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Malati di tumore: 40 mila. Richieste di morire: 4

Le necessità dei malati di tumore non passano per l’eutanasia. Non solo, le testimonianze dei medici che lavorano sul campo confermano che le (rarissime) richieste di qualche paziente di anticipare la fine della propria vita discendono per lo più dal dolore, dall’angoscia per il futuro, e dalla paura di essere un peso per la propria famiglia. E dagli stati depressivi cui i malati oncologici possono andare incontro.

A giustificare il ricorso all’eutanasia è la distinzione di diverse categorie: accanto alla persona agente morale, vi sono bambini, chi non può relazionare, i dementi e gli individui in stato vegetativo che invece potrebbero essere eliminati.

Nonostante campagne mediatiche talora cerchino di dimostrare il contrario, nella prassi l’eutanasia tra i malati oncologici in Italia non è percepita come un’esigenza: «In 25 anni, su 40mila pazienti oncologici seguiti nel nostro ospedale, solo in quattro ci hanno chiesto l’eutanasia» ha riferito Carla Ripamonti, oncologa dell’Istituto dei tumori. Precisando che «in tre hanno cambiato idea dopo siamo riusciti a togliere loro il dolore». Una tendenza che si riscontra anche nelle indagini: se il 60,2 per cento di un campione di 988 malati terminali (studio pubblicato nel 2000 sul «Journal of the American medical association») considera possibile l’eutanasia in una situazione ipotetica, solo il 10,6 per cento la vede applicabile a sé. In più i pazienti che si sentivano stimati pensavano meno all’eutanasia (e al suicidio assistito) rispetto a coloro che avevano sintomi depressivi, che avevano più bisogno di assistenza e più dolore. Ma significativo, nella stessa indagine, anche il dato del cambiamento nel tempo dell’opinione del paziente: «Circa la metà dei pazienti inizialmente interessati a eutanasia e suicidio assistito ha cambiato idea». Inoltre il 3,5% dei pazienti e il 7,2% dei familiari temevano che qualcuno praticasse l’eutanasia a loro insaputa. E uno studio di Chochinov (sull’American Journal of Psychiatry nel 1995) mostrava che «il desiderio di morire cambia nel tempo, spesso si riduce ed è strettamente associato alla depressione clinica, una condizione potenzialmente trattabile». I «sani» temono il dolore fisico, ha puntualizzato la dottoressa Ripamonti, mentre nei pazienti pesano molto di più i problemi psicologici, la depressione e il non sentirsi amati, e la paura di essere di peso.

Per indicare i pericoli che sono presenti nella legalizzazione dell’eutanasia, Augusto Caraceni, direttore della Struttura complessa di Cure palliative dell’Istituto dei tumori, ha presentato il documento stilato dalla commissione etica della Società europea di cure palliative: «Pressioni sulle persone vulnerabili, scarso sviluppo delle cure palliative, conflitti tra requisiti legali e valori personali e professionali, ampliamento dei criteri clinici, aumento delle uccisioni medicalizzate non volontarie e che l’omicidio divenga una pratica sociale accettata». E passando ai casi concreti, Zbigniew Zylicz, direttore di un hospice in Gran Bretagna dopo avere lavorato per molti anni in Olanda, avendo visto molti pazienti andare incontro all’eutanasia, ha presentato ragioni pragmatiche per opporsi: «La prognosi è spesso incerta, e i pazienti possono vivere spesso molto più di quanto in origine stimato. Inoltre le persone cambiano frequentemente opinione e infine il dolore intrattabile è difficile da definire».

 

Il magistrato Giuseppe Anzani ha spiegato come gli articoli del codice penale condannano in modo chiaro l’omicidio del consenziente e l’istigazione al suicidio. E quanto ai disegni di legge in discussione al Senato sulle direttive anticipate (che talora includono forme di eutanasia), Anzani ha richiamato il fatto che la Costituzione non si basa sul rispetto della libertà individuale, ma sul riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo, tra cui quello alla vita. «Il diritto a morire (che non esiste) – ha aggiunto Anzani – postula che qualcuno vi si impieghi, corrisponderebbe al dovere di un altro a uccidere. Questo esclude che possa avere cittadinanza nel nostro ordinamento».

di Enrico Negrotti

 

Autodeterminazione o invito a farla finita?

È assai significativo che in questoperiodo i medici inglesi si interroghino su quanto accaduto negli ultimi anni nel territorio del fine vita. Stiamo parlando del «Liverpool Care Pathway» (Lcp), protocollo per garantire in ospedale ai malati terminali di cancro gli stessi trattamenti assicurati dagli hospice.
Presentato come un servizio all’avanguardia, il protocollo è stato abolito dallo stesso sistema sanitario inglese dopo che una commissione di inchiesta governativa – insediata a seguito di casi allarmanti portati alla ribalta dai media – ne aveva accertato il fallimento. La commissione, guidata dalla baronessa Neuberger, ha concluso i suoi lavori due anni fa con un report da cui è emerso un desolante panorama di abusi e pratiche improprie, tanto che Norman Lamb, ministro della Salute, parlò di «disgrazia nazionale».
Molti i malati inseriti nel programma Lcp a loro insaputa, ai quali erano state sospese sia le cure che l’alimentazione e l’idratazione assistite, e spesso somministrati pesanti sedativi che ne spegnavano ogni segno di vitalità. Il tutto senza il loro consenso oppure omettendo di avvertire i familiari, alcuni dei quali hanno visto i propri cari morire succhiando affannosamente spugne inzuppate d’acqua, unico modo per dissetarsi dopo la sospensione dei nutrimenti: tanto che la commissione si è sentita in dovere di scrivere che «negare da bere a un paziente assetato è doloroso e inumano». Nonostante i lodevoli obiettivi, l’Lcp si è rivelato uno strumento fragile, in troppi casi l’alibi per l’abbandono dei malati, con il governo invitato a sostituirlo con nuove linee guida. L’incarico è stato affidato al Nice – National Institute for Health and Care Excellence – che ha reso noto alcune settimana fa un testo provvisorio. Subito c’è chi ha autorevolmente denunciato che le nuove regole sarebbero addirittura peggiori delle precedenti, accusando il Nice di aver fatto un «disastro di disinformazione, distorsione e ambiguità». Il dibattito sul fine vita, insomma, si è di nuovo acceso. E il voto dei deputati non può che riaprire la ferita.
Se il comune obiettivo è che i morenti possano avvicinarsi alla fine ricevendo i trattamenti più adeguati alle loro condizioni, nel rispetto delle scelte personali, la tragica attuazione dell’Lcp ha mostrato quanto il criterio dell’autodeterminazione, specie nelle scelte di fine vita, scivoli facilmente nel suo opposto: in nome della scelta del paziente troppo spesso si è finito per ignorare proprio le sue volontà.
In questo senso l’Lcp non è un caso unico: in Belgio sono recentemente aumentate le segnalazioni di eutanasia effettuata senza il consenso esplicito del paziente, un fenomeno ormai pari all’1,7% dei casi, secondo il Journal of Medical Ethics.
Un paradosso? No, piuttosto la conseguenza del diffondersi di una mentalità – diciamolo chiaramente – eutanasica, che prende piede anche fra i medici, basata su un’idea esasperata di autodeterminazione, secondo la quale in certe condizioni – soprattutto la non autonomia del malato – la vita ha meno valore e non vale più la pena di essere vissuta, indipendentemente dal fatto che si sia o meno in prossimità della morte (i costi sempre meno sostenibili da sistemi sanitari costruiti quando l’economia era fiorente fanno il resto). La finalità della professione medica si sta trasformando: non sempre curare e salvare la vita è il bene del paziente, a volte sembra meglio farla finita, specie se è il malato a chiederlo. C’è una linea sottile che separa il rifiuto del cosiddetto accanimento terapeutico e delle cure – legittimi – e l’idea che è un diritto morire quando lo si decide.
È quindi sempre più possibile che un medico si trovi di fronte alla richiesta eutanasica da parte di malati non gravi: aumentano infatti i Paesi che riconoscono il ‘diritto a morire’, o la vincolatività dei «do not resuscitate order », le dichiarazioni nelle quali si chiede di non essere rianimati in alcune circostanze, quando invece sarebbe compito del medico farlo.Cambia di conseguenza l’atteggiamento dei professionisti: oltre che curare, il loro compito può essere anche quello di dare la morte, (E’ molto triste.  ndr)  direttamente o indirettamente, sottraendo trattamenti salvavita o comunque di sostegno. Sono gli stessi medici a pensare a questi percorsi come un’alternativa legittima nell’ambito della propria professione, a partire da quei Paesi dove sono consentiti l’eutanasia e percorsi di fine vita che lasciano ampi margini di ambiguità. È dunque la natura della professione medica a subire una mutazione sostanziale, e ciò accade sull’onda della rivoluzione antropologica in atto.

Assuntina Morresi – Avvenire

Una donna, una bambina: un comune messaggio di speranza

vita e morteLe loro storie hanno travalicato le camere d’ospedale per offrire all’esterno un comune messaggio di lotta e di speranza contro destini che ci appaiono segnati. Una donna e una bambina; entrambe affette da gravi malattie, entrambe sfiorate dall’ipotesi di affrettare il passo verso la morte ma poi risollevatesi a riabbracciare la vita.

Quello di Jenny Bone, quarantenne inglese ricoverata dal marzo 2014 in condizioni critiche, incapace di muovere le sue funzioni corporee, sembrava il tipico caso di paziente cinicamente definita un vegetale. Per tre lunghi giorni è rimasta immobile su un letto d’ospedale, senza dare il benché minimo segno di vita. Intorno a lei, medici intenti a fugare ogni illusione dal cuore dei suoi familiari. “Morte celebrare”, avevano sentenziato. Di qui la richiesta a John, suo marito, dell’autorizzazione a staccare la spina.

A John in quel momento devono essergli passati per la mente i discorsi affrontati insieme a sua moglie, su come i due si sarebbero comportati se si fossero mai trovati in una situazione così delicata. E deve aver ricordato, John, anche la promessa fatta a Jenny: “Se dovesse toccare a te, di rimanere paralizzata su un letto d’ospedale, rispetterò la tua volontà autorizzando i medici a staccare la spina”.

Parole, che si sono immediatamente disciolte di fronte alla realtà dei fatti. John, stringendole la mano e guardando il volto della donna amata, non se l’è sentita di arrendersi all’idea che quel contatto fisico potesse svanire. E così ha deciso di non far staccare la spina, ha voluto attendere ancora qualche tempo nella speranza che qualcosa di sorprendente potesse accadere.

A dieci giorni da quel sofferto “no” di John alla richiesta dei medici, dal viso di Jenny è iniziato a trasparire qualche spiraglio di luce. I primi segni di ripresa hanno dato ragione al marito: Jenny non era morta, checché ne pensassero i medici. Dopo due mesi di cure, nel maggio scorso la donna è tornata a casa, ha ripreso a lavorare come geometra e recentemente ha partecipato a una corsa di beneficenza grazie all’aiuto di un bastone da passeggio.

Era stata colpita da una malattia rara, nota come sindrome di Guillian-Barr, che interessa il sistema immunitario attaccando il sistema nervoso e producendo uno stato di paralisi totale. Impossibilitata a rispondere alle scansioni del cervello e ai test dei riflessi, era stata dichiarata cerebralmente morta. Invece il suo cervello funzionava benissimo, tanto che Jenny ricorda ancora nitidamente i discorsi fatti dai medici e da suo marito intorno al suo letto. “Sono stata molto sorpresa che mio marito abbia detto ai medici di non spegnere la macchina di supporto vitale, visto quello che gli avevo sempre detto – afferma al Daily Mail -. È andato contro la mia volontà, ma ovviamente sono felice che lo abbia fatto”.

John definisce la richiesta dei medici fatta al capezzale di sua moglie “un fulmine a ciel sereno”. Secondo l’uomo “non avrebbero dovuto parlarne davanti a lei: quando in seguito ho saputo che lei aveva sentito tutto, per me è stato semplicemente agghiacciante”. Ma il sentimento che ora prevale, nella coppia inglese e nella loro famiglia, è di gioia per la guarigione avvenuta.

Gioia che si trasforma in speranza se dalla Gran Bretagna ci si sposta in Cile, dove ha avuto ampia eco la vicenda di Valentina Maureira, bambina quattordicenne affetta da fibrosi cistica, malattia incurabile che può provocare infezioni spesso mortali.

La famiglia di Valentina ha già dovuto combattere e sopperire con la fibrosi. Nel 1996, all’età di sei anni, gli ha portato via il primogenito Michael. La seconda figlia è portatrice sana, mentre a Valentina, la più piccola della famiglia, è stata diagnosticata la malattia quando aveva appena sei mesi.

La piccola, sfiancata dalla sofferenza, tempo fa ha rivolto un appello direttamente alla Presidente del Cile, Michelle Bachelet. “Chiedo di parlare urgentemente con il Presidente perché sono stanca di vivere con questa malattia e lei può autorizzare l’iniezione per addormentarmi per sempre”, le parole di Valentina diffuse con un video su Youtube.

Nemmeno una settimana dopo, malgrado il suo Governo avesse già chiarito che la legge non permette di assecondare una simile richiesta, la Bachelet è andata in ospedale a trovare Valentina e ha parlato un’ora con lei e con la sua famiglia. “Ci siamo messi a piangere ed è stata un’ora con Vale. Hanno parlato di molte cose. Grazie, Presidente, per essere venuta a trovare Vale senza la stampa, ne è molto grata”, ha detto ai media cileni Freddy, papà della bambina.

Quella della Presidente cilena non è stata l’unica recente visita che ha avuto Valentina. Papa Freddy ha spiegato alla stampa che nei giorni scorsi è venuta una famiglia dall’Argentina, con tre figli malati di fibrosi cistica che sono morti e un’altra figlia alla quale è stato trapiantato un polmone.

Chissà sé è stata la testimonianza di questa famiglia a suscitare nel cuore di Valentina quella svolta testimoniata dalle dichiarazioni pubblicate dal quotidiano El Mercurio. L’adolescente ha annunciato di aver cambiato idea sulla sua richiesta di “dormire per sempre”, in quanto “c’è gente che mi ha fatto cambiare il mio modo di vedere le cose”.

Una svolta che ha riacceso di speranza anche i cuori dei suoi familiari. Il papà, il quale passa notte e giorno al fianco di sua figlia, ammette che la situazione è molto difficile e che a casa non vogliono perdere un altro figlio. Di qui la sua carica: “Io le dico: ‘Figlia mia, se tu vuoi lottiamo. Tu sai com’è la tua malattia, la conosci al dritto e al rovescio'”.
Federico Cenci – www.zenit.org

Vocabolario bioetico: le parole base per non farci fregare

Alle parole occorre dare il loro significato, senza lasciare che gli slogan e le opinioni per sentito dire abbiamo il sopravvento sui ragionamenti basati su dati di fatto e definizioni adeguate. È il motivo di questa pagina dove vengono puntualizzati alcuni dei termini delle questioni dibattute in questi giorni in tema di eutanasia, testamento biologico, accanimento terapeutico e libertà di essere o meno curati secondo la propria volontà.

Ci guida Michele Aramini, autore di alcuni volumi di bioetica (nel 2006 un «Manuale di bioetica per tutti») e docente di Introduzione alla teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Si sentono spesso discorsi che puntano sull’emotività dei casi limite, cioè di quei malati in condizioni talmente dolorose e senza speranza di recupero, da suscitare profonda compassione in chiunque. Ma che qualcuno traduce nella possibilità, per far cessare le sofferenze, di «uccidere per amore», una contraddizione in termini. Dimenticando che le moderne terapie sono in grado, quando non è più possibile curare una malattia irreversibile, almeno controllarne l’aspetto più angosciante: il dolore.

Viene spesso sottolineato anche il tema della libertà e dell’autodeterminazione dell’individuo, volutamente ignorando – come la saggezza popolare riconosce da tempo – che nessun uomo è un isola, che le nostre esistenze sono inevitabilmente intrecciate a quelle dei nostri simili nelle comunità in cui viviamo. E che in nessun modo un medico – che ha giurato sul testo di Ippocrate «di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente» – potrebbe essere obbligato a compiere atti eutanasici, pena l’abdicare totalmente alla propria missione. Perché continuiamo a ritenere che chi si dedica all’arte medica non abbracci solo una professione, spesso remunerativa, ma abbia in animo anche di dedicarsi – operando in scienza e coscienza – al bene dei suoi simili.

Eutanasia

Il Comitato nazionale per la Bioetica (Cnb) ha definito l’eutanasia come l’uccisione «diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza e su sua richiesta» (documento del 14 luglio 1995). In altri termini essa consiste nel mettere in atto, intenzionalmente e volontariamente, azioni o omissioni che causano direttamente la morte di un paziente che si trovi nello stadio terminale della malattia di cui è affetto e che abbia chiesto o chieda di morire. Nella stessa linea si pone l’enciclica «Evangelium vitae» (n. 65): «Per eutanasia in senso vero e proprio – vi si legge – si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore». I significati della parola eutanasia sono mutati nel corso del tempo. Nella cultura romana aveva principalmente il significato di «morte bella», nel senso anche di eroica. Oggi si intende invece l’«uccisione intenzionale attuata con metodi indolori per pietà». Non si può parlare di eutanasia nel caso di una persona che non sia morente oppure sia affetta da una malattia che, per quanto dolorosa, non la conduca necessariamente e rapidamente alla morte. Si può parlare della distinzione tra eutanasia diretta e indiretta. La prima è quella che abbiamo definito, la seconda è quella che si produce come effetto secondario di un trattamento medico, quale la terapia antidolorifica.

Cure palliative

Il punto qualificante delle cure palliative è quello di essere cure attive e globali, effettuate sulle persone affette da un male inguaribile, in cui le cure specifiche per la malattia non hanno alcuna risposta. Il loro obiettivo è quello di non prolungare la vita, ma di migliorarne la qualità alleviando le sofferenze. Per definizione le cure palliative sono multidisciplinari. Infatti del malato non si prende cura solo il medico, ma anche l’infermiere, lo psicologo, il ministro di culto, la famiglia e anche i volontari adeguatamente preparati. Uno degli elementi centrali delle cure palliative è la somministrazione di farmaci antidolorifici di varie famiglie (oppioidi e non oppioidi). Il solo uso dei farmaci antidolorifici semplici ha permesso di alleviare l’80% delle situazioni di dolore. Nonostante la semplicità d’uso di questi farmaci, in alcuni casi essi non vengono ancora adoperati, o per resistenze culturali o per mancanza di disponibilità dei farmaci, quali la morfina. È urgente che le associazioni professionali dei medici (anche dei Paesi occidentali) si aggiornino nel campo delle cure palliative, secondo gli orientamenti formulati dal Comitato etico dell’Associazione europea di Cure palliative. Dati recentemente forniti da un rapporto su alcuni Centri ospedalieri americani evidenziano che il dolore è controllato adeguatamente solo nel 45% dei casi. Da qui la necessità di diffondere un’educazione che coinvolga le università, le specialità mediche, le scuole infermieristiche e l’opinione pubblica.

Accanimento terapeutico

Si tratta di «un trattamento di documentata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunga la presenza di un rischio elevato o una particolare gravosità per il paziente, con un’ulteriore sofferenza in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulta chiaramente sproporzionata agli obiettivi» (Corrado Manni, 1995). Esiste un’esigenza di proporzione fra mezzi terapeutici e condizioni del paziente. In casi obiettivamente disperati non ha senso alcuno effettuare un intervento chirurgico, o somministrare un farmaco, o iniziare tentativi di riabilitazione. L’accanimento terapeutico, infatti, non è l’atteggiamento del medico che «fa di tutto» per strappare alla morte un paziente, o per prolungare, seppure di poco, la sua vita. Risponde piuttosto all’atteggiamento del medico che, pur sapendo di avere fatto ormai tutto il possibile, continua ostinatamente a sottoporre il malato a trattamenti inutili e gravosi, che non possono avere altro effetto se non quello di prolungare l’agonia. In modo errato, alcuni ritengono che accanimento terapeutico significhi semplicemente «essere tenuti in vita in condizioni precarie», quando ci si trova sopraffatti dal dolore e quando «il desiderio di vivere si è spento». In questo senso, il concetto si identificherebbe con la volontà – di medici insensibili – di conservare ostinatamente la vita del paziente anche se questi non sa più che farsene. In altre parole, se con il rifiuto dell’accanimento terapeutico si intende la negazione di tutte quelle misure artificiali che tengono in vita in fase critica o terminale precisamente perché il paziente chiede di morire (oppure il medico vuole farlo morire), allora si rientra pienamente nella situazione dell’eutanasia, cioè nella volontà di porre fine, con azioni od omissioni alla vita di un malato per eliminare ogni dolore. Secondo tale concezione, non sarebbero eventuali trattamenti gravosi e inutili a costituire una forma di accanimento, ma sarebbe un accanimento il fatto stesso di mantenere in vita un morente o un malato grave. In questa linea si dovrebbero togliere la gran parte dei mezzi di sostegno vitale in fase terminale o nelle malattie croniche e invalidanti, con il risultato di far morire i pazienti.

Testamento biologico

Il 18 dicembre 2003 il Comitato nazionale per la Bioetica ha emanato un documento sulle dichiarazioni anticipate di trattamento. Secondo tale documento il testamento biologico è una indicazione sottoscritta dal paziente con la quale egli manifesta alcune semplici indicazioni sulle forme di assistenza che desidera ricevere o non ricevere in condizioni di incapacità, senza porre comunque un totale vincolo sul medico ed escludendo alcune richieste: ad esempio la sospensione di idratazione e alimentazione artificiale, e in generale le richieste eutanasiche, che caricherebbero il personale sanitario di una intollerabile responsabilità sulla morte dei pazienti. Per la verità il valore consultivo sulle preferenze di trattamento dei pazienti (per evitare forme di accanimento terapeutico), anche redatte in anticipo o comunicate a terzi, esiste già, così come il divieto di praticare l’eutanasia, già sancito dalla legge con il generale divieto di uccisione di consenzienti. Il tema è stato però ripreso dai sostenitori dell’eutanasia, che desiderano usare il testamento biologico come espressione della più completa possibilità di «autodeterminazione» del paziente rispetto alla propria morte in caso di incoscienza o di incapacità decisionale. L’intenzione è esplicitamente pro-eutanasia. Infatti nei moduli predisposti dal comitato promosso dall’oncologo Umberto Veronesi si ritrova la possibilità per il paziente di decidere autonomamente i tempi e i modi della propria morte, avvalendosi di un presunto diritto di morire, che sarebbe addirittura speculare al diritto di vivere. Con il testamento biologico così inteso si vuole consentire l’esercizio di questo inesistente diritto.

Suicidio assistito

Questo tipo di suicidio consiste nella richiesta che una persona gravemente malata (ma non in stato di malattia terminale e quindi non prossima alla morte) fa in piena coscienza e in stato di lucidità mentale al medico o a un parente o a un amico di procurarle un farmaco che, una volta assunto, le dia la morte. La differenza rispetto all’eutanasia sta nel fatto che è la persona stessa che si procura la morte ingerendo un farmaco mortale che un’altra persona le ha procurato: si tratta cioè di un suicidio, sia pure «assistito», a cui ha contribuito un’altra persona, non di un omicidio, come l’atto eutanasico positivo od omissivo compiuto da un’altra persona, sia pure su richiesta della persona malata.

di Michele Aramini

No all’eutanasia e alla cultura della morte. Sì all’aiuto a chi soffre

Il Parlamento sta per votare la proposta di legge Disposizioni anticipate di trattamento, pressata da una campagna mediatica di suggestione e disinformazione, alimentata da “casi” drammatici ma strumentalizzati. Quello che segue è un sintetico confronto fra i luoghi comuni e la realtà dei fatti.

QUI LA VERSIONE IN PDF (liberamente stampabile)

Nutrizione e idratazione

Slogan – Chi si alimenta artificialmente vive in una sofferenza così intollerabile da giustificare che a essa si ponga termine.
Realtà – Nutrizione e idratazione non possono qualificarsi trattamenti sanitari, anche se avvengono in modo artificiale. Se approvata, la nuova legge trasformerà quella che è un’alimentazione per altra via in un’arma letale: la sua interruzione provocherà la morte per fame e per sete. Quale umanità c’è in questo? Senza considerare i non pochi che si sono ripresi da tale condizione.

Dat = eutanasia

Slogan – La nuova legge attuerà in Italia le convenzioni internazionali sulla dignità del morire 
Realtà – Rispetto ad analogo testo approvato alla Camera nella passata Legislatura, nella proposta oggi in discussione sono scomparsi il riconoscimento del diritto inviolabile alla vita e i divieti di eutanasia, sia attiva che passiva, di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio. Essa parla di disposizioni e non di dichiarazioni anticipate di trattamento: la disposizione è un ordine, che orienta alla vincolatività, in spregio alla Convenzione di Oviedo del 1997, per la quale «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione”. “Tenere in considerazione” è qualcosa di diverso dall’obbligo di “rispettare la volontà espressa dal paziente” sull’interruzione del trattamento sanitario, previsto dalle nuove norme.

Libertà di rifiutare le cure

Slogan – Devono cessare le costrizioni a trattamenti sanitari per i quali non si è dato il consenso. Non può accadere, come è stato per il dj Fabo, che per rifiutare la cura si debba andare all’estero.
Realtà – L’ordinamento permette già a chiunque di rifiutare trattamenti sanitari di qualsiasi tipo e disciplina in modo chiaro il consenso a qualsiasi terapia: nulla impediva in origine al dj di manifestare questo rifiuto. Se approvata, la nuova legge – come ha detto la relatrice on. Lenzi (intervista a “la Repubblica” del 28 febbraio) – potrebbe non risolvere casi come quello del dj – un vero e proprio aiuto al suicidio –, con un trattamento che ha provocato in via diretta la morte. Se si intende approvarla per giungere a questo, è onesto usare la parola adatta: eutanasia. La “cultura della morte” promossa da questa proposta farà sentire l’ammalato sempre più fonte di fastidio per gli altri, invece che persona bisognosa di aiuto.

Accanimento terapeutico

Slogan – La proposta di legge pone fine alle cure sproporzionate, che torturano il paziente. 
Realtà – Oggi negli ospedali, anche a causa dei tagli nel bilancio della Salute, vi è il rischio non già di cure inutili, bensì dell’abbandono del paziente, soprattutto quando è avanti negli anni o è colpito da gravi patologie, anche mentali. Se  approvata, la nuova legge si applicherà a persone incapaci di esprimersi e di fare scelte consapevoli in momenti della vita e in contesti diversi, e il medico diventerà un esecutore di morte.

Incapaci e minori

Slogan – La proposta di legge evita le sofferenze inutili soprattutto a chi non è in grado di determinarsi. 
Realtà – Se approvata, minori e incapaci saranno le prime vittime sicure della nuova legge. Rispetto a una d.a.t. resa in precedenza, l’eventuale revoca può essere fatta da una persona capace, ma non da un incapace. Verso i minori, talora perfino neonati, si realizzerà una eutanasia di non consenziente: in questi casi colui che decide non è il paziente, e questo dilata gli arbitrii e le interpretazioni errate di una volontà comunque non matura. In Belgio e in Olanda norme simili hanno moltiplicato le soppressioni di bambini, arrivando a presumere un disagio psichico, con “comitati etici” chiamati a stabilire il livello di qualità della vita degna di essere vissuta, e quindi a essere padroni della vita e della morte.

Alternative alla morte

Slogan – Chi è un malato inguaribile non ha alternative se non la garanzia di un fine vita “dignitoso” col ricorso all’eutanasia.
Realtà – È possibile controllare sia il dolore sia gli altri sintomi legati alla malattia di base con il ricorso alle cure palliative. Il vero problema è che oggi in Italia i malati inguaribili che riescono a godere delle cure palliative sono ancora troppo pochi. Neanche il 30% di chi è affetto da patologie tumorali riesce ad avere accesso alle cure palliative, mentre sono molti di meno coloro che soffrono per altre malattie. L’obiettivo di una legge e di un’azione di governo deve essere la presa in carico, non l’abbandono, del malato, e la sua partecipazione alla pianificazione delle cure.

La professione del medico

Slogan – La proposta di legge fa uscire il medico dall’incertezza e dal disagio.
Realtà – Se approvata, la nuova legge stravolgerà la professione del medico, per il quale ammette espressamente di imporre condotte illecite: altrimenti non avrebbe bisogno di precisare che  il medico che esegue una d.a.t. è esente da responsabilità penale e civile. Che cosa accade se il medico ritiene in coscienza che il paziente che ha firmato una d.a.t. sia curabile con successo? Non è permessa l’obiezione di coscienza, a differenza di quanto accade per l’aborto. Il medico viene caricato di decisioni comunque a rischio di denuncia, compromettendo il suo rapporto col paziente. La preoccupazione del medico, pure in fase di emergenza, sarà non più di curare al meglio, bensì di cercare a propria tutela eventuali d.a.t., la cui violazione potrebbe costargli cara.


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Nelle pagine precedenti abbiamo esposto le principali riserve a una legge inemendabile. Essa rende disponibile il diritto alla vita, orienta la medicina non al bene del paziente, mortifica e deprime in modo grave la professionalità, la competenza e l’etica del medico.
Quel che è più grave: se approvata, questa legge aumenterà la lontananza e il distacco verso persone affette da gravi disabilità, che vogliono affrontare la sfida della vita, ma hanno bisogno di vicinanza e di sostegno, insieme con le loro famiglie, e non di sentirsi un peso. “Staccare la spina” è comodo e finanziariamente conveniente: ma è una “soluzione” disumana, che uccide la speranza, insieme con la vita di esseri umani, il cui diritto non si affievolisce a causa della malattia. L’obiettivo da porsi è eliminare la sofferenza del paziente, non eliminare il paziente. L’esperienza di altre Nazioni dimostra che la moltiplicazione dell’accesso alle cure palliative fa diminuire la richiesta di eutanasia.

Se desideri approfondire il tema ti invitiamo a visitare il sito www.centrostudilivatino.it.
Troverai anche l’appello dei giuristi contro la proposta di legge che, se giurista, ti chiediamo di sottoscrivere.

Il Centro studi Livatino, presieduto dal prof. Mauro Ronco, è composto da magistrati, avvocati e docenti di materie giuridiche. Svolge un lavoro di studio e di approfondimento sui profili giuridici collegati ai temi della vita, della famiglia e della libertà religiosa. Oltre che nella cura del sito, è impegnato in workshop periodici e convegni pubblici. Attraverso i propri iscritti, partecipa a conferenze e seminari e collabora a varie testate giornalistiche sugli argomenti prima ricordati.
Per informazioni e corrispondenza: info@centrostudilivatino.it


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L’eutanasia si può fermare. Una proposta concreta

Con un approccio globale delle terapie è possibile non solo alleviare il dolore e la sofferenza del malato ma anche tutelare la dignità della persona morente. L’inglese Cicely Saunders, storica iniziatrice del “movimento hospice”, aveva individuato proprio nelle cure palliative la risposta alle esigenze dei pazienti in gravi condizioni. Eppure, nonostante siano previste dalla legge 38 del 2010, i trattamenti terapeutici per il dolore non vengono applicati in modo capillare e spesso sono addirittura sottaciuti. Di qui l’idea partita da un gruppo di medici e infermieri di far conoscere le possibilità delle cure palliative con il «Manifesto di Cicely». «La sfida – spiega il promotore dell’iniziativa, Marco Maltoni, direttore dell’Unità operativa Cure palliative e coordinatore della Rete di Forlì-Ausl Romagna – è di portare il contenuto specifico (anche professionale) delle cure palliative nel mondo del lavoro, ripartendo però dall’origine: il bisogno del paziente e la risposta iniziale data da Cicely. Quella proposta, tuttora di valore, rende comparativamente meno affascinanti altre ipotesi di risposta ai bisogni dell’uomo ammalato, e incompatibili alcuni modelli come quelli che propongono l’eutanasia come “ultima tappa delle cure palliative”». Secondo il modello di cura di Cicely, di fronte all’angoscia «che pervade l’attesa della morte in chi è consapevole della propria inguaribilità» – scrivono i palliativisti – è necessario saper rispondere al «bisogno di unicità, di relazione, di cura accogliente, di ricerca del senso delle cose, di maturazione e crescita personale anche nei curanti, di mantenere fino alla fine rapporti significativi». L’intuizione di Saunders è fondata sul principio che, dando sempre più centralità e supporto alla persona malata, «la mancanza di dignità sarebbe stata prima o dopo superata dal sistema delle cure palliative, e con essa la ragione principale per le richieste di eutanasia». Si colloca in questo percorso di accompagnamento, l’utilizzo della sedazione palliativa, «proporzionale al controllo dei sintomi refrattari, se necessario proseguita fino al decesso del paziente». I palliativisti tengono però a fugare ogni ambiguità: è infatti contraria all’ispirazione di Cicely «l’interpretazione della sedazione profonda e continua fino al decesso intrapresa non in prossimità della morte, contestualmente alla interruzione o alla non attivazione di alcun presidio vitale, a prescindere dalla condizione clinica del paziente, come un’alternativa soft all’eutanasia». L’hospice è un luogo di cura dove i pazienti vanno supportati anche con percorsi spirituali, psicologici, esistenziali, e perfino con modalità artistiche. Ma è comunque imprescindibile una formazione adeguata e specialistica degli operatori sanitari. «Troppe volte – si legge infatti nel documento – è ancora presente nell’opinione pubblica, ma anche in un certo mondo sanitario, un’idea “pietistica” delle cure palliative, fatte da persone “buone” ma non necessariamente formate e aggiornate. Le cure palliative sono invece una vera specialità medica, che richiede un continuo percorso di crescita, con peculiarità formative che devono essere riconosciute e valorizzate dalla comunità scientifica». Per aderire al Manifesto di Cicely, che sarà pubblicato online sulla Rivista Italiana di Cure Palliative, basta contattare il gruppo di lavoro «Sul sentiero di Cicely» (c.broglia@smatteo.pv.it).

di Graziella Melina – Avvenire

PAPA FRANCESCO nell’Amoris Laetitia (48)
“L’eutanasia e il suicidio assistito sono gravi minacce per le famiglie in tutto il mondo. La loro pratica è legale in molti Stati. La Chiesa, mentre contrasta fermamente queste prassi, sente il dovere di aiutare le famiglie che si prendono cura dei loro membri anziani e ammalati”

“Not Dead Yet”, i disabili americani che lottano contro l’eutanasia

“Mio caro dottor Killvorkian: tu dici che la mia vita non è degna di essere vissuta perché uso una sedia a rotelle e ho un catetere per svuotare la mia vescica. Diavolo, sei geloso perché le mie scarpe non si consumano e non mi devo alzare la notte per pisciare”: parole urlate al megafono davanti all’abitazione del dottor Jack Kevorkian (diventato Killvorkian), il Dottor Morte che ha “suicidato” decine di persone, in maggior parte disabili ma non malati terminali. Era il 21 giugno 1996, e la manifestazione era organizzata da “Not Dead Yet – The Resistance” (non ancora morti, la resistenza), un gruppo di disabili che dall’aprile dello stesso anno combatte la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Scendono in piazza sulle loro carrozzelle, e affermano che la richiesta di suicidio di disabili e malati è dovuta alla mancanza di supporto all’assistenza a domicilio e alla carenza di un’adeguata assistenza medica, inclusa la terapia del dolore. “Se uno di noi va in depressione e pensa al suicidio, la gente crede che sia un fatto razionale. Le persone non rispondono al problema personale che sta alla radice del suicidio. Quelli come me non possono permettersi di cadere in depressione. Qualche dottore potrebbe aiutarci a morire”, dice Maria Matzik, NDY dell’Ohio, alla quale un medico consigliò di non ricorrere al ventilatore se la respirazione fosse diventata difficoltosa: “Sarebbe un destino peggiore della morte”.

“Il fallimento del nostro sistema di assistenza sanitaria non è una giustificazione per l’omicidio. Questa epidemia del ‘diritto a morire’ si basa su un pregiudizio estremo verso le persone con disabilità, un pregiudizio che molti esperti non vogliono neppure riconoscere, e molti meno cercano di superare”: è Diana Coleman a parlare, la fondatrice di NDY. Sulla sedia a rotelle dall’età di undici anni, quando ne aveva sei ai suoi genitori adottivi fu detto che sarebbe morta nel giro di poco tempo per distrofia muscolare, e invece aveva una grave patologia alla spina dorsale. Laureata in Master and Business Administration, è diventata avvocato per lo stato della California. Oggi è impegnata in commissioni e centri nazionali per i diritti dei disabili. Attualmente è direttore esecutivo del Progress Center for Indipendent Living, in Illinois, un’associazione nonprofit di aiuto ai disabili che vogliono vivere in modo indipendente.

I membri del NDY sostengono che “l’uccisione medica legalizzata non è un nuovo diritto umano, ma una nuova immunità professionale”, e beffardamente chiedono: se morire a richiesta è un diritto, perché solo disabili e malati cronici e terminali possono accedervi? Si oppongono fortemente a una politica pubblica che autorizzi un’uccisione legalizzata di individui basandosi sul loro stato di salute. L’uccisione medica legalizzata “non è compassione, è disprezzo”, e “quella che sembra libertà, è solo discriminazione”.

“Se Kevorkian avesse assistito la morte di membri di un’altra minoranza, gay o afroamericani, per esempio, adesso sarebbe in galera e non avrebbe avuto lo splendido pulpito di ’60 minutes’ per le atrocità che ha commesso. Ma la gran parte dei media ha sostenuto a lungo la sua causa come socialmente progressista”: queste le dichiarazioni della Coleman dopo che un “suicidio assistito” del ventiduenne handicappato Thomas Youk, a opera del Dottor Morte, che lo ha anche filmato, fu mandato in onda durante la popolarissima trasmissione televisiva “60 minutes”, sulla Cbs. Kevorkian fu condannato a 25 anni di galera.

Si sente un sopravvissuto Stephen Drake, ricercatore analista di NDY, con una disabilità “invisibile” per via di un trauma cerebrale alla nascita: il medico all’epoca disse ai suoi genitori che sarebbe stato meglio che fosse morto. Laureato in Special Education, si batte contro la vulgata “meglio morto che disabile” da quando Tracy Latimer venne uccisa da suo padre. Era l’ottobre del 1993. Tracy aveva dodici anni. Era affetta da paralisi cerebrale dalla nascita, con gravi problemi di salute, ma andava a scuola ogni giorno e non aveva chiesto di morire. Suo padre fu condannato ma Tracy divenne la “poster child” di un gruppo canadese che sostiene il suicidio assistito.

Gli attivisti di NDY hanno denunciato che, anche se spesso il primo motivo invocato per il suicidio assistito è la presenza di un dolore insopportabile e intrattabile, nella gran parte dei casi le ragioni effettivamente addotte dai medici per le prescrizioni letali sono la “perdita di autonomia” dei pazienti e “la sensazione di essere un peso”: l’interesse per il suicidio assistito sembra dipendere più dallo stress psicologico e da fattori sociali piuttosto che da condizioni fisiche. Mentre Terri Schiavo stava morendo, il 25 marzo 2005, gli attivisti di NDY dimostrarono in Florida al grido “Noi amiamo i nostri tubi”: “Tubi per nutrirsi, tubi per respirare, tubi per orinare, questi e altri tubi amiamo e di questi abbiamo bisogno. Disabili in carrozzella dimostreranno e spiegheranno la realtà della vita quotidiana con i tubi, confrontando l’ovvio orrore e repulsione della società con la nostra dignità e l’orgoglio della disabilità. Il tubo di Terri è il punto centrale. Questa è la ragione per cui la stanno uccidendo. Noi attivisti disabili dobbiamo mettere in ridicolo la risposta patetica della maggioranza non disabile a questi semplici pezzi di gomma”.

La lunga battaglia contro la morte per fame e per sete di Terri Schiavo ha coinvolto NDY e altre venticinque organizzazioni. “E’ tempo per la stampa di parlare con i veri esperti sul caso Terri Schiavo: il movimento dei diritti dei disabili”, reclamava Diane Coleman.

Il mese precedente NDY aveva chiesto una moratoria della sospensione del nutrimento e dell’idratazione per i malati in persistente stato vegetativo, alla luce di nuovi studi scientifici, rilanciati anche dal New York Times; persone in apparente stato vegetativo, al suono di voci care mostravano attività cerebrali in aree ben precise del cervello. Un uomo apparentemente inerte, per esempio, con diagnosi di stato vegetativo permanente, alla voce della sorella che ricordava i giochi fatti insieme da piccoli, mostrava alla risonanza magnetica un’attività delle aree visuali del cervello, come se stesse evocando immagini.

NDY ha poi ferocemente attaccato “Million Dollar Baby” di Clint Eastwood, definito un “attacco rozzo e melodrammatico ai disabili”, e si sono dichiarati “adirati e frustrati” dalla recente legalizzazione dell’eutanasia in Oregon.

Ma nel loro sito c’è anche una sezione tutta dedicata allo humour: “Una grande difesa dallo stress che può essere usata anche in offensiva… l’abilità a ridicolizzare e ridere della bigotteria e della retorica del ‘meglio morti che disabili’ che pervade il nostro mondo, ci tiene freschi e pronti per il nuovo giorno e per il passo successivo nella lotta”.

Assuntina Morresi

Eutanasia: le regole di quale gioco?

Raramente vado al cinema. Curiosamente due dei film che ho visto negli ultimi tempi avevano molto in comune: Departures (di Yōjirō Takita, Giappone 2008) e Still Life (di Uberto Pasolini, Gran Bretagna-Italia 2013). Nel primo si racconta la storia di un musicista che, perduto il posto di lavoro, si rassegna a fare l’imbarazzante ma umanissimo lavoro di curatore dei corpi dei defunti in vista dell’ultimo saluto. Nel secondo il protagonista è un timido funzionario del comune di Londra, il cui compito è organizzare i funerali delle persone che muoiono sole, più sole di Eleonor Rigby, cercando di reperire qualche parente o amico, e in caso di insuccesso scrivendo lui stesso un piccolo discorso di addio ottenuto riannodando le poche tracce trovate nella casa. La morte non è solo il contesto dei racconti, ma anche il loro tema principale, in un modo che non voglio riferire per non rovinare la scoperta di chi vorrà vederne l’uno o l’altro, affittandolo o scovandolo in qualche cinema d’essai.

Non rovino però la visione dicendo che, malgrado qualche difetto, sono due bellissimi film, profondi e commoventi, che riescono perfettamente a mostrare come la morte, con tutto il dolore che essa porta con sé, faccia inseparabilmente parte dell’esperienza umana. Epicuro diceva che la morte non esiste, perché quando ci siamo noi non c’è lei e quando c’è lei non ci siamo noi: ottima dimostrazione di come i filosofi corrano il rischio, per la voglia d’essere più profondi degli altri, di dire grandi sciocchezze. È esattamente il contrario: la morte esiste quando ci siamo noi, quando siamo in grado di pensarla, affrontarla, soffrirla, temerla, ricordarla. Essa getta più luce su questa limitata vita, che non è il luogo di infiniti e annoiati tentativi, o lo spazio per accumulare più esperienze possibile, ma il tentativo fragile e prezioso di perseguire un qualche fine ultimo che dà senso a tutto ciò che facciamo. Non è un caso che gli antropologi si dichiarano certi della presenza di esseri umani nelle epoche preistoriche quando trovano le sepolture, la percezione cioè della realtà della morte e il suo inserimento in forme simboliche della civiltà, magari nel punto in cui le religioni aggiungono le loro consolazioni, o nel punto in cui, più laicamente, gli interrogativi si spengono e rimane soltanto l’amarezza della percezione di un’ingiustizia. È per questo che la morte non genera solo delusione e disperazione, e non solo capitoli nei libri di medicina, ma anche filosofie, poesie, canzoni, preghiere: come se fosse il punto visuale, triste ma inevitabile, da cui finalmente si può capire qualche piccola cosa di «questa terra dolorosa, drammatica e magnifica» sulla quale ognuno chiuderà gli occhi.

Pensare alla morte serve a capire la vita: così hanno detto innumerevoli filosofie. Ma serve anche a capire (è una tautologia) la morte stessa. Sarebbe bello che questi due film (e tanti altri, ovviamente) fossero visti per esempio quando periodicamente si discute la legalizzazione dell’eutanasia come una scelta di civiltà. Certo, i progressi vertiginosi della medicina, che permettono una vita molto più lunga che in altri tempi, uniti con un’insana mentalità pronta a cercare colpe dei medici ogni volta che tristemente qualcosa non va come desiderato, rendono comprensibile il tentativo di cercare soluzioni in cui la morte non sia una variabile aleatoria e inquietante, ma l’esito di un protocollo sicuro e accessibile. Davvero una soluzione? Ma il punto cruciale è che l’eutanasia di Stato, dovunque è stata introdotta, ha portato a questo effetto principale: a convincere sempre più i malati, gli anziani, i depressi, che è meglio che si tolgano di mezzo. Quale altro risultato può avere una legge che a nome della collettività sussurra: «pensaci bene, ci sono buoni motivi per cui tu puoi volere farla finita»? Evidentemente una certa cultura tiene tanto a questo «togliersi di mezzo» che cominciano apertamente i tentativi per estenderlo (basta leggere i giornali) anche a minorati mentali, bambini, detenuti pericolosi: categorie alle quali la legge non riconosce il potere di compiere autonomamente atti giuridicamente rilevanti, ma alle quali sarebbe concesso decidere di togliersi di mezzo ed essere aiutati a farlo. Si tratta di estendere una libertà, no? O forse il termine stesso «libertà» ha qui un suono falso?

Viene allora un bruttissimo dubbio: che sostenere l’eutanasia così intesa significa aver interiorizzato le regole del gioco di una società ostaggio del mercato, per la quale l’eutanasia legalizzata è un ottimo investimento. Un kit per l’eutanasia (laddove è legale venderlo, ovviamente) costa solo 60 euro in farmacia, qualsiasi cura costa molto di più, è uno spreco che non ci possiamo permettere. E soprattutto costa di più lo sperpero di stare vicini ai malati, non farli sentire soli, e costa di più lo sperpero di stare vicini a sé stessi, di fare i conti con la vita e con la morte, arrendendosi al fatto che ognuno di noi esiste in un contesto di realtà e di affetti del quale non è padrone e che (qualsiasi cosa stabiliscano le leggi) non può creare o disfare. Ma c’è chi pensa che questi sprechi e questa resa significhino una libertà più profonda, più vera, più umana. Pensare alla morte significa anche questo.

Giovanni Salmeri

(Presidente del Corso di laurea in Filosofia, Università di Roma Tor Vergata)

4 maggio 2015

Il nichilismo dei tulipani. “L’Olanda ha perso la voglia di vivere”

eutanasianewsweekRoma. L’Olanda, con la sua gravità moralistica nella rivoluzione del costume, dove le libertà si sono sempre rifiutate di rimanere clandestine e di accettare una qualsiasi scissione tra pratica e principio, si conferma essere quella specie di piattaforma dove si proclama, propugna ed esemplifica, con spirito calvinista, il diritto di ognuno di seguire le proprie tendenze. Compresa la morte. “Death becomes them”. Così l’ultima copertina del settimanale americano Newsweek racconta l’eutanasia fuori controllo in Olanda, un paese che “ha perso la voglia di vivere”. Una inchiesta magistrale sul grande malato culturale d’Europa.

L’Olanda è la patria di origine di movimenti contestatori che hanno scandito la nostra epoca. A cominciare dai provos, i “folletti” raccolti attorno a Roel van Duyn e Jasper Grootveld, che piantavano alberelli per le strade, che sfamavano i gatti randagi, che si facevano fotografare nudi in un bosco dalla rivista Vrij Nederland, che chiedevano la decentralizzazione del potere, la socializzazione degli alloggi, delle terre e dei servizi, il ripristino di un ambiente biologico sano, che volevano la “rivoluzione finale e alla libertà assoluta”, contro “uno dei mali peggiori dell’umanità, l’inibizione”. E poi, nel campo della chiesa, con il catechismo più progressista d’Europa, perché in Olanda la contestazione cattolica si è condensata, erigendo, di fronte a Roma, un tribunale dissidente. E poi nel campo dell’erotismo con i sexy shops, per non parlare delle droghe.

Guido Piovene definì l’Olanda “la negazione, implicita o esplicita, dell’esistenza del peccato individuale. Per dirlo in una formula, è il congiungimento di Padre Teilhard con Marcuse, sotto lo sguardo di Calvino”. Adesso arriva il primato della “dolce morte”. Secondo un rapporto della Reale Associazione Medica Olandese, 650 bambini sono morti nel 2013 a seguito della legge sull’eutanasia. Due bambini uccisi o lasciati morire ogni giorno. E’ il volto oscuro e tristemente velato che Newsweek sbatte in copertina, quello di una splendida monotonia d’alberi, fiori, nuvole e acque ferme o correnti, un paese laborioso, benestante, socialmente avanzato, che cresce a vista d’occhio sebbene non abbia ricchezze naturali, dove non si fanno scioperi o serrate, dove l’assenteismo è basso, ottimi sono i servizi sociali, il fisco non guarda in faccia neppure la Regina, ma che sembra aver perso il gusto per la vita.

Quello che accade in questo minuscolo e popolatissimo angolo di Europa, dove la secolarizzazione ha come compiuto fatalmente un ciclo completo, può accadere altrove. Per dirla con il giornalista britannico Douglas Murray, “dove l’Olanda va, gli altri paesi europei seguono”.  Nel 2013, secondo i dati più recenti, 4.829 persone in Olanda hanno scelto di morire. Il triplo delle persone rispetto al 2002. Gli olandesi non devono fornire prove di una malattia terminale per consentire ai medici di “aiutare” il paziente a suicidarsi. L’eutanasia è praticati a chi è “stanco di vivere”, chi ha la malattia di Lou Gehrig, la sclerosi multipla, la depressione o la solitudine. Nelle nuove linee guida della Royal Dutch Medical Association l’eutanasia è concessa anche a chi ha “disturbi mentali e psico-sociali”, come “perdita di funzionalità, la solitudine e la perdita di autonomia “come criteri accettabili per l’eutanasia”. Il documento sostiene che il “concetto di sofferenza” è “ampio” rispetto alla sua interpretazione e include “disturbi della vista, dell’udito e della mobilità, cadute, confinamento a letto, affaticamento, stanchezza e perdita di fitness”. A Zonneveld c’è l’associazione per il “diritto di morire”. Erano 120 mila gli iscritti nel 2010. Oggi sono 160 mila. In media, scrive Newsweek, “tra i 30 ei 50 cittadini olandesi firmano ogni giorno”.

L’eutanasia è cresciuta assieme alla scristianizzazione del paese. Recenti studi dimostrano che il tasso di secolarizzazione in Olanda è stato più rapido e intenso che in qualsiasi altro paese del mondo. E questo calo è avvenuto proprio negli anni in cui il neocattolicismo olandese irrompeva con tanta foga sulla scena del mondo, con la parola d’ordine di modernizzarsi, storicizzarsi, andare incontro alla cultura d’oggi.

Nichilismo gaio

Perciò l’Olanda è un test di valore mondiale. Perché nei giorni scorsi è diventato il primo paese al mondo dove gli atei superano di numero i credenti. Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, ha detto che ogni anno sessanta chiese chiudono, oppure sono vendute o demolite. Delle settemila chiese esistenti in Olanda, quattromila sono classificate come “monumenti”, e le altre, sempre più disertate dai fedeli, cambiano destinazione d’uso. Dal 1970 al 2008, 205 chiese in Olanda sono state demolite e 148 convertite in librerie, caffé, palestre, appartamenti e moschee (l’islam è già la prima religione ad Amsterdam).

 E’ l’esito dei provos che si definivano “una fungaia che si nutre del succo dell’albero morente della vecchia società olandese” e che lanciarono l’appello al “gioco” (usando l’aggettivo “ludiek”, scherzoso, come una parola d’ordine). Un gaio nichilismo che oggi si specchia nella ricerca condotta su mille medici olandesi: l’86 per cento, scrive Newsweek, è disposto a impartire l’eutanasia anche a chi malato terminale non è, ma ha perso i motivi per vivere. 42 olandesi che soffrivano di patologie psichiatriche non terminali sono stati messi a morte nel 2013. Erano stati 14 nel 2012. Un aumento del trecentoventi per cento.
I dati drammatici sull’eutanasia ci parlano di questa mescolanza olandese esplosiva di impegno moralistico e di esigenze libertarie, anzi di impegno moralistico nelle richieste libertarie. Questa via olandese alla libertà è come un sasso che la gente continua a rodere, a costo anche di ferirsi le labbra.

Equivoci a proposito di duplice effetto e accanimento terapeutico

accanimentoDottoressa Navarini, gradirei molto un suo autorevole parere sul Singer, in generale ed, in particolare, su due tesi che quest’ autore sostiene, in buona compagnia con alcuni campioni nostrani del “pensiero laico” come Uberto Scarpelli, Eugenio Lecaldano e Maurizio Mori. La prima: gli stessi difensori del paradigma della sacralità-indisponibilità di ogni vita umana, di fronte a situazioni particolarmente difficili, introducono surrettiziamente definizioni e distinzioni tali che li portano a contraddirsi e, agendo in modo incoerente con la loro convinzione dichiarata, optano, effettivamente, per l’ alternativa radicale sostenuta da Singer e soci, ovvero quella della preminenza della qualità-disponibilità della vita. Usando le stesse parole di Singer: “Hanno ridefinito la morte, in modo da giustificare la rimozione di cuori ancora pulsanti da corpi caldi e respiranti, e il loro trapianto in individui con prospettive migliori, dicendo a se stessi di non fare altro che prelevare organi da un cadavere. Hanno introdotto la distinzione tra mezzi terapeutici ordinari e straordinari, e questo ha consentito loro di persuadersi che la loro decisione di togliere il respiratore a una paziente in stato di coma irreversibile non ha nulla a che fare con la bassa qualità della sua vita. Somministrano ai malati terminali dosi massicce di morfina che sanno avere l’ effetto di accelerare la morte, ma dicono che questa prassi non può definirsi una forma di eutanasia, in quanto la loro intenzione dichiarata è solo quella di alleviare il dolore. Destinano al non trattamento i neonati affetti da menomazioni gravi e fanno sì che muoiano, senza per questo considerarsi responsabili della loro morte….Prendere sul serio l’ idea che la vita umana è ugualmente degna di cura e sostegno indipendentemente dalla sua capacità di coscienza vorrebbe dire escludere dalla medicina non solo i giudizi espliciti sulla qualità della vita, ma anche quelli impliciti e mascherati. E allora ci toccherebbe fare sempre del nostro meglio per prolungare indefinitamente la vita di bambini anencefalici o affetti da morte corticale e quella di pazienti in stato vegetativo persistente”.

La seconda, esplicitata da Lecaldano, afferma non solo la contraddittorietà teorica, ma anche l’ inefficienza e la sterilità operativa della difesa ad oltranza della sacralità della vita. Questo significherebbe che solo tenendo fermo il concetto di qualità della vita si potrebbero: 1 – ricavare gradazioni e giudizi comparativi, (certe vite risulterebbero meriterebbero di essere vissute, altre meno…);
2 – affrontare le questioni onerose e difficili sollevate dalla pratica clinica e dalla giustizia sanitaria (ad esempio come distribuire la spesa medica o quali individui privilegiare, nei casi di interventi ugualmente necessari ed urgenti). La ringrazio molto per l’ attenzione che potrà dedicarmi, mi congratulo e le formulo i migliori auguri per la sua preziosissima attività.
Stefano P., Rovigo

Caro Stefano, i suoi quesiti toccano un punto fondamentale della riflessione bioetica, ovvero la distinzione tra sacralità e qualità della vita umana. Come lei correttamente nota, una delle accuse più frequentemente mosse dai sostenitori della seconda è quella dell’ipocrisia, che lei illustra con le parole di Singer nella prima tesi.

E su questa vorrei soffermarmi, rinviando – per un giudizio più generale sul pensiero di Singer – ad un mio articolo apparso in questa stessa rubrica alcuni mesi fa (C. Navarini, Profezie rivelatrici della cultura di morte, ZENIT, 4 dicembre 2005). L’obiezione di Lecaldano, in quanto direttamente conseguente dai presupposti della prima tesi, risulterà poi facilmente confutabile.

Autori come Peter Singer (ma potrei indicare molti altri, fra cui gli autori da lei richiamati) si attardano lungamente nel tentativo di mostrare che anche la Chiesa avrebbe mutato il suo pensiero e la sua valutazione etica riguardo molte questioni bioetiche, soprattutto attraverso un uso “opportuno o opportunista” del principio etico del “duplice effetto” (cfr. ad es. D. Neri, Eutanasia. Valori, scelte morali, dignità delle persone, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 69-87).

Tale principio, invero utilizzato in teologia e in filosofia morale da molto tempo, si enuncia sostanzialmente così: “è lecito compiere un’azione (o ometterla deliberatamente) anche quando questa scelta comporta (…) un effetto cattivo, alle seguenti condizioni: – che l’intenzione dell’agente sia informata dalla finalità positiva – che l’effetto diretto dell’intervento sia quello positivo – che l’effetto positivo sia proporzionalmente superiore o almeno equivalente all’effetto negativo – che l’intervento (…) non abbia altri rimedi esenti da effetti negativi” (E. Sgreccia, Manuale di bioetica. I Fondamenti ed etica medica, Vita e Pensiero, Milano 1999III, p. 177).

In altre parole, è lecito tollerare un effetto negativo – la cui ricerca è moralmente condannabile – come conseguenza inevitabile, prevista ma non voluta, di un atto buono che produce, direttamente e in prima istanza, un effetto positivo. In virtù di tale principio, viene riconosciuta l’assenza di responsabilità etica, ad esempio, nell’aborto involontario indiretto, cioè nel caso di un aborto che seguisse al tentativo di salvare la vita della madre. Potrà essere un trattamento farmacologico (ad esempio una chemioterapia), o un intervento alle vie genitali femminili eseguito non già per eliminare il feto, ma per asportare un tumore uterino (cfr. J. de Finance, Etica generale, Tipografica Meridionale Cassano Murge [Bari] 1994, p. 337).

Allo stesso modo, laddove un morente sia stremato da dolori intollerabili, è lecito somministrargli analgesici in dosi efficaci a lenire il dolore, anche se ciò comportasse una lieve anticipazione della morte. Lo diceva già papa Pio XII nel 1957, invocando appunto il principio del duplice effetto; il passaggio è riportato testualmente nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona” della Congregazione per la Dottrina della Fede (1980, parte III): “Ad un gruppo di medici che gli avevano posto la seguente domanda: La soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici… è permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente (anche all’avvicinarsi della morte e se si prevede che l’uso dei narcotici abbrevierà la vita)? , il Papa rispose: Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali: Sì (Pio XII, Allocutio, die 24 febr. 1957: AAS 49 [1957] 147). In questo caso, infatti, è chiaro che la morte non è voluta o ricercata in alcun modo, benché se ne corra il rischio per una ragionevole causa: si intende semplicemente lenire il dolore in maniera efficace, usando allo scopo quegli analgesici di cui la medicina dispone”.

A dire il vero le attuali possibilità farmacologiche rendono l’evento dell’anticipazione della morte per l’uso di analgesici oppiacei sempre più improbabile e controllabile, ma – al di là dei casi specifici – resta il principio etico di fondo, che ricorre più spesso di quanto si creda anche nelle scelte quotidiane. Sgreccia lo applica alla farmacologia in genere: “come la terapia farmacologica porta con sé spesso effetti secondari collegati all’effetto terapeutico principale direttamente inteso, così capita spesso nell’esperienza morale che ad un’azione buona e, talora, anche necessaria, siano collegate prevedibili conseguenze negative” (cfr. E. Sgreccia, Manuale…cit., p. 177).

E continua: “lo stesso lavoro quotidiano di ognuno di noi, fatto con fedeltà e assiduità (…), può comportare effetti negativi alla salute (…). Bisognerebbe uscire dal mondo o condannarsi all’inerzia per evitare ogni possibile risvolto negativo” (ibidem). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito. Perché il ricorso al principio del duplice effetto non sia appunto una forma mascherata di utilitarismo è essenziale che realmente l’effetto negativo non sia voluto né ricercato in alcun modo – nemmeno come mezzo per ottenere un fine buono – , ma sia unicamente subito come inevitabile.

Totalmente diverso è, invece, scegliere positivamente un male, anche se come mezzo per ottenere un bene o per evitare mali maggiori. Un male non può mai essere oggetto di scelta, senza connotare in modo eticamente negativo l’intero atto umano. La responsabilità morale di ciascuno, infatti, riguarda gli atti compiuti – quanto all’oggetto, ai fini, ai mezzi e alle circostanze dell’atto – e non tutte le conseguenze che da tale atto possono scaturire, soprattutto quando esse coinvolgono la libertà altrui. Sarà tuttavia doveroso fare il possibile per evitare o ridurre gli effetti negativi.

Per quanto concerne la rinuncia all’accanimento terapeutico, l’ambiguità su questo concetto è funzionale alle peggiori manipolazioni, ed è prevedibile che ciò divenga sempre più evidente nel prossimo futuro. Una delle modalità privilegiate per guadagnare il consenso dell’opinione pubblica all’eutanasia è proprio quella di incitare i cittadini a battersi contro l’accanimento terapeutico dei medici, dove però per “accanimento terapeutico” si intende la somministrazione di cure dovute a ciascuno in ogni condizione – cure assolutamente necessarie per mantenere in vita una persona – come l’alimentazione e l’idratazione artificiali, la respirazione assistita, la dialisi, le emotrasfusioni. La stessa rianimazione cardiopolmonare può essere considerata una forma di accanimento soltanto in particolari circostanze.

Ciò che qualifica un trattamento come “eccessivo” è l’intenzione di prolungare l’agonia, gravando inutilmente il malato con terapie sproporzionate rispetto alla sua situazione, che è di imminenza della morte, e non la considerazione che la vita – a certe condizioni – non sia più “degna di essere vissuta”, e che sia preferibile la morte. In questo caso, infatti, l’oggetto dell’atto non sarebbe effettivamente la rinuncia ai trattamenti gravosi, ma la scelta della morte, propria o di un paziente in fase terminale (cfr. C. Navarini, Accanimento terapeutico e amore per la vita, ZENIT, 19 marzo 2006).

Un capitolo a parte andrebbe aperto per la questione della morte cerebrale totale, che Singer definisce un modo ipocrita di eliminare i soggetti con “qualità di vita molto bassa”. Il criterio cerebrale per la diagnosi di morte vede, accanto a molti sostenitori, alcuni oppositori, che si interrogano sul valore della “compromissione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”, come previsto anche dalla legge italiana per l’accertamento della morte avvenuta (cfr. L. 578/1993). È certamente importante che la riflessione e le ricerche sul tema continuino, al fine di verificare sempre meglio l’attendibilità di tale criterio. Tuttavia, il criterio cerebrale è, allo stato attuale, ritenuto scientificamente affidabile, pertanto è sostenuto anche filosoficamente in modo del tutto onesto.

Proprio per questa ragione si pone particolare attenzione nel distinguere la morte di tutto l’encefalo come morte della persona, di contro alla sola morte della corteccia cerebrale che compromette le funzioni superiori ma non indica la morte umana. Questa differenza, per Singer, non ha alcun valore, dal momento che il suo intento – come quello in genere degli utilitaristi – è quello di usare qualunque mezzo per rigettare la millenaria visione sacrale della vita umana, una visione che ha le sue radici nella legge morale naturale accessibile a tutti gli uomini attraverso l’uso della retta ragione.

L’intento volutamente manipolatorio è esplicitato dalle parole da lei citate: “allora ci toccherebbe fare sempre del nostro meglio per prolungare indefinitamente la vita di bambini anencefalici o affetti da morte corticale e quella di pazienti in stato vegetativo persistente”. Dopo avere accusato di ipocrisia la valutazione di vari casi-limite, si cerca di far rientrare nelle stesse categorie casi completamente diversi (come l’anencefalia, la morte corticale, lo stato vegetativo) che non rientrano di per sé né nelle situazioni di accanimento terapeutico, né di morte cerebrale totale, né di ricorso al duplice effetto.

È evidentemente necessario fare di tutto per prolungare la vita dei bambini anencefalici, dei soggetti in morte corticale o in stato vegetativo persistente. Indefinitamente, se possibile. È noto che tali condizioni critiche evolvono spontaneamente verso la morte (sebbene nello stato vegetativo ciò possa avvenire dopo molti anni), configurando eventualmente situazioni di accanimento terapeutico che è bene evitare. E tuttavia il personale sanitario è tenuto a circondare queste fragili vite di tutta la cura dovuta a esseri umani bisognosi, nella consapevolezza che i limiti intrinseci della medicina e la finitezza della natura umana non possono tramutarsi in pretesti per lasciar morire o sopprimere i più deboli.

Eutanasia: la tecnica politica e’ sempre la stessa

La tecnica è sempre la stessa. Si individua un “caso pietoso”, lo si enfatizza quanto più possibile e lo si usa come grimaldello per scardinare la legislazione, soprattutto quando questa si ispira alla legge naturale e cristiana.

Accadde con il divorzio nel 1972 e con l’aborto nel 1978.
L’opinione pubblica, scossa dai “casi pietosi” agitati dalla stampa di disinformazione, approvò quelle leggi per risolvere situazioni drammatiche ed eccezionali. Dopo pochi anni però l’eccezione è divenuta la regola e il divorzio e l’aborto sono oggi motivati da qualsiasi problema di ordine psicologico. Lo stesso accadrà inevitabilmente con il suicidio/omicidio, una volta legalizzato. Lo sterminio di massa, già in corso per gli innocenti nel grembo della madre, sarà esteso agli anziani, ai malati terminali, ai disabili gravi e sarà suggerito come la migliore soluzione per far fronte fronte agli alti costi economici che devono sopportare le famiglie con anziani a carico o figli che nascono con gravi anomalie.

Se bisogna riconoscere il diritto di suicidio a chi non vuol soffrire oltre un certo limite, bisognerà riconoscere questo diritto anche alla ragazza che soffre le pene amorose o al ragazzo bocciato ad un esame di università. Chi può giudicare infatti il peso di un esperienza interiore qual’è la sofferenza?  Come dimenticare inoltre che le sofferenze morali sono spesso ben più lancinanti di quelle fisiche?
Il suicidio è giusto, o non lo è. E se lo è, lo è senza eccezione.
Esso resta l’atto con cui un uomo, di sua propria autorità, si dà volontariamente la morte. Questo gesto è il più folle di quelli che un individuo possa commettere. Folle al punto che spesso viene attuato in momenti di offuscamento delle facoltà mentali e l’uomo che lo compie non è consapevole e responsabile del suo gesto.

C’è un altro punto da chiarire: il suicidio assistito non ha niente a che vedere con il rifiuto dell’accanimento terapeutico.
L’accanita conservazione della vita a tutti i costi non è comandata, né è raccomandabile, perché la vita non è il bene supremo degli uomini e, secondo il Vangelo, «chi ama la sua vita la perderà» (Mt, 10, 39; Gv, 12, 25). È lecito dunque rifiutare quelle cure mediche straordinarie che oggi vanno sotto il nome di “accanimento terapeutico”. Ma il rifiuto dell’accanimento terapeutico è ben diverso dalla ricerca volontaria e diretta della morte che si compie con l’eutanasia.

Un esempio fu Piergiorgio Welby: avrebbe avuto il diritto di rifiutare l’uso delle macchine per rimanere in vita. Questa decisione avrebbe potuto accelerare la sua fine ma non avrebbe avuto come conseguenza diretta e immediata la morte. Nessun medico sarebbe stato in quel caso un omicida, né Welby un suicida. Il medico che oggi staccasse la spina sarebbe invece colpevole di morte direttamente procurata. Nessun fine, nessuna intenzione, può giustificare un atto che è in sé oggettivamente iniquo. E ogni atto oggettivamente finalizzato a procurare la morte di sé o di altri viola uno di quei principi irrinunciabili della nostra civiltà che non solo discendono dal Decalogo, ma sono radicati nella coscienza sociale di tutti i popoli.
Corrispondenza Romana

10 ragioni contro il suicidio assistito

01-eutanasia-abusi1.Il suicidio assistito trasforma i medici in assassini L’Associazione Medica Americana rifiuta il suicidio assistito nei seguenti termini: “Permettere ai medici di partecipare a un suicidio assistito potrebbe causare più male che bene. Il suicidio medicalmente assistito è fondamentalmente incompatibile con il ruolo del medico come guaritore, sarebbe difficile o impossibile da controllare e potrebbe comportare gravi rischi sociali”.

2.Il suicidio assistito mette in pericolo i più deboli e più vulnerabili Ovunque il suicidio assistito sia stato già legalizzato, le misure di salvaguardia per proteggere i malati si sono rivelate inadeguate, annacquate o eliminate nel corso del tempo. Le persone che meritano l’aiuto della società vengono invece trattate come beni mobili alle quali dare la morte.

3. Le leggi sul suicidio assistito creano un consenso generale a uccidere La legislazione che permette alle persone di porre fine alla propria vita crea automaticamente incentivi per cercare la morte come opzione di risparmio dei costi. Gli anziani e gli infermi sono visti come un peso e possono essere facilmente smaltiti. Il suicidio diventa la via più facile.

4. Chiamiamolo per quello che è: un suicidio Sotto il falso pretesto della ‘compassione’ vengono utilizzati tutti i tipi di eufemismo per far passare questa pericolosa legge in America – frasi come “aiuto a morire”, “opzioni di fine vita” e “morte dignitosa”. Ma è inutile girare intorno alla verità: queste leggi permettono ai medici di somministrare farmaci progettati per facilitare il suicidio. Cosa ancora più insidiosa, i farmaci letali sono falsamente etichettati come “farmaco”, mentre sono progettati per fare l’esatto opposto di qualsiasi vera medicina.

5. Le leggi sul suicidio assistito sono ingiuste nei confronti delle persone disabili La stragrande maggioranza di coloro che richiedono il suicidio assistito in Oregon non l’ha fatto a causa del dolore, ma per la perdita delle capacità funzionali. La mentalità che giustifica la pratica del suicidio assistito identifica la disabilità con una “perdita di dignità”. Ma, ogni giorno, migliaia di disabili americani si basano su l’aiuto di terzi, senza alcuna perdita di dignità.

6. La leggi sul suicidio assistito portano all’eutanasia L’eutanasia, definita come “la pratica di porre fine intenzionalmente a una vita, al fine di eliminare il dolore e la sofferenza”, è arrivata, ovunque, subito dopo l’emanazione delle leggi sul suicidio assistito. Diversamente dalla persona sofferente che richiede il suicidio assistito, l’eutanasia è amministrata da altri, con o senza il consenso del paziente. Il Dottor Herbert Hendin ha scritto sul Psychiatric Times un riassunto di quello che è successo nei Paesi Bassi: “I Paesi Bassi sono progressivamente scivolati dal suicidio assistito all’eutanasia, dall’eutanasia per i malati terminali a quella per i malati cronici, dall’eutanasia per malattia fisica all’eutanasia per disagio psicologico e dall’eutanasia volontaria all’eutanasia involontaria (denominata ‘cessazione del paziente senza esplicita richiesta’).”
Di fatto, in Olanda oggi si uccidono i pazienti e i bambini nati con deformità.

7. Le leggi sul suicidio assistito mettono i poveri a rischio Quanti sono senza risorse economiche sono quelli più a rischio nei confronti di questa legge pericolosa. Il suicidio diventa l’alternativa a basso costo per i poveri che non possono permettersi cure costose e farmaci. Approvando la legge sul suicidio assistito, lo Stato prende interesse a promuovere il suicidio dei suoi cittadini, al fine di risparmiare denaro. In realtà, molte compagnie di assicurazione favoriscono anche il suicidio assistito, perché fa risparmiare loro un sacco di soldi.

8. Fa pressioni sul morente affinché ponga fine alla propria vita Quelli che affrontano una malattia terminale sono spinti a prendere la via più facile. Il “non essere un fardello” diventa una potente tentazione per porre fine alla propria vita. Invece di coltivare il tramonto della vita, gli ultimi momenti di una persona malata terminale sono deliberatamente abbreviati. Le leggi di questo tipo permettono anche ai parenti e ai familiari di uccidere al fine di accedere all’eredità e di approfittare della situazione.

9. 3,4 milioni di infermieri si oppongono al suicidio assistito L’Associazione Americana degli Infermieri, che rappresenta 3,4 milioni di infermieri, ha chiaramente affermato che: “… L’infermiere non dovrebbe partecipare al suicidio assistito. Tale atto viola il Codice degli infermieri […] e le tradizioni etiche della professione.”

10. Le leggi sul suicidio assistito sono contro la legge di Dio La pratica del suicidio va contro il 5 ° comandamento: “Non uccidere”. Questo comandamento proibisce l’omicidio di se stessi o l’uccisione altrui. Lo Stato non ha il diritto di approvare leggi contrarie alla legge morale e divina. E tutte le persone di buona volontà devono respingere con fermezza il suicidio assistito e difendere la moralità e la retta ragione.

Sapete qual è la differenza tra civiltà e barbarie? La differenza è il rispetto della legge naturale. Anche i pagani sapevano quanto la legge naturale fosse radicata nella nostra natura umana razionale. Tendiamo a fare il bene ed evitare il male.

Così, per uccidere se stessi o per “aiutare” un’altra persona a uccidersi, frantumiamo tale principio fondamentale del diritto naturale e apriamo la strada a una nuova “età della pietra” del “cane mangia cane” ferocemente barbarica.

E – come dimostra la storia – il divario tra “suicidio assistito” e suicidio obbligatorio può essere molto stretto.

Chi può garantire che legalizzare oggi il “suicidio assistito” non prepari la strada a una nuova versione dei forni crematori di Auschwitz domani?

Cordialmente,

Ogni persona, anche demente, merita rispetto e cure appropriate fino alla morte

No all’eutanasia alle persone affette da demenza. È una posizione chiara e netta quella espressa oggi dai vescovi del Belgio in una dichiarazione pubblicata sui due principali quotidiani del Paese – lo “Standaard”, in fiammingo, e “La libre belgique”, in francese – contro la proposta di legge sull’ampliamento dell’eutanasia per le persone in condizioni di demenza che abbiano precedentemente indicato le loro volontà in una dichiarazione anticipata.

Nel documento, ripreso dalla Radio Vaticana, la Conferenza Episcopale belga (Ceb) analizza il contesto attuale molto complesso, in cui l’invecchiamento della popolazione porta ad un aumento dei casi di demenza, di handicap mentale profondo, così come di pazienti in coma o in fase terminale.

Prendesi cura di tutti questi malati – sottolineano quindi i presuli – “risponde ad una scelta puramente etica” e non economica, perché “un essere umano, pur colpito da demenza, rimane una persona fino alla sua morte naturale”.
Per questo, “la dignità umana non può dipendere dal possesso o meno di determinate capacità”: essa – affermano – “è legata, in modo inalienabile, al semplice fatto di appartenere alla specie umana”. Pertanto “ogni persona, anche in stato di demenza, merita rispetto e deve ricevere, di conseguenza, le cure appropriate”.

La Ceb si sofferma quindi sul concetto di autonomia della persona, un principio importante purché non diventi “individualismo eccessivo” e purché ogni atto non sia considerato un bene “per il solo fatto che è il frutto di una scelta autonoma”.

“Gli individui non sono isole  – ribadiscono i vescovi – e ciascun essere umano vive in un ambiente sociale, culturale, storico e relazionale”. Ancor di più in un’ottica cristiana, secondo cui “gli esseri umani sono fratelli e sorelle, in quanto legati al medesimo Padre”.

Il documento prosegue quindi scandagliando il tema della “qualità della vita”, della quale – si legge – “è difficile dare una definizione obiettiva”. Nei confronti delle persone affette da demenza, infatti, “il rischio è di proiettare sul paziente le preoccupazioni e le angosce” di chi gli sta accanto. Al contrario, il primo principio da considerare è quello de “la responsabilità etica di prendersi cura” di simili malati.

I vescovi belgi denunciano inoltre “il clima eutanasico” che è andato crescendo nel Paese a partire dal 2002, anno dell’entrata in vigore della legge sull’eutanasia per gli adulti. Da allora, ricordano, “i limiti normativi sono stati sistematicamente trasgrediti ed il ventaglio di pazienti che possono rientrare in questa legge non cessa di ampliarsi”.

La “dichiarazione anticipata” richiesta ai pazienti che vogliono un aiuto a morire, poi, presenta alcuni punti critici: ad esempio, un criterio discriminante riguarderebbe l’impossibilità da parte di un malato di demenza a riconoscere i propri familiari, come se “la perdita della capacità cognitiva comportasse anche la perdita dell’identità individuale”.

Ma i vescovi si oppongono “risolutamente” ad una simile considerazione, poiché “la perdita di autonomia non è affatto sinonimo della perdita di dignità” della persona umana. Lanciano dunque un appello affinché la società continui a prendersi cura dei più vulnerabili attraverso tecniche diagnostiche precise e cure palliative adeguate anche in fase terminale, perché “il livello morale della società si misura in base al trattamento che riserva ai suoi membri più deboli”. Mai, infatti, “in una società autenticamente umana, il nostro prossimo può diventare un peso inutile”, afferma la Ceb.

La risposta è solo “quella dell’amore” che “testimonia una solidarietà incondizionata”, perché “non è la porta dell’eutanasia che si deve aprire ulteriormente, ma quella della fraternità e della solidarietà”.

Io, medico, che cura, accompagna e non vuole né vorrà uccidere

In merito alla discussione della legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, le Dat, sto seguendo il dibattito con attenzione e trepidazione. Sì, trepidazione, perché per chi lavora nell’ambito sanitario questa legge è tanto attesa. Certo, non credo che una legge possa toglierci tutti i problemi di coscienza nei singoli casi che incontriamo tutti i giorni, ma almeno ci può indirizzare e sostenere in certe decisioni difficili. Sono felice che ci siano politici ed esperti in legge che si stanno adoperando affinché non vengano approvati emendamenti che possano in qualche modo introdurre l’eutanasia passiva nel nostro Paese; li ringrazio per il loro lavoro perché non vorrei mai dovermi trovare nella situazione di dovere, per legge, accogliere la richiesta di un suicidio assistito. Tuttavia il termine “fine vita” è molto ampio e chi vuole affrontarlo deve, sì, conoscere la bioetica e le più aggiornate nozioni scientifiche, ma anche spendere del tempo accanto ai tanti malati nei reparti di degenza, nelle case di riposo, nell’assistenza domiciliare, e ascoltarli.

Mi riferisco all’ultimo intervento pubblicato di Raffaele Calabrò. Faccio una piccola premessa. Ho iniziato il mio lavoro di medico circa 10 anni fa, con un’esperienza di due anni in Africa. Lì ho vissuto il profondo senso di frustrazione di fronte alle morti per l’ingiustizia sociale; quante vite si sarebbero potute salvare se solo avessero avuto accesso alle cure di un Paese più avanzato, ne ricordo ancora i volti. Sono poi rientrata in Italia, per svolgere il mio lavoro di ogni giorno: geriatra ospedaliero. Le assicuro che la frustrazione che ho cominciato a vivere qui, dove tutte le cure sono disponibili, è stata un’altra, totalmente opposta: l’accanimento terapeutico, la perdita di dignità nel fine vita, una medicina che deve essere sempre vittoriosa, e quindi deve fare tutto il possibile fino alla fine (forse perché non vogliamo sentirci “responsabili” di una morte), senza ascoltare il malato, che, vi assicuro, “parla” anche negli stadi terminali di una demenza, se solo lo vogliamo ascoltare. Per fortuna negli ultimi anni le cure palliative stanno assumendo sempre più importanza e molte associazioni mediche si stanno muovendo con documenti e linee di indirizzo per aiutarci a scegliere il percorso clinico migliore nelle tante forme di terminalità che stanno aumentando in numero (pensiamo alle demenze in fase terminale, le insufficienze cardiache o respiratorie in fase terminale, etc).

Per questo non posso accettare che si metta in un unico calderone “eutanasia” e “cure di fine vita”. Facendo questo si cade nell’ideologia. Non si può dire che «idratazione e alimentazione» sono «forme di sostegno vitale necessarie e fisiologicamente indirizzate al nutrimento e ad alleviare le sofferenze del soggetto in stato terminale». Bisogna essere precisi, e dire che è diversa la situazione di un coma vegetativo o di un ictus in fase stabilizzata rispetto ad una condizione di terminalità in una patologia cronica degenerativa. Altrimenti si crea confusione anche nei familiari dei malati, che leggono questi slogan e poi si trovano a dover affrontare decisioni difficili con tanti scrupoli.

Un malato terminale non va certo abbandonato, ma l’alimentazione artificiale può essere futile o addirittura dannosa in fase terminale. Allo stesso modo l’idratazione è addirittura dimostrato che peggiora i sintomi negli ultimi giorni di vita. Da cristiana, nel mio lavoro, mi sento in obbligo di aiutare le persone in fase terminale ad andare incontro alla morte con dignità, con la libertà di dire anche di no a interventi medici per loro sproporzionati, non perché vogliano suicidarsi, ma perché hanno già portato la loro croce a lungo e con dignità e sanno capire quando è giunto per loro il momento in cui vengono chiamati a lasciare questa vita. In una società dove non si sa più affrontare la morte (le assicuro che sempre più trovo familiari di anziani con più di 90 anni in difficoltà ad accettare la morte del familiare, come se non avessero mai pensato che prima o poi questa vita ha una fine), dobbiamo abbandonare l’idea di una medicina che può tutto e salva tutti a ogni costo e passare a una medicina che sappia accompagnare, con discrezione e rispetto, i malati in fase terminale. Abbiamo bisogno di una legge che dica di no all’eutanasia da una parte, ma che permetta anche di dare dignità alle persone nelle situazioni di terminalità.
Cordiali saluti, Barbara D. medico

Fine-vita: cosa dice il magistero cattolico

In questi giorni, purtroppo, è in discussione presso la Commissione Affari Sociali della Camera un disegno di legge dal titolo “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”, testo che approderà alla discussione in Aula, con ogni probabilità, verso la fine di questo mese, con il rischio che diventi la porta da cui verra’ introdotta in Italia l’eutanasia, presumibilmente tramite sentenza che ampliera’ la casistica della legge in discussione.

Collegati alla fase del fine-vita temi particolarmente “sensibili” dal punto di vista etico: proporzionalità delle cure, accanimento terapeutico, direttive anticipate di trattamento, eutanasia ed altri.
Temi che, da decenni ormai, impegnano anche il pensiero cattolico – con le sue varie espressioni e sensibilità – in uno sforzo sincero di comprensione ed approfondimento, alla ricerca di strade moralmente giustificate e percorribili nelle scelte operative, sia da parte dei pazienti che degli operatori sanitari che li hanno in cura, possibilmente in modo concordato e condiviso.
Sul fronte cattolico, al di là di slogan e frasi fatte – solitamente buoni compagni di chi predilige un approccio ideologico e superficiale – cosa ha veramente indicato su questo tema il magistero della Chiesa, per sostenere ed illuminare la coscienza dei fedeli (e di ogni persona di buona volontà)?
Negli ultimi settant’anni, sono quasi una decina i pronunciamenti principali che, sotto diverse angolature, si sono occupati di questa tematica. In ordine cronologico: Pio XII, Disc. Risposte ad alcuni importanti quesiti sulla “rianimazione”, Congresso di anestesiologia (24-11-1957); Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruz. Iura et Bona (1980), parte IV; Pontificio Consiglio “Cor unum”, Dans le cadre. Questioni etiche relative ai malati gravi e morenti (27-6-1981), n. 2.4, 7.2-3; Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti ad un corso internazionale di aggiornamento sulle preleucemie umane, (15-11-1985), n. 5; Giovanni Paolo II, Catechismo della Chiesa Cattolica (1992), n. 2278; Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium Vitae (1995), n. 65; Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari, Carta degli Operatori Sanitari (1995), nn. 63-65; 119-121; Giovanni Paolo II, Disc. ai partecipanti al Congresso Internazionale sullo stato vegetativo (2004), n. 4; Congregazione per la Dottrina della Fede, Risposte a quesiti della conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali, con Nota di commento (2007).
Non è certo questa la sede opportuna per un’analisi approfondita dei contenuti di questi singoli documenti. È forse possibile, però, tentare di ricostruirne – in modo schematico – il messaggio di fondo e i punti fermi che lo sostengono.
L’essere in vita, per la persona umana, costituisce un bene primario, essendo condizione di possibilità per il pieno sviluppo di tutti gli altri beni personali. Un tale bene, dunque, merita di essere tutelato e promosso prima di tutti gli altri. Ma al tempo stesso va ricordato che la vita fisica non è un bene “assoluto”, essendo anch’essa subordinata alla finalità ultima della persona: la pienezza della vita eterna.
In questo quadro, l’essere in buona salute ovviamente rappresenta per la persona una condizione generalmente favorevole alla sua realizzazione e, in quanto tale, un bene utile, anch’esso orientato alla finalità ultima dell’essere umano.
Ne deriva, sul piano etico, che ogni persona (e chiunque ha il compito di prendersene cura) ha il diritto/dovere, soprattutto in caso di malattia grave, di intraprendere le cure necessarie per conservare, nei limiti del possibile, vita e salute. Tale dovere sussiste verso se stessi, verso Dio, verso la comunità umana, verso determinate persone (es. familiari).
Ma questo dovere non obbliga, generalmente, che all’impiego dei “mezzi ordinari” (secondo le circostanze di persone, di luoghi, di tempi, di cultura), vale a dire dei mezzi che non comportano alcun carico straordinario per se stessi o per gli altri. “Un obbligo più severo sarebbe troppo pesante per la maggior parte degli uomini, e renderebbe troppo difficile il raggiungimento di beni superiori più importanti” (Pio XII).
In una data situazione clinica, dunque, ciascuno ha il dovere etico di conservare la propria vita e salute mediante interventi clinicamente appropriati (o “tecnicamente proporzionati”, in base al giudizio medico del personale sanitario). Tali interventi, per il paziente (secondo il suo stesso prudente giudizio), devono anche risultare “ordinari”, cioè non comportare per lui un pesante aggravio fisico o psicologico.
La nutrizione e idratazione artificiali – se clinicamente appropriate – in linea di principio sono presidi moralmente obbligatori; ma non si può escludere in assoluto che, nella data situazione clinica, esse risultino inefficaci nella loro funzione propria (nutrire ed idratare) oppure di pesante aggravio psico-fisico per il paziente. In tal caso, cessano la loro obbligatorietà morale.
Resta invece costante e netta la condanna morale di ogni atto propriamente eutanasico (che si configura come tale per la contemporanea presenza di due fattori: uso di un mezzo atto a provocare la morte, intenzione diretta di provocare anticipatamente la morte) e di ogni forma di suicidio assistito.
Allo stesso modo, è eticamente riprovevole l’insistenza in atti medici clinicamente non appropriati (il cosiddetto “accanimento terapeutico”).
Da questi valori e punti fermi del Magistero cattolico si può ripartire, per ogni ulteriore riflessione e approfondimento, resi talora necessari dalla complessità dei casi clinici concreti, ciascuno peraltro espressione di una storia personale unica ed irripetibile.

Con l’eutanasia si va verso lʼabbandono terapeutico

Il 30 gennaio approderà in aula alla Camera il testo unificato sulle direttive anticipate di trattamento. La proposta di legge mira a evitare incertezze interpretative e conseguenti responsabilità del medico nei casi di rifiuto della terapia da parte del paziente. L’obiettivo, senz’altro apprezzabile, non risulta però adeguatamente supportato da un testo che scongiuri derive come la deresponsabilizzazione del medico e la trasformazione delle strutture sanitarie da presìdi di cura in luoghi dove si pratica l’abbandono terapeutico. La prima deriva, personificata in un medico che diventa esecutore della volontà del malato, si rintraccia subito nell’articolo 1, comma 5, dove si attribuisce al paziente il pacifico diritto non solo di rifiutare una terapia ma anche all’«interruzione del trattamento, ivi incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali». Tralasciando l’ovvia considerazione che un “diritto” all’interruzione di un trattamento, ove provochi la morte, non potrà mai intendersi come un ordine al medico precludendogli la possibilità di poter far obiettare la propria coscienza, emerge l’insidia I’eutanasica: se l’interruzione riguarda il sostentamento vitale la decisione del paziente è quella di morire, ma anche ove riguardasse una terapia ordinaria potrebbe configurarsi un abbandono terapeutico agli antipodi del ruolo di un medico dedito alla cura. Se, poi – come il disegno di legge indica – «ogni azienda sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge» (articolo 1, comma 10), ecco che la metamorfosi degli ospedali italiani in strutture di abbandono terapeutico è compiuta.

Anche la parte del provvedimento dedicata alle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) riproduce la vicenda del cosiddetto “testamento biologico”; un atto cioè in cui qualsiasi persona in stato di piena salute, in previsione di una futura incapacità, può esprimere le proprie convinzioni in materia di trattamenti, comprensivi di nutrizione e idratazione artificiale, e il medico sarà «tenuto al pieno rispetto» salvo che non dimostri «concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita» del paziente. Un medico, insomma, preveggente e non più intento a curare in scienza e coscienza. La quarta parte del ddl – «Pianificazione condivisa delle cure» – lascia intendere un recupero della valutazione medica della patologia e della terapia più appropriata, cosa che però viene disattesa con la previsione finale che una volta pianificato un percorso, giusto o sbagliato che sia, il medico è tenuto ad attenervisi ove il paziente versi in uno stato di incapacità (articolo 4, comma 1). In questo caso, non è consentita (come lo è, nel caso delle Dat) la possibilità di intervenire neanche davanti a «concrete possibilità di miglioramento».

La situazione non è migliorabile con qualche emendamento. L’intento della proposta appare, infatti, sin troppo chiaro nel porre il principio di autodeterminazione pressoché assoluto del paziente quale stella polare di un nuovo sistema sanitario, dove il ruolo del medico curante degrada a quello di interprete-esecutore della volontà del paziente, espungendo dal nostro ordinamento il principio solidaristico tipico delle forme di relazione nelle situazioni più fragili che sin qui ha orientato le scelte in materia di cura e di assistenza sanitaria.
Alberto Gambino
*presidente di Scienza & Vita

Due (enormi) balle per promuovere l’eutanasia

«Due delle ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia sono il fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno) e quello dei suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidipinocchioo)», si legge sul sito de L’Espresso in un intervento a firma di Carlo Troilo, intervento forte e persuasivo sin dal titolo:Se mille suicidi vi sembran pochi. Ora, chi si limitasse alla lettura integrale dell’articolo, potrebbe anche sposarne le ragioni. Legittimamente. Del resto non s’intende, qui, esprimere parere alcuno sulla “dolce morte” né sull’autodeterminazione ma solo segnalare come i due argomenti principali prodotti – 1.000 suicidi e 20.000 casi di eutanasia clandestina l’anno – siano non solo poco corretti, ma totalmente destituiti di fondamento.

Partiamo dai «suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)». E’ vero che ci sono stati 1.316 suicidi aventi la malattia come movente, ma non va dimenticato – come del resto precisa la stessa tabella Istat a cui rimanda il sito de L’Espresso (Dati 2008) – come la stragrande maggioranza di questi riguardino malattie psichiche (1.010) e non malattie fisiche (306); stesso discorso per i tentativi 1.382 tentativi di suicidio: quasi tutti causati da malattie psichiche (1.259) anziché da malattie fisiche (123). Posto che pure il dato sui suicidi per malattie fisiche andrebbe preso con le pinze (quante di queste morti si sono verificate nonostante cure adeguate e quante, purtroppo, in carenza di esse?), meraviglia che si taccia sulla prevalenza statistica delle malattie psichiche, che certo non hanno un legame diretto col dolore fisico che tanto, giustamente, spaventa.

Abbiamo cioè soggetti che magnificano l’autodeterminazione, ma poi ci nascondono il fatto che i dati che loro chiamano in causa riguardano per lo più persone che, in conseguenza di un disagio mentale, non sono state affatto così libere di scegliere. Bella presa per i fondelli. Ma non è la sola, dato c’è un altro dato da smascherare: quello sul «fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno)». Qui L’Espresso neppure rinvia alla fonte, ma solo ad un pezzo di Repubblica che presenta un’indagine dell’Istituto Mario Negri. Si tratterebbe, secondo Troilo, della «ricerca più autorevole sulla eutanasia clandestina». Peccato che sul sito degli autori della ricerca, curata dal GiViTI – acronimo che sta per Gruppo Italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia Intensiva -, un comunicato stampa del dottor Bertolini, responsabile di GiViTI, prenda le distanze proprio dalle manipolazioni radicali.

«Purtroppo i dati di quella importante ricerca – scrive il dottor Bertolinisono stati riportati in maniera distorta e scorretta, travisando completamente la loro portata e il loro significato. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza […] La ricerca del GiViTI ha mostrato che nel 62% dei decessi avvenuti in Terapia Intensiva, la morte è stata preceduta da una qualche forma di limitazione terapeutica, dopo che è stata verificata l’inefficacia delle cure. In questo senso, è frutto di ignoranza, di superficialità o peggio di malafede porre sullo stesso piano l’eutanasia e la desistenza da cure inappropriate per eccesso, come purtroppo si è visto fare in queste ore. Questa campagna di grave disinformazione non solo è lesiva di un comportamento virtuoso da parte di tanti medici intensivisti, ma impedisce lo sviluppo di una corretta discussione su temi tanto delicati e sensibili all’interno della società civile» (03.05.2013).

Se sono queste le «ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia» il fronte a favore della “dolce morte” è messo davvero male. Non solo: se c’è bisogno di arrivare a mentire, a manipolare numeri e a farsi persino sconfessare dagli autori delle ricerche citate a supporto delle proprie tesi, le possibilità sono due: o queste tesi sono fallaci e truffaldine come gli argomenti che le dovrebbero supportare, oppure c’è parecchio da fare. Che i lettori si facciano, giustamente – e in vera libertà, almeno loro -, l’idea che credono; ma stiano bene attenti perché questi signori che oggi la sparano grossa sull’eutanasia clandestina sono culturalmente figli e nipoti, se non fratelli, di coloro che ieri la sparavano grossa sull’aborto clandestino che in Italia, ogni anno, si sarebbe ripetuto milioni di volte. Poi è l’aborto clandestino e divenuto aborto di Stato e a diventare clandestina, da allora in avanti, è stata la stessa che oggi si tenta di nascondere ancora: la verità.

Giuliano Guzzo fonte: http://giulianoguzzo.com/2014/11/08/due-enormi-balle-per-promuovere-leutanasia/

«Sì al suicidio? Noi disabili spacciati

Quando aveva nove mesi e le fu diagnosticata l’atrofia muscolare spinale, i suoi genitori vennero informati dai medici che non sarebbe sopravvissuta più di due anni. Oggi la baronessa Campbell di Surbiton, membro della Camera Alta del parlamento britannico, ha 59 anni, è sposata e nonostante abbia bisogno di aiuto per fare qualsiasi cosa e di un respiratore artificiale per dormire, non ha mai smesso di lottare per la tutela dei diritti dei disabili del Regno Unito. La sua è oggi riconosciuta come una delle voci più autorevoli contro la legalizzazione del suicidio assistito. Si muove con una carrozzina elettrica e usa il computer digitando con un solo dito ma questo non le ha impedito di ottenere un dottorato in Legge all’Università di Bristol e uno in Scienze sociali a quella di Sheffield. Oggi guida il gruppo contro il suicidio assistito «Not dead yet», non ancora morti. C’è chi dice sia la versione femminile di Stephen Hawking. «Come lui – ha detto di recente ai Lord – ho decisamente oltrepassato la data di scadenza. Ma la legge che vorrebbe aiutare le persone a morire è sbagliata».

Si riferiva all’ennesimo tentativo di legalizzare il suicidio assistito, attualmente reato punibile fino a 14 anni. Baronessa, dal 2003, quando Lord Joffe cercò per la prima volta di legalizzare il suicidio assistito, i tentativi sono stati molteplici, l’ultimo qualche giorno fa
quando Noel Conway, 67 anni, colpito da una malattia dei motoneuroni, ha chiesto ai giudici di permettere al suo medico di somministrargli una dose letale quando le sue condizioni si fossero deteriorate. Prima o poi il parlamento darà il via libera? I tentativi di legalizzare il suicidio assistito in Gran Bretagna,finora respinti da Westminster, stanno cominciando ad avere un effetto deleterio sulla vita dei disabili del Regno Unito sempre più preoccupati. Un cambiamento nella legge metterebbe la loro vita – e la mia – a rischio. Fortunatamente non sono la sola a combattere
contro la legge sul suicidio assistito, l’«Assisted dying bill» di lord Falconer, ma continuano a ripeterci che siamo in minoranza. Il pericolo è dunque reale. Purtroppo il suicidio assistito viene promosso come l’unica soluzione per il disabile, la sua famiglia e la società. Raramente si fa menzione delle alternative, che hanno reso la mia vita preziosa e degna di essere vissuta. Il messaggio che ricevono oggi i disabili è di “non provare a stare meglio, tanto è inutile”. Cosa fare per fermare una simile legge? Dobbiamo far sentire la voce dei disabili. Si parla spesso nei media di suicidio assistito ma i disabili non vengono mai interpellati a meno che non siano a favore di un cambiamento della legge. Ha mai pensato di “farla finita”? Ci sono stati momenti difficili e altri in cui pensavo che le cose non sarebbero migliorate, ma le situazioni cambiano. Mi ha aiutato molto lottare per l’introduzione di leggi che oggi aiutano persone come me: penso a quella per l’accesso delle sedie a rotelle negli edifici pubblici. Dipendo completamente da altre persone ed è sempre stato così ma non mi sono mai sentita un peso, mi sento semplicemente grata».
di Elisabetta Del Soldato – Avvenire

Tutti i dubbi della scienza sull’eutanasia legalizzata

Viene chiesta in questi giorni la calendarizzazione nel dibattito parlamentare di leggi che regolino l’eutanasia in Italia. I giornali affrontano l’argomento come se fosse il Paese, o addirittura la comunità scientifica, a chiedere di introdurre forme attive per porre fine alla vita; come se questo fosse «il vento ineluttabile della società moderna» cui non ci si può sottrarre, pena il bollino di retrogradi. Leggendo i giornali, insomma, sembra che l’eutanasia sia richiesta a gran voce da tutti e che ormai sia assodata l’equazione tra desiderio di morte e diritto di ottenerla. Il problema che ferma questo ingranaggio è che la comunità scientifica ha seri dubbi sull’utilità dell’introduzione dell’eutanasia, in particolare la comunità che cura i malati e che fa ricerca per trovare nuove cure. Insomma: tanto polverone per un’equazione che a livello scientifico non funziona. Vediamo perché.

La professoressa Gail Van Norman, sull’ultimo numero di Current Opinion in Anaesthesiology mette in guardia: «Suicidio assistito e eutanasia presentano rischi potenziali per depressi e disabili», elementi della società fragili, influenzabili e talora mal curati, che potrebbero trovare nella scorciatoia mortale una via impropria alla soluzione dei loro problemi. L’editoriale della rivista spiega: «Abbiamo la responsabilità di assicurare che gli individui la società abbraccino l’eutanasia come mezzo appropriato per trattare la sofferenza».

Anche l’International Journal of Epidemiology di febbraio parlando di suicidio assistito solleva il dubbio che «gruppi svantaggiati vadano a morire in questo modo più di altri gruppi»; per esempio chiedono di morire soprattutto le persone sole, i divorziati, quelli senza figli. Esaminando l’esperienza dell’Oregon dove l’eutanasia è legale la Van Norman conclude che quando si valutano le richieste di morte «poche consultazioni psichiatriche vengono fatte per valutare la depressione»; e significativo è lo studio pubblicato su Disability and Health journal, dal titolo significativo «Uccidendoci dolcemente: i rischi della legalizzazione del suicidio assistito», in cui si riporta come i disabili temano che il suicidio assistito se legalizzato porti ad un minor interesse per le cure delle persone con disabilità e ad aumentare i pregiudizi verso la disabilità.

Lo stesso giornale riporta in altra data le critiche alla legge sul suicidio assistito da parte dell’associazione di disabili significativamente chiamata «Non ancora Morti», in cui si lamenta che si crei di fronte al suicidio un doppio binario, che da una parte porta a prevenirlo e dall’altra a legalizzarlo, a scapito dato che il suicidio assistito non è riservato solo a chi è in fin di vita di chi è più fragile e che potrebbe invece essere aiutato altrimenti: anche un ampio studio (Health Psychology del 2007 ) mostra che i malati terminali che chiedono il suicidio assistito lo chiedono non per il dolore che provano, ma per essere caduti in depressione (malattia curabile) o perché si sentono un peso per gli altri, e se è per il dolore, quando questo viene curato a dovere cambiano idea. Insomma, eutanasia e suicidio, a parole introdotti per evitare un accanimento o una sofferenza insopportabili, sono così a rischio di travalicare questi scopi (che comunque si possono raggiungere per altra via) da esser guardati con scarsa fiducia da buona parte della comunità scientifica.

Si pensi che contro l’eutanasia, in particolare quella dei bambini, insorgono i medici che curano i malati, e che vedono le stesse patologie che loro curano essere oggetto per decidere di far morire. Ad esempio dei neurochirurghi olandesi sottolineano che nel caso della malattia detta “spina bifida”, che alterazioni al midollo spinale e che è invocata come ragione di eutanasia, la malattia non sia affatto insopportabile e dolorosa senza speranza, come riporta su Child Nervous System del 2008 il dr de Jong; e sul Journal of Perinatal Medicine del 2009 si riporta come il protocollo di Groningen sull’eutanasia sia da respingere sia per motivi etici che per motivi medici.

Come pensare che la “dolce morte” sia in linea con chi cura bene la depressione e vede invece che gente con depressione va a farsi suicidare o chiede la morte mentre ben sanno che la depressione resta sottostimata e sotto diagnosticata, come spiega il Journal of Clinical Psychiatry del 2010? O il dolore. Addirittura il Journal of Clinical Oncology di maggio riporta che ben il 33% dei pazienti oncologici che necessitano un trattamento contro il dolore, o non lo ricevono in modo adeguato o non lo ricevono affatto. Per non parlare di chi studia in profondità le persone in stato vegetativo e ritrova segni chiari che mostrano un’interazione con l’ambiente, altro che “vegetali”: i pazienti in stato vegetativo riescono addirittura a valutare il linguaggio di chi gli sta intorno, come mostrano studi fatti con la risonanza magnetica (vedi per esempio Brain del 2007 o Brain Injury del 2008); come pensare che sia nel loro interesse morire, se il presupposto per farlo è che ormai non sentirebbero più nulla?
Dunque è davvero l’eutanasia una soluzione razionalmente medica? Uno studio sulla rivista Hematology del 2008 mostra che «la richiesta dei parenti o del paziente di affrettare la morte è un modo di esprimere la richiesta di maggiore comunicazione, miglior controllo dei sintomi. È raro che rappresenti la necessità per il paziente di controllare ora, luogo e modalità della morte». Insomma: la medicina chiede di aprire di più alla terapia; e i ricercatori sanno quanto ci sia ancora da fare in campo di lotta al dolore, alla depressione e alla solitudine sociale; altro che aprire i cancelli alla morte!Eppure le riviste inglesi come Lancet riportano che certe categorie di malati come ad esempio i disabili mentali sono oggi «invisibili» al sistema sanitario nazionale, quasi non esistessero. Certo, bisogna evitare di accanirsi su chi è incurabile, ma un conto è non insistere in cure inutili un conto è l’eutanasia. Allora dobbiamo decidere dove dirigere gli sforzi: se verso la morte agevolata facendo credere che il vero diritto sia morire e non essere curati meglio o verso un miglior trattamento per tutti. Aprire al fine vita volontario sembra proprio una scorciatoia per non affrontare i veri problemi della medicina e della società: la scarsa cura del dolore, l’abbandono, l’accesso di tutti alle cure, la umanizzazione degli ospedali. Troppo facile aprire alla morte e lasciare tutti questi punti senza una risposta.
Carlo Bellieni su Avvenire

Suicidio: atto di chi non si sente amato

suicidio1L’uccisione di se stessi, atto il cui rapporto con la solitudine è di solito molto stretto, tanto da far dubitare della reale libertà della scelta di chi lo compie.
Diverso è il suicidio assistito è l’atto di darsi la morte se è fatto per interposta persona, previa autorizzazione del soggetto.
Realismo
E’ l’azione del terminare in modo volontario la propria vita. Nel caso in cui non è possibile farlo attivamente e si ricorre all’opera di un altro, si parla di suicidio assistito. Può essere svolto attivamente con farmaci o armi o con interventi lesivi di vario genere, oppure passivamente, rimuovendo gli strumenti atti a salvare la vita. Il suicidio è stato condannato dalla cultura per secoli; oggi una corrente postmoderna lo considera come un atto di libera scelta, e per questo degno di rispetto. Spesso al suicidio ricorrono persone in stato di abbandono, di depressione; più raramente in stato di sofferenza fisica o di malattia terminale. Il suicidio, specialmente quando viene dipinto con colori forti dai massmedia, finisce con il diventare contagioso, cioè suggestionare gli altri.
La ragione
Chi e perché ricorre al suicidio? Uno studio canadese mostra che tra i malati di SLA che chiedono di morire c’è un alto tasso di depressi… ma la depressione è curabile; e, dato il tasso di depressione tra chi chiede di morire, la legge sull’eutanasia finirà col non proteggere i pazienti le cui scelte sono influenzate dalla depressione? Degli anziani depressi, secondo uno studio, solo il 10% viene mandato da uno specialista contro il 50% dei depressi più giovani, e dunque non ci si stupirà se qualcuno chiede di morire.
Come si fa a pretendere la libertà di suicidarsi in ospedale e al tempo stesso a rammaricarsi per il suicidio dal ponte sull’autostrada? E’ un paradosso che fa crollare qualunque pretesa liberalizzazione: chi approva il primo suicidio e disapprova il secondo non ha mai spiegato chi è autorizzato a decidere chi è degno di suicidarsi o meno. Se il suicidio è libertà, perché preoccuparsi per il suo dilagare, e su che basi ammettere o estromettere una persona da quello autorizzato dalla legge? Tanto vale approvare tutti i suicidi, anche quello del ragazzino abbandonato dalla fidanzata o quello della ragazza che va male all’università. Chi è il giudice laico del cuore altrui? Il tragico è che, in nome della solitudine innalzata a sommo tribunale e chiamata poeticamente “autonomia”, nessuno sarà mai più autorizzato a salvare il suicida, se a decisione presa, ogni interferenza è illecita: e certo un poveraccio che si butta sotto il treno, la sua decisione l’ha presa. Con l’aria che tira ci si può aspettare che chi salva il suicida invece di un premio, si prenda una denuncia.
Il sentimento
Il suicidio è un grido di aiuto che chiede una risposta. Che si incrementino le cure per tutti, soprattutto per le persone con disagio mentale, per le persone abbandonate e in difficoltà. E si smetta di dire che tutto quello che decidiamo nella nostra solitudine è fatto bene. Troppo facile per gli Stati aprire al suicidio, che li deresponsabilizza dall’obbligo della solidarietà.
Carlo Bellieni
Zenit