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Sentirsi irrequieti, desiderare di essere altrove

Da tutta la vita mi prende certe mattine una irrequietezza, come la necessità assoluta di andare in un luogo diverso da quello in cui mi trovo. Si impadronisce di me l’idea che, se fossi in quella data città, o se vedessi il mare, sarei felice: e che quell’accidia, quella malinconia che ho sempre addosso se ne andrebbero, se fossi altrove.

Tante volte, fin da quando ero ragazza, ho ubbidito a questo istinto di partire, da sola, sospinta dall’idea che “laggiù” sarebbe stato diverso, oppure, addirittura, sarei stata diversa io. E sono partita per le Dolomiti, assaporando i chilometri sull’autostrada, e la pianura che da Verona si stringe nella valle del Brennero: e il verde denso dell’Adige mi pareva già promettere quell’altro mondo, in cui sarei stata felice. E il profilarsi delle prime vette, nella foschia dell’orizzonte, con più forza mi assicurava che lassù sarebbe stato diverso, e mi sarei sentita in pace.

Oppure andavo in una città grande come Londra, e nelle prime ore la maestosità severa del Tamigi, la vitalità intensa di Piccadilly Circus mi incantavano, tanto che mi dicevo: ecco, vedi, qui è diverso. Eppure ogni volta, dopo una breve contentezza, mi sono sentita smarrita: “No, non è qui”. E quante volte sono tornata e sono ripartita – il viaggio, in questi pellegrinaggi, era sempre la cosa più bella, carico di speranza com’era – per altre mete, in auto, gustando i paesaggi che cambiavano, nella illusione di stare andando finalmente dove mi sarei liberata della mia irrequietezza. E sempre no, invece, ogni volta, delusa, “no, nemmeno qui”.

 

Ormai mi rifiuto di dare retta a questa ingannevole sirena, che tuttavia mi tenta ancora. Se vado a prendere un figlio che arriva a Malpensa mi soffermo a leggere il tabellone delle partenze: Londra, Palermo, Istanbul… E di nuovo mi convinco che sì, forse, in un altrove lontano sarebbe diverso, e, finalmente, sarei un’altra io. L’ultima volta che ci sono cascata, sono tornata a Parigi. Ma, passata l’ebbrezza delle prime ore, mi sono accorta che fra i viali superbi e i palazzi sontuosi, no, non ero lieta neanche lì. E allora, rintanandomi anzitempo in una camera d’albergo, non ho potuto non domandarmi quale sia davvero l’altrove che domando.

Forse non è un luogo dello spazio, ma del tempo? La nostalgia di una prima infanzia, di cui non ho il ricordo? O che sia la memoria di una origine, di un “prima” da cui veniamo, di quel pensiero di Dio in cui, prima di venire al mondo, abitavamo? Ma, “instabilitas loci”, così san Tommaso, ho scoperto, chiamava la sindrome che ho addosso, e la considerava segno di un disordine interiore. E della stessa malattia, ho scoperto, parlano gli antichi, Seneca, e Orazio, tutti testimoniando l’illusione di questo continuo partire. Descrivono precisamente ciò che provo, ma non dicono come se ne guarisce. Forse allora, mi dico, questa irrequietezza me la devo tenere: come un compito, come una spina che non mi lascia tranquilla. Come un segreto da decrittare; o come una domanda, da avanzare, mendicante – la mano tesa e vuota.

La vita di Giulia, morta a piedi nudi «per sentire le nuvole del Paradiso»

giulia a piedi nudiMorta a 14 anni nell’agosto del 2011, Giulia Gabrieli, ha scritto un libro in cui racconta la bellezza di una vita esplosa mentre lottava contro il tumore.

«No, no. Io non credo più nelle coincidenze. Nulla accade per caso. Io credo nei segni». Questa la fede cristallina di una ragazzina morta di tumore il 19 agosto 2011 all’età di 14 anni, dopo due passati a lottare contro la malattia. Una fede, quella della piccola bergamasca Giulia Gabrieli, esplosa in brevissimo tempo, fino al punto da lasciare segni di speranza nella vita di centinaia di persone perché, scriveva, «queste situazioni aiutano a capire molte cose della vita (…) io ringrazio il Signore di avermi donato, attraverso la malattia che è ritornata, una seconda chance per capire quanto mi vuole bene».

«DOV’E’ DIO?». La storia della malattia di Giulia non è cominciata così, ma nella ribellione. È lei stessa a descriverla con una semplicità disarmante nel libro pubblicato di recente, Un gancio in mezzo al cielo (edizioni Paoline, 124 pagine, 12 euro). Giulia si ammala nell’estate del 2009. La diagnosi viene fatta in seguito al gonfiore di una mano. Seguono le terapie. La ragazzina sta malissimo e il suo umore è altalenante per via dei farmaci. Infatti scrive: «Ho passato dei momenti molto duri (…) ero arrivata ad un momento cruciale: ero nervosissima, mi tremava tutto il corpo, piangevo tutto il giorno». Fino al dubbio sulla bontà di Dio: «Lui che dice che posso pregare, può fare grandi miracoli, può alleviare tutti i dolori, perché non me li leva? Dov’è? Perché sta a guardare?».

Davanti al tentennamento sono i genitori di Giulia e il suo amico prete ad assicurarle che il Signore la sta tenendo in braccio, anche se a lei non sembra. La piccola non si sente così, ma continua a chiedere a Dio di mostrarsi.

Nulla sembra cambiare, finché Giulia non finisce per un contrattempo nella Basilica di Sant Antonio a Padova. Lì, mentre tiene la mano appoggiata sulla tomba del santo, una sconosciuta mette la mano sopra la sua che in quel momento è sgonfia e non appare malata.
«Non mi ha detto niente – scrive Giulia – ma aveva un’espressione sul volto, come mi volesse comunicare: “Forza, vai, avanti, ce la fai, Dio è con te”». La piccola, entrata in lacrime, esce dalla basilica radiosa.

Da quel momento, il Dio che pensava lontano dalla vita comincia a farsi presente tramite volti, avvenimenti e cose. Tanto che poi descriverà così anche il suo momento più buio: «Ero talmente disturbata dal dolore che non riuscivo a sentirlo vicino, ma in realtà penso che lui mi stesse stringendo fortissimo. Quasi non ce la faceva più!». Perciò, scrive ancora ai suoi lettori, «rivolgiti al Signore, che qualcosa migliora. Non con la bacchetta magica, però pian piano il Signore migliora tutto». È questa la strada che Giulia risceglie in ogni momento e in cui ingaggia diverse battaglie. Oltre a quella contro il tumore c’è quella per i bambini del suo reparto: chiederà al vescovo, Francesco Beschi, un sostegno spirituale all’interno della pediatria dell’Ospedale Riuniti di Bergamo dove è ricoverata. Poi insegnerà ai medici a riavvicinarsi ai pazienti senza paura, formerà un gruppo di preghiera, girerà per testimoniare ai giovani la bellezza della vita. Fino a scrivere il libro della sua storia.

IL SOFFIO DI MARIA E “SUPEREROI”. Tutto inizia con un fatto che spiega a Giulia il perché di quella malattia: prima di ammalarsi la ragazzina riceve la Cresima, restando colpita dall’omelia in cui si dice che quel sacramento è un dono dello Spirito per testimoniare Cristo. Scrive: «Davvero non capivo cosa potevo fare io (…) E, lì a due mesi, si è presentata la malattia. Ecco io la malattia la sto vivendo come un impegno da cresimanda».

Giulia, poi, racconta altri due episodi decisivi oltre a quello nella Basilica di Sant’Antonio. Il primo è l’incontro con la beata Chiara Luce, «la ragazza che davanti a un gradino non si è fermata, ha invocato l’aiuto del Signore, si è abbandonata a Lui, alla sua volontà, al suo amore». Come lei, anche Giulia parla del suo rapporto con il Dio come di una bimba con il padre: «Lungo la strada i due possono essersi detti tante cose, sia belle sia brutte, ma un padre, quando suo figlio gli chiede aiuto, è sempre disposto a tendergli la mano per aiutarlo. Ecco io sono quel bambino, ingenua di fronte all’onnipotenza di Dio».

A cambiarla e sostenerla sono anche i due viaggi a Medjugorje, dove «per spiegare cosa avviene, mi sono inventata questa immagine: la Madonna a Medjugorje è come se continuasse a soffiare in un palloncino… così l’amore va dappertutto e va a colmare ogni piccola mancanza del nostro cuore». Un’esperienza che cresce a tal punto da rendere Giulia capace, al riemergere della malattia che sembrava sconfitta, di sostenere i suoi genitori e i medici. A loro dirà di non avere paura e che è pronta a combattere insieme. Ed è proprio con i medici che Giulia fa un lavoro importantissimo quasi senza accorgersene. Nell’aiuto dei medici Giulia vede quello di Dio, li chiama i miei “supereroi” e fa capire che da loro non pretende la guarigione, ma cura e compagnia.

Nel libro Giulia spiega anche come i parenti devono stare vicino ai malati, senza censurare la verità. Dalle pagine emergono la sua allegria e il modo di sdrammatizzare in cui molti bambini malati trovano conforto. A colpire il reparto, e il crescente numero di persone che le si fanno intorno, è soprattutto la normalità con cui Giulia vive la sua giovinezza. Amante dello shopping, della musica e degli amici, come una normale tredicenne. Questi i dettagli che la malattia le fa gustare sempre di più, tanto da far crescere in lei lo struggimento per il nichilismo dei giovani che incontra. Perciò insegnerà ai suoi amici a pregare per «cercare di avvicinare i ragazzi al Signore (…) perché è la prima cosa, è dalla preghiera che nasce tutto». E andrà a parlare davanti a folle di giovani per dire il bello della vita.

Infine, circa due mesi prima di morire, sosterrà brillantemente anche l’esame di terza media. La ragazza chiede fino all’ultimo la guarigione per realizzare tutti i progetti che ha nel cuore, ma nello stesso tempo scrive: «Certo, mi piacerebbe vivere una vita lunga (…) però io la morte la vedo come una bella cosa (…) so che dopo la morte c’è il Signore, ritorno da Lui». Cose che Giulia può dire perché ne fa già esperienza in vita: «Lui è tanto buono, mi prende tra le sue braccia. C’è la Madonnina… non vedo l’ora di dirgli grazie per tutto quello che fanno per me».

LE NUVOLE DEL PARADISO. Infine, con la stessa semplicità con cui narra la sua vicenda, tanto da rendere il libro comprensibile a un bambino di qualsiasi età, Giulia dirà: «Io il Paradiso me lo immagino come: avete presente l’era glaciale?». Perciò si farà seppellire con una veste bianca e con i piedi nudi, perché «ci sono tutte queste nuvole rosa, questo mega cancello dorato… e tu, a piedi nudi apri il cancello… Oh è bellissimo».

di Benedetta Frigerio (www.tempi.it)

Gianna Beretta Molla, vivere con fede e morire con gioia

Siamo bombardati in mille modi (dai film ai romanzi, dalle riviste agli articoli giornalistici) da messaggi che inneggiano all’edonismo sfrenato e ad un becero carpe diem. Se apriamo una pagina di internet il termine amore è, spesso, sostituito dalle parole «sesso», «piacere» e «tradimento». Piuttosto che del rapporto matrimoniale si preferisce parlare di convivenze, di rapporti momentanei e fuggevoli. Insomma, oggi è trasgressivo usare la parola «matrimonio». Oggi, allora, vorrei proporre una testimone che l’amore vero, quello fatto di premure semplici per il consorte e per i figli, della gioia e del dolore, della fatica e del sacrificio, è bello, esaltante, eroico e soprattutto desiderabile, perché ci rende più felici.

Il 16 maggio 2004, alla presenza del marito, dei figli e dei nipoti, Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato Gianna Beretta Molla per proporla a tutti noi come modello da imitare. In quel giorno «prendeva finalmente forma e concretezza il desiderio di tanti di vedere sugli altari donne ed uomini del laicato cattolico, donne ed uomini sposati e divenuti santi vivendo il sacramento dell’amore cristiano nel Signore» (Elio Guerriero).

Era morta il 28 aprile 1962 colei che è stata definita la santa del matrimonio e della quotidianità. Perché ha ancora senso proporre questa figura ai giovani e agli adulti di oggi? Le lettere di Gianna ci aiutano a capirne meglio le ragioni. Fitto e intenso è l’epistolario che Gianna scrive sia durante il fidanzamento durato tre anni (dal 1952 al 1955) che nei pochi anni di matrimonio (dal 1955 al 1962). «Le Lettere al marito di santa Gianna sono […] come una luce concessa in tempi difficili per riaffermare che il matrimonio è dono di grazia, è via di un uomo e una donna che con il loro amore danno espressione e visibilità all’amore bello e straordinario di Dio» (Elio Guerriero).

Nei mesi del fidanzamento ufficiale, dal febbraio 1955 al settembre 1955, le epistole sono tutte animate dal desiderio di rendere felice il futuro marito. Il 21 febbraio 1955 Gianna scrive: «Vorrei proprio farti felice ed essere quella che tu desideri: buona, comprensiva e pronta ai sacrifici che la vita ci chiederà. […] Ora ci sei tu, a cui già voglio bene ed intendo donarmi per formare una famiglia veramente cristiana». La gioia e il senso di gratitudine per il dono imprevisto che è stato l’incontro con il futuro marito Pietro si uniscono alla consapevolezza che tutti i suoi sforzi non basteranno a realizzare ciò. Questa coscienza si traduce in domanda e preghiera che Colui che ha avviato l’opera la porti a termine. La lettera di tre settimane più tardi è tutta animata da questo sentimento: «Pietro, potessi dirti tutto ciò che sento per te! Ma non sono capace, supplisci tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene. Tu sei l’uomo che desideravo incontrare, ma non ti nego che più volte mi chiedo: «Sarò io degna di lui?». Sì, di te, Pietro, perché mi sento così un nulla, così capace di niente che, pur desiderando grandemente di farti felice, temo di non riuscirvi. E allora prego così il Signore: «Signore, tu che vedi i miei sentimenti e la mia buona volontà, rimediaci tu e aiutami a diventare una sposa e una madre come Tu vuoi e penso che anche Pietro lo desideri». Va bene così, Pietro?».

Il 24 settembre 1955 Gianna e Pietro si sposano. Gianna è sempre più desiderosa di compiere la volontà di Dio nel matrimonio. Si rende conto delle proprie manchevolezze e chiede aiuto e correzioni al marito: «Pietro, se vedi che faccio qualcosa che non va bene, dimmelo, correggimi, hai capito? Te ne sarò sempre riconoscente». Umiltà e riconoscimento che l’altro ci è dato per camminare con e verso Cristo: sono questi due tratti fondamentali del matrimonio di Gianna, sostenuto sempre dalla preghiera e dalla offerta a Cristo. La letizia dell’animo di Gianna non è scevra di quel sano realismo cristiano che permette di guardare la realtà nella sua complessità partendo dall’esperienza di quanto accade, non esaltando tutto acriticamente, ma nel contempo non ripudiando ciò che può essere foriero di sacrifici, sofferenze o dolore.

Non è un atteggiamento improntato a masochismo, ma semplice e spontaneo dono di sé all’altro, alla presenza di quel Tu, Cristo, che li ha chiamati alla strada vocazionale del matrimonio, che è lì nell’unione sacramentale e che porterà a termine le opere avviate dai due sposi. Gli sposi ricevono «il Sacramento dell’Amore» e diventano «collaboratori di Dio nella creazione» dando «a Lui dei figli che Lo amino e Lo servano». Così, con gioia la coppia si apre al dono della vita nascente. Vengono alla luce Pierluigi, Mariolina, Laura. La quarta gravidanza sarà, però, accompagnata dalla notizia della malattia di Gianna. La presenza di un fibroma nell’utero costituisce un pericolo per la vita della madre. Solo l’aborto, in base alle conoscenze e competenze mediche dell’epoca, potrebbe rappresentare una salvaguardia per la sua vita.

Gianna decide di portare avanti la gravidanza, si fa asportare il fibroma, cosciente del grave rischio che la sutura praticata nell’utero possa cedere. Durante la degenza in ospedale per l’intervento scrive ai figli: «Carissimi miei tesori, papà vi porterà tanti tanti bei bacioni grossi, vorrei tanto poter venire anch’io, ma devo stare a letto, perché ho un po’ bibi. Fate i bravi, ubbidite alla Mariuccia e alla Savina […]. Vi ho qui nel cuore e vi penso ogni momento. Dite un’Ave Maria per me, così la Madonnina mi farà guarire presto, e potrò tornare a Courmayeur a riabbracciarvi e stare con voi». Il 20 aprile 1962 Gianna entra in ospedale dove viene sottoposta a taglio cesareo. Nasce Gianna Emanuela. Subentra, però, una peritonite. In una lenta agonia si consumano gli ultimi giorni in ospedale.

Il 28 aprile all’alba, in seguito a sua richiesta, viene riportata a casa, dove morirà alle 8 del mattino, accanto al marito e ai figli.

Giovanni Fighera – Tempi

Lo terrai quel bambino, te lo dico io

mamma e bimboQuesta è la lettera scritta da una donna che ha voluto raccontare così la sua storia. Una testimonianza di profonda sofferenza e di gioiosa rinascita. “Non hai lo sguardo di una donna che vuole abortire!” disse Rossana davanti ad una tazza di caffè fumante.
“Lo terrai questo bambino, te lo dico io!” Oggi ripenso a quella frase e mi viene da sorridere. Ero rimasta incinta senza volerlo, a un’età in cui persino il pensiero di avere un bambino fa girare la testa, figurarsi la notizia di aspettarlo davvero. Il padre era scomparso nel nulla appena dopo aver saputo. E con tutti i miei dubbi, le mie parole e la mia confusione, adesso ero là, davanti a Rossana, una bella signora gentile con gli occhi pieni di luce, che con assoluta certezza prediceva un futuro che non vedevo mio, che non sentivo mio.
Lei parlava di quel figlio e io intanto mi ripetevo “Che faccio qui? Di cosa parla questa donna?”. Il nome di Rossana mi era stato fatto per la prima volta in ospedale, il giorno in cui avrei dovuto abortire.

Avevo già fatto tutti gli accertamenti e la data era infine arrivata; alle otto del mattino ero già seduta in sala d’attesa, in attesa che mi chiamassero per fare l’intervento. C’era un’altra ragazza che aspettava con me, in compagnia del fidanzato. Quando arrivò l’infermiera a chiamarla, sentii che gli diceva “È inutile che aspetti qui, vieni a prendermi verso mezzogiorno, penso che per quell’ora avrò finito!”. Finito, tra qualche ora sarà tutto finito, pensai. L’infermiera pronunciò il mio cognome; mi alzai, feci qualche passo verso di lei, poi mi arrestai e, con sorpresa inaudita, sentii la mia voce che diceva dire: “No, io non entro… Ora non me la sento, vorrei spostare l’appuntamento.” Lei mi guardò interdetta, poi chiamò il chirurgo. Gli spiegai che non ero sicura, lui mi rispose in malo modo: “Torni quando lo sarà, non abbiamo tempo da perdere qui!”. Rimasi immobile nel corridoio per non so quanto tempo, con quella mia frase che girava ancora nell’aria. Poi mi avviai verso l’uscita.

Al piano terra, forse perché ero visibilmente agitata, mi avvicinò una donna che, qualificandosi come assistente sociale, mi chiese cosa avessi. Le raccontai l’accaduto e per la prima volta mi venne fatto quel nome: “Ci sono degli aiuti per le ragazze come te, ci sono i Centri di Aiuto alla Vita” – mi disse – “Ti scrivo qui il numero del più vicino, la responsabile si chiama Rossana!” Tornai a casa con quel foglio tra le mani e sprofondai di nuovo nella mia disperazione. Per me era impossibile tenere il bambino, altro che Centri e aiuti e responsabili di nome Rossana; chiamai di nuovo in ospedale e fissai un altro appuntamento. Poco importava che i miei genitori, saputo della gravidanza, mi avessero dato tutto il loro appoggio e implorato di non abortire. Una parte di me quel figlio lo rifiutava, lo respingeva. Alla vigilia del mio secondo appuntamento in ospedale, chiamò il padre del bambino. Era passato più un mese dall’ultima volta che lo avevo sentito. Voleva sapere se avessi risolto il “problema”. Andai su tutte le furie, d’istinto gli dissi che avevo deciso di tenerlo, quel figlio che lui non voleva. Riattaccai, ero così sconvolta che ebbi un mancamento e cominciai a perdere sangue. Fu allora che diventai madre. Chiamai i miei genitori: “Portatemi al Pronto Soccorso, non voglio perdere questo bambino!” In ospedale mi dissero che avevo avuto una minaccia di aborto e mi curarono.

Una volta uscita, col mio bambino nel grembo, chiamai Rossana e la incontrai. Una, due, infinite volte. Lei e un sacerdote mi accompagnarono ogni giorno della gravidanza. Fu molto difficile, piena di angosce e di incertezze, ma loro erano lì, a ripetermi quanto questo bambino mi avrebbe reso felice, anche quando la madre che era in me scompariva di nuovo e tornava la ragazza impaurita che voleva farla “finita”. Oggi Gabriele è un bel bambino di quattro anni ed è la cosa più bella che abbia mai visto! Lo guardo dormire e mi avvicino per ascoltare i suoi respiri. Ha gli occhi che sembrano due stelle. È la stessa luce che ho trovato e trovo, ogni volta che ne ho bisogno, negli occhi di Rossana. Ora so cos’è: è la luce della vita! Lei prima, e poi il mio Gabriele, “Potenza di Dio”, hanno rimesso la luce nella mia vita.

In difesa delle bambine

black9Hend Nasiri è la giovane attivista yemenita che ha lanciato la campagna per Salvare Warda contro il matrimonio delle bambine nel proprio paese. Quello che lei lancia è un allarme a livello nazionale che richiede un risveglio delle coscienze anche a livello internazionale. La sua denuncia nei confronti di Tawakkul al-Karman, premio Nobel per la Pace, deve fare riflettere e quel senso di responsabilità che lei vorrebbe fare sbocciare in Yemen deve essere ascoltato anche in Occidente. Nella intervista che ha rilasciato in esclusiva per ZENIT descrive una situazione allarmante che vede la vita delle bambine messa quotidianamente a repentaglio da tradizioni retrograde e dall’estremismo islamico.

Il matrimonio delle bambine è una tragedia non solo yemenita, ma diffusa anche in altre aree. Tuttavia i rapporti che riguardano lo Yemen forniscono dati impressionanti.

Ci può narrare quante bambine, e talvolta bambini, vengono costretti a un matrimonio precoce?
Da tempo cerchiamo e analizziamo i rapporti e le statistiche a riguardo, purtroppo possiamo affermare che non esistono dati certi. Ciononostante sappiamo che lo Yemen si situa al tredicesimo posto tra le venti nazioni in cui è diffusa la pratica del matrimonio delle minori.

Qui la percentuale delle bambine che vengono date in sposa in età inferiore ai diciotto anni è del 48,4%. Un rapporto pubblicato di recente dal Centro di Studi e Ricerche Sociali dell’Università di Sanaa denuncia che negli ultimi due anni circa il 52% delle ragazze yemenite ha contratto matrimonio prima dei quindici anni, contro il 7% dei ragazzi. Sul totale dei matrimoni di minori il 65% riguarda bambine di cui il 70% residenti in aree rurali. In molti casi le bambine sono di un’età compresa tra gli otto e i dieci anni.

Lei ha avviato una Campagna nazionale “Per salvare Warda”, ovvero per sollevare pubblicamente la questione delle spose bambine. Ci potrebbe narrare come è nata questa idea?

Hend Nasiri: A un certo punto mi sono resa conto che in seno alla Conferenza per il Dialogo Nazionale nessuno si era mai occupato della tragedia del matrimonio precoce e che non si era mai riusciti a votare e la definizione e la restrizione dell’età minima  per il matrimonio. Il problema risiede nelle cosiddette forze tradizionali e conservatrici e nelle cosiddette forze religiose Yemen che da sempre combattono contro una legge che ponga come età minima per il matrimonio i 18 anni. Dopo avere seguito numerosi casi e studiato molti rapporti a riguardo, il 20 agosto scorso ho preso la decisione di dare vita, a livello personale, a una campagna di sensibilizzazione. Con il passare dei giorni ho trovato molti sostenitori e molte persone che si sono unite alla mia battaglia, in modo particolare attivisti per i diritti umani e giuristi, uomini e donne. Ho quindi guadagnato alla causa persone valide e con esperienza in materia.  L’obiettivo principale di questa mobilitazione è quello di raggiungere la gente, l’opinione pubblica di modo da creare consapevolezza e responsabilità nei confronti del matrimonio della bambine. Così facendo vorrei garantire il sostegno dal basso affinché si possa esercitare pressioni sul governo affinché la legge stabilisca a 18 anni l’età minima per il matrimonio e possa perseguire e punire chiunque contragga o aiuti a contrarre un matrimonio di una minore.

Il governo e le istituzioni la stanno aiutando?

Hend Nasiri: Quanto alla collaborazione con organizzazioni e il governo siamo solo agli inizi. Stiamo cercando di avvicinare entrambi, così come organizzazioni della società civile come l’Unione delle donne nello Yemen, la Commissione nazionale per la donna. Sinora abbiamo ottenuto risposte positive e collaborazione.

Qual è la posizione degli estremisti islamici nei confronti della Campagna? Ci sono imam che, come è avvenuto in Marocco, hanno emesso fatwe a favore del matrimonio delle bambine?

Hend Nasiri: Per il momento non abbiamo subito attacchi diretti, ma gli estremisti islamici parlano e ripetono ai mezzi di comunicazione che l’età minima dovrebbe essere 16 anni e che si deve seguire la legge di Dio, ovvero la sharia. Quanto a una fatwa esistono due comunicati degli ulema dello Yemen circa il matrimonio delle bambine in cui difendono e appoggiano il matrimonio delle minori per evitare la diffusione della prostituzione e dell’adulterio prima del raggiungimento della maggiore età.

Il premio Nobel Tawakkul al-Karman sembra molto silenziosa a riguardo. Lei che ne pensa?

Hend Nasiri: Tawakkul al-Karman segue i dettami del proprio partito, il partito al-Islah espressione dei Fratelli musulmani, quindi non può pronunciarsi opponendosi al partito. Nonostante abbia ricevuto il Premio Nobel per la pace sinora non si è schierata né per la pace né si è occupata di una qualsiasi questione umana e umanitaria che riguarda il proprio paese.

Quali soluzioni proporrebbe per vincere battaglia contro i matrimoni precoci?

Hend Nasiri: A mio parere è indispensabile una riforma dei programmi scolastici affinché vi sia più consapevolezza dei rischi a livello sanitario del matrimonio in età precoce, al contempo i religiosi illuminati dovrebbero iniziare ad affrontare il tema nelle moschee e a spiegare i pericoli di questo tipo di unione sia per le bambine che per la società.

Che cosa si può fare dall’esterno per aiutarvi nella vostra missione?

Hend Nasiri: Quel che desidero comunicare al mondo è che decine, anzi centinaia, di ragazze nello Yemen che ogni giorno vengono obbligate al matrimonio e vengono violentate in nome di questo matrimonio a causa dell’ignoranza e della povertà. Ci sono molte ragazze vittime dello strapotere e della dittatura del padre e del marito. La questione del matrimonio delle bambine è un problema di tutti gli yemeniti ed è indispensabile che diventi una responsabilità di tutti quanti, è necessario che tutti prendano posizione contro questo crimine.
Valentina Colombo – Zenit

Aborto: un “antidoto” alla RU486 ha salvato 213 bambini

feto4Lifenews ci informa che un medico del North Carolina ha salvato, finora, 213 bambini dall’aborto, dando alle loro madri la possibilità di rimediare all’assunzione della prima dose di RU 486.

Il dottor Matthew Harrison ha infatti lavorato con il dottor George Delgado e la dottoressa Mary Davemport per trovare qualcosa in grado di invertire gli effetti velenosi della pillola abortiva. E l’”antidoto” trovato ha funzionato su 137 donne che ora hanno felicemente in braccio i loro bambini e su 76 che devono ancora portare a termine la gravidanza.

Per effettuare un aborto chimico (ossia con RU 486) nell’arco di tre giorni la madre deve prendere due pillole: il mifepristone, che blocca la crescita del bambino togliendogli la possibilità di nutrirsi,  e il misoprostol, che innesca le contrazioni uterine per espellere il bambino morto (un vero e proprio parto).

Il team del dottor Harrison ha scoperto che se le donne ricevono dosi elevate di progesterone poco dopo aver preso la prima pillola abortiva, l’azione bloccante sulla crescita del bambino viene neutralizzata.
La cosa, purtroppo, non ha funzionato su due madri pentite di aver iniziato l’aborto, che però hanno chiesto troppo tardi aiuto al team di Harrison: le donne avevano infatti già  preso anche la seconda pillola e quindi erano già cominciate le contrazioni. Ovviamente è tanto più facile evitare l’aborto, quanto prima si interviene.

Harrison sente che quello che fa è dare davvero alle donne un diritto alla scelta. E’ orgoglioso di poter offrire una via d’uscita alle donne che si pentono di aver intrapreso la procedura per uccidere il loro bambino. Sul sito abortionpillreversal.com c’è anche un numero di telefono cui si può chiedere il pronto intervento dei volontari che lavorano per evitare il dolore dell’aborto alla madre e salvare la vita del bambino.

da: http://www.notizieprovita.it/

Il transumanesimo e la Chiesa

transhuman1Per qualcuno il termine transumanesimo non significa nulla. Eppure sta dilagando. Perlomeno negli Stati Uniti. Alcuni film che si ispirano a quella filosofia: Matrix, Ai – artificial intelligence (intelligenza artificiale); Iron Man, Blade runner, Avatar. Film di successo, che non possono non aver lasciato un segno nelle coscienze. Ce ne parla il professor Robert Gahl, americano del Wisconsin, ingegnere, filosofo e teologo, che insegna Etica fondamentale all’università’ Pontificia della Santa Croce di Roma. Cos’è il transumanesimo? Gahl: La parola vuol dire qualcosa di diverso o oltre l’umano. E questo è un concetto anticristiano. Non può esistere l’oltreumano nella storia. L’’uomo non può diventare qualcos’altro. Perche’ il punto di riferimento stabile nel tempo e’ Gesù, uomo perfetto, ieri oggi e domani. Perché pensa che sia impossibile arrivare un giorno a un qualcosa che supera l’’uomo, a un’immortalità materiale, nel senso di vivere nella storia per sempre? Gahl: Non si può abbandonare il concetto di umanità e pensare a qualcosa di diverso. Per la nostra natura noi siamo autotrasformabili, in quanto esseri spirituali, a immagine di Dio, potenziati dalla ragione. Mentre la natura umana resta uguale, c’è l’evoluzione biologica. Non la trasformazione della specie. I cambiamenti sono accidentali, non sostanziali. Possiamo modificare noi stessi, il contesto sociale, acquisire nuove abilità, come andare in bicicletta. Ma restiamo uomini. Utilizziamo nuovi strumenti, nuovi linguaggi, alteriamo la costituzione genetica (si fa anche senza volerlo fare). Si riferisce all’eugenetica? Gahl: L’eugenetica è negativa perché prevede l’eliminazione dell’essere umano (l’omicidio dei down, disabili, handicappati.). Quindi la tecnologia può essere positiva o negativa a seconda del fine? Gahl: Acquisiamo aspetti nuovi di conoscenza, nuove tecnologie, per migliorare gli esseri umani. E queste novità sono usate bene o male.

Quando sono usate bene?
Gahl: Quando si applicano le regole morali di rispetto della persona, che è libera e deve essere amata per se stessa. E quindi non deve essere strumentalizzata per altri fini.
E male?
Gahl: Appunto quando si sfruttano le persone, si utilizzano per altri fini.
Se invece si aiutano è per il loro bene. Un esempio di transumanesimo?
Gahl: I replicanti di Blade Runner sono transumani, superano l’umanità, hanno prestazioni migliori, eppure sono schiavi, che poi si ribellano… E il film si chiede: cos’è l’essere umano? La risposta del film è positiva: è uomo chi è capace di amore, di libertà e di rispetto per gli altri.

Il bene del progresso scientifico? Gahl: È quando si tratta ognuno come se fosse fine a se stesso. Se si eliminano o sfruttano o manipolano le persone (aborti, omicidi, strumentalizzazioni per gli esperimenti) il progresso è cattivo. Se serve per aiutarle è positivo.

Qualche esempio negativo e positivo del transumanesimo? Gahl: Oggi va di moda il neuro enhancement, un tipo di sviluppo per aumentare la funzione neuronale, il cervello. E cosa c’è di negativo a potenziare il cervello? Gahl: E’ positivo per esempio in alcuni campi della medicina, per stimolare il nervo ottico. Ma se si utilizza per manipolare la persona, va contro la morale. Per esempio le macchine create per provocare sensazioni sessuali perverse, fuori dal rapporto d’amore, provocano disordini, con un abbassamento narcisistico. Creano una realtà virtuale che sostituisce la relazione.

Altri meccanismi perversi di manipolazione della neuro enhancement? Gahl: Ci sono dei farmaci in laboratorio che consentirebbero di lavorare anche 40 ore senza aver bisogno di dormire, per esempio per i piloti di aerei. Il problema è: come sarebbe applicato? Come fanno i test per verificare che non ci siano degli effetti collaterali e qual è il risultato complessivo sull’organismo umano e sulla qualità di vita personale? Se potessi scegliere, se fossi ugualmente riposato dormendo un po’’ meno, posso dedicare più tempo alla famiglia. Il rischio è: chi somministra i farmaci e perché? Il datore di lavoro? È fondamentale il rispetto della persona e della sua libertà di scelta.

Un po’ come per il doping? Gahl: Il doping sportivo è una specie di enhancement per migliorare le prestazioni. Ma a che costo? È molto diffuso nello sport liceale negli Usa, perché non ci sono rigorosi controlli antidoping. Il ragionamento è: avrò successo, entrerò in una buona squadra. Se il contesto obbliga, lede la libertà. Inoltre ci sono degli effetti collaterali molto pericolosi.

Qual è la sua posizione? Gahl: Non è bene obbligare le persone a fare esperimenti su se stessi. Il transumanesimo ha dei rischi. È necessario rispettare la libertà. Il criterio fondamentale è rispettare e voler bene. La persona è fine a se stessa, e non strumento per altro.

Altro settore del transumanesimo è il cyborg e la robotica. Che ne pensa? Gahl: Bene il cyborg che salva la vita come il pacemaker per il cuore. O i robot che evitano di fare cose ripetitive e liberano l’uomo per attività più creative. Ma il robot – lo stanno facendo in Giappone – specializzato per celebrare le nozze o per accogliere i clienti in albergo elimina la relazione e crea un mondo virtuale in cui l’uomo interagisce con machine invece di relazionarsi con altre persone. L’accoglienza deve essere, perlomeno in parte, umana e questa parte non può essere sostituita. Avere un’interfaccia con la macchina che sostituisce ogni contatto umano è contro la nostra dignità. Ho bisogno di relazionarmi.

La posizione della Chiesa? Gahl: La Chiesa spinge per il progresso scientifico, per le scoperte volte a beneficiare l’uomo, migliorarlo, potenziarlo. Ma è contraria alla manipolazione dell’uomo, agli esperimenti sull’uomo, perché contro la libertà e la dignità.

Altro aspetto del transumanesimo è il ricercare l’immortalità?
Gahl: I transumanisti anticristiani materialisti – soprattutto americani e inglesi – cercano l’immortalità sulla terra, allungare la vita per sempre, essere perdurevoli. La speranza materialista è quella di vivere per sempre. Ma non è una vita migliore, con una visione beatifica di Dio.

La risposta del Papa? Gahl: Bisogna recuperare l’aspirazione al cielo, anziché allungare la vita per sempre. L’ha detto ai luterani nel Kirchentag, la Giornata ecumenica delle Chiese in Germania: ciò che l’uomo più profondamente desidera è l’amicizia, la felicità, l’amore. Non da soli, ma con un altro. Ciò dipende dal dono. C’è quindi la necessità di un Salvatore. Solo con il Salvatore si può raggiungere il Cielo.

Il mito dell’eterna giovinezza non è mai morto? Gahl: C’era già nell’antichità. La fonte dell’eterna giovinezza è una sorta di transumanesimo antico. Il suo messaggio di felicità a transumanisti e non? Gahl: La famiglia al primo posto: contro qualsiasi tentativo di manipolare la nascita dei bambini (eugenetica) per migliorare la specie umana. È una violazione alla libertà di amore tra i genitori. L’affetto sperimentato in famiglia – che è l’amore incondizionato – anticipa la felicità del Cielo: è qui che troviamo la gioia attraverso la vita vissuta per gli altri.
Intervista al prof. Robert Gahl, docente di Etica fondamentale alla Santa Croce
di Marialuisa Viglione

Salvatore Crisafulli, il guerriero per i (veri) diritti negati

155029_180402558639198_4184830_nCi vorra’ tempo per cogliere l’evoluzione del concetto di guerriero e capire che oggi le guerre decisive sono invisibili e silenziose, combattute talvolta solo respirando, alzando lo sguardo come a dire «sono sopravvissuto, signori, eccomi qui».

 Ci vorrà senz’altro tempo, ma quel giorno tutti sapranno che l’uomo deceduto il 21 febbraio 2013, Salvatore Crisafulli, prima che il reduce da un incidente e dal coma, è stato questo: un guerriero. Indomabile e profetico, quasi immobile ma capace di sferrare la denuncia più micidiale contro la farsa materialista, e cioè l’idea che l’uomo – ogni uomo – valga nella misura in cui arriva e produce, trionfa e sa vantarsene.

Il tutto senza dare troppa importanza alla miopia di quanti, sentendone la storia, sperimentavano una compassione che lui, Salvatore, rovesciava in rabbia «contro un sistema sanitario che per interessi economici costringe la gente a vegetare». Ma di quale eutanasia andate blaterando – tuonava – se l’eutanasia di Stato esiste già, se per le Istituzioni i disabili più gravi non sono diversamente abili ma diversamente morti, reietti, costosi rompiscatole. Così, pur senza il favore della buona stampa e delle telecamere, che a stento immortalavano le sue sofferte proteste – altro che scioperini dietetici!-, Crisafulli ha saputo farsi interprete di un dramma sociale clandestino, che senza di lui sarebbe rimasto tale chissà quanto. (approfondisci sull’Eutanasia)

Non solo: col suo reportage dallo stato vegetativo e la sua narrazione del terrore che vivi quando tutti ti danno per spacciato e non hai neppure il fiato per mandarli a quel paese, è stato anche l’avvocato postumo, il difensore che Terri Schiavo (1963-2005) ed Eluana Englaro (1970-2009) non hanno avuto in tribunale, la prova vivente che l’unica cosa irreversibile, oggi, è l’ignoranza di chi crede alle persone trasformate in vegetali, alla favola eugenetica dell’uomo-pianta. Per questo Crisafulli faceva paura: era un guerriero tutto cuore e niente corazza, forte dell’unica arma che i suoi occhi brandivano continuamente, ora con dolcezza ora con indignazione: la verità. Adesso che non c’è più naturalmente ci manca. Ma il coraggio che ha dimostrato è troppo alto e la lezione consegnataci troppo nobile perché ci si azzardi a parlare al passato. Il guerriero per i diritti negati vive, e quei diritti sono ancora lì, da conquistare. Ora tocca a noi.

http://giulianoguzzo.wordpress.com/

In India e Cina l’aborto selettivo di bimbe

E’ proprio il caso di dire “speriamo che non sia femmina” e, soprattutto, “basta” agli uomini, ai mariti, che esercitano una tale violenza psicologica sulle loro donne da ridurle a non saper pensare più con la loro testa, a non cercare il meglio per se stesse e la propria anima.

Così, sbalordisce e atterrisce leggere sui giornali che una donna del Vietnam ha abortito ben 18 volte, per accontentare il proprio consorte, che avrebbe voluto un figlio maschio!

Ma la cosa peggiore è che questa non è una notizia straordinaria, in certi Paesi, e che lei non è l’unica ad agire in questo modo.

Lo definiscono aborto selettivo,  nel senso che, se il feto non ha il genere desiderato, si decide di sopprimerlo.

A rischio sono tutte le bambine, che potrebbero nascere in Cina, in India, nel Caucaso e in altre località asiatiche, dove nascere femmina è un disonore per l’intera famiglia.

Fu il Premio Nobel Amartya Sen, un economista indiano, a parlare, nel 1990, di questa orrenda discriminazione, definita “Missing Women”, e a riportare i dati delle donne mai nate, a causa del diffusissimo fenomeno dell’aborto selettivo.

Solo in Cina, affermò Sen, oltre 100 milioni di donne sarebbero nate in più, fino a quel momento, e non è stato loro concesso. Un numero enorme, paragonabile a quello delle vittime di grandi eventi mondiali, come le carestie o le grandi guerre, sommate insieme.

Attualmente è Christophe Z. Guilmoto che, dal 2008, sta portando avanti un progetto demografico per il CePeD (Centre Population & Développement di Parigi), per calcolare gli effetti devastanti di queste malsane abitudini orientali, che determinano una mascolinizzazione anomala.

Attualmente in Cina, lo Stato sta attuando una pianificazione familiare, proprio per ridurre gli aborti di questo genere; in India, la “Action Aid India” ha lanciato la campagna “Beti Zindabad”, ossia “Lunga vita alle figlie”, perché il governo intensifichi i controlli sugli aborti selettivi, vietati per legge dal 1994, tra l’altro.

In India le bambine che non nascono sono 7.000 al giorno! Un affronto delittuoso verso la vita, le donne e i loro diritti.

La maternità e’ un dono, non un errore da evitare

Si parla tanto di prevenzione, ma si previene una malattia, una patologia, non una gravidanza. La maternità non è un errore, un rischio da cui guardarsi, ma un dono. Così Medua Boioni Dedè, gia’ Presidente e tra i fondatori della confederazione italiana centri regolazione naturale fertilità commenta l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica del 15 marzo dal titolo “Sesso sicuro – Nuovi contraccettivi, dal condom per lei allo stick sottopelle”. Il pezzo, inserito nella sezione “Salute” è accompagnato da una serie di commenti e approfondimenti e tra i titoli leggiamo “In arrivo anche in Italia gli ultimi metodi per evitare gravidanze indesiderate. Per le giovanissime si parla di doppia protezione: preservativo contro patologie sessuali e pillola anticoncezionale”. E poi ancora “E venne l’era dell’amore senza paura”.

Dottoressa Boioni, che cosa non la convince di quanto letto in queste pagine?  Direi tutto, ma soprattutto l’aspetto culturale e sociale, si dà per scontato che i giovanissimi abbiano o comunque cerchino di avere una vita sessuale attiva, ma non è sempre così, anzi. Gli adolescenti cercano amore, qualcosa che sia duraturo e non effimero, non possiamo rispondere a questi bisogni con i preservativi. Senza contare che ci sono delle conseguenze pesanti per gli adolescenti che vivono una sessualità precoce, ma di questo non si parla…

Quale tipo di conseguenze?  Innanzitutto psicologiche. I ragazzi vivono il primo rapporto come una prova, ma spesso rimangono frustrati perché non è come lo hanno immaginato, le ragazze invece aspettano con ansia questo momento perché perdendo la verginità si sentono più donne, ma poi rimangono molto deluse. Queste sensazioni negative spesso si trascinano negli anni, nelle relazioni. Purtroppo ho avuto a che fare con cinquantenni che ancora non avevano elaborato i traumi della prima volta, e ovviamente neanche lo sapevano…

Queste sono cose che non si raccontano: l’unico rischio da cui il mondo adulto sembra voler mettere al riparo i ragazzi è quello di avere un figlio, di compiere l’errore di rimanere incinta, ma una vita che nasce non è un rischio e tantomeno un errore. Inoltre ci si scorda di dire la cosa fondamentale, e cioè che per programmare una gravidanza l’unica cosa su cui agire è il proprio comportamento. Autocontrollo e autodeterminazione non sono dei paletti o delle restrizioni, ma anzi degli ingredienti essenziali per vivere a pieno l’intimità e la comunione con l’altra persona, che non può ridursi ad un incontro fisico.

Qualcuno non sarebbe d’accordo…  Nonostante quello che si crede non possiamo scindere il corpo dalla psiche e dalle emozioni, nemmeno l’uomo. Aneliamo comunque all’amore, non siamo soddisfatti dal piacere, perché il piacere finisce, quindi nessuno può dire che traiamo gioia da un incontro soltanto genitale.

Eppure la sessualità, o meglio il libertinaggio dei costumi e la promiscuità sono diventati la normalità e l’unica preoccupazione sembra non essere l’amore, bensì la contraccezione…  La mentalità contraccettiva non è altro che il rifiuto della possibilità del concepimento, in quanto l’ipotesi si una vita che nasce da un lato terrorizza i genitori, dall’altro è vista dai giovani come una possibilità remotissima. Così si ricorre all’educazione sessuale che però di educazione ha ben poco. Si spiegano gli strumenti con i quali scongiurare il rischio di una gravidanza, ma l’educazione ha ben altro scopo: quello di aiutare la persona a far uso di tutte le sue dimensioni comprese la ragione, l’intelligenza e la capacità di autocontrollo. Dico sempre ai ragazzi che incontro che chi ama davvero l’altra persona è in grado di autocontrollarsi, perché mette al centro l’altra persona, e qui non si tratta soltanto si evitare una gravidanza, ma di incontrare davvero l’altra persona. Si può provare un po’ di piacere, ma la gioia è tutt’altro…

Sempre sulle pagine di Repubblica la sessuologa Roberta Giommi dice “Costruire una mentalità preventiva è il sogno di chi si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività”, è d’accordo?  Sarà il sogno suo, non certo il mio. O meglio se il sogno è fare in modo che le persone traggano dalla genitalità il massimo del piacere, allora sono d’accordo, ma questa non è sessualità. La Giommi parla di sesso e fertilità, sesso e sicurezza, mi chiedo se si sia scordata il binomio sesso e amore. Per me il sogno è fare in modo che le persone scoprano come attraverso il corpo si può mostrare amore all’altra persona, un amore che soddisfa e realizza l’intimo dell’uomo e della donna, in una donazione che ci consegna all’altro per l’eternità, qualcosa che dura al di fuori del rapporto sessuale, che è progetto di vita, che è il costruire qualcosa, all’interno della quale ovviamente rientrano anche i figli. Se ci si mettono dei valori dentro il rapporto sessuale si rinnova ogni giorno, perché cresce e diventa fecondo, un bambino non diventa un rischio ma il frutto di un rapporto. Il piacere non ci soddisfa perché passa. E’ la gioia che resta nel cuore…

 

Gli “Amici di Lazzaro” dalla parte degli ultimi

adl ufficioL’associazione nata nel ’97 ha fra i suoi impegni la lotta alle vittime della tratta della prostituzione. Tra  gli altri obiettivi l’aiuto alle famiglie in difficolta’   Elena Spagnolo – Repubblica – Torino

“L’unità di strada funziona così. Ci troviamo di sera, con un gruppo di volontari. Saliamo sul furgoncino dell’associazione e andiamo in giro per la città, di notte. Incontriamo le ragazze e scambiamo qualche parola con loro: cerchiamo di costruire un rapporto alla pari”. Così Laura, volontaria dell’associazione Amici di Lazzaro, racconta come lei e altri giovani incontrano le prostitute straniere, soprattutto nigeriane. “Offriamo innanzitutto dialogo e amicizia; poi parliamo anche della possibilità di lasciare la strada”.

Un’attività, quella di vicinanza e sostegno alle vittime della tratta, che da molti anni contraddistingue l’associazione torinese. “Amici di Lazzaro è nata nel 1997. Tutto è partito perché io e altri giovani, poco più che ventenni, insieme al padre gesuita P. JeanPaul Hernandez avevamo cominciato a frequentare i senza tetto di Porta Nuova – racconta Paolo Botti, fondatore e presidente – In stazione conoscemmo anche alcune prostitute nigeriane, e cominciammo a occuparci di vittime della tratta”. Con gli anni l’associazione è cresciuta, insieme alle attività. Oggi i volontari sono circa 80, e organizzano anche corsi di italiano per donne straniere, doposcuola per alunni di elementari e medie, sostegno alle famiglie, progetti in Romania.

“In questo periodo aiutiamo circa 120 famiglie in difficoltà – spiegano – soprattutto di due tipi: ex vittime della tratta, oppure lunaparchisti. Abbiamo conosciuto questo mondo anni fa, insegnando catechismo nelle aree lunapark delle città. Molti lavoratori di questo settore soffrono la crisi: hanno attrazioni vecchie, lavorano poco. Così diamo loro sostegno economico, o alimenti”. L’associazione ha anche un piccolo punto di accoglienza, 4 o 5 posti letto. “Lo spirito è quello di essere amici dei poveri, dei piccoli. Cerchiamo di rispondere alle necessità. Ad esempio, ora servirebbero spazi più grandi per l’accoglienza, non riusciamo a soddisfare tutte le richieste. L’associazione vive solo di donazioni”. Molte energie sono dedicate alle vittime della tratta. “Incontriamo circa 400, 500 ragazze all’anno. Di queste, circa 40-50 ogni anno riescono a uscire dal giro. Ci occupiamo soprattutto di ragazze nigeriane, che nell’80% dei casi sono costrette a prostituirsi: è più facile avvicinarle perché non sono controllate a vista dai loro sfruttatori, che però le costringono minacciando ritorsioni contro le loro famiglie in Africa. Spesso poi sono soggiogate psicologicamente: chi le porta in Italia fa dei riti vodoo, convincendole che se non rispetteranno i patti succederà qualcosa di brutto. Tra i servizi che diamo c’è una rete di contatti in Nigeria per aiutare le famiglie di chi lascia”.

“Sono ragazze costrette con la violenza – spiega Laura – vogliamo sensibilizzare perché se non ci fossero i clienti sarebbe diverso. Invece sono tanti, è un argomento di cui si parla poco, tabù”. Gli amici di Lazzaro sono giovani: l’età va dai 28 ai 30, 35 anni. “L’associazione è di ispirazione cattolica e molti sono credenti, ma c’è anche qualche ateo” racconta Paolo, il presidente. Lui ha lasciato il suo posto di fisso vent’anni fa per dedicarsi all’associazione. “Volevo partire per l’Africa, poi ho capito che potevo fare molto anche qui”

 

http://torino.repubblica.it/cronaca/2012/03/26/news/gli_amici_di_lazzaro_dalla_parte_degli_ultimi-32203672/

 

La storia di Walter, il pastore, che ha rinunciato al trapianto per far spazio agli altri

Prima di tutto, prima di ogni riflessione, c’e’ la domanda: “Ma io lo avrei fatto?”. La risposta non e’ immediata, ma alla fine e’ un “no, forse no”. La mia debolezza mi scuote e solleva allo stesso tempo. Eppure, di fronte a Walter Bevilacqua, tolgo il cappello, con quel soffio di devozione piccola ma sincera che può sorgere anche tra uomini lontani.

Un pastore dei monti della valle Divedro, a pochi passi dal confine svizzero. Aveva vissuto lì, senza sposarsi mai, allevato dal nonno. Una vita per il lavoro, «senza mai un giorno di pausa», tra animali e agricoltura. È morto l’altro ieri, a 68 anni, nell’Ospedale in cui effettuava la dialisi per la sua grave malattia renale. Il cuore ha ceduto. La sua morte diventa notizia e schianto quando don Fausto Frigerio, il parroco del paese, rivela, durante la cerimonia funebre, che mesi prima aveva rinunciato al trapianto di un rene, per il quale era giunto il suo momento in lista d’attesa. Perché? «Sono solo – aveva confidato – non ho famiglia. Lascio il mio posto a chi ha più bisogno di me. A chi ha figli e ha più diritto di vivere».

Non sono d’accordo. Non è vero, per esempio, che qualcuno abbia più diritto di vivere di altri. Eppure, di fronte al suo atto di coraggio e dedizione, resto sbigottito e ammirato. Il suo altruismo lo conoscevano tutti, ma non fino a questo punto. È l’impennata dell’umano, che ogni tanto, da qualche parte del mondo, accade portentosa. Anche nel più sconosciuto borgo di montagna, nel cuore dell’uomo più semplice e meno erudito.

Ieri studiavo le principali teorie sulla storia e il suo corso. Tutte fondate sul male. La storia sarebbe lotta di classe, guerra di dominio, determinata dall’economia e dall’interesse. Ma come si fa a dirlo di fronte a fatti come questo? Come si fa a dire che l’uomo è solo “homini lupus”? Sì sì, eroe del giorno senza dubbio. Anzi, di più: uno dei tanti (tantissimi) eroi della storia umana. Con un’umile “correzione”: vorrei dirgli che la sua vita, proprio per questo suo cuore grande, non valeva, non è valsa, meno di nessun altra.

L’antropologia cristiana e le scienze

antropologiaL’antropologia cristiana, come e’ stato evidenziato[1], e’ una filosofia dell’uomo condotta sul piano puramente razionale e, in quanto tale, prescinde dalla Rivelazione ed è quindi condivisibile da credenti e non credenti. Le scienze possono contribuire ad integrare dimensioni dell’uomo che la filosofia non puo’ prendere in considerazione poiche’ non fanno parte del suo oggetto formale, come ad esempio la struttura biologica dell’uomo, il suo sistema nervoso, ecc. L’insieme delle scienze empiriche che studiano l’uomo possono  darci, da diversi punti di vista, una “idea puramente scientifica di uomo, la quale – scrive Maritain – può procurarci  delle informazioni inestimabili”[2]. Le scienze, così come la filosofia, devono svolgere le loro indagini all’interno del proprio oggetto formale, quindi non possono invadere il campo che è proprio della filosofia. Infatti, Maritain afferma in proposito: “L’idea puramente scientifica dell’uomo tende soltanto ad unire insieme i dati misurabili e osservabili presi come tali, ed è decisa dall’inizio a non considerare cose come l’essere o l’essenza, a non rispondere a domande quali: «C’è l’anima o non c’è? Esiste lo spirito o c’è soltanto la materia? Dobbiamo credere alla liberta’ o al determinismo? […]»”[3]. La filosofia e la scienza sono due “gradi del sapere”[4] che facilitano la comprensione dell’essere umano, come è dimostrato anche dagli studi di bioetica condotti da Lucas Lucas, il quale ha integrato l’antropologia ispirata a San Tommaso con i risultati recenti ottenuti dalla scienza biologica. La bioetica e’ una scienza interdisciplinare, che si avvale del contributo, oltre che della filosofia, della biologia, della medicina, del diritto, ecc. Uno dei temi studiato dalla bioetica riguarda l’embrione, il quale, afferma il bioeticista, “è il nuovo individuo che si forma nel concepimento: nell’istante in cui lo spermatozoo maschile  feconda l’ovulo femminile”. Lucas Lucas, sulla base della sua riflessione di carattere sia scientifico sia filosofico, afferma che l’embrione deve essere riconosciuto come un individuo biologico appartenente alla specie umana, a livello empirico, mentre a livello ontologico deve essere riconosciuto come una persona in atto. Riporto qui di seguito alcune parti del suo libro, intitolato Bioetica per tutti[5], per illustrare la sua impostazione metodologica.

L’embrione secondo la scienza “L’embrione è un essere umano” Affermare che il concepimento dà origine a un embrione, cioè un organismo diverso dai genitori, significa sostenere che esso è un individuo della specie umana, cioè un essere umano. Nell’uomo non è  possibile scindere il biologico dall’umano. Il biologo constata che nella formazione e nello sviluppo di questo corpo umano non ci sono salti di qualità: è sempre lo stesso corpo biologico. I dati che la biologia e la genetica ci offrono mostrano che l’essere che inizia lo sviluppo nel grembo materno è un nuovo organismo della specie umana, dotato di un genoma differente da quello del padre e della madre. L’embrione nella fase dello zigote è già un essere umano e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”[6].

In sintesi

l’embrione è un organismo nuovo “La scienza dice che quando lo spermatozoo paterno si fonde con l’ovulo materno, inizia un nuovo organismo che si chiama embrione. Tutte le cellule del corpo umano hanno 46 cromosomi, ad eccezione dei gameti – spermatozoo e ovulo– che ne hanno 23, cioè la metà. Lo zigote che nasce dalla loro unione avrà una normale dotazione di 46 cromosomi propri della specie umana: 23 forniti dal padre e 23 dalla madre, ma il genoma è diverso. La scienza quindi dice che lo zigote è un nuovo organismo umano”[7].

l’embrione è un organismo umano

“La scienza dice che questo nuovo organismo è un organismo umano, cioè appartiene alla specie biologica umana. Nella generazione dei viventi le leggi biologiche sono fisse: da un cane nasce un cane, da un gatto nasce un gatto, da un uomo e da una donna non può che nascere un essere umano”[8].l’embrione è un organismo programmato“La scienza dice che l’embrione è un organismo programmato: il suo singolarissimo DNA costituisce il patrimonio genetico del nuovo individuo umano. Questo nuovo essere non la somma dei codici genetici dei genitori. E’ un essere con un programma nuovo che non è mai esistito prima e non si ripeterà mai. Questo programma genetico, assolutamente originale, individua il nuovo essere dal momento del concepimento alla morte.  In esso sono determinate le caratteristiche biologiche del nuovo individuo, dall’altezza al colore degli occhi, fino al tipo di malattie genetiche a cui andrà soggetto”[9]. Lo sviluppo dell’embrione avviene in modo unitario, coordinato, continuo, graduale“Unità biologica del nuovo essere

Tutti gli elementi si sviluppano in perfetta coordinazione, come parti di un tutto.

Lo sviluppo è coordinato

La coordinazione esige una rigorosa unità dell’essere in sviluppo. Coordinazione e conseguente unità, le quali indicano che l’embrione umano, fin dall’inizio, non è un semplice aggregato di cellule ma è un individuo”[10].

Continuità nello sviluppo

Lo sviluppo dell’embrione è un continuum, senza salti qualitativi o mutamenti sostanziali, per cui l’embrione umano si sviluppa in un uomo adulto e non in un’altra specie[11].

Gradualità dello sviluppo

Lo sviluppo è un processo che implica necessariamente un succedersi di forme, le quali sono stadi di momenti diversi di un identico processo di sviluppo di uno stesso essere. E’ per questo che un embrione, che sta compiendo il proprio ciclo vitale, mantiene permanentemente la sua […] «individualità» […]”[12].

L’embrione secondo la filosofia

“L’essere umano è persona in virtù della sua natura razionale (spirituale), non diventa persona perché possiede attualmente determinate proprietà e esercita determinate funzioni, né si può fare una distinzione tra individuo umano e persona umana.

Ciò che è essenziale per il riconoscimento dell’essere persona è l’appartenenza, per natura, alla specie umana razionale, indipendentemente dalla manifestazione esteriore in atto di certi caratteri, operazioni o comportamenti. Non si è più o meno persona, non si è “pre-persone” o “post-persone” o “sub-persone”; o si è persona (in atto) o non si è persona. I caratteri essenziali della persona non sono soggetti a cambiamento.

La persona non cambia, non è alterabile, non è in divenire: o c’è o non c’è”[13].

NOTE

[1] Vedi il mio articolo pubblicato su Zenit intitolato: L’essere umano è uno spirito incarnato.

[2] J. Maritain, L’educazione al bivio,  Prefazione di A. Agazzi, La Scuola, Brescia 1969, XIII ed., p.17.

[3] Ibidem.

[4] Riguardo alla scienza e alla filosofia come gradi del sapere Maritain scrive: “ Anche se avviene che l’ oggetto materiale della filosofia e della scienza sia il medesimo —per esempio, il mondo dei corpi— tuttavia l’ oggetto formale, quello che determina la natura specifica delle discipline intellettuali, differisce essenzialmente nei due casi. Nel mondo dei corpi, lo scienziato studierà le leggi dei fenomeni, collegando un evento osservabile ad un altro evento osservabile, e se indaga la struttura della mate­ria, agirà rappresentandosi —molecole, ioni, atomi, ecc.— in quale maniera e secondo quali leggi si comportano nel quadro dello spazio e del tempo le particelle ultime (o le entità matematicamente concepite che ne tengono il posto) con le quali è costruito l’edificio. Il filosofo cercherà invece, che cosa è , in definitiva, la materia di cui si rappresenta così il comportamento, quale è, in funzione dell’essere intelligibile, la natura della sostanza corporea (che essa sia decomponibile per una ricostruzione spaziale o spazio-temporale, in molecole, ioni, atomi, ecc., in protoni od elettroni, associati o no ad un flusso d’onde, il problema resta integro)” ( Idem, Distinguere per unire. I gradi del sapere , a cura di A. Pavan, Morcelliana, Brescia 1974, pp. 73).

[5] Cfr. R. Lucas Lucas, Bioetica per tutti, Edizioni San Paolo, Cinisello Balzamo (Mi) 2002.

[6] Ibidem, pp.117-118. Al testo è stato aggiunto: “e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”.

[7] Ibidem, p.118.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem, pp.120-121.

[11] Ibidem, p. 121.

[12] Ibidem, p. 122.

[13] Ibidem, p. 126. L’ultima frase è tratta da Idem, Antropologia e problemi bioetici, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001, pp. 117-118.

34. La masturbazione è un tranello?

Primo tranello. La prima esperienza che se ne fa, puo’ avere varie ragioni: curiosita’ o improvvisa scoperta della propria sessualita’, letture, TV, conversazioni con gli amici, solitudine, bisogno di compensazione affettiva,… Ma il piacere fisico che le è associato porta presto a riprodurre e moltiplicare l’atto iniziale. Rapidamente diventa un’abitudine ed è pericoloso, perché più vi si sprofonda più è difficile uscirne. Difficile, ma non impossibile. «Sappi che sei libero di fronte a questo problema, e che puoi risolverlo» : sono le parole rivolte da un padre al proprio figlio di 16 anni e che lo hanno molto aiutato. Bisogna anche distinguere fra un impulso sessuale spontaneo, o caratteristico del dormiveglia, e la masturbazione vera e propria, che comporta un atto cosciente e deliberato.

Secondo tranello. Si sente spesso dire, e ne veniamo condizionati, che masturbarsi è normale, non ha conseguenze ed è persino un’esperienza utile, positiva per l’equilibrio fisico e psichico… In realtà, le cose stanno in tutt’altro modo. Ogni volta che uso il mio corpo in un modo che non corrisponde alla finalità per la quale è stato creato, compio qualcosa di negativo sia per la mia psicologia che per la mia affettività. Tale atto, infatti, anche se procura un piacere immediato, rende tristi perché chiude in se stessi ed isola dagli altri. A poco a poco, complice l’immaginazione, si rimane presi in una spirale e ci si ritrova chiusi in un senso di colpa che rende ancora più difficile l’apertura agli altri e ad un vero amore. E questo senso di colpa indebolisce anche la volontà, facendo dubitare che ci sia una speranza.

È proprio da questo punto che si deve iniziare a rompere la spirale: esiste una speranza. E’ possibile abbandonare quelle abitudini. Il primo passo sta nel credere che siamo padroni della nostra sessualità: non sempre, certo, della nostra immaginazione, ma dei nostri atti, sì. Può partire di qui una rieducazione che comprenderà, oltre alla necessità di riaccostarsi al sacramento della riconciliazione (che fortifica la volontà e la speranza), la decisione di cambiare i propri comportamenti, a poco a poco ma con fermezza, soprattutto per quanto riguarda la vigilanza degli occhi e del cuore, una limpidezza di vita, il dono di sé nel servizio degli altri… Questa rieducazione è un cammino di vita e farà di noi uomini e donne capaci di stare in piedi, purificati e pronti ad amare.

Testimonianza

Ho scoperto la masturbazione durante la pubertà, e ben presto è diventata un piacere ossessivo ed insaziabile. Sapevo che era moralmente condannabile, ma non ci riuscivo a resistere per più di tre giorni consecutivi. I miei sensi di colpa mi facevano continuamente sforzare per uscirne, ma non serviva a niente. Anche il matrimonio non aveva cambiato le cose.
Molto tempo dopo, quando ho incontrato il Signore in modo decisivo, ho pensato nuovamente ad uscire da questo vizio, ma ancora una volta i miei sforzi andarono a vuoto. Il mio psicoterapeuta mi incoraggiava a vivere la mia sessualità così com’era, senza farmi troppi problemi. Sentivo però nel cuore, che il fatto di orientarmi verso un godimento solitario significava allontanarmi dagli altri e da Dio, e vivere in una specie di autoisolamento che in realtà non mi appagava.
Implorai allora il Signore di aiutarmi: mi sembrò che Dio mi rispondesse che non ne ero schiavo. Gli domandai allora di dimostrarmelo, aiutandomi ad esserne libero per qualche mese. E in effetti, senza sforzi particolari, fui liberato dalla masturbazione per sei mesi.

Ero felice. Ma ben presto l’abitudine riprese terreno e mi ritrovai come prima. Avevo dimenticato che i sei mesi di liberazione mi erano stati dati come segno, e che la mia debolezza non era una schiavitù.
Quando me ne ricordai, presi coscienza che con l’aiuto di Dio potevo uscirne.
Quando la tentazione si ripresentò, mi misi a pregare e fui molto dibattuto… Ma il Signore mi liberò.
Sono adesso dieci anni che ringrazio il Signore. Non solo mi ha liberato dalla masturbazione, ma, grazie a ciò, mi ha fatto avanzare nell’amore.

Carlo

33. Bene o male: non sono io l’unico giudice di cio’ che mi riguarda?

L‘uomo e’ stato creato libero e conserva sempre in se’ il gusto di questa liberta’, che si esprime in particolare nelle sue scelte e nelle sue decisioni. Si può anche dire che un’azione è umana solo se è libera.

  • Oggi molti ritengono che, in quanto liberi, nessuno deve dire loro che cosa è bene e che cosa è male. Naturalmente, ci sono delle regole che tutti più o meno accettiamo – per esempio quella di non commettere omicidi o di non scandalizzare i bambini – ma questo non vale per tutti i settori della nostra vita.

Molto spesso il nostro giudizio è influenzato dalle opinioni e dai comportamenti più diffusi. Il fatto che molti la pensino in un determinato modo, non significa però necessariamente che quell’opinione sia vera. E lo sentiamo. Eppure a volte, anche se controvoglia, seguiamo strade che, in fondo, disapproviamo.

Se consideriamo il mondo, notiamo che è regolato da leggi che dispongono gli elementi della natura l’uno in relazione all’altro, secondo un determinato criterio. Si forma così un insieme armonico, bello, chiamato dai filosofi e dai teologi «ordine del mondo».

  • Dio è il Principio supremo («causa prima») dell’ordine del monde e creatore di ogni cosa in esso contenuta. E, proprio in quanto «causa prima», Dio è anche «fine ultimo» dell’universo, poiché tutte le creature che procedono da Lui, e soprattutto l’anima umana, tendono a ritornare a Lui.
    L’uomo, per ritornare a Dio, deve osservare quelle leggi morali stabilite dalla volontà divina. E’ quanto vuole esprimere la Genesi quando parla dell’unico comandamento dato da Dio nel giardino dell’Eden: «…dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare», (Gen 2,17). E si può dire che il peccato originale consista nel tentativo dell’uomo di sostituirsi a Dio per decidere del bene e del male al posto suo.
  • Se non siamo dunque noi ad inventare il bene ed il male, come possiamo riconoscerlo? Ogni uomo è dotato della coscienza: essa «è il centro più segreto dell’uomo, il santuario dove egli è solo con Dio e dove si fa sentire la sua voce» (Concilio Vaticano II, «La Chiesa nel monde dei nostri tempi», §16). È proprio la coscienza che può aiutare l’uomo ad orientarsi verso il bene. Per questo è necessario ascoltarla. Ed è anche necessario illuminarla, formarla, prendendo l’abitudine di compiere azioni buone (esercizio delle virtù), facendosi ispirare dallo Spirito di Dio nella preghiera (« Porrò la mia Legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore », Ger 31, 33), Infine, ascoltando la Chiesa che ci aiuta a discernere il bene e il male alla luce di Cristo.

Margherita, 4 ore di vita piene di amore

scarpineTutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e
pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo?
Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro-Giuseppe Lepori, OCist).
Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore. La tentazione dei
miei colleghi medici è stata quella di lasciarla morire così, da sola, senza coinvolgere i suoi genitori e i suoi fratelli in questi attimi a lei donati alla luce del sole. La giustificazione? Sarebbe stato troppo doloroso e, magari, anche deleterio da un punto di vista psicologico. Mi sembrava irragionevole la posizione per cui, a fronte della paura di essere feriti, noi rinunciamo all’esperienza dell’amare e dell’essere amati per il poco tempo in cui è comunque possibile. Allora ho insistito affinché i suoi famigliari la prendessero in braccio e la amassero in quegli attimi, perché il desiderio che abbiamo più profondo nel cuore è quello di amare ed essere amati. Sento che parte della mia responsabilità di medico è quella di sostenere il compimento di questo desiderio e di dare una possibilit
perché questo si compia, poco importa la durata la vita.
Attraverso la vicenda di un’altra bambina ho potuto approfondire la natura e la portata di questa ferita. Rossella è una bambina che ha vissuto due mesi con una gravissima malformazione cerebrale per cui non le era neanche possibile respirare autonomamente. Quando abbiamo incontrato la sua mamma e le abbiamo comunicato la
situazione irreversibile, le abbiamo chiesto: “che desiderio hai per la tua bambina?”, cioè cosa potessimo fare per rendere la sua breve vita più felice.
Lei ci ha risposto con un grande sorriso, come a dire: “ma che domanda mi fate? Io voglio che guarisca completamente e che abbia una vita bellissima”. In quel momento ho capito che questa mamma non aveva paura di stare davanti alla ferita, anzi questa ferita aveva una dimensione ben più grande di una consolazione o di un
compromesso. Lei voleva tutto per la sua bambina. Accompagnando la mamma anch’io mi sono lasciata ferire e il suo desiderio è diventato il mio: un desiderio di eternità, di compimento.
La strada per me e per la sua mamma è stata quella di tenere aperto il desiderio e aspettare che qualcosa accadesse. Una cosa era certa: questo desiderio di eternità e di felicità era troppo grande perché io come medico o la sua mamma, che pure le voleva tanto bene, potessimo rispondere. A questo punto eravamo impotenti davanti
al Mistero e abbiamo lasciato lo spazio perché Lui venisse e colmasse la sproporzione che solo Lui può colmare.
Noi sapevamo che Rossella avrebbe vissuto poco, ma non potevamo prevedere esattamente quanto: ore, giorni, settimane? Abbiamo seguito la sua vita senza imporre nulla alla realtà e ogni giorno è stata l’esperienza di un amore quotidiano a lei e l’esperienza per lei di sentirsi amata oggi. Abbiamo continuato a curarla così ogni giorno, finché all’improvviso un Altro è venuto a prendersela. La mamma, in un gesto di estrema tenerezza, l’ha totalmente consegnata non alla morte, ma a Chi le aveva dato la vita.
Forse ho riconosciuto la coscienza più vera della sproporzione di una donna rispetto al desiderio del cuore del suo bambino in un quadretto, ricamato a mano, appeso sulla culla di un neonato destinato a morire in breve tempo: you are loved. Tu sei amato.
Questa mamma non ha scritto I love you, cioè ti amo, ti voglio bene, ma: “tu sei amato”. Lei ha capito che, pur con tutto il suo amore, non sarebbe stata in grado di salvare la vita del suo bimbo, lei ha capito il limite della medicina e il limite del suo amore di madre. Ma ricamando, giorno dopo giorno: “tu sei amato”, ha affermato che c’è
Qualcuno che salva il suo bambino, ora e per sempre.
Questo è vero per quel bimbo, quella mamma, per me medico e per ognuno di noi.
Quello di cui abbiamo bisogno è di Uno che ci ami di un amore eterno.

Elvira Parravicini – Il Sussidiario

Josef Mayr-Nusser, obiettore di coscienza e martire contro il nazismo

Josef Mayr-NusserIl bolzanino Josef Mayr-Nusser era un semplice impiegato, padre di famiglia e cristiano fervente, il quale, durante gli anni della seconda guerra mondiale, quando i nazisti pretesero che giurasse fedeltà a Hitler, oppose un categorico no per restare fedele all’ideale che da sempre portava nel cuore: dare testimonianza al Vangelo (1). E fino alla morte volle dimostrare soprattutto a quanti rimanevano passivi o eseguivano acriticamente gli ordini, narcotizzando le proprie coscienze, la possibilità di scegliere Cristo e la bellezza di seguire il Vangelo anziché la follia nazista. Di fatto Josef morì il 20 febbraio 1945, nel carro bestiame di un treno che lo trasportava a Dachau.
Ci sono voluti molti anni perché quella storia uscisse dall’oblio, e la sua memoria inducesse la Chiesa a promuoverne la causa di beatificazione. Quello del bolzanino Josef Mayr-Nusser non è un caso raro. Molti altri cristiani, in luoghi e tempi diversi, con la stessa motivazione, fecero prevalere le ragioni del Vangelo su quelle della cieca obbedienza a Hitler (2), ma pochi hanno ricevuto sinora adeguato riconoscimento dalla Chiesa. Tra i pochi spicca Franz Jägerstätter, il contadino austriaco beatificato il 26 ottobre 2007.
Franz fu ghigliottinato perché, in nome dell’obbedienza a Cristo, si rifiutò di prestare servizio militare agli ordini di Hitler. E prima di morire vergò un testo che brilla nelle tenebre di quel periodo: Scrivo con le mani legate, ma meglio così che se fosse incatenata la volontà. Talvolta Dio ci mostra apertamente la sua forza, che egli dona agli uomini che lo amano e non preferiscono la terra al cielo. Né il carcere, né le catene e neppure la morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la sua libera volontà. La potenza di Dio è invincibile (3). Analoga fu la vicenda del martire Josef Mayr-Nusser e perciò anche di lui ora è stata avviata la causa di beatificazione (4).
Josef Mayr-Nusser, dirigente dell’Azione Cattolica
Nato a Bolzano il 27 dicembre 1910, da una famiglia di viticoltori profondamente religiosa e fortemente ancorata alle tradizioni, Josef Mayr-Nusser era il quarto di sette figli. Durante la guerra del 1915-18 perse il padre che, arruolato nell’esercito austro-ungarico, morì di colera. La situazione familiare lo costrinse a lasciare presto gli studi e a cercare un lavoro. Dopo varie esperienze, nel 1928 divenne cassiere presso l’impresa tessile Eccel, sempre a Bolzano. Richiamato alle armi nel 1931 dall’esercito italiano, trascorse 18 mesi nell’artiglieria di montagna, prima in Piemonte e poi in Sardegna. Congedato, riprese subito il lavoro alla Eccel e, proprio qui, conobbe Hildegard Straub, una segretaria con qualche anno più di lui, con la quale non solo frequentava i gruppi di Azione Cattolica (Ac) di Bolzano, ma intraprese anche un rapporto che diventò sempre più profondo grazie ai comuni interessi per le questioni di fede, di morale e, non da ultimo, per reagire all’inquietante ondata nazifascista che stava investendo l’Europa.
Fin dal 1933 Josef si era iscritto al neonato gruppo giovanile dell’Ac bolzanina, fondato da don Friedrich Pfister (5) e, nonostante l’indole taciturna, l’anno successivo fu eletto presidente della sezione maschile dei giovani di Ac per la parte tedesca dell’arcidiocesi di Trento, grazie alla sua preparazione e alla profondità dei suoi interventi, che richiamavano con forza alla testimonianza. Nella lettera circolare del giugno 1934, inviata ai gruppi parrocchiali di Ac per ringraziarli della fiducia che gli avevano espressa, scriveva: L’organizzazione è necessaria, sì, più necessaria che mai in un periodo in cui il pensiero e l’operato del cattolicesimo sono gravemente minacciati da diversi internazionalismi come il liberismo, il bolscevismo, il capitalismo, l’imperialismo e così via, comunque essi si chiamino, quelle potenze delle tenebre che rifiutano di riconoscere valori più alti e sono volti totalmente alla vita terrena (6). E per andare incontro alle richieste di quei giovani che esigevano un cristianesimo più vivo e rispondente alle sfide dei tempi, intraprendeva una stretta collaborazione con don Josef Ferrari, il nuovo assistente spirituale dell’Ac, per tenere viva l’attenzione delle coscienze sui principali temi di attualità.
I due organizzavano incontri e dibattiti sulle questioni sociopolitiche del tempo e l’avanzare dei regimi autoritari in Europa – comunismo, fascismo, nazismo -, richiamando l’attenzione dei partecipanti sulla violenza intrinseca a quei regimi e sulla pericolosa idea che a una sola razza, quella ariana, spettasse il compito di reggere il mondo. Durante la Pentecoste del 1936, sicuro che il mito hitleriano nascondesse, dietro la cultura dell’unità, una fatale violenza, Josef tenne un discorso al convegno di formazione per i giovani dirigenti di Ac, nel quale, dopo aver esaminato il tema della leadership, denunciava, con evidenti riferimenti a Hitler, la dedizione cieca e assoluta verso un leader e sollecitava tutti a lasciarsi guidare unicamente da Cristo, nell’ascolto orante del Vangelo.
Con impressionante lungimiranza affermava: Dopo tutto il caos dei primi anni postbellici nella politica, nell’economia e nella cultura, vediamo oggi con quanto entusiasmo, anzi, spesso con dedizione cieca, passionale e incondizionata, le masse si votano ai leader. Ci tocca assistere a un culto del leader che rasenta l’idolatria. […] Senza dubbio possiamo considerarlo un sintomo che indica che ci avviciniamo a capovolgimenti di enormi dimensioni. E con l’usuale spirito combattivo domandava ai presenti: Siamo noi giovani cattolici in grado di distinguere correttamente questi segni di una nuova epoca? Siamo in grado di cogliere, per così dire, l’opportunità che oggi si offre al cattolicesimo? Più che mai nell’Ac di oggi è necessaria una cattolicità pratica, vissuta. Oggi si tratta di indicare di nuovo alle masse la guida che sola ha diritto al dominio e alla leadership illimitata: Cristo, il nostro “condottiero”. Non conta il successo esterno, perché, continuava, lo Spirito di Dio agisce di nascosto e avremo raggiunto molto se la nostra parola e il nostro esempio porteranno l’una e l’altro nella nostra sfera di azione un più vivo coinvolgimento nella fede. Quel che conta davanti a Dio non è il nostro successo esterno, che dipende tutto dalla sua grazia, ma la nostra volontà pura e giusta, se riusciamo a mantenerla nonostante tutti gli insuccessi (7).
Fondamenti dell’opposizione al male
Josef sentiva che qualcosa di terribile stava accadendo in Europa e, per questo, volle assumersi l’arduo impegno di scuotere le coscienze. “Forse è l’ultima volta che il Signore ci invita alla conversione, rendendo vane tutte le nostre speranze in un aiuto terreno. Respingerà il nostro popolo anche questa volta la mano piena di grazia dell’Onnipotente? Resterà esso ancora indurito e si chiuder di fronte alla Grazia?”, scriveva su Il Segno, settimanale della diocesi di Bolzano, per spingere i cattolici a schierarsi e a uscire dallo stato di torpore in cui erano caduti, per opporsi al dilagare dell’ideologia nazista, che per lui era del tutto opposta al Vangelo (8). Proprio in quegli anni cominciò a leggere sia Tommaso Moro, in particolare le lettere dal carcere scritte dopo essere stato condannato a morte per aver scelto di obbedire a Dio, anziché a Enrico VIII, il sovrano che voleva assumere il controllo della Chiesa inglese , sia Tommaso d’Aquino e la sua concezione cristiana del mondo, sia Francesco d’Assisi, che divenne l’ispiratore della sua attività a favore dei poveri all’interno della Conferenza di San Vincenzo (9) ai Piani di Bolzano, della quale nel 1937 assumeva la presidenza.
Per Josef, la testimonianza informava ogni aspetto della vita: egli riteneva che soltanto attraverso una testimonianza concreta fosse possibile stemperare i conflitti, ridurre le tenebre e incrementare lo splendore della verità. Così, mentre Hitler predicava l’odio razziale e l’eliminazione dei deboli, Mayr-Nusser in un articolo pubblicato il 15 gennaio 1938 su Jugendwacht, periodico della Gioventù Cattolica sudtirolese, parlando di san Giovanni Battista affermava: “Era chiamato a dare testimonianza della luce”. Si trovava fra due mondi: da una parte il mondo avviato al disfacimento, o meglio, al compimento dell’Antico Testamento, dall’altra l’inizio della nuova era cominciata con Cristo, la soglia del Nuovo Testamento. “Era chiamato a dare testimonianza della luce”. Poche parole. Quale compito! Testimoniare la luce, annunciare Cristo al mondo. Un’impresa che richiede coraggio. Intorno a lui il buio, orecchie sorde e tuttavia doveva dare testimonianza. “La testimonianza è allo stesso tempo il nostro compito e la nostra arma. […] Intorno a noi c’ il buio: il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione. Ciononostante dobbiamo dare testimonianza e superare questo buio con la luce di Cristo, anche se non ci ascoltano, anche se ci ignorano. Dare testimonianza oggi la nostra unica arma efficace”.
E concludeva: “E’ un fatto insolito. Né la spada, né la forza, né finanze, né capacità intellettuali, niente di tutto ciò è posto come condizione imprescindibile per erigere il regno di Cristo sulla terra. E’ una cosa ben più modesta e allo stesso tempo ben più importante che il Signore ci richiede: dare testimonianza”. Concetti ribaditi nella lettera alla Conferenza di San Vincenzo dello stesso anno: “Né denaro, né influenza, né cultura, né prestigio possono essere determinanti in una comunità che è una comunità di confratelli e per la quale vale una sola legge: quella dell’amore. […] Se il Salvatore stesso, l’Infinito, si chinato verso la nostra piccolezza, anzi ha fatto di noi i suoi fratelli, dovrebbe essere un dovere scontato per tutti noi servire i nostri fratelli in Cristo pieni d’amore (10).
La solidarietà verso il prossimo e la responsabilità del singolo di fronte alle minacce che si andavano prospettando nell’imminente futuro divennero per Josef l’obiettivo da raggiungere, ma anche la coscientizzazione da promuovere, per contrastare l’ondata di odio e di violenza che in quel periodo travolgeva l’Italia e specialmente il Sud Tirolo. Fin dal 1930, infatti, la popolazione di quella regione si era trovata tra due fuochi: da un lato la paura di un’assimilazione forzata all’Italia a motivo della politica di italianizzazione messa in atto dal fascismo (11), e dall’altro la suggestione di potersi liberare aderendo alla Grande Germania proclamata da Hitler. A risolvere il dilemma giunse l’intesa tra Hitler e Mussolini (23 giugno 1939), che prevedeva l’opzione. Ossia, i cittadini tedeschi ed ex-austriaci considerati tedeschi etnici (Volksdeutsche), che abitavano nel Sud Tirolo (12), potevano rientrare nel Reich entro il 31 dicembre 1942 o scegliere di rimanere nelle proprie terre.
Conseguenza: nonostante la propaganda fascista, il 69,4% dei cittadini scelse la Germania, l’11,9% l’Italia e il 18,7% rifiutò di dichiararsi (13). Tra questi ultimi – i cosiddetti non optanti – c’era Josef, il quale, ai primi del 1940, era entrato nell’associazione clandestina Andreas-Hofer-Bund, che si opponeva tanto alle ragioni pro-opzione, quanto all’ideologia nazista e fascista. E quando il flusso di sudtirolesi verso il Reich raggiunse quota 56.800, insieme ai militanti dell’Andreas-Hofer-Bund Josef andò di casa in casa per dissuadere quanti erano ancora indecisi se aderire alla follia di Hitler. Sicuro che optare non significasse risollevarsi, ma cadere ancora più in basso, egli cercò di far comprendere ai sudtirolesi il male nascosto tra le pieghe del sistema nazionalsocialista.
Le sue argomentazioni erano coraggiose e ineccepibili: Optare significa abbandonarsi alle tenebre, perdere la luce di Cristo, sostituire l’orizzonte della vita, della pace, della santità, con la follia distruttiva dell’impero. Ogni singolo uomo che oltrepassa il confine diventa un numero nelle mani del Führer, questo idolo terribile capace di sacrificare le masse per perseguire un fine preciso: impossessarsi del mondo e poter dire “è mio”. “Questo enorme potere della violenza in forte contrasto con il cristianesimo, come non capirlo!” (14). Le sue parole, come quelle degli altri membri dell’associazione, non rimasero inascoltate e, dopo il 1940, il numero degli optanti cominci a diminuire, anche per le notizie negative che giungevano da quanti si erano trasferiti in Germania, sicché alla fine i cittadini che lasciarono il Sud Tirolo furono 78.000.
Sulla strada di Dachau per amore di Cristo
Nel 1941 Josef veniva assunto dalla Ammon, una delle più importanti imprese di Bolzano, sempre con la mansione di cassiere, e nel maggio 1942 sposava Hildegard, l’amica di vecchia data che in quegli anni gli era rimasta sempre a fianco. Da quella felice unione il 1 agosto 1943, nel pieno della guerra, nasceva il figlio Albert. Purtroppo la situazione dell’Italia, dopo la caduta di Mussolini, andava peggiorando di giorno in giorno, finché, dopo l’armistizio dell’8 settembre, avvenne l’occupazione del centro-nord da parte dell’esercito tedesco. Il 10 settembre Hitler istituiva la Zona di Operazioni Prealpi che comprendeva il Sud Tirolo, il Trentino e il Bellunese sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. La maggioranza di lingua tedesca guardò con favore quella che a prima vista sembrava una liberazione dall’oppressione fascista, ma Josef, consapevole del peggio e non potendo accettare l’occupazione nazista, intensificò la sua presenza nell’Andreas-Hofer-Bund, senza però partecipare alle operazioni militari del gruppo, che nel frattempo si era alleato con i gruppi armati della resistenza partigiana e con le missioni degli Alleati in Svizzera.
Intanto l’esercito tedesco, indebolito da anni di combattimenti, aveva bisogno di uomini, e il Führer, nonostante le convenzioni internazionali vietassero alle potenze occupanti di arruolare nel proprio esercito uomini di un Paese occupato (15), impose l’arruolamento forzato a tutti quelli che in precedenza non avevano optato per il trasferimento in Germania. E così Josef, il 5 settembre 1944, si trovò arruolato nelle SS, nonostante fosse un cittadino italiano, e due giorni dopo partiva su un vagone bestiame con le altre reclute alla volta di Könitz, località della Prussia Orientale designata per l’addestramento, dove giunsero dopo quattro giorni di viaggio estenuante. Sistemati in un vecchio manicomio dismesso, cominciarono le tre settimane di addestramento al termine delle quali era previsto il giuramento a Hitler. Sicuro che mai l’avrebbe pronunciato, essendo l’ideologia nazista contraria alla propria coscienza e alla profonda fede in Dio che da sempre l’aveva guidato, il 27 settembre scriveva alla moglie, preparandola alle gravi conseguenze di tale rifiuto: soprattutto al dolore che la sua testimonianza cristiana avrebbe provocato a lei e al figlio.
Sentiva infatti che ormai l’impellenza di tale testimonianza ineluttabile: “due mondi si stanno scontrando. I miei superiori hanno mostrato chiaramente di rifiutare e di odiare quanto per noi cattolici vi è di più sacro e intangibile. Prega per me, Hildegard, affinché nell’ora della prova io agisca senza timori o esitazioni, secondo i dettami di Dio e della mia coscienza. […] Qualsiasi cosa possa avvenire, ora mi sento sollevato, perché so che sei preparata e la tua preghiera mi darà la forza di non fallire nell’ora della prova” (16). Il 4 ottobre, al termine dell’addestramento, quando il maresciallo delle SS spiegava alle reclute il significato del giuramento di fedeltà al regime nazista “Giuro a te, Adolf Hitler Führer e Cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te l’obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista”, Josef alzò la mano e dichiarò ad alta voce: “Signor maresciallo, io non posso giurare fedeltà a Hitler” (17). Il maresciallo, allibito, chiamò il comandante della compagnia e gli fece spiegare il motivo di tale rifiuto, che soltanto altri sei osarono compiere durante il nazifascimo. Mayr-Nusser in quel momento di grande tensione, sapendo che era giunta l’ora della testimonianza, rispose senza esitazione che lo faceva per motivi religiosi. Quindi, posta per iscritto tale decisione, confessava ai compagni spaventati per quel gesto: “Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non d’accordo con la loro ideologia nazista, allora le cose non cambieranno mai” (18).
Rinchiuso in una piccola cella, il 12 novembre riusciva a scrivere questa struggente lettera alla moglie: “Ciò che mi ha particolarmente riempito di gioia nella tua lettera è quanto scrivi sul nostro amore. Sì, era veramente il primo amore, profondo, autentico. E siccome ti conosco e so che cosa ci unisce più intimamente, sono certo che questo amore reggerà anche alla dura prova rappresentata dal passo impostomi dalla mia coscienza!”. E poi, ricordando la Messa della domenica nella piccola chiesa di St. Johann a Bolzano e i momenti di raccoglimento con gli amici più cari, continuava: “Ma quanto significa ora per me sapere che a casa ci sono uomini buoni e giusti che pregano per me! E’ davvero una grande e profonda consolazione. ‘Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né fuoco, né spada’! Mai finora ho avvertito così intensamente il significato di queste parole. Oggi, domenica, continuo a pensare come passerei questa giornata a casa con te e il bimbo nostro tesoro e questo ricordo mi riempie di malinconia. Ma la speranza ha un potere consolatorio indicibile e ci fa sopportare con pazienza anche l’insopportabile. Nella lontananza questi ricordi appaiono come immersi in una luce ultraterrena” (19).
Due giorni dopo veniva trasferito nel carcere di Danzica in attesa del processo, e qui le condizioni di vita si presentarono ancora più dure: sia per il poco cibo che trovava nelle razioni giornaliere, sia per il freddo pungente dal quale non riusciva a difendersi. Infine, nel gennaio 1945, giunse la sentenza del tribunale: condanna per disfattismo militare, avendo tentato di sovvertire l’ordine imposto dal regime. Per un tale reato era prevista la condanna a morte, ma le autorità competenti optarono per il trasferimento nel campo di Dachau. Perciò, all’inizio di febbraio Josef si ritrovò con altre 40 persone, accusate dello stesso crimine, sul carro bestiame di un treno che prima di raggiungere definitivamente Dachau, fece sosta nel campo di concentramento di Buchenwald. Rinchiuso per dieci giorni nel cosiddetto campo grande (20), insieme ai prigionieri di guerra russi e ai prigionieri politici, vide l’orrore degli ebrei spinti nelle camere a gas, confermandosi nella sua decisione: l’opporsi alla crudeltà del regime nazista in nome dei principi e dei valori del cristianesimo non solo era la cosa giusta da fare, ma rappresentava l’unico modo per non tradire la propria coscienza lasciando prevalere il male.
Quando il treno ripartì per Dachau le sue condizioni di salute erano gravissime. Debilitato dalla dissenteria e febbricitante, durante il viaggio non smise di leggere il Vangelo e continuò a pregare fino a che ebbe la forza di parlare. Poi, il 20 febbraio, durante una sosta alla stazione di Erlangen, i compagni di prigionia preoccupati per le sue pessime condizioni decisero di rivolgersi alle guardie che, impietosite, lo fecero ricoverare. Ci vollero tre ore di strada a piedi, sorretto dai prigionieri suoi compagni per raggiungere il più vicino ospedale ma, una volta arrivati, il medico nazista lo rimandò indietro affermando che non c’era pericolo di sorta (21).
Quella stessa notte Josef Mayr-Nusser moriva, a 35 anni, stringendo tra le mani il Vangelo, il messale e un rosario (22). Quelle, insieme al coraggio e alla fede, furono le armi della sua battaglia contro la dittatura hitleriana, nata e cresciuta sulle macerie di un mondo che non aveva saputo lottare contro la violenza, il silenzio e la cieca obbedienza. Uomo semplice e insieme autentico cristiano, Josef è uno di quegli obiettori di coscienza italiani che hanno riscattato, col sacrificio della propria vita, tutti gli altri italiani credenti in Dio o semplicemente dotati di morale naturale , che non alzarono il capo e preferirono rassegnarsi alla follia dei totalitarismi.
Perciò anche per lui valgono, esattamente come per Franz Jägerstätter, le parole che questi scrisse durante la sua prigionia: “A noi non resta che questa alternativa: o progredire sempre nel bene, oppure affondare sempre più nel male; impossibile rimanere immobili a lungo. Amiamo i nostri nemici, benediciamo coloro che ci maledicono, preghiamo per coloro che ci perseguitano. L’amore vincer e vivrà per sempre. Fortunati coloro che hanno vissuto nella carità divina e muoiono in essa”. E oggi si avvera quanto disse 60 anni fa, alla Messa esequiale per Josef, il suo amico e guida spirituale don Josef Ferrari: “Quando si scriverà la storia recente dei testimoni della fede e dei martiri sudtirolesi, il nome di Josef apparirà con onore tra i primi” (23).
padre Piersandro Vanzan, S.I., su “La Civiltà Cattolica”
1 Cfr F. Comina, Non giuro a Hitler. La testimonianza di Josef Mayr-Nusser, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2000, 100.
2 Per conoscere i nomi di quanti, a costo della vita, si opposero al nazismo cfr, fra gli altri, H. Moll (ed.), Testimoni di Cristo. I martiri tedeschi sotto il nazismo, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2007; M. Gilbert, I Giusti. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto, Roma, Città Nuova, 2007; A. Palini, Testimoni della coscienza. Da Socrate ai nostri giorni, Roma, Ave, 2006; I. Gutman – B. Rivlin (eds), I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei: 1943-1945, Milano, Mondadori, 2005 (cfr, rispettivamente, Civ. Catt. 2005 IV 478-487; 2006 IV 366-373 e 515 s: 2007 IV 259-266 e 2008 I 50-59).
3 F. Jägerstätter, Scrivo con le mani legate. Lettere dal carcere e altri scritti dell’obiettore-contadino che si oppose ad Adolf Hitler, a cura di G. Girardi, Piacenza, Berti, 2005, 48. Cfr anche Civ. Catt. 2006 II 345-354.
4 Cfr J. Innerhofer, Un santo scomodo: Josef Mayr-Nusser, Roma, Pro Sanctitate, 2007, 97.
5 Per non attirare troppo l’attenzione delle autorità fasciste, gli incontri si tenevano nel convento dell’Ordine Teutonico di Lana, presso Merano, oppure nei monasteri benedettini.
6 F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 30.
7 A. Palini, Voci di pace e libertà nel secolo delle guerre e dei genocidi, Roma, Ave, 2007, 204 s.
8 Ivi, 209; cfr anche J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 39-45.
9 Cfr ivi, 46-51. Notevole l’insistenza di Josef sulla fedeltà al carisma vincenziano, proprio della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, fondata da Federico Ozanam a Parigi nel 1833.
10 Cfr F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 99-104.
11 Ricordiamo che il regime fascista aveva intrapreso una politica di degermanizzazione e stabilito un dominio culturale e linguistico fino al Brennero, proprio per ridurre al minimo la presenza e l’influenza tedesca. I sudtirolesi di madrelingua tedesca, spaventati da quell’assimilazione, non solo si erano rivolti alla Germania ma, dal 1936, avevano dato sempre maggiore consenso al partito nazista sudtirolese, ritenendolo l’unica via per salvare la cultura tedesca.
12 L’intesa riguardava le Province di Bolzano, Trento, Belluno e Udine.
13 Cfr A. Palini, Voci di pace e libertà, cit., 227.
14 F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 44.
15 La Convenzione dell’Aia del 1907 consentiva a una forza di occupazione di reclutare uomini dai territori occupati soltanto per il servizio di polizia e non per azioni di guerra.
16 H. F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 110.
17 A. Palini, Voci di pace e libertà, cit., 234.
18 R. Iblacher, Non giuro a questo Führer. Josef Mayr-Nusser, un testimone della libertà di pensiero e vittima del nazismo, Bolzano, Sono, 2000, 171.
19 F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 111 s.
20 A Buchenwald c’era anche un campo piccolo nel quale si trovavano gli ebrei e tutti coloro che erano destinati alle camere a gas.
21 Una delle guardie, Fritz Habicher, rimase sconvolto dall’atteggiamento del medico nazista e dopo la morte di Josef dichiarò: In quel momento capimmo che non poteva essere un traditore (F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 87).
22 Il corpo di Josef rimase nel cimitero di Erlangen fino al 10 febbraio 1958, quando le spoglie furono trasferite a Bolzano e deposte nella chiesetta in periferia, a Lichtenstern/Ritten (Stella del Renon). Nel 1990, con l’approvazione del vescovo di Bolzano-Bressanone, mons. Wilhelm Egger, cominciò l’iter per la causa di beatificazione e il 24 febbraio 2006 ne è stata ufficialmente aperta la fase diocesana. Nell’aprile 1980 il Consiglio comunale di Bolzano stabilì che il maso Nusser ai Piani di Bolzano fosse conservato a ricordo del locale testimone della fede. Cfr J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 94-98 e A. Palini, Voci di pace e di libertà, cit. 242-251.
23 Cfr rispettivamente F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 88 e J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 7

Mai piu’ morte, fino alla morte

NIRELAND-ABORTION/

In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando non si rese conto dell’“umanità” del feto e non fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”).

Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente (foto grande). Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi… Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.

da:http://www.noiaprenatalis.it

Cristiani in Turchia, una vita difficile

An Orthodox woman prays during Christmas mass in Aya Yorgi (St. George) church at Fener Greek Orthodox Patriarchate in Istanbul December 25, 2009. REUTERS/Osman Orsal (TURKEY - Tags: RELIGION)

Benedetta, 30 anni: «Mi sono convertita e non ho nessun rimpianto della mia religione precedente, ma ho dovuto rompere i rapporti con tutti i miei parenti che ora non mi parlano più»
Non c’è pena di morte per chi lascia l’islam, ma chi non è musulmano vive emarginato .
Essere cristiani in Turchia: una sfida non facile. Il grande paese asiatico, che spera di entrare nella Ue, è formalmente uno stato la cui laicità è garantita dalla costituzione voluta dal fondatore dello stato turco moderno, Kemal Ataturk. Ma l’identità turca si identifica sempre più con la religione islamica, tanto da spingere il nuovo capo di stato maggiore delle forze armate, che in Turchia occupano un posto di preminenza all’interno della società e della politica, a lanciare un grido d’allarme contro il nascente fondamentalismo prendendosela anche con il primo ministro ora in carica. Per i cristiani, quindi, la vita non è sempre facile. Lo ha sottolineato anche il vicario apostolico per l’Anatolia, monsignor Luigi Padovese. «La presenza di gruppi nazionalisti – ha detto il rappresentante della Santa Sede – ed il crescente fenomeno d’islamizzazione prodotta da una situazione economica che è andata degenerando, ha fatto maturare un atteggiamento di chiusura sia nei confronti del cristianesimo che nei confronti dell’Europa».

Un quadro non facile a cui non si rassegna il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. «Dobbiamo dialogare – ha detto – con la buona volontà con la preghiera, con la sincerità e con il coraggio dei cristiani». «Tutti noi – aggiunge il religioso – dobbiamo rispettare le credenze religiose dell’altro, dobbiamo collaborare, ricordare che su questo pianeta c’è posto per tutti e non coltivare alcuna inimicizia».

«Asserragliato» nel convento di Trabzon (Trebisonda), il romeno Nico, un uomo sulla quarantina timido e gentile, assomiglia un po’ al tenente Drogo del Deserto dei Tartari. Sta di guardia nella sua Fortezza Bastiani, il convento dei cappuccini della città sul mar Nero, e attende che qualcuno arrivi: un visitatore, un turista. L’invasore purtroppo si è già manifestato e ha ucciso don Andrea Santoro a colpi di pistola il 5 febbraio scorso. Ora Nico vive in questa enorme struttura color salmone che sorge in uno dei vicoli che scendono dal centro della città verso il Mar Nero.

La comunità cattolica di Trabzon è davvero esigua. Una quindicina di anime su cui ora veglia un sacerdote polacco. Le conversioni sono poche in questa città ostile che molti turchi definiscono di estrema destra. Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica, una comunità ortodossa sparsa per la città, una massiccia emigrazione femminile dall’Est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento.

Trabzon è una città dove vi sono molti “lupi grigi” ultranazionalisti e in cui pullula una galassia di minuscoli gruppi, in cui il nazionalismo etnico estremista si combina con il fondamentalismo religioso. Nico nega di avere paura. «Ho un rapporto molto buono con i musulmani. Non ho mai avuto problemi con loro», racconta. Ma poi dice anche che qualche settimana prima un gruppo di fanatici, vestiti di scuro, è passato cantando cori religiosi sotto il convento e ha lanciato delle pietre contro le finestre gridando «Allah è grande». «Questa – continua Nico – è una città tollerante verso gli stranieri, ma diventa terribile se qualcuno si converte».

Eppure al visitatore Trabzon si mostra come una città moderna e vivace. Nelle vie c’è un gran via vai di persone, le donne girano quasi tutte a capo scoperto, le ragazze vestono all’occidentale. Le vetrine traboccano di merce. Nella piazza principale c’è perfino un pub che serve birra a fiumi a una clientela di giovani che non si fa certo scrupolo di bere alcol. Tuttavia sotto questa facciata moderna si nasconde il germe dell’integralismo e dell’intolleranza.

Qualcuno sostiene che don Santoro è stato assassinato dalla mafia russa che ha usato l’integralismo come copertura, perché la sua attività di redenzione delle giovani prostitute slave dava fastidio. Il sacerdote romano aveva ricevuto minacce e aveva detto a una suora, poco prima di morire, «prega per me perché c’è qualcuno che mi vuole morto». A testimonianza del fatto che si sentiva in pericolo, secondo Nico, c’è una lapide in marmo che don Santoro aveva fatto fare qualche giorno prima di essere ucciso. Il cippo è stato appoggiato a un muro del giardino interno al convento. Sul marmo è stata incisa la frase di Gesù, in turco, tratta dal Vangelo di Giovanni in cui si parla della risurrezione di Lazzaro. «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se è morto, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

A Loredana Palmieri, l’assistente pastorale che era presente al momento dell’agguato, avrebbe detto: «Quando morirò vestimi di rosso, come i martiri». Per Nico sono stati giorni terribili quelli che sono seguiti alla morte di don Santoro. Ricorda Nico: «Il sindaco di Trabzon, quando fu ucciso don Santoro, è venuto qui apposta per farsi fotografare in Chiesa dalla stampa. È rimasto pochi secondi, poi se ne è andato promettendo che avrebbe ricostruito il cimitero cattolico. Da quella volta non l’ho più visto. Qui siamo soli».

Perche’ crediamo in Dio?

Una domanda tuttaltro che scontata! Questa pone le sue radici nella storia stessa delluomo che da sempre si è dimostrato interessato alla ricerca delle radici della propria esistenza.
Perché?
Perché ogni uomo desidera raggiungere la felicità, la vita piena, lamore, perché tutti gli esseri umani in quanto finiti si scontrano con linevitabile e inspiegabile morte, perché la vita pur essendo bellissima è anche segnata dal male (ingiustizia, violenze, menzogne). Linsieme di queste realtà ha posto da sempre luomo dinanzi ad alcune fatidiche domande esistenziali.

Chi ci ha creati? Perché viviamo? Dove andremo?
Domande che trovano la loro risposta solo in Dio.
Mentre l’umanità dalle sue origini, guidata dalla ragione che la fede confermava, ha affermato l’esistenza di Dio e gli ha sempre innalzato altari e templi, ed anche l’umanità di oggi, ove la violenza non lo impedisce, manifesta la sua comune credenza in Dio, non sono mancati e non mancano pensatori che negano l’esistenza di Dio: da Democrito, che per primo pronunciò la frase fatale: Non est Deus naturae immortalis agli odierni negatori di Dio e suoi avversari.
Da qui nasce lesigenza di una risposta apologetica, sia per confutare l’avversario, sia per confermare il credente di fronte al dubbio imprudente che talora può affiorare alla sua coscienza nelle alterne vicende della vita.

Perché crediamo in Dio?
Di don Tullio Rotondo
Crediamo in Dio perché Dio stesso ci attira a sé e ci si vuole far conoscere; ecco la verità principale: Dio ci attira alla conoscenza di Lui stesso.
Se non ci accorgiamo di questo è perchè non vediamo siamo ciechi in certo modo.

Ora, attraverso queste mie parole e poi anche più generalmente Dio ti vuole attirare a conoscere Lui. Il punto è che noi siamo chiusi, il punto è che noi non ci accorgiamo del Signore che ci parla, siamo chiusi alla luce che Egli ci dona, abbiamo bisogno del Maestro che ci guida a conoscere come Dio ci parla e che ci fa conoscere veramente Dio: e questo Maestro è Gesù.

Con il peccato originale la nostra intelligenza si è oscurata e noi abbiamo difficoltà a salire a Dio che è Luce, abbiamo difficoltà a ricevere questa Luce, facciamo scudo alla luce divina.

Come facciamo scudo?
Anzitutto appunto con il disordine interiore che è in noi, con la mancanza di preghiera, con la mancanza di lettura delle S. Scritture, con linsincerità, con lattaccamento ai piaceri del senso (piaceri della gola e sessuali soprattutto); il Signore ci attira a diventare spirituali e noi invece rimaniamo carnali. La conoscenza di Dio implica partecipazione, in certo modo, alla vita di Dio; il Rivelarsi di Dio a noi implica anche un certo nostro modo di vivere, implica una certa nostra perfezione.
Rifletti
Anzitutto tu vivi sempre secondo la verità che porti nellintelligenza, agisci sempre secondo la verità che la tua coscienza ti presenta?
Sei coerente con quello che dici, sei coerente con le tue idee?
Usi un doppio giudizio quando giudichi gli altri e quando giudichi te?
E la tua coscienza, la tua intelligenza su quali verità si basa?
Chi ti ha insegnato quelle verità?
Dio ti attrae a Cristo, ma forse tu non te ne rendi conto, sei immerso nelle cose del mondo, Dio ti attrae a visitare i santuari, a visitare i luoghi nei quali Dio stesso ha operato prodigi ma noi tante volte ce ne stiamo nelle nostre case o nei nostri ambienti e ci lasciamo guidare da altri dei, da altri maestri.

A chi credi?
A quali persone presti la tua fede?
A chi hai prestato fede nel tuo studio a professori che ti hanno riempito la testa di affermazioni atee o agnostiche?
Considera che oggi ateismo, agnosticismo e anticristianesimo sono praticamente diffusissimi, tu probabilmente sei una persona che ha avuto falsi maestri di questo genere. Ti devi depurare, devi cambiare, devi prenderti i veri maestri, anzi il vero Maestro: Gesù!
Dio ti vuole donare la conoscenza di Lui stesso, come ha fatto con tanti santi che poi hanno fatto grandi miracoli pensa a S. Pio da Pietrelcina, pensa a s. Francesco, a s. Caterina.

Hai mai preso parte a un fatto miracoloso?
Sei mai stato alla s. Messa?
Hai mai fatto un ritiro nel silenzio, passando qualche giorno in preghiera?
Lo sai che il demonio esiste?
Sei mai stato ad una preghiera di liberazione?
Ecco Dio vuole farti fare esperienza della sua potenza, devi destarti dal “sonno stanco dell’anima” e muoverti, perchè la cosa più importante in questa vita è conoscere Dio amare Dio, conoscere Cristo Dio uomo!!
Ecco la cosa più importante nel mondo è conoscere Dio e amarlo!
Vedi Dio vuole che tu lo metta al primo posto nella tua vita, allora ti si fa conoscere particolarmente! Nota che conoscere Dio non arreca un vantaggio a Dio nella sua divina natura, Egli è sommamente perfetto. Conoscere Dio è necessario a te, per il tuo bene. Ecco, dunque, Dio ti sta parlando attraverso queste mie parole, ti sta attirando a fare questo cammino verso Lui . Considera che il cammino in Cristo Dio è un cammino di fede : Dio stesso vuole donarti questa fede e tu devi fare la parte tua per riceverla; camminare nella fede significa appoggiarsi e obbedire a Cristo anche se talvolta non riusciamo a capire perché ci dice, camminare nella fede non è vedere tutto con chiarezza, il vedere con chiarezza ci sarà nella visione beata, nel Cielo, ma oggi vediamo nello specchio e attraverso enigmi.
Sappi però che più cresci nel cammino di fede, più vivi nella volontà di Dio in modo perfetto, più il Signore ti si manifesta, come accadeva s. Pio da Pietrelcina, a s. Caterina da Siena, a s. Brigida etc.
Dunque : sei pronto iniziare? Dio ti sta attraendo. Ma anche il mondo, satana, la tua carne ti attraggono, Dio verso la conoscenza di sé e verso la santità ; satana, il mondo e la carne ti spingono al peccato, alla incredulità, allagnosticismo.
A te la scelta tra le due vie. Forse finora ai scelto sempre la seconda e se è così sappi che la tua inclinazione abituale è cattiva, devi farti forza e il Signore ti dà questa forza. Dio ti dà tutto in Cristo: luce intelettuale, sapienza, carità:
Ricordati: conoscere Dio e amarlo in Cristo dipende da te.