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Arcilesbica e femministe scrivono alla RAI che pubblicizza l’utero in affitto

Arcilesbica e femministe scrivono alla RAI questa lettera contro la maternità surrogata /utero in affitto.
Per ora i massmedia fanno finta di niente, è un business troppo grande e molte persone ancora non si rendono conto di quanto sia una pratica sbagliata e ingiusta per i figli a cui viene negato per contratto uno o entrambi i genitori, e nascoste le origini biologiche.

#stopsurrogacy #ifiglinonsicomprano

Gentilissima presidente Monica Maggioni,
la trasmissione Chakra andata in onda su Rai3 sabato 7 ottobre alle ore 18,00 ha affrontato il tema della maternità surrogata sposando in toto le tesi di chi vuole rendere la pratica legale in Italia.
Da un servizio pubblico ci saremmo aspettate un’informazione imparziale e ad ampio spettro.
Invece Michela Murgia ha voluto presentare solo un lato della medaglia, di fatto mandando in onda uno spot pro-Gestazione per altri.

La conduttrice non ha mai chiesto a Nichi Vendola, il quale si è spinto addirittura a parlare di “produzione di vita”, quanto abbia pagato per l’acquisto degli ovociti e per la surrogacy negli Stati Uniti (il prezzo è circa 130mila euro), né ha dato conto delle numerose testimonianze di madri surrogate pentite che sono finite in tribunale per avere la possibilità di vedere i figli o per non dover abortire. Nessun accenno, poi, ai rischi per la salute, ormai più che documentati, che corrono sia le donne che forniscono gli ovuli che le madri surrogate.
Anzi. Murgia ha trasmesso un servizio tratto dal libro di Serena Marchi “Mio, tuo, suo, loro” in cui vengono intervistate solo portatrici che hanno felicemente portato a termine il loro “lavoro”. Eppure bastava fare una telefonata a Jennifer Lahl, di Stop Surrogacy Now, o mandare in onda parte del documentario Breeders (Fattrici) per dare allo spettatore un’informazione completa.

Tutti i filmati trasmessi sono stati pro-Gpa.
Murgia ha anche incredibilmente dimenticato di citare il fatto la Gpa è vietata in tutto il mondo, salvo che appena in una quindicina di nazioni, che il Parlamento Europeo ha definito la pratica gravemente lesiva dei diritti umani o che perfino Paesi come il Messico, la Thailandia e l’India l’hanno recentemente vietata agli stranieri.
Come se non bastasse la conduttrice si è dichiarata sfacciatamente a favore di una normativa che consenta l’utero in affitto in Italia arrivando persino a distinguere la gestazione dalla maternità e ha deriso le femministe contrarie definendole arroccate su posizioni di retroguardia.

L’unica voce critica, la sociologa Daniela Danna, è stata interrotta continuamente e ha potuto intervenire solo all’inizio della trasmissione senza che le fosse data la possibilità di commentare i servizi pro-maternità surrogata, mentre Nichi Vendola è rimasto in studio fino alla fine della trasmissione.
Ci aspettiamo quanto prima una trasmissione che riequilibri l’informazione sul tema.
La ringraziamo dell’attenzione
Arcilesbica Segreteria Nazionale
ResistenzaFemminista
Rua (Resistenza all’utero in affitto)
Se Non Ora quando Libere
Udi
Paola Bassino
Giovanna Camertoni
Sara Del Giacco
Cristina Gramolini
Flavia Franceschini
Francesca Izzo
Alessandra Mandelli
Francesca Marinaro
Paola Mazzei
PIna Nuzzo
Rita Paltrinieri
Laura Piretti
Monica Ricci Sargentini
Sara Rinaudo
Silvia Magni
Paola Tavella
Marina Terragni
Vittoria Tola
Stella Zaltieri Pirola
Roberta Vannucci

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Per i figli di coppie gay i problemi raddoppiano

L’analisi attenta e senza pregiudizi delle circa 75 ricerche realizzate soprattutto negli Stati Uniti sui figli di genitori omosessuali mostra che la tesi della “nessuna differenza” è scientificamente infondata. «I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini». Lo afferma Paul Sullins, docente di sociologia alla Catholic University of America di Washington, considerato tra i massimi studiosi del tema, autore di importanti studi sul tema dell’adattamento dei figli di coppie omosessuali, intervenuto nei giorni scorsi a un seminario organizzato all’Università Cattolica di Milano.

In Italia, anche a livello scientifico, è quasi impossibile discutere con moderazione sul tema dell’omogenitorialità. Chi solleva dubbi circa la tesi secondo cui i bambini dei genitori dello stesso sesso non mostrano problemi di sviluppo, è facilmente accusato di omofobia. Succede lo stesso negli Stati Uniti?
Penso che noi, che riconosciamo la presenza di problemi nello sviluppo di figli di coppie omosessuali, siamo sovente accusati di omofobia perché le prove in questa direzione sono talmente forti che coloro che ingenuamente accettano la tesi opposta avrebbero altrimenti ben pochi argomenti. Dobbiamo ricordare che molti, probabilmente la maggior parte, degli scienziati in questo campo sono essi stessi omosessuali e rispondono a livello emotivo e personale. Forse sono stati, a propria volta, oggetto di stigmatizzazione per il proprio orientamento sessuale. Quando mostriamo loro delle prove a sostegno delle difficoltà affrontate da queste famiglie, stiamo dunque loro chiedendo di affrontare una verità difficile.

La maggior parte della letteratura scientifica afferma che non esistono differenze tra i bambini di genitori dello stesso sesso e figli di genitori eterosessuali. È proprio così?
La tesi secondo la quale non ci sarebbero differenze tra i figli di famiglie omo ed eterosessuali è una pura invenzione, senza alcun fondamento scientifico. Ci sono due problemi principali nei circa 75 studi su cui tale tesi è fondata. Innanzitutto, la possibilità di trarre inferenze scientifiche si basa sull’utilizzo di campioni casuali accuratamente selezionati ma la maggior parte degli studi (almeno 70) non fa uso di un campione casuale. Al contrario, i partecipanti a questi studi vengono selezionati tra i membri attivi di gruppi a supporto della genitorialità gay.

Quali problemi dal punto di vista metodologico?
La maggior parte delle ricerche conta su meno di 40 partecipanti. Secondariamente, nessuno dei quattro o cinque studi che fanno uso di un campione casuale ha identificato direttamente le coppie omosessuali ma si è invece basato su un calcolo che, come abbiamo appurato, classifica erroneamente le coppie eterosessuali come omosessuali, sovrastimandone così il numero.

Riferendosi ai suoi studi, quali sono le difficoltà più comuni riscontrate nei bambini dei genitori dello stesso sesso?
I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini. Ho potuto riscontrare risultati analoghi in molte mie ricerche che usavano database diversi e anche altri studiosi sono giunti a conclusioni simili, anche mediante studi longitudinali, che hanno seguito i bambini per oltre 20 anni.

Possiamo attribuire queste difficoltà alla stigmatizzazione da parte della società nei confronti delle persone omosessuali?
La stigmatizzazione è indubbiamente un problema ma non è un problema più grave per i figli di coppie gay né è in grado di spiegarne la maggior vulnerabilità. Ciò non significa in alcun modo che la stigmatizzazione sia accettabile. In tal senso, dobbiamo impegnarci per ridurre gli episodi di bullismo e vittimizzazione che costituiscono un problema grave per molti bambini, inclusi i figli di coppie gay.

Si sentirebbe di sostenere l’approvazione di leggi che permettono l’adozione da parte di genitori dello stesso sesso?
In generale no, ma credo possano sempre esserci delle eccezioni. Non credo che i risultati della mia ricerca possano diventare un punto a favore dell’adozione da parte di coppie omosessuali, dal momento che i figli di coppie adottive fanno già esperienza di maggiori difficoltà emotive. Dovremmo però chiederci qual è il superiore interesse del bambino. Dal momento che è cinquanta volte più probabile che un bambino sia eterosessuale piuttosto che omosessuale, il superiore interesse del bambino dovrebbe risiedere nel suo affidamento ad una coppia eterosessuale.

Una regola da rispettare in qualunque situazione?
No, non dovrebbe essere applicata in maniera rigida o automatica, fondata su ideologie politiche, di qualunque colore esse siano. Quando si prende in considerazione l’adozione da parte di un individuo omosessuale, occorre distinguere tra l’adozione da parte di due genitori – in cui due persone, nessuna delle quali legata al bambino da rapporti di parentela, chiedono allo stesso tempo di diventare legalmente genitori di un minore – e l’adozione da parte di un solo genitore, in cui il partner di uno dei genitori biologici del bambino chiede di poterlo adottare. Posso immaginare casi in cui permettere questo secondo caso (l’adozione da parte di un genitore) possa rappresentare l’interesse del bambino, ad esempio quando non è possibile ottenere supporto materiale e morale da parte dell’altro genitore naturale.
Luciano Moia – Avvenire

La triste strada della surrogazione

childrenLa “maternità surrogata” viene spesso descritta in termini positivi. La surrogazione (come viene anche chiamata) sarebbe un atto di altruismo, in cui una donna porta a termine una gravidanza per un’altra donna che non può concepire. Vista in questa luce, si tende a dimenticare che si tratta di una tecnica la quale pone molti interrogativi etici e che spesso finisce in situazioni sconcertanti. Per questo motivo, Paesi come Italia e Francia vietano il ricorso alle “madri portatrici”.

Che il rischio di derive sia reale lo dimostra una notizia proveniente dal Canada, dove la pratica della surrogazione è autorizzata e regolamentata dalla Assisted Human Reproduction Act (AHRA) del 2004. A far aggrottare più di un sopracciglio è la vicenda di una giovane donna di Bathurst, nella provincia del Nuovo Brunswick, che incinta di due gemellini ha visto saltare alla ventisettesima settimana della sua gravidanza il “contratto” che aveva stipulato con un coppia inglese.

La giovane donna, Cathleen Hachey, che ha solo vent’anni ed è già madre di due piccoli bambini, aveva conosciuto la coppia, che vive nella contea del Hertfordshire, attraverso il sito Surrogate Mothers Online e con la quale aveva creato un rapporto di amicizia. Dopo alcuni mesi di contatti quotidiani, la coppia decide nel novembre scorso di passare al dunque e di recarsi in Canada. I tre raggiungono un accordo – la Hachey riceve un compenso di 200 dollari canadesi al mese per le sue spese – e decidono per una “surrogazione tradizionale”, cioè la Hachey viene inseminata con il seme dell’uomo della coppia inglese (del resto non in una clinica ma a casa, con strumenti casalinghi, cioè una siringa). Questo implica che il nascituro (si trattava poi di due gemelli dizigoti, un maschietto ed una femminuccia) è stato concepito con gli ovuli della madre surrogata e che la Hachey è quindi anche la madre biologica.

Nella surrogazione “gestazionale”, invece, vengono trasferiti nell’utero della madre portatrice uno o più embrioni concepiti in vitro (usando i gameti della coppia richiedente e/o di donatori), facendo sì che la madre portatrice sia solo il “vettore gestazionale” (traduzione dell’espressione inglese “gestational carrier”). Anche se ha un costo molto superiore alla surrogazione “tradizionale”, quella “gestazionale” viene preferita dagli esperti proprio per il fatto che il bambino non ha alcun legame biologico con la madre portatrice.

Arrivata alla 27.ma settimana della gravidanza, la surrogazione della Hachey conosce una brusca svolta quando ricoverata in ospedale riceve un SMS da parte della donna della coppia richiedente, dicendo che rinunciava ai bambini perché si era separata nel frattempo e da solo non ce l’avrebbe fatta a crescere i piccoli. Sempre tramite SMS, la Hachey si è messa poi in contatto con il padre dei bambini, ma invano. Con l’aiuto di un amico, la giovane donna riesce a trovare solo poche settimane prima del parto una coppia disposta ad adottare i due bambini. “E’ stata dura”, ha raccontato (Parentcentral.ca, 9 settembre). “Se fossi stata in una migliore posizione economica, li avrei tenuti”.

Infatti, la Hachey è single e durante la sua gravidanza il suo fidanzato l’aveva lasciata temporaneamente perché non se la sentiva di crescere quattro bambini con uno stipendio. Nonostante la sua disavventura, la Hachey ci vuole riprovare. “Mi piace essere incinta, mi piace partorire. Mi è piaciuto tutto”, ha dichiarato (CBC News, 13 settembre). Ma non si farà più sorprendere. “Avrò il mio avvocato. Avrò un sacco di clausole nel contratto che mi tutelino”, ha promesso (Parentcentral.ca, 9 settembre).

Non è la prima volta che problemi relazionali all’interno della coppia richiedente compromettono una surrogazione in Canada. Sally Rhoads, di SurrogacyInCanada.ca, conosce almeno tre casi di madri portatrici che stanno crescendo i bambini dopo l’abbandono del progetto da parte dei richiedenti perché divorziati nel frattempo (The National Post, 6 ottobre 2010). Ma anche la Hachey non ha rispettato le regole. La legge del 2004 (in parte cassata dalla Corte Suprema del Canada nel dicembre scorso) stabilisce infatti che la candidata madre surrogata deve avere almeno 21 anni.

La vicenda dimostra quanto è facile aggirare le normative. Secondo il National Post (16 settembre), l’agenzia federale per il controllo sulla procreazione assistita – Assisted Human Reproduction Canada (AHRC) – ha esaminato finora più di venti presunte violazioni della legge, di cui la maggioranza per il pagamento di un compenso alla madre surrogata e la compravendita di gameti. La legge vieta infatti la commercializzazione della riproduzione umana e permette solo il rimborso di eventuali spese sostenute dalla gestante. A preoccupare gli esperti, come Diane Allen, del gruppo di sostegno Infertility Network, è l’esistenza di “un mercato nero e grigio” in Canada. “La surrogazione (…) a parte pochi casi eccezionali di altruismo, è un commercio”, ha detto al National Post. “Alla fine, c’è uno scambio di denaro per un bambino. La società si oppone alla vendita di bambini attraverso adozioni straniere e al traffico delle donne e alla tratta degli schiavi, ma poiché ci sono dei medici coinvolti, è stato legalizzato”, osserva. “Qui stiamo parlando di vite umane e vengono trattate come un processo produttivo”, ha continuato.

Altri specialisti, fra cui Sherry Levitan, esperta legale nel campo della surrogazione, puntano il dito contro le coppie infertili e le madri surrogate che (come nel caso della Hachey) scelgono la “strada indipendente”, cioè quella del “do it yourself” o “fai-da-te”. “Ci sono quasi sempre dei problemi quando la gente va per conto proprio”, ha detto la Levitan (CBC News, 13 settembre). Non sanno – sostiene – quali sono le domande da fare e quali sono i meccanismi di protezione da mettere in atto.

Un’altra caratteristica della surrogazione è che spesso finisce davanti a qualche tribunale, costringendo i giudici a pronunciare sentenze di grande impatto. Sintomatico è un verdetto emesso poche settimane fa in Canada da Jacelyn Ann Ryan-Froslie, giudice della Court of Queen’s Bench della provincia del Saskatchewan. Nella sua sentenza, la Ryan-Froslie ha permesso ad una coppia gay di cancellare il nome della madre surrogata (che era d’altronde d’accordo) sul certificato di nascita della bambina che la donna aveva partorito nell’agosto del 2009, e concepito dal seme di uno dei due e da un ovulo donato. Trattandosi di una “surrogazione gestazionale”, la portatrice non è legalmente la “madre” della piccola.

Anche se non si sa ancora come sarà il nuovo certificato di nascita, secondo il Toronto Sun (13 settembre) tutto indica che il compagno del padre biologico risulterà come l’altro parente, anche se lui (come la madre surrogata dunque) non ha alcun legame biologico con la bambina.

La surrogazione svuota dunque la maternità. Mentre prima si distingueva ancora tra “madre adottiva” e “madre biologica” – come osserva il National Post (13 settembre) -, oggi la surrogazione spacca quest’ultima categoria in “donatrice di ovuli” e “vettore gestazionale”. Inoltre si tende ad ignorare il legame che si instaura tra una madre “gestazionale” e il bambino durante la gravidanza. Separarsi dal piccolo dopo il parto può essere molto doloroso anche per un “gestational carrier”, come dimostra l’esempio di una donna scozzese, Louise Murray, 29 anni, che per il dolore della separazione dal piccolo è finita in terapia farmacologica antidepressiva. “Piango ancora per il mio bambino”, ha raccontato la donna, che è lesbica, al Daily Record (11 settembre).

Circa un mese prima che nascesse il bambino, Louise ha persino pensato di non consegnarlo alla coppia richiedente (un contratto di surrogazione non è legalmente vincolante nel Regno Unito). “L’ho fatto solo perché avevo detto loro che l’avrei fatto, e ho mantenuto la mia parola. Ero moralmente costretta”, ha spiegato. Proprio il “bonding” (la parola inglese per la costruzione di un legame empatico ed affettivo tra madre e figlio) è negli USA al centro di una causa legale intentata contro il proprio datore di lavoro da una donna di New York, Kara Krill, che ha “avuto” dei gemellini tramite una surrogazione.

La ditta – la Cubist Pharmaceuticals, con sede nel Massachusetts – aveva concesso dopo la nascita solo cinque giorni di congedo di maternità retribuito (come nei casi di un’adozione) alla Krill, invece delle 13 settimane chieste dalla donna. Secondo l’azienda, i cinque giorni erano sufficienti, dato che la donna non ha dovuto riprendersi dal parto. Secondo la Krill, che soffre di una patologia uterina, il lungo periodo serve proprio per instaurare un legame con i piccolini.

“Lo scopo di un congedo di maternità non è solo quello di permettere alla madre di riprendersi dal parto, ma anche di permetterle di stabilire un legame con il bambino”, ricorda Gaia Bernstein, professore di Diritto presso la Seton Hall University School of Law, nel New Jersey (ABC News, 2 settembre). “Questo è ancora più importante per una madre che non ha costruito un legame attraverso la gravidanza”, sostiene. di Paul De Maeyer

Donne che (quasi) nessuno aiuta. Vuoi aiutare?

festa-della-donna-amicheIn occasione della festa della donna vorremo far conoscere alcune “categorie” di donne che la carita’ dimentica….

Donne usate per l’utero in affitto
si tratta di donne a volte ingannate, a volte forzate, a volte portate dalla povertà a prestarsi alla fecondazione e alla procreazione conto terzi. Si sottopongono a cicli di fecondazione artificiale dolorosi e dannosi e portano avanti gravidanze che terminano poi in una adozione del loro figlio. E’ una pratica che le rende macchine da procreazione e che lede la loro dignità (oltre che il diritto dei nascituri a non essere procreati per essere poi adottati e allontanati dalla madre naturale).
In Italia non vi sono  vittime ma vi sono coppie che ne hanno create all’estero (per ora la fecondazione eterologa e la maternità in affitto detta surrogata sono vietate ma pressioni politiche e lobbistiche premono per “aprire” a questa pratica).

Donne sposate a forza (matrimoni forzati)
si tratta di donne obbligate a matrimoni spesso precoci, in cui non hanno voce per decidere. Decidono le loro famiglie, che decidono chi sposeranno e quando, negando loro la possibilità di basare il matrimonio su una scelta libera e per amore.
In Italia sono già centinaia i casi, specialmente di ragazze vissute e anche nate qui che vengono riportate in altri paesi a sposarsi senza consenso.

Donne vittime di tratta a scopo sessuale
si tratta di donne portate con l’inganno o la costrizione a vendere il proprio corpo e la propria sessualità. Per strada o nei night, nelle case o negli eros center, ovunque le donne non sono libere di smettere o di cambiare la propria vita.
In Italia sono circa 30.000 le donne che si prostituiscono sotto sfruttamento e altre 15.000 quelle che lo fanno per disperazione.

Donne uccise prima della nascita con l’aborto selettivo (gendericidio)
si tratta di donne uccise nel grembo materno solo perchè di sesso femminile in società in cui i figli maschi sono ritenuti più redditizi e più utili. Questa pratica ha portato a grandi scompensi numerici nella proporzione tra uomini e donne in India, Cina e altri paesi. In Italia è una pratica diffusa tra alcune comunità etniche straniere e tra le coppie che praticano la fecondazione artificiale all’estero (eludendo la legge italiana che vieta la selezione eugenetica dei feti).

Donne vittime di mutilazioni genitali femminili
si tratta di donne cui vengono praticate mutilazioni (Mgf, infibulazione, ecc) e operazioni che rendono le donne sessualmente mutilate e provocano in molti casi anche danni fisici oltre che psicologoci.
In Italia sono decine di migliaia le donne che ne sono vittima.

Donne obbligate all’uso del velo e del burqa
si tratta di donne obbligate a vestire e atteggiarsi in maniera non libera.
Specialmente il burqa limita fortemente le possibilità di integrazione e autonomia lavorativa delle donne che ne fanno uso.
I mariti e le famiglie sono i maggiori responsabili di queste forzature.
In Italia sono poche centinaia le donne forzate all’uso del burqa ma è plausibile che siano molte migliaia le donne forzate all’uso del velo e impedite nella propria libertà di espressione dalle forzature familiari.

Donne costrette all’aborto (trauma post aborto)
si tratta di donne obbligate dalle famiglie, dai mariti e fidanzati, ad abortire. Talvolta sono le condizioni economiche e le pressioni sociali anche da parte di operatori sanitari a spingerle ad abortire. Vi sono anche migliaia di donne che pur avendo vissuto volontariamente l’aborto portano dentro il dolore tremendo della uccisione di un proprio figlio con l’aborto.
Essendo oltre 100,000 gli aborti annui in Italia più varie decine di migliaia di aborti provocati dalla cosidetta “pillola del giorno dopo”, sono diverse migliaia le donne che portano questo trauma da costrizione o da scelta volontaria.

Si tratta di periferie esistenziali nuove, che ci interpellano come cristiani e persone di buona volontà e che ci chiedono di impegnarci e inventare forme nuove di prevenzione, sostegno e riabilitazione per chi ne è vittima.
Periferie della vita che i mass media ignoreranno ricordando solo le pur gravi violenze sulla donna e il femminicidio ma dimenticando tutto un mondo di violenze diverse, violenze “politicamente scorrette”, violenze scomode, nuove ma che riflettono solo la fragilità femminile di fronte a un mondo che non sa ancora riconoscere a pieno la dignità e diversità femminile.

Chi volesse impegnarsi su queste tematiche ci scriva e ci contatti.
Sono campi nuovi (a parte la lotta alla tratta su cui siamo già attivi da anni) su cui vorremmo aprire vie nuove.

La (vergognosa) maternita’ a pagamento e’ gia’ in Italia

Sara’ pure proibita, ma in Italia la maternita’ surrogata (utero in affitto, gestazione per altri tramite fecondazione eterologa) c’e’ gia’ e non gioca nemmeno a nascondino. E’ a portata di clic e di telefono, ha un listino prezzi dettagliato, e non serve nemmeno più sapere l’inglese. Ci sono organizzazioni che rischiano la galera e si azzardano a organizzare incontri, come ha raccontato la scorsa settimana Avvenire: una clinica ha organizzato una riunione promozionale Milano e due attivisti di Pro vita, fintisi coppia gay alla ricerca di un erede, sono riusciti a partecipare (e poi a raccontare tutto). Ce ne sono però molti altri che restano al riparo di siti Internet in perfetto italiano: sono passati i tempi delle traduzioni automatiche e maccheroniche, la promettente clientela nostrana val bene qualche investimento. Nel trionfo di marketing glocal che caratterizza il settore della caccia al figlio, questi siti offrono pacchetti di prestazioni, offerte e consulenze legali su misura per gli italiani, solitamente con un contatto telefonico fisso, per informazioni o dubbi di natura giuridica, sul nostro territorio nazionale.

I supermercati di neonati più facili da rintracciare via Google sono in Russia, Ucraina e Grecia perchè l’impresa si può organizzare dal divano di casa, ma le cliniche in cui si può farsi fare un bambino, e ancor di più le donne disponibili a farlo, sono sempre all’estero. La clinica ucraina Biotexcom, ad esempio, con un numero di telefono dell’area di Roma, ha il «pacchetto maternità surrogata economy» che per 29.900 euro offre tutti i servizi base, compresi alloggio in una stanza di 20 metri quadri per gli acquirenti e scartoffie legali. Per il pacchetto «standard» da 39.900 euro l’appartamento è più grande e c’è una governante, mentre pesurrogacyr quello Vip da 49.900 euro ci sono anche un autista personale e un pediatra sempre a disposizione (perfetto per aspiranti genitori ansiosi). A Kiev gli italiani possono contare anche su un’altra professionista, Olga Zakharova: interprete riconosciuta e specializzata in traduzioni cliniche, dal 2002 assiste i nostri connazionali nella capitale ucraina «per risolvere problemi della fertilità». Assicurati qualità del servizio ed esito positivo: viste le storiacce di truffe che si sentono, la signora si è specializzata selezionando cliniche, medici e avvocati per dare «una soluzione certa, chiara e senza sorprese». L’intermediaria risponde in italiano anche il sabato, ma in caso di dubbi legali il sito segnala nominativo, contatto email e telefonico di un avvocato con studio in Brianza.

Anche Extraconceptions, con sede a Carlsbad, in California, mette a disposizione l’email di una consulente di lingua italiana e promette nessuna sorpresa. Il fondatore di questa agenzia, Mario Caballero, vanta una lunga esperienza e gira il mondo a incontrare di persona le coppie che cercano un utero in affitto. Queste ricevono molti servizi, compreso il supporto di professionisti in ambito finanziario e assicurativo. VittoriaVita, agenzia ucraina con pagina Facebook e blog in italiano, spiega sul suo sito le difficoltà per chi vuole avere un figlio da maternità surrogata nel nostro Paese e segnala il numero (rosurrogacymano) del proprio agente per l’Italia. Non preoccupatevi del passaggio finale in ambasciata, scrivono: i loro avvocati prepareranno tutte le carte necessarie e poi via, di ritorno in Italia con un bebé. E gli esempi di organizzazioni Italian friendly di questo genere sono innumerevoli: agenzie e cliniche greche, russe e statunitensi attendono aspiranti genitori italiani a braccia aperte. Vigono regole del mercato, e noi evidentemente siamo buoni clienti. ra le pagine in italiano spunta anche un sito informativo, che spiega le principali problematiche mediche e legali della maternità surrogata (che sia un reato in Italia dovrebbe essere la prima problematica), suggerendo ad esempio l’accurata stesura di un contratto preliminare oppure la scelta di Paesi che riconoscano «la genitorialità genetica » e regolino «con chiarezza il passaggio di diritti e doveri dalla portatrice ai genitori biologici». Oltre a una breve bibliografia, in questo sito si consiglia uno studio legale pisano «di riferimento» per queste questioni, cui rimanda anche il formulario per le domande. Perchésurrogacy.
Valentina Fizzotti – Avvenire

Germania, stop all’anonimato dei donatori

Anche in Germania sta per cadere l’anonimato per i donatori di seme. A partire dal 2018, infatti, dovrebbe entrare in vigore una norma che permette ai ragazzi, una volta compiuti 16 anni, di indagare sulle proprie origini e di richiedere ufficialmente il nome del padre biologico. Sarà creato un registro di donatori di sperma e di donne riceventi, istituito in un archivio centrale, cui potranno rivolgersi i figli quando saranno diventati adolescenti. I dati saranno conservati per 110 anni, ma la legge esclude esplicitamente tutti i riconoscimenti giudiziari di paternità che potrebbero in qualche modo implicare un diritto di custodia o di tipo ereditario. In Germania a oggi è vietata la fecondazione eterologa in vitro, mentre è consentita la donazione di seme solo per le inseminazioni in vivo, direttamente nel corpo della donna: con questa tecnica nascono ogni anno circa 1.200 bambini, ma secondo alcuni studi soltanto il 20% verrà a sapere la vera origine.

La legge tedesca, pur differenziandosi da altri Paesi europei (come Belgio e Spagna), segue in qualche modo il modello inglese, che dal 2005 permette di risalire a donatori e donatrici. La fecondazione eterologa è aperta a tutti, coppie eterosessuali sposate o conviventi, donne single o coppie di donne, ma, con lʼabolizione dellʼanonimato, il numero di donazioni è drasticamente crollato. Come riferito recentemente da «Avvenire», in Inghilterra in alcune cliniche è stato proposto ad aspiranti madri di essere sottoposte a trattamenti per la fertilità a prezzo ridotto o in modo gratuito in cambio della cessione di ovociti. Una sorta di baratto che preoccupa.

In Italia continua a mancare una norma specifica. Nel 2014 la Consulta ha sancito lʼincostituzionalità del divieto di eterologa previsto dalla legge 40, ma il vuoto normativo conseguente non è stato sanato. In particolare il diritto del nato a conoscere la propria ascendenza biologica resta insoluto.
Danilo Poggio – Avvenire

Un primo passo è l’abolizione dell’anonimato dei donatori.
Se vuoi aiutare chi è nato da eterologa e vuoi sostenerlo nella ricerca dei suoi genitori biologici o impegnarti per l’abolizione dell’anonimato, contatta gli Amici di Lazzaro.

Figli di 6 genitori, con lʼutero in affitto si puo’ (triste)

Tre aspiranti genitori legali, ma sei biologici – tre padri anche biologici, tre donatrici di ovociti di cui due anche madri surrogate – per almeno tre futuri bambini, il tutto condito con tanto amore perché #loveislove, come cinguettava felice Obama quando la Corte Suprema americana ha sdoganato il matrimonio omosessuale.
Anche secondo il canadese Adam Grant l’amore è l’amore e «dovrebbe essere moltiplicato e non diviso. Non importa se in una relazione a tre o a quattro». E proprio per questo ha divorziato da Shayne Curran (uomo pure lui), dopo un anno di matrimonio: l’ha fatto per restarci insieme ma estendendo la relazione anche a un terzo uomo, Sebastian Tran.
Adam e Shayne non volevano che Sebastian, incontrato in un night club e con cui subito è nato un grande amore comune, «si sentisse la ruota di scorta nella nostra relazione. Così abbiamo deciso di divorziare per poter rinnovare il nostro impegno fra tutti e tre», in modo eguale. I media che hanno raccontato la storia si sono dilungati con dovizia di particolari sulle dinamiche e sulla normale quotidianità “familiare” del terzetto, che ormai convive da più di tre anni.
Un poliamore che sarebbe una faccenda privata riguardante solo i diretti interessati – sempre che sia tutto vero, e non una trovata pubblicitaria – se non fosse per un paio di “particolari”. Il primo è che secondo alcuni avvocati consultati dal trio, e nonostante il matrimonio a tre non sia legale in Canada, producendo opportuna documentazione sarebbe possibile garantire «che siamo tutti egualmente legati e obbligati l’uno con l’altro agli occhi della legge».
Il secondo è la loro intenzione di avere figli: pur non essendo contrari all’adozione, dicono, «vogliamo mischiare i geni in modo che i nostri bambini siano il più possibile legati a noi». Le due sorelle di Shayne si sarebbero già dichiarate disponibili per fare da madri surrogate – «stanno già discutendo su chi delle due porterà il nostro bambino per prima, mi sento molto fortunato», rivela Shayne – e, insieme alla sorella di Sebastian, tutte e tre donerebbero i propri ovociti «per tenere tutto in famiglia».
Una storia che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata un pessimo copione per una commedia di quart’ordine, adesso, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere considerata come una provocazione, ma nessuno è in grado di escludere che tutto ciò si possa realmente concretizzare. Nel Nuovo Mondo nato dalla rivoluzione antropologica ogni singolo aspetto della storia appena raccontata è diventato plausibile. Innanzitutto: quel che conta – ci dicono – è l’amore, e se si è in tre a condividerlo non si capisce perché uno dei soggetti debba esserne escluso.
E poi: i sentimenti e le percezioni personali devono essere riconosciuti pubblicamente dalla legge. In questo caso nella forma più simile possibile a un matrimonio, estendendo a tre quel che vale per due. E ancora: i figli “del sangue”, cioè in qualche modo geneticamente legati a sé, sono l’ovvia conseguenza e la legittimazione definitiva dell’amore reciproco. Infine: i figli non hanno bisogno del padre e della madre, ma di qualcuno che li desideri fortemente e sia disposto a prendersene la responsabilità. In fondo sono le stesse motivazioni di chi sostiene i matrimoni fra due persone dello stesso sesso, in questo caso estese a una in più.
Diventerebbe quindi essenziale l’accesso all’utero in affitto per rendere possibile qualsiasi combinazione di filiazione e genitorialità. Anche l’idea di fecondazione eterologa diventa superata, lasciando spazio a una generica e più ampia “donazione” di ovociti: in questo caso non esiste una coppia uomo-donna che accede a gameti “esterni”, ma si tratta di una vera e propria “riproduzione collaborativa”, dove ognuno contribuisce come può.
D’altra parte la co-genitorialità a tre non è una novità. Per esempio, nel suo recente libro Fine della maternità Eugenia Roccella dà notizia di altri casi, riportando anche l’incipit di un sito dedicato: «Le cose stanno definitivamente cambiando e stanno evolvendo negli Stati Uniti. Piano piano le decisioni delle Corti stanno modificando le leggi, e in alcuni Stati ora è legale avere fino a tre genitori per un bambino». Bambino dei cui diritti nessuno, finora, sembra preoccuparsi.
Assuntina Morresi – Avvenire

Eterologa: possibili scenari e possibili sofferenze

E’ interessante notare che davanti ad un drastico calo delle adozioni negli ultimi anni (una calo che va sempre crescendo), si tace sulla riforma delle adozioni. Per l’eterologa le regioni si sono affrettate a dare una serie di criteri di utilizzo (con tacito assenso del governo), per le adozioni si è deciso di lasciare la legge attuale.

Sarebbe interessante che si aprisse un dibattito in parlamento tra i sostenitori ed i contrari alla fecondazione, e nello stesso tempo si facesse ricorso ad un referendum popolare per ascoltare il parere della gente comune. Ma probabilmente tutto questo non avverrà, perchè la stragrande maggioranza degli italiani è disinteressata a questi argomenti. Infatti, stiamo parlando di circa 5.000 coppie l’anno che potrebbero decidere per l’eterologa; le questioni che riguardano un numero così piccolo della popolazione non troverebbero il favore di una intera nazione. Tanti componenti della società civile stanno esprimendo pareri contrari alla diffusione dell’eterologa.

Sarebbe interessante domandarsi quale sia la reale ragione di tanta fretta per accellerare la pratica della fecondazione eterologa. Appare evidente che questa fretta sia dovuta all’ennesima pressione di alcune correnti ideologiche spinte da interessi economici.Tante sono le domande che sorgono. Quanti nuovi introiti arriveranno alle cliniche pubbliche e private che praticheranno la fecondazione eterologa? I donatori di semi o ovuli doneranno a livello gratuito o riceveranno una corposa ricompensa monetaria? Quale garanzia riceverà la coppia nei riguardi del donatore, dal momento che egli rimarrà segreto alla coppia e conosciuto esclusivamente dall’ente sanitario? La segretezza del donante e la fiducia nella professionalità della struttura sanitaria saranno fattori necessari per la tranquillità della coppia?

Ed oltre a queste domande è interessante soffermarsi, con maggiore attenzione, su una in particolare: esisterà un regolamento deontologico tra i medici per stabilire se utilizzare la fecondazione omologa prima di passare all’eterologa, oppure avverrà che alcuni medici consiglieranno direttamente l’eterologa senza passare prima da altre tipe di cure? Sarà tutelata la salute fisica e psicofisica della donna valutandone l’impatto emotivo e gli impatti psicologici che tale scelta (con tutte le sue conseguenze) potrà recare?

Questa domanda potrebbe avere tante ripercussioni su tante vite umane: molte coppie, dopo la constatazione della loro sterilità, si sono sentite dire (da alcuni medici) di provare con delle cure, ma di non dimenticarsi che l’omologa (perchè sino a poco tempo era consentita solo questa tipo di fecondazione in vitro) è la soluzione più rapida ed efficace per risolvere la piaga della infertilità. La realtà (confermata da dati statistici) è molto diversa: solo il 25% delle fecondazioni arriva al risultato sperato; ed anche le tempistiche non sono così brevi come viene preventivato.

Di un fattore essenziale si parla molto poco tra i mezzi di comunicazione di massa: ogni fallimento di ogni singola implantologia embrionale è una ferita che rimarrà per sempre nell’animo di quella donna e del suo compagno.

Il trauma della coscienza (in caso di fallimento dell’implantologia anche di un signolo embrione) è proprio il fattore deterrente che dovrebbe far riflettere sull’utilizzo delle pratiche in vitro. I mezzi di comunicazione dovrebbero dare voce all’esperienza di tante donne che hanno utilizzato pratiche di fecondazione artificiale. Sentiremmo parlare molto frequentemente di depressioni (durate svariati anni) che hanno lasciato un senso di amarezza di fondo nel cuore di queste donne.

Il secondo aspetto è la selezione del seme e dell’ovulo. Le regioni hanno stabilito che è possibile scegliere il seme e/o l’ovulo in maniera da “preservare” le caratteristiche somatiche della coppia. Per scendere nel concreto, sarà possibile scegliere il seme o l’ovulo per avere il colore della pelle, la razza, il gruppo sanguigno, e una serie di caretteristiche esteriori conformi ai futuri genitori. Dal momento che la fecondazione eterologa è una fecondazione in vitro realizzata dall’uomo, cosa succederà quando si scoprirà che, per un errore di scambio di provetta, il figlio avrà la carnagione diversa da quella attesa o avrà caratteristiche somatiche differenti da quelle richieste?

Se la scoperta avvenisse durante la gravidanza, sarà accettato quell’errore o la coppia deciderà di abortire, immolando quella innocente creatura umana come vittima sacrificale all’idolo del proprio egoismo e all’idolo del progresso scientifico. E se invece si venisse a scoprire tutto al momento della nascita (perchè anche la medicina non sempre è una scienza esatta, e perchè i laboratori medici anche loro possono sbagliare) quale potrà essere la reazione della coppia davanti a questa situazione? Riuscirà a reggere l’urto o si dissolverà sotto il peso di questa evento che, in un certo modo, la coppia stessa ha contribuito a creare, quando ha dato l’avvio a questa pratica senza valutarne tutte le possibili conseguenze indesiderate?

In caso di insorgenza di possibili patologie (sia in fase prenatale che in fase postnatale) sarà possibile definire la sua origine, oppure assisteremo a battaglie legali tra queste cliniche e le madri gestanti?

Tutte queste possibili situazioni, che si verrebbero a creare con l’eterologa, fanno intendere un aspetto di cui se ne parla molto poco: alla sofferenza interiore della coppia, che scopre la sua sterilità, vi è il serio rischio di aggiungere altri dolori che rischierebbero di minare la relazione tra i coniugi, ed il loro benessere interiore.

La forza interiore di un uomo e di una donna non è quella di insistere con ogni mezzo (che offre la scienza medica) per coronare il desiderio di maternità e paternità. La vera spinta interiore, che produce la sofferenza della sterilità, è quella di alzare gli occhi al cielo, e guardare (attraverso lo sguardo interiore del proprio cuore) a tanti bambini sparsi nel mondo, che vivono nel totale abbandono, e attendono con gioia di essere accolti da un uomo e una donna che accetti di diventare il loro papà e la loro mamma per sempre.
Osvaldo Rinaldi – Zenit.org

Maternita’ surrogata altruista? Non esiste

La battaglia per bandire dal mondo l’utero in affitto è prima di tutto una questione da femmine. Anzi, da femministe: lo ripete Kajsa Ekis Ekman, giornalista svedese che un mese fa è arrivata fino al palco della Conferenza di Parigi contro l’utero in affitto per spiegare da dove deve venire il contrasto alla maternità surrogata, novello sfruttamento da parte degli uomini ricchi del corpo delle donne. Marxista per sua stessa definizione («l’opposizione deriva dalla mia analisi sulla maternità surrogata come un fenomeno capitalistico che aliena l’essere umano dalla sua stessa progenie»), 35 anni e femminista, Kajsa fa parte della «Sverigeskvinnolobb», la lobby delle donne svedesi, storicamente a sinistra. Settimana scorsa, sul quotidiano britannico Guardian altrettanto storicamente a sinistra, ha raccontato i risultati dell’indagine governativa alla base del divieto svedese all’utero in affitto. Un Paese in cui questa disputa non è considerata confessionale e discriminatoria dell’altrui incompreso amore ma laicissima e dalla parte di donne e bambini.

Perché questa sarebbe una battaglia femminista?
La maternità surrogata mercifica la donna, utilizzandola come se fosse soltanto un utero senza diritti o sentimenti. Significa togliere tutti i diritti a una madre e non può essere nell’interesse della donna. La patriarchìa da sempre equivale a mettere i diritti dei padri al di sopra di quelli delle madri, e per questo la maternità surrogata è da considerarsi un fenomeno profondamente patriarcale. E il femminismo, oggi come ieri, riguarda sempre la stessa cosa: consentire alle donne di esistere al pieno del proprio potenziale.

Cosa significa essere una femminista oggi, quando la guerra per i “diritti”, e i “diritti civili”, si è allargata fino a considerare un diritto avere un bambino a ogni costo?
Avere un figlio non è un diritto umano. Non esiste alcuna convenzione che sancisca il diritto a usare il corpo di una donna per i propri scopi. Chiunque desideri avere un figlio può farlo, ma la maternità surrogata è diversa da qualsiasi altra pratica: significa creare bambini senza madri. Il movimento femminista sta crescendo: quando nel 2006 ho iniziato a scrivere un libro sull’utero in affitto non conoscevo nessuno in Europa che vi si opponesse. Ora le femministe si sono unite su questo fronte e il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati di bandire la maternità surrogata in due risoluzioni, nel 2011 e nel 2016.

Nel suo libro «Being and Being Bought: Prostitution, Surrogacy and the Split Self» («Essere ed essere comprate: prostituzione, maternità surrogata e il sé spaccato») affrontava concetti forti per il pensiero occidentale: che esista un parallelo fra la prostituzione e l’utero in affitto e che ci sia un concetto patriarcale dietro l’uso del corpo nella maternità surrogata. Ce li spiega?
La maternità surrogata è prostituzione riproduttiva. La differenza è che in vendita c’è l’apparato riproduttivo e non quello genitale. Ma il concetto è sempre che il corpo di una donna sia in vendita. È evidente nel dibattito sull’utero in affitto che gli uomini pensano di avere una sorta di diritto di utilizzo del corpo delle donne. Gli uomini, sia etero sia gay, dicono: se non possiamo avere figli, abbiamo bisogno che la società ci fornisca una donna da usare! Che cosa li ha fatti pensare che una donna esista a loro uso e consumo? Alcuni preferiscono persino che sia “altruistica”, ovvero non vogliono nemmeno pagare! Questo dimostra una mancanza di comprensione di cosa sia la gravidanza: nove mesi di vita, senza parlare dei rischi e del legame psicologico che si crea fra una mamma e il bambino. Alcuni uomini forse pensano che sia come donare il seme… L’idea alla base della maternità surrogata “altruistica” è che la gravidanza non valga nulla e che una donna debba disfarsene gratuitamente, per gentilezza. Nove mesi, poi il dolore, e lei dovrebbe solo essere felice di aiutare gli altri, perché questo è ciò per cui sarebbero fatte le donne.

Lei parla anche di classismo…
Sì, è ovvio che le donne che diventano surrogate non appartengano alle classi abbienti. Dove questa industria prospera, in India, Thailandia, Ucraina, Nepal, spesso sono donne analfabeti che vivono in campagna e hanno poche possibilità di scelta nella vita. Sono usate come animali da riproduzione, sottoposte a trattamenti ormonali e nella maggior parte dei casi subiscono l’impianto di cinque embrioni per massimizzare il tasso di successo. Quelli indesiderati sono eliminati senza nemmeno chiedere alla donna, che non vede mai il bambino dopo averlo dato alla luce, spesso non sa nemmeno in che Paese andrà a finire. Ovviamente nessuna donna ricca accetterebbe di essere trattata in questo modo.

Nel suo articolo sul «Guardian» ha scritto dell’«immagine carina ed Elton Johneggiante» dell’utero in affitto. In Italia questo è diventato particolarmente vistoso negli ultimi mesi, e ancor più negli ultimi giorni, con la notizia dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola che ha pagato per un figlio nato da utero in affitto all’estero. Quale peso reale ha l’immagine patinata nel dibattito e nell’immaginario comune sulla maternità surrogata?
La verità è che i media hanno dipinto la maternità surrogata come una cosa sfiziosa per ricchi e famosi. Se sei una diva di Hollywood e non vuoi rovinarti il corpo, usa una surrogata! Idem se sei un maschio gay e non vuoi spartirti tuo figlio con sua madre. E ci bombardano con le foto di Ricky Martin, Elton John, Sarah Jessica Parker o Nicole Kidman, che sono felici “grazie a una surrogata”. Questo mi fa infuriare: perché non sentiamo mai chi sono le madri di quei bambini? Perché questo è ciò che è chi dà la vita: una madre.
Avvenire – Valentina Fizzotti

Rapporto. In India nascono sempre meno bambine

genericidioNonostante la crescita economica, l’aumento dell’istruzione femminile e le leggi che vietano gli aborti selettivi, in India lo squilibrio tra i sessi continua a rimanere tra i più alti dell’Asia. E’ quando emerge da un rapporto presentato a New Delhi dal Centro per le ricerche sociali (Csr), un think tank che si occupa di diritti delle donne. La percentuale di neonati maschi è di 110 per 100 femmine in India, la più alta dopo la Cina (117) e l’Asia Centrale (116). In base all’ultimo censimento del 2011, c’è stato un leggero miglioramento negli Stati settentrionali del Punjab e Haryana, i più colpiti dalla “strage delle bambine”, ma la disparità si è accentuata nell’India meridionale e orientale, dove la discriminazione era marginale. A livello nazionale c’è stato un peggioramento del tasso di bambine, sceso da 927 femmine (al di sotto dei 6 anni) ogni mille maschi nel 2001 a 918 nel 2011. «Sono proprio gli Stati più ricchi come Punjab, Haryana, Gujarat e Delhi – ha spiegato Ranjama Kumari, direttrice del Csr – a registrare una più bassa percentuale di bambine, contraddicendo quindi le teorie di molti economisti secondo le quali la prosperità riduce lo squilibrio demografico tra i sessi». Nelle aree tribali, considerate le più arretrate, il tasso di bambine è invece superiore alla media nazionale. Questa tendenza sarebbe dovuta «al proliferare di cliniche ginecologiche pubbliche e private che offrono ogni tipo di trattamento per le coppie benestanti ». In India, come anche in Cina, Nepal e Vietnam, esiste una severa legge che vieta i test medici per determinare il sesso del nascituro, ma la proibizione è spesso aggirata o camuffata da altri esami sul feto o dalle tecniche di fecondazione assistita, compresa quella dell’utero in affitto. Si calcola che ogni anno in India avvengano circa 600 mila aborti selettivi perché i genitori preferiscono i figli maschi (soprattutto quando il primo figlio è femmina). Da diversi anni il governo indiano ha introdotto degli incentivi economici per le madri e per le bambine e lanciato delle campagne di sensibilizzazione per rimuovere il pregiudizio.

La Thailandia dice addio all’utero in affitto

La Thailandia ha voluto interrare la sua fama di luogo di mercimonio di donne e di bambini. È così che va interpretata la legge recentemente entrata in vigore che pone forti limiti alla pratica dell’utero in affitto, specie nei confronti degli stranieri.

L’annuncio delle nuove norme è stato dato dal ministro della Salute Rajata Rajatanavin, il quale in una conferenza stampa ha precisato che la maternità surrogata ha creato problemi morali e umanitari dovuti al business che si cela dietro questa pratica e agli effetti drammatici come l’abbandono di bambini non conformi ai desiderata dei genitori intenzionali.

Chiaro il riferimento al caso del piccolo Gammy, il bimbo down non riconosciuto dalla coppia australiana che lo aveva “commissionato”. L’eco mediatica che ha avuto in tutto il mondo la vicenda, con la conseguente rete di solidarietà che si è venuta a creare intorno alla mamma del piccolo, ha spinto Governo e parlamento di Bangkok a legiferare per impedire che simili situazioni possano ripetersi.

“In base alla nuova legge, le coppie di stranieri non potranno servirsi della maternità surrogata in Thailandia”, ha detto il ministro. Per poter accedere ai servizi di fecondazione eterologa negli ospedali, d’ora in poi le coppie dovranno avere requisiti ben precisi: eterosessuali, regolarmente sposate da almeno tre anni, con una sterilità certificata da un medico, almeno un componente della coppia dovrà essere cittadino thailandese.

Una ulteriore restrizione è rappresentata dal fatto che la madre “surrogata” dovrà essere la sorella di un componente della coppia, anche lei regolarmente sposata e con almeno un figlio. Sarà inoltre indispensabile il consenso di suo marito. “Tuttavia – ha aggiunto il ministro – se una coppia non riuscisse a trovare una madre surrogata che soddisfi le proprie esigenze (il caso di figli unici o di persone con soli fratelli maschi, ndr), potrà ricorrere a un’altra donna (esterna alla famiglia, ndr)”. In quest’ultimo caso, la candidata verrà esaminata rigorosamente da un ufficio pubblico che potrà riservarsi di decidere se accordare il permesso o meno.

Pene severe nei confronti di quanti non rispetteranno queste regole. Si va da multe di circa 5 mila euro a 10 anni di carcere per le donne che “affittano” abusivamente il proprio utero, 500 euro e un anno di carcere per i medici. Il segretario del ministero della Salute, Amnuay Gajeena, ha annunciato che già sei cliniche su 45 che in Thailandia forniscono maternità surrogata sono state chiuse e che sono state messe le manette ai polsi di alcuni loro dirigenti.

La nuova legge proibisce anche la vendita di sperma, ovuli ed embrioni. Il ministro ha precisato poi che, non avendo la norma un carattere retroattivo, i contenziosi già aperti devono essere giudicati secondo la legge sulla protezione dei bambini del 2003.

Nel corso della conferenza stampa, è stato dunque sottolineato che questa legge di dodici anni fa regolerà anche un’ultima vicenda di cronaca giudiziaria che ha avuto ampio rilievo in Thailandia. Una coppia omosessuale (composta da un americano e da uno spagnolo) è bloccata nel Paese asiatico dal febbraio scorso per non rinunciare alla piccola Carmen, bimba nata a gennaio da un utero in affitto. La mamma biologica della neonata, una volta venuta a sapere – riferiscono alcuni media locali – che sua figlia sarebbe finita in mano a una coppia dello stesso sesso, ha stracciato il contratto e ha deciso di tenere la bambina.

Un componente della coppia, intervistato dalla Reuters, ha detto che conoscendo la fama della Thailandia nel campo della maternità surrogata, non avrebbe mai pensato che qualcosa potesse andare storto. Però le cose cambiano, e talvolta anche a favore dei diritti delle donne povere e dei bambini.
Federico Cenci – www.zenit.org

Adozioni gay: gli esperti dicono no

Fu profetico lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton quando affermò, agli albori dello scorso secolo: “Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Oggi, oltre cent’anni dopo, ancora non si armano le mani per difendere realtà empiriche, però si interpellano uomini di scienza per asserire che un bambino abbia bisogno di una mamma e di un papà.

Li si interpellano a seguito di sentenze come quella emanata dalla Prima sezione civile della Corte di Cassazione nel gennaio 2013. Le toghe respinsero il ricorso di un uomo che aveva avuto un figlio da una donna che, successivamente, era andata a vivere con un’altra donna portandosi dietro il piccolo. La Cassazione evidenziò che alla base delle lamentele di questo padre circa le “ripercussioni negative” che il bambino avrebbe potuto subire vivendo con una coppia omosessuale, vi fosse “mero pregiudizio”.

Tra i tanti osanna della stampa laica e progressista, si alzò la voce controcorrente – quanto competente – di Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria. Il medico stigmatizzò il dibattito seguito alla sentenza “teso a promuovere situazioni simili come assolutamente fisiologiche”. Ed affermò invece che “non si può negare, sulla base di evidenze scientifiche e ragionamenti clinici, che una famiglia costituita da due genitori dello stesso genere può costituire un fattore di rischio di disagio durante l’infanzia e l’adolescenza, quando il confronto con i coetanei e le relative ricadute psicologiche, diventano elemento decisivo sul piano relazionale”.

Pertanto – soggiunse Corsello – “non si possono considerare legittimi i diritti di una coppia di genitori senza contemporaneamente valutare contestualmente e nella loro interezza e globalità i diritti dei figli”. L’appello a far sopravanzare i diritti dei figli ai desideri degli adulti è stato raccolto di recente dalla Società Italiana Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps). Nell’ultimo numero del 2014 della propria rivista ufficiale, citato dal sito dell’Unione Cristiani Cattolici Razionali (Uccr), il Sipps è tornato sul tema della genitorialità omosessuale.

Lo ha fatto citando innanzitutto gli enti scientifici favorevoli a questo scenario, influenzati dalla posizione dell’American Psychological Association (Apa), sulla quale si allungano tuttavia alcune ombre. “L’Apa è stata criticata – si legge – per aver investito nei pronunciamenti ufficiali circa l’omosessualità in modo particolare Charlotte Patterson, ricercatrice, lesbica, convivente e attivista Lgbt”. Si ricorda d’altronde che il Tribunale della Florida ha escluso le ricerche della Patterson per “mancanza di imparzialità, osservabile nei gravi difetti di campionamento”.

La sentenza dei giudici della Florida trova riscontro negli studi di Loren Marks, sociologo della Louisiana State University, il quale ha confutato le tesi dell’Apa per una serie di mancanze rilevate che vanno dalla “portata limitata degli esiti dei bambini studiati” alla “scarsità di dati sul lungo termine” passando per la “presenza di dati contradditori”. Tutti elementi che hanno fatto giungere Marks alla conclusione che “le forti affermazioni dell’Apa non sono empiricamente giustificate”.

La rivista del Sipps chiama poi in causa “il più serio e condotto con i più rigidi metodi scientifici” studio sull’argomento, che “si basa sul più grande campione rappresentativo casuale a livello nazionale”: quello del prof. Mark Regnerus, dell’Università di Austin, in Texas. Ciò che ha scoperto Regnerus è l’ampia dilatazione di problematiche tra gli adolescenti cresciuti in famiglie “arcobaleno”: maggiore propensione al suicidio, al tradimento, al fumo, all’alcol, più disoccupazione e ricorsi alla psicoterapia e all’assistenza sociale, finanche più abusi in famiglia e più malattie.

Gli studi del prof. Regnerus hanno provocato reazioni di protesta anche animate da parte di associazioni Lgbt, le quali contestano che essi non si basano su un gruppo di confronto formato da figli cresciuti per l’intero arco dei 18 anni con il genitore omosessuale e il compagno, in quanto solo 2 su 248 minori presentano questa caratteristica. Critica che tuttavia, per l’autore e altri studiosi, rappresenta la conferma che la dissoluzione di una coppia omosessuale è un evento “sociologicamente così frequente da rendere raro, per i figli cresciuti in queste famiglie, la presenza stabile del medesimo partner del genitore”. Secondo Regnerus, un neonato affidato a due omosessuali ha meno dell’1% di possibilità di crescere fino ai 18 anni senza che la coppia si separi.

A pensarla come il sociologo del Texas, una serie di altri studiosi d’Oltreoceano, tra i quali Daniel Potter e Douglas Allen, che la rivista del Sipps cita. Le loro tesi sono racchiuse nel documento Homosexual Parenting: Is It Time For Change? (Genitori omosessuali: è tempo di cambiare?), pubblicato dall’American College of Pediatricians, il quale evidenzia i rischi nell’infanzia legati allo stile di vita omosessuale dei genitori.

Tesi condivise dal dott. Italo Carta, direttore della scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università Bicocca di Milano. Intervistato da La Stampa, ha affermato: “Ritengo che le coppie di omosessuali e quelle di lesbiche che non solo adottano un bambino ma si fanno ingravidare e inseminare preparino un grave rischio di patologie per la prole”. Cioè “depressioni, disturbi della personalità e dell’identità […], collasso della funzione simbolica paterna”.

Preoccupante la conclusione cui giunge lo psichiatra: simili delicati temi “ormai sono in mano a gruppi di pressione e politici entusiasti di aumentare il proprio consenso”. E quindi “dell’aspetto psicologico clinico importa poco a tutti”.

Femministe e gay. Le laiche contro la surrogata

E’ nata a Milano, la rete Rua, Resistenza all’utero in affitto. Al di là del nome piuttosto bellicoso, si tratta della «prima iniziativa laica in Italia contro il mercato della gravidanza»; un appuntamento a lungo preparato, che raccoglie esponenti femministe (meglio, movimento delle donne…) di primo piano: la sociologa Daniela Danna, la giornalista e saggista Marina Terragni, la costituzionalista Silvia Niccolai, e, unico uomo, il presidente di Equality Italia Aurelio Mancuso. L’obiettivo è elaborare proposte per mettere al bando la “gravidanza per altri” (Gpa, o utero in affitto, o maternità surrogata), giudicata come «mercificazione di chi nasce e riduzione della madre a cosa». Ma quali proposte potranno uscire dal confronto di questa sera? Daniela Danna pensa che la questione sia «innanzitutto culturale, perché non c’è chiarezza sul fatto che la Gpa è un istituto giuridico che permette che una donna che partorisce non venga considerata madre della sua prole, addirittura prima della nascita». Le donne – è il ragionamento di Danna – possono avere due tipi di gravidanze, laddove la Gpa è permessa: per sé o per altri. «Ma la gravidanza rimane la stessa, e non è umano voler impegnare una donna a separarsi dalla sua prole ancora prima di rimanere incin
ta». Conclusione: «Dal momento che la Gpa è una costruzione giuridica, io sono per il suo smantellamento negli Stati in cui esiste». Posizioni che non piacciono affatto a buona parte del mondo omosessuale maschile, perché, come si intuisce, la maternità conto terzi è l’unico modo per esaudire il desiderio di una coppia di uomini di avere figli. Ma i toni, dopo la recente sentenza di Trento che ha creato di fatto la prima famiglia in Italia formata da due padri e due figli (nati in Canada da utero in affitto), si sono accesi. Daniela Danna il 2 marzo ha postato sul suo sito (www.danieladanna.it) una lettera aperta ai «cari compagni gay», invitandoli a «non festeggiare la cancellazione della madre». La madre surrogata che ha consentito alla coppia gay di tornare in Italia con due gemelli è stata «cancellata» e trasformata in una semplice «operaia della gravidanza» con il consenso dello Stato. «Questo non lo possiamo, non lo dobbiamo festeggiare». Alla lettera aperta seguiva una quarantina di firme (tutte donne, tranne una). Alcuni «cari compagni gay» non hanno gradito. Il sito www.prideonline.it ha risposto con un articolo che ci conclude così: «Care femministe resistenti all’utero in affitto, e se la gestazione per altri fosse espressione di una libertà di autodeterminazione riproduttiva della donna?». Insomma, la Gpa sarebbe sempre una libera scelta, anche quando è lautamente pagata. Ma bisognerebbe chiedersi di che libera scelta si parla, quando a prestare l’utero sono donne alla fame, come capita nell’Asia meridionale. È intervenuto anche www.gay.it, altro sito della galassia omosessuale, che ha accusato Danna e le altre di voler creare conflitto tra coppie gay maschili e coppie lesbiche «per dividere il movimento Lgbti e mandarlo alla deriva». E poi, dopo una serie di argomentazioni sulla sussistenza di rapporti genitoriali tra un bambino e due uomini privi di legami biologici, sferra il colpo finale. Eccolo. In realtà, le «sedicenti femministe» di Rua sarebbero «profondamente cattoliche fondamentaliste» e vedrebbero «la donna come completa solo se diviene madre». Salti logici incredibili – perché l’oggetto del contendere non è il diventare madre oppure no, ma il diventare madre di un figlio che non è davvero un proprio figlio, perché acquistato da altri – che fanno dire come sia difficile confrontarsi su questi temi. Difficile, eppure essenziale.

Malaysia e Singapore. Le nuove frontiere dell’utero in affitto

Nel Sud-Est asiatico cʼè la percezione che il blocco sostanziale della maternità surrogata di recente applicato in Thailandia, e con la Cambogia che ha imposto lo stop in attesa di dotarsi di una legge, rischi di incrementare la clandestinità di una “industria” cresciuta in fretta, con consistenti investimenti, e assai lucrosa per chi la organizza. A prefigurare uno scenario se possibile ancora più incerto cʼè lʼampia disponibilità di donne poverissime pronte ad affittare il proprio grembo in cambio di un compenso che supera di molto le loro normali possibilità di guadagno, gestite da una rodata rete di procacciatori, organizzazioni specializzate e cliniche. Se la Cambogia è stata per alcuni mesi la “nuova frontiera” della surrogata quando questa è stata negata nella confinante Thailandia dallʼagosto 2015, diversi elementi fanno pensare che la pratica abbia iniziato a diffondersi in Laos e in Malaysia: nel primo per le difficoltà di controllo e lʼestesa corruzione, nella seconda per la qualità delle strutture ma soprattutto per la mancanza di una legislazione in materia al di fuori delle consuetudini religiose (una fatwa del 2008 del Consiglio nazionale degli Affari religiosi islamici nega la pratica ai musulmani, ma la delibera non ha valore legale). Unica certezza è che senza un regolare certificato matrimoniale le coppie non sarebbero autorizzate a pratiche di procreazione assistita. Questo esclude coppie di fatto, conviventi, coppie omosessuali o single, ma non certo coppie straniere di qualunque tipo. Inoltre, non mancano cliniche che offrono servizi di riproduzione assistita nella città-Stato di Singapore per aggirare le proibizioni, dove nei casi di surrogata sembrano essere soprattutto donne indonesiane a portare a termine la gravidanza. La Malaysia, insomma, appare in bilico. Se infatti la situazione ha consentito a numerose coppie di aggirare ostacoli pratici e legali, basterebbe un caso portato in tribunale per chiudere le porte.
Stefano Vecchia – Avvenire

Perché non è possibile equiparare l’adozione all’eterologa?

La Corte Costituzionale, quando ha sentenziato la possibilita’ di utilizzare in Italia la pratica della fecondazione eterologa, ha motivato la sua decisione richiamando il principio della genitorialità adottiva, esistente sia nelle normative nazionali che in quelle internazionali. Come una madre e un padre possono diventare genitori adottivi di figli non nati dalla loro relazione coniugale, così un uomo e una donna possono diventare genitori di un figlio nato da gameti appartenenti a donatori esterni alla coppia.

Di questo parere non sono soltanto i giudici costituzionali, ma anche una buona parte della nostra società. E’ modo comune di pensare che la fecondazione eterologa sia equivalente all’adozione. In realtà questo non corrisponde al vero ed è doveroso contrabbattere questa tesi argomentando le notevoli differenze che esistono tra le due scelte genitoriali. Cercando di elencare le differenze, si arriva a comprendere che l’adozione è tutto altro rispetto alla fecondazione eterologa.

Un uomo e una donna, che scelgono la fecondazione eterologa, nutrono un grande desiderio di maternità e paternità carnale. Ritengono che si può definire figlio solo una creatura umana che viene portata nel proprio grembo.

Una famiglia adottiva concepisce la maternità e la paternità come un gesto di accoglienza di un bambino nato da qualche parte del mondo, appartenente a qualunque etnia, razza, cultura o nazione. Quel minore è loro figlio, non perchè generato dalle proprie viscere. E’ figlio perchè i genitori adottivi hanno deciso di accoglierlo e dedicargli tutta la loro vita, per educarlo ed accompagnarlo nella sua crescita umana e spirituale.

Le differenze sostanziali riguardano l’identità del figlio: per i genitori che scelgono l’eterologa il figlio deve avere necessariamente i caratteri somatici il più possibile vicini ai propri. In alcuni paesi stranieri dove viene praticata l’eterologa (non sappiamo ancora cosa avverrà in Italia) è possibile scegliere i gameti in modo da avere tratti del volto simili a quelli dei genitori. Avviene, in forma velata, quello che comunemente viene chiamata la selezione della specie.

La forza dell’amore dei genitori adottanti supera l’aspetto esteriore e cerca di cogliere l’interiorità di un bambino o di un adolescente che cerca disperatamente di essere guidato, sostenuto e confortato nel cammino della vita.

Un’altra differenza sostanziale è l’età del minore. Un padre e una madre adottiva, quando si rendono disponibili all’accoglienza, sono consapevoli che si perderanno anni di vita del loro figlio, che potrà arrivare con età prescolare, scolare o adirittura adolescente. Per i genitori che scelgono l’eterologa questo è inconcepibile, perchè il figlio è non solo colui che si è portato nel grembo, ma è soprattutto colui che si è preso in braccia appena nato, è colui al quale si sono cambiati i pannolini, ed è colui che viene cullato tra le braccie i primi giorni di vita.

Aprire le braccia ad un adolescente o ad un bambino in età prescolare o scolare, come fanno i genitori adottivi, viene considerato da alcuni un gesto irrazionale e innaturale. Un papà e una mamma adottiva, quando stringono tra le braccia il loro figlio, lo hanno da tempo già accolto nel loro cuore, anche senza conoscere il suo volto, perchè lo hanno già concepito nell’attesa della gestazione adottiva.

Il suo volto non è immaginabile, perchè sconosciuto è il suo paese di provvenienza ed ignota è l’età che avrà quando lo vedranno per la prima volta. Il figlio nato dai genitori adottivi non è stato generato da una comunione carnale, ma da un desiderio spirituale che rende carnale il frutto del loro desiderio.

I genitori che scelgono l’eterologa non desiderano rinunziare nel dare alla luce il loro figlio, anche se in realtà il figlio non è totalmente loro. Il bambino è nato da gameti estranei alla coppia. Per questa ragione la genitorialità eterologa possiamo definirla come un sottoinsieme della genitorialità biologica.

Alcune domande possono aiutare a comprendere questa parzialità. E’ giusto parlare di maternità biologica quando è avvenuta una implantologia embrionale con gameti esterni alla coppia? Si può chiamare maternità biologica se si vive solo la gestazione embrionale? E’ corretto usare la parola maternità e paternità biologica quando il patrimonio genetico non è esclusivo del padre e della madre gestante? Qual’è il ruolo della paternità biologica di un uomo che acconsente alla sua compagna di utilzzare gli spermatozooi di un altro uomo?

Si potrebbero fare tante altre differenze tra l’adozione e la fecondazione eterologa, ma è molto superficiale equiparare l’estraneità dei gameti (caratteristica della fecondazione eterologa) con l’accoglienza di un bambino abbandonato, nato da genitori biologici (caratteristica dell’adozione).

Quello che interessa è che ci sia qualcuno che si prenda cura dei bambini abbandonati. E allora perchè giocare con gli embrioni, quando ci sono tanti bambini abbaondonati in ogni parte del mondo che chiedono solo di essere accolti ed amati?

La mancanza di un figlio per un marito e una moglie diventa lo spazio vuoto da destinare ai bambini abbandonati. Questo è il senso più profondo della storia di un marito e di una maglie che non hanno avuto il dono di avere figli biologici.

La prossimità al dolore di un bambino, lasciato senza custodia materna e paterna, diventa il rimedio alla sofferenza della sterilità dei genitori adottivi. L’adozione compie il miracolo di avvicinare due piaghe e guarirle con il rimedio dell’accoglienza reciproca. Come i genitori che si aprano alla vita sono chiamati ad accogliere i figli che Dio vorrà loro donare, così i genitori che si scoprono sterili biologicamente sono chiamati a vivere la fecondità spirituale, accogliendo i loro figli già nati in qualche parte del mondo.
Giuliano Guzzo

Maternita’ surrogata ultima frontiera dello sfruttamento

surrogataUna nuova forma di tratta che ancora una volta offende la dignità umana. Una vera e propria “industria” in espansione in tutto il mondo, che sfrutta a fini riproduttivi donne povere e vulnerabili. È la maternità surrogata – Surrogate Motherhood (Surrogacy) in inglese e Gestation pour autrui (Gpa) in francese – le cui vittime non sono solo le “madri per conto terzi”, ma anche i bambini nati tramite la procedura.
Il fenomeno è in aumento in otto Stati Usa (soprattutto in California), India, Thailandia (anche se qualche giorno fa il parlamento ha approvato una legge che la vieta agli stranieri), Ucraina, Russia. Non esiste ancora una sua regolamentazione a livello europeo e/o internazionale. Per questo il Gruppo di lavoro sull’etica nella ricerca e nella cura della salute della Commissione degli episcopati della comunità europea (Comece) ha predisposto un parere che valuta la maternità surrogata dal punto di vista etico e riflette sulle sue ripercussioni giuridiche, sostenendo la necessità di regole a livello europeo e internazionale. Il documento è stato presentato questo pomeriggio a Bruxelles da p. Patrick Verspieren (Centre Sèvres), nel corso della conferenza “Surrogacy and human dignity”, co-organizzata al Parlamento europeo dalla Comece e dal Gruppo di lavoro del Ppe sulla bioetica e la dignità umana, guidato dall’europarlamentare Miroslav Mikolasikb.Grave attentato alla dignità umana. La maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana”, affermano senza mezzi termini gli esperti della Comece nel parere intitolato “Avis sur la gestation pour autrui. La question de sa regulation au niveau européen ou international”. Il testo premette che gli Stati membri Ue riprovano ogni forma “commerciale” di gestazione per conto terzi, ma non esiste una regolamentazione comune. Secondo uno studio comparativo dell’Europarlamento, il Regno unito ammette un compenso “ragionevole” di 4mila-5mila euro alla madre surrogata. Degli altri 25 Paesi (lo studio è del maggio 2013 e precede di due mesi l’ingresso della Croazia), sette vietano completamente la Gpa, sei la proibiscono parzialmente, dodici non dispongono di alcuna normativa. “Diversi giudici – si legge nel parere – riescono tuttavia a trovare accorgimenti giuridici (International Surrogacy Arrangements) che garantiscano al bambino nato con la Gpa commerciale l’affiliazione ai cosiddetti “’aspiranti genitori’”.
Eppure, secondo la Comece, “per la strumentalizzazione del corpo della ‘mère porteuse’, l’intrusione nella sua vita personale, la negazione delle relazioni intrauterine tra la donna incinta e il bambino che essa ha in sé, lo sfruttamento delle donne vulnerabili e più povere” a favore di coppie o di singles ricchi, la maternità surrogata “costituisce una pratica che attenta gravemente alla dignità umana” e di cui sono vittime le madri surrogate ma anche i neonati, considerati come “prodotti”. Una “reificazione del bambino” che “contraddice l’affermazione della dignità umana, chiave di volta della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, e viola ‘il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro’” (art.3). Non esiste un “diritto al figlio”, e va considerata seriamente la questione dello status giuridico dei bambini nati nell’ambito degli International Surrogacy Arrangements. Spesso, al rientro nel Paese di residenza, soprattutto se al suo interno vige il divieto di Gpa, gli “aspiranti genitori” non vengono riconosciuti come genitori legali del bambino.
Un accordo possibile. Diversi rapporti commissionati dal Parlamento europeo chiedono di stabilire “norme comuni di diritto internazionale”, si legge ancora nel parere, di instaurare all’interno dell’Ue un “riconoscimento reciproco delle sentenze” in materia di affiliazione legale e, in prospettiva, l’elaborazione di una convenzione internazionale. Da tenere in conto anche la riflessione della Conferenza de L’Aia di diritto internazionale privato (aprile 2014). Il dibattito “non può limitarsi al fatto compiuto del mercato della ‘maternità surrogata’ e del correlato sviluppo del ‘turismo procreativo’”. Gli Stati Ue ritengono “inaccettabile” la commercializzazione del corpo della donna e del bambino e, “di conseguenza”, la Gpa. Su questo punto, per la Comece, “un accordo sembra dunque possibile”. La ricerca di regole comuni e di prassi giudiziarie analoghe “potrebbe iniziare con una rigorosa applicazione” di questo principio, e quindi “con la valutazione della fattibilità del rifiuto della trascrizione degli atti di nascita, o del riconoscimento delle decisioni giudiziarie dei paesi di nascita, in caso di versamento di compensi diversi dal mero rimborso delle spese effettivamente sostenute dalla madre surrogata”. La questione cruciale, concludono gli estensori del testo, è “sapere se vogliamo istituire una società in cui i bambini siano fabbricati e venduti come prodotti”, con le conseguenze umane, giuridiche e sociali che ne derivano.

Maternità surrogata tra miseria, ignoranza e schiavitù

Ad alimentare la maternita’ surrogata sono la miseria e l’ignoranza di donne relegate ai margini della societa’. Lo dimostra una ricerca della Aarhus University, in Danimarca, condotto dalla ginecologa Malene Tanderup. La dottoressa danese ha rilasciato un’intervista alla Reuters Health nella quale spiega che per le donne povere di un Paese come l’India, ad esempio, affittare il proprio utero a ricchi aspiranti genitori occidentali può sì alleviare la loro miseria, ma le lascia inconsapevoli vittime di una pratica che comporta dei rischi di salute di cui sono totalmente ignare.

“Di 14 madri surrogate che ho intervistato – spiega la Tanderup – non ce n’è una in grado di spiegare i rischi dovuti alla presenza di più embrioni nel proprio utero o alla riduzione fetale”. L’esperta sottolinea che “la gravidanza è il momento più delicato nella vita di una donna”, pertanto coloro che affittano il proprio utero “dovrebbero sapere cosa stanno accettando di fare”.

Ma la ricerca, condotta tra il 2011 e il 2012 e che ha coinvolto 18 medici di 20 cliniche indiane che si occupano di maternità surrogata, fa trasparire che ogni decisione in merito alla gravidanza viene presa “in modo unilaterale” dal personale medico, il quale lascia le madri surrogate all’oscuro di tutto ciò che avviene nel proprio corpo.

L’India resta una delle mete più popolari di questa forma di turismo, che è una vera e propria macchina di soldi: si stima che i profitti si aggirano tra i 500milioni ai 2,3miliardi di dollari l’anno. Per una donna di una classe sociale modesta, affittare il proprio utero significa incassare dai 3mila ai 7mila dollari, cifre che possono notevolmente migliorare la condizione economica di un’intera famiglia di dalit (i fuori casta, i più emarginati della società indiana).

Il denaro incassato non sopperisce però ai detrimenti fisici che un simile sfruttamento provoca alle donne. Il lavoro della Tanderup, intitolato Acta Obstetricia et Gynecologica Scandinavica, è stato commentato anche nella stessa India. Il dott. Amar Jesani, direttore dell’indiano Journal of Medical Ethics, ritiene che lo studio scandinavo “mostra la realtà dei fatti in modo nudo e crudo”.

Il medico indiano ha confermato che nel suo Paese la mancanza di consenso informato sulle procedure mediche cui vengono sottoposte queste donne è un problema diffuso, per questo si dice “per nulla sorpreso dai risultati” delle interviste raccolte dalla Tanderup.

Risultati che fotografano uno scenario di schiavismo moderno foraggiato dalla cultura del desiderio ad ogni costo di ricchi occidentali. Nessuna delle madri intervistate sapeva quanti embrioni fossero stati impiantati nel proprio utero e nemmeno se vi fossero state complicazioni dovute a gravidanze multifetali.

Inconsapevolezza confermata anche dai medici che si occupano di queste pratiche. “No – ammettono alla Tanderup -, non abbiamo mai chiesto il consenso e nemmeno informato queste donne sul numero di embrioni trasferiti nel loro utero”. Come mai questa mancanza di informazioni? Presto detto: “Sono analfabete, ragazze senza istruzione”, rispondono laconicamente i medici indiani.

L’autrice della ricerca ha verificato che in alcune cliniche vengono trasferiti anche sette embrioni alla volta. Un crinale che la Tanderup definisce alquanto pericoloso, poiché più sono i feti più aumentano i rischi per la salute della madre e dei bambini. Per questi ultimi, si parla di possibilità maggiori di nascere prematuri e di avere paralisi celebrali o difficoltà di apprendimento, mentre per le madri maggiori sono i rischi di soffrire di pressione alta, diabete e sanguinamenti post-parto.

Ipotesi, queste, che non trovano menzione nei contratti che vengono siglati dagli aspiranti genitori e dalle donne che affittano il proprio utero. Poca chiarezza si registra anche riguardo i parti gemellari. Di solito, quando le gravidanze sono multiple, intorno alla decima settimana i medici riducono il numero di feti in base ai desideri dei genitori commissionanti. La soppressione dei feti “indesiderati” avviene attraverso l’iniezione di “una sostanza letale”.

Le donne che invece portano a termine una gravidanza multipla partorendo più bambini in un unico parto, non vengono messe al corrente del fatto che avrebbero bisogno di assicurarsi un periodo di riposo completo. È così che esse tornano immediatamente a svolgere mansioni pesanti, spesso a lavorare la terra. Con il rischio di gravi ricadute sulla propria salute.

Secondo il medico indiano Amar Jesani, i risultati di questo studio gettano una luce “poco lusinghiera” sui medici di certe cliniche e sui genitori committenti della gravidanza. Eppure non emerge nulla di nuovo. Prima della pubblicazione della ricerca scandinava, il vaso di pandora sul mercato dei bambini in India l’aveva scoperto la vicenda di Sushma Pandey, diciassettenne uccisa in un “centro di eccellenza” per la fecondazione eterologa dalla stimolazione ovarica alla quale si sottoponeva per la terza volta in 18 mesi.

Tuttavia il profitto ha prevalso sulla dignità di una vita umana. Per la morte di questa giovane definita “analfabeta”, infatti, nessuno ha pagato.
Federico Cenci www.zenit.org

Uteri in affitto, il market Asia fa i conti con la concorrenza

hope-for-GammyIl primo passaggio al Parlamento di Bangkok della legge sulla maternità surrogata ha inviato un’onda d’urto nel mondo. I. di Baby Gammy, affetto da sindrome di Down, rifiutato inizialmente dalla coppia australiana che aveva invece subito accolto la gemellina sana, e del cittadino giapponese già “padre” di 15 bambini nati con pratiche surrogate nel Paese, sono stati una pubblicità negativa troppo forte per essere tollerabile e così la bozza di legge presentata in agosto ha avuto un binario preferenziale. Il voto del 28 novembre ha posto in un limbo donne in attesa di figli su commissione, puerpere, bimbi già nati e famiglie committenti, con gravi conseguenze potenziali per tutti gli attori coinvolti, d’altra parte, il “caso” thailandese è di tutto rilievo (con un valore stimato di 125 milioni di dollari l’anno) e il risultato del dibattito parlamentare significativo per il futuro della pratica, almeno in Asia.
Unica con l’India a condividere l’accettazione della surrogata internazionale sul proprio territorio, la Thailandia si trova ora a essere riferimento per una regolamentazione che tanto deve alla sua situazione politica, nazionalismo e controllo militare crescenti, quanto era debitrice in precedenza a una liberalizzazione arbitraria e interessata. Molti, anche nell’area Asia-Pacifico, cominciano così a guardare a Nord e a Nord-Est, verso paesi come Azerbaijan, Bulgaria e Romania che non hanno leggi specifiche ma un’industria della maternità surrogata, e verso Bielorussia, Russia e Ucraina aperti agli aspetti commerciali della pratica. Non un rischio per l’India che, forte delle sue necessità e delle sue dimensioni demografiche, è un “mercato” del valore di almeno 500 milioni di dollari l’anno (fino a un miliardo per alcune fonti). Possono usufruirne cittadini di paesi asiatici e del Pacifico (Giappone, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Australia, Nuova Zelanda…) dove le pratiche surrogate sono proibite, diretti finora soprattutto verso la Thailandia, unica in Asia ad accettare anche committenti single o coppie dello stesso sesso.
Lo stesso vale per i cinesi della Repubblica popolare, dove la pratica è bandita, almeno ufficialmente, e di certo non aperta verso l’estero. Significativamente, però, le coppie cinesi preferiscono tentare la sorte negli Stati Uniti, a costi maggiori, con la speranza aggiuntiva di potere un giorno reclamare per la prole la cittadinanza Usa. L’India diventa così mercato di preferenza, con una legge ad hoc ferma dallo scorso anno in Parlamento.
Qui la maternità surrogata è ammessa legalmente dal 2002, e dal 2008 anche quella a carattere commerciale per una sentenza della Corte Suprema. Una pratica aperta anche a donne straniere, dopo che nel 2009 l’Alta corte del Gujarat ha riconosciuto che la nazionalità della madre surrogata determina quella del bambino da lei nato.
Resta il fatto che, al di là delle considerazione specifiche sulla barbara pratica dell’utero in affitto, la situazione solleva il problema di un doppio binario riguardo la sicurezza delle gestanti e delle partorienti nel Paese dove una donna muore ogni otto minuti per complicazioni della gravidanza o del parto. Stefano Vecchia

L’adozione come rimedio per contrastare la maternità in affitto

Perchè molte coppie di genitori infertili scelgono la maternità in affitto piuttosto che l’adozione?

– Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno: dinanzi al problema dell’infertilità che flagella sempre più coppie, si assiste ad un drastico calo del numero delle adozioni e ad un crescente numero di bambini nati dalla maternità in affitto. La maternità surrogata è sempre più in crescita e rischia di diventare la forma più utilizzata per raggiungere il desiderio di maternità e paternità.

Diversi sono i modi di reagire davanti al problema della sterilità biologica per gli uomini e le donne raggiunti da questa piaga. Il tutto nasce dalla motivazione profonda che spinge a diventare genitori. Il rito del matrimonio sintetizza il significato della missione genitoriale: gli sposi sono chiamati a essere disponibili ad accogliere i figli che Dio vorrà donargli.

Sicuramente queste parole fanno riferimento ai figli biologici che Dio vorrà donare come benedizione dell’atto coniugale tra marito e moglie, ma fanno anche riferimento ai figli adottivi che una famiglia sarà disponibile ad accogliere.

In questa formula rituale del matrimonio, possiamo includere anche i figli che nascono da un utero in affitto? Per rispondere a questa spinosa domanda proviamo a mettere a confronto la maternità in affitto e l’adozione.

L’adozione è una risposta al flagello dell’abbandono. Molti bambini in tutto il mondo versano in uno stato di abbandono totale, privi del necessario nutrimento, delle giuste cure mediche, di una adeguata istruzione e di quel calore umano essenziale per una sana crescita. Una famiglia che si apre all’adozione, si prende carico di una situazione già esistente, per restituire al bambino quella dignità perduta.

La maternità in affitto parte da un presupposto diverso: far nascere un bambino per soddisfare il proprio desiderio di maternità e paternità. E per arrivare ad avere un figlio si acconsente alla schiavitù delle donne che prestano il loro utero, al commercio degli spermatozoi, alla compravendita degli ovuli, alla selezione degli embrioni.

La prima differenza risiede nella centralità del bisogno: l’adozione pone al centro l’esigenza vitale del bambino di avere una famiglia che lo educhi e lo accompagni verso la sua maturazione; la maternità in affitto ha per centro la famiglia che vuole soddisfare il proprio desiderio di genitorialità.

Viste le notevoli differenze etiche che differenziano le due scelte per diventare genitori, quali sono le ragioni per cui molte famiglie si rivolgono sempre di più alla maternità in affitto piuttosto che all’adozione?

Una prima risposta, che ha un peso maggiore nella decisione, è proprio il tempo di attesa. Per adottare un bambino non esiste un tempo definito, anzi la prima cosa che si ascolta quando ci si affaccia al mondo dell’adozione è quella di dover imparare ad esercitare la virtù della pazienza.

Il cammino adottivo è un percorso lungo che ha un inizio, ma non ha specificata una fine. Questa lunga attesa, per una famiglia che già vive la sofferenza della sterilità, è una prova che è molto pesante da sopportare.

La maternità in affido propone tempi molto più rapidi, tempi che si avvicinano a quelli della gravidanza naturale, o comunque un periodo definito nel quale è possibile conoscere l’andamento della gravidanza in affitto. L’adozione per sua natura non possiede questo controllo sul tempo e sull’andamento della gravidanza. Una volta consegnati i documenti, si è chiamati a vivere in attesa che il Paese scelto proponga una richiesta di abbinamento tra bambino e famiglia. E questo tempo può variare da pochi mesi a lunghi anni.

Un altro elemento fondamentale è l’età del bambino. La maternità in affitto è un sistema concepito per offrire ai genitori richiedenti un neonato. L’adozione non può garantire di diventare genitore di un bambino appena nato; anzi varie volte propone di accogliere bambini non solo in età prescolare, ma anche in età preadolescenziale o adolescenziale.

L’età del bambino da accogliere è un fattore che spaventa molte coppie. È mentalità comune considerare quasi innaturale diventare genitori di un bambino grande, e questo avviene perchè non si ha chiara la centralità del bisogno del bambino.

Queste sono le considerazioni più comuni: i bambini sono belli quando sono piccoli; mi voglio vivere pienamente i momenti di dolcezza tipici della fanciulezza; gli adolescenti ormai sono ribelli, mi attendono subito contrasti da affrontare; essere genitore di un adolescente, con il suo carattere già formato, è una missione quasi impossibile da compiere.

Considerate tutte queste differenze, l’adozione può diventare un rimedio per contrastare la maternità in affitto, se conserva immutata la sua natura e nello stesso tempo allegerisce la sua struttura burocratica. Ridurre le tempistiche per l’ottenimento del decreto di idoneità, garantire il sostegno e l’accompagno costante alle famiglie non solo nella pre-adozione ma soprattutto nella post-adozione, tagliare le spese dell’adozione, sono fattori che sarebbero di stimolo a molte famiglie per favorire lo sviluppo di una vera cultura dell’accoglienza.

Ma un rimedio ancora più forte sarebbe quello di far conoscere le storie della donne che affittano i loro uteri, il numero degli embroni sacrificati per raggiungere il concepimento, il grido di dolore di quei figli al quale sarà negata la possibilità di conoscere i vari genitori biologici, il peso dell’indifferenza che i figli dovranno sopportare da parte di coloro che hanno preso parte attivamente alla loro nascita.

Di Osvaldo Rinaldi www.zenit.org

Maternità in affitto: selezione della specie e ruolo dei genitori biologici

maternitaaffittoLa maternità in affitto è un tema nuovo e sorprendente dei nostri tempi, perchè deregolarizza il ciclo biologico della vita differenziando gli agenti procreativi e genitrici nella relazione tra uomo e donna. Infatti, abbiamo una prima figura genitoriale che dona il seme e/o l’ovulo, una seconda figura materna che riceve l’embrione per completare la gestione nel suo grembo, ed infine la figura di un padre e di una madre che hanno avviato la richiesta ad un centro specializzato.

Allora, vista la modifica del processo di concepimento e gestazione, è lecito porsi la domanda di quale sia l’origine della vita e chi sia l’autore stesso della vita: la sperimentazione e la scienza possono sostituire il corso della natura che avviene nell’utero materno a seguito di una unione coniugale tra un uomo e una donna?

La natura ha elaborato un piano misterioso sulla vita, stabilendo che una nuova vita nasca come frutto di un atto di amore unitivo. La maternità in affitto svincola l’atto d’amore non solo rispetto al concepimento ma anche rispetto alla gestazione.

E tutto questo processo, che per sua natura è artificioso e controllato, ha dei richiedenti molto esigenti che pretendono l’assoluta buon esito del risultato finale. Infatti la maternità surrogata utilizza la procreazione assistita e l’impianto di embrioni controllati per offrire la garanzia della buona salute del feto.

Questa manipolazione e sperimentazione denota i tratti della selezione della specie umana. Un embrione sano e robusto viene impiantanto solo dopo essere passato sotto il torchio di analisi genetiche e biologiche molto approfondite da parte di medici acconsenzienti di queste pratiche. Quando viene diagnosticata un cosidetto difetto dell’embrione, si decide di eliminare quel germe di vita, che è invisibile da parte di alcuni medici, ma rimane per sempre visibile agli occhi di Dio.

Ricapitolando, possiamo dire che la maternità in affitto racchiude le pratiche della procreazione in vitro, la fecondazione eterologa, la possibilità dell’aborto preimpianto, la selezione degli embrioni, e di conseguenza la selezione della specie. Questo costituisce una assoluta novità, perchè tutte queste pratiche possono essere utilizzate tutte insieme per cercare di generare una vita umana.

Questo processo prevede una serie di attori, ognuno dei quali contribuisce alla nascita della vita umana. Ed ognuno partecipa dietro la richiesta di un compenso economico. Il denaro è alla base della domanda e dell’offerta. Ognuno offre qualcosa, ma in cambio desidera essere remunerato: il donatore del seme e dell’ovulo, la mamma in affitto, il medico che esegue l’intervento. Ed il tutto parte da uno sborso economico iniziale, alcune volte anche rateizzabile in comode rate, che gli aspiranti genitori sono chiamati a versare ai responsabili di queste cliniche.

Le prime domande che viene spontaneo porsi alla mente sono: è giusto che la vita umana nasca da una richiesta di denaro che produce un affare economico? La natura non ha deciso di donare gratuitamente una nuova vita? Chi dona il suo seme o il suo ovulo può ritenersi estraneo rispetto alla vita nascente? La mamma in affitto, che porta quel bambino per nove mesi, ha una responsabilità verso quella creatura dal momento che è venuta alla luce dal suo grembo? Questa stravolgimento del ciclo naturale della nascita di una vita umana pone seri interrogativi sull’identità del figlio e sull’identificazione del ruolo dei genitori biologici.

Questi interrogativi hanno bisogno sempre più di essere sviscerati, perchè ogni essere umano possa trovare delle risposte adeguate alle domande più profonde sulla propria esistenza. Immaginiamo solo per un attimo quale possa essere la reazione di un figlio (una volta conosciuta la verità del suo concepimento) davanti a coloro che hanno contribuito alla sua nascita.

E’ da considerarsi padre biologico il donatore del seme? Quali domande potrà porre il figlio a quel padre? E potrà chiamare madre quella donna che l’ha portato nel suo grembo? Riuscirà ad avere parole di gratitudine per quel padre o per quella madre biologici che hanno partecipato alla nascita della sua vita? Al contrario, non arrivare a conoscere (perchè hanno voluto rimanere anonimi) l’uomo che ha donato il seme, o la donna che offerto il suo ovulo, o la madre che lo ha partorito, potrà risultare un dispiacere per il figlio, quando si vedrà impossibilitato a portare a termine il suo desiderio di conoscere le sue origini?

Queste piaghe silenziose rischiano di rimanere nascoste nel cuore di quella persona per tutta una vita.
Osvaldo Rinaldi da www.zenit.org

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