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Otranto. 800 cristiani uccisi dai dai Turchi in odio alla fede (1 parte)

CappellaMartiriFinalmente, a 250 anni dalla beatificazione , è stato confermato il martirio di Antonio Primaldo e Compagni, avvenuto 500 anni fa sotto le scimitarre musulmane turche. I martiri di Otranto sono stati proclamati santi solo nel 2013.

La promulgazione del Decreto riguardante il martirio

Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione a promulgare dei Decreti tra i quali uno riguardante “il martirio dei beati Antonio Primaldo e Compagni Laici; uccisi in odio alla Fede il 13 agosto 1480 ad Otranto (Italia)”.

 

Il vicario generale della diocesi di Otranto, mons. Quintino Gianfreda ha spiegato: “L’atto di oggi è un formale riconoscimento del martirio degli Ottocento da parte della Santa Sede: solo il primo importante tassello del lungo percorso verso la canonizzazione. Il processo di proclamazione della santità avviene attraverso due momenti: la constatazione dell’avvenuto martirio e l’accertamento di un miracolo. Il Decreto di oggi riconosce formalmente che nelle vicende storiche del 1480, Antonio Primaldo e Compagni, vanno ritenuti a tutti gli effetti martiri per la fede“. Quindi, nel gergo ecclesiale, quello che è stato promulgato è il “decreto super martirio”.

In merito alla questione del martirio, sussiste la discussione sulla consistenza storica del dato: gli storici “laici” contestano che gli Otrantini del 1480 siano morti per una reale professione di fede, preferendo la tesi della “razzia”, e, cioè, che i Turchi, interessati a puntare verso Roma, cuore della cristianità, una volta vinta la guerra ad Otranto e saccheggiata la città, si siano liberati dei superstiti, decapitandoli, sì come infedeli, ma solo perché non musulmani. Anche se il dibattito storico quindi è ancora in corso, la cosiddetta “Positio”, ossia la raccolta di tutte le fonti storiche sull’avvenimento, sembra essere giunta ad una risposta definitiva.

Al termine del processo aperto nel 1539 e concluso nel 1771 la Chiesa aveva autorizzato il culto dei martiri Antonio Primaldo e i suoi ottocento concittadini uccisi “in odio alla fede” dai Turchi il 13 agosto 1480 ad Otranto.

Si tratta di un episodio unico nella storia della Chiesa. Mentre l’indifferenza e i contrasti tra i principi e i re cristiani favoriscono l’avanzata turca, un’intera città affronta il martirio per non rinnegare la fede. Qual è l’attualità della lezione di Otranto? Cioè, che cosa ha da dire oggi a noi, a cinquecento anni da quella testimonianza, la risposta eroica di una popolazione vissuta per secoli nutrendosi di civiltà e di cultura cristiane?

Il contesto storico

Otranto, posta su una baia incantevole di fronte a un mare limpido e azzurro, è la città più orientale d’Italia. Un passato antichissimo e ricco di storia, che è necessario conoscere, perché contribuisce anch’esso a chiarire i motivi che spinsero, più di cinque secoli fa, la popolazione idruntina alla eroica resistenza contro l’invasore musulmano turco. Se infatti, da un lato, questa è il risultato di secoli di fede vissuti da tutta la Cristianità durante il Medioevo, d’altro lato è frutto anche del patrimonio di solide radici profondamente cristiane, accumulato per oltre un millennio da Otranto, con peculiarità sue proprie.

Nel 1480 Otranto venne conquistata dai Turchi sotto il comando del pascià Gedik Ahmed, inviato dal sultano Maometto II, molto abile e crudele, per estendere il regno dell’Islam in Italia ed in Europa. Avvertito dei preparativi turchi, il re di Napoli cercò di presidiare le coste pugliesi, tra cui Otranto. Ma il 28 luglio 1480 l’armata ottomana giunse a Otranto e iniziò quella che poi sarà definita la Battaglia di Otranto. La gravità della situazione impose di raccogliere dentro le mura uomini e viveri per resistere all’attacco: alla fine però i Turchi riuscirono ad aprirsi un varco nelle mura. Il pascià fece ai superstiti la proposta: “O rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce“. Ed uno di essi, l’anziano cimatore di panni Antonio Primaldo Pezzulla, rispose: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui“. Ottocento no! Furono tutti condannati a morte. Il primo ad essere decapitato sul Colle della Minerva fu proprio Antonio Primaldo. Durante quel massacro le cronache raccontano che un turco di nome Bersabei, si convertì nel vedere il modo in cui gli otrantini morivano per la loro fede e subì anche lui il martirio impalato dai suoi stessi compagni d’arme.

Gli anni che seguono la metà del secolo XV, come già quelli immediatamente precedenti, non sono anni felici per la Cristianità, che appare dilaniata da lotte e rivalità intestine, da scontri tra fazioni, da incrinature all’interno della stessa Curia pontificia, in definitiva, da una crisi della civiltà cristiana, maturata per lunghi secoli che, prima ancora di essere politica, è di valori che si vanno spegnendo. La Cristianità non era soltanto l’appartenenza alla religione cristiana, né soltanto il territorio occupato dai battezzati, ma era la comunità, vivente, organicamente costituita, di tutti coloro che, dividendo le stesse certezze spirituali, vogliono che tutta la società umana si ordini secondo la loro fede. L’eroica resistenza opposta da Otranto ai turchi e dell’estrema testimonianza di fede offerta dagli otrantini nel martirio è un episodio che sembra tracciare storicamente i confini di quel lungo periodo correntemente definito Medioevo, quasi a indicare il termine iniziale e quello finale di un’epoca che “è stata la realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dell’unico vero ordine tra gli uomini, ossia della civiltà cristiana” (Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Piacenza 1977).

 

Nel 1450 viene celebrato a Roma l’Anno Santo: in contrapposizione ai disordini dell’assemblea di Basilea, all’orgoglio dei docenti universitari e all’avarizia dei politicanti, il popolo cristiano mostrò in occasione di quell’Anno Santo 1450 lo spettacolo di uno straordinario rinnovamento di fede e di pietà. Ma già prima si era sviluppata nella gente umile, in misura sempre maggiore, la pratica delle processioni e soprattutto del culto di Gesù Eucaristia. I pellegrinaggi si erano moltiplicati e i grandi santi che illuminano quegli anni sono, al tempo stesso, causa ed espressione di questa rinnovata religiosità popolare: san Vincenzo Ferreri e san Bernardino da Siena incantano le folle con la loro predicazione, i francescani e i domenicani percorrono senza sosta le strade d’Europa, santa Caterina da Siena scuote i principi e il Papa, san Francesco di Paola ammonisce l’Occidente a non abbandonare la difesa della fede, il beato Alain de la Roche predica e diffonde il santo Rosario, santa Giovanna d’Arco testimonia eroicamente lo spirito di un’epoca.

 

Ma il pericolo maggiore per l’Europa proviene da Oriente. Alla fine del secolo XIII dal mosaico degli emirati islamici era emersa, e si era imposta, la tribù turca degli Ottomani, raccolta da Osman (Otman), la quale, nei primi anni del secolo XIV, inizia quell’espansione nell’Asia Minore che la porterà in breve tempo a elevarsi al rango di temibile potenza. Nel 1451 sale sul trono il giovane sultano Maometto II, di soli ventun anni, esile e pallido, dal naso curvo e dalla barba nera, il cui principale assillo è la conquista di Bisanzio. L’impresa sarà portata a termine il 29 maggio 1453, dopo un furioso assedio condotto da un esercito di 260 mila musulmani contro poco più di 5 mila difensori cristiani asserragliati nella capitale dell’impero. Nell’assedio perde la vita combattendo sugli spalti l’ultimo imperatore d’Oriente, Costantino XI Dragoses.

In tutta la Cristianità, la caduta di Costantinopoli produsse un’immensa emozione. Sfuggito per miracolo alla catastrofe, il cardinale legato Isidoro tornò a Roma e raccontò i fatti orribili di cui era stato testimone. I suoi presagi circa l’avvenire del mondo cristiano erano neri: i Turchi, che niente più ormai poteva fermare, avrebbero continuato la loro avanzata verso l’Ovest: domani sarebbero comparsi in Italia. Le responsabilità dei principi e dei sovrani occidentali per la caduta di Costantinopoli erano notevoli. Già papa Urbano V (1362-70), di fronte al pericolo turco, quasi un secolo prima aveva chiamato la Cristianità alla crociata, ma inutilmente, e altrettanto vani furono gli appelli e le richieste di aiuto fatte dai vari imperatori di Bisanzio. Ad analogo risultato furono destinati, dopo la caduta di Costantinopoli, gli sforzi di papa Callisto III (1455-58), il quale vide la sua vocazione quasi esclusivamente nel salvare il mondo cristiano e la civiltà occidentale dall’inondazione dell’Islam, ma quel entusiasmo che una volta aveva armato tutto l’Occidente per la liberazione del Santo Sepolcro, sembrò spento negli stati d’Europa divisi da intestine discordie.

 

Papa Pio II, successore di Callisto III, convoca nel 1459 a Mantova un congresso al quale invita tutti gli Stati cristiani e nel discorso inaugurale delinea lucidamente le loro colpe di fronte all’avanzata turca, ma benché sia decisa la guerra, questa non segue, tra l’inerzia generale, per l’opposizione di Venezia e per l’indifferenza della Francia e della Germania. A tale indolenza per le sorti della Cristianità contribuisce, e non poco, il diffondersi del paganesimo rinascimentale, e, mentre il signore di Rimini, Sigismondo Malatesta, trasforma la chiesa gotica riminese di San Francesco in un tempio pagano, adornandolo con le statue degli dei dell’Olimpo e con simboli certamente poco cristiani, l’individualismo e l’egoismo sfrenati, risultati ovvii della diffusione del “pensiero moderno”, trasformano l’Italia in un terreno di scontro tra principi, duchi e fazioni. Ciò mentre i musulmani continuano a conquistare terre cristiane, occupando nel 1470 anche l’isola di Negroponte, che apparteneva a Venezia. Una nuova alleanza contro i Turchi, proposta da papa Paolo II (1464-71), viene fatta arenare dai milanesi e dai fiorentini, i quali pensano a tutt’altro, intenti come sono ad approfittare della situazione critica in cui versa la Serenissima, per ingrandirsi a sue spese.

 

Nel 1471 viene eletto il cardinale Francesco della Rovere, che prende il nome di papa Sisto IV. Il suo pontificato, certamente uno dei più agitati della storia della Chiesa, fu segnato dall’omicidio del duca di Milano, Galeazzo Sforza e dai rapporti sempre più tesi con i Medici di Firenze, che culminano in un’alleanza in funzione antiromana stipulata nel 1474 tra Milano, Venezia e Firenze, e nella sanguinosa Congiura dei Pazzi: nel 1478 l’arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, il nipote di papa Sisto IV Girolamo Riario e altri congiurati attentano alla vita di Lorenzo de’ Medici, il quale però rimane soltanto ferito. Ma l’episodio, per il favore dimostrato dal pontefice, verso i congiurati, provoca una vera e propria guerra tra gli Stati italiani, guerra che vede schierate da un lato le forze papali, insieme a quelle di Ferrante d’Aragona, re di Napoli, dall’altro Firenze, aiutata da Milano, Venezia e dalla Francia.

 

Osserva Ludovico Pastor nella sua Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo (Desclée, Roma 1911), che “una delle arti politiche delle dinastie orientali fu in ogni tempo quella di trarre profitto dai dissensi intimi delle potenze occidentali. Mai forse sotto questo aspetto le cose furono in condizione più favorevole per la potenza del sultano come nell’ultimo terzo del secolo XV: mezza Europa era infestata da guerre e dall’anno 1478 anche Roma, che fino a quel tempo era stata sempre la prima a propugnare la causa della Cristianità, trovavasi coinvolta in una deplorevole lotta, in forza della quale papa Sisto IV per qualche tempo ebbe troppo a trascurare la sollecitudine universale per i bisogni della Cristianità”.

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Cristiani in Turchia, una vita difficile

An Orthodox woman prays during Christmas mass in Aya Yorgi (St. George) church at Fener Greek Orthodox Patriarchate in Istanbul December 25, 2009. REUTERS/Osman Orsal (TURKEY - Tags: RELIGION)

Benedetta, 30 anni: «Mi sono convertita e non ho nessun rimpianto della mia religione precedente, ma ho dovuto rompere i rapporti con tutti i miei parenti che ora non mi parlano più»
Non c’è pena di morte per chi lascia l’islam, ma chi non è musulmano vive emarginato .
Essere cristiani in Turchia: una sfida non facile. Il grande paese asiatico, che spera di entrare nella Ue, è formalmente uno stato la cui laicità è garantita dalla costituzione voluta dal fondatore dello stato turco moderno, Kemal Ataturk. Ma l’identità turca si identifica sempre più con la religione islamica, tanto da spingere il nuovo capo di stato maggiore delle forze armate, che in Turchia occupano un posto di preminenza all’interno della società e della politica, a lanciare un grido d’allarme contro il nascente fondamentalismo prendendosela anche con il primo ministro ora in carica. Per i cristiani, quindi, la vita non è sempre facile. Lo ha sottolineato anche il vicario apostolico per l’Anatolia, monsignor Luigi Padovese. «La presenza di gruppi nazionalisti – ha detto il rappresentante della Santa Sede – ed il crescente fenomeno d’islamizzazione prodotta da una situazione economica che è andata degenerando, ha fatto maturare un atteggiamento di chiusura sia nei confronti del cristianesimo che nei confronti dell’Europa».

Un quadro non facile a cui non si rassegna il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. «Dobbiamo dialogare – ha detto – con la buona volontà con la preghiera, con la sincerità e con il coraggio dei cristiani». «Tutti noi – aggiunge il religioso – dobbiamo rispettare le credenze religiose dell’altro, dobbiamo collaborare, ricordare che su questo pianeta c’è posto per tutti e non coltivare alcuna inimicizia».

«Asserragliato» nel convento di Trabzon (Trebisonda), il romeno Nico, un uomo sulla quarantina timido e gentile, assomiglia un po’ al tenente Drogo del Deserto dei Tartari. Sta di guardia nella sua Fortezza Bastiani, il convento dei cappuccini della città sul mar Nero, e attende che qualcuno arrivi: un visitatore, un turista. L’invasore purtroppo si è già manifestato e ha ucciso don Andrea Santoro a colpi di pistola il 5 febbraio scorso. Ora Nico vive in questa enorme struttura color salmone che sorge in uno dei vicoli che scendono dal centro della città verso il Mar Nero.

La comunità cattolica di Trabzon è davvero esigua. Una quindicina di anime su cui ora veglia un sacerdote polacco. Le conversioni sono poche in questa città ostile che molti turchi definiscono di estrema destra. Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica, una comunità ortodossa sparsa per la città, una massiccia emigrazione femminile dall’Est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento.

Trabzon è una città dove vi sono molti “lupi grigi” ultranazionalisti e in cui pullula una galassia di minuscoli gruppi, in cui il nazionalismo etnico estremista si combina con il fondamentalismo religioso. Nico nega di avere paura. «Ho un rapporto molto buono con i musulmani. Non ho mai avuto problemi con loro», racconta. Ma poi dice anche che qualche settimana prima un gruppo di fanatici, vestiti di scuro, è passato cantando cori religiosi sotto il convento e ha lanciato delle pietre contro le finestre gridando «Allah è grande». «Questa – continua Nico – è una città tollerante verso gli stranieri, ma diventa terribile se qualcuno si converte».

Eppure al visitatore Trabzon si mostra come una città moderna e vivace. Nelle vie c’è un gran via vai di persone, le donne girano quasi tutte a capo scoperto, le ragazze vestono all’occidentale. Le vetrine traboccano di merce. Nella piazza principale c’è perfino un pub che serve birra a fiumi a una clientela di giovani che non si fa certo scrupolo di bere alcol. Tuttavia sotto questa facciata moderna si nasconde il germe dell’integralismo e dell’intolleranza.

Qualcuno sostiene che don Santoro è stato assassinato dalla mafia russa che ha usato l’integralismo come copertura, perché la sua attività di redenzione delle giovani prostitute slave dava fastidio. Il sacerdote romano aveva ricevuto minacce e aveva detto a una suora, poco prima di morire, «prega per me perché c’è qualcuno che mi vuole morto». A testimonianza del fatto che si sentiva in pericolo, secondo Nico, c’è una lapide in marmo che don Santoro aveva fatto fare qualche giorno prima di essere ucciso. Il cippo è stato appoggiato a un muro del giardino interno al convento. Sul marmo è stata incisa la frase di Gesù, in turco, tratta dal Vangelo di Giovanni in cui si parla della risurrezione di Lazzaro. «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se è morto, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

A Loredana Palmieri, l’assistente pastorale che era presente al momento dell’agguato, avrebbe detto: «Quando morirò vestimi di rosso, come i martiri». Per Nico sono stati giorni terribili quelli che sono seguiti alla morte di don Santoro. Ricorda Nico: «Il sindaco di Trabzon, quando fu ucciso don Santoro, è venuto qui apposta per farsi fotografare in Chiesa dalla stampa. È rimasto pochi secondi, poi se ne è andato promettendo che avrebbe ricostruito il cimitero cattolico. Da quella volta non l’ho più visto. Qui siamo soli».

I cristiani nell’impero ottomano e nella Turchia moderna

ottomani-620x345La situazione dei cristiani nei paesi a maggioranza musulmana conobbe un notevole miglioramento sotto la dominazione dei turchi selgiuchidi.

[…] Nell’impero ottomano, nel XIX secolo, il tasso di scolarizzazione delle comunita’ cristiane era di gran lunga superiore a quello della comunità musulmana e perfino di quella ebraica. […] Tale relativo benessere si espresse anche in termini demografici: nel 1914, l’anno dello scoppio della grande guerra, i cristiani erano circa il 24 per cento della popolazione dell’impero, raggiungendo il 30 per cento nelle regioni delle attuali Siria, Libano, Giordania e Palestina. […] 

Ma dopo la fine della prima guerra mondiale […] l’impero ottomano si dissolve e […] si profila per le comunità cristiane residenti nell’area una situazione del tutto nuova, meno vantaggiosa di quella precedente. In Turchia il processo di costituzione dello stato nazionale, basato sull’identita’ turca, condusse all’esclusione dei cristiani dal nuovo stato. […] L’ideologia dei “giovani turchi”, al potere dal 1908, si fondava su un nazionalismo intransigente, che, pur ispirandosi a modelli occidentali di impronta liberale, col passare del tempo aveva assunto tratti apertamente autoritari. Il nuovo governo ben presto entrò in conflitto con alcuni settori del mondo politico armeno, in particolare quello più sensibile alle idee socialiste, che chiedeva l’indipendenza o l’autonomia della regione abitata dalla maggioranza armena. Ora, mentre il distacco dell’area araba e balcanica dal dissolto impero ottomano poteva essere tollerato perché questa non era strettamente legata al nuovo assetto politico-istituzionale che si stava creando, l’autonomia di una parte dell’Anatolia, a maggioranza armena, avrebbe significato un’amputazione insostenibile del territorio nazionale, già fortemente ridotto, tanto più che le rivendicazioni armene erano appoggiate dalla Russia, la quale mirava a espandere il suo territorio a scapito della Turchia. Così la comunità cristiana armena, tradizionalmente considerata fedele alla Sublime Porta, fu percepita come un pericolo per la creazione di uno stato turco unitario, una sorta di quinta colonna al servizio del nemico russo, secolare antagonista degli ottomani.

IL MASSACRO DEI CRISTIANI ARMENI
L’occasione per risolvere una volta per tutte il problema della “minaccia armena” fu offerta al governo nazionalista dallo stato di guerra in cui a partire dal 1915 versava l’Europa. La repressione contro gli armeni fu attuata sia con truppe regolari, sia incitando contro di essi le tribù curde e circasse, tradizionali nemiche delle comunità cristiane, facendo appello alla guerra santa, il jihad, contro gli infedeli cristiani. Il ricorso al jihad e alla motivazione religiosa da parte di un governo, quello dei giovani turchi, che si presentava come laico e indifferente a questioni di natura religiosa, fu puramente strumentale e preordinato a fomentare le rappresaglie delle popolazioni musulmane contro i cristiani, avvertiti ormai come nemici irriducibili del nuovo ordine “panturco”. Gli storici calcolano che la sollevazione contro gli armeni costò la vita a circa un milione e mezzo di persone.

Nella quasi indifferenza delle cancellerie europee, preoccupate dagli sviluppi della guerra in corso e troppo indaffarate a tessere il sistema delle alleanze, si consumò uno dei più tragici massacri del XX secolo, purtroppo per lungo tempo disconosciuto o sminuito. In Turchia il processo di costituzione dello stato nazionale fu attuato disgregando il vecchio sistema della coabitazione tra confessioni religiose ed etniche diverse che aveva caratterizzato il lungo periodo della dominazione ottomana. […] Il nuovo stato nasceva ripulito dell’elemento non-turco e non-musulmano. […] Oltre agli armeni, anche i cristiani di confessione greco-ortodossa furono espulsi […]. Dopo la fine della guerra greco-turca, nel 1922, il governo turco, avendo vinto il conflitto, stabilì nelle trattative di pace – con l’accordo delle potenze occidentali – che fosse attuato uno scambio di popolazioni. In tal modo la maggior parte dei greco-ortodossi furono obbligati a lasciare la Turchia, che consideravano la loro terra, e a installarsi sul territorio greco, di cui non conoscevano neppure la lingua. Si calcola che 1.344.000 cristiani greco-ortodossi turchi furono deportati in territorio greco e che 464.000 musulmani greci furono trasferiti in Turchia. […]

LA TURCHIA LAICA DI KEMAL ATATÜRK
La Turchia moderna si definisce come un repubblica laica, la quale nella costituzione sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge “senza distinzione di opinione o di religione”, e stabilisce solennemente “la libertà di culto, di religione e di pensiero”. Quindi, affermano gli osservatori, essa è sostanzialmente diversa dagli altri stati musulmani, nei quali il rapporto tra sfera politica e sfera religiosa è così stretto da confondersi.
Di fatto, però, il laicismo turco, nonostante gli sforzi compiuti in un recente passato per ricalcare l’ammirato modello francese, ha poco in comune con la dottrina illuministica e liberale della cosiddetta separazione tra stato e Chiesa nell’ambito pubblico. Nell’islam, sia in quello fondamentalista e radicale sia in quello moderato, non esiste alcuna distinzione tra ambito religioso e ambito politico; le due realtà convivono l’una dentro l’altra. […] Nel mondo cristiano al contrario esistono due poteri, quello di Dio e quello di Cesare; essi possono essere associati o separati, possono essere in armonia o in conflitto, come spesso è accaduto nella storia, ma sono sempre due, quindi distinti tra loro e autonomi nell’ambito delle rispettive competenze.
Per Kemal Atatürk (1881-1938), il fondatore della Turchia moderna, laicizzare lo stato non significò distinguere e separare gli ambiti di competenza dei due poteri, secondo il modello europeo, ma semplicemente eliminare la religione dall’ambito pubblico e sottoporre a tutela statale l’organizzazione del culto. Di fatto ancora oggi il ministero degli affari religiosi gestisce direttamente in Turchia 75.000 moschee, nelle quali lavorano circa 100.000 funzionari stipendiati dallo stato, e ha un bilancio superiore a quello del ministero dell’industria. Insomma, lo stato in Turchia, come del resto anche negli altri Paesi musulmani, è l’ultima istanza in materia religiosa; è infatti l’autorità governativa che limita e a volte anche reprime alcune manifestazioni di carattere religioso, ritenute non compatibili con la laicità dello stato: ad esempio, vietando il velo alle donne che studiano all’università o lavorano negli uffici pubblici.

ATATÜRK : UN MODELLO DI ISLAM MODERATO
Ma l’islam turco, cacciato dalla sfera politica, sopravvive e prospera nella società civile: nelle numerose confraternite sufi e nei movimenti politici filoislamici nati in questi ultimi decenni. Questo complesso movimento islamico comprende in sé varie tendenze, sia quella fondamentalista, ispirata ai movimenti radicali, presenti in quasi tutti i paesi islamici, che predicano il jihad contro l’Occidente “ateo e corrotto” e vorrebbero che la shari’a diventasse legge dello stato, sia quella moderata, attenta al dialogo con la modernità e interessata a intrattenere rapporti di amicizia con il mondo occidentale. […]
La maggioranza della popolazione turca si definisce di fede musulmana sunnita. In realtà gli aleviti, che sono un ramo degli alauiti sciiti, sono più del 20 per cento della popolazione e praticano un islam moderato, secondo alcuni eretico, in ogni caso alieno dalle nuove tendenze fondamentaliste. Essi non velano le donne, sono monogami, non pregano in moschea e non vanno in pellegrinaggio alla Mecca, non osservano le cinque preghiere giornaliere del pio musulmano e sostituiscono il digiuno del Ramadam con l’astinenza dell’Ashura. Politicamente sono filokemalisti.
Al laicismo di stato rigorosamente praticato dai governi kemalisti è succeduto negli anni della guerra fredda un indirizzo politico più tollerante nei confronti della religione. Di fronte all’incapacità dei governi kemalisti di fronteggiare il terrorismo curdo di matrice comunista e separatista, dopo il colpo di stato del 1980 il potere fu attribuito, per suggerimento dei militari e degli Stati Uniti, a una personalità religiosa di ambiente sufi, Turgut Özal, che godeva di un ampio consenso popolare. In quel momento l’appello alla comune fede musulmana sunnita sembrava l’unica via per tenere sotto controllo il separatismo curdo. La prematura morte di Özal aprì la via a un periodo di instabilità politica e sociale, mentre nel paese guadagnava consensi il partito Refah (che significa Benessere) di ispirazione islamica sunnita e diretto da Necmettin Erbakan. Esso si presentò nelle elezioni politiche del 1995 ottenendo la maggioranza dei suffragi: era la prima volta in Turchia che un partito di forte ispirazione religiosa vinceva ed era chiamato a governare il paese.

di Giovanni Sale S.I.

Il popolo armeno e la sua incrollabile fede cristiana (Seconda parte)

deportazione armenaCosa ha consentito al popolo armeno di mantenere viva e radicata la propria fede nonostante lunghi periodi di occupazioni e violente vessazioni?
Padre Tovma: Con molto dolore devo affermare che solo una minima parte della nostra biblica Patria si chiama Repubblica dell’Armenia. La nostra storica terra, trovandosi sull’asse Oriente-Occidente, più volte rimase schiacciata fra potenti vicini, i quali si sono anche misurati militarmente sulla nostra povera terra. Malgrado le numerosissime perdite, i nostri Padri sono sempre rimasti devoti alla loro Cristianità e sono riusciti a sviluppare una profonda Civiltà Cristiana. Uno dei nostri migliori intellettuali armeni apostolici, Khatchadour Abovian, considerava irrinunciabile la Cristianità della nostra terra e la lingua madre, con il suo originale alfabeto che è stato creato da parte di un sacerdote della Chiesa Apostolica Armena, San Mesrob Mascdotz, nel 405. Dobbiamo sempre essere devoti e ringraziare il nostro Padre Celeste, perché anche nei momenti più tragici della nostra storia non ci ha lasciato senza la propria Santa Mano Misericordiosa, benedicendo la nostra vita nazionale e di fede. A mio modesto parere il motivo della nostra “indistruttibilità” nazionale nasce dall’incrollabile fede e l’amore che abbiamo verso Nostro Signore.
Durante il Sinodo del settembre scorso, la Chiesa armena ha deciso di procedere con la canonizzazione delle vittime del Genocidio Armeno. Si tratta di una ferita che ha profondamente segnato il vostro popolo. Come vivete il rapporto con questa eredità e cosa può dirci riguardo alla decisione presa nel sinodo?
Padre Tovma: Con molta gioia dovrei, prima di tutto, dichiarare che il suddetto Sinodo ha ricostituito un’antica tradizione della Santa Chiesa Armena, poiché ha riunito tutti i vescovi armeni, sia quelli di cui è a capo S.S. Gareghin II, Catolicos e Supremo Patriarca di Tutti gli Armeni, sia quelli legati al catolichosato della Grande Casa di Cilicia, retto da Catholicos Aram I. È stato questo, l’unico luogo in cui poteva essere presa serenamente la decisione di santificare i nostri Martiri caduti durante il Genocidio del Popolo Armeno del 1915. L’ultima volta questo Santo Sinodo era stato riunito nel lontano 1441, quando venne sancito il ritorno della Sede del Catolicosato nella Santa Sede di Etchmiadzin, da dove era stata spostata alla fine del’XI secolo per motivi bellici in Cilicia. La canonizzazione dei Martiri, era una difficile questione che venerabili vescovi delle quattro sedi della Chiesa Apostolica Armena (di Etcmiadzin, di Cilicia, di Costantinopoli e di Gerusalemme), costituitisi in commissione apposita, stavano studiando da decenni. Il Sinodo del settembre 2013 è stato il riepilogo di un lavoro lungo fatto in questi ultimi anni. La Chiesa Armena è esigente circa il riconoscimento del Genocidio del popolo Armeno e i conseguenti risarcimenti. Come conseguenza del “Grande Male” subito, il popolo consegnato alle amorevoli cure del Clero Armeno ha subito delle violazioni inenarrabili. Con inaudite torture sono stati assassinati numerosissimi sacerdoti, sono stati distrutti o occupati molti conventi, istituzioni religiose, scuole, centri sociali e ospedali, distrutte o nazionalizzate case, edifici sia appartenenti ai privati che alle organizzazioni religiose. L’effetto ancora più grave di questo comportamento disumano delle autorità turche è stata l’interruzione del naturale sviluppo culturale, sociale e politico di una intera nazione. Tutto ciò creò da una pacifica popolazione radicata nella sua terra millenaria, una nazione di viandanti, perché i sopravvissuti dovettero emigrare in tutti gli angoli del mondo, dove furono costretti a mettere nuove radici. Oggi più di 10milioni di armeni vivono sparsi in 120 Paesi diversi del mondo, creando una situazione a dir poco “anomala”; questo è un crimine contro l’umanità. Io prego ogni giorno, perché il popolo turco riconosca ufficialmente il Genocidio perpetrato da parte dei loro padri, sollevando le nuove generazioni e allontanando da sé l’appellativo di “criminali assassini”. Quando uccidi un uomo, tu uccidi dentro di te l’umanità. Penso che le autorità turche di oggi, devono accelerare il processo di riconoscimento del Genocidio pensando proprio agli interessi principali ed essenziali del proprio popolo.
Come si è sviluppato il rapporto antico e solido che vi lega all’Italia? Come è organizzata oggi la Chiesa apostolica armena in Italia?
Padre Tovma: Gli armeni vennero in Italia probabilmente in epoca pre-cristiana. I nostri padri furono militari e commercianti in Italia, fondarono castelli e fortezze, invece nel Medioevo comunità e chiese. Nei primi secoli, vennero in Italia numerosi predicatori dall’Armenia, con i loro nomi ancora oggi possiamo annoverare tanti luoghi, basiliche e chiese: San Biagio, San Miniato, Sant’Emiliano di Trevi, ecc… A Nardò, in Puglia, il Patrono della Città è il nostro San Gregorio Illuminatore, esistono anche diverse chiese dedicate a suo nome sparse per la Penisola. La Chiesa Apostolica Armena è presente in Italia con sede centrale nella Chiesa dei Quaranta Martiri, sita a Milano dagli anni ‘50. Centinaia di armeni vivono in città e nella provincia di Milano. Esiste la Casa Armena, l’Unione degli Armeni d’Italia, il Consolato Onorario della Repubblica Armena. Il Pastore della Chiesa Armena di Milano viene considerato anche il Pastore degli Armeni d’Italia, sono affidate alle sue cure le anime degli armeni dimoranti a Roma, a Bari, a Torino, a Perugia, a Venezia e in tutte le città dove essi abitano. Le relazioni fra i due popoli si sviluppano armoniosamente. Il popolo italiano, del resto, è stato sempre molto solidale con gli armeni, in modo particolare negli anni della grande tragedia che ci ha colpito nel 1915 e durante il 1988, quando ci fu un terribile terremoto in Armenia, aprendo le sue porte e il suo cuore ai tanti che avevano bisogno di una concreta solidarietà. Sfruttando l’occasione desidero ancora una volta ringraziare di cuore l’intero popolo italiano, augurando ogni bene e una rapida soluzione di tutti i problemi che attanagliano l’intera umanità.
Celebrate il Natale congiuntamente con l’Epifania, ossia il 6 gennaio. Da che deriva questa usanza?
Padre Tovma: Prima di tutto desidero ricordare che fino al IV secolo tutte le Chiese, l’intera Cristianità commemorava la Nascita del Nostro Signore il 6 di gennaio. La data fu poi spostata per far dimenticare al popolo una importante festività pagana che cadeva il 25 di dicembre, lasciando sempre al 6 di gennaio la Festività dell’Epifania del Nostro Signore. La Santa Chiesa Apostolica Armena conserva questa antichissima tradizione della Cristianità e commemora assieme il 6 di gennaio sia la Natività che l’Epifania del Nostro Signore.
Vuole parlarci delle vostre tradizioni natalizie e di come le varie comunità armene in Italia si stanno preparando al Santo Natale?
Padre Tovma: Una settimana prima della Nascita del Nostro Signore i fedeli della Chiesa Apostolica Armena entrano in un periodo di digiuno; la notte del 5 gennaio, alla Vigilia di Natale che noi chiamiamo Djrakaluytz, si fa una solenne Santa Messa, che in lingua armena si chiama “accensione della lampada”. Tutti i fedeli, al termine della celebrazione, portano nelle loro case una candela accesa che rappresenta la Stella di Betlemme. Alla fine della Santa Messa del 6 gennaio invece, viene benedetta l’acqua e vi viene immersa dentro una croce che rappresenta il Segno del Signore, è acqua che dopo la benedizione bevono i fedeli e chi desidera può anche portarne un po’ a casa per accostarla ai malati. L’acqua benedetta viene consacrata con la Santa Cresima che nella tradizione della Chiesa Apostolica Armena viene Benedetta ogni sette anni da parte del Catolicos di Tutti gli Armeni, con l’uso di petali di decine di tipi di fiori raccolti in ogni angolo dell’Armenia. Questa Santa Cresima viene poi inviata in tutte le Chiese Armene esistenti in ogni angolo del mondo. A Milano, dopo la Santa Messa della domenica, viene servito ai fedeli e agli ospiti una pranzo festoso. Dopo la Festività di Natale, tutti i sacerdoti della Chiesa Armena visitano le famiglie, portando la Buona Novella e benedicendo in questa occasione le case dei fedeli.

Federico Cenci

Turchia e religioni

avanzata_turca_ottomani_5001Nostra intervista a Mesrob II, patriarca di Costantinopoli della Chiesa ortodossa armeno-apostolica del paese. Il presente incerto su un passato glorioso e drammatico. È uno dei due patriarchi di Costantinopoli, assieme a quello grecoortodosso Bartolomeo I. Mesrob II, patriarca armeno apostolico, mi riceve nel suo patriarcato ubicato in un quartiere popolare, in una palazzo restaurato di recente, dopo che nel terremoto del 1999 era stato gravemente danneggiato. Il patriarca nemmeno cinquantenne, barba fluente così come il suo inglese, modi occidentali con gli occidentali, modi orientali con gli orientali, è personaggio di grande energia, che sa destreggiarsi con abilità nel contesto assai delicato per le minoranze religiose quale quello vigente tuttora in Turchia.

Prima della sua elezione, giusto per fare un esempio, il governo aveva congelato il patriarcato, impedendo per alcuni anni l’elezione del suo nuovo titolare. La strada è transennata per il ti more di attentati, e nella portineria hanno addirittura installato un metal detector. Mesrob II mi accoglie nel suo studio con estrema cordialità. L’intervista prosegue per un’ora abbondante.
Sua beatitudine, cosa pensa dell’attuale situazione del movimento ecumenico, in particolare per quanto riguarda le relazioni tra Chiesa cattolica romana e Chiesa armena?
Dopo la spinta del Vaticano II, la fondazione del Consiglio ecumenico delle chiese e l’inizio di proficui colloqui bilaterali, ora mi sembra si sia arrivati ad una certa burocratizzazione del movimento ecumenico, che si esprime in congressi che possono talvolta risultare sterili. Alcuni argomenti, poi, quali il problema dell’uniatismo, quello della consacrazione di donne vescovi, o quello dell’omosessualità nel clero per non parlare della complessa vicenda del Consiglio ecumenico delle chiese, hanno portato un certo scompiglio nella ricerca della piena unità tra i cristiani. Ci sono numerosi ortodossi come in Bulgaria e in Georgia che vorrebbero addirittura chiudere definitivamente le relazioni con gli anglicani! La situazione, quindi, non è semplice, e rischia di insabbiarsi gravemente.

Che fare?
Per tutto quanto detto, ora forse è necessario un periodo di silenzio e di ripensamento, per preparare un altro momento di rottura salutare con la situazione attuale: per far ciò bisogna sottolineare primo luogo il dialogo della l’ecumenismo spirituale, a cominciare dal livello di base, delle parrocchie e delle diocesi. I documenti redatti non bastano, se non vengono digeriti dalle comunità. Sembra che la gente sia più naturalmente propensa all’ecumenismo quanto non lo siano le autorità delle singole chiese. Forse le comunità sono più aperte alle spinte ecumeniche ispirate dallo Spirito Santo. A livello di autorità bisogna anche porre una particolare attenzione al fatto che, se crediamo in un solo Cristo, gli atti compiuti da una sola chiesa ormai hanno effetti proprio a causa del movimento ecumenico, su tutte le altre chiese: ne ho parlato recentemente con l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, e ci siamo trovati d’accordo su ciò. Dobbiamo inoltre stare attenti a non compiere atti antibiblici, che vano contro il pensiero della Scrittura. Perché è sulla base di essa che possono avvenire le convergenze ecumeniche. Esistono diverse tradizioni religiose e confessionali, ma non tradizioni antibibliche.

La complessa situazione politica internazionale spinge alla ricerca di un avvicinamento tra le Chiese cristiane?
Certamente. Nelle chiese locali, in particolare nei paesi a maggioranza musulmana, si avverte un forte bisogno di mantenere relazioni tra fedi diverse. Oggi, di fronte a chi usa le religioni per seminare divisione e terrore, è più che mai necessario vivere onestamente la propria fede e stare assieme, mostrarsi uniti. Per questo la prima cosa da fare è pregare, e capire che l’ecumenismo è prima di tutto un affare di cristiani che vogliono essere uniti. E le comunità debbono poi sostenere le proprie autorità nei passi necessari da compiere. Di fronte alla sfida lanciata dal mondo musulmano e al confronto attualmente in atto col mondo islamico, è assolutamente necessario che le Chiese cristiane si presentino unite, come un solo corpo, in particolare in regioni come la Turchia dove la presenza cristiana è in ribasso, e l’emigrazione la colpisce grandemente.
Con la Chiesa cattolica, come vanno le cose?
A dire il vero, da tempo molta gente ha lavorato e lavora in questa direzione di un ecumenismo reale, a cominciare dai compianti cardinali Bea e Willebrands. Giovanni Paolo II è egli stesso un grande personaggio dell’ecumenismo, senza dubbio. In particolare è stato ispirato nello spingere il laicato verso il movimento ecumenico, grazie anche a nuovi movimenti quali i Focolari che sanno costruire ponti con le altre Chiese apostoliche. Ho incontrato il papa diverse volte, e sempre sono uscito edificato dai nostri colloqui. Sin dai tempi di Karekin I le relazioni sono migliorate tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa armeno apostolica, anche perché in numerosi paesi dove vive la diaspora armena i rapporti sono migliorati: penso agli Stati Uniti, a Los Angeles e a New York. È stata poi importante la visita di Giovanni Paolo II a Karekin II in Armenia.

L’Europa deve respirare con i suoi due polmoni, dicono numerosi attori della politica e della cultura europea, così come numerosi responsabili di chiese. È d’accordo con questa visione? La sua recente visita al Parlamento europeo è un segnale…
L’entrata nell’Unione europea della Turchia mi sembra che sarebbe molto importante per tutto il paese, ma in modo particolare per le minoranze che vivono in essa. Un’eventuale entrata significherà elevare il livello di vita dell’intera popolazione, non solo dal punto di vista economico. In Turchia la grande maggioranza della gente è favorevole ad un’entrata rapida nell’Ue, mentre le resistenze sembrano soprattutto annidarsi negli attuali paesi membri dell’Unione: cosa comprensibile, se si pensa solo che l’entrata del nostro paese porterebbe all’ingresso, d’un colpo solo, di 70 milioni di musulmani. Ma penso che anche le minoranze negli attuali paesi europei sarebbero avvantaggiate da un ingresso della Turchia. Certo, la storia è portatrice di retaggi di dimensioni enormi, come le crociate o le invasioni ottomane. Non dobbiamo dimenticare il passato, questo no; ma costruire un futuro migliore insieme. Per questo mi sto impegnando con tutte le mie forze per favorire una risposta positiva dell’Ue alla richiesta turca. La Chiesa armeno apostolica di Turchia vuole essere un ponte tra l’Europa orientale e quella occidentale.

Nessuno può negare che il problema del genocidio degli anni 1915-1916 sia ancora vivissimo in tutto il popolo armeno, e nella sua chiesa in particolare. Cosa si può dire ora? La ferita è rimarginata?

Quegli anni terribili sono stati caratterizzati da errori politici sia da parte armena che da parte turca: questo è innegabile. E la ferita è ancora aperta. Tuttavia quasi un secolo è ormai passato, e coloro che sono stati attori delle terribili vicende di quegli anni non sono più in vita: bisogna assolutamente favorire anche in questo caso un vero dialogo della vita tra turchi e armeni, senza dimenticanza, ma nel perdono. Siamo o non siamo cristiani? Non va perciò coltivata una cultura dell’odio reciproco, perché non si può costruire una cultura solo su elementi negativi! Certo la shoah ormai fa parte della cultura ebraica, come le vicende degli anni 19151916 fanno ormai parte indelebile della nostra cultura. Ma non è la shoah che fa l’ebreo! La storia va rivisitata, rivalutando alcuni elementi dimenticati, come ad esempio il fatto che gli armeni erano considerati i più leali cittadini turchi. Potevano essere amanti o nemici, i due popoli: taluni hanno purtroppo scelto la seconda soluzione. Al termine dell’intervista, ci tratteniamo dinanzi ad una porta affissa al muro, decorata di madreperla. Viene dal monastero di San Gregorio a Cesarea (nella Turchia orientale), unico elemento sopravvissuto alla sua distruzione avvenuta tre secoli fa. San Gregorio mi spiega il patriarca con un velo di commozione nella voce è stato il nostro evangelizzatore. Senza di lui non ci saremmo.

UNA CHIESA APOSTOLICA
L’evangelizzazione dell’Armenia viene fatta risalire fino agli apostoli Bartolomeo e Taddeo. Ma la Chiesa armeno apostolica ha come padre san Gregorio l’illuminatore (260326), che convertì il re Tiridate III e sostituì il cristianesimo ai culti pagani su tutto il territorio. Nel 551 la Chiesa armena adottò una dottrina non calcedoniana, che riconosce una sola natura della Parola di Dio incarnata, ma che Cristo era di due nature. Dall’XI secolo, gli armeni hanno stretto legami duraturi con la Chiesa di Roma. Nel 1742 fu addirittura creato un patriarcato armeno cattolico. Attualmente i patriarcati armeno-apostolici sono quattro: Etchmiadzin, il principale, esistente dal 301; Cilicia, ad Antelias (Libano); Costantinopoli; e infine Gerusalemme (custode dei luoghi santi). Gli armeno-apostolici sono circa 7 milioni e mezzo (2 in Armenia), mentre gli armeno-cattolici superano di poco le 100 mila unità. In Turchia gli armeno-apostolici costituiscono la comunità cristiana più sviluppata, con circa 80 mila fedeli, anche se senza istituzioni adeguate: ad esempio non hanno nemmeno un seminario.

Intervista a Mesrob II
a cura di Michele Zanzucchi

Il genocidio armeno, una memoria rimossa ma risorgente

armenia470922598Nel centenario del genocidio armeno non sono mancate le pubblicazioni. Ma il volume curato da Bozarslan, Duclert e Kévorkian (Hamit Bozarlsan, Vincent Duclert, Raymond H. Kévorkian, Comprendre le génocide des arméniens. 1915 à nos jours, Tallandier, Paris 2015) spicca, oltre che per l’abbondante documentazione, per la capacità di leggere in prospettiva gli avvenimenti, tanto da costituire – si può affermarlo senza esagerazione – una lettura essenziale non solo per quanti vogliano conoscere i fatti del 1915, ma anche per chi desideri capire qualcosa delle contraddizioni in cui si dibatte la Turchia contemporanea. Elemento non irrilevante, nel momento in cui la questione curda è riesplosa con inaudita violenza e Ankara appare sempre più coinvolta nel conflitto siriano.

Notevole la provenienza geografica e culturale degli autori, rispettivamente curdo di Turchia, francese e armeno. A differenza di molti volumi a più mani, in cui i capitoli si giustappongono senza veramente interloquire tra loro, gli autori entrano in un dialogo fecondo tra diverse specializzazioni e discipline, a partire da una convinzione condivisa: che cioè gli eventi del 1915, primo genocidio del Novecento, contengano una lezione che trascende le circostanze storiche in cui si produssero.

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I fatti innanzitutto. Li presenta Raymond Kévorkian nella prima parte, La distruzione degli armeni ottomani. Nel corso della prima guerra mondiale furono sterminati due terzi della popolazione armena dell’impero, pari a 1,2-1,5 milioni di persone. Il massacro affonda le sue radici nei pogrom ordinati tra il 1894 e il 1896 dal sultano Abdülhamid (200mila morti stimati), a seguito dei quali la federazione rivoluzionaria armena si pone come obbiettivo il rovesciamento del sultano. E per un paradosso della storia fu proprio al movimento armeno che s’ispirarono i Giovani Turchi del Comitato Unione e Progresso nel preparare la rivoluzione del 1908. Ma se i due attori del dramma si conoscono particolarmente bene, i rapporti si guastano molto rapidamente. La prima guerra balcanica accentua nel Comitato Unione e Progresso la sindrome dell’accerchiamento, la teoria del complotto e l’insistenza sulla necessità di creare una nazione etnicamente omogenea. Dopo la disastrosa offensiva contro i russi nel Caucaso, ordinata da Enver Pasha in persona contro il parere degli alti gradi dell’esercito e conclusasi con una sonora sconfitta (dicembre-gennaio 1915), la questione armena diventa prioritaria nei piani del Comitato. È creata la “organizzazione speciale” e i soldati armeni impegnati al fronte sono disarmati e riassegnati ad apposite unità da adibire a lavori civili, iniziando gradualmente a “scomparire”. Il segnale è dato il 24 aprile, con l’arresto di diversi esponenti dell’élite armena di Costantinopoli. Ufficialmente è avviata una deportazione per allontanare gli armeni, sospettati di connivenza con le truppe zariste, dalle zone di confine. In realtà, i civili sono immediatamente spogliati di tutti i loro beni, la gran parte è uccisa già lungo il cammino, in particolare con annegamenti collettivi. Chi sopravvive finisce internato in campi di concentramento nel deserto siriano, dove le malattie, la fame e le sevizie fanno il resto. Dopo la guerra, i liberali ottomani, che controllano quel che resta dell’impero dopo la fuga dei principali leaders unionisti a bordo di un incrociatore tedesco, avviano un processo contro i responsabili dei massacri, sotto la pressione delle potenze alleate. Ma già nel 1923 quelle stesse potenze, esauste dalla guerra in Europa e preoccupate dall’avanzata sovietica, negoziano con Kemal Atatürk il trattato di Losanna, archiviando di fatto la “questione armena” e garantendo l’impunità per i massacri.

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E proprio dal tradimento degli alleati prende avvio la terza parte, Il genocidio degli armeni, una storia mondiale, di Vincent Duclert. Le opinioni pubbliche europee infatti furono informate quasi immediatamente dei massacri in corso, grazie in particolare alla rete di missionari americani che, essendo nel 1915 ancora neutrali nel conflitto mondiale, poterono restare in Anatolia. Non è riportata nel libro, ma gli archivi vaticani conservano l’esclamazione angosciosa dello stesso Leone XIII, nel Concistoro segreto del 6 dicembre 1915: «Miserrima Armenorum gens ad interitum prope ducitur» [l’infelicissimo popolo armeno è quasi condotto all’annientamento]. A fronte delle informazioni allarmanti provenienti dall’Anatolia, già il 24 maggio 1915, cioè soltanto un mese dopo l’inizio dei massacri, «i governi alleati informano pubblicamente la Sublime Porta che ne terranno personalmente responsabili tutti i membri del governo turco come pure i funzionari che avranno partecipato a questi massacri». Anche alcuni diplomatici austroungarici e tedeschi si adoperano per cercare di dissuadere le autorità giovano-turche dall’eseguire i loro piani. Ma la risposta del cancelliere Von Bethmann-Hollweg non lascia spazio ad ambiguità: «Il nostro solo obiettivo è conservare la Turchia al nostro fianco fino alla fine della guerra, che gli armeni debbano perire o meno» (p. 193). Dopo la guerra Otto Göppert, consigliere privato presso gli archivi tedeschi, domanderà perciò al governo di sbarazzarsi con urgenza dei fondi di documenti relativi al silenzio tedesco sulla politica delle spogliazioni ai danni dei deportati armeni, non ultimo per evitare richieste di risarcimento.

La ragione politica e la necessità di scendere a patti con la potenza kemalista nascente – come pure, ma l’opinione non è nel libro, le eccessive richieste degli armeni al trattato di Sèvres – indurranno l’Intesa a fare marcia indietro rispetto alle roboanti dichiarazioni del 1915. Qualche decennio più tardi sarà Hitler, intento a pianificare la soluzione finale, a trarre tutte le conseguenze del caso, domandando sarcasticamente ai suoi collaboratori: «Chi parla più dello sterminio degli armeni?». E non è certo un caso se proprio riflettendo sulla vicenda armena l’avvocato Raphael Lemkin, ebreo polacco, conierà nel 1944 il termine genocidio. Del resto già nel 1919 la commissione ottomano-alleata, nel redigere i capi d’imputazione contro la classe dirigente unionista e in mancanza di un diritto internazionale sufficientemente codificato, aveva introdotto il concetto di «crimine contro le leggi dell’umanità». «Il genocidio – conclude Duclert – non è dunque fondamentalmente un concetto giuridico, ma un’elaborazione storica che ha condotto a una qualificazione giuridica» (p. 369). E questa elaborazione è indissolubilmente legata alla vicenda armena.

Abbandonati dalle potenze europee, alcuni dei sopravvissuti al genocidio abbracciano la strada della vendetta. Nel primo dopoguerra i componenti del triumvirato dei Giovani Turchi sono così tutti eliminati in attentati, di cui quello a Talat Pasha a Berlino nel 1921 fa particolare scalpore in quanto l’aggressore è catturato dalla polizia tedesca, processato e prosciolto per infermità mentale. Ma l’unica strada adeguata si rivela quella della battaglia culturale per la conservazione della memoria e la qualificazione giuridica del genocidio. Nell’ultimo decennio anche alcuni universitari e intellettuali turchi si sono uniti, con gravi pericoli, a quest’opera di verità storica, che tuttavia – e in questo ci permettiamo di dissentire dagli autori – non sembra possa essere imposta per legge da una norma contro il negazionismo.

Tra i molti particolari di questa triste storia di “seduzione e tradimento” tra Occidente e Armenia, colpisce l’atteggiamento di Jean Jaurès, il celebre socialista francese. Se dopo i massacri del 1894-1896 Jaurès aveva assunto la guida in Francia di un vasto fronte pro-armeno (cui aderirono personaggi tra loro così diversi come Charles Péguy, Georges Clemenceau e Anatole France), molto più cauta appare la sua reazione ai massacri di Adana nel 1909, che del genocidio appaiono retrospettivamente come la prova generale. La ragione? Mentre nel primo caso responsabile delle violenze era il “sultano sanguinario”, incarnazione del dispotismo ottomano, nel 1909 «i liberali e socialisti europei […] vogliono credere ancora all’avvento della libertà nell’impero e alla fine del “malato d’Europa”» (p. 274). E per questo ignorano gli ammonimenti dei loro agenti sul terreno. Il parallelo con la storia recente non sembra forzato: dopo le rivoluzioni del 2011 la volontà di credere a tutti i costi a una tanto desiderata – e certamente necessaria – svolta democratica nel mondo arabo non ha indotto molti osservatori e politici a sottovalutare il riemergere delle violenze comunitarie?

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Non è un segreto che la definizione di genocidio sia sempre stata rifiutata dai governi turchi, di qualsiasi orientamento: i 300.000 morti armeni che la Turchia è ufficialmente disposta a riconoscere non sarebbero più eccezionali dei 3 milioni di turchi scomparsi nel primo conflitto mondiale. È in particolare negata l’esistenza di un piano preordinato di sterminio, ignorando le prove raccolte già dall’amministrazione ottomana nel 1919, e si attribuisce la maggior parte delle morti ad azioni di bande irregolari o agli stenti caratteristici del tempo di guerra. La deportazione è infine giustificata sulla base dell’imminente “tradimento” armeno, amplificando i numeri dei volontari nell’esercito zarista e attribuendo a tutta la popolazione rurale, contro ogni verosimiglianza, l’atteggiamento delle avanguardie rivoluzionarie più politicizzate.

L’origine di questa rigidità turca è spiegata senza giri di parole da Hamit Bozarslan nella seconda parte del volume (I fondamenti ideologici, politici e organizzativi della distruzione): «Il genocidio […] costituisce l’atto di nascita della Turchia repubblicana» (p. 139). Vi è innanzitutto un aspetto economico da non sottovalutare: «L’industria turca è in gran parte edificata sui beni confiscati [agli armeni] e mai reclamati, essendo i legittimi proprietari morti. Moltissimi edifici privati o pubblici, a cominciare dal palazzo presidenziale di Ankara, eretto a simbolo della “nazione turca”, fanno parte di questi beni» (p. 189).

Ma l’elemento essenziale è di natura ideologica. «Gli architetti del 1915 poterono proseguire la loro opera aldilà del 1918, con il pieno riconoscimento della comunità internazionale, che salutava nell’esperienza turca un modello di modernità e occidentalizzazione. […] In nessuna parte del mondo gli autori di genocidi furono celebrati a livello ufficiale dopo la loro sconfitta o scomparsa, in nessuna parte del mondo salvo che in Turchia» (p. 226). Fondamento ideologico del regime dei Giovani Turchi è – secondo Bozarslan – un darwinismo sociale che interpreta la storia come una competizione tra razze rivali, in cui la più forte schiaccia inesorabilmente la più debole. «La guerra – scrive Bozarslan – si era trasferita dal controllo degli spazi a quello delle specie» (p. 147). Il Comitato Unione e Progresso rappresenta dunque uno dei primi esempi di regimi non più solo autoritari, ma propriamente totalitari in quanto non riconosce alcun principio etico al di fuori del divenire storico e dell’interesse del partito e della razza. Eloquente uno dei suoi slogan: «Yok kanun? Yap kanun» «Non c’è una legge? Fai la legge».

Rispetto a questa ideologia materialista e storicista, il ruolo dell’Islam è subordinato: esso infatti agisce come fattore di mobilitazione presso le masse popolari, ancora impregnate di riferimenti religiosi, ma, come scrisse l’ambasciatore americano Henry Morgenthau, «gli uomini che concepirono il crimine avevano tutt’altro obbiettivo: essendo quasi tutti atei, e non rispettando il maomettanesimo [l’Islam] più di quanto non rispettassero il Cristianesimo, la loro unica ragione fu una questione d’implacabile politica di Stato» (pp. 160-161). Ciò non toglie che il riferimento all’Islam «permette di legittimare un’azione omicida che in sé non deriva dall’ambito della credenza», in particolare attraverso la riattivazione del concetto e della prassi del jihad (p. 160).

In questo senso Bozarslan è attento a riconoscere una differenza qualitativa fondamentale tra il kemalismo e l’ideologia unionista. Mentre quest’ultima mira infatti all’annientamento del diverso, il padre della Turchia moderna era piuttosto guidato dall’idea di un’uniformazione etnica dello spazio anatolico, rinunciando a ogni velleità imperiale al di fuori di esso. Ma le continuità sono innegabili.

Pur condannando i massacri nel 1920 in un intervento in parlamento definendoli un «atto vergognoso» (p. 354), Atatürk attinse i propri quadri dai membri locali del Comitato Unione e Progresso. Già nel 1921 i kemalisti salutavano in Talat Pasha «un gigante della storia e un genio la cui immensità passerà ai posteri» (p. 234) e Mustafa Kemal concedeva alla vedova una pensione per i servizi resi alla nazione. Continuando la prassi unionista, Atatürk prega nel 1920 uno dei suoi generali di apportare tutto l’aiuto necessario agli armeni del Caucaso, salvo inviare subito dopo un secondo telegramma cifrato in cui gli comanda di «distruggere l’Armenia politicamente e fisicamente» (p. 218). La guerra di liberazione nazionale infatti completò quello che il genocidio non aveva potuto realizzare: la cancellazione quasi totale della presenza armena in Turchia.

La continuità in questo caso supera le differenze partitiche. Lo stesso Erdoǧan – osserva Bozarslan – parla degli unionisti come «dei nostri antenati» (p. 236), per quanto un po’ troppo atei per i suoi gusti. L’ossessione uniformatrice del kemalismo non si è fermata però alle minoranze religiose. Nei decenni seguiti alla proclamazione della Repubblica ne hanno fatto le spese anche le popolazioni curde, che pure furono tra gli autori materiali del genocidio. In fondo, è la semplice esistenza del pluralismo a essere mal tollerata da questo ideologia ultranazionalista, che vede ovunque nemici e tradimenti, con il rischio, persi di vista i reali rapporti di forza sul campo, di lasciarsi trascinare in pericolose avventure. Le difficoltà della Turchia repubblicana e i limiti della sua cultura politica non sono nati con l’AKP e con il suo megalomane leader.

Ben al contrario, il genocidio armeno costituisce per la Turchia contemporanea un autentico buco nero, una memoria costantemente rimossa. Ma costantemente risorgente. Come ha scritto Taner Akçam, storico turco-tedesco tra i maggiori studiosi del genocidio, «la nostra esistenza […] significa l’assenza di un’altra entità, i cristiani. Accettare il “1915” significa accettare che dei cristiani abbiano vissuto su queste terre, ciò che equivale a proclamare la nostra inesistenza» (p. 237). Eppure – ha affermato Papa Francesco – «ricordarli è necessario, anzi doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!» (Santa Messa per i fedeli di rito armeno, saluto all’inizio della celebrazione, 12 aprile 2015).

di Martino Diez – Oasis

Armeni, la voce araba del genocidio

deportazione-degli-armeniC’è perfino chi dice che non è mai esistito. Troppo a favore degli armeni, in ogni dettaglio, per essere vero. Eppure sulla vita di Fayez el-Ghossein abbondano le testimonianze storiche. Fu un personaggio di rilievo nella turbolenta e intricata politica del Medio Oriente tra le due guerre: Lawrence d’Arabia lo cita ne I sette pilastri della saggezza come suo amico fidato; fu consigliere di re Feisal, magistrato a Damasco, avvocato.

E primo cronista arabo del genocidio perpetrato dai turchi contro gli armeni, all’inizio della Prima guerra mondiale, che costò all’antica stirpe cattolica più di un milione di vittime. Una testimonianza, la sua, sorprendente per asciuttezza, penetrazione, equilibrio e accuratezza. Eppure fu scritta di getto, mentre le persecuzioni erano ancora in atto. Composta in arabo nel 1916 e pubblicata l’anno seguente, non riuscì ad arginare l’opera di negazione portata avanti dalla Turchia di Kemal. Soltanto nel 1965 approdò in Occidente, con una traduzione francese curata da una comunità armena; ora l’editore Guerini la porta anche in Italia, con il titolo Il beduino misericordioso. Testimonianze di un arabo musulmano sullo sterminio degli armeni (pagine 120, euro 14,00).
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Fayez el-Ghossein era un giovane avvocato di Damasco, figlio di uno sceicco beduino della Siria ottomana. Aveva già ricoperto alcune cariche pubbliche per conto del governo di Istanbul – era stato vice-prefetto nella provincia armena di Kharput – prima di abbracciare la libera professione. Con la guerra, venne richiamato alla sua carica amministrativa; el-Ghossein rifiutò, e presto venne accusato di essere a capo di una ribellione delle tribù beduine contro il governo. Prosciolto, venne comunque mandato in confino a Diarbakir e lì, per sei mesi e mezzo, poté «vedere e ascoltare da fonti autorevoli tutto ciò che è accaduto agli armeni». Il suo scrupolo di cronista è esemplare: narra fatti visti con i propri occhi oppure, quando riferisc e i racconti che aveva raccolto, indica con precisione la fonte e la sua attendibilità.
La narrazione procede per appunti, episodi, immagini che si presentano improvvisi ai suoi occhi e lo sconvolgono nel profondo.
Non si tira indietro davanti alle efferatezze più crude, così come non trascura di segnalare i pochi giusti che seppero chiamarsi fuori da quella strage. Misura le parole per dire il meno possibile, perché si avverte l’orrore che quei ricordi destano in lui, ma non è mai reticente. Anzi: proprio per la sua sobrietà, la denuncia degli omicidi, degli stupri, degli infanticidi, delle razzie e della crudeltà acquista ancor più forza e credibilità. La sua voce di arabo conferma quanto si sa dalle memorie degli armeni scampati al genocidio, e in più arricchisce il racconto con le confidenze, frutto di rimorso o di perverso compiacimento, che gli fecero i persecutori: militari, banditi – soprattutto curdi – arruolati per l’occasione, funzionari.
I piccoli burocrati dello sterminio descritti da el-Ghossein ricordano molto da vicino i loro omologhi tedeschi di un trentennio più tardi. E molte delle analisi del «beduino misericordioso» anticipano con sorprendente preveggenza quelle che sarebbe venute sui «volenterosi carnefici di Hitler». El-Ghossein si rende perfettamente conto che la politica portata avanti dal governo dei Giovani turchi ha come obiettivo generale l’uniformazione del loro nuovo Stato. Tutte le componenti etniche minoritarie vengono in qualche modo vessate: gli altri cristiani – protestanti, caldei, siriaci – presenti nell’Impero e anche gli stessi arabi come el- Ghossein. Ma gli armeni subirono un'”attenzione” particolare:
evacuati dai loro territori ancestrali o dalle città della costa – dove costituivano comunità vivaci sia economicamente sia culturalmente – furono condotti nelle pietraie dell’Anatolia, dove le marce estenuanti, la fame, la sete e le uccisioni di massa portarono alla morte gran parte di loro – tra il milione e il milione e mezzo, secondo i calcoli attuali: ma già el-Ghossein stimò le vittime a un milione e duecentomila, sulla base dei dati che raccolse personalmente, dei censimenti nelle province armene e del numero dei sopravvissuti.
El-Ghossein abbozza alcune spiegazioni per tanto accanimento.

Dopo aver smontato le accuse dei turchi contro gli armeni – che, secondo Istanbul, avrebbero organizzato rivolte armate per ottenere la secessione -, rileva con acume che la persecuzione fu, già allora, condotta su criteri etnici più che religiosi, tanto da coinvolgere anche gli armeni convertiti all’islam. E, soprattutto, individua una possibile spiegazione, politica e sociale insieme, che discende direttamente dalla vivacità intellettuale dimostrata dalla comunità armena: i Giovani turchi, «che avevano combattuto il potere assoluto e che recriminavano contro il governo autoritario del sultano, quando sono diventati padroni hanno capito che il dispotismo era l’unico mezzo per conservare quel potere assoluto e contemporaneamente assicurare l’egemonia della razza turca. Allora hanno compreso che fra tutte le razze solo quella armena sarebbe stata capace di denunciare e di combattere il loro dispotismo.
Sapevano che gli armeni erano superiori per istruzione e capacità».
El-Ghossein non nasconde che ci fu un’indubbia intenzione anti- cristiana. Ma, da musulmano fervente, la ritiene al tempo stesso anti-islamica. Denuncia gli atti dei turchi come contrari alla religione di Maometto, indica i passi del Corano che gli assassini hanno contraddetto con le loro opere, insiste sul significato autentico dell’islam – un significato di fratellanza, umiltà e misericordia. E proprio la difesa della sua religione ha ispirato la testimonianza: «Penso che sia mio dovere pubblicare questo opuscolo per servire la verità e la nazione che è stata perseguitata dai turchi e specialmente per difendere la religione musulmana, affinché non venga accusata di fanatismo dall’Europa».

Si tratta di un articolo interessante, l’unica cosa è che c’è un’imprecisione, perché il giornalista parla di “antica stirpe cattolica”, con un refuso, immagino, per “cristiana”, in quanto i cattolici armeni sono pochi, circa 100.000 sparsi un po’ ovunque, mentre la Chiesa armena autocefala conta circa 8.000.000 di fedeli ed è pre-calcedoniana, in quanto le persecuzioni dei Persiani hanno impedito ai patriarchi armeni di partecipare al Concilio di Calcedonia.

Avvenire –

Armeni, l’identita’ ritrovata

Armenia storicaNew York, aprile 2007, sede delle Nazioni Unite. Venne programmata una mostra sul genocidio del Ruanda, uno dei piu’ terribili eventi genocidari del Ventesimo secolo, a cura di un’organizzazione che si occupa di questi temi. Tutto e’ pronto per l’inaugurazione formale, quando un diplomatico turco va a vedere i pannelli predisposti, e in uno di questi legge un breve accenno, solo una frase, alla tragedia degli armeni: «Dopo la prima guerra mondiale, durante la quale un milione di armeni furono uccisi in Turchia…».

Basta questo per scatenare l’immediata furibonda reazione dell’Ambasciata di Turchia, in seguito alla quale Kiyotaka Akasaka, un funzionario dello staff del nuovo segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, si affretta a bloccare la mostra, la cui inaugurazione viene rimandata a data da destinarsi, evidentemente per dare il tempo agli organizzatori di eliminare la frase incriminata, cancellando una volta di più l’emergere, perfino come allusione in un pannello, della temibile «questione armena».

La quale peraltro dalla stessa organizzazione dell’Onu è conosciuta benissimo, se non altro perché, per definire il crimine di genocidio, furono proprio le Nazioni Unite ad adottare nel 1948 questo termine, appena coniato dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, proprio in relazione ai due grandi genocidi della prima metà del secolo scorso: quello del suo popolo, la Shoah, e quello degli armeni, come Lemkin stesso sostenne in diverse occasioni, fra cui in un’eccezionale intervista televisiva del 1949, recentemente riscoperta e ritrasmessa negli Stati Uniti. Purtroppo, a simili oltraggiose discriminazioni gli armeni sono abituati da sempre, da quando, dopo il Trattato di Losanna del 1923, all’immensa tragedia subita si aggiunse, per i superstiti, la beffa del silenzio, e un’indifferenza così totale da rendere le loro voci inascoltate, come quelle di inoffensivi, trasparenti fantasmi, se solo provavano a parlare.

Così per decenni essi tacquero, e la loro identità di popolo rimase pubblicamente ignorata, più ancora che negata, soprattutto nei Paesi, come l’Italia, dove i flussi migratori erano stati esigui.

Ma in tutto il mondo gli armeni erano tollerati solo se si assimilavano o mimetizzavano: persone umili e adattabili, che per farsi accettare cominciavano a dare nomi occidentali ai loro bambini, a frequentare le chiese di rito latino, crescendo i loro figli all’interno della cultura che li aveva accolti, e di conseguenza spesso perdendo perfino la lingua dei padri, che pure era una lingua con una storia straordinaria, un alfabeto originale, una tradizione scritta culturale e letteraria che risaliva al V secolo d.C.

Cosa è cambiato oggigiorno? Come mai oggi i discendenti di quei poveri sopravvissuti portano con orgoglio la loro riscoperta armenità? Com’è che il 13 aprile, pochi giorni dopo l’episodio di censura all’Onu, il New York Times dedicava alla vicenda un editoriale durissimo, in cui stigmatizzava l’inesperienza del nuovo segretario generale e del suo team, quando proprio alle Nazioni Unite si suppone che dovrebbe essere affidata la realizzazione di una legge internazionale sui genocidi? E come mai in un’intervista rilasciata qualche giorno dopo al Corriere della Sera, a una precisa domanda della giornalista sul caso della mostra sospesa, Ban Ki-moon rispondeva con qualche impaccio che era stata «rimandata per problemi tecnici», ma che presto sarebbe stata annunciata la data di apertura, e che affrontare le questioni relative ai genocidi è una questione di principio per le Nazioni Unite?

Il fatto è che gli armeni sono tornati ad esistere.
La gente sa che ci sono, sa che hanno perso la loro patria antica, i loro campi, le loro case, le loro chiese, la loro cultura. Un popolo di fantasmi ha ritrovato la vita. Nel loro film appena uscito, La Masseria delle Allodole, i fratelli Taviani, sviluppando uno spunto appena accennato nel mio libro, ambientano la scena finale durante i processi di Costantinopoli che stabilirono le respo nsabilità del governo dei Giovani Turchi nell’eccidio della popolazione armena d’Anatolia. E la frase finale che compare sullo schermo è: «Il popolo armeno aspetta ancora giustizia». È una consapevolezza crescente, anche se ancora fragile, che il dolore di quella ferita negata, e ancora aperta, comincia ad essere condiviso.
Sottili fili s’intrecciano intorno al mondo, e ogni 24 aprile la data della commemorazione vede insieme agli armeni schierarsi una presenza sempre crescente di persone convinte che credere nella sopravvivenza di questo piccolo popolo vuol dire combattere contro i pregiudizi razziali e religiosi che hanno avvelenato il Novecento: al monumento sulla «Collina delle Rondini» sopra Erevan in quel giorno almeno un milione di persone da tutto il mondo va a deporre mazzi di fiori rossi. Ma più forte di ogni gesto simbolico è per gli armeni sparsi per il vasto mondo la sensazione di non essere più soli, e dimenticati: la percezione del calore dell’umana comprensione li ha finalmente convinti a perdonarsi di essere sopravvissuti.

Di Antonia Arslan

Papa Benedetto XVI: resta nella storia la “terribile persecuzione” degli armeni

genocidio armeno mappa“Metz yeghèrn, il grande male”: così gli armeni chiamano ancora oggi il genocidio che essi subirono negli anni della Prima guerra mondiale, da parte dell’allora Impero ottomano. La frase è stata ripetuta da Benedetto XVI che, ricevendo Nerses Bedros XIX Tarmouni, patriarca di Cilicia degli Armeni, accompagnato dai componenti del Sinodo patriarcale, ha parlato della “grande persecuzione” che è all’origine della diaspora di quel popolo ed anche della divisione che ancora esiste tra i cristiani armeni per auspicare che essa sia presto superata.
“La Chiesa armena, che fa riferimento al Patriarcato di Cilicia (in Libano, n.d.r.), è certamente partecipe a pieno titolo delle vicende storiche vissute dal Popolo armeno lungo i secoli e, in particolare, delle sofferenze che esso ha patito in nome della fede cristiana negli anni della terribile persecuzione che resta nella storia col nome tristemente significativo di metz yeghèrn, il grande male. Come non ricordare in proposito i tanti inviti rivolti da Leone XIII ai cattolici perché soccorressero l’indigenza e le sofferenze delle popolazioni armene?”.

“Gli Armeni –ha detto ancora Benedetto XVI – che si sono sempre sforzati di integrarsi con la loro operosità e la loro dignità nelle società in cui si sono venuti a trovare, continuano a testimoniare anche oggi la loro fedeltà al Vangelo”. Una fedeltà che è anche “forte attaccamento, talvolta sino al martirio, che la vostra Comunità ha sempre dimostrato verso la Sede di Pietro in un reciproco e fecondo rapporto di fede e di affetto”.

Un rapporto che il Papa vorrebbe vedere esteso alle altre comunità cristiane di Armenia, ancora divise, pur riconoscendo in San Gregorio l’Illuminatore il comune padre fondatore ed anche se “negli ultimi decenni tutte hanno ripreso un dialogo cordiale e fruttuoso, al fine di riscoprire le comuni radici. Incoraggio questa ritrovata fraternità e collaborazione, auspicando che da essa scaturiscano nuove iniziative per un percorso comune verso la piena unità. E se gli avvenimenti storici hanno visto la frammentazione della Chiesa armena, la Divina Provvidenza farà sì che un giorno essa torni ad essere unita con una sua gerarchia in fraterna sintonia interna e in piena comunione con il Vescovo di Roma”.

Per la terra d’Armenia (Giovanni Paolo II)

Santa Madre di Dio
volgi il tuo sguardo sulla terra d’Armenia,
sulle sue montagne,
ove vissero schiere immense
di monaci santi e sapienti;
sulle sue chiese,
rocce che sorgono dalla roccia,
penetrate dal raggio della Trinità;
sulle sue croci di pietra,
ricordo del tuo Figlio,
la cui passione continua
in quella dei martiri;
sopra i suoi figli
e le sue figlie nel mondo.
Ispira i desideri e le speranze
dei giovani,
perché restino fieri della loro origine.
Fa’ che, dovunque vadano,
ascoltino il loro cuore armeno,
perché in fondo ad esso ci sarà sempre
una preghiera rivolta al loro Signore
e un palpito di abbandono a te,
che li copri col tuo manto di protezione.
O Vergine dolcissima,
o Madre di Cristo e Madre nostra, Maria!

(Omelia durante la Divina Liturgia in rito armeno, 21 novembre 1987)

(Giovanni Paolo II)

I matrimoni misti tra italiano e marocchina o musulmana

I casi, sempre crescenti, dei c.d. matrimoni misti cioè di unioni tra un cittadino/a italiano/a ed uno/a straniero/a:
Ai sensi dell’art. 116 del codice civile italiano “lo straniero che vuole contrarre matrimonio nello Stato deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio. …… Lo straniero che ha domicilio o residenza nello Stato deve inoltre far fare la pubblicazione secondo le disposizioni di questo codice”.
Pertanto, per la concessione del nulla osta al matrimonio viene richiesta dall’autorità competente del paese della donna straniera di fede islamica oltre alla produzione di una serie di documenti tra cui l’atto di nascita, il certificato di stato libero, il certificato di residenza, un certificato di sana e robusta costituzione (richiesto ad esempio dall’autorità consolare tunisina) anche la certificazione di conversione all’islam del nubendo italiano. In assenza di tale certificazione di conversione all’islam il nulla osta non verrà rilasciato e l’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio non potrà, in alcun modo, procedere alle preliminari pubblicazioni del matrimonio stesso.
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)
In punto di diritto, la mancata concessione del suddetto nulla osta si pone in palese contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano, oltre che di quello internazionale, manifestandosi tale rifiuto in contrasto con i principi sanciti dalla nostra Carta Costituzionale quali la libertà religiosa (art. 19 Cost.) ed i principi di uguaglianza e garanzia dei diritti inviolabili (artt. 3 e 2 Cost.).
L’assistenza legale, prestata in numerosissimi casi da associazioni come ACMID Donna, è stata volta a tutelare i diritti delle donne innanzi ai competenti Tribunali italiani al fine di ottenere un provvedimento giudiziale con cui ordinare all’ufficiale dello stato civile del comune dove verrà celebrato il matrimonio di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta stante il contrasto del rifiuto con le norme sopra richiamate.

Ad eccezione di due sparute pronunce della Pretura di Salerno e Camerino molto datate, mai l’Autorità Giudiziaria italiana aveva dichiarato la mancata concessione del nulla osta in contrasto con i principi di ordine pubblico dell’ordinamento giuridico italiano ed internazionale, oltre che contraria ai principi costituzionali. E’ stato il Tribunale di Roma nel 2004 ad esprimersi nel merito, dietro ricorso patrocinato dal legale dell’Acmid Donna Onlus, dando luogo, da quel momento, ad un nuovo indirizzo giurisprudenziale. Non sono mancate, però, pronunce contenenti caratteri di ulteriore novità come il provvedimento del Tribunale di Viterbo nel 2005, con cui il Giudicante invitava la ricorrente a produrre la prova che la mancata concessione del nulla osta fosse dipesa specificatamente da motivi religiosi, e cioè dipendente dalla mancata conversione all’islam del nubendo italiano. Alla luce di ciò veniva depositata in giudizio una dichiarazione, resa per la prima volta dalla competente autorità marocchina, comprovante che il mancato rilascio del nulla osta era dipeso dalla non conversione all’islam del nubendo italiano. Tale fattispecie,  unica nel suo genere, oltre a testimoniare una sempre maggiore “apertura” del Regno del Marocco rispetto al resto dei paesi islamici, dà concretezza all’inviolabilità del diritto di informare ed essere informati alla luce dell’obbligatorietà della motivazione di qualsiasi atto amministrativo (nel nostro ordinamento sancita dalla legge 241/1990).
Ulteriore aspetto di novità è contenuto nella pronuncia (giugno 2008) del Tribunale di Genova ed in quella più recente del Tribunale di Milano (novembre 2011).
(QUI:  UN ARTICOLO PER RISOLVERE IL PROBLEMA senza la conversione)

Con queste veniva ordinato all’ufficiale dello stato civile di procedere alle pubblicazioni di matrimonio anche in assenza del c.d. nulla osta, per le motivazioni tutte su elencate, anche nel caso specifico di cittadina straniera di fede islamica proveniente da uno stato non riconosciuto, la Palestina, che non possedendo un’autorità diplomatica ufficiale (ma solo dipartimenti nei paesi con i quali intrattiene buoni rapporti diplomatici) rendeva il predetto rifiuto verbalmente. In quest’ultimo caso l’aggiuntiva difficoltà veniva riscontrata, altresì, nel non riuscire (stante l’inesistenza dell’autorità diplomatica ufficiale in Italia) ad ottenere il certificato di stato libero se non tramite la gravosa presenza innanzi al Tribunale Palestinese nel cui mandamento fosse nata la ricorrente della stessa nonché di due familiari che avessero attestato tale stato.

L’olocausto cristiano di Creta

monastero arkadiSulla costa settentrionale di Creta, in cima alle colline sopra a Rethymno, la mappa indica un monastero greco ortodosso. Arrivi lassù, e ti si staglia davanti una straordinaria fortezza petrosa, che con la sua mole sovrasta le gole attorno, così strette che già molto prima del tramonto si riempiono di ombra.
Sono passati 800 anni da quando uno sconosciuto monaco fondò Arkadi. Nel centro della gran corte, recintata e quadrata come una piazza d’armi, la chiesa è cinquecentesca, nelle linee un’eco di Rinascimento italiano – dominò, qui, la Repubblica di Venezia. Splendida e abbagliante quella facciata di pietra rosa, sotto al sole di Creta. Ma chi si ferma a guardarla, stordito da tanta bellezza fra queste colline di sassi, nota nella facciata delle brecce, delle incrinature come di ferite. Proiettili. Proiettili di archibugi, palle di cannone dell’artiglieria turca, dell’assedio che tra queste mura finì in una ecatombe. Arkadi è detto il monastero dell’Olocausto.
Nel 1866, durante la rivolta contro i turchi, un migliaio di contadini e pastori cercò rifugio tra queste mura poderose. I monaci accolsero tutti, le porte del monastero si chiusero come ali a proteggere quella folla di inermi, donne, bambini. Dalle gole, dalle forre salivano dal mare 15 mila soldati turchi, implacabili, ad annientare l’insurrezione. Quando gli assediati furono allo stremo di sete e di fame, l’abate li convinse che era meglio morire che cadere vivi in mano a quei nemici: che li avrebbero massacrati o fatti schiavi, e convertiti all’islam. Il 9 novembre 1866 i mille miserabili si accalcarono nel locale della polveriera. L’esplosione squarciò il cielo di Creta. I vincitori si impadronirono solo di un cumulo di macerie fumanti. Arkadi restò un simbolo per sempre: di Creta, della sua gente cristiana che non volle arrendersi.
E i turisti che dalle spiagge oggi arrivano quassù con le loro camicie hawaiane, nell’apprendere la storia zittiscono. È maestoso Arkadi, ricostruito uguale pochi anni dopo la strage. La chiesa nella corte invece è ancora la stessa, con quelle ferite che la rendono regale. E cammini per i corridoi e il refettorio, cercando di immaginarli in quei giorni, gremiti di vecchi, malati, bambini: chi moriva di stenti, chi veniva alla luce, tagliando la calca di disperati con il suo primo vagito. Cosa avevano nel cuore quelle madri? Da sotto, clangore di armi, e di notte i fuochi dei nemici in attesa. Liberamente tutti i rifugiati scelsero la morte? E con quali parole pregava, la folla di morituri abbracciati?
Tra le icone scampate all’incendio c’è una “Speranza dei Disperati”, una Madonna col Bambino, i due volti costellati di ferite – come la chiesa di Arkadi. Speranza per chi ha perduto ogni speranza: a questa Madonna guardavano, nelle ultime ore, quei mille?
Nel cortile è rimasto il tronco di un albero vecchissimo. Anch’esso è trafitto da una pallottola, che è ancora lì, inacastonata nel legno, arrugginita. Il tronco secco e nero incute soggezione e quasi dolore. Quei rami allargati, come braccia inermi. L’albero scheletrito che vide quel 9 di novembre, ora lo riconosci: nel suo legno morto, misteriosamente ha preso la forma di un Crocefisso.
di Corradi Marina

Giorno dellla memoria

giorno-memoria-2Quando tutti gli eredi del socialismo scientifico si agitano troppo contro il pericolo nazista viene il sospetto che essi cedano alla tentazione di usare il vecchio e collaudato strumento di guerra psicologica messo a punto dalla terza internazionale: classificare come nazi – fascista ogni oppositore del comunismo e del socialismo.

Ma queste vestali dell’antinazismo hanno veramente le carte in regola? Possono attribuirsi un’etichetta di purezza assoluta? Come nell’episodio evangelico della lapidazione dell’adultera, gli eredi del socialismo sono veramente immuni da quel peccato per il quale pretendono di avere il brevetto di lapidatori ?

La disinformazione storica, attuata dall’egemonia culturale gramsciana, impedisce di cogliere gli stretti legami di parentela e di complicità che esistono fra nazisti, socialisti e comunisti.

Capire il nazismo è necessario per non essere vittime dell’
antinazismo interessato e strumentale di certi professionisti della politica di cui, per motivi prudenziali, è bene non fidarsi specialmente quando essi non svolgono una critica seria del loro passato ideologico e storico ma continuano nel vecchio vizio di nascondere la verità preferendo dedicarsi alle condanne spietate ed indiscriminate degli avversari.

Il nazismo è l’abbreviazione di nazional – socialismo: il socialismo nazionale di Alfred Rosenberg e di Adolf Hitler è una combinazione fra l’ideologia socialista, il nazionalismo e le teorie sociologiche derivate dal concetto di evoluzionismo elaborato da Charles Robert Darwin.

Il fondamento di ogni socialismo ( da non confondere con il principio di solidarietà ) consiste soprattutto nell’idea secondo cui l’ attività economica deve essere diretta dallo stato.

Il principio del nazionalismo ( da non confondere con il principio di nazionalità e con il giusto amor di patria ) consiste nel considerare un diritto l’espansione ed il dominio della propria nazione a scapito dei diritti delle altre nazioni.

La teoria di Darwin applicata alla società ( il cosiddetto darwinismo sociale ) consiste nel considerare ogni forma di lotta fra gli uomini un fattore fondamentale per l’evoluzione ed il progresso sociale.

Hitler fondò il partito nazional-socialista a partire dal partito dei lavoratori tedeschi. Joseph Paul Goebbels, ministro della politica culturale del nazional-socialismo e leader, all’interno del nazismo, della corrente nazional – bolscevica, così sintetizzava tutto il programma del nazismo: ” il futuro è la dittatura dell’idea socialista nello stato “. Infatti il pilastro di ogni socialismo è che l’attività economica deve essere diretta dallo Stato e l’obbiettivo di Hitler era il controllo totale dell’economia da parte del partito. Questo progetto si manifestò pienamente durante la seconda guerra mondiale: i salari ed i prezzi furono sottratti al mercato e le imprese private deperirono o prosperarono soltanto in proporzione alla loro disponibilità a collaborare con i progetti del partito nazista.

Il punto n.11 del programma nazional-socialista prevedeva per il futuro ” l’eliminazione di tutti i redditi non derivanti da lavoro “. (1)

Non bisogna confondere il nazismo con la destra conservatrice:
Hitler cercò in ogni modo di sradicare e liquidare la destra aristocratica prussiana la quale giunse ad organizzare il complotto antinazista del 20 luglio 1944 e l’attentato alla vita di Hitler. ( 2 )

Sempre dal socialismo deriva l’odio di Hitler per gli ebrei. Infatti il principale teorico del socialismo, Pierre Joseph Proudhon, il quale sosteneva che ” la proprietà è un furto ” considerava gli ebrei come responsabili del capitalismo e pertanto li definiva come nemici della razza umana.

Proudhon scriveva: “si deve rimandare questa razza in Asia o sterminarla “.
(3)

Karl Marx, teorico del socialismo scientifico, detto comunismo, pur essendo ebreo di origine, era fortemente antisemita.

Nel suo scritto sulla – Questione ebraica – scrive: “- Il denaro è il geloso dio d’Israele, di fronte al quale nessun altro dio può esistere (.) il dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un dio mondano. La cambiale è il dio reale dell’ebreo. Il suo dio è soltanto la cambiale illusoria “- (4)

Nel 1856 egli scrive sul – New York Tribune – un articolo intitolato – il prestito russo – dove dice: ” Sappiamo che dietro ogni tiranno c’è un ebreo (.). L’utilità delle guerre promosse dai capitalisti cesserebbe, se non fosse per gli ebrei che rubano i tesori dell’umanità (.) gli usurai contemporanei che stanno dietro i tiranni e le tirannie (.) per la maggioranza sono ebrei. Il fatto che gli ebrei siano diventati tanto forti da mettere in pericolo la vita del mondo, ci induce a svelare la loro organizzazione, i loro scopi, affinché il loro lezzo possa risvegliare i lavoratori del mondo a combatterli e ad eliminare un simile cancro”. (5)

Anche per Hitler, come per gli altri socialisti, il capitalismo si identificava con gli ebrei: “la finanza e il commercio sono ormai il suo monopolio ( dell’ebreo ndr )”. (6)

Altra teoria a cui attinge Hitler è quella dei darwinisti sociali. Liberalismo selvaggio, comunismo e nazismo pretendono di applicare agli uomini le stessa legge che regola l’evoluzione della specie nel mondo animale: la lotta.

Darwin scriveva: ” tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta; (.) le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge”. (7)

I darwinisti sociali non si rendono conto che nell’uomo, a differenza del semplice animale, compare la ragione e per questo l’uomo viene detto animale razionale. Mentre gli animali seguono solo l’istinto e si mantengono in vita con la lotta, l’uomo può controllare e guidare gli istinti con la volontà e con la ragione e può mettere l’istinto di aggressività al servizio della giustizia e dei diritti degli altri.

Il liberalismo selvaggio segue Darwin e pensa che la lotta economica fra gli uomini, migliori l’umanità perché distrugge i deboli e fa sopravvivere i forti: giganti del capitalismo selvaggio come John D.
Rockefeller e Andrew Carnegie facevano regolarmente appello ai principi darwiniani. (8)

Il comunismo segue Darwin e pensa che la lotta di classe porti al miglioramento della materia: Marx dichiarava che il libro di Darwin era molto importante perché permetteva di fondare la lotta di classe sul principio della selezione naturale e Iosif Stalin diventava rivoluzionario dopo aver letto Darwin. (9)

Il marxista Ludwig Woltmann, dirigente socialista tedesco, univa organicamente la filosofia marxista con il darwinismo: per Woltmann la lotta di classe era solo un aspetto della universale lotta fra le razze, necessaria all’evoluzione dell’umanità. Egli, pur essendo di origini ebraiche, sosteneva la superiorità razziale dell’ariano e del tedesco. (10)

Anche il nazional-socialismo segue Darwin e crede che la lotta fra le razze sia necessaria per il miglioramento dell’umanità.

Liberalismo selvaggio, comunismo e nazional-socialismo negano l’origine divina dell’uomo: per queste ideologie l’uomo non è un valore ma soltanto un prodotto dell’economia o della biologia e quindi la guerra fra gli uomini serve per migliorare l’economia o la razza.

Il comunista Stalin nel 1932 aiuta Hitler a prendere il potere impedendo che il partito comunista tedesco ( KPD ) si unisca con le altre forze antinaziste. La parte – ubbidiente – dell’apparato comunista, il 9 febbraio del 1940, in un articolo apparso in Die Welt di Stoccolma, attraverso le firme di Walther Ulbricht ( che diventerà presidente della RDT ) e Herbert Wehner ( che diventerà leader socialdemocratico della Repubblica di Bonn ) con cui già collaborava il futuro cancelliere Willy Brandt, dichiara criminale il tentativo di quei socialisti e di quei cattolici che cercano di modificare il regime nazista. (11)

Il XVIII congresso del PCUS lancia una politica di apertura a Hitler che ha invaso la Cecoslovacchia. Nel 1938 il vertice del Komintern, con il voto di Palmiro Togliatti ( segretario del PCI ), decide l’assassinio di tutto il gruppo dirigente del Partito comunista polacco per preparare l’invasione della Polonia che non sarebbe mai stata acccettata dai dirigenti comunisti polacchi: la Russia comunista e la Germania nazista si alleano uffcialmente nel 1939.

Stalin, per giustificare l’intesa con il nazional-socialismo, gli dà una dimensione teorica: in Europa si è aperto un conflitto fra stati capitalisti, ma da un lato ci sono quelli ricchi ( Francia e Gran Bretagna ) e dall’altro i poveri ( Germania e Italia ), il movimento operaio appoggia questi ultimi. (12 )

Il 1° settembre del 1939 la Germania attacca la Polonia e il 17 settembre del 1939 anche l’URSS attacca la Polonia. La Polonia viene smembrata: un quarto del suo territorio, con Danzica, annesso alla Germania, un altro quarto ridotto a governatorato sotto controllo nazista e il resto occupato dall’URSS.

I comunisti, finché dura l’alleanza con Hitler, saranno del tutto insensibili alla persecuzione degli ebrei polacchi attuata dai tedeschi e che porta all’eliminazione del 90 % degli ebrei della Polonia: i comunisti già fin dai tempi di Lenin avevano istituito i campi di concentramento per l ‘eliminazione dei nemici di classe, dei dissidenti e di intere popolazioni.
(13)

Rudolf Hess, segretario di Hitler, era stato inviato nel 1935 in URSS per studiare i campi di sterminio prima di realizzare quello di Auschwitz. I servizi segreti sovietici, NKVD, avevano fornito ad Hess una documentazione dettagliata sui campi di sterminio e sul loro funzionamento.

Hess, dopo aver studiato i campi di sterminio, si lamentò con Hitler perché i russi erano facilitati nelle pratiche di eliminazione in quanto si limitavano a far lavorare i prigionieri a 40 gradi sotto zero e gettavano i corpi in fosse scavate nel ghiaccio: -” noi purtroppo dovremo arrangiarci con un sistema di macchine, treni, campi e forni”- . (14)

L’efficienza dei Gulag sovietici, definiti – crematori bianchi – raggiungeva veramente dei livelli di produttività da catena di
montaggio: non bisogna dimenticare che il costo totale in vite umane in URSS è stato di 60 milioni di vittime.(15)

In base al patto di non aggressione, Hitler permette a Stalin di occupare i paesi baltici ( Estonia, Lettonia, Lituania ) e di invadere la Finlandia e Stalin appoggia, definendola difensiva, l’occupazione tedesca di Norvegia e Danimarca.

Stalin spedisce a Parigi il segretario del Komintern Dimitrov e il suo vice dell’epoca Togliatti per coordinare l’allineamento dei comunisti europei e schierarli a favore del nazismo.

Quando Hitler invade la Francia nel 1940, il partito comunista francese si schiera a favore di Hitler, il segretario del PCF Maurice Thorez si toglie la divisa da soldato e lancia l’appello alla diserzione proletaria per non fare guerra ai nazisti. Stalin, dopo l’occupazione tedesca riconosce il regime collaborazionista di Vichy inviando come ambasciatore Bogomolov mentre il generale Petain manda a Mosca come ambasciatore Bergerey. (16)

Dopo aver dato fuoco all’Europa insieme a Stalin, Hitler scaglierà la Germania contro L’URSS, nel 1941, in una prospettiva imperialistica, per dominare tutta l’Europa e per conquistare gli spazi dell’impero russo.

Stalin, aggredito da Hitler, si allea con gli USA e dopo la seconda guerra mondiale conserva le conquiste fatte grazie all’alleanza con la Germania nazista: Polonia e paesi baltici. La storia dell’imperialismo e del terrore comunista ( considerando anche la Cina, la Cambogia e gli altri satelliti ) che è continuata anche dopo la seconda guerra mondiale, ha portato ad un costo totale, in termini di vittime, di 212 milioni di persone.(17)

Pochi sanno che, dopo la seconda guerra mondiale, nazisti e comunisti sono tornati all’antico amore del 1939: il politologo Pierre Faillant de Villemarest ricordava che i maggiori esponenti nazisti, in America del Sud, passarono al servizio del KGB.

Martin Bormann, delfino di Hitler, era convinto della coincidenza ideologica fra il nazismo ed il comunismo: nel 1939 la sua funzione era quella di collaboratore diplomatico con i comunisti russi.

Dopo la guerra viene costruita la montatura della sua morte mentre, in realtà, Bormann muore nel 1959 in Paraguay.

Nel 1946 Bormann, considerando un errore la rottura del patto tedesco – sovietico del 1939, diventò agente operativo del KGB in sudamerica e nel 1949 lanciò un appello a tutti i rifugiati tedeschi in sudamerica affinché lavorassero per Mosca. (18)

Il nazista Walter Rauff, che ha costruito la via romana di evasione dei nazisti verso l’America meridionale, verrà protetto da Salvador Allende, presidente social – comunista del Cile, perché era passato al servizio del KGB insieme ai maggiori esponenti nazisti in America.

Simon Wiesenthal si lamentò perché Allende non gli aveva voluto consegnare Walter Rauff e altri nazisti rifugiati in Cile.(19)

( Bruto Maria Bruti )

Bibliografia:

1) cfr Luciano Pellicani, Il nazismo come movimento gnostico di massa,
MondOperaio, marzo 1993, pp.86-99, in particolare pp. 88-89.

2) Cfr Ernesto Galli Della Loggia, Intervista sulla destra, a cura di
Luciano Caracciolo, Laterza, Bari 1994, pp. 83-84, 89

3) Cfr George Mosse, Il razzismo in Europa, dalle origini all’
olocausto, Mondadori, Milano 1992, pp.165-167;

cfr Zeev Sternhell, La destra rivoluzionaria, Corbaccio, Milano 1997, pp.
201-202

4) Marx e Engels, Opere 1843 – 1844, vol.III, ed. Riuniti, Roma 1976,
p.187

5) Karl Marx, Lettera del 2 dicembre 1863 a Friedrich Engels, in Marx e
Engels, Werke, Berlin, Dietz Verlag, 1974, Vol. XXX, p. 376, cfr Richard Wurmbrand, L’altra faccia di Carlo Marx, Editrice Uomini Nuovi, Marchirolo ( Varese ) 1984, trad. italiana di Riccardo M. degli Uberti, pp.39 – 40

6) Adolf Hitler, Mein Leben, ed. sentinella d’Italia, p.342

7) cfr Giuseppe Sermonti, Roberto Fondi, Dopo Darwin, critica all’
evoluzionismo, Rusconi, Milano 1980, p.6

8) cfr James Rachels, Creati dagli animali, implicazioni morali del
darwinismo, edizioni di comunità, Milano 1996, p .77

9) cfr James Rachels, ivi, p.4; cfr Richard Wurmbrand, op.cit., p.80

10) cfr Zeev Sternhell, op. cit., pp.173 – 174

11) cfr Oscar Sanguinetti, Le fonti finanziarie del comunismo e del
nazionalsocialismo, Quaderni diCristianità, anno 1, n.1, Piacenza, Primavera 1985, p.49

12) cfr Ugo Finetti, Le amnesie dei comunisti, Studi Cattolici, novembre
1999, anno XLIII, n.465, Ares, Milano, p.772, 774

13) ibidem, p.774

14) cfr Bertrand de Jouvenal, Un voyageur dans le siècle, Laffont, 1979,
pp. 230-231

15) cfr Luciano Gulli, Comunismo, 212 milioni di morti, le vittime
ricordate in un convegno

organizzato a Milano da Alleanza Cattolica, Il Giornale 18- 03 -1995, pp.20-21; cfr Robert

Conquest, Il Grande terrore, Rizzoli, Milano 1999; cfr AAVV Il libro nero del comunismo,

Mondadori, Milano 1997

16) cfr Ugo Finetti, op.cit, pp.773

17) cfr nota n.15

18) cfr Daniela Serpi, A colloquio con Faillant de Villemarest sul potere
degli eredi del PCUS,

L’economia parallela dei comunisti russi, Il Secolo d’Italia, 13 dicembre 1994, p.15

19) cfr Pierre Faillant de Villemarest, La Santa Sede e i dossier
nazionalsocialisti d’Argentina,

Cristianità, n.204, Piacenza,aprile 1992, pp.9-10

Don Andrea Santoro nel ricordo di una volontaria in Turchia

don-andrea-santoro-660x330Voleva aprire una finestra che permettesse uno scambio di doni tra la Chiesa cristiana occidentale e quella orientale, riscoprire il flusso di linfa che unisce la radice ebraica e il tronco cristiano, incoraggiare un dialogo sincero e rispettoso tra il patrimonio cristiano e il patrimonio musulmano, una testimonianza del proprio vivere e sentire.

Antiochia – E’ domenica. Ho appena terminato l’ora di catechismo con i 12 bambini della nostra parrocchia qui ad Antiochia, nel sud della Turchia .
P. Domenico mi blocca in giardino.“Ha appena telefonato il vescovo. Hanno sparato a don Andrea neanche un’ora fa. Morto sul colpo”. Don Andrea Santoro, il parroco di Trabzon. Non ci posso credere.
Di lui mi ha sempre colpito la tenacia e la serietà. Incontri rapidi, fugaci, i nostri. Ma sempre intensi e con al centro Dio, la sua Parola, il suo Verbo, Gesù Cristo, senza mezzi termini.
Mi raccontano che già nel 1993 era venuto in visita in Turchia e qui ad Antiochia (nella foto) si era fermato una ventina di giorni: era il suo primo pellegrinaggio in questa che lui definiva la “grande terra santa dove Dio ha deciso di comunicarsi in maniera speciale all’uomo”. E proprio nella città dove per la prima volta i discepoli di Gesù furono chiamati cristiani ci tenne a svolgere gli esercizi spirituali in solitudine.
Volle incontrarsi anche con l’abuna ortodosso della città ed egli, quasi segno promonitore, cogliendo in lui la passione per i cristiani di questa terra di Turchia, gli regalò un piccolo frammento di ferro gelosamente custodito nel basamento del tabernacolo dell’antica chiesa greco-ortodossa di Antiochia. Frammento che la tradizione vuole essere stata una scheggia di uno dei chiodi di Gesù. Era il 30 novembre, festa di sant’Andrea e il sacerdote, onorato di tale prezioso dono nel giorno del suo onomastico, lo portò con sé di ritorno a Roma.
Fu come un chiodo che rimase nella sua carne.
Da subito il fascino per questa terra lo ammaliò, in essa riconobbe “le sue ricchezze e la sua capacità – grazie alla luce che Dio vi ha immesso da sempre – di illuminare il nostro mondo occidentale. Ma – diceva – il Medio Oriente ha le sue oscurità, i suoi problemi spesso tragici, i suoi vuoti. Ha bisogno quindi a sua volta che quel Vangelo che di lì è partito vi sia di nuovo riseminato e quella presenza che Cristo vi realizzò vi sia di nuovo proposta”.
Da allora con insistenza aveva chiesto di poter venire quaggiù come fidei donum.
E io lo conobbi ad Istanbul, alla fine del 2001 mentre insieme ci cimentavamo nello studio del turco.
Vent’anni più grande di me, lo studio per lui fu veramente faticoso, ma non mollava: era troppo importante per lui l’uso della lingua locale per poter comunicare direttamente con la gente ed entrare in sintonia con loro. Diceva: “Il turco è una lingua molto difficile e io sono l’ultimo della classe. Non so come andrà a finire, ma “essere l’ultimo” è comunque utile: aiuta a sentirsi davvero ultimi, con un’umiltà reale e quotidiana”. Anche a distanza di tempo ammetteva: “La lingua continua ad essere un’esperienza di povertà: dover sempre imparare, poter dire solo un’infinitesima parte di quello che si vorrebbe dire, riparare i malintesi dovuti proprio alla lingua e subito risanarli, oltre che con le dovute scuse, anche con squisiti cioccolatini italiani”, confessava con il suo sorriso ironico. E poi proseguiva: “Nel preparare le mie omelie ho scoperto che la povertà della lingua mi spinge all’essenzialità, la sua novità mi fa cogliere meglio la novità del Vangelo, la diversità degli uditori (quasi tutti ex musulmani) mi costringe ad andare al cuore dell’annuncio e me ne mostra le insospettabili ricchezze”.
Volle andare ad Urfa, nel sud est della Turchia, ai confini con la Siria, dove rimase tre anni come presenza orante e silenziosa, in quella città – patria di Abramo – dove non si conta neppure un cristiano. Eppure anche lì era riuscito a farsi benvolere da tutti, persino dall’imam della moschea vicina.
E così motivava il senso della sua presenza lì: “Urfa (con Harran, il villaggio di Abramo a circa 45 chilometri dalla città) è per me sempre l’eco delle parole dette da Dio ad Abramo: “Lascia la tua terra, la tua patria, la casa di tuo padre verso una terra che ti indicherò… io ti benedirò e tu sarai una benedizione per tutti i popoli della terra”. Urfa – ci diceva – è la “partenza” di ogni giorno. Urfa è Dio che con una intelligenza, un potere e un amore più grande del nostro ha i suoi disegni su di noi e ci chiede disponibilità. Urfa è la potenza di una benedizione, di una gioia e di una fecondità senza fine, di cui Dio si rende garante. Urfa rimane la radice e la bussola del nostro muoverci in Turchia e in Medio Oriente”.
Continuerà a portarsi nel cuore questa città, anche quando gli sarà chiesto di spostarsi al nord, sul mar Nero, a Trabzon, per essere parroco della chiesa di santa Maria (fondata da tempi antichi dai cappuccini), rimasta “sprovvista” di un prete da più di tre anni.
Duecentomila abitanti, molte mosche, una chiesa, una piccola comunità cattolica di circa 15 persone, una più folta comunità ortodossa sparsa per la città, un’emigrazione femminile dall’Est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento, un fiume di giovani musulmani che visitano la chiesa. “Qui c’è un mondo caro a Dio”, scriveva don Andrea appena approdato a Trabzon, sulla sua “Finestra per il Medio Oriente” lettera di collegamento (che poi è diventata anche un sito) da lui fondata “per raccogliere da questa terra le grandi ricchezze che Dio vi ha deposto e per spedire da lì a qui le ricchezze che Dio ha fatto maturare nei secoli. Un vero e proprio scambio di doni umani, spirituali, culturali e religiosi che possono arricchire entrambi e contrastare quello scambio di odio, di minacce e di guerra che troppo spesso è all’orizzonte”.

Questo il suo obiettivo da sempre: “Aprire una finestra che permettesse uno scambio di doni tra la Chiesa cristiana occidentale e quella orientale, riscoprire il flusso di linfa che unisce la radice ebraica e il tronco cristiano, incoraggiare un dialogo sincero e rispettoso tra il patrimonio cristiano e il patrimonio musulmano, una testimonianza del proprio vivere e sentire. Attraverso anzitutto la preghiera, l’approfondimento delle Sacre Scritture, l’Eucaristia, la fraternità, l’amicizia fatta di ascolto, di accoglienza, di dialogo, di semplicità, la testimonianza sincera del proprio credere e del proprio vivere”.
Ormai la distanza geografica tra noi si era fatta notevole – più di mille chilometri tra l’estremo nord dove si trovava lui e l’estremo sud della Turchia dove mi trovo io – eppure, appena poteva, continuava a partecipare ai ritiri mensili organizzati dal Vicariato dell’Anatolia per noi, sparuto gruppetto di religiosi, religiose e laici impegnati, sparpagliati in tutta l’Anatolia, a servizio della Chiesa locale.
Il Natale di due anni fa cominciò a confidarci la sua preoccupazione per le prostitute e il suo desiderio di fare qualcosa per loro a Trabzon. “La prima volta che passai davanti ad un locale dove conosciamo bene le ragazze (quasi tutte cristiane dell’Armenia) ci invitarono ad entrare e a prendere un tè. Con me c’era suor Maria con la croce al collo. Dico che è una monaca. Si parla dei loro figli, dei monasteri che ci sono da loro, della vita difficile nella loro terra… una di loro è pediatra. Qualche giorno dopo, sempre pregando, passeggiamo nella via principale dello stesso quartiere.

Una signora che invitava i suoi clienti da un vicolo laterale vede la croce al collo di suor Maria e sbracciandosi ci viene incontro. Bacia la croce e la mano della suora, si fa il segno della croce e l’abbraccia, chiedendole se ha bisogno di qualcosa. Il protettore si avvicina un po’ infastidito, gli dico che la donna è cristiana e che anche noi lo siamo. I locali sono pieni di donne, spesso giovanissime. Che fare? Lo chiedo ogni giorno al Signore: che ci apra una porta, chiami qualcuna di esse a cambiare vita e ad aiutare le altre, tocchi il cuore di qualche protettore, mandi qualcun altro a collaborare con noi”.
Ho saputo dal vescovo che tempo addietro don Andrea è stato persino in Georgia per prendere contatti con la Chiesa locale in aiuto a queste donne. Una pista d’indagini sul suo omicidio sospetta che il delitto sia legato alla mafia implicata nel traffico di prostitute cristiane provenienti da paesi dell’ex Unione Sovietica.
Un’altra pista, invece, punta sulla provocazione politico-religiosa, sostenendo che l’intento degli istigatori del delitto è stato quello di provocare un conflitto tra la religione islamica e quella cristiana, conflitto attualmente immotivato e inesistente in Turchia, ma esasperato un po’ in tutti gli Stati islamici in seguito alle vignette blasfeme pubblicate in Danimarca
Eppure, penso, una persona più innocua e mansueta di don Andrea, dove trovarla?  Ricordo ancora chiaramente le sue parole l’ultima volta – due mesi fa – che l’ho visto ad Iskenderun, nella sede del Vicariato Apostolico dell’Anatolia.
Durante il nostro ritiro mensile si parlava di Croce e lui non esitava a dire: “Spesso mi chiedo perché sono qui e allora mi viene in mente la frase di san Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne. In Medio Oriente Satana si accanisce per distruggere, con la memoria delle origini, la fedeltà ad esse. Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu abitato ieri da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita, con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della testimonianza, con il dono consapevole della vita”. Poi fece una lunga pausa.

Si tolse gli occhiali a mezza luna tenuti sulla punta del naso, lasciandoli penzolare al collo e con ancor più serietà e pacatezza continuò parlando quasi tra sé: “Mi convinco alla fine che non si hanno due vie: c’è solo quella che porta alla luce passando per il buio, che porta alla vita facendo assaporare l’amaro della morte. Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto Gesù”. Scese il silenzio nella sala.
Non una parola di più, non una di meno. Poi guardò l’orologio. Si alzò di fretta, si scusò e prendendo la sua piccola valigia uscì di corsa dalla stanza. Non voleva rischiare di perdere l’aereo per tornare il più in fretta possibile nella “sua Trabzon”.
Era inginocchiato a pregare in chiesa quando ieri un proiettile l’ha colpito al cuore.
Mariagrazia Zambon -AsiaNews

Otranto. 800 cristiani uccisi dai dai Turchi in odio alla fede (2 parte)

santi-di-otrantoTORNA ALLA PRIMA PARTE

Qual è la storia della vicenda terribile dei martiri di Otranto? L’Otranto cristiana aveva raggiunto il suo momento significativo di splendore nei secoli X-XV. Varie espressioni lo attestano: la costruzione della Cattedrale nel 1088 con il mosaico pavimentale del 1165; il fiorente monastero italo-greco di San Nicola di Casole; la vivace scuola Talmudica; una scuola pittorica molto rinomata nelle maestranze. Tutto questo splendore venne interrotto, quasi per incanto, nel luglio del 1480 ad opera del pascià Gedik Akmet, inviato da Maometto II per nuove conquiste ed estendere il dominio dell’Islam in Italia ed anche in tutta l’Europa. Nel giugno 1480 Maometto II toglie l’assedio a Rodi, difesa strenuamente dai suoi cavalieri, e punta decisamente la sua flotta verso l’Adriatico, senza più timore di ostacoli.

 

Verso l’eccidio del 14 agosto 1480

28 luglio 1480. Il pascià Gedik Ahmed, uno dei più formidabili fra i generali ottomani, da poco elevato alla carica di “sançak bey” di Valona in Albania (cioè governatore del sangiaccato – parte di una provincia – di Valona) il 28 luglio 1480 sferrò per ordine di Maometto II un grande attacco all’Italia. Il sultano Maometto II prese a pretesto presunti diritti da parte dei Turchi all’eredità dei principi di Taranto. La verità è che il sultano pare ambisse a conquistare Roma e l’Italia, come pure a distruggere il potere del re di Napoli, colpevole di avere aiutato gli insorti Albanesi. L’armata turca del pascià Gedik Ahmed in realtà aveva intenzione di approdare a Brindisi, il cui porto era più ampio e più comodo. Da Brindisi poi, secondo i piani del sultano Maometto II, avrebbe dovuto risalire l’Italia fino a Roma, sede del Papato, principale e naturale nemico dell’Islam.

Il sultano, dopo avere espugnato Bisanzio ventisette anni prima, sognava di coronare la sua opera trasformando san Pietro in una stalla per i suoi cavalli. Grazie alla cinica neutralità di Venezia, l’attraversamento del Canale di Otranto fu tranquillo. Tuttavia, un forte vento contrario costringe la flotta turca, partita da Valona con 90 galee, 15 maone, 48 galeotte e 18 mila soldati a bordo, a toccare terra 50 miglia più a Sud e a sbarcare a qualche chilometro da Otranto, vicino a Roca. I capitani del presidio di Otranto, appresa la notizia, inviano subito una missiva al re di Napoli Ferrante di Aragona, chiedendo un suo sollecito aiuto: in città vi era, infatti, solo una guarnigione di 450 uomini (il re di Napoli aveva inviato soltanto 50 cavalieri capeggiati dal barone Francesco Zurlo e 400 fanti guidati dai baroni Giovanni Tarantino e Antonio Delli Falconi). Tuttavia il dispiegamento di queste forze era del tutto irrisorio, ben poco per contrastare migliaia di turchi. Il re di Napoli, prontamente informato dei preparativi turchi, aveva cercato di riunire un esercito per presidiare le coste pugliesi, tra cui Otranto, ma anche se i soccorsi fossero stati già pronti, non sarebbero giunti in tempo per la difesa e per venire in soccorso alla Città.

29 luglio 1480. La mattina di venerdì 29 luglio 1480 dagli spalti delle mura di Otranto si scorge all’orizzonte, sempre più visibile, la terribile armata musulmana.

Ai primi momenti dello sbarco vi furono isolate scaramucce fra le forze nemiche che sbarcavano e l’esercito otrantino escito dalla città per affrontare i Turchi nei pressi dei laghi Alimini (distanti circa 35 km da Lecce). E poiché gli invasori non sapevano muoversi in quanto poco pratici del luogo, furono costretti, dopo la perdita di un discreto numero di uomini, a ritirarsi sulle imbarcazioni. Ma ben presto i soldati, intimiditi dal continuo accrescersi della potenza del nemico, si rifugiarono nella città murata insieme al popolo, che viveva fuori dalle mura. La città è posta in stato d’assedio, tra l’inerzia dei principi e dei re cristiani. La guarnigione insieme a tutti gli abitanti abbandona il borgo in mano ai turchi e si ritirano nella cittadella, cioè nel Castello d’Otranto per resistere all’attacco. Intanto i Turchi, del tutto indisturbati, cingono d’assedio il castello, nel quale si erano rifugiati tutti gli abitanti del borgo; il pascià, dopo aver assestato il campo, invia a Otranto un interprete, proponendo una resa a condizioni vantaggiose: se non resisteranno all’Islam, uomini e donne saranno lasciati liberi e potranno rimanere senza alcun danno in città, ovvero andare dove ritengano più opportuno. La risposta al legato musulmano viene data da uno dei maggiorenti della città, l’anziano Ladislao De Marco: “Se il pascià vuole Otranto, venga a prenderla con le armi, perché dietro le mura ci sono i petti dei cittadini”. La maggior parte dei soldati della guarnigione, intanto, vinta dalla paura, durante la notte si cala con le funi dalle mura della Città e se la dà a gambe: a difendere Otranto rimangono solo i suoi abitanti.

11 agosto 1480. La cittadella, sprovvista di cannoni e le cui mura vengono continuamente colpite dalla formidabile artiglieria ottomana, che rovescia per giorni sulla città centinaia di grosse palle di pietra. Otranto resistette per quindici giorni ai vari assalti dei Turchi, che tentarono anche la scalata delle mura della città eroicamente difese dai cittadini e da un manipolo di soldati. Dopo due settimane di disperata resistenza, nella vana attesa di soccorsi da parte del re e di suo figlio don Alfonso duca di Calabria (da cui dipendeva la Città), viene espugnata dai Turchi. All’alba dell’11 agosto, le truppe ottomane concentrarono il loro fuoco contro uno dei punti più deboli delle mura. Non fanno fatica ad aprirsi una breccia e, da lì, irrompono in Città. A contrastarli accorrono i capitani baroni Francesco Zurlo con il figlio e Gianantonio Delli Falconi, con altri armati rimasti in Città e i cittadini che erano scesi per strada armati dalla testa ai piedi con gli attrezzi del proprio mestiere. La popolazione, molto religiosa, nei combattimenti, persuadeva il nemico urlando di voler morire in onore della fede di Cristo. Il terreno fu ceduto palmo a palmo, ma il nemico è preponderante: cadono tutti eroicamente con la sciabola in pugno. Nulla può arrestare più l’avanzata dell’orda.

Per le strade di Otranto, gli infedeli massacrano chiunque capiti loro a tiro, senza distinzione: “I Cittadini resistendo ritiravansi strada per strada combattendo, talché le strade erano tutte piene d’homini morti così de’ Turchi come de’ Cristiani et il sangue scorreva per le strade come fusse fiume, di modo che correndo i Turchi per la città perseguitando quelli che resistevano e quelli che si ritiravano e fuggivano la furia non trovavano da camminare se non sopra li corpi d’homini morti”. Si consuma un terribile massacro: secondo alcuni fonti i morti furono 12 mila e gli schiavi 5 mila, ma è dubbio che la città avesse tanti abitanti (la popolazione, secondo una stima più attendibile, contava 6 mila anime, costituite in prevalenza da pescatori, agricoltori e piccoli commercianti).

Uomini, donne e bambini cercano rifugio nella cattedrale di Otranto, il cuore religioso e civile della popolazione, davanti alla quale ci fu una estrema battaglia. Ma i Turchi riuscirono a travolgere la resistenza che era allo stremo delle forze ed entrarono nella cattedrale, dove avvenne una delle carneficine più terribili. La sua porta è difesa strenuamente come ultimo baluardo. Ma presto è vinta anche quest’estrema valorosa resistenza e dopo aver abbattuta la porta, gli invasori dilagarono nel tempio dove tutto il clero e i molti civili ivi rifugiatisi vennero sterminati. Successivamente, la chiesa in segno di ulteriore spregio fu ridotta a stalla per i cavalli. Particolarmente tragico fu il destino del comandante della guarnigione, il conte Francesco Largo: venne letteralmente segato vivo.

Durante la notte precedente quello sventurato giorno, l’arcivescovo Stefano Pendinelli insieme ai sacerdoti, frati e religiose aveva confortato tutto il popolo, prostrato e tremante, con la Santa Eucaristia. I Turchi, raggiunto l’arcivescovo che sedeva sul suo trono vestito con abiti pontificali e con in mano la croce, lo interrogarono su chi fosse; ed egli intrepidamente rispose: “Sono il rettore di questo popolo e indegnamente preposto alle pecore del gregge di Cristo”. E dicendogli uno di loro: “Smetti di nominare Cristo, Maometto è quello che ora regna, non Cristo”, egli rispose indirizzandosi a tutti: “O miseri ed infelici, perché vi ingannate invano? Poiché Maometto, vostro legislatore, per la sua empietà soffre nell’inferno con Lucifero e gli altri demoni le meritate pene eterne; ed anche voi, se non vi convertite a Cristo e non ubbidite ai suoi comandamenti, sarete nello stesso modo cruciati con lui, in eterno”. Gli invasori, dopo avergli invano intimato di non nominare più Gesù, lo decapitano con un solo colpo di scimitarra.

13 agosto 1480. Compiuto il saccheggio, il 13 agosto il pascià Gedik Ahmed chiede che gli sia presentata la lista dei superstiti fatti schiavi, escludendo le donne e i ragazzi al di sotto dei 15 anni. Sono circa ottocento.

 

14 agosto 1480. Il giorno successivo, si consumò il secondo atto della tragedia: 800 otrantini che si sono rifiutati di abiurare alla fede cattolica vengono decapitati. Il pascià Gedik Ahmet radunò gli ottocento e chiese loro, attraverso un prete nativo di Calabria, di nome Giovanni, apostata della fede, di abiurare la loro fede cristiana e abbracciare quella islamica, o morire di morte atroce. Antonio Primaldo, un anziano cimatore di panni, a nome di tutti, rispose: “Crediamo tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui”. E voltatosi ai compagni disse queste parole: “Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della Patria e per salvar la vita e per li Signori nostri temporali, ora è tempo che combattiamo per salvar l’anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in Croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella Fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la corona del martirio”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il pascià fece interrogare gli altri su che cosa intendessero fare. E questi, dandosi l’un l’altro coraggio, subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui”.

Ottocento volte “no”! Vengono tutti condannati a morte e trascinati sul Colle della Minerva. Girava intorno a loro un turco con alla mano una tabella vergata in carattere arabo. L’apostata interprete la presentava a ciascuno e ne faceva la spiegazione, dicendo: “Chi vuol credere a questa avrà salva la vita; altrimenti sarà ucciso”. Ratificarono tutti la professione di fede cristiana. Quindi, la carneficina ebbe inizio sul Colle della Minerva proprio da Antonio Primaldo, decapitato per primo. L’orrendo massacro lascia il colle della Minerva rosso di sangue, coperto quasi interamente dai corpi degli Ottecento.

È il 14 agosto, vigilia dell’Assunzione di Maria Santissima. Tra i vari eventi prodigiosi che raccontano le cronache, c’è il fatto che nonostante la decapitazione, il tronco di Primaldo sarebbe rimasto fermo in piedi, al suo posto. Un fenomeno che provocò la conversione di uno dei carnefici, un tale Berlabei, condannato poi all’impalazione. Da queste terribili stragi la Città di Taranto non si riprenderà mai più, diventando una località marginale rispetto a Lecce.

 

Riferir poche cose viste con i miei occhi. Espugnata Otranto, città della Provincia di Calabria, detta anche Japigia o Salentina, i Turchi, appena v’entrarono irruppero con grande violenza nella Chiesa cattedrale e uccisero numerosi tra i sacerdoti che stavano celebrando il sacrificio eucaristico. E giunti vicino all’Arcivescovo (Stefano Pendinelli) che era sulla sua cattedra episcopale vestito dei paramenti pontificali e con in mano la croce (…), uno di loro, impugnata la scimitarra, gli staccò la testa con un solo colpo. E così decapitato sulla propria cattedra, diventò martire di Cristo, nell’anno del Signore 1480, il giorno 11 di agosto. Al terzo giorno, il comandante dell’esercito, che i Turchi chiamano “Pascià”, ordinò che tutti i cristiani di sesso maschile, qualunque et essi avessero al di sopra dei quindici anni, fossero portati al suo cospetto, in una località chiamata “Campo di Minerva”, distante circa un miglio dalla città, dove egli era ancora attendato. Ed essendo stata condotta dinanzi a lui una moltitudine quasi innumerevole di cristiani, fece rivolgere loro (dall’interprete) la domanda per quale delle due scelte essi volessero optare: o rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce. Ed uno di essi, che gli era più vicino, rispose: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il Pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui”. E si sentì un mormorio tra di loro per lo spazio di circa un’ora, mentre si esortavano a vicenda e dicevano: “Moriamo per Gesù Cristo, tutti; moriamo volentieri, per non rinnegare la sua santa fede”. Allora il Pascià, stravolto dall’ira, comandò che tutti, sotto i suoi occhi, fossero passati a fil di spada (Dai “Commenti sull’Apocalisse” di Pietro Colonna detto il Galatino, Presbitero – Cod. Vat. Lat. 5567, foll. 147-148).

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Otranto. 800 cristiani uccisi dai dai Turchi in odio alla fede (3 parte)

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L’obiettivo del califfo Maometto II era di conquistare Roma, dopo aver gia’ preso Costantinopoli. Lo fermarono dei cristiani pronti a difendere la fede col sangue
Si legge nel Martirologio Romano, cioè nel calendario liturgico dei santi e beati aggiornato a norma dei decreti del Concilio Vaticano II e promulgato da Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ricorda e venera… “… i circa ottocento beati martiri che a Otranto, in Puglia, incalzati dall’assalto dei soldati ottomani a rinnegare la fede, furono esortati dal beato Antonio Primaldo, anziano tessitore, a perseverare in Cristo, e ottennero così con la decapitazione la corona del martirio”. Il martirio di questi ottocento avvenne nell’anno 1480 e nel giorno della loro memoria liturgica, il 14 agosto. Per loro, cinque secoli dopo, nel 1980, Giovanni Paolo II si recò a Otranto, la città italiana in cui furono martirizzati. E quest’anno, il 6 luglio, Benedetto XVI ha autenticato definitivamente il loro martirio, con un decreto promulgato dalla congregazione delle cause dei santi. Ma chi furono gli ottocento di Otranto? E perché furono uccisi? La loro storia è di straordinaria attualità. Come tuttora attuale è il conflitto tra islam e cristianesimo, nel quale essi sacrificarono la vita. È quanto mostra nel racconto che segue – apparso il 14 luglio scorso su “il Foglio” – Alfredo Mantovano, giurista cattolico, senatore della repubblica e conterraneo di quei martiri, nato nel sud della Puglia, la regione di Otranto: “Pronti a morire mille volte per Lui…” di Alfredo Mantovano

Il martirio del beato Antonio Primaldo e dei suoi compagni laici, “uccisi in odio alla fede” a Otranto il 14 agosto del 1480:
Antonio Primaldo è l’unico del quale è stato tramandato il nome. Gli altri suoi compagni di martirio sono ottocento ignoti pescatori, artigiani, pastori e agricoltori di una piccola città, il cui sangue, cinque secoli fa, è stato sparso solo perché cristiani. Ottocento uomini, i quali hanno subito cinque secoli fa il trattamento riservato nel 2004 all’americano Nick Berg, catturato da terroristi islamici in Iraq mentre svolgeva il suo lavoro di tecnico antennista e ucciso al grido di “Allah è grande!”. Il suo boia, dopo avergli recisa la giugulare, passò la lama attorno al collo, fino a staccare la testa, e quindi la mostrò come un trofeo. Esattamente come fece nel 1480 il boia ottomano con ciascuno degli ottocento otrantini.

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L’esecuzione di massa ha un prologo, il 29 luglio 1480. Sono le prime ore del mattino: dalle mura di Otranto comincia a scorgersi all’orizzonte e diventa sempre più visibile una flotta composta da 90 galee, 15 maone e 48 galeotte, con 18 mila soldati a bordo. L’armata è guidata dal pascià Agometh; e costui è agli ordini di Maometto II, detto Fatih, il Conquistatore, cioè il sultano che nel 1451, ad appena 21 anni, era salito a capo della tribù degli ottomani, a sua volta impostasi sul mosaico degli emirati islamici un secolo e mezzo prima. Nel 1453, alla guida di un esercito di 260 mila turchi, Maometto II aveva conquistato Bisanzio, la “seconda Roma”, e da quel momento coltivava il progetto di espugnare la “prima Roma”, la Roma vera e propria, e di trasformare la basilica di San Pietro in una stalla per i suoi cavalli. Nel giugno 1480 valuta i tempi maturi per completare l’opera: toglie l’assedio a Rodi, difesa con coraggio dai suoi cavalieri, e punta la flotta verso il mare Adriatico. L’intenzione è di approdare a Brindisi, il cui porto è ampio e comodo: da Brindisi progetta di risalire l’Italia fino a raggiungere la sede del papato. Un forte vento contrario costringe però le navi a toccare terra 50 miglia più a sud, e a sbarcare in una località chiamata Roca, a qualche chilometro da Otranto.

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Otranto era – ed è – la città più orientale d’Italia. Ha un passato ricco di storia: le immediate vicinanze erano abitate probabilmente già dal Paleolitico, certamente dal Neolitico. Era stata poi popolata dai messapi, stirpe che precedeva i greci, quindi – conquistata da costoro – era entrata nella Magna Grecia e, ancora, era caduta nelle mani dei romani, diventando presto municipio. L’importanza del suo porto le aveva fatto assumere il ruolo di ponte fra oriente e occidente, consolidato sul piano culturale e politico dalla presenza di un importante monastero di monaci basiliani, quello di san Nicola in Casole, di cui oggi restano un paio di colonne, sulla strada che conduce a Leuca. Nella sua splendida chiesa cattedrale, costruita fra il 1080 e il 1088, nel 1095 fu impartita la benedizione ai dodicimila Crociati che, al comando del principe Boemondo I d’Altavilla, partirono per liberare e per proteggere il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Di ritorno dalla Terra Santa, proprio a Otranto san Francesco d’Assisi era approdato nel 1219, accolto con grandi onori.

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Quando sbarcano gli ottomani, la città può contare su una guarnigione di soli 400 uomini in armi, e per questo i capitani del presidio si affrettano a chiedere aiuto al re di Napoli, Ferrante d’Aragona, inviandogli una missiva. Cinto d’assedio il castello, nelle cui mura si erano rifugiati tutti gli abitanti del borgo, il pascià Agometh, tramite un messaggero, propone una resa a condizioni vantaggiose: se non resisteranno, uomini e donne saranno lasciati liberi e non riceveranno alcun torto. La risposta giunge da uno dei maggiorenti della città, Ladislao De Marco: se gli assedianti vogliono Otranto – fa sapere – devono prenderla con le armi. Al nunzio è intimato di non tornare più, e quando arriva un secondo messaggero con la medesima proposta di resa, costui viene trafitto dalle frecce. Per togliere ogni equivoco, i capitani prendono le chiavi delle porte della città e in modo visibile, da una torre, le scagliano in mare, alla presenza del popolo. Durante la notte, buona parte dei soldati della guarnigione si cala con le funi dalle mura della città e scappa. A difendere Otranto restano soltanto i suoi abitanti.

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L’assedio che segue è martellante: le bombarde turche rovesciano sulla città centinaia di grosse palle di pietra (molte sono ancora oggi visibili per le strade del centro storico della città). Dopo quindici giorni, all’alba del 12 agosto, gli ottomani concentrano il fuoco contro uno dei punti più deboli delle mura: aprono una breccia, irrompono nelle strade, massacrano chiunque capiti a tiro, raggiungono la cattedrale, nella quale in tanti si sono rifugiati. Ne abbattono la porta e dilagano nel tempio, raggiungono l’arcivescovo Stefano, lì presente con gli abiti pontificali e con il crocifisso in mano. All’intimazione di non nominare più Cristo, poiché da quel momento comanda Maometto, l’arcivescovo risponde esortando gli assalitori alla conversione, e per questo gli viene reciso il capo con una scimitarra. Il 13 agosto Agometh chiede e ottiene la lista degli abitanti catturati, con esclusione delle donne e dei ragazzi di età inferiore ai 15 anni.

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Così racconta Saverio de Marco nella “Compendiosa istoria degli ottocento martiri otrantini” pubblicata nel 1905: “In numero di circa ottocento furono presentati al pascià che aveva al suo fianco un miserrimo prete, nativo di Calabria, di nome Giovanni, apostata della fede. Costui impiegò la satannica sua eloquenza a fin di persuadere a’ nostri santi che, abbandonato Cristo, abbracciassero il maomettismo, sicuri della buona grazia d’Acmet, il quale accordava loro vita, sostanze e tutti qui beni che godevano nella patria: in contrario sarebbero stati tutti trucidati. Tra quegli eroi ve n’ebbe uno di nome Antonio Primaldo, sarto di professione, d’età provetto, ma pieno di religione e di fervore. Questi a nome di tutti rispose: ‘Credere tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui'”. Aggiunge il primo dei cronisti, Giovanni Michele Laggetto, nella “Historia della guerra di Otranto del 1480” trascritta da un antico manoscritto e pubblicata nel 1924: “E voltatosi ai cristiani disse queste parole: ‘Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della patria e per salvar la vita e per li signori nostri temporali, ora è tempo che combattiamo per salvar l’anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la gloria del martirio’. A queste parole incominciarono a gridare tutti a una voce con molto fervore che più tosto volevano mille volte morire con qual si voglia sorta di morte che di rinnegar Cristo”.

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Agometh decreta la condanna a morte di tutti gli ottocento i prigionieri. Al mattino seguente, questi vengono condotti con la fune al collo e le mani legate dietro la schiena al colle della Minerva, poche centinaia di metri fuori dalla città. Scrive, ancora, De Marco: “Ratificarono tutti la professione di fede e la generosa risposta data innanzi; onde il tiranno comandò che si venisse alla decapitazione e, prima che agli altri, fosse reciso il capo a quel vecchio Primaldo, a lui odiosissimo, perché non rifiniva di far da apostolo co’ suoi, anzi in questi momenti, prima di chinare la testa sul sasso, aggiungeva a’ commilitoni che vedeva il cielo aperto e gli angeli confortatori; che stessero saldi nella fede e mirassero il cielo già aperto a riceverli. Piegò la fronte, gli fu spiccata la testa, ma il busto si rizzò in piedi: e ad onta degli sforzi de’ carnefici, restò immobile, finché tutti non furono decollati. Il portento evidente ed oltremodo strepitoso sarebbe stata lezione di salute a quegl’infedeli, se non fossero stati ribelli a quel lume che illumina ognuno che vive nel mondo. Un solo carnefice, di nome Berlabei, profittò avventurosamente del miracolo e, protestandosi ad alta voce cristiano, fu condannato alla pena del palo”. Durante il processo per la beatificazione degli ottocento, nel 1539, quattro testimoni oculari riferirono il prodigio di Antonio Primaldo, che restò in piedi dopo la decapitazione, e la conversione e il martirio del boia. Così racconta uno dei quattro, Francesco Cerra, che nel 1539 aveva 72 anni: “Antonio Primaldo fu il primo trucidato e senza testa stette immobile, né tutti gli sforzi dei nemici lo poter gettare, finché tutti furono uccisi. Il carnefice, stupefatto per il miracolo, confessò la fede cattolica essere vera, e insisteva di farsi cristiano, e questa fu la causa, perché per comando del bassà fu dato alla morte del palo”.

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Cinquecento anni dopo, il 5 ottobre 1980, Giovanni Paolo II si reca a Otranto per ricordare il sacrificio degli ottocento. È una splendida mattina di sole nella spianata sottostante il Colle della Minerva, dal 1480 chiamato Colle dei Martiri. Il pontefice polacco coglie l’occasione per rivolgere un invito, attuale allora come oggi: “Non dimentichiamo i martiri dei nostri tempi. Non comportiamoci come se essi non esistessero”. Il papa esorta a guardare oltre il mare, e richiama espressamente le sofferenze del popolo di Albania, al quale in quel momento, sottoposto a una delle più feroci realizzazioni del comunismo, nessuno rivolgeva l’attenzione. Sottolinea che “i beati martiri di Otranto ci hanno lasciato due consegne fondamentali: l’amore alla patria terrena e l’autenticità della fede cristiana. Il cristiano ama la sua patria terrena. L’amore della patria è una virtù cristiana”.

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Il sacrificio degli ottocento di Otranto non è importante soltanto sul piano della fede. Le due settimane di resistenza della città consentono all’esercito del re di Napoli di organizzarsi e di avvicinarsi a quei luoghi, così impedendo ai 18 mila ottomani di dilagare per la Puglia. I cronisti dell’epoca non esagerano nell’affermare che la salvezza dell’Italia meridionale fu garantita da Otranto: e non solo quella, se è vero che la notizia della presa della città inizialmente aveva indotto il pontefice allora regnante, Sisto IV, a programmare il trasferimento ad Avignone, nel timore che gli ottomani si avvicinassero a Roma. Il papa recede dall’intento quando il re di Napoli, Ferrante, incarica il figlio Alfonso, duca di Calabria, di trasferirsi in Puglia, e gli affida il compito di riconquistare Otranto. Il che accade il 13 settembre 1481, dopo che Agometh era tornato in Turchia e Maometto II era morto.

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Ciò che rende questo straordinario episodio pieno di significato, anche per l’uomo europeo di oggi, è che nella storia della cristianità non sono mai mancate testimonianze di fede e di valori civili, né sono mai mancati gruppi di uomini che hanno affrontato con coraggio prove estreme. Mai però è accaduto un episodio di proporzioni collettive così vaste: un’intera città dapprima combatte come può e tiene testa per più giorni all’assedio; e poi respinge con fermezza la proposta di abiurare la fede. Sul Colle della Minerva, al di fuori del vecchio Antonio Primaldo, non emerge alcuna individualità, se è vero che degli altri ottocento martiri non si conosce il nome: a riprova del fatto che non sono pochi singoli eroi, bensì è una popolazione intera che affronta la prova.

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Il tutto succede anche per l’indifferenza dei responsabili politici dell’Europa dell’epoca, di fronte alla minaccia ottomana. Nel 1459 il papa Pio II aveva convocato a Mantova un congresso al quale aveva invitato i capi degli stati cristiani, e nel discorso introduttivo aveva delineato le loro colpe di fronte all’avanzata turca. Ma benché in quella assise venga decisa la guerra per contenere questa avanzata, poi non segue nulla, a causa dell’opposizione di Venezia e della noncuranza della Germania e della Francia. Dopo che i musulmani conquistano l’isola di Negroponte, appartenente a Venezia, una nuova alleanza contro gli ottomani proposta da papa Paolo II viene fatta fallire dai signori di Milano e di Firenze, pronti ad approfittare della situazione critica nella quale si trova la Serenissima. Il decennio successivo, con Sisto IV che diventa pontefice nel 1471, registra l’omicidio di Galeazzo Sforza duca di Milano, l’alleanza antiromana del 1474 fra Milano, Venezia e Firenze, la fiorentina Congiura dei Pazzi del 1478 e la guerra che ne segue fra il papa e il re di Napoli, da una parte, e dall’altra Firenze, aiutata da Milano, da Venezia e dalla Francia… Il tutto con grande vantaggio per gli ottomani, come scrive Ludwig von Pastor nella sua “Storia dei papi”: “Lorenzo il Magnifico, che aveva ammonito Ferrante di non prestarsi al gioco e alle aspirazioni degli stranieri, fu proprio lui a sollecitare Venezia perché si accordasse con i turchi e li spingesse ad assalire le sponde adriatiche del regno di Napoli, al fine di turbare i disegni di Ferdinando e del figlio. […] La Serenissima, firmata nel 1479 la pace con i turchi aderì al disegno del Magnifico nella speranza di riversare sulla Puglia l’orda musulmana che da un momento all’alto poteva abbattersi sulla Dalmazia, dove sventolava il vessillo di san Marco. […] E gli uomini di Lorenzo il Magnifico non esitarono neppure […] a sollecitare Maometto II a invadere le terre del re di Napoli, ricordandogli i vari torti subiti da questi. Ma il sultano non aveva bisogno di questi consigli: da 21 anni attendeva il momento buono per sbarcare in Italia, e fino ad allora era stata proprio Venezia, la diretta avversaria sul mare, ad impedirglielo”.

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Se la storia non è mai identica a sé stessa, tuttavia non è arbitrario cogliere dai suoi sviluppi analogie e similitudini: esattamente mille anni dopo il 480, anno della nascita di san Benedetto da Norcia – un umile monaco alla cui opera l’Europa deve tanto della sua identità – altri umili interpretano l’Europa meglio e più dei loro capi, pronti a combattersi reciprocamente piuttosto che a fronteggiare il nemico comune. Quando gli otrantini si trovano di fronte alle scimitarre ottomane, non traggono dal disinteresse dei re il motivo per un proprio disimpegno; forti della cultura nella quale sono cresciuti, pur se la gran parte di loro non ha mai imparato l’alfabeto, sono convinti che resistere e non abiurare la fede costituisca la scelta più naturale. Si provi a parlare oggi con un nostro soldato che è tornato dall’Iraq o dall’Afghanistan, dopo aver completato il periodo di missione: ciò che si ascolta con maggiore frequenza è la sua meraviglia per le discussioni e per i contrasti infiniti sulla nostra presenza in quelle regioni. Per questi soldati è naturale che si vada ad aiutare chi ha necessità di sostegno, e che si garantisca la sicurezza della ricostruzione contro gli attacchi terroristici. A Otranto nel 1480 nessuno ha esposto bandiere arcobaleno, né ha invocato risoluzioni internazionali, né ha chiesto la convocazione del consiglio comunale perché la zona fosse dichiarata demilitarizzata; nessuno si è incatenato sotto le mura per “costruire la pace”. Per due settimane, i quindicimila abitanti della città hanno bollito olio e acqua, finché ne hanno avuti, e li hanno rovesciati dalle mura sugli assedianti. E quando sono rimasti in vita soltanto ottocento uomini adulti e sono stati catturati, sono andati incontro di loro volontà alla fine che oggi fanno in Iraq e in Afghanistan gli iracheni, gli afgani, gli americani, gli inglesi, gli italiani, e altri ancora, quando vengono sequestrati dai terroristi. Ottocento teste sono state tagliate una dopo l’altra, senza che, in quell’epoca, dei cronisti politicamente corretti ne censurassero il racconto. Se oggi conosciamo bene questa straordinaria vicenda, è perché chi l’ha descritta è stato oggettivo e rigoroso.

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Oggi l’Europa è attaccata non – come nell’episodio storico richiamato – da una compagine islamica istituzionalmente organizzata, bensì da un insieme di organizzazioni non governative di ultrafondamentalisti islamici. Tenuta presente questa differenza strutturale, non è fuori luogo chiedersi quanto c’è oggi in occidente, in Europa, in Italia, di quella “naturalità” che ha portato una intera comunità a “difendere la pace della propria terra” fino al sacrificio estremo. Il quesito non è fuori luogo, se si riflette che nella lotta al terrorismo un elemento realmente decisivo è la saldezza del corpo sociale, o comunque di gran parte di esso, di fronte alla minaccia e ai modi più efferati di concretizzazione della stessa. La memoria di Otranto non vale soltanto a sottolineare che vi sono momenti in cui resistere è un dovere, ma prima ancora a ricordare a noi stessi chi siamo e da quali comunità discendiamo.

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È importante ricordare che nel 1571, novant’anni dopo il martirio di Otranto, una flotta di stati cristiani arresta l’avanzata turco-islamica nel Mediterraneo al largo di Lepanto. Lo scenario europeo non era migliorato: la Francia faceva lega con i principi protestanti tedeschi per contrapporsi agli Asburgo e si compiaceva della pressione che i turchi esercitavano contro l’impero asburgico nel Mediterraneo. Parigi e Venezia non avevano mosso un dito per difendere i Cavalieri di Malta dall’assedio navale condotto contro di loro da Solimano il Magnifico. Questo vuol dire che la vittoria di Lepanto non è stata il frutto della convergenza di interessi politici; al contrario, si è realizzata nonostante le divergenze. La straordinarietà di Lepanto sta nel fatto che nonostante tutto, per una volta, principi, politici e comandanti militari hanno saputo accantonare le divisioni e unirsi per difendere l’Europa. Questa unione si è realizzata soprattutto perché la politica europea del XVI secolo conservava una visione del mondo sostanzialmente comune, fondata sul cristianesimo e il diritto naturale. E se oggi tante menti agnostiche abitano l’Europa in piena libertà, è anche perché qualcuno a suo tempo ha speso tempo, energie e anche la propria vita per la buona causa, dal momento che la vittoria degli altri avrebbe fatto cadere in mani musulmane l’Italia e forse anche la Spagna.

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Otranto insegna che una civiltà culturalmente omogenea – o anche solo in prevalenza animata da principi di realtà – è capace di reagire in modo sostanzialmente compatto a difesa della propria pace, e lo fa senza calpestare la propria identità e la propria dignità. Oggi la cristianità romano–germanica come civiltà omogenea non esiste più. Né vale la tesi secondo la quale la cristianità, finché è esistita, sarebbe stata una realtà speculare alla comunità islamica. Tre differenze strutturali impediscono qualsiasi sovrapposizione o analogia rispetto alla “umma” islamica: nella cristianità vi è distinzione fra la sfera politica e quella religiosa, vi è il fondamento del diritto naturale, vi è il rispetto della coscienza della persona umana. La riflessione su quanto accaduto nel 1480 permette tuttavia di individuare tre capisaldi attorno ai quali rifare unità: e cioè il riferimento al diritto naturale, la riscoperta delle radici cristiane dell’Europa e l’amor di patria, quest’ultimo esplicitamente evocato da Giovanni Paolo II quale lascito dei martiri di Otranto.

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Nella Sacra Scrittura, quando Dio mette a conoscenza Abramo dell’intenzione di distruggere Sodoma e Gomorra (Genesi 18, 16 ss). Abramo tenta di intercedere e gli dice: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse ci sono 50 giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Ricevuta l’assicurazione da Dio che per riguardo a quei 50 giusti avrebbe perdonato l’intera città, Abramo va avanti, in una sorta di ardita trattativa: e se ce ne fossero 45, 40, 30, 20, o soltanto 10? La risposta di Dio è la medesima: “Non la distruggerò per riguardo a quei dieci”. Ma non se ne trovarono né 50, né 45, né 30, né 20 e neanche 10; e le due città furono distrutte. Questa pagina della Scrittura è terribile per la sorte di annientamento che prospetta alle civiltà che rinnegano i valori inscritti nella natura dell’uomo. È una pagina che è stata dolorosamente riletta tante volte, soprattutto nel XX secolo, di fronte alle rovine del nazionalsocialismo e del socialcomunismo realizzato. Ma è altrettanto confortante per chi ritiene che la centralità dell’uomo e la coerenza con i principi costituiscano non soltanto il punto di partenza, ma pure la strategia per chiunque voglia fare politica.

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Nel 1480 quel brano della Genesi trova un’applicazione particolare: l’Europa, ma in particolare la sua città più importante, Roma, vengono risparmiate dalla distruzione non “per riguardo”, bensì “per il sacrificio” di 800 sconosciuti pescatori, artigiani, pastori e agricoltori di una città marginale.  I martiri di Otranto attendono: le loro ossa accolgono chi visita la cattedrale ordinate in più teche, nella cappella situata alla destra dell’altare maggiore. Ricordano che non solo la fede, ma anche la civiltà hanno un prezzo: un prezzo non monetizzabile, paradossalmente compatibile con l’aver ricevuto la fede e la civiltà come doni inestimabili. Quel prezzo viene chiesto a ciascuno in modo differente, ma non ammette né saldi né liquidazioni. di Sandro Magister

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XXI secolo, i martiri danno fastidio

martiri chiesaDon Andrea Santoro, il sacerdote romano assassinato in Turchia, è un martire del nuovo millennio. Di lui s’è molto parlato e scritto, in Italia e non solo. Anche Benedetto XVI per lui ha usato parole impegnative. Ma per uno che finisce in prima pagina – in virtù delle particolari circostanze dell’uccisione – quanti ogni anno versano il loro sangue nel disinteresse dei cattolici stessi e nell’oblio colpevole dei media? In molti posti al mondo, testimoniare Cristo può costare la vita. Accade oggi, nel XXI secolo. Come accadeva agli inizi della storia cristiana.

Se nella cultura attuale il tema-martirio trova scarsa audience o – addirittura – suscita avversione, è anche per una malintesa e fuorviante concezione della fede radicatasi in taluni. C’è, infatti, chi opera un’equazione assolutamente indebita tra il praticare una fede e l’essere intolleranti, come se automaticamente la “pretesa” di aderire a una verità trascendente si traducesse in prevaricazione sull’altro e, in ultima analisi, in violenza. Il martirio, letto così, altro non sarebbe che l’effetto collaterale di una fede troppo sicura di sé. Detto in modo più diretto: i martiri sarebbero gente incapace di “mediare”, di accettare e di farsi accettare nello scenario di pluralismo religioso odierno. In definitiva: se la sono… cercata. A questa concezione fa pendant un concetto assolutamente improprio di dialogo, secondo il quale le religioni dovrebbero abbandonare le loro pretese universalistiche per trovare un minimo comun denominatore, in nome del quieto vivere (e – aggiungo io – del relativismo culturale imperante). Secondo tale ottica il martire sarebbe uno che, non sapendo “dialogare”, ha voluto chiudersi nel bozzolo del suo fanatismo, andando perciò incontro all’incomprensione e, in definitiva, all’ostilità. Un’ostilità che poteva essere evitata, se solo non fosse stato così “fondamentalista”…

Si tratta di una caricatura profondamente ingiusta, oltre che pericolosa, del martirio cristiano. La realtà, per chi la guarda con occhi limpidi, è un’altra. Ogni giorno migliaia di cristiani – in Pakistan, Indonesia, Sudan, Nigeria, Cina, Colombia… – sono oggettivamente esposti al rischio della discriminazione, dell’arresto arbitrario, del pestaggio, e non di rado della morte, semplicemente a motivo della loro fedeltà al Vangelo. Da questo punto di vista i missionari occidentali – se talvolta finiscono nel mirino dei fondamentalisti in quanto stranieri – sono comunque meno esposti di molti laici e religiosi locali per i quali, in caso di morte violenta, non si scomoderanno le tv e non si muoverà nessuna ambasciata.

Non è forse scandaloso tutto ciò, in un’epoca che si fregia di voler estendere i diritti umani a ogni latitudine? Forse che il diritto di credere non appartiene al novero dei diritti umani fondamentali?
Nell’estate del 2005 ho incontrato a Guangzhou, nel corso di un viaggio in Cina, padre Tan Tiande, un sacerdote novantenne che ha passato trent’anni nei campi di lavoro forzato. Un “martire vivente”, insomma. Ebbene, padre Tiande mi ha descritto minuziosamente le durissime condizioni di vita in quell’inferno (qualcosa di molto simile a un lager), nell’estremo nord della Cina: d’inverno la temperatura scendeva a meno 30, lo stomaco era costantemente nella morsa della fame, punizioni corporali e oppressione psicologica erano all’ordine del giorno e così via. Eppure mai, nemmeno per un momento, padre Tiande ha avuto parole di odio o vendetta per i suoi carcerieri. Che differenza con tanti alfieri del martirio di casa nostra, così pronti a intingere la penna della denuncia (giusta e doverosa, per carità) nell’inchiostro di un risentimento che di evangelico ha poco o nulla!

Anche se ce ne siamo dimenticati o, pur sapendolo, non amiamo rammentarlo, il punto è che l’esperienza del martirio è connaturale alla vocazione cristiana e alla vicenda missionaria in quanto tale. Chi annuncia e testimonia Cristo “e questi crocifisso” (1Cor 2,2) non può non mettere in conto l’incomprensione di chi ascolta, finanche la reazione violenta, di una violenza che può sfociare nella tortura o nell’omicidio. Il Nazareno, a suo tempo, era stato estremamente chiaro: «Se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi…» (Gv 15,20).

Oggi siamo preoccupati, e giustamente, del montare del fondamentalismo islamico che semina terrore e morte in molte parti del mondo. Sarebbe però fuorviante pensare che esso rappresenti l’unica prova per i credenti in Cristo. I dati dicono altrimenti. In realtà, ogni volta che il cristiano, in nome del Vangelo, si assume il rischio di testimoniare l’amore per i nemici, la tensione infaticabile al dialogo, la ricerca della pace, ebbene, ogni volta che in qualche modo il cristiano va controcorrente rispetto alla cultura dominante, si mette in una condizione di estrema vulnerabilità, una condizione che a volte assume il volto dell’ostilità latente, altre quello dell’aperta persecuzione. In ogni caso, a quanti si comportano così, mostrando con le parole e con la vita di avere solo Dio per Signore, appare chiaro che la loro testimonianza, la loro semplice presenza in determinati contesti può dar fastidio. A dispetto delle più pacifiche intenzioni.

È il caso dei sette monaci del monastero di Notre Dame de l’Atlas, a Tibhirine, in Algeria, sequestrati dieci anni fa (nella notte del 26-27 marzo 1996) dai terroristi appartenenti ad una cellula del Gruppo islamico armato e trovati uccisi il 30 maggio di quell’anno. I martiri di Tibhirine per molti aspetti sono un’icona del martirio del nostro tempo. Agli occhi del mondo appaiono come pazzi: hanno sfidato la morte (perdendo), pur di restare – loro, occidentali, nel mirino degli estremisti islamici – in una terra dove, peraltro, la loro presenza non ha portato a conversioni di massa o all’edificazione di chissà quale Chiesa. Eppure, la loro scelta di rimanere in Algeria, nonostante il crescente clima di terrore e l’assassinio di numerosi preti e religiosi, è stata un segno forte, di grande qualità evangelica. La consapevolezza di andare incontro alla morte, acconsentendo senza riserve, e l’offerta della vita, perdonando agli aggressori, sono testimoniate dal bellissimo testamento spirituale del priore e da altri testi dei suoi confratelli: autentici tesori di spiritualità del XX secolo.
Gerolamo Fazzini

Maria nell’islam e nel cristianesimo

Madonna con bambino“L’Egitto e’ la culla della religione, il simbolo della maesta’ delle
religioni monoteistiche. Sul suo suolo e’ cresciuto Mosè, qui gli si e’
manifestata la luce divina e qui Mose’ ha ricevuto il messaggio sul Sinai.
Sul suo suolo gli egiziani hanno accolto Nostra Signora la Vergine Maria e  suo figlio e sono morti martiri a migliaia per difendere la Chiesa del  Signore il Messia.”

Quanto appena citato non è un estratto di un testo di  storia né di storia delle religioni, bensì un estratto dal preambolo della  nuova costituzione egiziana. Subito dopo si fa ovviamente cenno alla venuta  dell’islam, ma il riferimento alla Vergine Maria non può che stupire e fare  riflettere sulla centralità della madre di Gesù nell’islam. Di fatto Maria dovrebbe diventare, e vedremo per quali ragioni, il vero punto di incontro  tra islam e cristianesimo.
In primo luogo, Maria è l’unica donna a cui il Corano dedica una sura, la  XIX, ed il suo nome nel testo sacro dell’islam è citato ben 34 volte.

Maria viene consacrata a Dio dalla madre Anna: “O Signore, io voto a te ciò che è  nel mio seno, sarà libero dal mondo e dato a Te ! Accetta da me questo dono,  giacché Tu sei Colui che ascolta e conosce”. E’ così che nasce diversa dalle  altre donne e vergine: “L’ho chiamata Maria e la metto sotto la tua  protezione, lei e la sua progenie, contro Satana… E il Signore l’accettò,  d’accettazione buona, e la fecegermogliare, di germoglio buono”  (III,35-37).

La verginità di Maria, nel Corano e nell’islam, è la condizione essenziale affinché potesse essere la donna tramite la quale Dio avrebbe dato agli uomini un segno particolare. Solo la purezza della verginità poteva consentirle di essere il ricettacolo dello Spirito di Dio, tramite il quale  avrebbe generato Gesù: “E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria! In verità Dio t’ha prescelta e t’ha purificata e t’ha eletta su tutte le donne del creato. O Maria, sii devota al tuo Signore, prostrati e adora con chi adora!” (III, 42); “Come potrò avere un figlio, rispose Maria, se nessun uomo m’ha toccata mai, e non sono una donna cattiva?” (XIX, 20); “E Maria figlia di Imran, che si conservò vergine, sì che noi insufflammo in lei del Nostro Spirito, e che credette alle parole del Suo Signore, e nei Suoi libri, e fu una delle donne devote” (LXVI, 12).

Non mancano comunque le differenze, infatti Maria non è, come per la cristianità, “madre di Dio”, non accettando l’islam la divinità di Cristo. L’islam non crede nell’immacolata concezione poiché non contempla il peccato originale. Il dolore del parto sarà il dolore simbolico di Maria, che soffrirà ancora di più quando si renderà conto che dovrà offrire il figlio agli uomini che lo perseguiteranno: “ Oh fossi morta prima, oh fossi una cosa dimenticata e obliata” (XIX, 23). Maria urla la propria sofferenza, che è frutto del suo amore, fonte di vita, che si manifesterà anche concretamente, per dare agli uomini la prova tangibile della sua grande forza.

Dai piedi di Maria zampillerà una fonte d’acqua purissima e l’albero secco e morto riprenderà vigore e tornerà a dare datteri maturi (XIX, 23-25). Nell’islam Maria è comunque il modello da seguire per la sua purezza e per la sua fede: “E Dio propone ad esempio, per coloro che credono, Maria, che si conservò vergine,.. sì che Noi insufflammo in Lei il Nostro Spirito; Maria che credette alla parole del suo Signore e dei Suoi Libri e fu una donna devota.” (LXVI, 11-12) Maria è la devota, perché costantemente in preghiera, perché ogni suo atto o gesto che compie si trasforma in preghiera; Maria è libera, unico esempio nel Corano della perfetta libertà, libera da ogni impurità, da ogni dubbio, da ogni riferimento terreno.

Quando gli angeli dissero: “O Maria, Dio ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti”. Lei rispose: “Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata ?” Dissero: “E’ così che Dio crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo “Sii” ed essa è”. E Dio gli insegnerà il Libro e la saggezza, la Torah e l’Evangelo.

E (ne farà) un messaggero per i figli di Israele (che dirà loro): “In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Dio, diventa un uccello. E per volontà di Dio guarisco il cieco nato e il lebbroso e resuscito il morto” (III, 45- 49). Maria non è solo il personaggio biblico che viene meno “islamicizzato” dal Corano, ma il culto di Maria è molto diffuso nel mondo islamico. In Egitto, ad esempio, esistono una decina di santuari mariani, edificati nei luoghi dove si ritiene abbiano sostato Gesù, Maria e Giuseppe durante la loro fuga dalla Terra santa, e dove annualmente si recano in pellegrinaggio cristiani e musulmani.

Non solo, ma nel 1968 in Egitto presso la chiesa della Vergine Maria a Zeitoun è apparsa la Madonna trasformando il luogo in meta di pellegrinaggio per cristiani e musulmani. Dal 1982 anche in Siria presso il quartiere damasceno di Soufanieh appare la Madonna. Molte donne iraniane si recano ogni anno al santuario della Madonna di Fatima in Portogallo, poiché Fatima è il nome della figlia di Maometto e moglie di Ali, primo imam degli sciiti. In Libano, a Harissa, ai piedi della maestosa statua di Nostra Signora del Libano si incontrano non solo pellegrini, ma soprattutto giovani coppie musulmane e cristiane che si recano a consacrare il loro amore innanzi alla Madonna.

In Turchia, la casa della Vergine Maria, nei pressi di Efeso, viene visitata ogni anno da cristiani e musulmani. Nel giugno 2008 per la prima volta tre donne musulmane, tutte e tre di origine marocchina, Malika El Hazzazi, Dounia Ettaib e Rachida Kharraz hanno partecipato al pellegrinaggio mariano Macerata-Loreto. In questo contesto il richiamo alla Vergine Maria in seno al preambolo della nuova costituzione egiziana va letto non solo come un richiamo alla tradizione spirituale in terra d’Egitto, ma soprattutto come un ennesimo segnale che indica una via, corretta e obiettiva, per il dialogo: il cammino di Maria, che pur nelle differenze è la figura spirituale che unisce, senza se e senza ma, cristiani e musulmani.

Non a caso “Il cammino di Maria”, in arabo “Darb Maryam”, è la denominazione scelta da un’associazione libanese, costituita prevalentemente da donne, impegnata nel miglioramento dei rapporti tra cristiani e musulmani. Uno dei membri fondatori del gruppo ha precisato che la scelta del cammino della Vergine Maria è dovuta al fatto che si tratta di una via condivisa da cristiani e musulmani e che unisce le donne in quanto madri che cercano e desiderano la pace per i propri figli.

D’altronde, come ebbe modo di dichiarare il compianto Mario Scialoja, ex ambasciatore convertitosi all’islam diventato poi presidente della Lega mondiale islamica in Italia: “La storia dell’annunciazione dell’angelo nel Corano è riportata in termini identici alla dottrina cristiana ed è allo stesso modo riconosciuta la verginità di Maria. La figura di Maria è vista come la Madre Vergine del più grande profeta e come la migliore delle donne”.

La Vergine Maria può essere a ragione considerato l’unico personaggio comune a cristianesimo e islam verso il quale i credenti si rivolgono fiduciosi in quanto madre che ha sofferto e affrontato con coraggio la morte del proprio figlio e che, proprio come nel caso della associazione libanese, potrebbe diventare il modello da proporre e da seguire per avvicinare le madri cristiane e musulmane e favorire finalmente una integrazione vera ed efficace e un dialogo dal basso sotto l’egida e la guida della Madre per eccellenza. Di Valentina Colombo  Zenit