4,12; Rm 10,9; Fil 2,11 e 1 Ts 1,9-10).

  1. Accostare, per redimere, donne e ragazze di strada è un’impresa complessa ed esigente, che implica anche attività finalizzate alla prevenzione e alla crescita della consapevolezza del problema nei Paesi di origine, di transito e di destinazione di chi è vittima del traffico.
  2. Iniziative di reintegrazione sono indispensabili nei Paesi di origine, per le donne che vi ritornano. Sono anche importanti la difesa e l’informazione, così come una «rete di collegamento». Occorre rafforzare quella di chi è impegnato nella pastorale in questo campo, cioè i volontari, le associazioni e i movimenti, le congregazioni religiose, le diocesi, le organizzazioni non governative (ong), i gruppi ecumenici e inter-religiosi, ecc.

Le Conferenze nazionali di religiosi/e sono incoraggiate a scegliere, in questo settore pastorale, una persona che funga da elemento di collegamento della «rete» operante all’interno e all’esterno del proprio Paese.

 

La strada di notte si trasforma in una grande vetrina, dove delle persone vendono l’amore

Slavery-Violence-psychologyDi uomini a comprare quell’amore veloce e proibito ve ne sono molti. In Italia si parla di 2-3 milioni di clienti del sesso a pagamento.

La strada e i cittadini, due mondi che si scontrano e che un maschio su dieci ha contribuito a fondare. I mass media che portano alla ribalta solo gli episodi più eclatanti dello scontro. Gli operatori di strada che cercano d’aiutare sia le ragazze sia i clienti a comprendere che con lo sfruttamento della prostituzione le organizzazioni criminali riescono a fatturare 7 miliardi di dollari l’anno nel mondo. Tutte queste persone sono partecipi della complessità del fenomeno della prostituzione di strada, fenomeno che per essere davvero compreso deve essere guardato in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue sfaccettature.

Questo sguardo noi l’abbiamo dato con l’aiuto e con la competenza di coloro che del fenomeno si occupano.

Una strada, molte nazionalità
Diversa era la situazione ai tempi della Merlin: un censimento delle professioniste del sesso presenti nelle case chiuse in quegli anni ne contò un totale di 2750. Attualmente, sulla strada, nei locali e negli appartamenti si contano circa 75000 donne che offrono sesso a pagamento. Un aumento così spropositato è figlio della globalizzazione, dell’espandersi della cultura di mercato e della convinzione che tutto sia “mercificabile”.

Sulle strade in Italia , le donne che si prostituiscono provengono sostanzialmente da tre grandi aree geografiche: dall’Europa dell’Est, dalla Nigeria e dall’America Latina. A seconda della provenienza, diverse sono le motivazioni che le hanno spinte a partire, le modalità con cui sono arrivate sulle strade e con cui ci restano.

Le ragazze dell’Est
Le ragazze sulla strada provengono per la maggior parte dai paesi dell’Est Europeo, e le modalità del loro prostituirsi sono quelle che hanno subito nel tempo i maggiori cambiamenti. Fino alla fine degli anni ’90 il loro ingresso in Italia avveniva clandestinamente e in maniera forzata. Le organizzazioni criminali le reclutavano o con il rapimento o con l’inganno, promettendo un lavoro inesistente, o con l’innamoramento. Una volta in Italia, il loro avviamento alla prostituzione avveniva con la violenza, spesso gli stessi fidanzati si trasformavano nei loro aguzzini.

La sottomissione e l’obbedienza erano garantite dalla brutalità, dalla segregazione, a volte dalla tortura, e dalla condizione di clandestinità in cui vivevano.

Il governo italiano con la legge sull’immigrazione all’articolo 18, che consente al clandestino oggetto di sfruttamento e in pericolo di ottenere il permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale, riuscì a porre un freno alla riduzione in schiavitù delle ragazze da parte delle organizzazioni criminali. Eppure la presenza delle ragazze dell’Est sulle strade non è diminuita, anzi è aumentata.
Ciò è potuto accadere grazie a una sorta di recente “collaborazione” tra le organizzazioni criminali, che hanno raffinato le strategie di reclutamento e di gestione delle ragazze, e le stesse donne, che hanno cominciato a sviluppare dei propri “progetti migratori”.

Per quanto riguarda il metodo di reclutamento la violenza è stata sostituita dal “patto con il trafficante”. Al patto le ragazze arrivano per realizzare il sogno di poter migliorare le proprie condizioni di vita, sogno che si basa su delle ipotesi di trasformazione positiva che sono un effetto della globalizzazione delle informazioni, ma anche del confronto con quei connazionali che rientrati in patria, dopo un’esperienza di lavoro all’estero, hanno potuto cambiare in meglio il proprio status sociale. Visto che queste aspettative vengono proiettate dalle ragazze in un paese diverso dal proprio, la volontà di emigrare si scontra con le restrizioni imposte dai vari governi rispetto all’ingresso di persone straniere. La soluzione arriva dai trafficanti di esseri umani, i quali offrono la possibilità di un passaggio gratuito. Essi dicono: “Non ti preoccupare ti porto io in Italia, penso io al trasporto e alla sistemazione per i primi mesi. Poi quando troverai un lavoro ti sdebiterai con me, non c’è nessun problema”. Sì, a parte il fatto che per affrancarsi dal debito il passaggio obbligatorio sarà la prostituzione sulla strada. In questo modo i trafficanti vincolano già nel paese di origine le ragazze, rendendole consapevoli del lavoro che andranno a fare. Di conseguenza, la scelta di prostituirsi all’estero è percepita come un’opportunità per realizzare un proprio “progetto migratorio”, cioè un progetto di emancipazione economica che prevede modi, tempi e fasi d’attuazione, di cui la prostituzione non è altro che una di queste, di certo una fase molto difficile, ma più tollerabile perché
limitata nel tempo.

Per quanto il metodo di gestione delle ragazze durante l’attivit
prostitutiva anche questo è cambiato diventando più morbido. Il rapporto di “lavoro” si basa su una maggiore libertà: ora le ragazze possono frequentare chi vogliono, possono vestirsi come vogliono e mangiare ciò che vogliono, e soprattutto possono tenersi una parte dei soldi dei clienti. Resta solo un controllo a distanza.

Questo nuovo rapporto tra sfruttatori e sfruttate innesca delle dinamiche perverse, paradossali e drammatiche. La consapevolezza della necessità di prostituirsi per realizzare dei sogni e la presunta convinzione di aver potuto scegliere, fanno sì che le ragazze non si sentano più delle vittime, anzi, quasi si percepiscono come delle persone che hanno avuto la possibilità di emanciparsi, di migliorare le proprie condizioni di vita, mentre, in realtà, continuano a essere oggetto di sfruttamento.

Le nigeriane
Un’altra buona percentuale della popolazione di strada è composta da ragazze nigeriane. Queste, purtroppo, sono reclutate dalle organizzazioni criminali con l’inganno e costrette sulla strada con la violenza e con la paura.

I mercati e le strade delle grandi città nigeriane, oppure gli “amici” di
famiglia, queste sono le vie con cui i trafficanti di esseri umani avvicinano le loro prede per alettarle con le prospettive di un futuro migliore. Questi criminali promettono alle ragazze lavori all’estero come baby-sitter o come cameriera che non esistono. Coinvolgono e rassicurano le famiglie delle ragazze, obbligandole, però, di fronte all’avvocato a rispettare il debito contratto per il viaggio della propria cara. Prima d’intraprendere il viaggio, sottopongono le ragazze a riti vudù, riti di “accompagnamento”, di buon auspicio. Il rito è celebrato dal Marabut, un santone locale di solito in combutta con i trafficati e ha come conseguenza la “cattura” dell’anima della ragazza da parte dello stesso santone. Così si aspetta il momento della partenza, che avviene con la persona che ha agganciato le ragazze. Alcune sono fortunate e arrivano in Europa con voli aerei, altre meno. Queste raccontano di tragitti attraverso il deserto la cui disumanità e crudeltà lascia sgomenti.

La prima delle mete europee è la Spagna, una tappa di transizione, non vi è avvio alla prostituzione. Qui le ragazze vengono accolte sì dalla comunità nigeriana, ma sono segregate negli appartamenti in attesa di essere trasferite in Francia. È in questo paese che alle ragazze viene insegnato il mestiere, sono sbattute in strada con la forza. Poi arrivano in Italia. Le ragazze, invece, che arrivano in Italia per mare passano direttamente dall’imbarcazione alla strada.

Quando le ragazze nigeriane si accorgono che i lavori promessi non ci sono provano a ribellarsi, ma vengono ridotte all’obbedienza dalla paura di un “cattura mortale” della loro anima, possibile grazie a quel rito vudù compiuto prima della partenza. Il terrore di queste donne nei confronti della magia nera vudù è tale e tanta che nemmeno l’assenza del protettore dalla strada le induce a scappare o a ribellarsi. Si aggiunga, inoltre, la paura di ritorsioni fisiche, messe in atto molto spesso, nei confronti dei familiari nel paese d’origine. Le ragazze non potranno smettere di prostituirsi sulla strada finché non avranno pagato il debito contratto, senza saperlo, per il viaggio, per il vitto, per l’alloggio. L’ammontare del debito varia dai 40.000 ai 60.000 euro.

Le sudamericane
Per quanto concerne le donne che provengono dall’America Latina, queste si trovano in una situazione completamente diversa dalle precedenti. Le sudamericane rappresentano il caso più evidente di quel fenomeno chiamato “prostituzione migrante”. Questo è un fenomeno a sé stante, non legato a fattori di estrema povertà o indigenza, ma alla consapevolezza della mancanza di opportunità lavorative e di sviluppo nel proprio paese d’origine, questa coscienza stimola a sviluppare un progetto migratorio finalizzato a una trasformazione positiva. Pertanto queste donne arrivano in Italia coscienti della possibilità di prostituirsi guadagnando cifre interessanti. Le sudamericane arrivano in modo autonomo e di solito sono in regola con i permessi di soggiorno.

Spesso hanno già delle precedenti esperienze prostitutive nel paese d’origine, per questo la loro età, in media, si aggira intorno alla trentina. Una caratteristica tipica delle sudamericane è il loro ritornare in patria per il periodo invernale per godersi il caldo dell’estate dei loro paesi, ma soprattutto per stare assieme alle proprie famiglie. La stessa situazione di autonomia e di scelta personale di prostituirsi sulla strada riguarda anche i transessuali.

Gli uomini.
La panoramica della prostituzione di strada comprende anche un’offerta di sesso a pagamento composta da uomini e rivolta ad altri uomini, una caratteristica non comune a tutte le città venete, per esempio a Vicenza non esiste prostituzione maschile in questo senso.

Spesso la prostituzione maschile è legata al mondo della tossicodipendenza degli anni ’70 e oggi è ancora così per i ragazzi italiani che si trovano sulla strada. Il grande cambiamento nella prostituzione maschile si ha a partire dai primi anni 2000, da quel periodo in poi si assiste a un aumento delle presenze maschili sulla strada da parte di ragazzi stranieri, provenienti soprattutto dall’Europa dell’Est.

È difficile avere un quadro preciso dei meccanismi della prostituzione maschile perché negli uomini c’è una componente di vergogna e di ritrosia nel parlare del proprio “lavoro”. Da quel poco che è emerso risulta che la maggior parte degli uomini che si prostituiscono, come gli stessi clienti, sono eterosessuali e hanno legami sentimentali con donne. In molti casi l’attività prostitutiva si associa a un’attività lavorativa diurna e avviene solo alcune sere della settimana con lo scopo di arrotondare lo stipendio.

In alcune città è stato rilevato un fenomeno strano: un altissimo turn-over di ragazzi che si prostituiscono in strada. Si vedono lungo le vie dei gruppetti di 4 – 5 ragazzi rumeni, con un’età all’incirca 20 – 25 anni che cambiano ogni mese. Cioè i ragazzi che si vedono ad aprile non si vedono più a maggio e quelli di maggio a giugno non ci sono più. L’ipotesi formulata a spiegare questo fenomeno suppone che i ragazzi vengano avviati alla prostituzione, un po’ come capitava per le ragazze dell’Est: approdo e punto di partenza per l’insegnamento del mestiere. Il grande turn-over instilla il dubbio che dietro ci sia un’organizzazione che provvede al reclutamento dei ragazzi, al loro avviamento al lavoro e che ne organizzi poi lo spostamento in altre città. Se così fosse verrebbe dimostrato che esiste sfruttamento anche nell’ambito della prostituzione maschile.

E le italiane?
Le italiane sulla strada ormai non ci sono quasi più, sono tutte inserite nei circuiti “indoor”. Infatti non ha senso parlare di “prostituzione”, ma di “più tipi di prostituzione”. Esiste la prostituzione dei locali, quella degli appartamenti, esistono le “Escort”, cioè le ragazze che si possono chiamare al telefono e arrivano a casa tua o nella tua camera d’albergo. Pratica diffusa nelle grandi città come Milano.

Le italiane scelgono la strada o dopo un’esperienza al chiuso per crearsi un nuovo portfolio clienti o perché non sono più giovani e carine da potersi permettersi delle tariffe da “appartamento”. La prostituzione di strada tra tutte è quella più bassa, legata al mordi e fuggi, al soddisfacimento biologico, quella dei locali è diversa, vi è l’illusione della reciproca conoscenza. La prima è praticata dai soggetti più deboli, quelli con una capacità contrattuale molto bassa, mentre la seconda è praticata da donne più forti dal punto di vista della contrattazione.

Alessandra Franceschi