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Se non venissero più a comprare il nostro corpo noi non saremmo qui

Incontriamo Elena ogni settimana al suo posto. Alta, bionda, bella: potrebbe essere una modella come se ne vedono tante sui giornali e in televisione. O una ragazza come ne vediamo nelle nostre città, che va a scuola, pratica sport, ha tanti amici e tanti ragazzi che le girano intorno.

Eppure ogni settimana ci accorgiamo che la sua tristezza intrisa di rassegnazione si fa più intensa. Elena lavora sulla strada già da quattro anni. Il suo ragazzo- protettore la sorveglia da vicino, passando spesso con l’auto per verificare se “non perde tempo”. Infatti, con lei non possiamo fermarci a lungo.

Non c’è domenica, non c’è mai festa per Elena. Con qualsiasi tempo, pioggia e gelo in inverno, caldo e sole cocente in estate, da quattro anni ogni giorno per Elena è sempre uguale al precedente. Si parte da Milano con il treno al mattino e si torna alla sera alle otto: subito una doccia per lavare via le mille mani che ti hanno toccato fuori e dentro, poi la cena e quindi a letto stanca morta. Se ha guadagnato tanto lui è contento e di buon umore, se ha guadagnato poco allora cominciano le scenate e a volte le botte. Ma Elena accetta tutto questo con rassegnazione, perché “questo è il mio destino e se voglio un giorno tornare dalla mia famiglia e nel mio Paese non posso lasciarlo”.

A volte Elena ricorda insieme a noi, con malinconia, di aver giocato in una squadra di pallavolo di serie A. Quelli erano i tempi delle belle speranze degli innamoramenti, delle dolci illusioni.

Ma poi la vita è andata in un altro modo; come per la Silvia di leopardiana memoria, le belle illusioni hanno lasciato spazio alla dura realtà, al disincanto freddo di una vita sulla strada spesa a soddisfare i desideri di sconosciuti che si presentano ad ogni ora con richieste di prestazioni sempre più strane, con il rischio, sempre in agguato, di essere derubate, picchiate, violentate e qualche volta uccise dallo squilibrato di turno.

“Se gli Italiani non venissero più a comprare il nostro corpo – dice spesso Elena – noi non saremmo qui”. Ha ragione Elena.

Allora con lei cerchiamo di tenere acceso il fuoco della speranza, la speranza di un futuro migliore, perché la vita è in debito con lei. Essere segno di speranza diventa con lei il nostro compito principale. Far capire che questa sua vita può essere cambiata, che solo lei con la sua volontà può mettere la parola fine e voltare per sempre pagina, anche se questo comporta dei sacrifici e dei rischi. È la nostra priorità.

Mai piu’ morte, fino alla morte

NIRELAND-ABORTION/

In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando non si rese conto dell’“umanità” del feto e non fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”).

Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente (foto grande). Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi… Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.

da:http://www.noiaprenatalis.it

Si e’ spenta a 14 anni lodando la vita

Valentina MaureiraValentina Maureira, la ragazzina cilena che aveva chiesto l’eutanasia, e’ morta il 14 maggio lodando la vita. Aveva solo quattordici anni.

Affetta da fibrosi cistica come il fratello, morto all’età di 6 anni, aveva deciso di rivolgersi al presidente Bachelet per chiedere «un’iniezione per addormentarmi». L’appello era diventato virale su YouTube ed era stato utilizzato dalla sinistra e dalle organizzazioni pro eutanasia del Cile. La giovanissima Maureira, però, a marzo ha cambiato idea.
Il papà Fredy ha parlato dell’ipocrisia dei politici che «si sono stretti intorno alla mia figlia solo ora che è conosciuta in tutto il mondo», mentre prima che la ragazzina diventasse un caso internazionale, i paladini della “dolce morte” avevano totalmente ignorato decine di richieste e lettere di aiuto da parte della famiglia.

Dopo il suo appello Valentina ha cominciato a ricevere messaggi di solidarietà da tutto il pianeta decidendo di accettare anche diverse visite da parte dei suoi nuovi amici, fra cui quella di Maribel Oviedo, una ragazza argentina affetta dal medesimo male a cui era morta una sorella.
Valentina ha spiegato così il suo aver cambiato idea: «Ho parlato con molte persone dopo aver pubblicato il mio appello, mi hanno portato a riflettere molto e a cambiare idea (…) voglio ringraziare tutti perché mi hanno sostenuto tanto», adesso «mi sembra che la scelta di vivere sia un’avventura più emozionante della morte».

Valentina ha passato gli ultimi due mesi della sua vita combattendo per sé e per gli altri bambini malati, finché settimana scorsa è morta lodando la vita e usando la sua notorietà per chiedere al presidente Bachelet la costruzione di una casa e di un ospedale per i bambini affetti da fibrosi, e anche la pubblicazione di un libro e di un film sulla sua storia. Il padre ha chiesto preghiere «per lei e per gli altri malati».

Ha iniziato seppellendo feti abortiti. Oggi e’ padre di piu’ di 100 bambini

Al mondo esistono autentici eroi, persone che non appaiono sulla copertina delle riviste e non sono miliardarie, ma che con il loro esempio di vita rendono il mondo un posto in cui si e’ orgogliosi di vivere.

Uno di questi eroi anonimi è Tong Phuoc Phuc, un vietnamita che ha deciso di offrire il proprio contributo e ha salvato la vita di decine di bambini. Oggi è “padre” di più di cento piccoli, che senza di lui non sarebbero mai nati.

Tutto è iniziato nel 2001, quando sua moglie era incinta e ha avuto molte complicazioni. Il parto è stato difficile, e Phuc racconta che mentre aspettava in ospedale che la moglie si riprendesse ha visto che molte donne entravano incinte in sala parto ma uscivano senza alcun bambino. All’inizio non capiva, ma quando ha visto i medici che gettavano i feti nella spazzatura si è reso conto di ciò che stava accadendo. Ha provato una grande compassione, e ha chiesto di poter prendere quei corpi.

Con tutti i risparmi accumulati con il suo lavoro di costruttore ha comprato un piccolo campo per poter seppellire i resti dei bambini abortiti. All’inizio la moglie pensava che fosse impazzito, ma lui ha continuato a farlo, e attualmente sono già oltre 10.000 i feti abortiti che riposano nel campo.

Da quando ha iniziato a seppellire i corpi, varie madri che hanno abortito hanno iniziato a recarsi al cimitero per pregare per i figli che vi sono sepolti, e donne incinte a rischio di aborto hanno iniziato a cercarlo per chiedere aiuto. Phuc ha aperto le porte della propria casa perché queste gestanti avessero un posto in cui restare e si è offerto di adottare i bambini non desiderati. Da allora ha adottato più di cento piccoli che altrimenti sarebbero stati abortiti, ed è riuscito a far sì che col tempo molte donne tornassero a cercare i propri figli una volta raggiunte migliori condizioni di vita.

Tutti i bambini adottati da Phuc se sono maschietti ricevono il nome Vihn (che significa “Onore”), se sono femminucce Tam (“Cuore”); il secondo nome è sempre quello della madre o della sua città d’origine – nel caso in cui la madre ritorni – e il soprannome è Phuc, quello dell’uomo, perché li considera tutti suoi figli. “Questi bambini ora hanno una casa sicura. Sono disposto ad aiutarli e a insegnare loro ad essere brave persone”, ha affermato.

Anche se è un compito stancante, Phuc non pensa di smettere.

“Continuerò a svolgere questo lavoro fino al mio ultimo respiro, e incoraggio i miei figli a continuare ad aiutare le persone più svantaggiate”.

da: http://it.aleteia.org

Papa’, assicurami che valeva la pena venire al mondo

L-educazione-dei-figliai miei genitori, Dario e Clementina  che mi hanno dato la vita, e con essa il sentimento  della sua grandezza e positivita’  a Clementina Mazzoleni, mia professoressa di italiano  cui devo la passione  per la letteratura e per l’insegnamento a don Luigi Giussani,  che a quel sentimento e a quella passione  ha dato la stabilita’ e la certezza della fede”.

Basterebbe la dedica del mio ultimo libro per il segreto dell’educazione: una serie di incontri con dei maestri che testimoniano la positività della vita.
Comincio da una constatazione elementare: quando veniamo al mondo, quando nasciamo o meglio quando un uomo impatta nella realtà, che cosa succede?
Succede che Dio procura a questo bambino due cose: la realtà che ha intorno e sé stesso.
La realtà questo bambino ha diritto di incontrarla in tutte le sue manifestazioni, tanto che gli esperti dicono che fin dal momento del concepimento, anche prima della nascita, il feto comincia a costruire questo rapporto con la realtà circostante.
Più complessa è la definizione di sé stesso, perché nell’uomo il sé stesso coincide con la corrispondenza dell’essere con il Creatore. Questa corrispondenza si percepisce attraverso il desiderio di bene, il desiderio di significato, esigenza di verità.

Con questa premessa educazione diventa accompagnare il bambino, mano a mano che diventa grande, a sentire soddisfatto questo desiderio, a rendersene cosciente e a verificarlo tutti i giorni nella vita.
In questo percorso, che avviene per gradi, dobbiamo tener presente alcuni punti di riferimento: primo punto è la lealtà con la tradizione intesa come sorgente della capacità di certezza. L’unica possibilità di certezza per un figlio o per un alunno per crescere consapevole è quella di potersi paragonare lealmente con un adulto che sa dove va, sa che cosa vuole, sa che cosa è per sé la felicità, un adulto che testimonia un bene possibile. I genitori devono essere una proposta vivente di fronte ai propri figli.

Secondo punto, che per certi ambienti può sembrare anacronistico, è l’autorità, cioè l’essenzialità di una proposta che diventa l’esistenzialità di una proposta. Secondo Don Giuissani “la funzione educatrice di una vera autorità si configura come funzione di coerenza ovvero una continuità di richiamo all’impegno verso i valori essenziali e all’impegno della coscienza con essi, cioè un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà”.

La funzione dell’adulto è una funzione di coerenza ideale e non di coerenza etica, in altre parole la certezza dei nostri ragazzi, la solidità della loro personalità cresce e si struttura attorno a una sicurezza che gli testimonia l’adulto. In questo senso la paura di sbagliare (sentimento sempre più comune) è pericolosa e forse si potrebbe dire che il grande segreto dell’educazione è proprio questo: non aver paura di sbagliare.

Qui entra in gioco il terzo punto o meglio la parola che sintetizza tutto il processo educativo: Misericordia. L’educazione è una grande misericordia, è un grande continuo perdono, è un continuo abbraccio all’altro prima ancora che cambi. Misericordia vuol dire che io ti amo prima che tu cambi, prima che tu diventi come io vorrei, prima che tu diventi buono e obbediente, prima che tu diventi migliore; prima di tutto io, adulto, affermo il tuo valore qualunque sia l’esito o l’attesa. Affermare il valore prima di ogni pretesa.

In educazione il problema non è la generazione dei figli ma la generazione dei padri, non la generazione dei discepoli, ma quella dei maestri. In altre parole: i figli vengono al mondo nella storia dell’umanità esattamente con lo stesso cuore, con la stessa ragione di sempre, caratterizzati da un insopprimibile voglia di verità, di bene, di bellezza, cioè con il desiderio di essere felici (come noi).

Ma quali padri, quali maestri, quali testimoni hanno di fronte?
La risposta me la sono data un pomeriggio mentre stavo tranquillamente in casa con il mio primo figlio Stefano di 5 anni.
Correggevo i temi come fanno tutti gli insegnanti di italiano ed ero talmente assorto nel mio lavoro che non avevo notato che mio figlio si era avvicinato al mio tavolo e in silenzio mi stava guardando. Non chiedeva nulla di particolare, non aveva bisogno di nulla, solo osservava suo padre a lavoro. Ricordo che quel giorno, nell’incrociare lo sguardo di mio figlio, mi folgorò questa impressione: che quello sguardo, quegli occhi di bambino, contenessero una domanda assolutamente radicale, inevitabile, cui non potevo non rispondere. Era come se guardandomi chiedesse: “Papà, assicurami che valeva la pena venire al mondo”.

Questa è la domanda dell’educazione che tutti dovremmo portare sempre dentro “quale speranza ti sostiene?” L’educazione comincia quando un adulto intercetta questa domanda e sente il dovere e la responsabilità di una risposta prima di tutto per sé stesso.

L’uomo vale per quello che si vede nel suo agire, è nell’azione che si dimostra il proprio interesse, allora si diventa testimoni nel quotidiano, nell’uso del tempo, dei soldi, della casa, delle energie nella gestione dei rapporti … perché un figlio ti guarda sempre e si può rispondere solo con la vita.
di Franco Nembrini  per La Croce

La misteriosa pista che il giudice Rosario Livatino seguiva per ogni indagine e che porta a Dio

livatinoIl 21 settembre 1990 gli inquirenti che per primi accorsero sul viadotto Gasena lungo la statale che da Caltanissetta porta ad Agrigento trovarono nel vallone sottostante il corpo privo di vita di un giovane magistrato.

Il 21 settembre 1990 gli inquirenti che per primi accorsero sul viadotto Gasena lungo la statale che da Caltanissetta porta ad Agrigento trovarono nel vallone sottostante il corpo privo di vita di un giovane magistrato. Quel giorno, come al solito, Rosario Livatino (1952), all’epoca giudice a latere nel Tribunale di Agrigento, e nel decennio precedente sostituto procuratore della Repubblica nella città dei Templi, viaggiava senza scorta con la sua Ford Fiesta amaranto da Canicattì verso il luogo di lavoro. Lungo il tragitto quattro killer, due in auto e due in moto, prima spararono sull’auto del magistrato e poi lo inseguirono a piedi lungo il vallone e lo colpirono a morte. Gli investigatori trovarono addosso al giudice assassinato un’agenda, che nella prima pagina conteneva una sigla con tre lettere maiuscole e puntate: S. T. D. Sembrava una pista per cominciare le indagini e svelare il mistero dell’assassinio, che seguiva di due anni un altro delitto eccellente compiuto nella zona, quello del giudice Antonino Saetta.

In effetti in quella sigla c’era il segreto della vita del giudice ragazzino. S. T. D. non erano le iniziali di potenziali nemici mafiosi, quelle lettere dell’alfabeto indicavano piuttosto un atto di affidamento a Dio, stavano per “Sub Tutela Dei” (“Sotto la tutela di Dio”). In tutte le agende del magistrato, dal 1978 al 1990 troviamo questa sigla, che suona come un programma. Livatino si mette sotto lo sguardo di Dio perché sa che per applicare la giustizia occorre una luce che illumini tutti gli aspetti della realtà e non faccia dimenticare mai che gli indagati, anche se colpevoli di gravi reati, sono sempre persone.

Roberto Mistretta, nel volume fresco di stampa Rosario Livatino. L’uomo, il giudice, il credente (Paoline, Milano 2015), ha analizzato le agende del magistrato ricavandone un profilo inedito. Sulla scorta di questa nuova documentazione proviamo a rispondere ad alcune domande che, da quel 21 settembre 1990, sono rimaste presenti nell’opinione pubblica. Perché Rosario Livatino è entrato nell’immaginario collettivo? Cosa ne fa un martire di giustizia, in questo come altri autorevoli magistrati caduti per mano della mafia, ma in nome della fede? E perché la Chiesa ha addirittura avviato il processo canonico per dichiararlo santo?

Già nel 2005, la Cei — su suggerimento dell’allora arcivescovo di Monreale, monsignor Cataldo Naro — aveva fatto una scelta coraggiosa indicando Rosario Livatino tra i sedici laici “testimoni di speranza” da proporre a tutti i cattolici italiani in occasione del convegno nazionale di Verona. Naro giustificava quella scelta sostenendo che parte integrante dell’evangelizzazione in Sicilia era «il riferimento a concreti modelli di santità, cioè di esistenze cristianamente “riuscite”, quali indubbiamente sono state le esistenze di quanti hanno affrontato la morte [resistendo alla mafia] sulla base di un esplicito progetto di sequela di Cristo».

di Giuseppe Di Fazio – Il Timone

Mia figlia non solo e’ stupenda ha anche 1 cromosoma in piu’

Una mamma con un figlio con la Sindrome di Down, nel corso della sua vita, e’ costretta ad ascoltare tante frasi superficiali, a volte persino stupide, pronunciate magari da chi dovrebbe mostrarsi piu’ sensibile nei confronti dei bambini con disabilità.

Caroline BoudetCaroline Boudet, giornalista e mamma di una bimba con la Sindrome di Down, di ritorno da un appuntamento con il medico, presa dallo sconforto per un commento rivolto alla sua bambina ha deciso di condividere alcune osservazioni su Facebook.

Le parole contano

“Questa è la mia bambina: Louise, ha 4 mesi, due gambe, due braccia e un cromosoma in più. Per piacere quando incontrate Louise non chiedete alla sua mamma: “come hai fatto a non scoprirlo durante la gravidanza?” Magari l’hanno fatto e i genitori hanno deciso di tenere il bambino. Oppure non l’hanno fatto ed è già stato abbastanza sorprendente per loro, parlarne ancora, ancora e ancora. Tenete a mente che le mamme hanno la tendenza a sentirsi in colpa per qualsiasi cosa, così pure per un cromosoma a sorpresa. Vi lascio indovinare. Non dite alla sua mamma:  è la tua bambina, non importa com’è. No, è la mia bambina, punto. Inoltre “nonimportacom’è” è davvero un brutto nome. Preferirei chiamarla Louise. Non dire alla sua mamma: “dal momento che è una bimba Down, allora lei sarà…ecc..” No. Lei è una bambina di 4 mesi a cui è capitato di avere la Sindrome di Down. Questo non è ciò che è, è ciò che ha. Non direste: “è una bambina cancro”. Non dire: “sono come questo, sono come quello”. Hanno tutti le loro caratteristiche, il loro carattere, i loro gusti, la loro vita. Sono diversi tra di loro come voi lo siete con i vicini. So che se uno non lo sperimenta non pensa che le parole contino. Possono confortare o ferire. Quindi prestate attenzione, specialmente se siete un medico o un’infermiera. Di solito non rendo il mio stato “pubblico” su Facebook, ma con questo lo farò. Potete leggerlo e condividerlo come volete. Perché ci sono in Francia 500 nuove mamme di Louise che possono avere la giornata rovinata da quel genere di parole. Lo so che non vi è intenzione di ferire di proposito, ma dovete saperlo”.

La Boudet sa che molte persone che pronunciano le frasi che lei ha riportato sono in realtà ben intenzionati e non sanno dire niente di meglio.

“Sei mesi fa ero una di queste persone. Non sapevo della Sindrome di Down prima che Louise nascesse. Magari ho detto anch’io quelle frasi senza rendermi conto di ferire le persone” osserva la donna “ora però so che le parole possono ferire o tirar su. Ho capito che dovevo spiegarlo alle persone. Non potevo semplicemente arrabbiarmi ma spiegare perché quelle parole sono nocive e perché le persone dovrebbero dire le cose in un altro modo”.

La donna si è chiesta come mai anche tante persone che non hanno parenti con la Sindrome di Down hanno condiviso il suo post arrivando alla conclusione che questo era dovuto alla sua sincerità. “Forse perché l’ho scritto con il cuore, forse perché parla delle differenze, ci sono molte persone che sono diverse nella nostra società, quindi magari capita a tutti, o forse perché parla del mio amore di mamma verso mia figlia, o perché parla della colpa che ogni mamma prova”.

La Boudet ha detto di aver ricevuto centinaia di messaggi di sostegno, ma quello che le ha fatto più piacere appartiene a un medico che le ha scritto che il suo post l’ha indotto a usare un linguaggio più appropriato.

In tempi in cui ancora si discriminano i ragazzi con la Sindrome di Down perché sono lenti a fare il biglietto in stazione, le parole di questa mamma vanno diffuse perché si abbia maggior consapevolezza.

Cosa ne pensate di questo messaggio?

da: http://www.rivelazioni.com

Ecco cosa accade nelle cliniche dove l’aborto e’ routine

aborti-in-clinica-2Andata e ritorno dal girone infernale dell’aborto per denunciare che cosa avviene dentro le cliniche del Planned Parenthood dove la parola bambino non si puo’ pronunciare e dove le infermiere non si devono guardare negli occhi. E’ il destino che ha portato una ragazza americana a praticare 3 aborti in un anno e mezzo e a diventare una infermiera di una delle cliniche abortive associate alla International Planned Parenthood Federation. Oggi però Patricia Sandoval è una donna rinata, madre di tre figli che percorre in lungo e in largo la Spagna, il Messico e gli Stati Uniti per raccontare la sua storia di resurrezione.

In Italia non è conosciuta, ma la sua testimonianza, riportata integralmente dal sito www.libertaepersona.org aprirebbe gli occhi di tanti che anche nel nostro paese sono ancora convinti che in fondo “si tratta solo di un grumo di cellule”. Il sito ha trascritto e pubblicato uno dei suoi recenti interventi in Spagna, in occasione dell’ottava Assemblea dei volontari del diritto a vivere che si è svolta in aprile in Spagna. Un racconto crudo e vero, al quale non siamo abituati, ma che apre uno squarcio su che cosa accade dentro le cliniche dove l’aborto è trattato al pari di un’estrazione dentaria. Cliniche che con la distruzione del feto fanno milioni a palate e che godono anche di fondi governativi.

La storia di Patricia inizia negli Stati Uniti dove la giovane vive spensierata con i genitori, ma con la loro separazione tutto si incrina. Da adolescente sperimenta i corsi di eduzione sessuale nella sua scuola: “Il primo giorno del corso ci portano 30 banane e 30 preservativi, ci parlarono in termini neutri o positivi della masturbazione e della pornografia”. Alla fine della scuola Patricia era un perfetto prodotto dell’indottrinamento moderno: “Questo era il concetto che mi ero fatta della sessualità. Valori totalmente negativi. Un vero inganno”.

La fede si sgretola, smette di andare a messa e inizia una nuova vita in Messico con il padre. A 19 anni il primo fidanzato e la prima gravidanza. Nonostante lui volesse tenere il bambino Patricia viene convinta da alcune amiche della necessità di abortire: “Mi dissero che era solo un grumo di cellule”. Forte di questa menzogna Patricia abortisce, ma comunica al fidanzato di aver perso il bambino naturalmente. Farà così altre due volte, fino a quando, in una miscellanea di sensi di colpa, egoismi e bugie, si trasferisce in California, a Sacramento, dove rispondendo ad un annuncio di lavoro della Planned Parenthood entra nella clinica degli aborti come infermiera e traduttrice delle tante latine che dal Messico andavano in America ad abortire.

Ecco come avvenne il reclutamento il primo giorno di lavoro: «D’accordo, Patricia, oggi faremo 50 visite. Tu preparerai queste ragazze all’aborto per il mercoledì e il venerdì. E se tu vedi una ragazza che ha molta paura di abortire, tu dovrai fare tutto ciò che è in tuo potere perché non manchi all’appuntamento. Le dirai che tu stessa hai fatto 3 aborti, che stai bene e che anche lei starà bene. Non potrai portare in clinica nessuna fotografia della tua famiglia, dei tuoi cugini, dei tuoi nipoti, perché se una donna entra e vede la fotografia di una famiglia può restare traumatizzata, e se ne va.

E se fugge, la colpa è tua. In questa clinica non si usa la parola bambino, mamma o papà. Tu parlerai sempre di grumo di cellule. Nemmeno userai la parola “feto”. La cosa più importante in questa clinica è quella di non lasciare mai che una donna guardi lo schermo dell’ecografo. Anche se lo esige e piange, tu dirai che c’è già una infermiera che guarda lo schermo e che lo schermo deve essere rivolto verso di lei. Né tu, né gli altri addetti possono guardare lo schermo! Siamo intesi?”.

Lei esegue alla lettera: “Certo che non soffrirà – rispondeva alle pazienti – è soltanto un grumo di cellule”. Un giorno però, dopo l’ennesimo aborto di routine Patricia sta procedendo all’eliminazione del feto. “La mia collega prese una pinza e la mosse al suo interno cercando qualcosa. All’improvviso vidi comparire un braccio con la manina distesa. Mi disse che era la parte numero uno. Era necessario infatti trovare 5 parti del feto per dire al medico che l’aborto aveva avuto successo”.

I suoi occhi si aprono: “In quel momento per me fu come se Dio avesse fermato il tempo, così che io potessi vedere tutti i dettagli. Così ho potuto vedere la forma delle dita, le linee del palmo della mano e, all’estremità delle dita, le unghie formate. E tutto ciò viene gettato nella spazzatura. Vidi il piede con all’estremità delle dita la traccia delle piccole unghie. E quello che mi colpì fu la pelle che cresceva sul piede”. Poi, in un macabro crescendo rossiniano individuò perfettamente i capelli, gli occhi, il naso, le orecchie. “Però quello che mi addolorò di più fu il vedere la sua boccuccia aperta, perché questo bebè gridò per la sua vita minacciata, e nessuno lo poteva sentire perché non aveva voce”.

La donna inizia a piangere tutte le sere quando rincasa, pensa ai suoi bambini abortiti e decide di lasciare il lavoro. E’ senza casa, senza fidanzato, senza affetti: si butta nel vortice della cocaina e per tre anni vive da sbandata. In quell’abisso di disperazione Patricia alza gli occhi al cielo e inizia a parlare con Dio. «Non ho nulla! Tu sei l’unico che ho in questo momento! Non ho droga, non ho famiglia, non ho amici, non ho nulla! Ma io voglio ringraziarti perché mi hai dato una fanciullezza tanto felice, con i migliori genitori del mondo! Io ho distrutto la mia vita e per questo ti chiedo perdono!».

Da quel momento Patricia inizia la sua risalita che la porterà a riabbracciare la madre, che nel frattempo, dopo un tortuoso percorso fatto di New Age e spiritualità confuse era approdata al cattolicesimo. “Mi abbracciò e mi disse: «Patrizia sono tre anni che prego per te. Sono tornata alla fede cattolica. Sono rimasta per ore in ginocchio davanti al Santissimo chiedendo che tu potessi tornare a casa!»”.

Insieme a lei, Patricia inizia un percorso di rinascita spirituale chiamato La vigna di Rachele, rivolto alle donne che hanno abortito, per curare le loro ferite. Oggi Patricia è una strenua volontaria pro life che porta nel continente americano la sua storia di dolore e di misericordia: “Molte delle persone che hanno abortito, per riuscire perdonarsi, debbono sentire il perdono dei loro figli non nati. E loro le perdonano. In quel momento, quando vidi il loro amore e visto che ero stata una cattiva madre, volevo recuperare ed essere la miglior madre che posso essere in questo momento. Da quel momento feci la promessa di difendere la vita con tutto il mio cuore e tutto il mio essere, per riparare tutti i danni che ho fatto”.

da: http://www.lanuovabq.it

Ventunenne, autistico, racconta la sua “prigione interiore”

Federico de Rosa“Mi chiamo Federico, sono nato nel 1993 e mentre scrivo queste righe ho da poco compiuto vent’anni”. Federico soffre di autismo e non riesce a parlare. All’eta’ di un anno i genitori Paola e Oreste notano che quel loro bellissimo figlio, vivace, e dai biondissimi capelli ricci comincia a trapassarli con lo sguardo, a rifiutare qualsiasi contatto e a non voltarsi quando veniva chiamato. A tre anni la diagnosi: si tratta di “autismo”. Seguono poi anni e anni di terapie, con lui aggrappato all’amore saldo dei genitori e dei fratelli Arianna e Leonardo.

L’inserimento a scuola è però un toccasana e a 8 anni comincia a muovere i primi passi nel tentativo di comunicare attraverso il computer. Davanti a una tastiera la sua sindrome sembra, infatti, arretrare. Si apre uno spiraglio nella sua “prigione”. Scrive con il solo indice della mano destra. Inizia a dare forma a parole, frasi, e poi a pensieri e sentimenti conditi da una forte carica di ironia. Scopre l’amicizia, l’amore, la fede. Nasce così la sua autobiografia dal titolo “Quello che non ho mai detto” (Edizioni San Paolo) ricca di osservazioni profonde, rare e preziose sulla sua sindrome.

LA GIOIA A LUNGO DESIDERATA
“Oggi condivido con voi una grande gioia – annota Federico –. Dopo vent’anni di silenzio, una vita senza poter parlare, dodici anni di fatica per imparare a scrivere, è arrivato nelle librerie il mio libro, quello in cui racconto la mia storia, in cui spiego il mio autismo, in cui ho potuto finalmente dire come io vedo il mondo e ciò in cui credo. Dopo una vita passata in silenzio, comunicare è finalmente conseguire una gioia a lungo desiderata”.

CREDO IN DIO
Molto dense sono le righe in cui mette a nudo la sua fede. Dell’Eucaristia, ad esempio, scrive: “Io quando ricevo la comunione sento di entrare in rapporto con Dio e trovo la pace nel cuore”. Sulla Passione di Cristo: “Gesù raggiunge ogni persona che soffre. E’ lì vicino ama e soffre con noi. Ci è venuto a mancare nel nostro dolore”. E ancora: “Dio si fa trovare piano piano, da chi lo cerca sinceramente”. La scelta, invece, di aprirsi alla vita d’amore di Dio “è come udire una musica e partecipare alla danza”. E poi c’è la riflessione su credenti e no: “Credo che la fede e l’ateismo siano due misteri complementari della vita umana. Ma credenti o atei, siamo tutti in cammino lungo il sentiero della vita. Il fatto che ciascuno abbia il proprio personale e unico percorso da fare non impone che non ci si possa sentire compagni di viaggio, anche tra atei e credenti, nella solidarietà ma anche nel pieno rispetto delle convinzioni degli altri”.

NO A INUTILI PIETISMI E AI RUMORI
Federico descrive ciò che prova un ragazzo nelle sue condizioni, così che possiamo comprenderlo meglio e cambiare il nostro approccio: “Se pensate che noi autistici siamo degli handicappati, lasciateci stare, per favore”. Se questo è la vostra idea non perdete tempo, sembra insomma dire. “Non stressate troppo le mie fini capacità percettive, quindi odio gli ambienti rumorosi, con molte luci e molta gente che parla. Per una passeggiata preferisco le atmosfere ovattate di un bosco che il caos di un centro commerciale. Datemi un input alla volta. Posso capirvi ma comunicate piano e con frasi semplici. Spiegatemi pacatamente dove andiamo, a fare cosa e come. Per voi sarà ovvio ma per me no”.

STATE IN SILENZIO
Gli bastano poche rapide frasi per disarmare il lettore: “Penso che il mondo abbia un drammatico bisogno di silenzio, sia individuale sia relazionale, per imparare a sentire le cose con il cuore. Invece cerca di esorcizzare questo bisogno facendo ancora più rumore. Io non so parlare, ma voi siete capaci di coltivare le relazioni anche stando in silenzio?”. Ci sono poi cose che noi “neurotipici” non sappiamo fare, ma Federico sì: “Anch’io, per esempio, so fare delle cose per voi difficili, come parlare e ascoltare allo stesso tempo o ascoltare e comprendere due persone che parlano contemporaneamente di cose diverse. In sintesi, la mia mente lavora in un modo diverso da quella degli altri e ciò mi mette in difficoltà”.

PROGETTI PER IL FUTURO
Oggi Federico studia percussioni, ha tanti amici, aiuta persone con autismo in famiglia ed accarezza molti progetti per il futuro: “Ora la mia vita ha trovato il suo corso – scrive – grazie agli operatori che mi hanno insegnato il metodo, ai miei genitori che con entusiasmo si sono lanciati in questa avventura io oggi sono felice della mia vita e il merito, in gran parte, è loro”. Il suo pensiero però corre anche agli altri: “Quanti autistici mentalmente perduti avrebbero potuto essere altri Federico se diagnosticati presto, ben supportati nell’età dello sviluppo e molto amati?”. Ma uno è il suo desiderio più forte: “Andrò in giro per il mondo a vedere donne incinte per capire se i loro bimbi sapranno parlare e curare l’autismo. Io giocherò con i loro bimbi per aiutarli a crescere a imparare a parlare. Quando un bambino avrà bisogno di me, io sarò lì ad aiutarlo”.

IO SOGNO SPESSO E TANTO”
Ancora oggi Federico non dice nulla, anche se a volte gli sfugge una parola o borbotta tra sé, ma lettera dopo lettera riesce a dipingere il suo mondo interiore con impressionante profondità e lucidità. Continua a vivere a Roma. E sogna, “spesso e tanto”: “Un sogno ricorrente è una giornata di sole in cui i miei sentimenti e i miei pensieri si sciolgono in una sorgente di parole per tutti i miei amici. Che bello dev’essere poter parlare!”.

di Mirko Testa

Questa ragazza ha trovato il cielo

Raphaella Vieira aveva gia’ conosciuto l’Amore, ma ora puo’ guardarlo negli occhi e testimoniare di averlo trovato davvero. Raphaella aveva 18 anni e partecipava all’Opera Shalom del Progetto Gioventù per Gesù a Fortaleza (Brasile). Insieme alla madre e a una vicina è morta la notte di sabato 7 maggio, vittima di un incidente automobilistico nel corso di un inseguimento della polizia nel quale è rimasta coinvolta la macchina sulla quale viaggiavano.

La testimonianza di Raphaella sorprende per la maturità, la presenza di Dio e la fermezza di chi ha fatto la scelta giusta: la santità. È stato questo il cammino che l’ha resa felice.

Ecco quello che diceva Raphaella:

“La mia sarebbe solo un’altra storia se non avesse toccato la mia anima. Vi chiedete: ‘Ma chi è questo Dio?’ Questo Dio vi ama con un amore soprannaturale.

Non potete conquistarlo facendo i simpatici. Non potete perderlo essendo dei perdenti. Ma potete essere abbastanza ciechi da resistere a questo amore. Io sono stata così cieca. Ho avuto tutte le opportunità, i massimi esempi all’interno della mia famiglia, ma ho sempre voluto nascondermi, non cercare o fingere di non ascoltare quella verità.

Ero ipocrita quando dicevo che conoscevo Dio e che ero felice. Pura follia. La cosa peggiore è che lo gridavo ai quattro venti, in tutte le reti sociali, come fanno molte persone, perché credevo davvero di essere felice. Ma solo Lui sa quanto mi nascondevo dietro quel sorriso. […] Una cosa è certa: la via di Dio non è la più facile, ma è la più felice. Il Suo proposito è troppo elevato perché possiamo comprenderlo.

Sono arrivata al mio seminario con la faccia di una che diceva ‘Possiamo già tornare a casa?’, fino a quando non mi sono imbattuta in quel sorriso. Non era un sorriso comune, un sorriso che nasconde. Era un sorriso che dimostrava e traboccava amore. Mi chiedevo da dove emanasse quell’amore.

Il secondo giorno, le ragazze che condividevano la stanza con me hanno fatto una specie di condivisione e hanno chiesto come Dio si fosse rivelato quel giorno. Avevo un nodo alla gola perché non sapevo come rispondere, perché pensavo che Dio fosse davvero lontano da me. Nella seconda adorazione ho avuto un’esperienza di apertura del cuore. Sono riuscita a vedere che Dio non si è mai allontanato da me, non ha mai smesso di prendersi cura di me, ho potuto ascoltare Lui, non i miei amici o i miei familiari. Sono riuscita ad ascoltarlo davvero.

Un Dio bello. Un Dio la cui bellezza aumenta man mano che ci avviciniamo a Lui. E anche di fronte alla mia piccolezza, a un’anima ferita dai peccati, ha rivelato il Dominio nella mia vita. Ed è questa la vera felicità, quella che ho cercato in tanti luoghi, in tante persone, in tante emozioni, ma che trovo solo in Lui. E a partire da quell’esperienza ho potuto assumere uno sguardo nuovo, un nuovo sorriso, un nuovo stile, una nuova speranza, una nuova ME.

Ho pianto come un neonato. Del resto, sono davvero rinata. È stato come un primo pianto, di libertà, di felicità, di un’immensità di buoni sentimenti. Dio rende sano ciò che era malato, rende giusto ciò che era sbagliato, dritto ciò che era storto… C’è un vero senso dell’inspiegabile nella mia vita. Un vero senso di felicità. Ho visto che non avevo bisogno dell’accettazione di nessuno che non fosse lui, che ci accetta come siamo, con i segni e i peccati che ci portiamo dietro.

Oggi posso dire di essere veramente felice. E sorrido al cielo, rido al vento, ho pensieri positivi e anche senza sapere come non smetto mai di ringraziare. Dio non vuole che vi limitiate a credere nella sua esistenza, vuole che andiate con Lui! Non importa la distanza, Dio vi raggiungerà. Io ho trovato l’amore. L’amore che trabocca e mi impedisce di tenerlo per me, che mi fa aspirare sempre più a che ciascuno abbia la mia stessa esperienza”.

Raphaella Vieira

di: www.aleteia.org

Ero disperata e alcolizzata, oggi sono suora

suor-brancaGesù ha detto: “Chiedete e vi sara’ dato” (Mt 7,7) e anche: “Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sara’ accordato” (Mc 11,24).

Mi chiamo suor Branka, sono entrata in Comunità distrutta. Ero disperata e malata, sulle spalle portavo la dipendenza dall’alcool ed anche una forte depressione. La mia vita è stata un incubo, ho vissuto i tempi della guerra nella Bosnia Herzegovina e ancora prima ho assorbito tutti i traumi dei miei nonni e dei miei genitori. Tutto ciò mi ha portato alla disperazione, a cui cercavo di fuggire con l’alcool. Inoltre la società in cui sono cresciuta, ex Yugoslavia comunista, ha contribuito ad allontanarmi dal vero e unico Dio. Ricordo che durante la mia infanzia e la mia giovinezza parlare di Gesù nella vita pubblica comportava delle pesanti conseguenze, ma grazie a mia nonna e ai miei genitori, alla loro perseveranza nella fede e al loro coraggio ho portato sempre nel cuore l’amore per la preghiera. Sono entrata in Comunità grazie all’aiuto di un angelo, Padre Slavko di Medjugorje. Sono arrivata in Italia, distrutta nel fisico, nella psiche e anche nel cuore: fiducia, speranza e volontà non sapevo  cosa fossero.Sono stata guarita piano, piano davanti al Santissimo Sacramento, attraverso la pazienza e l’amore delle sorelle della Comunità, nelle quali, giorno dopo giorno, ho riconosciuto il vero volto di Gesù. Tutti i giorni andavo in cappella davanti a Gesù Eucarestia per due ore e parlavo con Lui di tutto quello che vivevo, perché con gli altri, data la condizione in cui mi trovavo, il dialogo era quasi impossibile. A causa delle mie profonde ferite, non avevo fiducia in niente e nessuno, ferite che Gesù lentamente, una per una, ha guarito, ricostruendo la mia persona nell’equilibrio e nella maturità. Gesù mi anche aiutato mettendo sulla mia strada un dottore, amante della vita e amico della Comunità, che mi ha accolto, compresa e aiutata con il dialogo e somministrando le giuste medicine. Un grandissimo grazie a Madre Elvira che ha creduto in me, sperando nella mia guarigione, contro ogni speranza, è stata questa fiducia, che mi ha dato la forza di combattere. Camminando e pregando è guarito il mio sistema nervoso e sono diventata una persona che trasmette pace, come dicono quelli che vivono con me, questo è un miracolo che Gesù solo ha operato. In modo particolare sento di avere ricevuto le guarigioni piu’ grandi durante la Santa Messa, che è la più bella preghiera, dove Gesù stesso e noi insieme con Lui offriamo al Padre la nostra vita, le nostre malattie, tutto il nostro essere più profondo. Lì, in quegli attimi, dove il cielo e la terra si incontrano, mi sono sentita tante volte risanata e liberata, una forza nuova entrava dentro di me e mi faceva, di volta in volta, più libera. Poi ad un certo punto del mio cammino comunitario Lui mi ha scelta per seguirlo come sua sposa e oggi sono strafelice. Tanti anni vissuti nel buio, nelle lotta, nella sofferenza mi hanno portato a fare una scoperta preziosa, che desidero condividere a tutti voi: la preghiera per gli altri. Questa è una preghiera che libera soprattutto chi la fa, libera dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla tristezza, aiuta a dimenticare noi stessi e a vedere i bisogni di chi ci sta attorno. Ci aiuta a spaziare in campi ampi, in cieli aperti, ci aiuta a guardare e a “prendere il largo”. Per questo, Signore Gesù, ti affido tutta l’umanità e in modo particolare quelli che leggeranno questa testimonianza, che è frutto del tuo grande Amore.

da: www.comunitacenacolot.it

Un’atea perseguitata da Dio: la mia conversione al cattolicesimo

Jennifer FulwilerUna cosa sulla quale non ho mai concordato con i miei compagni di ateismo era l’idea di significato. Gli altri atei che conoscevo sembravano pensare che la vita fosse piena di scopo malgrado il fatto che non siamo altro che reazioni chimiche. Io non ci sono mai riuscita. Pensavo che tutta quella linea di pensiero fosse non scientifica, e anche disonesta a livello intellettuale. Se tutto ciò che chiamiamo eroismo e gloria, e tutto il significato dei grandi successi umani, può essere ridotto a qualche neurone nel cervello umano, allora tutto è destinato a estinguersi con la morte.

Riconoscevo la verità per cui la vita era senza senso, e tuttavia continuavo ad agire come se la mia vita avesse senso, come se tutta la speranza e tutto l’amore e la gioia che avevo sperimentato fossero qualcosa di reale, qualcosa di più di un miraggio prodotto dagli elementi chimici presenti nel mio cervello. Il suicidio mi era passato per la testa – non perché fossi depressa nel senso comune del termine, ma semplicemente perché sembrava che non fosse altro che affrettare l’inevitabile.

Un anno dopo la laurea ho conosciuto sul lavoro Joe. Era cresciuto in povertà, allevato da una madre single, e aveva studiato a Yale, alla Columbia e a Stanford. Chi lo conosceva diceva che era une delle persone più intelligenti che avesse mai incontrato. Quando abbiamo iniziato a uscire insieme, quindi, ero elettrizzata. La nostra vita insieme era migliore di quanto potessi immaginare: viaggiavamo per sfizio, andavamo nei ristoranti migliori, volavamo in prima classe e facevamo feste epiche sul tetto del suo loft in centro. Le nostre carriere, inoltre, stavano decollando, per cui il futuro lasciava intravedere solo soldi e successo.

Eravamo una coppia perfetta. L’unica cosa sulla quale non la pensavamo allo stesso modo era la religione. Qualche mese dopo aver iniziato a uscire, è saltato fuori che Joe non solo credeva in Dio, ma si considerava cristiano. Non capivo come qualcuno perfettamente capace di pensare in modo razionale potesse credere in favole come quelle del cristianesimo. Credeva anche a Babbo Natale?

Questo, ad ogni modo, non creava problemi tra noi, visto che avevamo lo stesso codice morale di base, lui non praticava quella fede bizzarra in modi evidenti e soprattutto io non volevo pensarci. Quando usciva il discorso di Dio, qualcosa dentro di me faceva un passo indietro. Avevo costruito tutta la mia vita sul fatto di non pensarci. Avevo seppellito quel pensiero così profondamente che non era più un concetto specifico, ma una conoscenza oscura, fredda e amorfa che dovevo evitare.

Joe ed io ci siamo sposati nel 2004. Il piano era che il matrimonio sarebbe stato solo un trampolino nella via che stavamo già percorrendo, ma poi sono rimasta incinta, e tutto è cambiato.

Sono saltati fuori tutti i vecchi pensieri sulla mancanza di senso, e questa volta non c’era modo di rispedirli nel dimenticatoio. Ora che avevo un bambino, sentivo che la mia vita aveva più significato che mai, ma senza le solite distrazioni la questione mi è crollata addosso: non c’era nulla di trascendente nella vita di mio figlio, nella mia vita o nell’amore che provavo per lui. Condivideva il nostro stesso destino: vedere tutta la sua esistenza cancellata a causa della sua inevitabile morte.

Per settimane sono uscita a malapena dal letto. Una combinazione di notevole privazione di sonno e depressione mi aveva lasciato in stato quasi catatonico. Una mattina, però, mentre guardavo il bambino nella luce che precede l’alba che filtrava attraverso la finestra, ho sentito qualcosa di nuovo in me. Non era disperazione. Era un sentimento insolito ma gradito.

Pochi mesi dopo mi sono imbattuta in un libro cristiano. Non ero mai stata nella sezione “Religione” di una libreria, men che meno avevo mai letto niente sul cristianesimo. Avevo preso quel libro solo perché l’autore affermava di essere un ex ateo. Ho trovato le sue idee chiare e fondamentalmente ragionevoli. Non riuscivo a mettere giù quel testo, e ho finito per comprarlo (dicendo al cassiere che era un regalo per un amico).

Avevo sempre considerato Gesù una sciocca favola. Un pomeriggio, poco dopo aver finito il libro, sono stata colta di sorpresa da un pensiero: e se fosse vero? E se ci fosse davvero un Dio?

Volevo mettere da parte quei pensieri, ma non ci riuscivo. Tutto ciò che dovevo fare, mi dicevo, era conoscere un po’ di più il cristianesimo per notare le ovvie mancanze nella sua teologia e poter poi andare avanti.

Ho comprato un altro libro cristiano, Il cristianesimo così com’è di C.S. Lewis, ma purtroppo non mi avrebbe aiutato a liberarmi da quella religione. Lewis era ragionevole e ovviamente intelligente, e il suo libro era uno dei più chiari che avessi letto da molto tempo.

Alla fine ho ceduto e ho comprato una Bibbia, la prima che avessi mai posseduto. Ero sconcertata da quello che leggevo. Joe mi ha incoraggiata a leggere la seconda parte del libro, il Nuovo Testamento, spiegandomi che era lì che entrava in scena Gesù. Non mi ha aiutato. Non c’era alcuna chiamata chiara all’azione e non sapevo come interpretare la maggior parte dei messaggi, così come apparentemente non lo sapeva nessuno. Cercando su Internet se la Bibbia diceva che aborto, eutanasia, clonazione umana e altre questioni fossero giuste o sbagliate, ho trovato tante risposte diverse quante le persone che le esprimevano, con ciascuno che citava versetti biblici per sostenere il proprio punto di vista. Allo stesso modo, non sapevo in quale chiesa recarmi se volevo fare delle domande. Nella mia comunità c’era di tutto, dalla Chiesa di Cristo ai testimoni di Geova, dai battisti conservatori alle Chiese anglicane liberali, e ciascuno affermava di basarsi sulla Bibbia, pur essendoci posizioni drasticamente diverse su ciò che fosse peccato.

Questo era un grande problema. Se Dio è tutto ciò che è buono, allora definire ciò che cattivo – ad esempio il peccato – è definire i confini stessi di Dio. Era un nonsenso suggerire che la sua religione fosse confusa sulla questione. Avevo trovato ciò che cercavo: la mancanza che mostrava che il cristianesimo non aveva senso.

Poco dopo, qualcuno che avevo conosciuto su Internet mi ha detto che avevo approcciato tutta la questione da una prospettiva molto moderna e distintamente americana, e che la tradizionale comprensione del cristianesimo era del tutto diversa. Ha suggerito che Gesù aveva fondato solo una Chiesa prima di lasciare la terra e che le aveva dato un potere soprannaturale di modo che articolasse bene la verità su cos’era positivo – e quindi su cosa sia Dio – per tutti i tempi e tutti i luoghi. Come se non fosse una cosa abbastanza pazza, stava parlando della Chiesa cattolica!

Sia Joe che io abbiamo tentennato. Joe affermava che il cattolicesimo non era vero cristianesimo, e io sapevo che la Chiesa era un’istituzione arcaica, oppressiva e sessista. Oltre a questo, l’idea di persone dotate di potere soprannaturale era solo sciocca.

Ho notato tuttavia qualcosa: quasi tutte le persone che mi avevano colpito con la loro capacità di difendere la fede solo con la ragione, sia autori famosi che persone on-line, erano cattoliche. Più ci facevo attenzione, più notavo che la tradizione intellettuale cattolica era una delle più grandi al mondo. Ho iniziato a leggere libri di autori cattolici. Mi dicevo che non ero interessata al cattolicesimo e cercavo solo qualcosa di buono da leggere, ma non riuscivo a non ammettere che quelle persone sembravano avere una comprensione del mondo e dell’esperienza umana che non avevo mai riscontrato prima. Erano aggrappati solidamente alla scienza e al mondo materiale quanto gli atei, ma possedevano anche una conoscenza dei movimenti dell’animo umano che risuonava come vera nel più profondo del mio essere.

Ho scoperto che le leggi della Chiesa, che una volta percepivo come una serie di leggi limitanti, erano regole d’amore. Tutto questo ha cambiato in meglio me, la mia vita, il mio matrimonio.

Io e Joe siamo stati accolti nella Chiesa cattolica. Tre giorni prima, ho fatto la mia prima confessione. Non avrei mai potuto immaginare l’impatto che ha avuto su di me sentire i miei peccati proclamati a voce alta, ma neanche quello delle parole pronunciate dal sacerdote a nome di Dio, che ero perdonata. Sono uscita dal confessionale stordita.

La sera dopo la mia prima confessione, ho capito che l’oscurità dentro di me non c’era più. Al suo posto c’erano una grande pace e un inequivocabile sentimento d’amore. Per la prima volta, ho sentito la presenza di Dio.

di Jennifer Fulwiller

Jennifer Fulwiler è una scrittrice, oratrice e padrona di casa di The Jennifer Fulwiler Show su SiriusXM radio.
Il suo libro di memorie,Something Other than God, è uscito nell’aprile 2014.

Dall’inferno delle droghe alla misericordia di Dio

julioC’è un inferno che – con un po’ di coscienza o senza – vivono i consumatori di droghe. In questo contesto, un rapporto diffuso dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) dà solo qualche accenno su questo dramma del nostro tempo.

Il documento segnala che “nel 2012 tra 162 e 324 milioni di persone, ovvero tra il 3,5% e il 7,0% della popolazione mondiale tra i 15 e i 64 anni, ha consumato almeno una volta qualche droga illecita, principalmente sostanze del gruppo della cannabis, degli oppiacei, la cocaina o gli stimolanti di tipo anfetaminico”.

Julio Huenchuman conosce il volto di questo inferno accennato dal rapporto, ma anche la misericordia di Dio che lo ha portato nella comunità terapeutica delle Fazendas de Esperanza situata a Las Canteras, a pochi chilometri dalla località argentina di Deán Funes.

Le ferite del ventre materno e dell’infanzia

Julio ha riferito a Portaluz di essere nato nel sud dell’Argentina e di avere sangue mapuche nelle vene. Per abitudini che come bambino non capiva o per segreti che rimangono nascosti nella storia familiare, ha trascorso l’infanzia in tre luoghi: la casa dei nonni, la casa di Claudia, sua madre, e le strade della località di Cipolletti.

Ricorda appena qualche espressione di affetto da parte di Claudia, che all’epoca era tossicodipendente. “Da bambino ero molto ribelle. Avevo già atteggiamenti sbagliati, come rubare in famiglia”.

“Sono cresciuto con l’odio, nato per il modo in cui ho smesso di vedere mia madre quando mi hanno informato che l’avrebbero ricoverata”, ha ricordato. “Questo mi ha segnato molto perché ero legatissimo a lei. I miei nonni vedevano la tossicodipendenza come una sofferenza… per loro era una cosa nuova, perché venivano dalla campagna”.

Con il passare degli anni e la compagnia di una religiosa, la madre di Julio è riuscita a riabilitarsi grazie a una fondazione chiamata Viaje de Ida y Vuelta (Viaggio di andata e ritorno).

“All’epoca eravamo già cinque figli e siamo andati a vivere da soli; a volte andavo a casa di mia nonna. Mia madre è stata accompagnata da una donna che era religiosa, una suora della Misericordia molto nota a Cipolletti. L’ha aiutata molto a conoscere i valori e le ha trovato una casa per rendersi indipendente”.

Tra sogni e miseria
Senza la protezione, l’affetto e le altre realtà benefiche che offre una famiglia sana, Julio, da bambino e da adolescente, ha perso la direzione. Ha conosciuto persone che erano nell’ambiente della droga e della delinquenza.

“Sono stato iniziato al furto. Ho lasciato la scuola. Avevo molti progetti, volevo diventare geometra, volevo lavorare, diventare qualcuno, ma quando ho iniziato a drogarmi è svanito tutto. Non avevo mete. Ho iniziato con la marijuana e poi sono passato a consumare droghe più forti”.

Spontaneo, Julio mostra le cicatrici che ha sul corpo – frutto di storie che preferisce tacere – e commenta che parlano delle ferite che tormentavano la sua anima.

“A 18 anni ho ricevuto una pugnalata al polmone e sono finito in terapia intensiva”. L’anima di Julio, però, non imparava la lezione, come confessa. “Continuavo ad avere molto odio, rancore, ferite profonde. Non mi importava rubare, né se una persona restava senza le cose per le quali aveva lavorato tutta una vita, men che meno il suo dolore. Mi preoccupavo solo di me”.

Dipendenza, delinquenza e violenza
Erano trascorsi sei mesi da quella prima pugnalata quando una discussione con dei ragazzi finì con un’altra ferita allo stomaco. “Quando mi drogavo molto diventavo violento”.

Il male non mordeva solo l’anima di Julio, ma cercava di riprodursi attraverso di lui, come un cancro incontrollabile. Julio lo racconta così: “Stavo insegnando ai miei fratelli più piccoli a rubare, e altre volte li derubavo”.

Da Río Negro, la provincia dalla quale veniva, andava anche a rubare altrove, finché non è stato arrestato: era il 14 ottobre 2010, aveva 23 anni. In prigione è avvenuta la svolta.

“Sono stato incarcerato in una prigione di Buenos Aires e condannato a tre anni, con la possibilità di uscire con la condizionale. I primi tre mesi ho continuato a drogarmi, avevo una persona che mi portava la droga in cella”.

“Poi è successo qualcosa che mi avrebbe segnato molto… Mia madre è venuta a trovarmi e l’ho vista piangere molto, ancora me lo ricordo. Quell’espressione… L’ho vista soffrire tanto, pensavo che non sarebbe mai venuta in carcere a farmi visita. Allora ho capito che nel momento in cui mi drogavo non ero una persona, mi credevo il peggiore di tutti”.

Dio Padre
I primi mesi, per evitare di essere aggredito dagli altri detenuti essendo un “novellino”, Julio dice di aver avuto la fortuna di veder accettata la sua richiesta di essere rinchiuso nel padiglione degli evangelici. Lì ha ricevuto un dono significativo.

“Mi ricordo che c’era un carceriere che mi ha passato una rivista intitolata Más que Vencedores (Più che vincitori), che riportava testimonianze di sportivi che raccontavano come Dio li avesse aiutati ad andare avanti. Era qualcosa che io ho poi iniziato a sperimentare. Ogni volta che leggevo le righe del Vangelo non capivo nulla, ma mi davano pace, tranquillità”.

In totale è rimasto in carcere 11 mesi, serviti a emendare i suoi errori. Nel frattempo, all’esterno, vari fatti hanno modificato la famiglia di Julio. Sua madre, da un lato, pregava con fervore per la conversione di suo figlio, mentre l’opera dello Spirito Santo si stava concretizzando attraverso un volto nuovo. “C’è stata una catechista che aveva conosciuto mia madre quando ero stato in ospedale la prima volta che mi avevano pugnalato. Da quel momento l’ha accompagnata. Mi scriveva lettere in carcere, mi mandava cose da leggere e una volta mi ha detto che se avessi voluto avrebbe potuto essere la mia madrina di Battesimo”.

Quando Julio è uscito dal carcere di Buenos Aires – l’8 settembre 2011 – è stato un nuovo inizio. Ha iniziato a partecipare a un gruppo di giovani cattolici del quartiere e a prepararsi ai sacramenti, anche se era ancora diviso. “Da un lato vedevo la luce e l’amore in quel gruppo di ragazzi, perché mi facevano sentire amato, dall’altro avevo i compagni con i quali delinquevo”.

Guarire le ferite e liberazione
La sua anima, però, gridava chiedendogli di scegliere di abbandonare il crimine e le droghe. “Ero come barcollante”, “per settimane ho cercato un lavoro”. “Avrò consumato droghe una o due volte fuori… e poi c’è stato un momento molto forte”.

“A dicembre già ero battezzato e avevo fatto la Prima Comunione, ma il 22 dicembre sono ricaduto. Sono tornato indietro. Il giorno dopo, nel quartiere avevamo organizzato di uscire a distribuire dolci, e io mi ero offerto di vestirmi da Babbo Natale per distribuirli con un gruppo di signore. Dentro avevo un grande dolore per aver fallito. Immedesimato in Babbo Natale, mi sono avvicinato a una bambina, e quando le ho consegnato i regali a casa sua saltava di gioia e diceva: ‘Papà, papà, hai visto che Babbo Natale è arrivato?’ Mi è venuta vicino e mi ha abbracciato. È stato uno shock per me, e mi sono chiesto come potessi comportarmi tanto male”.

Dopo qualche ora, ha chiesto a Dio di accompagnarlo nel suo cammino malgrado le sue fragilità, e così è stato. “Qualche giorno dopo ho iniziato a condividere con i giovani, a seguire un corso di cucina e a superare me stesso”. Ha ottenuto il suo primo impiego e la sua anima traboccava di gioia pensando che lo stipendio che avrebbe ricevuto non derivava dal danneggiare se stesso né nessun altro.

Nonostante questi progressi, dice, intuiva che nel profondo non era sano e voleva approfondire il suo rapporto con Dio, rafforzare la propria sicurezza di fronte alla tentazione. Così, esortato dalla sua madrina, ha conosciuto l’esperienza delle Fazendas in Argentina.

“In mezzo al gruppo si sentiva la presenza di Gesù, e mi sono sentito molto amato. Ci incontravamo il sabato. Per me il sabato è un giorno molto pericoloso, perché è difficile affrontare le persone e l’ambiente in cui si muoveva la droga, ma mi sono sentito molto amato e ho iniziato a camminare, con mille difficoltà, con i miei alti e bassi”.

“Ma quello è stato l’inizio del recupero. Ti vengono molti sensi di colpa, perché ci sono le ferite della droga. Provavo un vuoto, e a un certo punto mi sono ricordato dei consigli di mia madre. Mi sono venute in mente le sue parole, e allora – ero alla Fazenda da quasi due mesi – mi sono detto: ‘Mia mamma c’è stata due anni e lo ha fatto per noi, per i suoi figli’. Prima avevo un’altra visione, pensavo che mi avesse abbandonato, che fosse una tossicodipendente e cose del genere. Allora ho iniziato a capirla. Dio ha fatto sì che guarissi quelle ferite rancorose nei confronti di mia madre”.

Dopo il periodo nella Fazenda, Julio è tornato a casa ed è riuscito a terminare il corso di cucina. Oggi, a 26 anni, è un uomo nuovo.

“Sono padrino nella comunità, e il mio compito è accompagnare e amare, poter essere luce per quella persona che viene cercando speranza, salvezza. Comunichiamo con le famiglie, siamo quelli che a volte prendono decisioni per la comunità, cercando il bene per il fratello. È bellissimo, perché quando arriva la sera ti rendi conto di aver fatto molte cose e anche qualcosa di significativo… Dio è in questo luogo, senza di Lui non si può fare nulla”.

da: Ateleia

Don Milani: un grande amore a Dio e alla Chiesa Cattolica

don-lorenzo-milani-492489_660x368Aveva un grande senso religioso della vita, alimentato dallo studio della Parola di Dio. Capiva i segni dei tempi. Diceva che questi ultimi vanno considerati messaggi che Dio ci offre per meglio comprendere quale deve essere il nostro ruolo nella realtà che viviamo.
“(…) La lezione della storia è lezione di Dio perché è Dio che disegna la storia per nostro ravvedimento”. “(…).
“(…) La storia la insegna Dio e non noi, e l’unica cosa cui ambisco è di capire il suo disegno man mano che Egli lo svolge, non ambisco a levargli il lapis di mano e pretendere di diventare un autore della storia. (…).
Non voleva perdere la comunione con Dio nemmeno per poco tempo. Per questo si confessava spesso e cercava di educare anche noi a confessarsi non appena si fosse perso lo stato di Grazia senza attendere le ricorrenze festive, come d’abitudine.
Peraltro, lo stato di Grazia, indispensabile per salvarsi l’anima, come diceva spesso, lo considerava necessario anche per dare efficacia alla sue attività.
“(…) Diciamo piuttosto che l’avere metodi migliori è inefficace quando si ha meno Grazia e che l’unico vero problema è quello di stare in Grazia di Dio(…)”
Era fiducioso nella Provvidenza come dimostrano numerosi episodi tra cui l’accettazione del trasferimento a Barbiana senza nemmeno recarsi a fare un preventivo sopralluogo.
“(…) Tu sai che mi piace far guidare la mia vita da Dio anche nei più minuti particolari(…)”.
“(…) ti assicuro che senza questa premessa fondamentale dell’essere nel posto in cui ci han messo le circostanze e non in quello che s’è scelto non è possibile impostare religiosamente nulla: dalle decisioni più grosse fino ai più piccoli particolari della vita interiore e esteriore di ogni giorno(…)”.
Il suo obiettivo primario fu l’evangelizzazione.
“(…) Dio non mi chiederà conto del numero dei salvati del mio popolo ma del numero degli evangelizzati.(…)”.
L’opera educatrice che compiva pazientemente su ciascuno era quella di predisporre i non credenti a non rifiutare la fede che Dio offre ad ogni uomo e impegnare i credenti ad essere più coerenti e a stare in grazia di Dio.
Non a caso i lunghi colloqui personali che si svolgevano frequentemente, quasi sempre per iniziativa di don Lorenzo, si concludevano con la confessione.
Il resto, le necessità umane, compresa quella della istruzione, erano secondarie anche se da lui vissute con la cura e l’apprensione di padre.
L’impostazione missionaria del suo ministero si delineò ben presto, dopo pochi mesi di presenza a San .Donato, articolata su due piani:
• A monte, con la scuola, cercava di elevare il livello culturale della gente per combattere l’ignoranza e nello stesso tempo predisporre un terreno umano più maturo e consapevole per poter poi affrontare il problema religioso.
• A valle con la ricerca di strumenti più efficaci nell’insegnamento della religione. Il metodo missionario attuato da don Lorenzo, fondato sul presupposto di trovarsi a operare tra gente sostanzialmente areligiosa, venne di fatto a scontrarsi con la pastorale tradizionale, in atto nelle altre parrocchie, dove il prete si considerava pastore di un gregge di fedeli, anche se, nella gran parte, lontani dalla chiesa.
Cercava di parlare con tutti e lottò disperatamente per abbattere gli ostacoli che trovò sul suo cammino.
“(…) Per un prete, quale tragedia più grossa potrà mai venire? Essere liberi, aver in mano Sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto d’esser derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti (…)”.
Dopo aver constatato che il clima di forte contrapposizione politica del tempo portava molte persone a identificare il clero col potere e i partiti di governo, prese le distanze dalle posizioni politiche del cosiddetto mondo cattolico.
Questo fu un altro motivo di scontro con i cattolici più conservatori, gran parte del clero e la gerarchia. E quasi sicuramente la causa principale del suo “trasferimento” a Barbiana.
A lui piaceva invece essere considerato quello che si sentiva e era, un uomo di Dio. Non voleva che, per meri interessi politici, fosse messa in dubbio la sua credibilità di sacerdote e, in nessun modo, ostacolato il suo ministero.
“(…) Mi son così convinto del grave stato di disagio in cui vive il mio popolo, delle ingiustizie sociali delle quali è vittima e delle profondità del rancore che nutriva verso la classe dirigente, il governo e il clero.
Ho allora sentito quanto questo rancore fosse insormontabile ostacolo alla sua evangelizzazione e ho perciò deciso di dedicarmi a una precisa distinzione di responsabilità. Scindere cioè con esattezza a costo di essere crudeli le responsabilità (fittizie o reali che siano) del governo dai purissimi principi del Vangelo e delle Encicliche sociali.
Non ho temuto così facendo di fare “il gioco delle sinistre” perché avevo cura di inchiodare anche loro alle loro gravi responsabilità e poi perché sapevo che una critica così oggettiva e severa non poteva che conquistarmi la stima d’un popolo disgustato delle falsità propagandistiche d’ambo le parti. (…)”.
Il suo schieramento dalla parte degli ultimi, ignoranti, indigenti, orfani, handicappati, persone in difficoltà, fu solo evangelico non politico. Esso si esprimeva concretamente a livello locale ma idealmente abbracciava tutti i poveri del mondo.
“(…) Io mi considero prete soltanto per voi, per le vostre famiglie, per i contadini, per gli analfabeti, per gli operai, per quelli che non vanno in chiesa, per le persone più lontane, per quelli che non hanno istruzione soprattutto…e la mia vita la voglio dedicata esclusivamente a loro. E il legame con la Chiesa è fatto di un’assoluta obbedienza che ho; dei Sacramenti che cerco per me e che do a voi, della dottrina che è fedelissima, inattaccabile, tanto inattaccabile che Ottaviani con tutta la sua cattiveria non è riuscito a trovarci una eresia per metterlo all’indice (il libro Esperienze Pastorali n.d.a.) (…)”.
Lottò per una giustizia intesa nel senso della frase di Lettera a una Professoressa: “(…)…non c’è cosa più ingiusta che fare le parti uguali tra disuguali. (…)”. Conseguentemente le sue posizioni non pretendevano di essere oggettive ma erano sempre esasperatamente funzionali alla difesa dei più deboli.
E mentre combatteva le ingiustizie sociali si preoccupava di mantenere sempre elevata la tensione verso il trascendente.
“(…) Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.
Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. (…)”.
Riusciva a testimoniare una coerenza rigorosa tra pensiero, parola e azione, attribuendo importanza fondamentale all’esempio.
“(…) È poi è superbia credere alla potenza della propria parola. Con le parole alla gente non gli si fa nulla. Sul piano divino ci vuole la Grazia e sul piano umano ci vuole l’esempio. (…)”.
Amava la sincerità e la praticava senza alcuna remora tanto da essere scambiata da molti, compresi i suoi superiori, per mancanza di carità cristiana.
“(…) Tutto ciò che è vero è sacro. (…)”.
Questa affermazione che presuppone una visione profondamente religiosa della vita ha anche un significato laico. Infatti realtà e verità umanamente riconosciute sono terreno comune di dialogo e di confronto tra credenti e non credenti. In questo senso, l’educazione impartita da don Lorenzo nella sua scuola era certamente laica e al tempo stesso impregnata di spirito religioso.
La sua dedizione verso i parrocchiani era totale e il suo stile di vita si conformava su quello degli operai e dei contadini più poveri .
Scrive alla mamma da San Donato:
“(…) Non sono contento se la mia vita non ha ogni attimo la stessa intensità. Quando son fuori casa spesso ho l’impressione che qualcuno mi chiami e finché non son tornato non sto tranquillo.(…).”
E da Barbiana:
“(…) Non posso però credere che tu desideri che io mi metta nello stato d’animo del passante o del villeggiante. Don Bensi e Meucci mi hanno scritto lettere molto simili alla tua. Si vede proprio che non vi siete resi conto di quel che è stato San Donato per me. Se no non avreste la crudeltà di parlarmi della prossima amputazione proprio nei giorni in cui sono convalescente di quella che m’ha lasciato vivo proprio per un miracolo di grazia. Non c’è poi motivo di parlare del domani. Non ti basta l’affanno di ogni giorno? E neanche c’è motivo di considerarmi tarpato se sono quassù. La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche le possibilità di far del bene si misurano sul numero dei parrocchiani. (…)”
Un esempio relativo ai mezzi di locomozione: a San Donato usò solo la bicicletta. A Barbiana si servì anche di uno scooter ma solo quando era ormai diventato un mezzo di uso comune dei suoi parrocchiani.
Nella Chiesa fu obbediente ma nello stesso tempo libero riuscendo a conciliare il diritto ad assumere posizioni e compiere atti ritenuti necessari con il dovere di obbedire alle gerarchie a fronte di richiami motivati e formalizzati.
Educava al primato della legge di Dio su quella degli uomini e al primato della coscienza su qualsiasi struttura umana. Si spiegano così le due lettere ai cappellani militari e ai giudici nelle quali don Lorenzo rivendica il diritto alla obiezione di coscienza come strumento di lotta per cambiare le leggi ingiuste.
Si trattò di una splendida lezione sul principio della responsabilità individuale, lezione ben più ampia della semplice difesa dell’obiezione di coscienza al servizio militare come da molti è stata erroneamente interpretata.
“(…) La leva ufficiale per cambiare le leggi è il voto. La Costituzione gli affianca anche lo sciopero. Ma la leva di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede. (…)”.

Educava al rigoroso rispetto della dignità di ciascuna persona e insegnava il principio della pari dignità tra tutti i battezzati.
“(…) Ogni anima è un universo di dignità infinita. (…)”.
Da questi principi faceva discendere il diritto/dovere dei laici nella Chiesa :
• A far sentire la loro voce, anche critica verso la gerarchia, quando ritenuto in coscienza doveroso. Questo insegnamento di don Lorenzo è stato recepito nel canone 212 del Diritto Canonico, divenendo un diritto per tutti i cattolici.
• A obbedire al Papa e ai vescovi nelle materie di fede e di morale ma compiere scelte autonome in tutte le altre materie, contando sulle proprie conoscenze, sulla propria coscienza e sulla Grazia di stato.
“(…) Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscano di deviare tanto in fuori che in dentro. Queste rotaie sono (…) nel Catechismo Diocesano e per portarsele in casa bastano 75 lire. (…) Tutto quello che non è proibito è permesso. (…) Si può avvicinarsi alla Chiesa se essa con rigore dogmatico chiede al neofita solo ciò che ha diritto di chiedergli. Non a una chiesa in cui si debba sottostare giorno per giorno alle opinioni personali e agli umori di ogni cardinale. (…)”.
Insegnava il dovere della responsabilità e dell’impegno sociale e si adoperava per sensibilizzare le coscienze circa la gravità delle colpe di omissione, con la conseguenza di far sentire in colpa chi non si impegna a portare il suo contributo alla edificazione di una società più giusta.
“(…) …ognuno deve sentirsi l’unico responsabile di tutto. (…)”.
Doppiamente colpevole deve ritenersi il cristiano che , così facendo, non opera per la costruzione del Regno di Dio ignorando il comando evangelico che dice: “avevo fame e non mi avete dato da mangiare. Avevo sete…ecc”.
Sosteneva però che il cristiano impegnato nel sociale deve essere tanto determinato quanto sereno, senza mai lasciarsi prendere dallo sconforto e dalla disperazione.
“(…) Combattivi fino all’ultimo sangue e a costo di farsi relegare in una parrocchia di 90 anime in montagna e di farsi ritirare i libri dal commercio, si tutto, ma senza perdere il sorriso sulle labbra e nel cuore e senza un attimo di disperazione o di malinconia o di scoraggiamento o di amarezza. Prima di tutto c’è Dio e poi c’è la Vita Eterna.
E poi ci sono gli anni che passano. Gli uomini che sbagliano invecchiano e muoiono: quelli che hanno ragione non invecchiano.
Tutto sta dunque nel riuscire ad avere ragione davvero, nel trovare il vero davvero.
Io dunque non sparo a morte né sul cardinale Ottaviani né sulla DC; mi siedo invece quassù sul Monte Giovi, penso, studio, scrivo, prego, sorrido bonariamente e pazientemente: un giorno senza che io mi sia macchiato l’anima né di omicidi, né di eresia, né di scisma né di voto ai comunisti, vedrò laggiù nella pianura passare diversi cadaveri. Dirò allora Requiem aeternam senza satanica gioia e senza cupo dolore e baderò che i miei figlioli non si macchino l’anima attribuendo a quei morti più colpe del vero. (…)”.
Insegnava a attribuire al tempo un valore sacro, in quanto dono di Dio e conseguentemente ritenersi in colpa se usato male.
“(…) Buttar via il tempo. Cercare e organizzare ai giovani il modo di far l’ora di cena, cioè passare il tempo, cioè bestemmiare il tempo, dono prezioso di Dio che passa e non torna. Io preferirei esser visto peccare gravemente, ma subito esser visto anche pentirmene e correre a confessarmi, piuttosto che indifferente a un veniale. Ma è poi veniale quando diventa regola di vita? (…)”.
Spese la gran parte della sua vita sacerdotale a istruire e educare la gente avendo intuito che nelle circostanze in cui era chiamato a operare il modo più coerente per vivere il Vangelo era quello di impegnarsi direttamente a elevare la cultura del popolo per motivazioni umane e insieme cristiane.
“(…) Dopo quel che ho detto non mi pare difficile dimostrare che un parroco che facesse dell’istruzione dei poveri la sua principale preoccupazione e attività non farebbe nulla di estraneo alla sua specifica missione.
Come padre non può permettersi che i suoi figlioli vivano a livelli umani così differenti e che la gran maggioranza viva anzi a un livello umano così inferiore al suo e addirittura non umano.
Come evangelizzatore non può restare indifferente di fronte al muro che l’ignoranza civile pone tra la sua predicazione e i poveri. (…)”.
“(…) Chi sa volare non deve buttar via le ali per solidarietà con i pedoni, deve piuttosto insegnare a tutti il volo (…)”.
“(…) La povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e di funzione sociale. (…)”.
“(…) mi pare di poter dire che la scuola in questo popolo e in questo momento, non è uno dei tanti metodi possibili, ma mezzo necessario e passaggio obbligato né più né meno di quel che non lo sia la parola per i missionari dell’Istituto Gualandi o la lingua per i missionari in Cina.
Domani invece, quando la scuola avrà riportato alla luce quel volto umano e quella immagine divina che oggi è seppellita sotto secoli di chiusura ermetica, quando saranno miei fratelli non per un retorico senso di solidarietà umana, ma per una reale comunanza d’interessi e di linguaggio, allora smetterò di far scuola e darò loro solo Dottrina e Sacramenti. (…)”.
Per questi motivi a San Donato istituì la “Scuola Popolare” per giovani e a Barbiana, in assenza di giovani, la “Scuola di Barbiana” per ragazzi.
Don Lorenzo definisce la scuola “(…)…l’ottavo sacramento. (…)”, e anche “(…)…la pupilla destra del mio occhio destro. (…)”.
“(…) La scuola invece siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi.
È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare loro il senso della legalità (…) dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico.

“(…) E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i < segni dei tempi >, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso. (…)”.
La sua scuola:
• Era laica, non confessionale, ma tenuta da un cristiano esemplare. “(…) Poi ho badato a edificare me stesso, a essere io come avrei voluto che diventassero loro. Ad avere io un pensiero impregnato di religione. Quando ci si affanna a cercare apposta l’occasione di infilar la fede nei discorsi, si mostra di averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece modo di vivere e di pensare. (…)”.
• Era finalizzata a rendere sovrani coloro che la frequentavano e a stimolarne l’impegno nella lotta per la giustizia sociale attraverso le organizzazioni sindacali, la scuola, i partiti, le associazioni. Il suo invito era quello di battersi con determinazione ma facendo molta attenzione ai mezzi utilizzati. Essi dovevano essere moralmente leciti, non violenti e sempre rispettosi della dignità e della persona dell’avversario.
• Era radicata sul territorio ma attenta a tutto ciò che accadeva nel mondo.
• Valorizzava le conoscenze di base, le attitudini e le esigenze di ognuno riuscendo a fare apprezzare agli allievi i progressi compiuti.
• Insegnava a praticare la solidarietà impegnando chi sapeva di più a aiutare gli altri e mobilitando scuola e parrocchia in varie iniziative di solidarietà come quella della costruzione della casa a una famiglia di San Donato che era venuta a trovarsi in gravi difficoltà.
• Si proponeva di dare una formazione completa tale da preparare realmente alla vita.
• Operava in un clima di disciplina severa, pretesa e ottenuta da don Lorenzo e di grande stima, rispetto e amore da parte degli allievi per il maestro.
Nell’opera di don Lorenzo assumono grande rilevanza anche i metodi utilizzati per dare efficacia ai contenuti.
Sosteneva infatti che il prete secolare, in quanto ha scelto di vivere tra la gente, non ha soltanto il dovere di operare con il massimo impegno ma anche quello di preoccuparsi che gli atti che compie producano la massima efficacia, altrimenti avrebbe dovuto entrare in un ordine contemplativo per dedicarsi soltanto alla preghiera.
Aggiungeva che per avere qualche possibilità di successo bisogna credere seriamente alle cose che si fanno, grandi o piccole che siano, e che solo dopo aver studiato a fondo la realtà, individuata l’azione ritenuta più valida e il metodo più efficace, si è nella condizione di poter riporre il tutto nelle mani della Provvidenza.

Egli aveva capacità eccezionali di convincimento e di coinvolgimento. Usava un linguaggio comprensibile da tutti, arricchito da toni forti e affermazioni talvolta paradossali allo scopo di costringere la gente a riflettere. Si avvaleva frequentemente di quelle che noi abbiamo definito “azioni parabola”, cioè parlare con l’esempio.
Alcune sue affermazioni potevano disorientare. E talvolta c’erano delle reazioni di sdegno e chiusura contro di lui, generalmente però don Lorenzo raggiungeva lo scopo, che era quello di far prendere coscienza dei problemi e stimolare la gente alla partecipazione attiva alla vita religiosa, sociale o politica.
Circa le pubblicazioni:
Esperienze Pastorali, ovvero le esperienze dei primi 10 anni di sacerdozio, è l’unico libro scritto da don Lorenzo finalizzato a aprire un dibattito sui metodi pastorali. Contiene infatti una analisi della parrocchia, una critica ai metodi pastorali tradizionali e le sue esperienze compiute a San Donato e nei primi anni di Barbiana.
Le altre pubblicazioni, Lettera ai Cappellani Militari, Lettera ai Giudici e Lettera a una Professoressa sono testi contenenti lezioni di forte impegno sociale, civile e religioso che don Lorenzo però definiva semplicemente “esercitazioni scolastiche.”

CENNI BIOGRAFICI
Lorenzo Milani nacque a Firenze il 27 maggio del 1923, in una colta famiglia borghese, religiosamente agnostica, da Albano Milani e Alice Weiss, quest’ultima di origine ebraica.
Nel 1930 la famiglia si trasferì a Milano dove Lorenzo compì gli studi fino alla maturità classica. Studiò poi pittura all’Accademia di Brera.
Nel 1942 la famiglia tornò a Firenze e Lorenzo si dedicò all’approfondimento della pittura sacra.
Dall’estate 1942 al giugno 1943 si compì il travaglio di conversione che lo portò al sacerdozio.
L’8 novembre 1943 entrò nel Seminario Maggiore di Firenze.
Il 13 luglio 1947 fu ordinato sacerdote.
Dal 9 ottobre 1947 al 7 dicembre 1954 fu cappellano a San Donato a Calenzano.
Dall’8 dicembre 1954 fu parroco di Sant’Andrea a Barbiana, frazione di Vicchio.
Morì a Firenze il 26 giugno 1967.

Cosi’ l’amicizia ha vinto l’aborto: la storia di Faiza

diritto2Viaggiare in silenzio, commossi e sbalorditi dalla consapevolezza di essere stati strumenti di un miracolo senza alcun merito se non quello di un fragile si’. «Ho pensato che ti avrei accompagnato qui a Imola, ma ero sicuro che non avremmo ottenuto quello che volevamo. Invece il Signore si è servito anche di questo sì scettico», mi confessa Depa con gli occhi lucidi. Sì, Dio ha risposto alle suppliche di centinaia di persone.

Tutto è cominciato sabato 13 febbraio, quando Davide, un amico che vive nei pressi di Imola, mi chiama mentre sto stirando: «Senti, ti devo dire una cosa: Faiza è incinta del quinto figlio, ma suo marito Ibrahim dice che vuole abortire anche se lui non vuole». Mi appoggio all’asse con un groppo in gola e penso alle volte che ho ricevuto notizie simili: «Ci risiamo, un’altra volta». Faiza è ormai una sorella per me. Conosciuta quasi cinque anni fa per lavoro, siamo diventate amiche dopo che la sua vicenda travagliata mi era entrata dentro con il desiderio che fosse salvata. Avevo quindi cercato qualcuno nei dintorni che le potesse fare compagnia e, attraverso mio fratello, avevo conosciuto Davide e Sara, una coppia di sposi con due figlie dell’età di quelle di Faiza, che hanno accolto il nostro bisogno.

Alzo la cornetta sperando che Faiza mi confessi la sua paura: «Faiza, senti, sai che non devi accettare di farti sfruttare al lavoro. Prima di tutto te e i tuoi figli. Ti ricordi tutte le volte che hai mollato i tuoi progetti? Dio ti ha ridato cento volte tanto!». Il tentativo, però, fallisce. Lunedì mattina vado a Messa alle 7 e lì comincio a chiedere ad alcuni amici di pregare. Torno e richiamo Davide che mi spiega di aver passato la sera precedente con Faiza, dopo averle confessato di aver saputo da Ibrahim della gravidanza: «Alla fine mi ha detto che ero come un fratello e a un certo punto credevo ci avesse ripensato, ma poi ha ripetuto le parole della dottoressa sul fatto che non si può dividere l’amore in cinque e che deve pensare a sé stessa». Il cuore mi si stringe pensando che questa cultura della morte è la conseguenza del vuoto lasciato da noi cristiani. Che nel vuoto, si sa, ci entra il mondo.

Bisogna correre ai ripari. Richiamo Faiza: «Faiza senti, stai bene? Perché mi ha detto Davide che sei un po’ a terra». Risposta: «No ecco, lo sapevo…sì sono incinta ma questa volta non mi convinci. Ormai è tutto fissato, lunedì abortisco». Poi mi ripete le parole della dottoressa. Capisco che hanno cercato di oscurare la verità in lei e che mi tocca dirgliela: «Ma tu vuoi davvero uccidere tuo figlio e lasciare che questo ti perseguiti?». Segue un silenzio che dura due minuti interi. Poi riprende: «Ho un lavoro adesso, questa volta non posso…». Non mollo e alla fine della chiamata riesco a ottenere solo un «dai Benny vediamo» che non mi convince per niente. Questa volta da sola non posso farcela e sulla strada per andare al lavoro comincio a chiamare preti e amici affinché preghino. Fra gli altri sento Giovanni, un amico di Cremona a me carissimo, e con dolore gli spiego la faccenda.

Il giorno dopo mi risponde che ha organizzato un rosario per Faiza e che sta rinunciando a fumare, poi mi manda una lettera per lei: «La Benny per me è come una sorella, quindi ogni fatto che la riguarda, che sia per lei fonte di gioia o dolore, è parte di me, si fissa al mio cuore e alla mia carne… Aggiungo le mie preghiere e di tutti coloro che vorranno unirsi perché il tuo cuore di mamma non si pieghi a un progetto di morte. Oltre a questo aggiungo un’altra parola che mi esce dal cuore: se è vero che non riusciresti a trovare uno spazio d’amore per questo nuovo bambino che aspetti, ti prego e ti supplico di non decidere che questo senso di fragilità che tu provi si tramuti in odio verso questa vita nascente. Se credi impossibile per te accogliere questo bambino, per motivi che non conosco, ti prego e ti supplico, in nome di Dio, di non volerlo cancellare. Piuttosto decidi perché viva e trovi un riparo. Io e mia moglie possiamo accoglierlo, anche per te… Noi abbiamo già quattro figli e una bambina nascerà tra due mesi…». Faiza vuole il numero di Giovanni, lo chiama e gli confessa che leggendo la lettera si è accesa una lucina.

La sera stessa preghiamo con gli amici a casa mia. Spiego loro che da tempo avevo deciso che il sabato successivo sarei andata a sentire la testimonianza di Enrico Petrillo, marito di Chiara Corbella, la giovane donna morta dopo aver rifiutato le cure dal carcinoma perché incinta e che precedentemente aveva accompagnato al cielo due figli appena nati. Penso quindi di raggiungere Faiza la domenica. Depa si offre di accompagnarmi all’incontro e poi da lei, mentre Pol mi scrive: «Benny ma perché non inviti anche Faiza a sentire Enrico?». Non ci avevo pensato, ma solo in quel momento mi accorgo che non può essere un caso che l’incontro sia vicino a casa sua e chiedo l’intercessione anche di Chiara. Intanto aumentano le persone che pregano e Faiza accetta di venire all’incontro con Ibrahim. Ci incontriamo in Chiesa insieme ai tanti amici che le presento. Ascoltiamo la testimonianza e il video di Chiara, morta lieta. Rimaniamo tutti colpiti da una cosa che viene ripetuta: «La felicità è dire sì ai progetti di Dio anche se sono faticosi».

Finita la testimonianza io e Depa andiamo da Faiza e Ibrahim a dormire. Ovviamente io e lei non ci addormentiamo: «Caspita Benny, ma chissà come ha fatto Chiara…». Le dico che ha detto sì e che possiamo farlo anche noi. Riposiamo qualche ora, svegliate poi dai bambini che ci aspettano da ieri sera. Mangiamo una colazione da principi preparata da Faiza, poi con Ibrahim e i bambini, io e Depa usciamo a prendere da bere. In macchina la terzogenita, Najla, mi domanda perché sul rosario che tengo al polso c’è Gesù in Croce. Le rispondo che è il figlio di Dio e che ha deciso di addossarsi tutto il nostro male per salvarci e risorgere. Lei mi spiega come pregano i musulmani quando supplicano il perdono. Al supermercato mi fa una domanda sulla Comunione e alla mia risposta un dipendente si ferma chiedendoci di pregare per suo figlio gravemente handicappato. Lo abbracciamo e gli assicuriamo preghiere. Ma prima di rimetterci in macchina compriamo un bracciale a Faiza, che lo desiderava da tempo.

A casa per il pranzo ci sono già Davide e Sara con le figlie. Faiza ha cucinato tutta mattina le specialità marocchine. Dopo mangiato Depa, che si è conquistato i bimbi, li porta fuori a giocare. Io e Sara rimaniamo con Faiza, mentre nel frattempo leggo loro i messaggi che continuano ad arrivarmi: stanno pregando ben due monasteri di clausura e tanti gruppi di preghiera, un’amica sta digiunando, un’altra incinta del quinto figlio offre i dolori e la nausea. Gli sms per lei sono tantissimi, mentre altre due amiche mi inviano delle lettere. Livia le scrive: «Stanno pregando con me i miei figli…Offrono i piccoli sacrifici per te… Io e mio marito siamo separati e i loro primi anni di vita sono stati molto difficili a causa nostra. Ma nei bambini c’è qualcosa di incredibile, c’è una luce e una forza che Dio mette in loro come Suo sigillo, tanto che io posso dire: sono loro i primi a sostenermi nella vita!…Eppure già in quell’istante in cui sono ancora dentro di noi, possiamo essere tentati di farci padroni di tanta bellezza…..Questo figlio è un dono fatto a te Faiza, per te, per la tua gioia, per i tuoi figli e per tuo marito. Ti prego, non rifiutarlo! Non uccidere questo segno vivo del Suo amore. Perdonami se mi permetto di parlare così, senza neanche conoscere la tua storia, ma il bene che ti vuole Benedetta e il bene che ti vogliamo ormai tutti noi…mi assicura che non sarai sola nelle fatiche».

Le mostro un video su YouTube in cui Chiara Corbella spiega che la verità sui figli in grembo è inequivocabile e che sebbene il mondo provi ad oscurarla è nel cuore di ogni madre. Intanto arriva anche Pelle, un altro caro amico della zona che studia a Milano. Io lui e Depa giochiamo a nascondino con i bambini, quando una macchina entra in cortile. Faiza si avvicina e mi spiega che è Angela, un’amica del Movimento Per la Vita che non sentiva da due anni e che il giorno prima l’ha chiamata “per caso” chiedendole come stava: «Le ho spiegato e mi ha detto che non posso farlo». Con lei c’è Donato, un amico del Banco Alimentare della zona. Risaliamo in casa, mentre Pelle e Depa si prendono cura dei bambini permettendoci così di parlare. Li guardo dalla finestra e mi commuovo pensando di nuovo che non sono sola, ma in un Corpo in cui ognuno, vicino o lontano, sta facendo la sua parte. Davide chiede a Faiza di leggere la lettera di Giovanni e Ibrahim annuisce a ogni frase. Angela spiega di tutte le vite che si sono salvate e della gratitudine di chi non ha ceduto all’inganno dell’aborto. Anche gli amici del Banco Alimentare assicurano il loro supporto. La piccola Hadia piange con la febbre: «Domani mattina – continua Angela – non vai ad abortire ma la porti in ospedale». Davide si propone di tornare la mattina seguente, ma Faiza risponde: «Tanto ormai ho deciso». Il silenzio dura una frazione di secondo che mi pare infinita: «…Lo tengo».

Scoppio di gioia, la abbraccio e corro fuori ad avvisare gli altri. Angela nota che «se per questo bambino ha pregato tanta gente, chissà che ci farà Dio». Faiza ride, e mi chiede di rimanere a dormire mentre ci confessa che siamo come la sua famiglia. Il giorno dopo devo lavorare, ma capisco anche che devo restare fino alla fine. Gli amici se ne vanno e mentre Faiza e Ibrahim portano la piccola dalla guardia medica, io e Depa facciamo i compiti con i figli maggiori, che poi gli si mettono in braccio. Dalla cucina mi godo la scena in silenzio: un anno fa ero io a tenerli sulle gambe su quello stesso divano, parlando loro di come Gesù ama i bambini, ma ora quelle parole si fanno carne, per loro e per me. Lui è qui e ed è così bello che ogni volta che accade non mi sembra vero. Quando Faiza e Ibrahim tornano ci mettiamo a tavola, dove comunichiamo la notizia ai bambini e parliamo della violenza dei Talebani in Afganistan. Dopo cena Pelle si unisce a noi di nuovo. Seduti sul divano, quasi senza accorgerci, cominciamo a cantare e ballare canzoni come la “La Nave Nera” o “La santa Caterina” interpretata dai bambini.

So che il Cielo sta festeggiando con noi, tanto il cuore ci scoppia di gioia. Non si vorrebbe mai andare a letto, consapevoli che il Signore ci sta concedendo una grazia particolare mostrandosi con prepotenza. I bambini piangono la nostra prossima partenza, scegliamo quindi di concludere con la canzone della Preferenza: «Ma Tu hai preferito me fra tutti quelli che hai incontrato, fra tutti i figli del creato che hanno abitato la terra il mare e il ciel…e tutto è nuovo adesso che mi hai detto che mi sei amico… Quando partirai io farò da sentinella, certo che la vita è bella, che in ogni seme un fiore c’è». Prima di addormentarci Faiza mi confessa di essere colpita dalla disponibilità di Sara e Davide, della forza con cui Angela combatte, del bene di Depa ai suoi figli e aggiunge: «Avrei dovuto abortire tra poche ore invece è il giorno più bello della mia vita». Le dico che è così perché «Gesù è qui fra noi: è questo che rende così contenti».

Mi addormento con il sorriso, pensando a tutte le persone che oggi erano con me e a quelle presenti con la preghiera. La tenerezza della Sua misericordia ci ha raggiunti prepotentemente attraverso il Suo volto misericordioso e vivo nel Corpo di una Chiesa in grado di vincere la menzogna con la forza di una carità piena di verità. Depa si dice colpito dal fatto che «la verità conquista il cuore e permette di incontrare tutto e tutti». Per l’ennesima volta ne abbiamo fatto esperienza. Tornando a Milano attraversiamo la campagna in silenzio, un po’ come i discepoli che pur non credendo lo hanno visto risorto: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto?». Recitiamo l’Angelus ricordandoci la potenza che può avere un fragile sì detto insieme. Il mese prossimo ritorneremo qui, solo più numerosi.

da: bussolaquotidiana

Puo’ la bellezza piu’ della morte

natura-981x540Si inizia sempre da qualche parte o dall’inizio o dalla fine. O da una sconfitta o da una vittoria. Spesso i cammini piu’ belli cominciano dalla privazione totale, dalla poverta’ assoluta, da una dimensione che fa più paura proprio perché è solitaria e angosciante secondo il metro medio della società contemporanea. Dobbiamo avere, dobbiamo mostrare, dobbiamo interfacciare la nostra splendida merce in prima pagina con i nostri avventori e quello schema fatto di antropocentrismo esasperato diventa il nostro metro di giudizio per tutto, per l’amore, per le menzogne che spesso diciamo a noi stessi e agli altri, per tutte le cose che abbiamo perso e non vogliamo ammetterlo, per quel desiderio di rivalsa sociale che travestiamo da generosità.

Ci ergiamo ad idoli, il nostro male non è il male assoluto del mondo ma la nostra volontà di ricchezza e controllo che mano mano ci svuota, ci rende isolati col mondo reale e ci porta in una condizione dove i simboli, la rappresentazione del nostro “io”, diventa misura di tutte le cose. Abbiamo molti strumenti per generare questo, i social, i messaggi, le riunioni di lavoro.

Mi domando spesso da quanto tempo non incontro una persona che mi prende per un braccio e mi dice “sono un povero, ho fallito, sto cambiando”. Visto che nessuno lo fa, spesso lo faccio io, perché essere figli di una generazione dove il relativismo etico e morale è la regola porta a questo, porta a diventare giudici ed arbitri delle proprie vite e di quelle altrui, porta ad essere schiavi del pensiero unico e della dittatura del compromesso: cedere un po’ per volta noi stessi per realizzare qualche bel compitino.

Così si muore o almeno così stavo morendo dilaniato dalla rabbia, dalla volontà di controllo, dalla malattia simbolica della mia anima e del mio spirito, corrotto da una tabella di marcia in cui non solo ero esclusa la mia parte migliore, ma soprattutto Dio, quell’entità che ero pronto a bestemmiare in ogni situazione, quello che ogni tanto passavo a trovare in Chiesa perché “io credo a modo mio e siccome sono più fico di tutti posso permettermelo”, quel Dio buono solo non per affidare le mie intenzioni ma i miei desideri quasi come se fosse il genio della lampada, quel Dio “che per fortuna che ora c’è Papa Francesco che è tanto simpatico”, quel Dio che mentre mio padre moriva a mio avviso ce l’aveva con me.

Si, perché ad un certo punto pensi di essere così importante, sei arrivato ad un livello di idolatria di te stesso tale che pensi che con Dio devi ingaggiare un conflitto a fuoco.

Quando mio padre morì ormai più di un anno fa non colsi la grazia di quella partenza, di quella chiamata, ci ho messo molto, rovinando parecchio a comprendere che era uno spartiacque, che non serviva proteggersi ma essere protetti, che non si smette mai di essere figli neanche quando si ha l’età per diventare padre. Pensavo che la malattia fulminante di mio padre fosse la peggiore del mondo, senza pensare agli esempi di Chiara Corbella Petrillo o di tanti altri che vivono la loro vocazione difficile dentro un reparto di ospedale.

Però che Dio è bellezza forse l’ho scoperto lì, all’inizio della mia povertà, che Dio sana e cura, accoglie e guarisce l’ho appreso là dentro in un reparto di oncologia di un Policlinico militare, ora rivedo davanti a me tantissimi passi del Vangelo. C’era Gianni, infermiere e buon samaritano, c’era Barabba nella stanza di mio padre, c’era un esercito di pie donne e i dottori che non hanno potuto far altro che accompagnarlo alla casa del Padre. Ed in mezzo c’ero io, smarrito, una pecora senza pastore che finge di essere pietra angolare. Non mi sono arreso alla mia povertà ha continuato a far finta che fosse ricchezza, fino a quando quel Dio a cui rimproveravo molte cose mi venne in soccorso e mi tolse ogni macigno dal cuore.

Oggi non sono ne migliore e ne peggiore di quando bestemmiavo, di quando trattenevo il mio lavoro con le unghie, di quando sparlavo del prossimo e di quanto deliberatamente anteponevo il relativismo alla rettitudine, ma le cose che ho compreso in questi lunghi mesi forse sono dieci volte di più di quanto non ne abbia comprese nell’arco dell’esistenza intera.

Quando comprendi che una morte è meno potente della bellezza della vita che continua, quando comprendi che una morte può essere vocazione, chiamata, amore, quando capisci che le tue povertà sono più belle delle tue presunte ricchezze e che il perdono che chiedi non è figlio della retorica ma del pentimento, allora lì sai che sbaglierai ancora, sbaglierai forte, ma non sei più da solo. Ho lasciato le ansie di una vita ipersociale nel burrone della tristezza, ho arso quello che pensavo di me irrinunciabile con la preghiera nella Porziuncola ad Assisi, perché Dio per parlare trova molti modi, molte intuizioni, molta bellezza. Con me ha rovesciato i tavoli, mi ha sbattuto in faccia tutto il suo amore, la sua accoglienza. Ero un uomo senza patria ma con molti idoli, ero un profugo, il mio barcone che sbatteva addosso alle coste di un Paese di cui non sapevo la lingua si è arenato e sono arrivato con fatica, quasi morto alla sua parola.

Non ho mai creduto alle conversioni light, credere è una conversione ad “U” nella vita, scompagina tutto, porta a vivere l’amore, la vita, il dolore con occhi nuovi.  E’ come se improvvisamente ti accorga di quanto è bello farsi fotografare invece che fotografarsi da soli, di quanto è bello guardare una foto fatta con amore invece che scrutare le nostre espressioni di plastica in un selfie. E’ bello essere amati, è bello essere guidati, è bello essere senza ansie inutili, guidati da qualcosa di più grande.

Dio c’è sempre stato nella mia vita, è innegabile, anche quando lo negavo, ma da mesi non esiste più solitudine che non può essere colmata, ferita che non può essere rimarginata, parola che non può essere riscaldata, bellezza che non possa essere vissuta ed ho compreso che la cosa più difficile per noi, giovani relativisti, selfisti, agnostici della domenica e cattolici del lunedì, è proprio affidarsi, rimettere, offrire, dare, concedere, non programmare. E’ passato un anno da quando ho salutato mio padre, ho commesso molti errori per non essere più figlio e negli errori ho capito che non si può essere padre senza essere figlio e che poi poco possiamo senza lo Spirito Santo. Per questo sbaglierò ancora, ma guardando dentro le nostre povertà e non nelle presunte ricchezze, perché quando pensi che la morte sia l’unica strada la resurrezione è dietro l’angolo.

Massimiliano Coccia

Interrompere una gravidanza lascia una scia di lacrime; Dio le asciuga

aborto bimbo1Non riesco a passarle abbastanza fazzolettini per asciugare tutte le sue lacrime. Il suo dolore è travolgente ed i suoi occhi non riescono a smettere di stillare gocce di pianto che sfogano sofferenza intima e profonda.

Francesca sta cercando di spiegarmi, ma le sue parole escono interrotte da singhiozzi disperati. Siamo chiuse in un’aula vuota ed io spero che nessuno, per sbaglio, apra quella porta. Il pianto che vedo è troppo segreto per non avere il diritto di essere protetto da sguardi indiscreti.

Francesca è la mia dolcissima alunna del quinto anno piena di disperazione perché, poche settimane prima, ha abortito. Tra un singhiozzo e l’altro capisco la sua angoscia: si sente una fallita per non aver saputo difendere la vita che era in lei. Piange…piange…piange…

Una sorella che è rimasta incinta pochi mesi prima di lei…una famiglia allo stremo per la preoccupazione e la cassa integrazione… dei genitori oppressi dalle possibili chiacchiere malevole della gente “per bene”… ed infine lei, Francesca: una ragazza travolta dalla paura di non farcela. Tutto sembra aver remato contro questa nuova vita.

Sono cinque anni che conosco questa meravigliosa ragazza. Bella, delicata e con il dono della sensibilità elevata alla massima potenza. Tutto vede, tutto scruta, di tutto si accorge. Di quel giorno pieno di dolore, ricordo la mia frustrazione nel non riuscire a fare di più, oltre all’ascolto. Avrei voluto asciugarle le lacrime con qualcosa di più efficace di un piccolo fazzoletto di carta; ma cosa porgerle?

La domenica seguente vado ad Assisi e compro un bracciale nei pressi della basilica di San Francesco. Lo faccio benedire da un giovane frate e vi allego una mia lettera. Penso: “Io non so cosa fare; allora affiderò Francesca a san Francesco”.

Passa il tempo. Francesca si diploma ed io il le scrivo un messaggio. Nessuna risposta. Passano i mesi. Poi la scorsa settimana eccola lì; una sua lettera. Sono in macchina e sto andando con mio marito ad Assisi quando il mio cellulare mi avverte di un messaggio in arrivo. Ho davanti agli occhi sia la Basilica di San Francesco che il messaggio di Francesca. Con questa fortunata coincidenza, inizio a leggerlo.

“Cara prof, finalmente un po’ di tempo per scriverle e non sa quanto non vedessi l’ora… È dalla data del suo ultimo messaggio che ogni volta che la pensavo mi veniva un nodo in gola per non essere riuscita a risponderle… Il lavoro, la nonna, due traslochi e la sera mai un momento da sola per potermi permettere qualche lacrima senza dare troppe spiegazioni o sembrar matta Io la penso sempre, leggo i suoi post e … porca miseria quanto mi manca lei! Le devo dire una cosa importante e forse è anche per questo che non vedevo l’ora di scriverle. Anzi; se ci vuole scrivere un post che possa essere di aiuto a qualcun’altra, ne sono contenta. Tutto può servire ed anche questo fa parte della mia rinascita. Lo spero!”

Il messaggio di Francesca finisce così. Sotto però c’è un’immagine che mi stringe il cuore con l’ondata di tenerezza che sento arrivare. E’ un’ecografia. E’ un’immagine di vita. E’ una creatura che si sta facendo largo per arrivare fino a noi. Chiedo a Francesca: “Non sto capendo male, vero? Quel frugoletto che vedo nell’immagine, è parte di te?”. E lei risponde: “Sì, sì! Lo è! E speriamo che tutto vada bene! Avevo ricontattato la ginecologa per … ed invece le cose sono andate diversamente. Vuol dire che le cose DOVEVANO andare diversamente!”

Vedo le faccine sorridenti e felici che Francesca mi invia sul mio cellulare, per farmi vedere il suo stato d’animo. Dio sta asciugando le sue lacrime, affidandole un’altra creatura non “cercata”. E stavolta Francesca è stata più forte della paura.

Cara Francesca, il tuo bambino è una bene-dizione di Dio; Dio dice-bene di te. Ti ha asciugato le lacrime di quel giorno, mettendoti tra le braccia un’altra creatura.  Lui si fida ancora di te. Non è rimasto bloccato al tuo passato e non farlo neanche tu.

Da oggi in poi, tu sarai una mamma con un bimbo in paradiso ed un altro qui: abbraccia quindi la felicità che sta crescendo dentro di te. E quando il bimbo sarà nato, appena potrai, portalo alla Porziuncola ed affidalo alla Madonna degli Angeli (il nome della tua creatura verrà scritto nel Libro della vita – che viene conservato nella bellissima sacrestia di Santa Maria degli Angeli -).

Cara Francesca, guarda cosa diceva Papa Giovanni Paolo II alle donne che, come te, avevano conosciuto l’inconsolabile sofferenza del dopo-aborto. Leggi, rivestiti di speranza e poi guarda con gioia il tuo futuro: Dio si fida di te e non ti lascerà mai sola. Ti ha dato un compito e ti darà anche tutto il necessario per portarlo a termine.

Auguri tesoro!

“ .. Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all’aborto.

La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica.

Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza.

… Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. A questo stesso Padre ed alla sua misericordia voi potete affidare con speranza il vostro bambino.

… potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita e attraverso il vostro impegno per la vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature … sarete artefici di un nuovo modo di guardare alla vita dell’uomo.” ( Evangelium vitae, 99)

* Di Maria Cristina Corvo

(tratto da www.intemirifugio.it )