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Te Deum di Maura: Grazie per tutto quello che ho avuto

Eccoci alla fine di quest’anno che ha ormai le ore contate.

Che dire infondo non e’ stato un cattivo anno. Fra gioie dolori e preoccupazioni qualche cattiva notizia ma comunque nessun lutto ha colpito la mia famiglia. Certo se si guarda appena piu’in la’ del nostro orticello c’è la fame la disperazione la solitudine, la vecchia maledetta guerra che continua ad insanguinare questo povero  mondo in cui l’uomo ,sembra non imparare mai dagli errori precedenti, e la guerra Dio mio e’ il peggior errore che abbiamo fatto  e continuiamo a fare.

Quindi davvero TE DEUM perche’ essere nati da una parte o dall’altra del mondo e trovarsi quindi con la guerra sulla porta di casa e’ davvero solo un caso. Oggi piu’ che mai quando incontri un “povero” per strada ricordati che e’ solo un caso se al posto suo non ci sei tu.

Grazie per tutto quello che ho avuto in quest’anno perche’ e’ piu’ di quello che ho saputo dare. E sicuramente  e’ piu’ di quello che ho meritato.

Te Deum, per le rotture di scatole

Le telefonate importune, i capricci dei figli, il capo che non ci valorizza, il  sonno e il pollo bruciato. Anche la macerazione delle faccende quotidiane, se  abbracciata per amore, ci fa felici e ci salva

Per quanto io tenda a dismettere con una certa facilità il portamento regale – provate voi a tenere una condotta da alto lignaggio quando, per dire, una  figlia divelle il tubo dello scarico in bagno facendo la lap dance e allaga la  stanza e i vostri piedi muniti di collant nuovi e miracolosamente non bucati,  sfoderati in via eccezionale per la riunione a scuola che dovrebbe iniziare  dodici minuti fa – per quanto io dunque deponga spesso la compostezza e la  pacatezza che la mia condizione comporterebbe, c’è una cosa che non posso  dimenticare. Noi siamo di stirpe regale. Nostro padre è Dio. Lui è il re dei re.  È re ma è padre. E non ha considerato un tesoro geloso la sua regalità, ma anzi  vuole farci come lui.

Noi, dunque, siamo principi, e da principi possiamo, dobbiamo attraversare le  cose della vita, sapendo che tutto è nostro, perché chi lo ha creato è uno di  famiglia, e in famiglia, si sa, tutto è di tutti (a parte la Coca light, che è  solo mia: con la scusa che ai bambini fa male riesco a preservarla, mentre per  il resto da noi la proprietà privata, soprattutto dei genitori, non esiste: la  palette Black dahlia di Estée Lauder si usa abitualmente per truccare la Barbie,  per non parlare di iPad, iPod, iPhone e della riserva ex-segreta di cioccolatini  per gli ospiti).

Quando pensiamo a questo – il mondo è nostro, noi siamo redenti, siamo figli  del re, ma soprattutto siamo amati infinitamente – come non gioire, come non  esultare, come non ringraziare dalla mattina alla sera? Dio ha chiamato noi,  proprio noi, fatti così come siamo, ci ha immaginati e sognati e amati dal  grembo della nostra mamma (sì, anche il mio naso gobbuto, pare: un giorno me lo  faccio spiegare). Siamo nati e non moriremo più.

E allora non c’è che da ringraziare, dalla mattina alla sera. Ogni giorno  cantare il Te Deum, ogni giorno. Io, per quanto mi riguarda, chissà, forse alla  fine della vita avrò molte cose da rimproverarmi, ma una no, non me la  rimprovererò: non rimpiangerò di non avere apprezzato tutto quello che ho. Me  stessa, intanto. Un corpo a cui alla fine mi sono affezionata, e una mente che  ancora regge, sebbene per far spazio a informazioni su tachipirina e denti da  latte abbia dovuto rimuovere quelle quattro nozioni appiccicate – evidentemente  con lo sputo – in anni di studio. Ho un marito silenzioso ma solidissimo, che mi  ama più di quanto meriti, e quattro figli che ancora ogni sera, ogni singola  sera da più di tredici anni, vado a spiare nel letto di nascosto, mentre  dormono, sniffando alito e profumo di carne. E quando mio marito torna tardi dal  lavoro ogni volta la stessa scena: lo aspetto e poi gli dico «corri, vieni a  vedere una cosa meravigliosa», e cerco di portarlo in camera dei figli ad  ammirarli (non sempre mi riesce, a volte risponde che già li conosce e che  preferirebbe riposare, visto che siamo nel cuore della notte e li rivedrà dopo  cinque ore per portarli a scuola). Abbiamo di che vivere dignitosamente, non  troppo perché ci dimentichiamo di Dio, non troppo poco perché lo malediciamo,  come dice la Bibbia.

Ho tanti amici e tante persone care, spesso anche compagni di cammino verso  Dio, per cui ringrazio Lui, per la fantasia con cui ha immaginato ognuno di  loro, mettendo in ognuno qualcosa di bello (e a volte di bellissimo).

E la cosa più immensa: posso mangiare anche ogni giorno il corpo di Cristo,  una cosa che a pensarci vengono i brividi. Posso pregare e andare in chiesa  senza essere sgozzata per questo, posso leggere libri che mi parlino di Dio e  altri che solo mi divertano, posso correre tra le catacombe dell’Appia antica,  sul suolo bagnato dal sangue dei martiri, percorso da Pietro e Paolo, e gioire  non so se più, in quel momento, perché sono cristiana o perché sto correndo.

Il passo successivo, poi, è imparare a ringraziare anche delle croci, ma per  quello ci stiamo attrezzando. Conosco persone che sanno farlo, e lo so, loro  sono un pezzo avanti rispetto a me. Perché il punto del battesimo è imparare a  far diminuire l’uomo, e crescere Dio. E questo si fa passando dalla croce: chi  dopo una croce grossa, tutta insieme, e chi attraverso le piccole croci  quotidiane, la banalità, la mediocrità, insomma la parete aspra e scabrosa della  vita normale. Viste da vicino le chiamiamo rotture di scatole, questo purgatorio  quotidiano, ma se uno allontana lo sguardo si capisce che questa macerazione  abbracciata per amore sta lavorando e lavorando bene, ci fa felici e ci  salva.

E allora quello che ci fa soffrire, ci scomoda, ci disturba, quando  cominciamo a capire che effetto meraviglioso ha sulla nostra anima, ci diventa «più caro dell’Eremo», come diceva san Francesco del suo amato rifugio per la  preghiera solitaria, spesso abbandonato per stare in mezzo agli altri. Amare le  telefonate importune, i capricci dei figli, il capo che non ci valorizza, una  risposta brusca quando volevamo un complimento, un invito quando volevamo la  solitudine e la solitudine quando volevamo parlare, il freddo, il pollo che si  brucia, il sonno, il nervosismo…

Questo dunque è il mio buon proposito per il prossimo anno: imparare a dire  grazie anche per le croci, questa misteriosa, segreta, preziosa via verso Dio,  nostra felicità.

Te Deum, per i doni trascurati

una mamma scrive il suo grazie per l’anno, per la vita, nonostante tutto o grazie a tutto

Le facce care, il ronzio della lavatrice, il frigo pieno, questa cucina affollata di oggetti. E una via di Milano come tante. Marina Corradi ringrazia per «ciò che ho sempre visto, senza vederlo davvero». 

Stamattina era domenica, e i ragazzi hanno dormito fino a quasi le dieci. Sono andata a svegliare la piccola. Era abbracciata a un gatto, sotto le coperte. Aveva ancora l’odore di quando era bambina: di Nutella, di biscotti. Ho annusato e profondamente inspirato. Le ho sfiorato una guancia, era morbida e calda. Una gratitudine si è allargata nei miei pensieri opachi del mattino: che meraviglia averla qui, da quattordici anni, così viva; ridente o pensierosa, o furibonda in una rissa coi fratelli; bella, e vanitosa davanti allo specchio, mentre verifica compiaciuta l’effetto del primo rimmel sulle sue lunghe ciglia nere.

Noi non ci accorgiamo, di solito, di ciò che abbiamo, di tutto ciò che ci si ripresenta fedele, che ci si schiera davanti agli occhi ogni mattina. Ma da un po’ di tempo mi succede di riconoscere la realtà quotidiana come qualcosa che mi genera una frazione di istante di gratitudine: “vedo”, attorno a me, questa casa, e una famiglia, e degli amici, e un lavoro. Generalmente accade dopo un lutto, o dopo una malattia, di accorgersi con stupefatto rammarico di tutto ciò che si aveva “prima”, e di cui non ci si era accorti. Invece senza che sia accaduto niente di questo, mi succede – non sempre, qualche volta – di riconoscere la realtà data, al mattino, e di esserne stranamente lieta. È, forse, perché invecchio?

Io mi ricordo, in certi vecchi che ho frequentato da bambina, questa attitudine a sapere essere contenti di una mattina di sole, o di un piatto fumante, a tavola, e del suo profumo. Come se ogni mattina gli occhi si aprissero per la prima volta; e ci si meravigliasse delle facce care, delle cose di casa che funzionano, docili, del fido ronzio della lavabiancheria e perfino di un banale frigorifero pieno – che sembra una ovvietà, e invece è anche lui un trascurato dono.

E dunque in quest’anno che corre verso la sua fine il mio Te Deum è per ciò che ho sempre visto, senza vederlo davvero; e per un nuovo sguardo, attento a ciò che fino ad ora mi sembrava dovuto (e casomai, se improvvisamente mancava, ragione di indignazione e protesta, come quando ci viene rubato ciò che ci spetta).

Grazie, dunque, per questa stanza in cui dormo, con gli scuri ancora chiusi nel primo mattino, e per il letto caldo; grazie per quella lama di luce chiara e di freddo tagliente che entrerà aprendo la finestra, insieme al fugace rosa del ciclamino sul balcone, così rosa e vivo, anche dopo la notte d’inverno.

Grazie per i passi dei figli che si vanno pigramente alzando in questa mattina festiva; e perché uno di loro canta svagato una canzone degli alpini, con una bella voce da baritono che piace a suo nonno, alpino sul Don, se dal cielo la sente. (Ma tu la senti, ne sono certa. E quante volte mi pare di sentirmi addosso i tuoi occhi, con quella espressione leggermente apprensiva che avevi quando mi salutavi, e io avevo vent’anni, e tu sembravi chiederti che cosa mi portavo nei pensieri. Ma non me lo domandavi, come non lo chiedo ora ai miei figli, in quel segreto tabù che sbarra il confine fra figli e genitori).

Grazie del figlio grande, del test all’università superato, e di come studia, nel fare ciò che gli piace davvero. Grazie di mio marito, a dire il vero un efferato metodico molestatore dei miei già fragili nervi; però chi altro si poteva accompagnare a una come me? Grazie perché c’è, perché resta, fedele.

Grazie di questa casa grande, ombrosa, caotica come in fondo a me piace – non sopportando la nudità cruda dell’ordine perfetto, o di certe cucine che vedo fotografate sui giornali, lindi acciai freddi come sale operatorie. Quanto amo invece questa nostra cucina larga, affollata di oggetti che non sappiamo più dove infilare, col grande crocefisso di legno che ci allarga sopra le sue braccia, generoso e direi, a volte, benignamente rassegnato. Grazie dei vicini e dei negozianti che saluto ogni mattina, nell’enclave cara e consueta che è una via di Milano come tante; e grazie di quel signore strano, vecchio, dimesso, che gira sempre con due grandi sporte pesanti per mano, e una volta gettando l’occhio ho scoperto che sono colme di vecchi giornali che lui, senza un motivo, trasporta avanti e indietro. Lo sconosciuto con le sporte colme di parole ingiallite sorride, quando lo saluto; e la sua disarmata follia mi intenerisce, e mi riecheggia qualcosa, quel suo girare sotto al peso di tante parole consumate. (Forse, questo mio lavoro?)

Grazie di avere un lavoro. Grazie del “bip” che fa il cartellino di riconoscimento, all’ingresso, ogni mattina, e dell’odore di carta stampata che il mio naso puntualmente registra entrando in redazione (mentre fra me cupamente borbotto: tutta la vita a scrivere parole). Grazie delle facce dei colleghi con cui ci intendiamo con pochi cenni, come operai che non abbiano bisogno di parlare, tanto usi sono ad avvitare, stringere, far marciare la macchina complessa che è un giornale. Grazie degli amici – soprattutto di quelli a cui puoi raccontare qualsiasi cosa.

Grazie anche del mio cane, mezzo sciacallo e mezzo volpe, bastardo da incalcolabili generazioni, a cui mi sono infantilmente, patologicamente legata; come avessi trovato in lui, cucciolo randagio in una piazza del Sud, una parte bambina di me, che non sapevo più di avere. Grazie dei nostri gatti, belli, fieri come enigmatiche sfingi e pasticcioni come bambini. (Malacoda, che perfidamente con la zampa in questo istante dondola l’arcangelo sospeso con un filo sul presepe; mentre sulla farina davanti alla grotta al mattino trovo sempre impronte feline, come di notturni silenziosi pellegrini). E grazie della attesa muta che aleggia su questo presepe casalingo, imperfetto, goffo, e ogni anno uguale. Senza questa attesa e dunque questa speranza, tutto – i figli, la famiglia, il lavoro – si rivelerebbe alla fine nient’altro che un po’ di cenere.

Ho ricevuto oggi da un amico un biglietto d’auguri: «L’incarnazione di Cristo – c’era scritto – è l’unica nostra speranza». So bene che molti alzerebbero le spalle: che integralismo, che esagerazione. Direbbero che il mondo è pieno di speranze, di solidarietà e di buona volontà. Già. Ma cosa te ne fai di tutto questo, se la morte può toglierci un figlio per sempre, se quelli che abbiamo amato ora sono nel nulla, e ce ne resta solo un ricordo che sbiadisce? A cosa serve tutto il nostro fare di fronte alla massa di sofferenza e miseria che si allarga sulla terra – che non reggeremmo, se la conoscessimo intera – se nessuno davvero è venuto a caricarsi e ad abbracciare e a riscattare tutto questo dolore?

Sì, forse è perché invecchio. È per questo che vado sfrondando le speranze, e me ne resta, davvero, solo una. Invecchiare, fra noi gente d’Occidente, è perdita, decadenza, nebbia che offusca i pensieri. E se fosse invece questo solo il destino del corpo, e l’uomo interiore con gli anni vedesse meglio, più lontano, oltre l’apparenza opaca delle cose? Se il tempo che passa fosse Dio che viene? Grazie, in questo anno che finisce, di un’altra in me che appena intravvedo, più attenta, e grata piuttosto che indignata; grazie anche del tempo che scorre, di quello scandire inflessibile delle ore, che da giovane mi sembrava una condanna. Ma, forse, non capivo. Forse, ora vedo meglio. Grazie, perché nello scoccare di questo nuovo anno non ho più, del tempo, come da ragazza, tanta inerme paura. (Marina Corradi)

Ringraziare ogni giorno (Paolo Botti)

grazie1Ringraziare è un bell’esercizio di vita, per scorgere il bene, per accorgersi che oltre ai problemi ed affanni quotidiani c’è Qualcuno che opera accanto a noi , che ha messo persone spesso semplici e silenziose a darci esempi di amore gratuito e instancabile.
Se ripenso all’anno passato come non dire grazie della mia famiglia, di mia moglie e i miei figli, del bene infinito che posso vedere ogni settimana nel servizio di volontariato che come Amici di Lazzaro svolgiamo.
Dire grazie di Eve, nigeriana, che pur facendo vita di strada, sfruttata, trovava il modo 3 pomeriggi la settimana di guardare gratuitamente una signora disabile.
Dire grazie di quella nonnina che da anni sotto Natale mi fa arrivare una coperta di lana frutto del lavoro di mesi, per coprire un senzacasa.
Dire grazie di quella giovane sposa malata che offre per i nostri poveri le sue sofferenze e le sue chemio.
Dire grazie di quella imprenditrice che si porta in azienda i ragazzini del quartiere e mette i suoi dipendenti nell’orario di per aiutarli a fare i compiti.
Dire grazie per la pensionata che nelle varie feste religiose manda i suoi 5 euro per i suoi morti ed aiutare un povero.
Dire grazie per Anni che ha scelto la povertà anziché la criminalità da cui è uscita.
Dire grazie per Halima che ha scelto il cattolicesimo e vive nascosta la sua fede con un coraggio da leonessa.
Dire grazie per Emanuele che ha lasciato la strada e ha rinunciato all’operazione e ora ha una bella fidanzata, e subisce le critiche e offese degli ex amici.
Dire grazie per Denis che ha tanti amici poveri e li va trovare e cercare negli ospedali, nelle case di riposo e con pazienza lo ascolta e accompagna.
Dire grazie per il volto di tanti bambini che hanno disperato bisogno di esempi, di affetti, di una mamma ed un papà, che ci sorridono e sciolgono il cuore quando giochiamo con loro.
Dire grazie per la preghiera e le lacrime delle nigeriane che in strada con una candela in mano invocano il perdono di Dio sulle loro vite, non sapendo che ci passeranno davanti nel regno dei cieli
Dire grazie anche delle sconfitte, delle amarezze, di quello che non riusciamo a fare perché siamo pochi, perché i fondi son quelli che sono, perché le periferie del mondo e dei cuori sono troppe… perché così ci ricordiamo che è a Dio che dobbiamo dire grazie e che il bene va oltre quel che si vede e che a volte dobbiamo solo lasciar fare al buon Dio.
Signore io lo so che mi ci vorrà tutta l’eternità per ricambiare tutto il bene che ho visto e che ho ricevuto, aiutami in questo anno che arriva a dirti grazie sempre, con il cuore che si scioglie di fronte al male, di fronte al bene, di fronte all’umanità che ha così tanto bisogno di sentirsi amata da Dio tramite noi. Signore grazie perché mai mi hai abbandonato.
Paolo Botti (Amici di Lazzaro)