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Gianna Beretta Molla, vivere con fede e morire con gioia

Siamo bombardati in mille modi (dai film ai romanzi, dalle riviste agli articoli giornalistici) da messaggi che inneggiano all’edonismo sfrenato e ad un becero carpe diem. Se apriamo una pagina di internet il termine amore è, spesso, sostituito dalle parole «sesso», «piacere» e «tradimento». Piuttosto che del rapporto matrimoniale si preferisce parlare di convivenze, di rapporti momentanei e fuggevoli. Insomma, oggi è trasgressivo usare la parola «matrimonio». Oggi, allora, vorrei proporre una testimone che l’amore vero, quello fatto di premure semplici per il consorte e per i figli, della gioia e del dolore, della fatica e del sacrificio, è bello, esaltante, eroico e soprattutto desiderabile, perché ci rende più felici.

Il 16 maggio 2004, alla presenza del marito, dei figli e dei nipoti, Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato Gianna Beretta Molla per proporla a tutti noi come modello da imitare. In quel giorno «prendeva finalmente forma e concretezza il desiderio di tanti di vedere sugli altari donne ed uomini del laicato cattolico, donne ed uomini sposati e divenuti santi vivendo il sacramento dell’amore cristiano nel Signore» (Elio Guerriero).

Era morta il 28 aprile 1962 colei che è stata definita la santa del matrimonio e della quotidianità. Perché ha ancora senso proporre questa figura ai giovani e agli adulti di oggi? Le lettere di Gianna ci aiutano a capirne meglio le ragioni. Fitto e intenso è l’epistolario che Gianna scrive sia durante il fidanzamento durato tre anni (dal 1952 al 1955) che nei pochi anni di matrimonio (dal 1955 al 1962). «Le Lettere al marito di santa Gianna sono […] come una luce concessa in tempi difficili per riaffermare che il matrimonio è dono di grazia, è via di un uomo e una donna che con il loro amore danno espressione e visibilità all’amore bello e straordinario di Dio» (Elio Guerriero).

Nei mesi del fidanzamento ufficiale, dal febbraio 1955 al settembre 1955, le epistole sono tutte animate dal desiderio di rendere felice il futuro marito. Il 21 febbraio 1955 Gianna scrive: «Vorrei proprio farti felice ed essere quella che tu desideri: buona, comprensiva e pronta ai sacrifici che la vita ci chiederà. […] Ora ci sei tu, a cui già voglio bene ed intendo donarmi per formare una famiglia veramente cristiana». La gioia e il senso di gratitudine per il dono imprevisto che è stato l’incontro con il futuro marito Pietro si uniscono alla consapevolezza che tutti i suoi sforzi non basteranno a realizzare ciò. Questa coscienza si traduce in domanda e preghiera che Colui che ha avviato l’opera la porti a termine. La lettera di tre settimane più tardi è tutta animata da questo sentimento: «Pietro, potessi dirti tutto ciò che sento per te! Ma non sono capace, supplisci tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene. Tu sei l’uomo che desideravo incontrare, ma non ti nego che più volte mi chiedo: «Sarò io degna di lui?». Sì, di te, Pietro, perché mi sento così un nulla, così capace di niente che, pur desiderando grandemente di farti felice, temo di non riuscirvi. E allora prego così il Signore: «Signore, tu che vedi i miei sentimenti e la mia buona volontà, rimediaci tu e aiutami a diventare una sposa e una madre come Tu vuoi e penso che anche Pietro lo desideri». Va bene così, Pietro?».

Il 24 settembre 1955 Gianna e Pietro si sposano. Gianna è sempre più desiderosa di compiere la volontà di Dio nel matrimonio. Si rende conto delle proprie manchevolezze e chiede aiuto e correzioni al marito: «Pietro, se vedi che faccio qualcosa che non va bene, dimmelo, correggimi, hai capito? Te ne sarò sempre riconoscente». Umiltà e riconoscimento che l’altro ci è dato per camminare con e verso Cristo: sono questi due tratti fondamentali del matrimonio di Gianna, sostenuto sempre dalla preghiera e dalla offerta a Cristo. La letizia dell’animo di Gianna non è scevra di quel sano realismo cristiano che permette di guardare la realtà nella sua complessità partendo dall’esperienza di quanto accade, non esaltando tutto acriticamente, ma nel contempo non ripudiando ciò che può essere foriero di sacrifici, sofferenze o dolore.

Non è un atteggiamento improntato a masochismo, ma semplice e spontaneo dono di sé all’altro, alla presenza di quel Tu, Cristo, che li ha chiamati alla strada vocazionale del matrimonio, che è lì nell’unione sacramentale e che porterà a termine le opere avviate dai due sposi. Gli sposi ricevono «il Sacramento dell’Amore» e diventano «collaboratori di Dio nella creazione» dando «a Lui dei figli che Lo amino e Lo servano». Così, con gioia la coppia si apre al dono della vita nascente. Vengono alla luce Pierluigi, Mariolina, Laura. La quarta gravidanza sarà, però, accompagnata dalla notizia della malattia di Gianna. La presenza di un fibroma nell’utero costituisce un pericolo per la vita della madre. Solo l’aborto, in base alle conoscenze e competenze mediche dell’epoca, potrebbe rappresentare una salvaguardia per la sua vita.

Gianna decide di portare avanti la gravidanza, si fa asportare il fibroma, cosciente del grave rischio che la sutura praticata nell’utero possa cedere. Durante la degenza in ospedale per l’intervento scrive ai figli: «Carissimi miei tesori, papà vi porterà tanti tanti bei bacioni grossi, vorrei tanto poter venire anch’io, ma devo stare a letto, perché ho un po’ bibi. Fate i bravi, ubbidite alla Mariuccia e alla Savina […]. Vi ho qui nel cuore e vi penso ogni momento. Dite un’Ave Maria per me, così la Madonnina mi farà guarire presto, e potrò tornare a Courmayeur a riabbracciarvi e stare con voi». Il 20 aprile 1962 Gianna entra in ospedale dove viene sottoposta a taglio cesareo. Nasce Gianna Emanuela. Subentra, però, una peritonite. In una lenta agonia si consumano gli ultimi giorni in ospedale.

Il 28 aprile all’alba, in seguito a sua richiesta, viene riportata a casa, dove morirà alle 8 del mattino, accanto al marito e ai figli.

Giovanni Fighera – Tempi

Mi chiamavo Amahd ora sono Cristiano

APOSTATEMi chiamavo Amahd Ora sono Cristiano
«Chi sono io? Ero Ali’ ho 22 anni. Il mio paese? Era l’Afghanistan. Dove quelli come me venivano perseguitati dai sunniti pashtun. Sono arrivato in Italia e da questa Pasqua urlo al mondo che non ho più paura. La mia nuova vita mi ha regalato la libertà»

Questa è la storia del viaggio di Ahmad e Cristiano. Inizia nove anni fa nel paese delle invasioni, delle guerre civili, dei turbanti e dei burqa azzurri, delle barbe e dei kalashnikov, delle condanne a morte per apostasia e degli aquiloni che non possono volare. Ahmad e Cristiano non sono due amici, né fratelli, ma si conoscono bene. Sono la stessa persona. Sì, perché Ahmad durante il suo viaggio fa una scoperta che gli “cambia la vita”, tanto da scegliere un nuovo nome con cui ora potersi identificare veramente. La scoperta è quella di Cristo.
«Chi sono io? Ero Alì e ho 22 anni, sono azaro. Il mio paese? Era l’Afghanistan. Qui quelli come me, dell’etnia di minoranza e di fede sciita, venivano perseguitati e oppressi dai sunniti pashtun. Sono arrivato in Italia nel 2001 e dalla Pasqua del 2008 mi chiamo Cristiano, per urlare al mondo che non ho più paura, perché la mia nuova vita mi ha regalato la libertà». Se fosse ancora a Kabul su Ahmad penderebbe una fatwa, l’avrebbe emessa uno dei tanti mullah, che lì come in Europa non perdonano chi lascia l’islam. «Ma io non tremo né provo vergogna – dice convinto – sento solo molta compassione per i miei amici musulmani, indottrinati e schiavizzati dall’ideologia». Anche a loro con tutti i rischi della situazione, non si priva della «gioia di testimoniare anche a loro» la bellezza di questo suo inatteso incontro.
Ahmad parte da Kabul nel 1999. In tempo per non vedere l’ennesima guerra – quella degli Usa contro i talebani –, troppo tardi per non essere testimone degli orrori sovietici. Suo papà era un comunista di fede, ateo di religione. Difficile, ma vissuto nell’amore e nel rispetto, il suo matrimonio con la mamma di Alì, invece fervente musulmana. Un’infanzia tra il sogno represso di studiare e la consapevolezza di doversi accontentare dei vecchi carriarmati sovietici come unici banchi di scuola. «Da piccoli io e il mio migliore amico Sarwar volevamo diventare attori: quando recitavamo per gioco lui voleva fare il principe, io invece volevo fare il re, perché solo il re ha il potere di tenere aperte tutte le scuole. Quanto ridevamo!».
Ma il sorriso di Ahmad si è spento presto. Una bomba contro la macchina del padre di ritorno da un viaggio di lavoro nel sud, la malattia della madre senza che in città ci fosse un solo ospedale aperto. Finiscono i soldi. Per mangiare. Per riscaldarsi. I nemici del padre, considerato un traditore perché lavorava con i sunniti. La guerra dei talebani. Troppo pericoloso rimanere. Ahmad parte per il Pakistan con la sorella. Ma non sono al sicuro neppure qui. La passione per l’arte, il teatro. Quella dannata passione. Arriva un regista, finalmente Ahmad può recitare in uno spettacolo, anche se solo amatoriale. Il problema è che lui, sciita, interpreterà uno dei tre profeti più cari ai sunniti. Non gli verrà mai perdonato. E dopo settimane di minacce viene rapito da un gruppo di estremisti che lo tengono in uno scantinato senza luce per sei mesi. Salvo per miracolo, ormai deve ripartire.
Migliaia di dollari ai trafficanti di clandestini: Teheran, Macu, Van, Istanbul, un naufragio fortunatamente finito bene. Fucili alla frontiera, ricatti, mazzette, schiavitù, la morte, gli amici che lascia per strada. E poi un canotto gonfiabile comprato al mercato delle illusioni. Per solcare il Mediterraneo. L’isoletta di Lessus e poi Atene, Patras e un camion pieno di scatole che ti fa da culla. La laguna veneziana non ha niente di romantico quando scendi dopo giorni di viaggio senza esserti potuto lavare e mentre i trafficanti ti picchiano su tutto il corpo. Via verso Ancona e da lì il treno per Roma e la “gioia di vedere per la prima volta la bandiera italiana”, rendersi conto che non stai sognando.

L’ipocrisia degli altri immigrati
Come quello degli altri suoi coetanei e connazionali, il giovane viso ha gli occhi vecchi consumati dall’esperienza sbattuta contro troppi e scogliosi lidi. «Pensavo a tutto quello che era successo alla mia famiglia e a me, e mi dicevo: “Tu non hai un futuro”. Non potevo immaginare il mio avvenire diverso dal mio passato». In Italia, però, succede qualcosa: «Qui ho trovato un ambiente accogliente, ho trovato amici e la fede». Con gli altri afghani immigrati «non riesco a integrarmi: quelli arrivati negli ultimi due anni sono tutti cresciuti a Quetta, in Pakistan, mi preoccupano, sono imbevuti di estremismo: mi deridono o minacciano se non vado in moschea o faccio le loro preghiere. Dicono che le donne sono ****, che l’Italia non ha religione e io gli chiedo se si sono mai innamorati di una ragazza italiana o se sono mai stati in una chiesa. Difendono il terrorismo, l’Iran, criticano tutto quello che è occidentale». Eppure qui, in Occidente, cercano quello che il loro paese gli nega: un futuro libero.
Ahmad non ha mai vissuto a suo agio nell’ipocrisia di chi «inneggia alla morale, al rispetto dei valori musulmani e poi appena può si ubriaca e va a cercare donne in discoteca anche durante Ramadan, solo perché è in un paese straniero. Ho passato parte della mia vita attraversando vari Stati per lo più musulmani, e l’accoglienza che ho trovato in Italia è impareggiabile. In Iran, soprattutto, ho incontrato molto razzismo, gli iraniani trattano gli afghani da inferiori, che così vivono isolati, senza grandi possibilità di costruire un futuro», racconta Ahmad.

Le foto, una ragazza, la Messa
«A Roma ho iniziato a frequentare una scuola gestita da suore. Mi sono iscritto ad un corso di fotografia appassionandomi a questa arte. Le suore mi hanno chiesto di fare foto durante una Messa e io ho accettato e da lì ho iniziato ad andare saltuariamente in chiesa. A frequentare la Messa. Le cose che sentivo dire dal sacerdote mi incuriosivano e volevo saperne di più. L’idea che maggiormente mi colpiva all’inizio era che tutti gli esseri umani sono uguali tra loro, fratelli. Ma anche il rifiuto delle guerre e della violenza, per me che ne avevo vista tanta, è un messaggio rivoluzionario: ero abituato alla legge musulmana che invece ti invita a fare la guerra per difendere l’islam».
Per due anni Ahmad è andato a Messa, seguendo più una curiosità che una vocazione. L’amore per una ragazza italiana e cristiana lo avvicina di più al messaggio di Cristo. «Con lei andavo tutte le domeniche in chiesa. Lì mi sentivo sicuro, a mio agio, sentivo che c’era qualcuno che mi ascoltava. Anche prima di convertirmi mi trovavo spesso ad andare in chiesa anche solo per pregare, per cercare conforto. A differenza dell’ateismo che praticava mio padre, la fiducia nell’esistenza di un Dio è quello che poteva darmi la forza di andare avanti, dare un senso al mio dolore».
Per Ahmad inizia il pellegrinaggio nelle parrocchie della capitale per «chiedere informazioni», come dice lui stesso. Finalmente al sesto tentativo trova la sua strada: «Per due anni tutte le domeniche ho frequentato il catechismo, un appuntamento che ho sempre vissuto come una festa con molta gioia. Con gli amici che mi chiedevano dove andavo ogni domenica pomeriggio, inventavo scuse e finti appuntamenti. Non mi avrebbero capito. Il mio catechista è diventato un po’ come un padre per me». Per il giovane afghano ogni passo avanti in questo cammino era un pizzico di forza in più, di sicurezza, di libertà. «Quel che mi affascina del cristianesimo è la presenza concreta di Dio tra noi. L’islam ha come figura centrale il profeta Maometto, che però è morto. Mentre i cristiani hanno Gesù, che è risorto e quindi vivo. Questa è la cosa più bella e che ti dà speranza».
Ahmad è pronto per la «scelta che cambierà la mia vita». A Pasqua di quest’anno arriva il battesimo: «Un momento intenso, mi sono emozionato e alla fine ho chiesto se si poteva fare un’altra volta per quanto forte era il benessere che avevo provato. Sentivo una profonda felicità, la felicità che Gesù mi accettava come suo figlio. Ora dopo il battesimo, anche partecipare alla Messa è completamente diverso: mi sento parte di qualcosa. Ora ho una famiglia vera». Oggi Cristiano vorrebbe diventare catechista, per coinvolgere nella sua esperienza di fede altri giovani. «Sono troppi quelli che dicono di essere cristiani, ma poi le chiese sono piene solo di anziani». Con i colleghi di lavoro spesso parla di Dio. «Cerco di raccontare Gesù anche agli altri immigrati, ma con gli afghani è più difficile, non mi sento sicuro nel farlo. Ce ne sono alcuni, quelli più estremisti, che potrebbero anche uccidermi. Quelli cresciuti in Pakistan sono dei veri e propri talebani, del tutto contrari a qualsiasi idea di conversione».

«Porto la croce, non mi nascondo»
Al momento la sua “nuova identità” è un tabù per molti, ma il ragazzo non si scoraggia, né ha paura. «Cerco di farmi chiamare Cristiano, con il mio nuovo nome, ma molti musulmani mi prendono in giro, si rivolgono a me dicendo: “Guarda è arrivato, Marco, Matteo, Luca…”. Porto la croce al collo e non mi interessa se è rischioso, non voglio più nascondermi, perché ora tutto è cambiato, ora esiste futuro, esiste speranza».
Ahmad amava «le notti buie e senza stelle», perché gli ricordavano la sua vita, il suo martoriato paese, le sue amicizie violentate. «Tutta la mia vita era stata buia, e pensavo che non sarei mai riuscito a vedere la notte in un altro modo, con un altro colore, ad amare la notte con le stelle e la luna. Mi chiedevo sempre se valesse la pena di vivere così». Cristiano ora guarda al cielo d’estate e cerca le stelle, le più luminose possibili.

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di Marta Allevato

Cosa salva una madre di dodici anni che vende il suo corpo su internet

A 18 anni possiede tutta l’esperienza di una donna di strada. Ha conosciuto il carcere minorile femminile per spaccio di droga. Quando il giudice si è reso conto che era incinta me l’ha mandata a casa, agli arresti domiciliari. Per lei sono il nonno. Aveva già vissuto due anni in una delle nostre case che accolgono ragazze violentate e spesso incinte. Ha dato alla luce suo figlio all’età di 12 anni. Ogni volta che nasce un bambino a me viene in mente la canzone di De Andrè: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

Mirta, chiamiamola così, dopo tanto tempo passato con noi, era scappata. Una domenica, alle 6 del mattino, mentre andavo a celebrare la messa nella fattoria Padre Pio la incontro camminando per la strada. Mi fermo e sorpreso di vederla le chiedo: «Da dove vieni a quest’ora?». «Dal lavoro», dice. Capisco subito la questione e, con tenerezza, la invito a tornare a casa. Ha la testa bassa e piena di vergogna. Passano ancora molti mesi prima di rivederla. Questa volta dietro le sbarre del carcere minorile. Per grazia di Dio ha incontrato una guardia carceraria che si è presa a cuore la sua situazione e ha ottenuto dal giudice il permesso di farle scontare il resto della pena a casa. Un giorno questa guardia si è presentata da me dicendomi che Mirta era incinta e voleva abortire. Disperata e preoccupata mi ha chiesto di riaccoglierla. Con tanta allegria l’abbiamo riaccolta, così è iniziato un nuovo cammino, difficile, qualche volta più semplice, comunque sempre in salita. Non è facile scrollarsi di dosso gli anni passati per strada tra prostituzione e droga. Mirta ha il volto sempre cupo, parla poco.

Faccio mio il suo dolore e l’aiuto a guardare il bambino che porta in grembo come un dono. Dopo alcuni mesi nasce. Un avvenimento che segna profondamente la vita di Mirta, risvegliando in lei il senso di responsabilità. Ora è mamma. Il passato è alle spalle anche se ha lasciato in lei dei segni che, con la grazia di Dio, la compagnia e tanta pazienza, guarderà con ironia, con distacco, come ho visto accadere in altre ragazze nella stessa situazione. Il problema vero, il compito che mi aspetta ogni giorno, è quello di aiutarla a crescere con la coscienza di essere relazione con il Mistero, come sempre ci ricordava don Giussani. Immagino come sarà bello per Mirta il giorno in cui scoprirà «io sono tu che mi fai» e non il frutto dei suoi problemi. Non esiste possibilità di generare senza questa certezza. Per questo anche ciò che le è accaduto è un incidente nel cammino che l’ha spinta a cercarmi.

Alcuni giorni fa è venuta a visitarmi una ragazza amica di Mirta e che vive con la sorella, la quale ha messo in rete alcune immagini pornografiche che ritraggono Mirta. Rimango molto male, così chiamo la ragazza per farmi dire la verità: «Sì padre, è tutto vero quanto ti hanno detto, non so spiegarmi cosa mi è passato per la testa in quel momento. Mi sentivo sola». La cosa non mi sorprende perché quando confesso grandi e piccoli mi incontro sempre con peccati orribili. Prostituirsi su internet è una moda perfino nelle bambine delle medie.

Il pranzo della domenica
Mirta mi ha raccontato della solitudine che vive. Dopo che si è sfogata, mi consegna il cellulare, un gesto della sua libertà. La radice di questi fatti, in cui anche i vostri figli facilmente diventano vittime, sta nel vuoto esistenziale e affettivo con cui, prima o poi, dovranno fare i conti.

Il cuore di ognuno di noi non può battere se non è illuminato dai raggi dell’infinito che cercano una fessura per entrare. Solo l’esistenza di adulti nella fede può aiutare i ragazzi a sperimentare nel tempo la bellezza della realtà nella sua oggettività. Una ragazza vende il proprio corpo quando i suoi punti di riferimento sono deboli. Essere padre significa essere un punto di riferimento, e non posso distrarmi da questa responsabilità perché, se il grido silenzioso di Mirta non avesse trovato risposta, si sarebbe trasformato in disperazione. Più passano gli anni e più tocco con mano il bisogno che i ragazzi hanno che io stia con loro, condividendo il loro tempo. Ogni domenica pranzo con loro e vedo i loro occhi brillare di gioia quando dopo la preghiera mi siedo alla testa della tavola. Nel rapporto personale con ognuno di loro sono liberi di raccontarmi tutto, e questo è essenziale nel rapporto educativo.

Don Aldo Trento – Tempi

Te Deum, per i doni trascurati

una mamma scrive il suo grazie per l’anno, per la vita, nonostante tutto o grazie a tutto

Le facce care, il ronzio della lavatrice, il frigo pieno, questa cucina affollata di oggetti. E una via di Milano come tante. Marina Corradi ringrazia per «ciò che ho sempre visto, senza vederlo davvero». 

Stamattina era domenica, e i ragazzi hanno dormito fino a quasi le dieci. Sono andata a svegliare la piccola. Era abbracciata a un gatto, sotto le coperte. Aveva ancora l’odore di quando era bambina: di Nutella, di biscotti. Ho annusato e profondamente inspirato. Le ho sfiorato una guancia, era morbida e calda. Una gratitudine si è allargata nei miei pensieri opachi del mattino: che meraviglia averla qui, da quattordici anni, così viva; ridente o pensierosa, o furibonda in una rissa coi fratelli; bella, e vanitosa davanti allo specchio, mentre verifica compiaciuta l’effetto del primo rimmel sulle sue lunghe ciglia nere.

Noi non ci accorgiamo, di solito, di ciò che abbiamo, di tutto ciò che ci si ripresenta fedele, che ci si schiera davanti agli occhi ogni mattina. Ma da un po’ di tempo mi succede di riconoscere la realtà quotidiana come qualcosa che mi genera una frazione di istante di gratitudine: “vedo”, attorno a me, questa casa, e una famiglia, e degli amici, e un lavoro. Generalmente accade dopo un lutto, o dopo una malattia, di accorgersi con stupefatto rammarico di tutto ciò che si aveva “prima”, e di cui non ci si era accorti. Invece senza che sia accaduto niente di questo, mi succede – non sempre, qualche volta – di riconoscere la realtà data, al mattino, e di esserne stranamente lieta. È, forse, perché invecchio?

Io mi ricordo, in certi vecchi che ho frequentato da bambina, questa attitudine a sapere essere contenti di una mattina di sole, o di un piatto fumante, a tavola, e del suo profumo. Come se ogni mattina gli occhi si aprissero per la prima volta; e ci si meravigliasse delle facce care, delle cose di casa che funzionano, docili, del fido ronzio della lavabiancheria e perfino di un banale frigorifero pieno – che sembra una ovvietà, e invece è anche lui un trascurato dono.

E dunque in quest’anno che corre verso la sua fine il mio Te Deum è per ciò che ho sempre visto, senza vederlo davvero; e per un nuovo sguardo, attento a ciò che fino ad ora mi sembrava dovuto (e casomai, se improvvisamente mancava, ragione di indignazione e protesta, come quando ci viene rubato ciò che ci spetta).

Grazie, dunque, per questa stanza in cui dormo, con gli scuri ancora chiusi nel primo mattino, e per il letto caldo; grazie per quella lama di luce chiara e di freddo tagliente che entrerà aprendo la finestra, insieme al fugace rosa del ciclamino sul balcone, così rosa e vivo, anche dopo la notte d’inverno.

Grazie per i passi dei figli che si vanno pigramente alzando in questa mattina festiva; e perché uno di loro canta svagato una canzone degli alpini, con una bella voce da baritono che piace a suo nonno, alpino sul Don, se dal cielo la sente. (Ma tu la senti, ne sono certa. E quante volte mi pare di sentirmi addosso i tuoi occhi, con quella espressione leggermente apprensiva che avevi quando mi salutavi, e io avevo vent’anni, e tu sembravi chiederti che cosa mi portavo nei pensieri. Ma non me lo domandavi, come non lo chiedo ora ai miei figli, in quel segreto tabù che sbarra il confine fra figli e genitori).

Grazie del figlio grande, del test all’università superato, e di come studia, nel fare ciò che gli piace davvero. Grazie di mio marito, a dire il vero un efferato metodico molestatore dei miei già fragili nervi; però chi altro si poteva accompagnare a una come me? Grazie perché c’è, perché resta, fedele.

Grazie di questa casa grande, ombrosa, caotica come in fondo a me piace – non sopportando la nudità cruda dell’ordine perfetto, o di certe cucine che vedo fotografate sui giornali, lindi acciai freddi come sale operatorie. Quanto amo invece questa nostra cucina larga, affollata di oggetti che non sappiamo più dove infilare, col grande crocefisso di legno che ci allarga sopra le sue braccia, generoso e direi, a volte, benignamente rassegnato. Grazie dei vicini e dei negozianti che saluto ogni mattina, nell’enclave cara e consueta che è una via di Milano come tante; e grazie di quel signore strano, vecchio, dimesso, che gira sempre con due grandi sporte pesanti per mano, e una volta gettando l’occhio ho scoperto che sono colme di vecchi giornali che lui, senza un motivo, trasporta avanti e indietro. Lo sconosciuto con le sporte colme di parole ingiallite sorride, quando lo saluto; e la sua disarmata follia mi intenerisce, e mi riecheggia qualcosa, quel suo girare sotto al peso di tante parole consumate. (Forse, questo mio lavoro?)

Grazie di avere un lavoro. Grazie del “bip” che fa il cartellino di riconoscimento, all’ingresso, ogni mattina, e dell’odore di carta stampata che il mio naso puntualmente registra entrando in redazione (mentre fra me cupamente borbotto: tutta la vita a scrivere parole). Grazie delle facce dei colleghi con cui ci intendiamo con pochi cenni, come operai che non abbiano bisogno di parlare, tanto usi sono ad avvitare, stringere, far marciare la macchina complessa che è un giornale. Grazie degli amici – soprattutto di quelli a cui puoi raccontare qualsiasi cosa.

Grazie anche del mio cane, mezzo sciacallo e mezzo volpe, bastardo da incalcolabili generazioni, a cui mi sono infantilmente, patologicamente legata; come avessi trovato in lui, cucciolo randagio in una piazza del Sud, una parte bambina di me, che non sapevo più di avere. Grazie dei nostri gatti, belli, fieri come enigmatiche sfingi e pasticcioni come bambini. (Malacoda, che perfidamente con la zampa in questo istante dondola l’arcangelo sospeso con un filo sul presepe; mentre sulla farina davanti alla grotta al mattino trovo sempre impronte feline, come di notturni silenziosi pellegrini). E grazie della attesa muta che aleggia su questo presepe casalingo, imperfetto, goffo, e ogni anno uguale. Senza questa attesa e dunque questa speranza, tutto – i figli, la famiglia, il lavoro – si rivelerebbe alla fine nient’altro che un po’ di cenere.

Ho ricevuto oggi da un amico un biglietto d’auguri: «L’incarnazione di Cristo – c’era scritto – è l’unica nostra speranza». So bene che molti alzerebbero le spalle: che integralismo, che esagerazione. Direbbero che il mondo è pieno di speranze, di solidarietà e di buona volontà. Già. Ma cosa te ne fai di tutto questo, se la morte può toglierci un figlio per sempre, se quelli che abbiamo amato ora sono nel nulla, e ce ne resta solo un ricordo che sbiadisce? A cosa serve tutto il nostro fare di fronte alla massa di sofferenza e miseria che si allarga sulla terra – che non reggeremmo, se la conoscessimo intera – se nessuno davvero è venuto a caricarsi e ad abbracciare e a riscattare tutto questo dolore?

Sì, forse è perché invecchio. È per questo che vado sfrondando le speranze, e me ne resta, davvero, solo una. Invecchiare, fra noi gente d’Occidente, è perdita, decadenza, nebbia che offusca i pensieri. E se fosse invece questo solo il destino del corpo, e l’uomo interiore con gli anni vedesse meglio, più lontano, oltre l’apparenza opaca delle cose? Se il tempo che passa fosse Dio che viene? Grazie, in questo anno che finisce, di un’altra in me che appena intravvedo, più attenta, e grata piuttosto che indignata; grazie anche del tempo che scorre, di quello scandire inflessibile delle ore, che da giovane mi sembrava una condanna. Ma, forse, non capivo. Forse, ora vedo meglio. Grazie, perché nello scoccare di questo nuovo anno non ho più, del tempo, come da ragazza, tanta inerme paura. (Marina Corradi)

Il matrimonio e’ un don Chisciotte che ama per sempre

don-chisciotteÈ uno dei titoli giornalistici più belli mai fatti quello inventato dal Foglio qualche giorno fa, “Il matrimonio è un don Chisciotte che ama per sempre”. È compiuto e vero, per chi non sia preda dell’ideale secondo cui “il matrimonio è un Moccia che ama finché dura”. È un don Chisciotte il matrimonio (il matrimonio cristiano di certo), il cavaliere della Mancia che lotta per l’ideale, che ricerca il senso, apparentemente perdente, gabbato, grottesco, ma sempre amante, ridestato, sempre tenace ed eroico, pieno di coraggio e speranza.
E, soprattutto, in lui tra i doni di Dio «più risplende quello della misericordia che quello della giustizia», come emerge dalla lettura de Il fantastico hidalgo don Chisciotte della Mancia, edito dalla Bur. E nel matrimonio non è così? Non è questione di giustizia tra noi – sembra di sentire la Violaine di Paul Claudel e la Lucia di Alessandro Manzoni – ma è questione di misericordia e di perdono, o nulla ricomincia e si rinnova.
È l’inno alla libertà di don Chisciotte: «La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini», e il matrimonio anche, ché il matrimonio come prigione è stato inventato da volpi che non avendo trovato la strada per arrivare all’uva l’hanno dichiarata acerba. Inno all’avventura, inno al ricominciare, rinnovandosi, inno alla libertà dietro la quale si nasconde «la vocazione di un “di più″» dice Maria Zambrano nel libro della Bur a proposito del cavaliere errante.
Per questo il matrimonio è un don Chisciotte che ama per sempre.
«È quel “di più” che ci fa uscire fuori e andare incontro all’alba».

Annalena Valenti – Tempi

I 10 siti di notizie che un cattolico dovrebbe seguire

10-siti-notizie-cattoliciLe notizie da anni ormai giungono ai cittadini in maniera filtrata e “addomesticata” dalla politica e dai poteri forti che sono sfavorevoli al cattolicesimo e ostili a difesa della vita, della famiglia, della liberta’ di opinione, della liberta’ di coscienza, della liberta’ religiosa.
Ecco perché bisogna aprire i propri orizzonti attingendo ad altre fonti che non siano quelle dei grandi gruppi editoriali.

Ecco qui i 10 siti di informazione che un cattolico dovrebbe consultare per rimanere libero e non succube della mentalita’ atea e del materialismo.

1) LA CROCE QUOTIDIANO www.lacrocequotidiano.it
un quotidiano online (consigliamo di trovare 5-6 amici e acquistare un abbonamento annuale per scaricare i pdf/epub) su cui scrivono numerosi blogger emergenti e scrittori cattolici per commentare e analizzare gli avvenimenti alla luce della fede.
Una particolare attenzione al mondo prolife e alle grandi questioni culturali del nostro tempo

2) ASIANEWS www.asianews.it
una agenzia con notizie dal mondo asiatico e dal medio oriente, in 4 lingue. Notizie su una parte del mondo che coinvolge anche noi.
Una grande finestra anche sulla fede in Cina e sulla libertà religiosa nel mondo

3) LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA  www.lanuovabq.it
ogni giorno notizie di attualita’, commenti sugli avvenimenti relativi alla Chiesa, approfondimenti sui temi scottanti, dlal’eutanasia alla droga, dall’immigrazione al gender, dalle unioni civili all’islam.

4) AGENZIA ZENIT  https://it.zenit.org/
notizie e approfondimenti sul mondo e sulla Chiesa in 6 lingue.
Dispone anche di una newsletter gratuita quotidiana seguita da oltre 500.000 persone

5) ALETEIA http://it.aleteia.org/
testimonianze ed approfondimenti da tutto il mondo, la fede raccontata con storie e commenti dei maggiori blogger cattolici del mondo. In 7 lingue

6) TEMPI  www.tempi.it
Il sito del più acuto e moderno settimanale cattolico.
Approfondimenti e notizie che non si trovano altrove.
Una voce unica e irriverente, profondamente cattolica.

7) RADIOMARIA www.radiomaria.it
Ogni giorno una rassegna stampa degli articoli più interessanti per noi cattolici. Grandi conferenze e approfondimenti di alto spessore culturale specialmente la sera, tutti scaricabili.
Sono presenti anche articoli quotidiani in pdf sui principali temi della fede.

8) AVVENIRE www.avvenire.it
il quotidiano ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI, i vescovi…) con notizie e commenti sulla società e la Chiesa.
Fondamentale l’inserto settimanale Famiglia e Vita

9) VATICAN.VA www.vatican.va
il sito ufficiale della Chiesa Cattolica in 10 lingue,
dove si trovano tutti i testi e documenti del Papa e di tutti gli enti vaticani. Alcuni messaggi presentano anche traduzioni in altre lingue oltre le 10 principali del sito

10) RADIOVATICANA www.radiovaticana.va
Audio e notizie in tempo reale sulla Chiesa e sul Papa in 37 lingue.
E’ possibile trovare molti documenti tradotti in lingue non presenti sul sito vaticano

Per sempre felici e sudati

large_let-jesus-stand-on-the-stage-of-your-marriage-5mds1uhnVicino a casa mia c’è un negozio di articoli per animali domestici. In vetrina espone collari con strass, ciotole tempestate di cuoricini e cappottini e impermeabilini, sui cento euro, per appendere i quali è in vendita un armadio ad altezza di cocker. Quel negozio mi preoccupa. Al sabato è frequentato da giovani donne e uomini eleganti, con Repubblica sottobraccio e il loro cane che chiamano spesso con nomi umani. “Tommaso! Ugo!”, gridano, e tu pensi che cerchino il bambino. Invece è il setter, che arriva scodinzolando adorante. È sabato, appunto, e questi trentenni borghesi sono soli col cane. Gli comprano i croccantini a basso regime calorico. Se ne vanno, e camminano appaiati come certe vecchie coppie, che hanno la stessa andatura. Questi padroni antropomorfizzanti dovrebbero chiedersi perché hanno tanto bisogno che almeno un cane li ami di un affetto fedele e certo. Mentre in osservanza del pensiero unico obbligatorio teorizzano la libertà di coppia, il “rifarsi una vita” con uno o più compagni, la “famiglia allargata”, insomma un viavai da ora di punta nell’ex focolare domestico.
Non c’è un serial tv in cui due, sposati, lo rimangano.
Il “compagno”, nei salotti della Milano “giusta”, è come la casa a Santa Margherita o il Suv: se non ce l’hai sei impresentabile. Al venerdì davanti alle scuole vedi dei ragazzini con due zaini:
uno ha dentro il cambio della biancheria, questo weekend si va da mamma. La normalità è che i matrimoni finiscano. E siccome accade sempre di più, ci si racconta che è giusto, e che si è più felici così. E i miei figli, mi chiedo guardando quelli che chiamano Giovanni il setter, non diventeranno uguali? La corrente porta con forza in questa direzione. Il matrimonio eterosessuale e di lungo corso è in via di estinzione, se perfino la democratica Bologna organizza corsi antidivorzio. Con mio marito siamo sposati da 17 anni.
Amicone mi ha chiesto di scrivere che cosa permette di tenere duro, contro la corrente. «A me lo chiedi?», ho risposto seccata. Come se non fosse stato testimone delle nostre risse domestiche. «Appunto», ha risposto lui, «17 anni assieme litigando ogni giorno è un caso interessante». Che cosa dunque tiene insieme un uomo e una donna nevrotici, pigri, lui che russa e lei insonne, lui che ama mangiare bene e lei che gli rifila surgelati spesso ancora in un blocco di ghiaccio?
Devo dire che io sono una generazione “avanti”, nel senso che io stessa vengo da una famiglia disastrata. Ho visto com’è, dalla parte dei figli, quando uno prende le sue cose e se ne va lasciando la casa spoglia, come fossero passati i ladri. Sono stata fra i primissimi, modestamente, ad avere lo zaino per andare da papà. Eravamo all’avanguardia. Perciò certe sciocchezze come “si può separarsi e non fare soffrire i figli” o “non è la fine del mondo” non me le possono raccontare. So che per un figlio il dividersi dei genitori è la terra che si apre sotto i piedi. Mi ricordo. Diventata grande mi dissi: “Se mi sposo, sarà per sempre”, con una sfumatura di ardimento da kamikaze, quasi che avvertissi il matrimonio come una missione impossibile. Dell’indissolubilità del sacramento era assolutamente convinto anche il mio futuro marito. Forse per questo ha un’aria così spaventata, nelle foto del matrimonio. A guardarci in quel giorno di pioggia, provo una certa tenerezza, come le madri quando i figli partivano per la naja – e non avevano idea, loro, di cosa sarebbe stata. Perché credo occorra sgombrare il campo da quell’insensato romanticismo che aleggia attorno alle nozze.
Non è, ragazzi, che si parte per una luna di miele infinita; e poco resta, dopo un paio d’anni, di tanti cinguettii. Questa idea deviante del matrimonio è priva di fondamento, e illude tanti poveri giovani. Vivere in due, per sempre, è una cosa faticosa, talvolta drammatica. Il punto è che non è una gita di piacere. È un assumersi un compito, è decidere di costruire insieme. È aprire il cantiere di una Grande Opera: non ci si può aspettare di mettersi lì a prendere il sole. Certo, se immagini una vacanza e scopri che c’è da lavorare di badile, molli tutto. L’importante, è essere informati.

Quella promessa davanti all’altare
L’avere figli aiuta. Almeno, a noi è andata così: di fronte al primo figlio abbiamo cominciato a diventare davvero – nello sbalordimento, e anche nello smarrimento di essere incapaci di trattare quel selvaggio – “una cosa sola”.
Oggi a riprodursi ci si pensa parecchio, occorre che sia il momento giusto, e sentirsi maturi, e sentirsi “pronti”. Se avessi aspettato di essere matura per la maternità, sarei finita a 50 anni da un mago della provetta. I figli cementano un matrimonio, e quasi lo costruiscono. Fanno crescere i genitori più alla svelta. E già piccolissimi li guardano come fossero una cosa sola. Quel loro sguardo è antidoto e contrappeso alla spinta della corrente, dell’affermazione di sé, del va’ dove ti porta il cuore e di tutte le storie che ti contano oggi. Anche per questo i figli sono una benedizione. Ma potrebbe non bastare. Il desiderio di un bene che duri per sempre l’abbiamo ancora addosso, da ragazzi (al parco Sempione a Milano c’è un ponte con la sponda completamente coperta dai lucchetti. A 18 anni sognano ancora “per sempre”. Bambinate, sorridono saggi gli adulti, vedrai quando cresci).
Il fatto è che se quel “per sempre” è solo un desiderio, verrà sopraffatto da altri desideri. Deve essere un giudizio, e una promessa. Come il giuramento di un soldato che s’arruoli in una rischiosa campagna:  io ci sono. Nella buona e nella cattiva sorte. (È facile dimenticarsene. Occorre sempre la faccia di un amico, di qualcuno che te lo ricordi). E tuttavia nemmeno la decisione più ferrea basta ancora. Potrebbe forse tenere insieme due infelicità in nome del senso del dovere. È stata la sorte, soprattutto in passato, di tanti uomini e donne seri, rispettosi dei figli e della parola data, ma disperatamente infelici. Sono i matrimoni contro cui l’Italia degli anni Settanta nel nome della libertà si è rivoltata.
Ma già in alcune di quelle case, solo formalmente unite, si era dimenticata una cosa, la più importante. La promessa davanti all’altare non è solo fra un uomo e una donna. È Dio che entra in gioco. Col matrimonio, non ce ne ricordiamo quasi più, è data una Grazia che permette di portarlo avanti. Non è aria, non sono parole – a meno che Cristo stesso non sia per noi solo una parola. Quel Terzo è quello che permette di perdonarsi reciprocamente – da soli, a volte agli uomini non riesce.  La colonna portante è il Terzo. Così che il come si contrasta l’onda, e come non ridursi ad amare solo un cane, sta non in una bravura, ma in un ostinato domandare.
Che sarà la prima cosa che io, naufraga della prima generazione “modernizzata”, dirò a mia figlia, il giorno che – spero – mi dirà:
mamma, mi sposo.

di Marina Corradi

Il brutto di sentirsi comprati e non accolti

alana-intro-stillDolce e Gabbana? Avevano ragione loro. I bambini devono nascere da un padre e una madre e non in laboratorio, perche’ «la vita ha un corso naturale e ci sono cose che non dovrebbero essere cambiate». È ciò che pensa Alana Newman, 28 anni, «nata con lo sperma di uno sconosciuto per fare piacere a mia mamma» e «usata come una sorta di strumento per risolvere le sue mancanze».

UN VUOTO INCOLMABILE
Hattie Hart, 16enne, ha scoperto due anni fa di essere stata concepita con lo sperma di un donatore anonimo. Insieme a Newman, ha scritto sul Federalist un articolo contro il «bullismo» di Elthon John, ai danni di Dolce e Gabbana, e «la moltitudine di genitori che difendevano i loro “bei bambini” fatti artificialmente», bambini che «non hanno voce per protestare». Hart pensava che «l’uomo con cui sono cresciuta fosse mio padre, ma non avevo un buon rapporto con lui. Poi, quando ha divorziato da mia mamma, mi ha detto la verità. Inizialmente provai un sospiro di sollievo per il fatto che non fosse mio padre: era distaccato e non mi ha mai trattata come i suoi figli naturali. Ma dall’altra parte, scoprire di non avere un papà mi ha lacerata. È un vuoto incolmabile», spiega a tempi.it.
Newman ricorda di quando al college lesse Il Nuovo Mondo di Aldous Huxley, che già nel 1939 anticipava lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione a fini eugenetici e di controllo delle nascite. Nonostante «l’ambiente liberal, la mia classe era contraria a un mondo così. Allora rivelai la mia storia». Alla notizia i compagni rimasero in silenzio, finché un ragazzo esclamò: «Beh, pare un essere umano perfetto, forse non dovremmo essere così isterici!». Io, continua Newman, «sono sì un essere umano, come lo è il figlio di uno stupro, ma questo non significa che stuprare sia giusto». E poi «la mia psiche non è così normale. E qui non si tratta di qualcosa che i medici possono aggiustare. È un problema spirituale».
Hart, da quando ha scoperto come è nata, ha cominciato «a leggere e incontrare persone come me. Quelli come noi hanno tutti problemi di fiducia, abbandono, rifiuto con cui devono convivere tutta la vita». Le due ragazze citano a tempi.it lo studio intitolato My daddy’s name is donor (Mio papà si chiama donatore), da cui emerge che chi è privato di una delle due figure, materna o paterna, corre gli stessi rischi di coloro che sono cresciuti da persone drogate o alcolizzate: «È così, è la pura verità, che piaccia o no».

UN AMORE DIVERSO
Oggi però Newman è felicemente sposata con due figli. «È vero, sono stata fortunata. Prima di tutto perché ho letto tantissimo, senza stancarmi, per anni, e ho capito come mai stavo così male, scoprendo che anche gli altri figli dell’eterologa soffrono. Ma soprattutto ho avuto la fortuna di incontrare alcuni cattolici che mi hanno amata in un modo che non conoscevo. A casa mia si amava per sentirci bene, mentre per queste persone l’amore era un’altra cosa: si sacrificavano e si privavano di qualcosa di loro per rendere felice me. L’opposto di come ero sempre stata trattata. Questo amore mi ha cambiata, ma il mio passato resta».
Per Hart «una delle più grandi tragedie è la perdita dell’appartenenza. La fecondazione eterologa è devastante, dovrebbe essere vietata. Per questo ringrazio Dolce e Gabbana: mi sono sentita difesa da due persone coraggiose, che hanno parlato a nostro favore in una società in cui tutti hanno paura di farlo. Una società che onora solo le coppie e i singoli che vogliono bambini e mai i figli e i genitori biologici». Nell’ambiente in cui Hart è cresciuta «dire che un bambino ha il diritto di crescere con sua madre e suo padre non è permesso. Per fortuna mia mamma ha capito la gravità delle conseguenze del suo gesto e ora mi sostiene. Ma non è facile comunque». Che cosa aiuta Hart ad andare avanti? «Io spero. Ora so che con la terapia posso aiutarmi, anche se chi è passato di qui dice che un vuoto ci sarà sempre. Ma soprattutto sono felice di aver incontrato Alana che mi vuole bene davvero, è il mio mentore, una sorella che mi ha capito ed è strano in una società che mi fa sentire in colpa per i miei sentimenti». Invece «dire la verità, parlare di quello che mi è successo e sapere che può servire è terapeutico, mi fa sentire bene. Si capisce, no?».

Tempi

Perdere la memoria e reinnamorarsi

Danielle-Josey-Davis-Matt-DavisDi «esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita», Danielle lo aveva promesso a Matt il giorno del loro matrimonio, e non ha mai avuto intenzione di tornare indietro. E la sua fedeltà è stata ripagata.

LA DECISIONE. Quando Matt Davis nel 2011, dopo soli due mesi di fidanzamento e sette di matrimonio con Danielle, entrò in coma a causa di un incidente stradale, i medici lo diedero per spacciato, invitando la moglie a non ostinarsi e a “lasciarlo andare”. «Dicevano che se fosse stato per loro avrebbero staccato la spina», ha spiegato la ragazza all’emittente Wtoc. Ma Danielle non aveva dubbi: suo marito non sarebbe morto né di fame e di sete né per mancanza d’ossigeno, ma sarebbe tornato a casa dove lei lo avrebbe curato. Matt aveva appena 26 anni e lei 27, ma era assolutamente certa che «Dio mi avrebbe aiutata ad attraversare questa situazione, non ho pensato che fosse troppo per me». Disse alla madre che anche se Matt fosse rimasto per sempre incosciente avrebbe voluto sistemarlo in una stanza da cui si poteva vedere il panorama: «Se dobbiamo portarlo a casa, almeno facciamo in modo che goda della vista migliore del mondo».

UN ALTRO “SÌ”. Danielle portò il marito in casa, occupandosi di lui 24 ore al giorno, girandolo nel letto per evitare le piaghe da decubito, pulendolo, somministrandogli una ventina di farmaci al giorno e cambiandogli il tubo dell’alimentazione. Qualche settimana dopo, nonostante le basse probabilità di risveglio, ricorda la ragazza, «notammo che Matt cercava di parlare, più che altro era un sussurro, quindi gli misi in mano il suo cappello, chiedendogli di metterselo in testa. Dopo averglielo ripetuto più volte ansimò: “Ci sto provando!”. È stata la cosa più grandiosa che abbia mai sentito!». Purtroppo, però, ripresa coscienza, Matt non ricordava di essersi mai sposato e nemmeno sapeva chi fosse quella Danielle. L’incidente gli aveva cancellato dalla memoria gli ultimi tre anni di vita. Ma proprio come era accaduto la prima volta che si erano incontrati, Matt vedendo Danielle rimase nuovamente folgorato: «La vidi e mi dissi: “Sì”», ricorda il ragazzo. Certo, ci volle un po’ di tempo perché la donna si convincesse che il marito un giorno sarebbe tornato quello di prima, ma alla fine quella certezza arrivò. Precisamente il giorno in cui Danielle chiese a Matt che cosa desiderasse mangiare e lui, con un sussurro appena udibile, rispose: «Pollo alla buffalo avvolto nel formaggio». Il suo cibo preferito.

IL FILM. Da tre anni la giovane sposa lavora senza sosta sia per il recupero del marito (che da poco è tornato a camminare) sia per mantenere la famiglia. E dato che l’assicurazione ha smesso di coprire i trattamenti, nonostante il fatto che a Matt serviranno più di 10 anni per riprendersi completamente dal trauma, Danielle ha messo in piedi anche una raccolta fondi per lui. La storia di questi due giovani di Savannah, Georgia, ne ricorda un’altra – vera anch’essa, ma a parti invertite – che ha ispirato un film prodotto nel 2010 (La memoria del cuore). È la storia di Krickitt Carpenter e di suo marito Kim: proprio come Matt, nel 1993, dopo dieci settimane di matrimonio, Krickitt finì in coma in seguito a uno scontro in auto e si risvegliò senza ricordare nulla di quanto era accaduto nei due anni precedenti. «Una volta che ho accettato di essere sposata a quest’uomo di nome Kim e di aver fatto un incidente, ci sono semplicemente stata», ha detto l’anno scorso Krickitt in un’intervista al Christian Post. «Mi sono assolutamente fidata del disegno che Dio aveva su di me (…). Siamo lieti che Dio usi questa storia per la sua gloria». Anche per Kim, conferma lui stesso, si è trattato di mantenere «una promessa» fatta «davanti a Dio». E quando qualcuno adesso parla della loro storia come un caso «straordinario, unico, eroico», spiega l’uomo, quelle parole «ci rattristano», perché «siamo un uomo e una donna che hanno semplicemente fatto ciò che avevano detto di voler fare». Finché morte non li separi.

da: www.tempi.it

Non abortiteli, i bambini Down non sono destinati a essere infelici

sindrome-di-down-696x392In Inghilterra le famiglie dei bambini affetti da sindrome di Down hanno protestato contro l’introduzione da parte del sistema sanitario nazionale del nuovo test sul Dna materno, che porterebbe gli aborti di questi bambini dal 90 al 92 per cento. «In Italia invece nessuno parla per smascherare un immaginario falso sulla condizione di queste persone, mentre occorrerebbe un battaglia culturale e di testimonianza», spiega a tempi.it

Roberto Volpi, statistico e autore del volume recentemente pubblicato da Lindau La sparizione dei bambini down. Un sottile sentimento eugenetico percorre l’Europa.

Le famiglie in protesta contro l’introduzione del test sono allarmate dal numero di aborti (oltre il 90 per cento) e dalla sparizione dei bambini malati. Qual è la situazione in Italia?
Premetto che i dati, come in Gran Bretagna e in Danimarca, non sono certi, questo perché i registri da regione a regione non sono uniformi e spesso hanno dei requisiti di attendibilità bassi. Ma si possono fare dei calcoli veritieri. In Europa, ogni 100 bambini Down individuati, 65 vengono abortiti. In Italia, facendo i calcoli a partire dai registri della Toscana e dell’Emilia Romagna, siamo a circa il 90 per cento di bambini Down abortiti. Sono numeri in linea con paesi come Spagna o Danimarca.

In Danimarca, sempre secondo le previsioni, i bambini affetti da trisomia 21 dovrebbero scomparire entro il 2030.
Se questo avvenisse significherebbe che lo Stato ha messo in atto un piano coercitivo. Infatti bisognerebbe imporre l’amniocentesi a tutte le donne gravide e, nel caso in cui l’esame dia esito positivo, costringerle ad abortire. Oggi, infatti, non tutte le mamme, specialmente quelle tra i 25 e i 35 anni (circa il 40 per cento di quelle che partoriscono in Europa), si sottopongono alla diagnostica prenatale. Motivo per cui è tra queste che nascono ancora bambini con qualche anomalia o malattia. Oltre i 35 anni, infatti, quasi tutte le donne gravide effettuano l’amniocentesi e, nel caso risulti positiva, abortiscono. Ma anche in questo caso ci sono delle rare eccezioni. Quindi i bambini con la trisomia 21 non spariranno mai completamente, a meno di un piano dittatoriale. Se una violenza simile si verificasse morirebbe un numero maggiore di bambini sani: l’amniocentesi oggi ne uccide dai 3 ai 4 sani su ogni bambino Down individuato, nel caso di un piano diagnostico coercitivo di massa arriveremmo a 5 o 6.

Cosa succederà invece con l’introduzione della diagnostica sul sangue materno?
Anche in questo caso, sebbene da una parte il rischio di aborti conseguenti all’amniocentesi (1 su 200) si ridurrebbe, il numero di falsi positivi crescerebbe insieme ai bambini sani uccisi. Ma credo che dopo un eventuale esame del Dna sul sangue materno, attraverso cui si può solo fornire un grado di probabilità della malattia, le donne farebbero anche l’amniocentesi. Come accade, ad esempio, nel caso dell’esame della traslucenza nucale meno attendibile.

Allora perché tanta pressione per introdurre questi test?
Ci sono sicuramente delle ragioni legate al mercato. Questi esami, come anche l’amniocentesi, sono costosi.

Com’è possibile sperare in un’inversione di marcia?
Finché andremo avanti con questi esami ci sarà poco da fare: i calcoli infatti dicono che più cresce la capacità diagnostica, più diminuisce quella di accoglienza. Ma bisogna guardare alla realtà di questi figli, che non è quella dell’immaginario mediatico. A differenza di cinquant’anni fa, in cui si scommetteva poco su questi bambini, spesso chiusi nelle loro case, oggi si sono fatti progressi enormi grazie a una vita di relazioni normale. Queste persone possono condurre una vita autonoma e vivere anche fino a sessanta o settant’anni. A maggior ragione credo che sia una bestemmia parlare di soluzione per una malattia attraverso l’eliminazione del malato. In ogni caso, anche ci fosse un Down triste o gravemente malato, la sua eliminazione sarebbe inaccettabile.

Il problema legislativo va quindi connesso a quello culturale.
Infatti, attraverso la testimonianza di questi bambini e delle tante associazioni che in Italia se ne occupano, occorre smascherare la falsa equazione sano=felice e Down=infelice. Anche perché oggi è quasi vero il contrario. Questi bambini, di cui ho raccontato le vite, sono persone molto più serene della media e spesso la loro debolezza è la forza dei loro genitori. Per me, quindi, rimane solo un mistero da svelare in questo campo: l’assenza di una battaglia e il silenzio di tante associazioni che potrebbero raccontare la verità con la forza dei fatti e della testimonianza dei diretti interessati.

di Benedetta Frigerio

Il sangue dei martiri e la fede dei missionari in Sudan

sudanMDF38724_3_46779855_300La mamma che allatta il suo bambino con le gambe fasciate non può avere più di 18 anni. Piange piano nello stanzone maleodorante e buio dell’ospedale di Rumbek, devastato dalla guerra. La mina è scoppiata dietro casa, mentre lei era al mercato. Suo figlio più grande, cinque anni, è morto. Aveva in braccio il fratellino di pochi mesi, che si è salvato. Altri bambini piangono, distesi su letti arrugginiti e su stuoie maleodoranti tra le rovine dell’ospedale. La guerra nel sud del Sudan dura da oltre mezzo secolo.

Due milioni di morti negli ultimi venti anni. Sei milioni di uomini donne e bambini che hanno dovuto abbandonare le loro case e vagano per il paese, in un territorio grande tre volte l’Italia. Qui ci sono solo tre medici stabili e una ventina di volontari per dieci milioni di persone, sterminate dalle malattie: da venticinque anni non si fanno vaccinazioni. Carovane di mercanti arabi di schiavi fanno irruzione nei villaggi cristiani e portano via i bambini: è la sorte di almeno diecimila piccoli dinka e nuer (le tribù più diffuse nel sud Sudan). Migliaia di bambini hanno affrontato dieci anni fa una marcia di oltre un anno nella savana e nel deserto per sfuggire ai massacri. Molti sono morti per fame, annegati tentando di guadare le paludi del Nilo, sbranati dalle belve. Nessuno li ha mai contati, nessuno ne ha mai parlato. Non è solo una tragedia umanitaria.

I vescovi hanno parlato di genocidio, eliminazione di un popolo, ma sul grido di questa gente è stato steso un velo di silenzio e indifferenza. Quasi 50 anni di guerra La guerra inizia nel 1955, quando sta per essere proclamata l’indipendenza del Sudan. Nel sud cristiano e animista nascono prima i guerriglieri anya-nya e poi l’Spla, il Sudan people liberation army, che si ribella al governo che vuole imporre la sharia, la legge coranica. Il Sudan è l’unico paese al mondo dove c’è stato un colpo di Stato militare per impedire che fossero attenuati i rigori del fondamentalismo islamico. è accaduto nel 1989. Fuori legge persino i partiti musulmani moderati. Proibito ai cristiani di predicare ai musulmani. La Chiesa è considerata una organizzazione non governativa. Nella carta dei diritti dell’uomo la parola “persona” è tradotta con “musulmano”, gli altri non hanno dignità. Le cose sono peggiorate dopo la scoperta del petrolio nelle province del Sud.

Ora il governo arabo vuole a tutti i costi controllare i territori meridionali e per questo deve “ripulirli” dalle popolazioni cristiane. E ripulire vuol dire sterminare, costringere le famiglie a separarsi, a fuggire, catturare i più giovani, uccidere gli uomini, gettare i cadaveri nei pozzi in modo da avvelenare l’acqua per anni. La tregua, proclamata nel gennaio dello scorso anno su pressione degli Usa, sta per scadere. E si teme che tra poche settimane possano ricominciare nuovi combattimenti. E la carestia che tre anni fa sterminò 250mila persone. La grande forza della fede Ho viaggiato per tre settimane nell’inferno del Sud Sudan con i missionari comboniani. Uno di loro, monsignor Cesare Mazzolari, è vescovo di Rumbek, la sua cattedrale è stata ricostruita da poco, delle altre chiese restano in piedi solo i muri, la croce sulla facciata e il tabernacolo trafitti dai proiettili. Tra le macerie giocano bambini completamente nudi. Tutti gli edifici in pietra sono stati bombardati: rasa al suolo la stazione televisiva, il complesso di scuole che era il più grande dell’Africa centrale ridotto ad un ammasso di macerie.

Cesare Mazzolari, proprio come Daniele Comboni, che domenica sarà proclamato santo, fu vescovo tra le tribù dinka, gli uomini e le donne altissimi e del colore del bronzo di cui parla il profeta Isaia, nella Bibbia. Qui, tra le rovine della guerra, sta nascendo qualcosa di nuovo e di grande. Ci sono storie che spalancano il cuore, come quella di Emmanuel, un ex ragazzo soldato: «Avevo dodici anni, – racconta – ero in un campo profughi in Etiopia. Ci dissero che bisognava combattere. Ci hanno addestrato e poi siamo andati al fronte. Ho combattuto.Ho visto i miei amici morire, uccisi in combattimento. Io sono stato ferito. Mi hanno portato all’ospedale, lì sono diventato cristiano. C’ era un gruppo di persone che si riuniva tutte le mattine. Ho chiesto loro: cosa fate? Mi hanno detto: siamo cristiani. Stiamo pregando. Erano amici, li vedevo stare insieme. Aiutare gli altri. Ho cominciato ad andare ai loro incontri di preghiera, a parlare con loro. Ma presto ho detto al catechista: come posso diventare cristiano? Ho sparato e forse ho ucciso dei ragazzini come me. Ma il catechista mi ha detto: sei stato battezzato, i tuoi peccati non esistono più. Ora sono un seminarista. Voglio diventare sacerdote».

Una speranza per i lebbrosi Fra’ Rosario Iannetti, medico e missionario, opera in una tenda, visita i malati, istruisce gli infermieri locali, giorno dopo giorno ricomincia la sua difficile missione, e non lo spaventano la dispensa vuota dell’ospedale, i casi terribili che vede ogni ora, il caldo e la fatica. Nella sua zona, a Mapourdit, più che la guerra ora uccidono le malattie devastanti. Terribile da vedere il reparto dove sono ospitati i lebbrosi, la malattia qui ha effetti devastanti. Questi malati, se presi in tempo, potrebbero guarire senza gravi conseguenze: la lebbra oggi si cura con una terapia di alcuni mesi. Ma la mancanza di medici rende impossibile affrontare in tempo il male. Le piaghe sono aperte, le dita, le mani e i piedi devastati dal morbo. La paura e il ribrezzo costringono molti lebbrosi a vivere appartati con le loro famiglie.

Visitiamo un villaggio abitato solo da malati. Ed è sorprendente trovarli al lavoro nei campi: stanno arando. «I missionari ci hanno insegnato a coltivare – ci dicono sorridendo – Ora possiamo dar da mangiare ai nostri figli e non dobbiamo più vivere di aiuti. Ci sentiamo finalmente uomini». E festeggiano il vescovo che li abbraccia senza imbarazzo. Le sue parrocchie della diocesi sono guidate da pochi coraggiosi missionari. C’è chi è stato per mesi in prigione, e anche in cella ha continuato a predicare il Vangelo, chi ha rischiato e rischia la vita. Ci sono catechisti, convertitisi dall’islam, che sono stati uccisi e crocefissi per rappresaglia. Il primo martire sudanese, padre Arcangelo Ali, fu torturato e ammazzato nel 1965, in odio alla sua fede. Da allora ce ne sono stati molti altri. Missionari e martiri. Come padre Ali hanno costruito piccoli ospedali e scuole, frequentate da migliaia e migliaia di ragazzi. Sono la speranza più concreta. Suor Mary, una religiosa keniota, insegna ad un gruppo di ragazze: «Le donne nella cultura tradizionale delle tribù sono sottomesse in tutto agli uomini. Non hanno nessuna possibilità di studiare, di essere indipendenti. Alla missione imparano a leggere e scrivere, a cucire le stoffe, imparano le norme di igiene e di alimentazione. E soprattutto, con l’istruzione, sta cambiando la loro mentalità. Non si sentono più destinate ad essere inevitabilmente sottoposte all’uomo. Sono più sicure di sé, più indipendenti, più libere».

Nei villaggi i cristiani prestano aiuto ai profughi che arrivano dalle zone dove ancora si combatte: «Noi siamo siamo fuggiti dalle nostre terre – dice un uomo – perché gli arabi volevano il petrolio. Non eravamo cristiani, ma quando siamo arrivati qui i cristiani ci hanno aiutato, nonostante fossimo di una tribù diversa. Siamo diventati cristiani, e la fede ora è la cosa più importante per noi. Qui ci hanno dato cibo e una terra dove fermarci, ma il più grande aiuto è stata la fede cristiana». Le cifre, le statistiche non dicono tutto. Monsignor Cesare e gli altri missionari confessano i bambini sotto gli alberi. Il vescovo ha per ogni bimbo un gesto di tenerezza, una carezza sul viso, prima del segno di croce. Domani si rimetterà in viaggio. Non c’è uomo, donna o bambino che non valga da solo tutto l’Universo e non meriti la fatica terribile del cammino.
di Giojelli Giancarlo – Tempi

Io, cresciuta con un padre transessuale, vi chiedo di non approvare le nozze gay

denise-680x365Denise Shick  e’ cresciuta negli Stati Uniti con un padre “transgender” e il 24 marzo ha raccontato alla Corte Suprema americana «l’ossessione di mio padre transessuale» e la «sua infelicità anche quando ha ottenuto ciò che pensava di desiderare». Shick è stata chiamata a raccontare la sua storia ai giudici federali e si è opposta alla legalizzazione dei matrimoni tra persone omosessuali.

«MIO PADRE NON ERA FELICE». Shick ha ricordato quando all’età di 9 anni si sentì dire da suo padre che voleva diventare una donna e di quanto «i desideri sessuali di mio padre e i suoi comportamenti fossero più che disorientanti». L’uomo, che cominciò a vestirsi e comportarsi da femmina, sua figlia lo ricorda come «un miserabile che voleva che tutti intorno a lui condividessero la sua miseria. Non ricordo un giorno in cui mi sembrò felice o che sorridesse. Risa e gioia semplicemente non facevano parte della sua vita». Come tante persone transessuali, suo padre aveva molti problemi, tra cui l’alcolismo, per cui quando era ubriaco «veniva con la sua cintura nera e spessa» e «dopo le frustrate non sapevo bene che cosa mi facesse più male, se i lividi sulla mia schiena o vederlo e sentire le sue risate maniacali dopo che aveva picchiato i suoi figli». Fu solo più tardi che «gli abusi diventarono psicologici», quando «mio padre mi disse che voleva diventare una donna». Ai giudici Shick ha ricordato la sensazione «di rigetto e di abbandono» e il desiderio «naturale» di un padre e di «un rapporto tra un vero padre e una vera madre». Ma lui sembrava non comprendere questi desideri. Ma ci fu anche un’altra cosa «che mi confuse ancora di più». Il padre le disse che ogni volta che lo avesse visto con le gambe accavallate, «saprai che in quel momento mi sto sentendo una donna». Pensiero che riaffiorava alla mente di Shick tutte le volte che vedeva un uomo in quella posizione, perché «parole come quelle non abbandonano la memoria di un bambino e hanno un impatto sulla sua vita».

ABUSI E VIOLENZE. Quando Shick divenne adolescente il padre, invidioso del suo corpo, cominciò a palpeggiarla e più il tempo passava «più l’ossessione di mio padre nel comprare vestiti femminili cresceva» e «lentamente cominciai a capire che stava distruggendo il mio desiderio di essere una donna». Il desiderio «ossessivo compulsivo» lo portò a rubarle i vestiti, dopo aver speso tutti i risparmi di famiglia in trucchi e abiti. Così, «nonostante la mia volontà iniziale di spezzare il ciclo di abusi, la depravazione ebbe i suoi effetti. Da adolescente cominciai a bere» e «scoprendo un profondo desiderio di amore maschile e di attenzioni che non avevo ricevuto da mio padre, cominciai a flirtare con quelli da cui volevo attenzioni e alla fine delle scuole medie avevo 13 fidanzatini». Alla fine, fra alcol e uomini, «raggiunsi un punto in cui contemplai il suicidio». A salvare la ragazza fu la frequentazione della casa di un amico, che poi diventerà suo marito e da cui imparò cosa fosse una famiglia e chi fosse un padre.

«NON VOGLIO DUE MAMME». Il peggio sembrava superato, eppure, persino il giorno delle nozze, mentre Shick stava per raggiungere l’altare, «mio padre mi disse che voleva essere al mio posto (…), per sopravvivere feci finta di non sentire (…). Mi rubò il mio “giorno speciale” accentrando tutto su di lui e sul suo desiderio egoista». Eppure, dopo tutta questa vicenda, Shick è stata spesso «accusata di essere insensibile e irrispettosa dei desideri di mio padre», perché «non volevo due mamme. Ho sempre voluto una mamma e un papà. Un papà che mi insegnasse a ballare. Un papà che mi spiegasse che cosa cercare nel mio futuro marito». Ma «la mia brama per un padre non era egoista, era semplicemente il bisogno di ogni bambino». Quando la donna ebbe figli decise quindi di allontanarsi dal padre per la loro sicurezza, mentre lui «lasciò mia madre per soddisfare pienamente il “suo sogno di vita” come donna e avere relazioni con altri uomini», finché «trent’anni più tardi mia madre mi disse che mio padre stava morendo». Shick ha quindi spiegato ai giudici che per i sei mesi successivi, prima del decesso, «ebbi modo di parlare con lui e come adulta di provare a comprendere la sua pena attraverso gli occhi della compassione e dell’amore», perché «nonostante tutto restava mio padre» e «io lo amo». Ma «l’ironia è che alla fine, quando ebbe ciò che pensava di aver sempre desiderato, non raggiunse comunque la felicità e la soddisfazione. Rimase triste fino all’ultimo momento della sua vita. Lo dico con le parole di mio padre: “Ho cambiato la mia casa molte volte, cambiamenti, cambiamenti, cambiamenti, cambiamenti. Eppure, mi manca qualcosa, quel qualcosa è la completezza”»

«NON SI PUÒ FARE L’IMPOSSIBILE». In questi mesi altri adulti cresciuti con coppie dello stesso sesso o genitori con uno stile di vita omosessuale hanno testimoniato di fronte alla Corte Suprema. «Noi non pretendiamo di dire che tutti i genitori omosessuali o i genitori transessuali agiranno in modo abusivo», conclude Shick. Però, anche se le coppie «dello stesso sesso hanno intenzioni buone e buoni curriculum, non sono in grado di fare l’impossibile: come può un uomo fare da modello femminile a una bambina?». Infatti, per quanto Denise amasse suo padre, «il suo tentativo di entrare in una “Identità femminile” fantastica è stato disastroso e incredibilmente distruttivo». Perché «un uomo non è un donna, anche se pensa di esserlo. E se questa Corte cercherà di cancellare il sesso, questo progetto inutile nel lungo periodo non avrà migliori risultati di quelli che ha qualsiasi tentativo di far finta che la natura non esista. La realtà ha dei limiti che la fantasia e l’irresponsabilità semplicemente non possono superare. Pertanto i cittadini di ogni Stato hanno il diritto, e anche una responsabilità, di proteggere la salute pubblica, il benessere generale e il bene dei bambini non estendendo il matrimonio al di là della sua definizione tradizionale, naturale e sana».

da: Tempi.it

Genitore 1 e genitore 2? No i figli cercano padre e madre

genitore 1Intervista alla psicologa e psicoterapeuta Valentina Morana. «Tutto in natura e nell’uomo è fatto di aspetti diversi, ma complementari che hanno bisogno l’uno dell’altro per dare frutto» «L’adozione di un bambino da parte di una coppia formata da persone dello stesso sesso è una violenza, perché lo si priva dell’identificazione e dell’emozione, del rapporto e della relazione, senza i quali soffrirà». La psicologa investigativa e psicoterapeuta Valentina Morana non ha paura di affermazioni forti. «C’è di mezzo il futuro della società, la gente deve essere aiutata a riflettere. La scienza, le ricerche e i casi clinici provano quanto sostengo».

Cosa dice la scienza?
Tutto in natura e nell’uomo è fatto di aspetti diversi, ma complementari che hanno bisogno l’uno dell’altro per dare frutto. Ad esempio, l’ovulo e lo spermatozoo sono diversi, ma per continuare a vivere si devono incontrare. Allo stesso modo, nella persona affinché si sviluppi in armonia, è necessaria sia la figura femminile sia quella maschile. Il bambino per crescere deve poi sviluppare il rapporto e la relazione. Il primo lo impara identificandosi con il genitore del suo sesso. Questo è importante perché solo con un’identità forte sarà capace di stare di fronte al diverso e di ricevere.

Dal genitore di sesso opposto il piccolo impara a dare nella relazione, fatta dell’accoglienza dell’altro. È quindi importante che il bambino cresca con la giusta idea che uomo e donna sono diversi. Necessari entrambi per completarsi.

Altrimenti?
Se si insegna nelle scuole che questa differenza non è importante, si blocca il processo di una crescita armoniosa. Significa mettere dei paletti allo sviluppo del pensiero.

Che difficoltà possono avere i bambini che vivono con coppie omosessuali?
Faccio un esempio concreto. Mi è capitato il caso di un bambino concepito tramite fecondazione assistita da una madre lesbica. Cercava uomini in ogni situazione e appena trovava una figura maschile fuori di casa gli si appiccicava in maniera spasmodica. È semplice capire che un bambino ha bisogno di un esempio, di un riferimento da imitare e di una madre che lo ami per divenire sicuro di sé e crescere sereno. Eppure questa sua tesi non è condivisa da tutti, anzi.

Ci sono soggetti in cui riscontro un profondo egoismo: pensano solo a soddisfare il loro bisogno senza pensare a quello dei bambini. Alcune persone con pulsioni omosessuali affermano pubblicamente che il figlio serve loro per colmare un bisogno. Oltre ad illudersi, non hanno alcun atteggiamento d’amore, come dicono, perché usare l’altro per riempire una propria mancanza non è amare. Per questo saltano le evidenze: queste persone per giustificarsi negano o imputano ad altre cause la palese problematicità dei loro figli. Bisogna, però, ricordare che la maggioranza di quelli che hanno tendenze omosessuali non vogliono né sposarsi né avere figli. Alcuni parlano di moda.

Ma qual è la vera ragione dell’incremento dell’omosessualità? L’omosessualità nasce da diversi vissuti. Credo che il dilagare sia da imputare al rovesciamento dei ruoli. Non sono per gli stereotipi retrogradi che lo hanno provocato, ma questo ribaltamento, anche interno alle famiglie, ha generato una grande confusione. La cultura dominante ci spinge verso un invertimento di ruoli che ha allontanato i due sessi. Il fatto che alle donne passi il messaggio che per affermarsi debbano essere aggressive e agli uomini che devono essere docili perché altrimenti accusati di violenza, ha reso le prime sempre meno capaci di accogliere e i secondi incapaci di essere una guida ferma. Questo fa sì, ad esempio, che l’uomo cerchi accoglienza e romanticismo nell’uomo più capace di darglieli. E la donna cerchi la forza in un’altra donna.

Ci sono moltistudi sui figli degli omosessuali, quelli con i campioni più vasti riscontrano problemi. Si cerca di metterli in dubbio in ogni modo. C’è una resistenza fortissima. Ricordo che durante un convegno del 2010 si parlava delle adozioni gay e io, l’unica tecnica presente insieme ad un’altra, ero la sola contraria. Avevo molte ricerche valide con me, non le vollero accettare. Invece, gli studi in cui non si riscontrano problemi nei figli delle coppie omosessuali sono pochi e sono stati effettuati sui bambini. Mentre gli altri analizzano campioni più grandi e sono stati condotti giustamente su adulti.

È nell’adulto, infatti, che emerge la problematicità. Il bambino assorbe tutti gli stimoli familiari e sociali, in adolescenza questi diventano schemi di comportamento messi in atto e, quando l’adulto raggiunge un suo equilibrio, cominciano i problemi. Questo vale per chiunque, quindi anche per chi vive in queste famiglie: i ricercatori seri dovrebbero incominciare a far parlare gli adulti che si sono trovati in questa condizione. Girano in rete video di bambini che dicono di essere contenti nelle loro famiglie omosessuali. Bisogna guardare bene gli occhi di quei bambini. Comunque è normale che dicano così, credono che quella sia la normalità, non hanno vissuto altro. È così per tutti i futuri adulti problematici, da piccoli non sanno dire il disagio che gli provocherà un determinato vissuto. Anche durante l’adolescenza iniziano a rendersi conto di sentire una mancanza che li fa soffrire.

Dall’altra parte, però, non vorrebbero mai ferire le persone che li hanno cresciuti e quindi subentra il conflitto di lealtà. Per cui non hanno il coraggio di dire ciò che pensano e si tengono dentro le loro sofferenze con conseguenze anche gravi. Qui a Trieste conosco un piccolo gruppo di bimbi in queste situazioni. Altri ragazzi mi hanno cercata per chiedermi aiuto: tutti hanno disturbi, alcuni anche tendenze omosessuali.

Per giustificare le adozioni gay si fa il paragone con chi, pur avendo perso un genitore da piccolo, vive serenamente. Cosa ne pensa?
Sono due situazioni molto diverse. Facciamo l’esempio di una bambina: sarà aiutata a identificarsi con la madre attraverso la memoria, le foto, i racconti e così la imiterà. Il padre vivente sarà poi in grado di rivestire il ruolo maschile che serve alla bambina. Non le mancherà nessuna figura di riferimento e potrà crescere bene.

Cosa aiuta i ragazzi che la contattano a recuperare la loro identità? Occorre che guardino fino in fondo la loro storia, cercando in se stessi le risorse che non si sono sviluppate per via della mancanza di un modello femminile e di uno maschile, ma che con un lavoro possono riemergere: se uno vuole può lenire le ferite, cercando medici, rapporti stabili per sbloccare tutti i sentimenti, i desideri, i pensieri che, frenati, li fanno sentire come in gabbia. Non esiste un percorso preferenziale per farlo, ma ce ne sono tanti.
Benedetta Frigerio – Tempi