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Superare i traumi e le paure della tratta

Il centro Franz Fanon di Torino si propone come servizio di supporto psicologico e sociale ed anche psichiatrico che può essere svolto individualmente o in gruppo, a livello famigliare, per gli immigrati, le vittime di tortura e i rifugiati.

Intervista a Francesco Vacchiano, referente del centro

(D) Di cosa si occupa il centro Franz Fanon?

(R) Il centro svolge prettamente un lavoro clinico con immigrati e rifugiati, vittime della tortura. Il servizio è aperto dal 1996 e conta un’équipe formata da psicologi, psichiatri, mediatori culturali e antropologi. Il sevizio è stato caratterizzato da una prima parte di lavoro, diretto con l’utenza cui poi si è affiancato un lavoro, soprattutto sviluppato nel corso degli ultimi periodi, di consulenza diretta con l’utenza ed anche un lavoro di consulenza per gli operatori che si occupano degli immigrati, come operatori di comunità, educatori, assistenti sociali, altri psicologi, insegnanti, insomma tutti coloro che a vario titolo si occupano di immigrati e hanno delle difficoltà operative, o semplicemente la necessità di una consulenza o supervisione rispetto al lavoro che svolgono.
Il problema della tratta è stato uno delle prime caratteristiche dell’utenza, o meglio di una parte dell’utenza che si rivolgeva al centro. D’altronde le donne Nigeriane sono arrivate spesso al nostro servizio segnalate dall’I.S.I. ed erano pazienti che per lo più avevano difficoltà connesse in senso lato all’area della salute mentale . Abbiamo visto diverse pazienti direttamente qui al centro, alcune di queste da sole, in un lavoro classico uno a uno, altri invece in un lavoro di gruppo aggregato in cui ci sono più terapeuti presenti, di solito proponiamo anche questa possibilità. Dopo di che hanno contattato gli operatori dell’ufficio stranieri che si occupavano dell’Articolo 18 per tutto quello che poteva significare consulenza o formazione rispetto a questo tipo di difficoltà o problemi psicologici connessi all’esperienza di prostituzione.

2.      (D) Cos’è, e di cosa si occupa l’I.S.I.?

(R) L’I.S.I. è un servizio che si trova al piano terra della ASL 1, costituisce un ambulatorio generalistico per gli immigrati, per quelli che non hanno il permesso di soggiorno e quindi non sono iscritti al servizio sanitario nazionale, svolgono un lavoro molto simile a quello dei medici della mutua, offre anche un servizio di prenotazione per visite specialistiche a pagamento.

3.      (D) Con chi collabora il centro Franz Fanon ?

(R) Attualmente lavoriamo con l’ufficio stranieri, dove coordiniamo incontri di supervisione e formazione composti da tutti coloro che nel progetto del comune di Torino si occupano di donne Nigeriane vittime della tratta; e come se si creasse idealmente una tavola rotonda di supervisione in cui ci sono gli operatori dell’ufficio stranieri, gli operatori di quelle comunità che ospitano le vittime e in qualche caso ci sono coloro che fanno parte anche dell’area del volontariato come le Suore Albertine o il Gruppo Abele, collaboriamo anche con il comune di Torino nel progetto Freedom.

4.      (D) Cos’è il progetto Freedom?

(R) E’ un progetto attuato dal comune di Torino e dal dipartimento delle pari opportunità, sono coinvolti in questo progetto vari enti oltre a noi. Il comune di Torino offre anche un fondo per la gestione di tre comunità di livello diverso gestite dalla cooperativa che si chiama “progetto Tenda”. progetto Freedom ha cercato di strutturarsi fondamentalmente in tre livelli di accoglienza. Il primo livello di accoglienza è quello di base o di pronto intervento: la donna che denuncia entra in un programma di protezione e deve essere inserita in qualche luogo come difesa, se non ha altre risorse. Tra queste comunità di pronto intervento rientra, fra le altre, la comunità di Lungo Dora Savona. Poi in un secondo livello, diciamo di intervento più specialistico sul progetto, vi è una comunità dove le donne possono risiedere più stabilmente ed essere seguite nel periodo che dura tutto il programma di protezione, tutto il periodo necessario per la regolarizzazione, per il passaporto,il permesso di soggiorno e quant’altro.
La terza fase, potrebbe partire dall’ottenimento del permesso di soggiorno o dal periodo in cui la persona è già in borsa lavoro, si tratta di appartamenti più o meno autonomi ed è rivolto a persone che sono già abbastanza avanti nel percorso e che escono da una situazione comunitaria classica e rientrano in una specie di appartamento auto gestito. Questo è più o meno l’iter completo che termina con il lavoro e così la persona dovrebbe uscire da tutto il circuito.
Il progetto è quindi molto complesso per le difficoltà legate alle ambasciate, ai consolati e soprattutto alla questura. I tempi si dilatano in maniera esagerata nel senso che attualmente la donna che denuncia si trova ad aspettare anche tre anni per l’ottenimento del permesso di soggiorno.
Questi percorsi sono anche molto faticosi per le donne che ci sono dentro, una delle grosse difficoltà sta nel riuscire a rimandare nel tempo la prospettiva dell’inserimento tanto desiderato: non dimentichiamoci che sono donne che comunque arrivano con la prospettiva di guadagnare e molte di loro hanno questo come obbiettivo principale, quindi diviene per loro molto faticoso il dover rimandare così a lungo un lavoro regolare. Questo periodo si carica di ansia d’incertezze, di difficoltà, tenuto conto che la dimensione comunitaria si occupa di persone che hanno difficoltà prevalentemente di ordine sociale è quindi e chiaro che la dimensione comunitaria non è proprio ovvia, non capiscono bene perché “tu” debba andare in una comunità dove ci sono degli educatori che ti dicono cosa devi fare e cosa non devi fare! Quando tu sei una persona adulta che fondamentalmente è lì solo perché non ha una casa e un lavoro.

5.      (D) Cosa fanno in questo periodo di permanenza nelle comunità?

(R) Questo periodo di permanenza nelle strutture viene facilitato dal fatto che comunque sono presenti delle borse lavoro, il progetto mette a disposizione delle borse lavoro che vorrebbero essere un contatto con dei possibili datori di lavoro e che in seguito si concretizza in una vera e propria professione, anche se a volte non è così, purtroppo spesso la borsa lavoro diventa soltanto un occasione per una persona di fare qualcosa in un determinato periodo di inattività, senza che questa prospettiva dell’assunzione si concretizzi realmente, tra l’altro la borsa lavoro dà diritto ad uno stipendio piuttosto basso che si aggira intorno alle 400-500€ al mese, si potrebbe dire che per una donna che sta in comunità e che non ha spese di vitto e alloggio potrebbe essere sufficiente, ma noi dobbiamo incarnarci nella realtà della situazione di donne che hanno un mandato famigliare di guadagno che hanno un obbligo di mandare i soldi a casa o di donne nelle cui mani è transitato tanto denaro e che poi passano ad una situazione di estrema precarietà.
Per quanto riguarda le donne nigeriane devo aggiungere che vi sono una serie di abitudini che poco si adattano, alla situazione comunitaria in cui dovrebbe essere tutto più o meno standardizzato ,tra cui prima di tutto il cibo, ad esempio molte nigeriane tengono molto a poter comprare il cibo per poterlo cucinare “alla nigeriana” e questo la dice un po’ lunga rispetto anche alla situazione economica, in quanto la comunità non ha dei fonti da dare ad ogni donna per far fronte a queste loro esigenze, sopratutto quando questa ragazza non ha una borsa lavoro. Il comune elargisce una tantum un po’ di soldi, ma quando hanno la borsa lavoro le donne devono farsi bastare la loro busta paga, la sovvenzione del comune è la borsa lavoro, il comune paga la borsa lavoro.

6.      (D) In cosa consiste la borsa lavoro?

(R) La borsa lavoro funziona cosi: il datore di lavoro ha un impiegato un operaio un lavoratore, gratis, che viene pagato dal comune e il datore di lavoro si impegna solo a farlo lavorare ed eventualmente a costatare se al termine della borsa lavoro questo lavoratore ha acquisito le capacità necessarie per essere impiegato a tutti gli effetti, questo però succede poche volte.

7.      (D) Come si è evoluto nel tempo il profilo della prostituzione nigeriana ?

(R) Il profilo della prostituzione nigeriana è cambiato nel tempo nel senso che la prostituzione nigeriana in Italia è inizia sul finire degli anni 80 inizi 90 quando, in conseguenze alla forte crisi economica in Nigeria, una serie di persone, per cui spesso molte donne che già nel loro paese erano commercianti, iniziano a giungere in Europa per fare commercio per trasportare oggetti, tentando in qualche modo di risolvere il problema economico della Nigeria legato al petrolio d’esportazione.

Negli anni 70-80 inizia a nasce questa classe di nuovi poveri che emigrano spesso sono persone con un titolo di studio elevato, persone che scelgono la strada dell’immigrazione per tentare di cambiare la situazione sono queste donne che quando arrivano in Italia iniziano a capire quali sono le richieste del mercato colgono la domanda che c’è.

Sono proprio queste donne che all’inizio arrivano in maniera più artigianale e poi in maniera più organizzata iniziando da prima ad esercitare direttamente poi a comprare le ragazze cioè comprare delle ragazze significa pagare un intermediario che più o meno con l’inganno fa venire in Europa delle ragazze, in questa seconda fase le ragazze sono davvero ingenue cioè sono persone che non sanno ciò che verranno a fare ma sono allettate dalle promesse di guadagno facile, lavoro ben retribuito, di lavoro socialmente rilevante come ad esempio le modelle le commesse, le ballerine, ecc solo quando arrivano qui si rendono conto in effetti di quello che si trovano di fronte, di quello che dovranno fare.

Uno degli strumenti più rilevanti usati dalle madam per mandare le ragazze in strada è il rituale il rituale religioso, il rituale magico che ha la particolarità di sfruttare le credenze tradizionali, diciamo le sue matrici animiste per vincolare la ragazza alla madam là dove si dice se si oltraggia il patto mistico sancito con l’intervento di una divinità o di uno spirito ci si può anche ammalare fino ad arrivare alla morte.

Il vincolo è ovviamente molto forte soprattutto su persone che hanno come riferimento la religione tradizionale, le branche della religione vudù, chiamiamola vudù in senso generale per definire un complesso religioso animista tradizionale dell’area.

Sono donne che provengono dal Benin City in qualche caso dallo stato di Benin, cioè dallo stato Edo, mentre in qualche caso si tratta di ragazze che vengono dal Lagos cioè più a Ovest o da Worren cioè più ad Est persone che fanno di etnia prevalentemente Edo, ma anche Ibo, Yoruba, Urobo ecc.

Dopo questa seconda fase in cui partono le ingenue c’è la terza fase in cui si inizia a sapere ciò che fanno le nigeriane in Europa qualcuno inizia a raccontarlo, si formano delle campagne di prevenzione, qualcuno fa dei documentari e fa girare questo tipo di notizia e si inizia a sapere al limite ciò che non si sa in effetti sono le reali condizioni in cui viene praticato il mestiere.

Va premesso che rispetto alla prostituzione ci sarebbero da fare tanti discorsi interessanti e importanti anche dal punto di vista antropologico su ciò che significa corpo della donna, il rapporto della donna con altri uomini, in fin dei conti siamo in contesti in cui c’è una famigliarità un uso del proprio corpo anche in modo molto pragmatico, in modo molto negoziale in contesti in cui anche il matrimonio è molto spesso una scelta molto concreta, dettata dalle esigenze il vivere l’amore romantico non è assente … però è spesso accantonato in favore di altre situazioni più concrete.

Vi è una categoria conosciuta delle “ragazze zucchero di papà” che sono appunto le ragazze che in qualche modo vanno da uomini anziani, uomini già sposati e che in cambio di pratiche più o meno sessuali ricevo un supporto per gli studi, qualche soldo per la famiglia ecc questi uomini vengono chiamati fidanzati anche se si sa che è qualcosa di diverso, ma non provoca problema più di tanto, attenzione però ! non dico che sia per tutte cosi! dico che ci sono delle categorie di soggetti e di fatti!, sono eventi importanti da conoscere dal momento in cui si ragiona sulle attese rispetto alla situazione reale che si incontrerà sono pochissime le donne che sanno esattamente che staranno in strada al freddo che dovranno pagarsi il Joint cioè il posto in strada e l’affitto di una casa divisa con altre ragazze e con la madam a cui spesso dovranno essere fatti dei regali perché comunque è un autorità, è una persona che ha influenza su di te, è una persona con cui spesso si istaura un debito di riconoscenza.

Ci sono molte ambivalenze nelle relazioni con la madam cioè sono delle relazioni che spesso hanno una propria pragmaticità, ma non solo, spesso hanno delle vere e proprie caratteristiche di affiliazione.

8.      (D) Questa relazione con la madam la si potrebbe identificare con la sindrome di Stoccolma?

(R) Beh a me non piace questa definizione non parlerei in questi termini, direi che spesso non è l’identificazione con l’aggressore ma ci si rende conto che tutto sommato questa è una condizione in cui c’è una possibilità di guadagno, per qualcuno questa condizione di prostituta può non pesare e non pesa perché è appunto una possibilità di guadagno, ad un’altra ragazza a cui pesa questa situazione, i regali da fare alla madam possono essere un modo per tenersela buona perché e sempre un autorità anche mistica nei loro confronti, in quanto sa delle cose, sa fare delle cose che possono essere usate anche contro le ragazze stesse, è una relazione molto ambivalente.

Definire queste persone come sfruttatori è poi davvero poco utile perché ci rimanda ad un immagine del fenomeno poco reale, a quella che spesso gli operatori hanno all’inizio e poi dopo con loro frustrazione si accorgono non essere reale cioè spesso c’è una partecipazione emotiva più rilevante di quella che si immagina o non si potrebbe immaginare si parla di soggettività, banalmente dentro una scelta che è stata molto drammatica molto concreta di guadagno, con la prospettiva di ritorno con una prospettiva di poter mettere da parte soldi per aprire un attività un esercizio commerciale una casa ecc a tutto questo va aggiunto il fatto che il successo è visibile e l’insuccesso è invisibile, quindi quando uno torna e si compra la casa, la macchina o ostenta i segni di una fortuna fatta all’estero questo è un motore fortissimo per una nuova ondata migratoria mentre al contrario più si è investito un obbiettivo più è difficile sbagliare e questo spiega anche la difficoltà di comunicare con la propria casa e di tornare come persone che hanno fallito.

La quarta fase è l’arrivo delle ragazze minorenni, il flusso secondo me si è un po’ ridotto negli ultimi 10 anni.

Queste ragazze minorenni hanno dei punti di riferimento poco strutturati e sono in una situazione di grossa confusione rispetto al contesto che la ospita un conto è quando c’è un adulto che fa una scelta anche pragmatica e un conto è quando un minore è trascinato magari dalle possibilità di successo, di guadagno, o spinto da esigenze famigliari.

Nei contesti in cui si verificano queste situazioni si sa poco o nulla, con dei riferimenti anche psicologici, valoriali o anche normativi, morali molto o poco definiti, arrivano delle ragazze che non si rappresentano come bambini, si relazionano a se stessi e in relazione alla propria cultura di provenienza di appartenenza come dei veri e propri adulti, persone che però sono portatori di bisogni ancora molto legati all’adolescenza all’infanzia, persone con cui è difficile operare, perché la possibilità di avere tanti soldi in tasca è un grosso ostacolo per scegliere di denunciare gli sfruttatori.

Del resto uscire dal giro, quando si tratta di minori è difficile perché il denaro è proprio la misura del successo ed anche della condizione di adulto che provvede hai bisogni della propria famiglia c’è spesso un vero e proprio lavoro di riconversione rispetto all’esperienza della prostituzione, per esempio per abituare una persona che in un mese si può guadagnare quanto si guadagna in una sera queste giovani donne non hanno alternative, mentre una persona più adulta è consapevole che esistono delle alternative, una ragazza minorenne è in un paese straniero e le sue “Sister”, sorelle, sono spesso l’unico riferimento possibile e non c’è come riferimento neanche un passato famigliare così strutturato dal punto di vista psicologico, che permette loro di avere un endoscheletro normativo, morale, cognitivo, che permette loro di materializzare una scena alternativa rispetto a quello che stanno facendo. Ad esempio donne più adulte possono essere arrivate dopo aver lavorato in banda, come commesse, come commercianti e quindi c’è un alternativa nella loro testa, le minorenni spesso arrivano dopo aver fatto la scuola o meglio interrompendo la scuola, non c’è un’altra cosa! La conversione si riferisce ad una logica del denaro del quotidiano diversa

9.      (D) Negli incontri che fate con queste ragazze avete mai riscontrato sensi di colpa, istinti suicidi e quant’altro?

(R) Innanzi tutto dobbiamo partire da un dato di ordine antropologico molto importante e cioè che spesso nei confronti delle persone che incontriamo qui in generale, e in particolare per la Nigeria, il corpo ha un valore estremamente rilevante nella conduzione dei sintomi.

Lei ha fatto cenno a fenomeni che sono tipicamente di ordine psicologico, e bene, qui non arrivano ragazze con sensi di colpa, per lo meno codificato in questo linguaggio così, psicologicamente determinato, ma arrivano dei sintomi che sono scritte sui corpi attraverso dei sintomi strani, alieni, altri, e che rimandano in maniera rilevante all’esperienza della prostituzione le faccio un esempio che uso sempre quando faccio i discorsi sul corpo, ed è un esempio tratto da una delle sintomatologie che più spesso sono riferite dalle donne nigeriane ed è quella del verme! Verme che cammina sotto alla pelle, le donne avvertono fisicamente questo verme, lo sentono si sentono mangiare dentro, questo è incomprensibile per qualunque psicologo per qualunque medico, le donne a cui penso gli era stati prescritti degli esami parassitologici, esami neurologici risultati tutti negativi, e di fatto per nessuno era possibile andare al di là del sintomo in cui si manifestava e tradurlo, leggerlo, partendo da una chiave di lettura più raffinata, quello che è più interessante e della risposta la si trovano nei lavori antropologici sul corpo sulla medicina del luogo, dove estremamente diffusa la credenza in cui il corpo può essere infestato da vermi.

Siamo nella zona della Guinea, qui per l’appunto si parla del verme di Guinea e dove tutti sanno che possono avere delle elmintiasi cioè delle infestioni da parte di vermi e che questo tipo di fenomeno è talmente comune che è stato incorporato dai codici del corpo della medicina tradizionale degli Yoruba per cui c’è tutto uno studio molto interessante in cui dicono : nel corpo ci sono i vermi ma sono vermi buoni! Perché sono quei vermi che aiutano la digestione, dietro questa visione c’è una raffinatissima immagine, potremmo dire etno anatomica etno fisiologica del corpo.

Il corpo non è conosciuto attraverso le linee della moderna anatomia, ma a partire da quei dati di evidenza che provengono dal contesto, questi vermi sono buoni finche vengono contenuti nelle loro sacche che si dice esistano nel corpo, questi vermi diventano cattivi quando si riproducono a dismisura, escono dalle sacche e cominciano a vagare per i vari distretti periferici del corpo e quando vagano, mangiano la persona da dentro, proprio quello che una persona sente i “morsi”! quella persona sente camminare nel suo corpo, ti da persino le indicazioni di dove è posto il verme nei diversi momenti.

C’è una logica molto raffinata dietro questa eziologia, ancora più raffinata se si pensa alle ragioni per cui questi vermi iniziano a vagare nel corpo, le cause sono gli eccessi alimentari, e gli eccessi sessuali, in particolare l’attività sessuale svolta al di fuori del ciclo, per esempio un motivo principale può essere quello di fare attività sessuale durante le mestruazioni o nei periodi interdetti come tabù, ma anche nei periodi normali in cui però la sessualità è perversa, diciamo … l’eccesso di attività provoca calore in eccesso nel corpo sicuramente queste signore non stanno parlano di senso di colpa, no! ma sta parlando attraverso un codice corporeo che fa riferimento.

Potremmo dire ad un immagine del corpo così come è stata appresa da quando era piccola attraverso le tecniche del corpo che le sono state insegnate! cosa stanno dicendo queste signore? ebbene attraverso un codice raffinatissimo che ha il corpo al centro, la persona sta parlando dei propri eccessi, all’ora vediamo che la categoria dei sensi di colpa viene spazzata via da quest’idea per cui la persona parla di un fatto non psicologico, ma corporeo errore sarebbe pensare che questo è un fatto psicologico è difficile capirlo!

Questa incomprensione da parte nostra è causata dal fatto che noi siamo ingabbiati in una dicotomia totalizzante in cui da Aristotele in poi ci portiamo, ed è quella di mente e corpo, dell’idea che le due stanno su due ordini diversi ebbene uno degli stimoli più forti di questo lavoro è la dimostrazione chiara e netta che il corpo è mente e la mente è il corpo.

Anche il verme è un sintomo psicologico, no! Perché è un sintomo corporeo però proprio per il fatto che è un sintomo corporeo è profondamente psicologico, è contemporaneamente psicologico, non e aut aut ma et et , la differenza sintomatica noi la vediamo spessissimo, ci sono donne che ci parlano di sentire l’acqua che scorre sul capo, con riferimento al rito di Mamy Water questa divinità che presiede l’acqua in Nigeria e che è in qualche modo la dea della fertilità, molte donne vengono portate da Mamy Water per essere curate e diventano a tutti gli effetti come figli di Mamy Water, consorelle e restano legate a lei strettamente, quando si presentano questi sintomi è presente un interruzione dei legami non solo con la propria famiglia ma anche con la divinità a cui si è scritti, fino a situazioni in cui l’influenza del pensiero tradizionale è talmente forte da portare delle problematiche psicotici, di conseguenza della persecuzione che si sente operare nei propri confronti in relazione alla rottura del legame.

Mi è capitato anche di seguire casi in cui le ragazze avevano sintomi allucinatori o parlavano con voci nigeriane che dicevano: tu devi morire, e voci italiane che dicevano: no tu non morirai, questo è collegato al patto che le ragazze fanno con la madam i riti vudù e tutti sanno che se scappi puoi rischiare di ammalarti e morire, vede bene come, per capire queste situazioni non si può fare riferimento ad una teoria della persona, del soggetto, della psico-dinamica classica , è una forzatura perché già come il corpo si comporterà per la produzione dei sintomi e nella narrativa dei sintomi, cioè il modo di parlare dei sintomi ci sono delle matrici culturali molto importanti.

10.  (D) In che modo intervenite in questi casi?

(R) interveniamo, innanzi tutto con un ascolto molto attento, poi tentando di usare delle risorse che siano presenti nella logica che è la stessa che produce i sintomi, per esempio una donna che avverte la rottura del legame con Mamy Water può essere trattata, dico anche con dei rimedi che alludono a qualche sistema terapeutico tradizionale la donna che viene qui e dopo aver parlato di Mamy Water e dello spirito bianco su una nave che è venuto a prenderla una serie di immagini molto raffinate anche nel linguaggio tradizionale che significano anche delle cose particolari, ricordo una donna in che aveva sognato la manioca, il platano e il riso che sono guarda caso le offerte che si portano a Mamy Water e le dissi “vai al mercato compra il riso la manioca e il platano e poi gettalo nel fiume”, oppure avrei potuto dirle come è stato fatto “scrivi a casa e fatti mandare i bracciali le cavigliere che usavi nel rito di Mamy Water, riprendi ciò che avevi interrotto” questo può essere vissuto da un lato come una forte incomprensione e dall’altro di efficacia, protezione.

Come mi è capitato di fare la settimana scorsa con una donna nigeriana che aveva prodotto dei sintomi di natura marcatamente psicotica, in relazione ad un primo periodo di tre mesi in Italia in cui ha praticato la prostituzione però dopo che è andata in chiesa e dove si è sentita ripetere dal pastore durante una predica: “siete nel peccato, dovete liberarvi dal peccato, perché siete delle peccatrici, perché morirete se continuate su questa strada”, quindi parliamo di una persona che ha come riferimento , non la religione tradizionale del suo paese, ma la religione protestante, mi è capitato di dire a questa donna “tu devi confessare di essere una peccatrice cosi ti sentirai meglio durante il rituale della testimonianza, della cerimonia pubblica, di preghiera, confessare di aver peccato e liberarsi da questo peccato, dal vincolo che ti opprime”, questo tipo di trascrizione nasce dall’analisi dei molti culti profetici africani contemporanei dove il momento della confessione è enfatizzato come momento di rinascita ripresa come acquisizione di quelle prerogative buone, all’ora forse qui si può parlare in senso di colpa, ma non è certo esplicito.

La chiave di tutta una terapia la si può trovare solo dopo alcuni mesi di incontri, dove si riscopre insieme le vere motivazioni, i veri traumi, questa ragazza diceva di sentire delle voci, diceva che gli altri parlavano male di lei, e quando il prete parlava del peccato era sicura che si rivolgesse a lei, quando abbiamo analizzare i suoi problemi è venuto fuori che aveva passato tre mesi come prostituta.

Il miglior rimedio è di entrare nella logica che ha prodotto il sintomo e dal di dentro lavorare per risolvere le difficoltà che una persona deve affrontare ogni giorno.

La gente mi comprava, mi usava, mi urlava contro. Parla Joy

black1Sono Joy ho 22 anni, mia mamma è del Ghana e mio padre di Benin City (nigeriano). Dopo le secondary school, ho fatto la parrucchiera, la cameriera e la sarta. Non avevo i soldi per continuare gli studi e con la mia famiglia ho deciso di venire in Europa a lavorare. Siamo andati dall’ Asè – native doctor, per fare l”agreement” con lo sponsor-madame. Dovevo pagare 60.000 euro. In Italia ho capito che non mi avevano detto la verità, quanto tempo avrei dovuto stare in strada?”, “pensavo alle promesse fattemi a Benin City, lavoro? quale lavoro!! qui c’è solo la strada , e gente che mi urla contro, che mi usa, che mi compra per fare sesso con me!”. E poi i ladri, quelli che ti picchiano, le botte della madame, il freddo.

Avevo parlato già tante volte con i volontari dell’ associazione Amici di Lazzaro che mi parlavano, mi davano del the caldo, poi una sera ho chiesto aiuto a loro. “Avevo capito che ero libera dall’agreement (il giuramento di fedelta’ fatto a chi ti aiuta a venire in Europa, in teoria era un benefattore) con la Madame: non mi aveva detto la verità, tante bugie, tante violenze, sono scappata e sono andata da loro”. “Mi hanno accolta da dei loro amici della chiesa cattolica, ho parlato con la mia famiglia in Nigeria spiegando che la Madame era stata molto violenta con me e che non dovevamo più pagare nulla”. A Torino un prete cattolico mi ha benedetto e sono libera e protetta da ogni Voodu-Juju, sto bene! Ho i documenti e lavoro.

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se volete aiutare una ragazza o sostenere dei progetti di reinserimento: info@amicidilazzaro.it
sms/whatsapp tel. 340 4817498

(possono chiamare anche direttamente le donne/ragazze sfruttate in inglese, francese, rumeno, italiano, 24 su 24)

Nigeriane, perche’ i riti woodoo?

Il vudù (juju)

Le origini storico/geografiche del culto del vudù sono da individuare nell’attuale stato del Benin (regione particolarmente martoriata nei secoli passati dal fenomeno della tratta degli schiavi). Questo fenomeno ha accompagnato nei loro spostamenti coatti, ad opera delle carovane dei negrieri, gli schiavi. Tra i gruppi di schiavi il vudù ha avuto un importante ruolo di “collante” ricostruendo quell’identità etnico culturale che, la deportazione in altri continenti, invece, tendeva ad annientare. “Il vudù permette ai suoi fedeli di trovare una forma rudimentale di vita collettiva…” (A. Métraux, Il Vodu ad Haiti, p 58). Queste esperienze, una volta esportate dal paese di origine, si riprodussero in forme nuove con il conseguente aumento del numero delle divinità (questi culti, secondo recenti studi si sono riprodotti in forme inconsuete e impreviste a Milano, Berlino, Parigi con un crescente numero di adepti). Un aspetto importante, che è quello che più da vicino ci riguarda, è che molte persone danno al vudù lo stesso significato di un atto di stregoneria; si attribuisce ad esso una valenza negativa rispetto al significato originale (molte ragazze nigeriane hanno subito una atto di vudù che viene interpretato come un vincolo di schiavitù).

F. Couchard in “Identitè culturelle, religion et pratique vauddou en Haiti” sottolinea questo ruolo controverso: il vudù è «pilastro della cultura popolare, ma anche luogo di lacerazioni, di rotture, di scissioni della società ». Quest’interpretazione è lontana, però, da quelli che sono i suoi significati originali. Il vudù ha avuto, infatti, soprattutto un significato di culto religioso, ma insieme ha avuto anche un’applicazione terapeutica e protettiva. Malattie endemiche, sfortuna e disgrazie venivano infatti scongiurate con sacrifici ed offerte e permettevano nel contempo di venire in contatto col soprannaturale. “In Benin le celebrazioni del vudù sono una festa a carattere nazionale (che si celebra ogni anno a gennaio); esistono scuole private riconosciute dallo Stato dove centinaia di bambini vengono istruiti alle pratiche religiose del vudù; sono presenti sacerdoti e luoghi di culto ai quali afferiscono in gran numero postulanti, malati ecc. (E. K. Tall, 1995, “Dynamique des cultes voduns et du Christianisme cèleste au Sud Benin”, Cashiers des Sciences Humaines, 31,4 pp. 797-824). Il rito assumeva, quindi, un valore collettivo. Nella cultura originaria la valenza dei rituali vudù è estremamente positiva: infatti ribadisce una sorta di protezione per i singoli e la comunità nei confronti di una quotidianità contrassegnata dalla durezza delle condizioni di vita.

Al di là dell’aspetto antropologico, e al di là dell’idea occidentale (che attribuisce ai rituali vudù una connotazione negativa) l’uso attuale che le ragazze nigeriane fanno del vudù assume un significato nuovo più individuale, banalizzato, privo di riferimenti alla natura religiosa del culto molto vicino al nostro concetto di rituale magico stregonesco.

Il culto di Mami Wata

Mami Wata è il nome di una delle divinità delle acque, dei fiumi e degli oceani largamente presente, non solo nelle culture del Golfo di Guinea ma di molte regioni dell’Africa subsahariana. Comunque questa divinità viene raffigurata come una sirena bella e curata. Diverse donne nigeriane avviate alla prostituzione in Italia, appartenenti al gruppo etnico Edo e provenienti da Benin City, hanno raccontato di essere state sottoposte a riti di possessione di Mami Wata. Secondo una casistica che ha preso in considerazione diversi soggetti la sintomatologia del culto di Mami Wata si esprimerebbe in sensazione di acqua che scorre lungo la testa ed il collo, in sogni “acquatici” . E’ importante tenere presente che una volta superato l’ostacolo comunicativo tra culture differenti, per le ragazze abbandonare il tradizionale culto per una nuova religione o trascurare i rituali e le attenzioni che la divinità meriterebbe non è un passaggio a costo zero (per lo meno non lo è a livello psicologico). Ci sono conseguenze e contraddizioni che prima o poi andranno affrontate. L’operatore si deve infatti accostare a questo universo con grande cautela proprio per evitare di creare nella ragazza scompensi e fratture difficilmente rimarginabili. Il culto infatti rappresenta un patrimonio di significati e concetti che hanno radici molto profonde pertanto per la ragazza abiurare il culto può simboleggiare una sorta di sacrilegio e compromettere il suo delicato equilibrio psicologico, già fortemente messo alla prova dal tipo di vita che conduce sulla strada. Il culto di Mami Wata si accompagna all’idea di salute o al dono di poter guarire, ma anche ad immagini di ricchezza individuale. Ma il legame con questa divinità è perverso infatti quanto promette in termini di benefici individuali, toglie in termini di rapporti sociali. Queste esperienze di possessione snaturano gli originali rapporti di parentela creando spesso conflitti all’interno della famiglia d’origine, per creare legami con madame. A livello psicologico invece si possono notare nelle ragazze sottoposte a questi vincoli comportamenti definiti “bizzarri”. Per l’operatore è necessario conoscere quest’aspetto della vita delle ragazze tenendo presente che questi elementi e questi legami con questa sorta di mondo parallelo possono anche essere i soli a loro disposizione per comunicare la propria sofferenza e le proprie angosce.

Prostituzione – alla Camera la testimonianza shock di Giorgia

domanda“Mi chiamo Giorgia, ho 24 anni e vengo dalla Romania. Sono qui oggi per raccontare e purtroppo ricordare una parte dolorosa della mia vita. Avevo 17 anni quando sono arrivata in Italia, portata da persone che credevo amiche dei miei familiari. Loro mi avevano promesso un lavoro e io ho accettato vedendo quanto si stava male in famiglia, perché non c’erano soldi e non si mangiava tutti i giorni. Solo dopo ho scoperto di essere stata venduta come un oggetto e sono diventata la proprietà di qualcuno. Sulla strada mi hanno mandata con la forza, con calci e pugni, con le minacce e le torture delle quali ancora porto i segni nel mio corpo e in particolare nelle mie orecchie tagliate brutalmente dai magnaccia. Una notte ero fisicamente e psicologicamente distrutta, mi trascinavo per entrare nelle macchine dei clienti. Mi sentivo anche sporca e bruttissima perché mi avevano strappato tutti i capelli e si vedeva la cute… Le mie mani erano ferite, così anche le ginocchia e avevo dei buchi nella pancia che mi avevano fatto saltandomi sopra con i tacchi a spillo. Eppure questi uomini che voi chiamate clienti sono persone che come me vanno a fare la spesa, a comprare qualcosa di cui hanno bisogno, che sentono la necessità di appropriarsi di cose… Così anche io sono diventata una cosa da comprare, come quando si va dal macellaio. Non riuscirò mai a capire come una persona che si definisce uomo possa non avere pietà di una ragazza che sanguina, che piange e che soffre, facendo finta di niente, comprarla per chiedere di fare sesso mentre piange e sta male. Per me questi clienti, non saranno mai uomini ma persone disumane, senza cuore.

Ciò che mi addolora è quando si parla della prostituzione come un lavoro… Per me è una tortura così come lo è per le tante giovanissime donne che oggi vado ad incontrare con la comunità Papa Giovanni, con don Aldo, sulle strade per convincerle a uscire da questo inferno, trovare il coraggio di scappare. Il tutto non è facile ma sarà possibile se lo Stato, chi comanda avrà la volontà di fare leggi per fermare queste persone disumane. Quando mi picchiavano speravo sempre nell’arrivo di qualcuno che potesse liberarmi da quella trappola. Quando finalmente dopo mesi per la prima volta arrivarono i carabinieri fui veramente felice. Loro mi portarono subito in ospedale e poi in comunità. Spero che questa proposta di legge per fermare i clienti delle schiave diventi veramente l’inizio di una grande speranza restituendo alle giovani donne la libertà. Grazie”.

Queste sono le parole forti ed emozionanti di una delle centinaia di ragazze sottratte dalla terribile schiavitù del marciapiede grazie alla Comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi. Il grido di Giorgia è risuonato a Montecitorio in occasione della presentazione di una proposta di legge voluta dall’onorevole Caterina Bini del Partito Democratico, con la compartecipazione di colleghi di altri partiti.
Alla proposta ha dato sostegno anche la nostra associazione Amici di Lazzaro che da anni si occupa di liberare le ragazze vittime di tratta e di aiutare anche quelle che in strada ci sono rimaste per disperazione e ignoranza o problemi culturali e fragilita’ caratteriali.

 La proposta di legge richiama quelle già esistenti in altri Paesi europei e nel caso specifico italiano, si chiede che venga modificato l’articolo 3 della legge 20 febbraio 1958 per introdurre sanzioni per chi si avvale di prestazioni sessuali di soggetti che esercitano la prostituzione.

“E’ una proposta di legge nata con la collaborazione dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e alcuni gruppi di scout di Pistoia – ha dichiarato l’onorevole Bini prima firmataria del progetto di legge -. Si parte dal presupposto di andare controtendenza rispetto a tante altre leggi che sono giacenti in Parlamento, alcune delle quali prevedono la legalizzazione della prostituzione. Noi invece pensiamo che la donna sia una vittima della tratta e dello sfruttamento e quindi si deve colpire il cliente, perché solo riducendo la domanda diminuirà l’offerta. La proposta di legge nasce da questo, dall’opera di don Oreste, dalla volontà di ricostruire un progetto che è già stato adottato dai Paesi nordici”.

Un progetto di legge che mira a punire il cliente e che riconosce nelle ragazze, obbligate a vendersi nei viali a luci rosse italiani, le vittime di un racket che muove ogni anno milioni di euro.

“La prostituzione e il male che l’accompagna, vale a dire la tratta degli esseri umani ai fini della prostituzione – si legge nella Convenzione internazionale contro la tratta -, sono incompatibili con la dignità e il valore della persona umana”. In Italia, la legge del 1958, voluta dalla senatrice Lina Merlin, dichiarò illegali le “case chiuse” e ridusse questo tipo di sfruttamento, che però è tornato prepotentemente a partire dagli anni ’90 con lo sviluppo dei flussi migratori. La situazione è ulteriormente degenerata con la recente emergenza profughi che ha travolto il continente europeo. Questa crisi è diventata terreno fertile per le varie organizzazioni criminale che hanno trovato nuove opportunità per reperire e introdurre in Italia le vittime destinate al mercato del meretricio.

Secondo un rapporto della Commissione europea, il primo sul traffico degli esseri umani, sarebbero state 15.846 le vittime della tratta all’interno dell’Ue tra il 2013 e il 2014. Nel dossier dell’Europol, fra l’altro, non si fa riferimento solo alle donne e alla prostituzione ma anche all’impiego di uomini e minori nel lavoro nero. Lo sfruttamento sessuale resta la principale forma di schiavitù, riguardando il 67% delle vittime della tratta. Segue lo “sfruttamento del lavoro” (21%). A finire nel racket sono soprattutto donne (76%), ma uno su dieci è un bambino (15%).

parzialmente tratto da: http://www.interris.it

 

Che rapporti ci sono tra Chiesa cattolica e voodoo?

catholic_crackdowns1) Il voodoo è una religione tradizionale proveniente dall’Africa occidentale, molto antica e imbevuta di magia naturale e spiritualita’. E’ seguita da circa 30 milioni di persone.

Il voodoo (una parola che nella lingua delle tribù provenienti dalla costa atlantica dell’Africa significa “spirito del serpente”) è una forma di religione tradizionale, praticata diffusamente al giorno d’oggi in Nigeria, Benin, Togo e Ghana e in parte in Paesi come l’Angola e la Repubblica democratica del Congo. Seguita da circa 30 milioni di persone è una religione riconosciuta ufficialmente in Benin dal 1996. Secondo quanto ha spiegato ad Aleteia José Luis Vázquez Borau, dottore in Filosofia e Teologia, nonché membro della RIES (Rete Latinoamericana per lo Studio delle Sette), è una delle religioni più antiche al mondo, che affonda le proprie radici nelle religioni neolitiche.Nel sistema di credenze del voodoo esiste un dio supremo creatore (Mawu o Nana Buluku), infinitamente buono, ma che non ha alcun contatto con le sue creature e al quale non si deve rendere culto. Lo spazio tra il creatore e gli uomini, tuttavia, non è vuoto, ma pullula di divinità (loa o orisha) distinte gerarchicamente, buone e cattive, che devono essere adorate. I sacerdoti o “mediatori” hanno il compito di invocare i loa affinché si manifestino attraverso la possessione di un essere umano. Questa possessione si ottiene mediante rituali collegati a sacrifici, e soprattutto alla danza frenetica e al ritmo dei tamburi, che fa piombare la persona in una specie di estasi o trance, con cui si manifesta la divinità.

Il voodoo non cerca la salvezza delle anime, quanto il raggiungimento, attraverso l’intervento dei loa, di una soluzione immediata a problemi quotidiani. Il voodoo non propone dogmi, né ha testi sacri. Il suo scopo è orientare i propri seguaci a un equilibrio tra il naturale e il soprannaturale, così come tra le forze del bene e del male nella vita quotidiana. I loa aiutano le persone, ma in cambio le vincolano a rispettare alcuni impegni. In particolare, si tratta di mantenere la coesione morale della comunità o tribù che pratica il voodoo.

2) L’immaginario dominante legato al voodoo è frutto del processo di sincretismo con il cristianesimo, e anche con il satanismo e la stregoneria, originato dal contatto con la religione degli schiavi neri portati in America .

Il voodoo africano varia a seconda della tribù di appartenenza e differisce in maniera sostanziale dal voodoo maggiormente conosciuto oggi (e che il cinema ha contribuito a rendere popolare) e frutto della deportazione forzata di centinaia di migliaia di schiavi dalle regioni in cui si praticava.

Giungendo in Paesi cristiani, questi schiavi abbracciarono il cristianesimo, ma la maggior parte di loro continuò a praticare i riti ancestrali, applicandovi sopra una “vernice” cristiana e collegandoli al dolore e alla sofferenza provocati dalla condizione di schiavitù. Ciò diede origine a un sincretismo religioso oggi ampiamente praticato in America Latina e nei Caraibi, come la santeria, il candomblé o anche a un approccio di tipo satanico, l’hoodoo.

Ad Haiti, alcuni stregoni affermano di riuscire a riportare in vita i morti attraverso rituali magici per trasformarli in loro schiavi (zombi). In realtà, si tratta di persone alle quali viene provocato uno stato catalettico attraverso la somministrazione di potenti droghe. Tuttavia questo tipo di pratiche è del tutto sconosciuto al voodoo africano.

3) Così come la Chiesa cattolica incoraggia l’inculturazione dei valori che si trovano nelle religioni tradizionali africane e nelle culture, allo stesso modo riconosce degli aspetti positivi nel voodoo.

A 150 anni dall’evangelizzazione del Benin ad opera della Società delle Missioni Africane di Lione, nel Paese molti fedeli che si sono convertiti a Cristo non si sono del tutto allontanati dagli antichi culti legati alle religioni tradizionali africane (RTA). E quindi, anche se permangono alcuni pregiudizi negativi alimentati dai primi missionari cristiani provenienti dall’emisfero nord, le RTA, oltre ad essere studiate nelle università, nei seminari maggiori e minori ma anche nelle scuole cattoliche, costituiscono il contesto religioso e culturale nel quale si muovono molti cristiani africani.

Il dialogo della Chiesa cattolica con il voodoo si inserisce nel contesto più ampio delle relazioni con le RTA, che nel loro insieme riuniscono nel continente nero approssimativamente 90 milioni di seguaci e costituiscono l’insieme delle religioni praticate dai popoli africani sin dall’alba dei tempi. Le RTA sono depositarie di un ricco bagaglio di spiritualità che comprende un corpus di credenze, un codice di moralità, un insieme di rituali per entrare in contatto con gli spiriti buoni e cattivi e rendere culto agli antenati. Ogni gesto nella vita di un africano, dalla culla alla tomba, è infatti permeato dalla religione. Dio riveste un’importanza tangibile nella vita pratica degli africani, perché non vi è separazione tra sacro e profano, materiale e immateriale.

E’ stato papa Paolo VI, il primo successore di Pietro a mettere piede sul suolo dell’Africa sub-sahariana, a parlare della gloriosa cultura africana già nella sua prima enciclica Ecclesiam Suam (1964), mentre nell’Africae Terrarum (1967) ha evidenziato gli aspetti preziosi della mentalità africana che la Chiesa apprezza e rispetta. L’allora Segretariato vaticano per i non cristiani (divenuto in seguito Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso) ha pubblicato nel 1968 un volume  intitolato “Meeting the African Religions”, nel quale analizzava vari aspetti delle RTA, tra cui il loro ruolo nel plasmare la mentalità e le credenze delle persone.

Durante un incontro con i capi voodoo in Benin, nel febbraio del 1993, fu Giovanni Paolo II a riconoscere il forte legame che unisce i seguaci del voodoo alle tradizioni tramandate dai loro antenati e ad evidenziare che “è legittimo essere riconoscenti verso i più anziani che vi hanno trasmesso il senso del sacro, la fede in un Dio unico e buono, il gusto della celebrazione, la considerazione per la vita morale e l’armonia nella società”.

4) Il dialogo tra la Chiesa cattolica e il voodoo, incentrato in particolare sullo sviluppo umano integrale, si scontra a volte su elementi difficilmente conciliabili.

In occasione del suo viaggio pastorale in Benin nel 1993 Giovanni Paolo II disse che il dialogo con il voodoo “non è rivolto soltanto ai valori del passato e del presente” ma “implica la collaborazione allo scopo di ‘difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà’” (Nostra aetate, 3).

Nel documento “Attenzione Pastorale alle Religioni Tradizionali”, del 1993, è stato indicato che il dialogo con quanti aderiscono alle religioni tradizionali e non desiderano ancora diventare cristiani “deve essere intrapreso nel senso ordinario di incontro, comprensione reciproca, rispetto, scoperta dei semi del Verbo in questa religione, e ricerca congiunta della volontà di Dio”.

Tra le religioni tradizionali africane, il voodoo è una delle meglio organizzate e strutturate, eppure le occasioni di dialogo stentano a partire. Permangono inoltre elementi non facilmente conciliabili, come i casi di rapimenti di cristiani per iniziazioni forzate al voodoo. Inoltre, a 150 anni dall’evangelizzazione del Benin, molti fedeli che si sono convertiti a Cristo non hanno abbandonato del tutto gli antichi culti legati alle religioni tradizionali, andando incontro spesso ad un pericoloso sincretismo.

5) Una indagine approfondita e accurata delle religioni tradizionali africane aiuterebbe ancora di più il dialogo e la necessaria distinzione tra l’aspetto culturale e la stregoneria.

Gli elementi segreti, la mancanza di un contatto aperto, l’ambiguità e l’assenza di strutture in alcune religioni tradizionali africane complicano il dialogo con la Chiesa cattolica. In questo senso la II Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, svoltasi in Vaticano nell’ottobre del 2009 sul tema “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”, ha incoraggiato una qualificata e completa ricerca scientifica delle RTA e delle culture, in modo da studiare la stregoneria e l’occultismo alla luce della fede e della ragione per liberare gli africani da questa piaga attraverso programmi pastorali ad hoc.

Nella esortazione apostolica post-sinodale di Benedetto XVI Africae munus (2011), si sottolinea infatti che all’interno delle religioni tradizionali “la stregoneria conosce ai giorni nostri una certa recrudescenza”; “rinascono paure che creano legami di soggezione paralizzanti. Le preoccupazioni riguardanti la salute, il benessere, i bambini, il clima, la protezione contro gli spiriti malvagi, portano di quando in quando a ricorrere a pratiche delle religioni tradizionali africane che sono in disaccordo con l’insegnamento cristiano”.

Ecco quindi, prosegue il documento, che “il problema della ‘doppia appartenenza’ al cristianesimo e alle religioni tradizionali africane rimane una sfida. Per la Chiesa che è in Africa è necessario guidare le persone alla scoperta della pienezza dei valori del Vangelo, mediante una catechesi ed un’inculturazione profonde. È opportuno determinare il significato profondo di tali pratiche di stregoneria identificando le implicazioni teologiche, sociali e pastorali veicolate da questo flagello”.

In ogni caso, come indicato dall’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Africa (1995)  “un dialogo sereno e prudente potrà, da una parte, garantire da influssi negativi che condizionano il modo di vivere di molti cattolici e, dall’altra, assicurare l’assimilazione di valori positivi quali la credenza in un Essere Supremo, Eterno, Creatore, Provvidente e giusto Giudice che ben s’armonizzano col contenuto della fede”.

6) Diversi missionari cattolici che operano in Benin hanno condiviso con Aleteia le difficoltà che si trovano ad affrontare nella “terra del voodoo”.

Suor Andréa Dah Nifabom, una religiosa burkinabè che ha trascorso 5 anni in Benin, ha detto che  “il cristiano beninese in generale e, in particolare, quello del sud del Benin, vive in un ambiente fortemente influenzato dalla religione tradizionale. Un aspetto questo che aumenta la tendenza al sincretismo. È anche veramente allarmante e scandaloso constatare l’ambivalenza di fede tra i nostri fratelli cattolici. Questo comportamento si spiega alla luce della mentalità secondo cui la religione cattolica viene considerata una religione importata dai bianchi. Una volta, a Ouidah, una città storica del paese, situata a circa trenta chilometri da Cotonou, un cristiano all’uscita dalla messa ha detto: ‘Abbiamo finito dai bianchi andiamo a quella dei neri’. In altre parole, i cristiani vanno in chiesa e allo stesso tempo partecipano al culto del voodoo. In soggiorno hanno le immagini e la statua della Vergine María, il crocifisso accanto ad amuleti e rappresentazioni del voodoo”.

Paul Bohissou, esperto di problematiche legate al voodoo e di cultura beninese, ha affermato che “alcuni cattolici seguono il voodoo ma anche molte seguaci del voodoo seguono il cattolicesimo. Queste, una volta convertitesi, si vincolano a Cristo a immagine di Saulo che una volta convertito è  diventato Paolo. Il sincretismo è un grosso pericolo per noi neri africani. Diverse leggi del voodoo proibiscono queste pratiche così che coloro che le seguono perdono il buon nome. Un detto di Abomey, una zona di cultura fon (nel centro del Benin), recita:  ‘voodoun we no dou we do medekpo ta a‘: due feticci non possono oppure non amano danzare simultaneamente nella stessa persona”.

Per padre Saturnin Comlan Pognon, comboniano: “il beninese, come tutti gli africani in generale, crede in un Dio onnipotente creatore del cielo e della terra, ma questo Dio si trova lontano. E non potendo essere raggiunto, ha creato degli intermediari che sono i vodoun. I vodoun sono la risposta dell’uomo beninese ai numerosi interrogativi sul mondo e la sua origine, la morte, il tuono, il mare e ciò che esso contiene…il voodoo costituisce pertanto un mezzo attraverso il quale l’uomo beninese comunica con il suo Dio. È pertanto comprensibile che alcuni cattolici, non trovando per esempio risposte ai problemi che devono affrontare, come la stregoneria, si rivolgano alla religione tradizionale”.

Sempre secondo padre Saturnin Comlan Pognon, “in alcuni villaggi sopravvive ancora questo fenomeno del sequestro, soprattutto di cristiani, benché tenda a diminuire. E rappresenta a volte un punto di conflitto tra entrambe le religioni. Come si sa, nella pratica del voodoo esiste quello che si chiama ‘il diritto di trasmissione’, e quindi una ‘vodounsi‘ o ‘avossé‘ (letteralmente moglie del vodoun o sposa del vodoun), deve trasmetterlo ad un figlio, una figlia, un figlio piccolo o una figlia piccola, prima di morire. E se non si trova quella persona o se i genitori sono in disaccordo su chi deve assicurare questa trasmissione, ecco allora che avvengono i sequestri. Attualmente si dice che il fenomeno è diventato molto più raro per il fatto che nessuno vuole lasciare suo figlio andare per quella strada, soprattutto perché le ‘vodounsi‘ non sono scolarizzate”.

Per l’abbé Charles Whannou, già rettore del “Grand Séminaire Saint Gall” di Ouidah (Benin) e attualmente direttore del Centro CERAO di pastorale e missione (Abidjan), in Benin: “si percepisce un vincolo molto forte tra il cultuale e il culturale. Gli stranieri affezionati a certi stereotipi ignorano che le religioni tradizionali comportano valori di civiltà ed educazione. E l’inculturazione e il dialogo con la cultura africana permettono di condurre a Cristo”.

Al di là dei sincretismi, vi sono anche ambiti in cui entrambe le religioni sono fortemente impegnate. Ad esempio, il voodoo ha come imperativi etici la salvaguardia dell’ambiente e l’amore per le persone con handicap fisici o mentali in quanto espressione del divino. Su queste tematiche, l’abbé Whannou ha però precisato: “La protezione dell’ecosistema ci preoccupa a volte per ragioni differenti. Rispetto alle persone con handicap, il dialogo non è tanto facile; la Chiesa, per rispetto a tutte le creature umane, lotta, con le sue strutture di beneficenza, per salvare le vite minacciate dalla tenacia di alcuni superstizioni. Effettivamente sono questioni molto sensibili”.

“In generale, tuttavia, in Benin, il cattolicesimo e le religioni tradizionali africane (RTA), non sono in competizione né sono avversari – ha sottolineato –. Al contrario, cercano di collaborare, come vollero anche i primi grandi missionari, come mons. François Steinmetz (+1952), il primo vicario apostolico di Ouidah. Bisogna riconoscere, però, che i cattolici hanno una maggiore capacità di dialogo e una maggiore apertura. Le iniziazioni che consacrano al culto delle religioni tradizionali africane non si fanno per vocazione così come noi le intendiamo. Non è una chiamata alla quale si risponde liberamente. Tutti quelli che sono devoti sono presi con la forza. Devono appartenere alla famiglia di nascita, o per integrazione. Così, a volte si prendono i battezzati. In questo senso non si rispettano i diritti del bambino, poiché il bambino è obbligato a ubbidire in tutto ai suoi genitori, secondo il 4º comandamento di Dio che persino i non cristiani sanno evocare in casi di questo tipo. Spesso, l’autorità religiosa interviene per far rispettare il diritto del bambino e di ogni persona ad aderire alla religione da lui scelta senza che gli venga imposta. A volte è necessario far intervenire le forze dell’ordine o la giustizia, per facilitare il dialogo. Per i maggiorenni (18 anni) risulta più facile uscire rispetto ai più giovani. In questo caso, la Chiesa fornisce un aiuto allontanando la persona presa di mira, affinché rimanga fuori dalla portata dei sequestratori. Tuttavia, mi sembra che questi sequestri si siano fatti sempre più rari, a causa del progresso della fede e dell’evoluzione delle mentalità”.

da: Aleteia

1. Voodoo (Introduzione)

juju controlIntroduzione allo studio di questa pratica che ha molta influenza nella tratta delle nigeriane in Europa.

Attualmente non è più un segreto per nessuno che la pratica del “Vodun” sia ormai una realtà inconfutabile in tutto in mondo, ma sulla sua pratica, a torto o a ragione, si mantiene ancora una visione confusa. Al “Vodun” si guarda spesso tramite l’esame delle sue cadute specialmente quelle puramente negative, mentre per i neri, in general, e per il popolo Fon del Benin, in particolare, è qualcos’altro.

ORIGINI E PRATICHE CONTEMPORANEE
Il Vodun, come tutte le religioni, è una risposta alle tre domande fondamentali che si pongono tutti gli esseri umani, a prescindere dal colore della pelle e da dove vivono sulla terra:

  1. Chi siamo?
  2. Dove siamo?
  3. Da dove veniamo?

Non trovando una risposta definitiva, la gente del golfo di Guinea ha pensato che ci dovesse essere una forza soprannaturale che era responsabile dell’esistenza di tutti gli elementi che ci circondano e, quindi, anche di noi. Questo ragionamento ci conduce a credere che ci sia una forza di energia che si manifesta attraverso questi elementi fisici da cui noi riceviamo l’alito “di Dio”, o qualsiasi altro termine usato per indicare questa energia.

Vodun è l’espressione di un concetto di vita, una filosofi a, un’espressione di potere spirituale, in poche parole il potere di una mente trasformata che può comprendere tutte le meraviglie dell’umanità (terra, cielo, foreste, oceani, stelle, montagne ecc.). Secondo la “visione” di Fon Danxomè, questa pratica ci è stata mutuata da civiltà’ antiche, molto più di quanto si pensi, in Oyo Yoruba, che è stato ridisegnato e migliorato in tempo per darci quello che noi ora chiamiamo “Vodun” e non “Orisha” che è la stessa cosa in Yoruba ed anche la religione della civiltà Ashanti del Ghana.

Si ricorda che il regno antico di “Danxomè” era situato nel golfo della Guinea fra due grandi, antiche civiltà’, vale a dire Ashanti del Ghana e Yoruba di Ifè nella Nigeria del sud, e doveva il suo sviluppo veloce e drammatico alla sintesi di queste civiltà ed al commercio degli schiavi. Erede delle due grandi civilta’ sopra indicate, il popolo “Aja-Fon” del regno antico di Danxomè crede che tutte le meraviglie dell’umanità siano persone, tutti esseri che hanno vissuto sulla terra e rimangono ad un certo punto attraverso l’esistenza del mondo. Dopo la loro morte fi sica, si sono trasformati e diventati invisibili. Questa riflessione ci conduce alla definizione della parola Vodun, che è un’abbreviazione di “Yehwe-vodun o Vodon (vodun = deformazione di voodoo).

YE: ombra o spirito

Hwe: ristretto, inadeguato

Ricapitolando, diciamo che un uomo che muore, perde qualcosa della sua entità fisica che fa cambiare la sua natura e condizione. Ha lasciato questo mondo di mortali per un mondo invisibile, dove non morirà mai. Così l’essere si separa da noi e diventa divino, un mediatore fra noi viventi e Dio il creatore. Quindi, il mondo del Vodun è un bel mondo in cui tutto è bello e magnifico; è il paradiso per i seguaci di Vodun. Significa la stessa cosa quando parliamo dello “Orisha”, chiamato da Yoruba, e non “Vodun”. Se nel tempo il secondo termine prende la precedenza su altre terminologie, ciò avviene a causa della disciplina nell’organizzazione del regno di “Danxomè” e per il commercio di schiavi che hanno permesso a questo sistema di credenze di soppiantare l’epoca delle due grandi civiltà che lo avevano fatto nascere. Il Vodun è diventato “forte” attraverso un gran numero di entità differenti, allo stesso modo, il Vodun ha acquisito molta diversità quando è stato esportato in America oltre l’Oceano Atlantico.
Gabin Bernard DJIMASSE

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