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La baby prostituta diventa consacrata

thai lekChe futuro puo’ avere una quattordicenne cresciuta in una famiglia poverissima della periferia di Bangkok, barattata dalla famiglia per mille dollari e condotta nella capitale tailandese per prostituirsi?

Come potra’ sopravvivere nella giungla della lussuria e nello squallore di una città
di 8 milioni di abitanti, parlando solo il dialetto, umiliata nel corpo e nell’anima, ridotta schiava e completamente sola? Potrà mai sperare di avere una vita felice?

Lek aveva appena compiuto 14 anni quando alla porta di casa bussano
“protettrici”. Le donne, dopo averla vista, offrono mille dollari per portarla a Bangkok con la promessa di un lavoro sicuro. Mille dollari sono una cifra esorbitante per un padre e una madre senza lavoro, che vivono in una baracca senza acqua potabile e senza sapere cosa riusciranno a dar da mangiare ai propri figli, e la promessa di un lavoro nella capitale è troppo allettante per un’adolescente che fino ad allora non poteva permettersi nemmeno di sognare.

Ma le “protettrici” non proteggevano proprio nessuno.
Scrutavano corpi, osservavano movenze per trasformarle in merce adatta a soddisfare le voglie perverse dei turisti occidentali e Lek, poco più che bambina, lo capisce solo una volta arrivata nella capitale, solo una volta scaraventata in uno squallido bordello.
Ingannata col miraggio di un lavoro, si ritrova costretta a alla prostituzione insieme ad altre migliaia di ragazzine. Secondo una ricerca dell’istituto del sistema sanitario tailandese, oggi sono circa 50 mila le prostitute minorenni nella capitale, che lavorano accanto a quelle “adulte”, ovvero che hanno superato il diciottesimo anno, che sono circa 100 mila.
Nonostante sia senza soldi, senza la libertà di muoversi, senza documenti, e parli solo il dialetto, Lek non si rassegna e cerca di contattare sua sorella, che si trovava nel centro di formazione professionale cattolico «Baan Marina», diretto dalle Missionarie del Sacro cuore di Gesù e Maria. La congregazione, nata all’inizio del secolo scorso in Spagna, da 45 anni in Thailandia accoglie le ragazze provenienti dai quartieri poveri o dalla strada, aiutandole a recuperare la dignita’ e aiutandole a costruire un futuro.

Lek sa che l’unico modo per uscire dalla schiavitù
è quello di “saldare il debito”, ossia dare ai suoi sfruttatori la stessa cifra che gli stessi avevano “pagato” ai suoi genitori: un’impresa impossibile considerato che si trova costretta a consegnare quasi l’intero importo del suo “compenso”. Ecco che allra decide di rivolgersi proprio alle suore missionarie, grazie all’aiuto della sorella.

Non senza sforzi, viste le limitate disponibilità economiche
dell’istituto, le religiose riescono a raccogliere la cifra necessaria per riscattare la libertà di Lek ed estinguere il debito. Un gesto di grande generosità che avrebbe dato, anni più tardi, frutti inimmaginabili…
Entusiasta e profondamente grata per aver ritrovato una prospettiva di vita, Lek trascorre sei anni nell’istituto. Insieme ad altre cento ragazze studia ed impara il lavoro della sarta che – sperava – le avrebbe permesso di trovare lavoro in uno dei tanti laboratori della capitale. Intanto, giorno dopo giorno, sente crescere la fede in Cristo, che aveva mosso le sorelle ad aiutarla in un momento di estremo bisogno.

Piano piano abbandona il buddismo e decide di farsi battezzare,
poi di ricevere la Comunione e di confermarsi nella Cresima, sacramenti accompagnati da un crescente impegno nell’istituto come collaboratrice delle suore e catechista alle ragazze più giovani giunte a Bangkok dopo di lei e strappate dalla strada.

La speranza ritrovata di «Baan Marina»
e la fede tuttavia non spengono il desiderio di infinito nel cuore della giovane che deciderà di consacrarsi e dedicare la sua vita al Signore.
Oggi da quel quattordicesimo compleanno trascorso sulle strade di Bangkok, sono trascorsi 20 anni. Lek vive la sua vocazione nel silenzio mentre le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù e Maria, pur proteggendo la sua privacy, raccontano la sua straordinaria vicenda: “Lek oggi è serena, non serba rancore nei confronti della sua famiglia perché sa che anche loro sono stati ingannati – fanno sapere le suore – vorremmo che la sua storia possa dare speranza a tutte le ragazze che l’hanno perduta, specialmente alle giovanissime prostitute di Bangkok che si sentono perse nel buio della loro schiavitù”. Anche delle loro vite, il Signore puo’ fare miracoli.

di Raffaella Frullone (LaBussolaQuotidiana)

La Thailandia dice addio all’utero in affitto

La Thailandia ha voluto interrare la sua fama di luogo di mercimonio di donne e di bambini. È così che va interpretata la legge recentemente entrata in vigore che pone forti limiti alla pratica dell’utero in affitto, specie nei confronti degli stranieri.

L’annuncio delle nuove norme è stato dato dal ministro della Salute Rajata Rajatanavin, il quale in una conferenza stampa ha precisato che la maternità surrogata ha creato problemi morali e umanitari dovuti al business che si cela dietro questa pratica e agli effetti drammatici come l’abbandono di bambini non conformi ai desiderata dei genitori intenzionali.

Chiaro il riferimento al caso del piccolo Gammy, il bimbo down non riconosciuto dalla coppia australiana che lo aveva “commissionato”. L’eco mediatica che ha avuto in tutto il mondo la vicenda, con la conseguente rete di solidarietà che si è venuta a creare intorno alla mamma del piccolo, ha spinto Governo e parlamento di Bangkok a legiferare per impedire che simili situazioni possano ripetersi.

“In base alla nuova legge, le coppie di stranieri non potranno servirsi della maternità surrogata in Thailandia”, ha detto il ministro. Per poter accedere ai servizi di fecondazione eterologa negli ospedali, d’ora in poi le coppie dovranno avere requisiti ben precisi: eterosessuali, regolarmente sposate da almeno tre anni, con una sterilità certificata da un medico, almeno un componente della coppia dovrà essere cittadino thailandese.

Una ulteriore restrizione è rappresentata dal fatto che la madre “surrogata” dovrà essere la sorella di un componente della coppia, anche lei regolarmente sposata e con almeno un figlio. Sarà inoltre indispensabile il consenso di suo marito. “Tuttavia – ha aggiunto il ministro – se una coppia non riuscisse a trovare una madre surrogata che soddisfi le proprie esigenze (il caso di figli unici o di persone con soli fratelli maschi, ndr), potrà ricorrere a un’altra donna (esterna alla famiglia, ndr)”. In quest’ultimo caso, la candidata verrà esaminata rigorosamente da un ufficio pubblico che potrà riservarsi di decidere se accordare il permesso o meno.

Pene severe nei confronti di quanti non rispetteranno queste regole. Si va da multe di circa 5 mila euro a 10 anni di carcere per le donne che “affittano” abusivamente il proprio utero, 500 euro e un anno di carcere per i medici. Il segretario del ministero della Salute, Amnuay Gajeena, ha annunciato che già sei cliniche su 45 che in Thailandia forniscono maternità surrogata sono state chiuse e che sono state messe le manette ai polsi di alcuni loro dirigenti.

La nuova legge proibisce anche la vendita di sperma, ovuli ed embrioni. Il ministro ha precisato poi che, non avendo la norma un carattere retroattivo, i contenziosi già aperti devono essere giudicati secondo la legge sulla protezione dei bambini del 2003.

Nel corso della conferenza stampa, è stato dunque sottolineato che questa legge di dodici anni fa regolerà anche un’ultima vicenda di cronaca giudiziaria che ha avuto ampio rilievo in Thailandia. Una coppia omosessuale (composta da un americano e da uno spagnolo) è bloccata nel Paese asiatico dal febbraio scorso per non rinunciare alla piccola Carmen, bimba nata a gennaio da un utero in affitto. La mamma biologica della neonata, una volta venuta a sapere – riferiscono alcuni media locali – che sua figlia sarebbe finita in mano a una coppia dello stesso sesso, ha stracciato il contratto e ha deciso di tenere la bambina.

Un componente della coppia, intervistato dalla Reuters, ha detto che conoscendo la fama della Thailandia nel campo della maternità surrogata, non avrebbe mai pensato che qualcosa potesse andare storto. Però le cose cambiano, e talvolta anche a favore dei diritti delle donne povere e dei bambini.
Federico Cenci – www.zenit.org

Maternità surrogata tra miseria, ignoranza e schiavitù

Ad alimentare la maternita’ surrogata sono la miseria e l’ignoranza di donne relegate ai margini della societa’. Lo dimostra una ricerca della Aarhus University, in Danimarca, condotto dalla ginecologa Malene Tanderup. La dottoressa danese ha rilasciato un’intervista alla Reuters Health nella quale spiega che per le donne povere di un Paese come l’India, ad esempio, affittare il proprio utero a ricchi aspiranti genitori occidentali può sì alleviare la loro miseria, ma le lascia inconsapevoli vittime di una pratica che comporta dei rischi di salute di cui sono totalmente ignare.

“Di 14 madri surrogate che ho intervistato – spiega la Tanderup – non ce n’è una in grado di spiegare i rischi dovuti alla presenza di più embrioni nel proprio utero o alla riduzione fetale”. L’esperta sottolinea che “la gravidanza è il momento più delicato nella vita di una donna”, pertanto coloro che affittano il proprio utero “dovrebbero sapere cosa stanno accettando di fare”.

Ma la ricerca, condotta tra il 2011 e il 2012 e che ha coinvolto 18 medici di 20 cliniche indiane che si occupano di maternità surrogata, fa trasparire che ogni decisione in merito alla gravidanza viene presa “in modo unilaterale” dal personale medico, il quale lascia le madri surrogate all’oscuro di tutto ciò che avviene nel proprio corpo.

L’India resta una delle mete più popolari di questa forma di turismo, che è una vera e propria macchina di soldi: si stima che i profitti si aggirano tra i 500milioni ai 2,3miliardi di dollari l’anno. Per una donna di una classe sociale modesta, affittare il proprio utero significa incassare dai 3mila ai 7mila dollari, cifre che possono notevolmente migliorare la condizione economica di un’intera famiglia di dalit (i fuori casta, i più emarginati della società indiana).

Il denaro incassato non sopperisce però ai detrimenti fisici che un simile sfruttamento provoca alle donne. Il lavoro della Tanderup, intitolato Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica, è stato commentato anche nella stessa India. Il dott. Amar Jesani, direttore dell’indiano Journal of Medical Ethics, ritiene che lo studio scandinavo “mostra la realtà dei fatti in modo nudo e crudo”.

Il medico indiano ha confermato che nel suo Paese la mancanza di consenso informato sulle procedure mediche cui vengono sottoposte queste donne è un problema diffuso, per questo si dice “per nulla sorpreso dai risultati” delle interviste raccolte dalla Tanderup.

Risultati che fotografano uno scenario di schiavismo moderno foraggiato dalla cultura del desiderio ad ogni costo di ricchi occidentali. Nessuna delle madri intervistate sapeva quanti embrioni fossero stati impiantati nel proprio utero e nemmeno se vi fossero state complicazioni dovute a gravidanze multifetali.

Inconsapevolezza confermata anche dai medici che si occupano di queste pratiche. “No – ammettono alla Tanderup -, non abbiamo mai chiesto il consenso e nemmeno informato queste donne sul numero di embrioni trasferiti nel loro utero”. Come mai questa mancanza di informazioni? Presto detto: “Sono analfabete, ragazze senza istruzione”, rispondono laconicamente i medici indiani.

L’autrice della ricerca ha verificato che in alcune cliniche vengono trasferiti anche sette embrioni alla volta. Un crinale che la Tanderup definisce alquanto pericoloso, poiché più sono i feti più aumentano i rischi per la salute della madre e dei bambini. Per questi ultimi, si parla di possibilità maggiori di nascere prematuri e di avere paralisi celebrali o difficoltà di apprendimento, mentre per le madri maggiori sono i rischi di soffrire di pressione alta, diabete e sanguinamenti post-parto.

Ipotesi, queste, che non trovano menzione nei contratti che vengono siglati dagli aspiranti genitori e dalle donne che affittano il proprio utero. Poca chiarezza si registra anche riguardo i parti gemellari. Di solito, quando le gravidanze sono multiple, intorno alla decima settimana i medici riducono il numero di feti in base ai desideri dei genitori commissionanti. La soppressione dei feti “indesiderati” avviene attraverso l’iniezione di “una sostanza letale”.

Le donne che invece portano a termine una gravidanza multipla partorendo più bambini in un unico parto, non vengono messe al corrente del fatto che avrebbero bisogno di assicurarsi un periodo di riposo completo. È così che esse tornano immediatamente a svolgere mansioni pesanti, spesso a lavorare la terra. Con il rischio di gravi ricadute sulla propria salute.

Secondo il medico indiano Amar Jesani, i risultati di questo studio gettano una luce “poco lusinghiera” sui medici di certe cliniche e sui genitori committenti della gravidanza. Eppure non emerge nulla di nuovo. Prima della pubblicazione della ricerca scandinava, il vaso di pandora sul mercato dei bambini in India l’aveva scoperto la vicenda di Sushma Pandey, diciassettenne uccisa in un “centro di eccellenza” per la fecondazione eterologa dalla stimolazione ovarica alla quale si sottoponeva per la terza volta in 18 mesi.

Tuttavia il profitto ha prevalso sulla dignità di una vita umana. Per la morte di questa giovane definita “analfabeta”, infatti, nessuno ha pagato.
Federico Cenci www.zenit.org

Uteri in affitto, il market Asia fa i conti con la concorrenza

hope-for-GammyIl primo passaggio al Parlamento di Bangkok della legge sulla maternità surrogata ha inviato un’onda d’urto nel mondo. I. di Baby Gammy, affetto da sindrome di Down, rifiutato inizialmente dalla coppia australiana che aveva invece subito accolto la gemellina sana, e del cittadino giapponese già “padre” di 15 bambini nati con pratiche surrogate nel Paese, sono stati una pubblicità negativa troppo forte per essere tollerabile e così la bozza di legge presentata in agosto ha avuto un binario preferenziale. Il voto del 28 novembre ha posto in un limbo donne in attesa di figli su commissione, puerpere, bimbi già nati e famiglie committenti, con gravi conseguenze potenziali per tutti gli attori coinvolti, d’altra parte, il “caso” thailandese è di tutto rilievo (con un valore stimato di 125 milioni di dollari l’anno) e il risultato del dibattito parlamentare significativo per il futuro della pratica, almeno in Asia.
Unica con l’India a condividere l’accettazione della surrogata internazionale sul proprio territorio, la Thailandia si trova ora a essere riferimento per una regolamentazione che tanto deve alla sua situazione politica, nazionalismo e controllo militare crescenti, quanto era debitrice in precedenza a una liberalizzazione arbitraria e interessata. Molti, anche nell’area Asia-Pacifico, cominciano così a guardare a Nord e a Nord-Est, verso paesi come Azerbaijan, Bulgaria e Romania che non hanno leggi specifiche ma un’industria della maternità surrogata, e verso Bielorussia, Russia e Ucraina aperti agli aspetti commerciali della pratica. Non un rischio per l’India che, forte delle sue necessità e delle sue dimensioni demografiche, è un “mercato” del valore di almeno 500 milioni di dollari l’anno (fino a un miliardo per alcune fonti). Possono usufruirne cittadini di paesi asiatici e del Pacifico (Giappone, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Australia, Nuova Zelanda…) dove le pratiche surrogate sono proibite, diretti finora soprattutto verso la Thailandia, unica in Asia ad accettare anche committenti single o coppie dello stesso sesso.
Lo stesso vale per i cinesi della Repubblica popolare, dove la pratica è bandita, almeno ufficialmente, e di certo non aperta verso l’estero. Significativamente, però, le coppie cinesi preferiscono tentare la sorte negli Stati Uniti, a costi maggiori, con la speranza aggiuntiva di potere un giorno reclamare per la prole la cittadinanza Usa. L’India diventa così mercato di preferenza, con una legge ad hoc ferma dallo scorso anno in Parlamento.
Qui la maternità surrogata è ammessa legalmente dal 2002, e dal 2008 anche quella a carattere commerciale per una sentenza della Corte Suprema. Una pratica aperta anche a donne straniere, dopo che nel 2009 l’Alta corte del Gujarat ha riconosciuto che la nazionalità della madre surrogata determina quella del bambino da lei nato.
Resta il fatto che, al di là delle considerazione specifiche sulla barbara pratica dell’utero in affitto, la situazione solleva il problema di un doppio binario riguardo la sicurezza delle gestanti e delle partorienti nel Paese dove una donna muore ogni otto minuti per complicazioni della gravidanza o del parto. Stefano Vecchia

Le donne Hill in Thailandia: negazione dei diritti e sfruttamento

Padaung-2Le donne Hill versano in condizioni particolarmente gravi poiche’, oltre alle discriminazioni di cui e’ oggetto il gruppo di appartenenza in generale, subiscono i dettami di una cultura fortemente maschilista. Le politiche restrittive del governo hanno contribuito al peggioramento della condizione femminile, gia’ minata dall’impossibilita’ di accedere all’istruzione primaria ed all’apprendimento della lingua thai per via di una rigida tradizione di tipo esclusivista di genere. Allo stesso tempo, i cambiamenti accorsi negli ultimi vent’anni, con la necessità di inventare nuove forme di sostentamento, ha aumentato la pressione sulle donne per il mantenimento delle famiglie.

Prive di identità, di educazione, intrappolate tra la mancanza di opportunità nei paesi di origine e l’impossibilita’ di avere una educazione formale, le donne Hill migrano in cerca di mezzi di sostentamento per onorare gli obblighi verso la famiglia, oppure per cercare migliori opportunita’, o per sfuggire ai limiti imposti da una tradizione millenaria o alle limitazioni geografiche di un territorio impervio.

La condizione delle donne Hill le rende particolarmente vulnerabili al rischio di essere trafficate e sfruttate: dai datori di lavoro, da trafficanti, ma anche da gruppi corrotti delle polizie locali.

Infatti, il 90% delle donne sfruttate nel mercato della prostituzione in Thailandia sono giovani tra i 12 ed i 16 anni di etnia Hill, trafficate nei bordelli della capitale e costrette a vivere in condizioni di vera e propria schiavitù. In realtà, il fenomeno del traffico di bambini presso questi gruppi ha origini lontane: per centinaia di anni, molti abitanti del Nord, in lotta per la vita, sono stati costretti a considerare i propri figli come merci: un cattivo raccolto, la morte di un capo-famiglia o un qualsiasi debito di una certa entità potevano portare a vendere una figlia – mai un figlio – come schiava o come domestica. Negli ultimi anni il fenomeno sembra aggravarsi: molte giovani, anche bambine, sono vendute dalle stesse famiglie, per disperazione, ai trafficanti.

La negazione dei diritti fondamentali ai membri delle tribù Hill influisce direttamente anche sull’accesso alla tutela sanitaria ed aumenta il rischio di infezione da HIV/AIDS ed altre malattie anche facilmente trattabili. Non è stato attivato nessun intervento per informare le donne Hill trafficate dei rischi sanitari legati allo sfruttamento sessuale ed all’esercizio della prostituzione, nella condizione in cui sono costrette a lavorare: motivo per cui il tasso di infezione da HIV/AIDS tra le tribù Hill è altissimo e rappresenta un’emergenza sanitaria ancora da affrontare.

Trafficking di donne a scopo di sfruttamento sessuale in Thailandia

nanahotelIn Thailandia, la prostituzione e’ un fenomeno relativamente nuovo. Nel vecchio Siam, l’aristocrazia viveva in regime poligamico, ma nei villaggi era praticata la monogamia e le relazioni sessuali erano strettamente controllate. Le prostitute vivevano in poche citta’, insieme ai loro bambini, emarginate dal resto della societa’. Nel 1950, si stima che ci fossero solo 20.000 prostitute in tutto il paese, pochissime a confronto del mezzo milione stimato attualmente. Il fattore che ha determinato il brusco aumento del fenomeno prostituivo e soprattutto del traffico a scopo di sfruttamento sessuale in Thailandia, e’ stata – ormai c’è un sostanziale accordo su questo – la presenza militare americana nella regione, a partire dagli anni ’60, in concomitanza con la guerra del Vietnam. Il fenomeno da allora interesso’ tutta l’area della regione del Mekong:

Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam. Il paese maggiormente investito dal fenomeno fu pero’ la Thailandia, dove i soldati americani venivano mandati per periodi di licenza (i cosiddetti R&R, periodi di Rest and Recuperation). Attorno a questa presenza nacquero locali notturni e luoghi, A.Trifirò,

tratto dal sito www.tdhsea.org , P. Monzini

Progetto interregionale “Vie d’Uscita”:

cominciarono così ad essere condotte nel Paese donne provenienti da Laos, Cambogia, Myanmar (allora Cambogia) e dalla Cina meridionale. Le tailandesi, invece, venivano trafficate sia internamente – in particolare dal Nord e dal Nordest del Paese, aree di etnia Hill – e verso l’esterno, principalmente in Giappone.

Il governo non contrastò il fenomeno, anzi ne favorì l’evoluzione in quanto rappresentava una straordinaria fonte di guadagno per lo stato: la legge denominata “Entertainment Act” di fatto rese lecita la prostituzione nei locali. Anche nei casi di palese sfruttamento, le forze dell’ordine tailandesi non hanno mai contrastato il fenomeno. In meno di vent’anni, si passò dalle 20 mila prostitute del 1950, a 400 mila nei soli bordelli di Bangkok nella metà degli anni ’70.

Con la fine della guerra, l’industria del sesso si espanse ed il paese divenne una delle principali mete di turismo sessuale per gli occidentali. Oggi l’industria del sesso è uno dei settori trainanti dell’economia di tutta l’area, e l’OIL stima che una percentuale compresa tra il 2 ed il 14% del PIL di Indonesia, Malaysia, Filippine e Thailandia provenga proprio dal turismo sessuale.

Il fenomeno della prostituzione minorile è una piaga in tutti i paesi dell’area, soprattutto in Thailandia dove minori provenienti dai paesi limitrofi sono trafficati a fini sessuali. L’intensità delle attività di trafficking nell’area devono essere attribuite ai lunghi e porosi confini della regione e alle disparità economiche tra i paesi dell’area hanno determinato le rotte del traffico, tutte con destinazione Thailandia. Infatti, la posizione geografica del paese ne fa una naturale area di transito verso altre aree come Giappone, Taiwan e l’Australia ed inoltre l’economia tailandese è forte e trainante, e tende ad incoraggiare l’immigrazione clandestina dai paesi limitrofi. Migliaia di donne e bambine provenienti dal Myanmar, dal Laos, Vietnam e dalla Cina meridionale vengono trafficate ogni anno in Thailandia; secondo CATW – Coalition against Trafficking in Women – è addirittura divenuto Paese di destinazione per donne dalla Russia, dall’ ex Jugoslavia e dal sud America. Verso l’esterno, le donne tailandesi sono trafficate in Giappone (prima destinazione), Australia, India, verso i paesi del Medio oriente e verso il Nord America. In Europa le destinazioni principali sono l’Olanda e la Germania, dove sono prevalentemente impiegate nel circuito dei locali notturni e dei quartieri a luci rosse .

Particolarmente consistente è la tratta delle giovani tailandesi all’interno del Paese:

il traffico interno coinvolge per la gran parte giovani tra i 12 ed i 16 anni, provenienti dal Nord ed appartenenti alla minoranza Hill.

Le deprivazioni cui le tribù Hill sono state sottoposte e la persistenza di un politica nazionale tesa alla negazione dei loro diritti, sono la causa principale degli abusi che si perpetuano nei confronti delle giovani; queste sono molto frequentemente vendute dalle stesse famiglie ai trafficanti, che si spacciano per benefattori e promettono lavori ben pagati nella capitale.

La condizione delle popolazioni del Nord è andata peggiorando dopo il boom economico degli anni ’90, che ha portato, tra l’altro, alla sottrazione alle famiglie Hill dei loro terreni, unica fonte di sostentamento. Molte giovani, senza altre opportunità di lavoro, accettano di prostituirsi come unico mezzo per garantire.

La maggior parte di queste informazioni sono state tratte da siti dedicati al trafficking: CATW – Coalition against trafficking, Terres des Hommes, Human Trafficking.  Si veda anche il fotoreportage “L’innocenza violata”,. Un documento interessante sul traffico di donne dall’est asiatico è anche il testo di Chris de Stoop, Trafficanti di donne, Gruppo Abele, Torino, 1997. Focus sul fenomeno della tratta delle donne: analisi delle trasformazioni correnti e nuove strategie d’intervento di protezione sociale. Il caso Piemonte  – un sostentamento alla famiglia: esiste nella cultura tailandese un valore chiamato katanyu, che significa mostrare la gratitudine ai genitori, e che si traduce nella contribuzione materiale al mantenimento della famiglia, cui nessuno può sottrarsi anche a costo della prostituzione.

Come riportato in un recente studio del Programma Internazionale per l’Eliminazione dello Sfruttamento del Lavoro Minorile (ILO-IPEC, International Labour Organization- International Programme for the Elimination of the Exploitation of Child Labour), i dati più attendibili sulla prostituzione minorile in Thailandia, per i metodi statistici utilizzati, sarebbero quelli forniti dalla Commissione Nazionale per le Donne (Thai National Commission for Women) secondo i quali il numero totale di prostitute al di sotto dei 18 anni di età in Thailandia sarebbe stimabile fra le 30mila e le 35mila unità. Si stima, inoltre, che lavorino in Thailandia un numero approssimativo di circa 16mila prostituite straniere, delle quali il 30% sarebbe costituito da minori. Si calcola, poi, che a partire dal 1990 circa 80mila donne e bambine siano state vittime di traffici illegali verso la Thailandia a fini di sfruttamento sessuale, la maggior parte provenienti dal Myanmar, dal Sud della Cina (regione dello Yunnan) e dal Laos.

Il gruppo thailandese e la tratta al chiuso

The Bangkok AttractionLe donne vittime dello sfruttamento thai in Italia, individuate in alcune operazioni di polizia, erano giovani tailandesi, tra i 18 ed i 41 anni; la maggior parte di loro proviene dal Nord est della Thailandia, un’area arretrata che il boom economico tailandese degli anni ’80-’90 non ha nemmeno sfiorato e caratterizzata, fin da allora, da un progressivo peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Da questa stessa area proviene anche la maggior parte delle giovani vittime del trafficking interno al Paese, vendute talvolta dalle stesse famiglie ai trafficanti in cambio di un misero guadagno o della falsa promessa di una buona opportunità di lavoro. Questa è stata anche la sorte di alcune delle ragazze intercettate, vendute dalle famiglie ai trafficanti; altre, sposate e con figli lasciati in Thailandia, sono state ingannate dalle false offerte di lavoro come domestica, cameriera o massaggiatrice. Tra le donne era presente anche un transessuale.

La richiesta dei dati e delle firme dei documenti per l’espatrio nel corso dei controlli ha fatto emergere che la maggior parte delle donne coinvolte è analfabeta. Inoltre molte delle ragazze parlano esclusivamente il dialetto delle regioni d’origine, aspetto che ha reso abbastanza difficile il momento dell’assistenza da parte degli operatori.

Un aspetto fondamentale dell’inchiesta è stata l’identificazione del canale attraverso cui le ragazze tailandesi arrivavano in Italia, un aspetto che non sempre emerge nelle operazioni nel settore della prostituzione. Le donne entravano grazie ad un “pacchetto-viaggio” offerto da una agenzia di viaggi con sede a Bangkok, che forniva i documenti e visto turistico di tre mesi, insieme alla promessa di un lavoro come colf, badante, operaia o sarta. Per una cifra pari a 5 mila euro, l’agenzia, gestita da un tailandese, forniva documenti di entrata nei paesi Schengen, prenotazione alberghiera in Italia e fittizia disponibilità di denaro per la durata del visto. All’arrivo in Italia, le donne erano ricevute in aeroporto dalle connazionali, maitresse che gestivano l’intero business, e da italiani che svolgevano mansioni di accompagnatori e “tuttofare”. Le donne venivano poi immediatamente stipate negli alloggi tra Asti, Alessandria e Pavia; gli unici spostamenti erano da una casa ad un’altra ed i soli contatti avvenivano con i clienti italiani.

Gli inquirenti testimoniano che alcune delle ragazze, nonostante i tentativi di fuga, ricadessero nelle maglie dell’organizzazione anche a causa delle difficoltà di comunicazione. La matrice del traffico è interamente asiatica: un gruppo di connazionali reclutava le ragazze disposte a trasferirsi in Europa con il miraggio di un lavoro e la possibilità di aiutare i famigliari rimasti in patria. Dalla Thailandia i contatti costanti con la maitresse hanno permesso il ricambio costante delle donne. Il rilascio dei visti non comportava particolari artifizi o irregolarità: appariva un’operazione “pulita”, perché diverse ambasciate europee (Portogallo, Svezia, Norvegia, Italia, Germania, Spagna, Olanda) venivano contattate per il rilascio dei documenti. L’ingente giro di affari dell’organizzazione, quantificato attraverso il monitoraggio di conti correnti ed operazioni di trasferimento di denaro circa 6 milioni di euro l’anno, derivava interamente dalle quote pagate dalle donne, fino a 5 mila euro per il viaggio. I compensi di ogni prestazione variavano dai 75 ai 400 euro: alle ragazze, come sempre, andavano solo le briciole di questo ingente giro di affari.

Segregate in casa, era stato loro spiegato di aver contratto un debito, che si aggirava intorno ai 12.000-15.000 euro: una volta estinto il debito, lavoravano al 50%, inviando i proventi alle famiglie in Thailandia. Per contenere eventuali forme di insubordinazione, era l’organizzazione stessa a gestire l’invio del denaro alle famiglie. La gestione del traffico e dello sfruttamento è di matrice interamente femminile: le donne venivano sequestrate e gestite da una rete di “maitresse” tailandesi residenti da tempo sul territorio, con regolari documenti di soggiorno, alcune sposate – anche in attesa di cittadinanza italiana – o conviventi con cittadini italiani. Le maitresse gestivano l’intero ciclo dello sfruttamento: dallo smistamento negli appartamenti, alla gestione dei clienti, alla sottrazione del guadagno.

Nell’organizzazione erano coinvolti anche numerosi italiani, il cui ruolo era molto più defilato e si limitava ad un apporto, seppur consistente, sul piano della logistica: sei, tra astigiani ed alessandrini – alcuni di loro pensionati, persone emarginate e certamente poco accorte secondo i testimoni – facevano da autisti, accompagnando le ragazze dagli aeroporti (in Italia, Francia o Svizzera) alle case; provvedevano a reperire alloggi, dove svolgevano lavori di manutenzione, consigliavano le maitresse su come pubblicizzare il “lavoro” delle ragazze ed assicuravano la copertura legale per la permanenza in Italia. Questi “factotum” venivano ricompensati con prestazioni sessuali. Tra gli arrestati, compare anche un’intera famiglia astigiana, intestataria di alcuni degli alloggi che sub-affittava a prezzi esorbitanti. L’organizzazione era dunque strutturata in modo abbastanza articolato da garantire un continuo flusso di ragazze dalla Thailandia e quindi di denaro. Anche in questo caso le connivenze con cittadini italiani hanno fornito un sostegno logistico significativo per la copertura delle attività. Secondo le testimonianze, l’indole di queste donne, rispettose, docili ed obbedienti, era lontana da qualsiasi istinto di ribellione alla condizione di segregazione subita.

Questa caratteristica permetteva agli sfruttatori di operare in sicurezza e perpetuare senza conflitti lo stato di subordinazione. Esse avevano tutte il visto d’ingresso e alla scadenza dello stesso, entravano in condizione di clandestinità; in questo modo era impedito loro di uscire dagli alloggi per ridurre il rischio di controlli da parte della Polizia. A stabilire costi e modalità della prestazione erano le tenutarie che, gestendo due o tre numeri telefonici alla volta, indirizzavano i clienti agli appartamenti delle diverse città a seconda delle prestazioni richieste. Le maitresse contrattavano il prezzo e davano appuntamento con indicazione di giorno, ora e campanello a cui suonare. I frequentatori delle case di appuntamento appartenevano a tutte le classi sociali con una prevalenza di imprenditori e liberi professionisti, italiani facoltosi anche disposti a spendere molto denaro pur di avere prestazioni “particolari”. A determinare il costo della prestazione era l’uso della precauzione – piuttosto raro – e la modalità del rapporto. Le prestazioni avvenivano molto spesso senza precauzione, dietro stessa richiesta dei clienti: un aspetto preoccupante e che richiama la necessità urgente di intercettare le donne che si prostituiscono al chiuso anche per fornire adeguata prevenzione sulle infezioni sessualmente trasmissibili.

L’aggancio dei clienti avveniva attraverso il sistema degli annunci a pagamento su noti settimanali locali – “La Luna”, settimanale astigiano e “Zapping”, alessandrino – dove gli ormai noti “massaggi tailandesi” vengono offerti da tempo in grande quantità. Gli annunci, come illustrato di seguito, riportano nomi esotici ed indicano talvolta nazionalità generiche (“dall’Asia”, “dall’oriente”, alcune indicano specificamente ”ragazza thai” o “dalla Thailandia”). I contatti con i clienti venivano esclusivamente tenuti dalle maitresse; come indicato dagli inquirenti è probabile che più utenze telefoniche facessero riferimento ad una sola ragazza: è indubbio, comunque, che il giro di donne coinvolte fosse consistente se si considera che Asti e Alessandria sono due cittadine di piccole dimensioni.

Oltre agli annunci che compaiono su un settimanale locale, la pubblicità del lavoro avveniva anche per via telematica: un’agenzia pubblicitaria gestiva un provider internet grazie al quale venivano diffusi filmati e foto girati per “pubblicizzare” l’attività delle ragazze.

    1. La prostituzione sommersa: commenti ed osservazioni

L’impatto che la vicenda delle donne thai sfruttate ha avuto sulle associazioni di settore è stata significativa perché fa luce sul fenomeno dello sfruttamento della prostituzione al chiuso, ancora poco conosciuto, costringendo a ripensare i modelli di intercettazione e counselling al fine di identificare i vari segmenti dello sfruttamento all’interno della prostituzione sommersa. In secondo luogo è segnale preoccupante di un fenomeno in continua espansione, le cui dimensioni sembrano ora superare la tipologia di strada. Questo significa che il contrasto della tratta dovrà necessariamente avvenire con nuovi strumenti, da calibrare proprio a partire dalle esperienze che i diversi territori regionali stanno vivendo. In generale le recenti vicende legate al territorio piemontese inducono ad alcune osservazioni.

• Le nazionalità coinvolte nella prostituzione sommersa comprendono principalmente: est Europa (Romania, Moldova, Ucraina e Russia) e sud America (Brasile e Colombia soprattutto); le donne sud-americane differiscono per un maggior grado di radicamento sul territorio. Inoltre si sta registrando la crescente presenza di donne orientali: cinesi, tailandesi, giapponesi. Questa molteplicità si accompagna alla difficoltà di identificare con esattezza la provenienza, poiché è celata oppure confusa in categorie più generali (“nuova dall’Oriente”, oppure “asiatica”). La presenza del gruppo tailandese in questo segmento di prostituzione è stata una novità inaspettata sia per gli operatori sociali che lavorano nel settore che per le Forze dell’Ordine. Infine è significativa la presenza di donne italiane, anche giovanissime.

• La prostituzione al chiuso è molto spesso celata sottoforma di attività socialmente accettabili: accompagnatrici, ballerine e nel caso oggetto di analisi, massaggiatrici. Nascosta alla vista dei cittadini, non desta allarme sociale perché non turba l’ordine costituito, salva un apparente “buon costume” della comunità. La prostituzione al chiuso sembra aver trovato uno spazio di accettabilità in contrasto con le frequenti manifestazioni di intolleranza nei confronti della prostituzione di strada. Ciò si spiega, forse, per l’alto numero di uomini che usufruiscono del sesso a pagamento d’appartamento che appartengono ormai a tutte le fasce d’età e categorie sociali: cade, dunque, l’equazione prostituzione al chiuso – prostituzione d’élite.

• L’invisibilità dell’attività equivale molto spesso all’invisibilità delle persone coinvolte e delle violazioni e forme di sfruttamento cui sono sottoposte. Le ragazze vivono in condizioni di semi schiavitù in quanto lo sfruttamento al chiuso può essere una condizione particolarmente segregante e maggiormente caratterizzata da abusi fisici o psicologici. Si conferma così un timore che era stato da tempo posto all’attenzione delle istituzioni da tutti gli enti impegnati nel contrasto della tratta. Inoltre, e non meno importante, l’invisibilità comporta l’impossibilità di avere accesso a forme di counselling sanitario, sociale, legale, e dunque di affrancamento o inclusione sociale. Anche la figura del cliente, che nella prostituzione di strada può costituire una risorsa per la ragazza – come fonte di informazioni o come “aggancio” per uscire dal circuito prostitutivo – perde di rilevanza dal momento che il controllo esercitato sulla donna e sul cliente stesso è pressoché totale.

• Anche il trafficking che coinvolge l’esercizio al chiuso è caratterizzato da una struttura organizzativa articolata e composita. Le reti criminali sono composte da figure che svolgono ruoli complementari e tutti funzionali alla spartizione dei guadagni: una modalità, tra l’altro, analoga a molte donne trafficate dall’Est Europa, ingaggiate da presunte agenzie viaggio con la promessa di un lavoro e cadute nelle reti del trafficking. In questo caso la gestione delle donne è interamente femminile, caratteristica che la accomuna al target nigeriano. Lo sfruttamento si basa su una capillare rete locale ed extra locale all’interno della quale spostare le persone immesse nel circuito prostitutivo: in questo modo si limitano le possibilità di socializzazione e si garantisce un ricambio più frequente per rispondere alle esigenze di novità del mercato. Le donne sono smistate sul territorio di diverse regioni italiane anche se il fulcro delle attività resta il Piemonte. Il dato più significativo, alla luce delle operazioni di contrasto dello sfruttamento sessuale al chiuso condotte negli ultimi anni, è quello relativo al coinvolgimento degli italiani, che svolgono ruoli di primo e secondo piano nella gestione dei traffici. Compaiono come intermediari con ruoli di appoggio o copertura oppure, come è emerso dall’operazione di Polizia descritta in precedenza, sono interamente compartecipi dell’attività di sfruttamento (gli sfruttatori sono infatti tutte coppie italo-tailandesi).

• La prostituzione esercitata al chiuso e quella di strada presentano tipicità sia per quanto riguarda le nazionalità coinvolte che per le modalità dello sfruttamento. Le donne che esercitano la prostituzione di strada sono prevalentemente di nazionalità africana (nigeriane in particolare) ed est europea (rumene, moldave, bulgare, russe). Mentre le donne africane esercitano solo in strada, le donne dell’Est sono smistate tra strada ed appartamento e/o locali. Meno consistente, sul territorio della regione, la presenza delle sud americane, che si prostituiscono per lo più in appartamento. Come accennato, l’esercizio al chiuso include sempre più frequentemente donne orientali, la cui presenza in strada è talmente contenuta da essere un dato irrilevante. Il carattere peculiare della prostituzione di strada è di essere ancora particolarmente redditizia, soprattutto se esercitata in modo autonomo, perché permette di intercettare un vasto bacino di utenza in breve tempo. Al contrario la gestione della prostituzione al chiuso è più costosa e complessa; il rischio e le difficoltà di gestione, tuttavia, vengono compensati da tariffe più alte rispetto a quelle praticate in strada Nell’ambito della prostituzione al chiuso può esistere mobilità tra appartamento e locali (night, lap dance, ecc.): questa modalità è particolarmente frequente per le donne dall’Est Europa. Le caratteristiche delle due modalità di esercizio della prostituzione sembrano portare ad escludere che la prostituzione al chiuso possa sostituire quella praticata in strada, nonostante il fenomeno sia molto consistente.

“…abbiamo delle forti perplessità che ci siano delle forme di sfruttamento. Verificarle in un locale è più complesso perché sono tanti i tipi di dinamiche e di interazione che ci possono essere tra il proprietario, la ragazza ed il cliente: da quella più innocente che può essere il cliente che, se riesce a conquistare la ragazza, la porta via, lascia un “buono uscita”, un gettone al proprietario. …Parlare di tratta e sfruttamento è un pò azzardato…le dinamiche che ci sono si sono sempre presentate anche nella prostituzione tradizionale…”.

Io catechista tra le tribu’ dei monti (Thailandia)

PongalUna sacca in perfetto stile Akha, dentro il libretto sul quale il
paziente lavoro di missionari ha tradotto preghiere e canti nella lingua di questi posti. Nel cuore, l’entusiasmo del credente impegnato: John -catechista nella Thailandia del nord, dove il buddhismo imperante nel Paese lascia il posto a un diffuso animismo tradizionale – è pronto per un’altra domenica di servizio.

Missione formato catechista. Come in diversi contesti di prima
evangelizzazione, anche nel nord della Thailandia, tra le verdi colline dove abitano le cosiddette «tribù dei monti», buona parte della formazione cristiana di base è condotta dai laici incaricati della catechesi. Non superuomini della fede, ma semplici «operai della vigna del Signore» che si mettono a disposizione di quel messaggio che hanno sentito decisivo per la loro esistenza e vogliono condividere con altri. Diventando, in questo modo, strumenti preziosi  nell’annuncio del Vangelo verso chi mai ha sentito
parlare di Gesù Cristo.

Siamo a Sen Suk, piccolo paesino adagiato sui pendii dolci che
adornano la Thailandia settentrionale: tutt’intorno è una distesa di
piantagioni di mandarini, il Myanmar è a due passi, a volte si vedono ad occhio nudo le postazioni di difesa dei militari dell’ex Birmania, da dove molte persone scappano, attratte dal benessere della vicina «Terra degli uomini liberi».
È stato questo anche l’itinerario di John, classe 1972, catechista in
questo villaggio dalla bella chiesa di Santa Marta, dove è venuto ad abitare nel 1996. Dal natìo Myanmar – dove ha ricevuto l’educazione cristiana dalle suore di Maria Bambina – si è poi spostato a lavorare prima in Cina e quindi in Thailandia. Oggi John – della tribù Akha, uno dei gruppi etnici presenti in questa regione – gestisce un piccolo banco vendita di oggetti locali per turisti con cui cerca di mantenere le sue due bimbe, Laura di 3 anni e Monica di 10 mesi, che allietano di strepiti e simpatiche urla la semplice casetta dove John abita con la giovane moglie Maria.
Ma il giovane Akha si sente soprattutto catechista cattolico:
l’impegno cui maggiormente tiene è guidare la preghiera della domenica e  delle altre festività (ad esempio la novena di Natale e di Pasqua) nella piccola chiesetta di Sen Suk, dedicata alla Madonna. Ogni tanto, poi, i fedeli desiderano pregare nella propria casa; allora John vi si reca per condurre il momento di invocazione a Dio: «Essere catechista è per me un’esperienza significativa perché vuol dire farsi carico del cammino di fede dei miei amici», dice mentre ci offre i gustosi mandarini coltivati nel circondario.

L’impegno pastorale della domenica si concretizza in due appuntamenti: uno alla mattina, con la lettura e la spiegazione della Parola di Dio del giorno, e uno al pomeriggio o alla sera, quando si recita il rosario, con cui la comunità di Sen Suk (qualche decina di persone) prega quotidianamente durante il mese di maggio e di ottobre. Inoltre, quando un missionario visita il villaggio, viene accolto dal catechista che spesso lo ospita in casa per il pranzo, insieme al sacrestano (incaricato della cura della chiesetta) e al responsabile del villaggio. In questa occasione, è sempre il referente della catechesi che illustra al missionario l’andamento della vita della gente, presenta problemi o situazioni particolari, dallo stato di salute degli ammalati, alla «pratica», purtroppo molto diffusa, dell’ubriachezza, la frequenza dei fedeli alle preghiere.

Sempre nel giorno di visita del sacerdote, John guida l’esame di
coscienza comunitario durante il quale le persone si preparano per la confessione: «Senza catechisti non si potrebbe andare avanti», ammette padre Claudio Corti, parroco di Fang, la missione cui appartiene Sen Suk (M.M.  agosto-settembre 2005, pp. 26-29). Il missionario del Pime, originario di Lecco, può ben dirlo visti i 35 villaggi a lui affidati, dove riesce a recarsi una volta ogni 30-40 giorni. «Durante il resto del tempo la vita di fede della gente è affidata a loro», conferma padre Corti.

Decisivo inoltre è l’apporto del laico cristiano durante la
celebrazione della Messa: nella sola parrocchia di padre Corti (situata su una direttrice di ben 150 km) si contano almeno quattro tribù (Lisu, Akha, Karen, Lahu) con altrettante lingue e culture diverse. Last but non least, il catechista assicura la traduzione dell’omelia di padre Corti, il quale nei villaggi Akha celebra l’Eucaristia nella lingua conosciuta dalla gente, mentre pronuncia la predica in thai, che però gli abitanti di questi gruppi etnici non capiscono: ecco allora che la spiegazione della Parola avviene a due voci, con il catechista che traduce passo passo il commento del padre.
La preparazione dei catechisti è assicurata dagli incontri di
formazione che si tengono ogni due mesi a Fang, dove risiede il missionario: «Vengono al nostro centro per alcuni giorni di incontri durante i quali spiego loro il Vangelo – dice padre Corti – in modo che possano presentarlo alla gente nella maniera più fedele». Naturalmente, i responsabili dell’educazione cristiana non compiono questo impegno a tempo pieno: tutti hanno il loro lavoro, chi nei campi di mandarini, chi con il suo banchetto di vendita al mercato. «Per questo motivo devono essere sostenuti economicamente con una piccola ricompensa  – spiega il missionario lecchese: quando vengono agli incontri di formazione, perdono la loro giornata dipaga. Così pure nelle visite ai villaggi di cui sono responsabili».

Fondamentale è pure l’educazione alla fede dei bambini delle famiglie già cattoliche. Alla domenica, ad esempio, per i più piccoli, vi è la proiezione di video a sfondo religioso: le capanne dei villaggi delle tribù dei monti sono di bambù e paglia, ma l’ex premier Thaksin ha mantenuto la sua promessa di portare l’elettricità in tutti i 40 mila villaggi del Paese: e così ogni capanna vanta la sua bella parabola, che spesso serve anche come supporto per far asciugare il bucato!
«Considero decisiva anche l’educazione dei ragazzi, che saranno gli adulti di domani», dice convinto John. «Per questo impegno parecchio tempo nell’insegnare loro la cultura religiosa cristiana, i canti della messa, i principi di comportamento e di educazione».

L’impegno del laico Akha diventa ancora maggiore nei confronti di
quelle persone da poco tempo avvicinatesi alla fede cattolica: non perché siano state battezzate, ma perché – come hanno l’abitudine di dire i missionari di qui – «hanno lasciato gli spiriti», cioè hanno rinunciato alle pratiche animiste. Si tratta di una vera e propria abiura religiosa, un momento di «passaggio» celebrato, non solo esteriormente, con una precisa cerimonia: il sacerdote va nella casa della famiglia in questione e porta via gli oggetti degli spiriti, cioè i piccoli idoli: «Ne ho una cassetta piena a casa», spiega padre Claudio.
Il ruolo del catechista ha anche risvolti sociali non indifferenti,
aggiunge John: «Devo essere amico di tutti e sempre più inserito nella società: se, ad esempio, conosco persone che hanno incarichi governativi, posso esporre loro le necessità della gente e trarne benefici per tutti i membri del villaggio».
Ma come viene presentato il messaggio cristiano agli «aspiranti
cattolici» Akha? «Io sottolineo spesso due aspetti: la necessità di una fede forte e l’esigenza dell’amore vicendevole», spiega John. E la gente, come reagisce? «Posso fare un esempio riferito al nostro villaggio: sette/otto anni fa erano molte le liti tra le persone e frequenti le multe che il consiglio degli anziani comminava per ubriacature, liti violente o furti:
poi, sono state sempre più rare, fino a quando, da due o tre anni, non ce ne sono più: se si verificano diverbi tra gli abitanti, questi avvengono solo in maniera verbale».
Il villaggio di Sen Suk, nel 2005, è stato allietato dal primo gruppo
di battezzati: sette famiglie, in tutto venti persone, sono diventate
cristiane con padre Giovanni Zimbaldi, anche lui del Pime, vero pioniere della missione tra le tribù del Nord, dopo anni di esperienza nell’ex Birmania. «È stato grazie a lui che sono diventato catechista», afferma con orgoglio John. «Un giorno, ho saputo da un amico che a Fang c’era un sacerdote cattolico. La mia famiglia era credente da generazioni e così sono andato subito a cercare il padre». Di qui, poi, la scelta, quasi una vocazione, di diventare catechista: oggi sono cinque i villaggi di cui John si occupa come animatore pastorale. Nei diversi paesini il «nostro» si reca a piedi o con i mezzi pubblici, non disponendo di un mezzo di trasporto proprio: la passione del formatore supera anche le barriere di movimento!

Quali gli aspetti del cristianesimo che la gente delle tribù sente più
attraenti? «La fede in un Dio che è amore. Prima la loro religione era
dominata dalla paura degli spiriti, adesso sono sicuri e sereni perché
credono in un Dio che si prende cura di loro», risponde il trentacinquenne padre di famiglia. La testimonianza quotidiana, la fede vissuta è l’altra via maestra con cui il Vangelo suscita l’interesse dei non cristiani: «Le persone vedono che i missionari hanno lasciato la loro casa e il loro mondo per venire qui da noi; e si chiedono il perché. Io cerco di far capire che lo fanno perché amano Signore, così che le persone desiderano scoprire chi sia questo Dio».
La religione cristiana, però, resta in parte sempre uno «scandalo» per ogni cultura, anche per quella degli Akha della Thailandia profonda: «Il valore del perdono è incredibile per il nostro modo di vivere: tra gli Akha chi perdona è uno stupido, perché se uno mi offende è mio dovere rispondergli e avere una rivincita. Ora invece la gente del mio villaggio inizia a capire cosa significhi perdonare. E il fatto più significativo è che constata come, cercando di non vendicarsi, la vita del villaggio diventi migliore rispetto a prima. Come dicevo, da quando i miei compaesani hanno accolto il Vangelo, le liti e le multe per cattivi comportamento sono in diminuzione, anzi praticamente sparite».

Non che sia tutto facile, nemmeno tra i monti vicini al «Triangolo
d’oro»: «C’è chi pensa che il Vangelo sia solo una storia o una bella favola», ammette John. «Alcuni cattolici battezzati o catecumeni, quando si ammalano, ricorrono allo stregone per consultare gli spiriti. Io spiego che è sbagliato, perché non si possono mantenere le pratiche di quando si aderiva alle credenze animiste».
Anche nel rapporto tra il prima e il dopo la conversione al
cristianesimo è decisiva la testimonianza personale del catechista: «Un giorno, quando era ancora molto piccola, si è ammalata mia figlia Laura: i primi due mesi di vita stava davvero male», racconta John, mentre prende in braccio la sua primogenita. «La gente del paese continuava ad insistere con me e mia moglie: andate dallo stregone prima che sia troppo tardi.

Ma noi ci siamo sempre opposti e, anche se nostra figlia stava per morire, ci siamo rivolti all’ospedale. Anche questa è diventata un’opportunità per annunciare che esiste un Dio che si prende cura di noi e che non bisogna rivolgersi agli spiriti». Questa precisa consapevolezza cambia la vita concreta degli uomini e delle donne che accettano Cristo nel loro essere: «In segno di adesione alla fede capiscono che la domenica, giorno del Signore, non devono lavorare. Oppure che devono abbandonare determinati comportamenti che non sono secondo il messaggio di Cristo», come l’ubriacarsi o il frequentare più donne.

Anche tra i verdeggianti colli della Thailandia settentrionale,
comunque, il cristianesimo resta sempre «differente» e le difficolt
dell’inculturazione non mancano: «Tradurre in lingua Akha i concetti del Vangelo non è facile», spiega John. «Ad esempio, nella nostra lingua non c’è il concetto dell’essere buono e del fare il bene, ma si trova quello del diventare ricco e dell’essere persona benestante. E così le nostre benedizioni si concentrano sull’aspetto materiale dell’esistenza». Essere cristiani, anche dove le case sono capanne di bambù e il riso si mangia con le bacchette, resta una scelta, oltre che un dono: «Tra il far parte del mondo degli spiriti e la vita cristiana c’è
proprio una rottura». Parola di John, catechista a Sen Suk.

di
Lorenzo Fazzini da Sen Suk (Thailandia)