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L’eugenetica da Auschwitz ai giorni nostri

Programmi mortali che colpiscono nascituri e neonati

La vulnerabilità della vita umana è stata rimarcata la scorsa settimana da due importanti commemorazioni. In Polonia, il 60° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz ha riportato alla mente ancora una volta gli orrori del programma di sterminio del Regime nazista. E, negli Stati Uniti, i gruppi pro-vita hanno organizzato eventi per ricordare la decisione del 1973 della Corte Suprema che ha legalizzato l’aborto per tutti e nove i mesi di gravidanza.

“Trentadue anni dopo, il male insito nella sentenza Roe contro Wade persiste, e il sangue degli innocenti continua a macchiare la nostra Costituzione”, ha declamato il cardinale William Keeler nella sua omelia domenicale del 23 gennaio, alla Basilica del National Shrine of the Immaculate Conception di Washington. “La perdita di più di 40 milioni di bambini non nati incombe sulla nostra coscienza nazionale”. (approfondisci il tema)

La soppressione di vite innocenti continua ad un ritmo sostenuto in molte zone. La BBC ha riportato il che alcuni medici olandesi hanno ammesso di aver soppresso, dal 1997, 22 bambini (nati) malati terminali. Nessuno dei dottori è stato denunciato, nonostante l’eutanasia per i bambini sia illegale nei Paesi Bassi.

I dettagli di questi delitti sono stati riportati in uno studio pubblicato dalla Dutch Journal of Medicine, dal quale risulta anche la soppressione di bambini affetti da spina bifida. Da un sondaggio risulterebbe che ogni anno vengono soppressi dai 15 ai 20 neonati disabili, ad opera di medici olandesi, ma la maggior parte di questi casi non viene riportata all’attenzione dell’opinione pubblica, secondo la BBC.

L’uso olandese di eliminare bambini deformi è stato riportato anche da un articolo del Telegraph di Londra del 26 dicembre. Eduard Verhagen, primario di pediatria dell’Ospedale Groningen, ha preso le difese di queste azioni, sostenendo che la somministrazione di veleno ai bambini offriva loro una “opzione umana” che gli consentiva di non essere costretti a soffrire. Verhagen ha affermato che il Governo olandese stava elaborando normative che avrebbero consentito ai medici di praticare l’eutanasia sui bambini.

Ma il Vescovo cattolico di Groningen, Wim Eijk, ha riferito al quotidiano britannico che lo Stato non ha alcun diritto di autorizzare i medici a porre fine alla vita dei bambini, i quali sono incapaci di dare il loro consenso alla propria morte.

“Al fine di ridurre la sofferenza”

“Questo è un incubo darwiniano e una grave violazione delle leggi di Dio”, ha dichiarato un portavoce del Vescovo. “Significa superare i confini considerati finora invalicabili da ogni ordinamento. L’eutanasia per i bambini, in circostanze in cui non è possibile perseguire o assicurare il consenso degli interessati. È un terreno scivoloso che potrebbe portare i medici ad acquisire il diritto di imporre la vita o la morte, e potrebbe diventare un motivo per estenderlo a tutti”.
(approfondisci sul tema)

Le preoccupazioni sulle prospettive di un ulteriore allentamento delle norme sull’eutanasia sono state confermate da un servizio del British Medical Journal del 8 gennaio. Un’inchiesta triennale, commissionata dalla Royal Dutch Medical Association, ha concluso che i medici dovrebbero poter aiutare a far morire le persone che, sebbene non fisicamente malate, “soffrono nel vivere”.

La legge che regola l’eutanasia non prevede espressamente che il paziente debba avere una determinata condizione fisica o mentale, ma solo che il paziente deve star “soffrendo in modo disperato e insopportabile”, osserva l’articolo. Ma nel 2002, la Corte Suprema ha stabilito che un paziente deve avere una “condizione fisica o mentale classificabile”. La decisione era intervenuta dopo che un dottore era stato accusato di aver aiutato una paziente di 86 anni a morire, la quale non era malata, ma ossessionata dal suo declino fisico e dalla sua “disperata” esistenza.

Jos Dijkhuis, il professore di psicologia clinica che ha diretto l’inchiesta, ha affermato: “Prendiamo atto che il compito del medico è di ridurre la sofferenza. Pertanto non possiamo escludere preventivamente questi casi. Dobbiamo guardare oltre per vedere se possiamo porre un limite, e se sì, in che misura”. Tuttavia, il rapporto ammette che i dottori mancano di una sufficiente specializzazione in questo campo.

L’articolo cita Henk Jochemsen, Direttore del Lindeboom Institute for Medical Ethics, che si oppone all’eutanasia. Secondo quest’ultimo nel rapporto vi sarebbero segnali pericolosi. Jochemsen ha avvertito che secondo il rapporto, “come società dovremmo dire alle persone che hanno la sensazione di aver perso il senso della propria vita: giusto, è meglio che te ne vai”.

Ottenere il “miglior” figlio possibile

Altre recenti dichiarazioni sembrano voler tornare ad una mentalità che ricorda i programmi nazisti per il miglioramento della qualità della razza. “Se hai in programma di avere un figlio, dovresti avere il miglior figlio che puoi ottenere”, ha affermato Julian Savulescu durante un seminario dello scorso anno presso l’Università di Melbourne in Australia.

Secondo un servizio apparso il 16 novembre sul quotidiano The Age, Savulescu, professore dell’Università di Oxford, e del Murdoch Children’s Research Institute, ha invitato i genitori ad utilizzare le tecnologie genetiche per ottenere il “miglior” figlio possibile.

Savulescu ha prefigurato il giorno in cui i genitori potranno utilizzare queste tecniche persino per selezionare determinati tratti comportamentali ed altre caratteristiche. Egli ha raccomandato ai genitori di compiere le loro scelte sulla base di ciò che considerano come “la miglior opportunità per il proprio figlio”.

In Gran Bretagna, una ex presidente della Associazione per la pianificazione familiare, la baronessa Flather, ha auspicato che i poveri evitino di avere un gran numero di figli, secondo il Times del 5 dicembre. La Flather, attualmente Direttrice del Marie Stopes International, una delle più grandi cliniche abortiste britanniche, è stata immediatamente accusata di sostenere l’eugenetica.

Negli Stati Uniti, la pratica della selezione degli embrioni per l’eliminazione di quelli che presentano difetti genetici sta ottenendo sempre maggiore consenso. In un servizio del Wall Street Journal del 23 novembre, si osserva che a tale tecnica selettiva oggi si ricorre di più, perché il servizio sanitario pubblico ne copre gli alti costi. La diagnosi genetica preimpianto (DGP) può costare dai 3.000 ai 4.000 euro, oltre alla fecondazione in vitro che costa circa 6.000 euro.

Eliminare i difetti attraverso la procreazione

Circa 1.500 bambini nel mondo sono nati attraverso tecniche di DGP, secondo Yury Verlinsky, direttore del Reproductive Genetics Institute di Chicago. “La DGP sta avendo un boom”, ha aggiunto William Kearns, direttore del Shady Grove Center for Preimplantation Genetic Diagnosis di Rockville, nel Maryland.

Dall’altra parte dell’oceano, in Scozia, le coppie potranno presto ricorrere alle tecniche di DGP, attraverso il Servizio sanitario nazionale, secondo quando riferito dal quotidiano Scotland on Sunday lo scorso 19 dicembre. Dalle diagnosi preimpianto effettuate, sin dall’introduzione di questa tecnica, da medici della Glasgow Royal Infirmary sono nati cinque bambini, e l’ospedale ha chiesto il finanziamento pubblico per poter applicare questa tecnica ad un numero maggiore di coppie.

Questa richiesta è stata fortemente criticata da Ian Murray, direttore della Society for the Protection of the Unborn Child in Scozia. “Ci opponiamo fortemente a questa tecnica per ragioni di principio e riteniamo assai deplorevole che la Glasgow Royal Infirmary stia richiedendo finanziamenti”, ha dichiarato. “Non ha alcun valore terapeutico ed è assimilabile all’eugenetica. Non reca alcun beneficio alle persone disabili: semplicemente le uccide”.

“Sessanta anni fa condannavamo i dottori nazisti per l’eugenetica”, ha ricordato Murray. “E la diagnosi genetica preimpianto non è nulla di diverso.”

In un editoriale del quotidiano Scotsman del 27 dicembre, Dec Katie Grant ha sottolineato che la DGP non riguarda la cura di malattie: “La malattia viene cancellata, non attraverso la riparazione di un gene fasullo, ma attraverso la creazione di più embrioni, che vengono poi selezionati al fine di eliminare quelli difettosi e impiantare quelli sani”.

“L’idea di eliminare i difetti attraverso la procreazione è eugenetica pura e semplice”, ha scritto Grant, “e noi procuriamo a noi stessi e alla società un grave disservizio ricorrendo ad eufemismi per nascondere il nostro imbarazzo di fronte alle connotazioni negative che caratterizzano l’eugenetica sin dai tempi di Hitler”.

Usare l’ingegno umano per aiutare le persone a vivere meglio è un obiettivo lodevole, ha commentato. Ma “è giusto che gli esseri umani agiscano da creatori e poi da esecutori?”, si è chiesta. Per quanto sbagliata questa tecnica possa essere, si sta diffondendo ad un ritmo notevole.

da ZENIT

Il “gioco d’azzardo” e la tristezza interiore dell’Europa

ludomaniaDa un decennio a questa parte in Europa il fenomeno del “gioco d’azzardo” si è abbattuto sulla nostra popolazione con dei costi sociali, economici e morali altissimi. Soffermadosi sull’etimologia delle parole “gioco d’azzardo”, subito notiamo la perdita di senso delle stesse che realizzano il vertice del paradosso. Difatti la parola “gioco” significa qualcosa di piacevole, di divertimento, di ludico, mentre con il termine “azzardo” si intende qualcosa che va oltre il normale rischio endogeno ed esogeno. Se poi si declinano insieme i termini “gioco d’azzardo”, si esalta in maniera patologica la competitività insita nel “gioco”, in direzione di un impulso compulsivo a fare scommesse, nonostante l’individuo affetto sia consapevole delle gravi conseguenze.

Tutto questo genera nella persona vittima della ludopatia (malattia da gioco), depressione, stress e ansia, oltre al dissesto patrimoniale e familiare. Purtroppo, le possibilità di accedere al “gioco d’azzardo” si sono moltiplicate: si va dai “classici” Lotto, Superenalotto, Gratta e Vinci, Bingo e scommesse sportive, ai più recenti videoslotmachine, videolottery, poker e casinò on line. In Italia, una ricerca innovativa (1) sulla ludopatia, dimostra come le famiglie a più basso reddito siano le più esposte: i redditi più bassi tendono a spendere una percentuale del loro profitto più alta rispetto alle famiglie più ricche. Le famiglie giocatrici più povere spendono circa il 3% del loro reddito in questo tipo di giochi, mentre quelle più ricche spendono meno dell’1%.

In termini assoluti la spesa da gioco è passata da 19,5 miliardi di euro nel 2001, a quasi 80 miliardi nel 2011 per giungere a oltre 95 miliardi nel 2016, con una spesa pro capite vicina ai 1400 € all’anno. Considerando questi numeri possiamo parlare di una “industria del gioco” che con 5.000 aziende e con oltre 120.000 lavoratori, contribuisce al 4% del PIL nazionale. Questi dati non tengono conto delle tante forme di “gioco d’azzardo” gestite dalla criminalità, e dei diversi effetti perversi che alimentano, come il riciclaggio di denaro sporco e l’economia illegale. Nonostante ciò, non poche fonti, alcune anche statali, sottolineano l'”aspetto positivo” del “gioco d’azzardo”, in nome del motto utilitarista ‘più giochi più le casse dello Stato si rimpinguano’.

Al di là dell’eticità di tale affermazioni, i numeri delle entrate erariali, da un lato segnalano un aumento – per lo storico Lotto la quota che finisce all’Erario è del 27% e per il Superenalotto addirittura del 44,7%, per i giochi di nuova generazione essa rasenta lo zero: 3% per le videolottery e 0,6% per i casinò on line – dall’altro, non tengono conto che si tratta di cifre irrisorie rispetto al “giro d’affari”.

Uno Stato però dovrebbe domandarsi se sia opportuno finanziarsi con il “gioco d’azzardo”, una domanda che riguarda il costo etico, sociale, economico, sanitario che lo stesso Stato  è chiamato a “pagare” in maniera diretta o indiretta. In Italia, infatti, ci sono circa 15 milioni di giocatori abituali, e di questi circa 800mila sono patologici e 3 milioni a rischio ludopatia.

Si chiama “gioco d’azzardo” proprio perchè viene “costruito” in modo da suscitare false aspettative, alimentando in determinati soggetti meccanismi psicologici che generano totale dipendenza. Tra i soggetti più esposti ci sono le donne (anziane sole e straniere) e i giovanissimi che, nonostante il divieto per i minori, costituiscono il 6-10% dei frequentatori delle sale da gioco.

Questi sono spinti dal desiderio di gratificazioni economiche immediate e da una minore capacità di valutazione del rischio. Continuando ad analizzare i costi sociali ed economici, vanno considerate anche conseguenze come la distruzione delle famiglie, l’indebitamento per l’aumento delle puntate e delle perdite, la perdita del lavoro e, non per ultimo, come già accennato i costi sanitari.

E’ utile ricordare, a tal proposito, che la prevenzione, la cura e la riabilitazione della ludopatia sono entrate recentemente nei LEA (livelli essenziali di assistenza), cioè nell’elenco delle patologie per le quali il Servizio sanitario nazionale è tenuto a rispondere ai cittadini, senza però prevedere alcuno stanziamento finanziario. Qual è la consapevolezza sociale rispetto al gioco d’azzardo? Gli operatori dell’area delle dipendenze (sostanze stupefacenti e alcool) si sono accorti da tempo che il gioco d’azzardo suscita nei giocatori gli stessi tratti patologici del consumatore di sostanze stupefacenti. Grazie ad una campagna di sensibilizzazione il fenomeno della “ludopatia” per la collettività è uscito dal recinto del vizio per entrare in quello della patologia e questo ha messo in moto anche molte amministrazioni pubbliche che stanno cercando di limitarne la diffusione.

Ma il vero problema ha radici più profonde e riguarda in maniera del tutto evidente la crisi antropologica che l’Europa sta vivendo, il suo nichilismo. Si potrà fare ben poco contro le potenti lobby del “gioco d’azzardo” se non verrà riconsiderato il modello di sviluppo fondato sull’uomo e sul creato. Come cattolici in dialogo con la “buona” cultura laica dovremo chiedere allo Stato, di alimentare l’investimento nei comportamenti virtuosi, sui tanti giovani talenti, sull’impegno, sul lavoro, e ridare al “gioco” la sua sana ragione d’esistere. Di Carmine Tabarro

NOTE (1) Sarti, S. e Triventi, M. (2012). “Il gioco d’azzardo: l’iniquità di una tassa volontaria. La relazione tra posizione socio-economica e propensione al gioco”. Stato e Mercato, 96, 503-533.

Perche’ la nostra fede in Dio si stanca troppo facilmente?

La fede e’ una fiamma che facilmente tende a spegnersi a causa dei tanti venti contrari che soffiano su di essa. Il modo piu’ efficace per mantenere acceso questo fuoco e’ quello di perseverare nella vita di preghiera. Senza un dialogo profondo e sincero con Gesu’ Cristo, la nostra fiducia in Lui si affievolisce, perche’ la debolezza della nostra natura umana è sempre incline a volgere le spalle al nostro Dio per seguire gli idoli di questo mondo. Per evitare di correre il rischio di cadere nella più grande sventura che ci possa capitare, la perdita totale della nostra fede, l’evangelista Luca riporta una parabola di Gesù che fa riferimento ad una situazione reale per far capire il legame tra la fede e la vita quotidiana. “Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:” (Lc 18,1) Questa introduzione costituisce già un primo grande insegnamento ed anche un richiamo amorevole.  Pregare sempre, senza stancarsi sono parole molto esigenti. Noi normalmente pensiamo che pregare gran parte della giornata sia una stile di vita che appartiene alle persone consacrate, ai monaci, alle suore di clausura. Invece questa parabola è indirizzata a tutta la comunità dei credenti, laici e consacrati, che vivono la costante attesa della venuta finale del Signore. Quindi il pregare deve essere sempre legato all’attesa constante per il ritorno del Signore. E questo deve essere fatto senza stancarsi, perché la stanchezza porta alla sfiducia, la sfiducia conduce alla disperazione, e la disperazione produce inoperosità e pigrizia spirituale. La parabola viene riportata per far luce sulla situazione di oppressione e sfiducia delle prime comunità cristiane scoraggiate per il ritardo del ritorno del Signore. «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».  (Lc 18, 2-5)  La vedova simboleggia gli oppressi del popolo, coloro che sono derubati anche dai rappresentati religiosi: [gli scribi] divorano le case delle vedove (Lc 20, 47). Il giudice è simbolo di coloro che esercitano il potere terreno con ingiustizia e insensibilità verso i poveri.

L’assenza di fede in Dio non è mai senza conseguenza verso le relazioni con gli uomini. Non temere Dio si traduce automaticamente in assenza di riguardo per ogni essere evidente, e soprattutto verso coloro che non possono offrire nulla in cambio per il favore ricevuto. Quando la giustizia terrena viene amministrata senza la luce della fede, gli ultimi della società vengono privati anche dei loro diritti fondamentali. Alla vedova non resta che utilizzare l’unica arma a sua disposizione: l’insistenza. Essere importuna per la vedova si traduce nel recarsi quotidianamente al tribunale per chiedere udienza al giudice. Ella non dispone di mediatori facoltosi che possano intercedere a suo favore per accordare la data del processo o per avere favoritismi nella sentenza finale di giudizio.  Essa, con la sua insistenza, deve riuscire ad entrare nell’ufficio giudiziario e parlare direttamente con il giudice affidatario della sua causa. Possiamo facilmente immaginare quante volte si sarà recata inutilmente al tribunale e si sarà sentita dire: “il giudice è impegnato, provi a tornare domani”. Ma la vedova ha perseverato, ogni giorno bussava alle porte del cuore indurito di quel giudice per avere udienza e per essere ascoltata nelle sue ragioni. Questo atteggiamento della donna è quello che l’evangelista Luca chiede ai membri della sua comunità, quando ogni giorno bussano alle porte del cuore di Dio nei loro momenti di preghiera.

Esso è, pertanto, un invito a non scoraggiarsi, ma a perseverare nel chiedere insistentemente senza mai stancarsi. Questa donna è l’incarnazione dell’invito che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. (Lc 11,9-10)” . Quello che va chiesto con insistenza nella preghiera è prima di tutto lo Spirito Santo (Lc 11,13). E’ Lui che ci fa essere perseveranti, è Lui che rende efficace la nostra preghiera, è Lui che intercede presso il Padre a nostro favore. E questa insistenza produce il vantaggio anche di far desistere dal compiere l’ingiustizia coloro che vivono nell’iniquità. La perseveranza non solo riesce a far esaudire la propria richiesta, ma produce anche frutti di giustizia da parte di coloro che per loro volontà non avrebbero compiuto nessuna azione di bene. In questo modo, anche i giudici iniqui potranno presentare davanti al tribunale di Dio almeno una “opera buona”.  Il commento finale alla parabola è molto esplicativa: E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». (Lc 18,6-8) La vedova ha atteso un lungo tempo prima di essere esaudita dal giudice disonesto. Dio, il giudice buono, farà giustizia molto prontamente. E’ da notare che viene usato il verbo al futuro, non al presente, per indicare che è prevista un attesa. La giustizia di Dio non è come quella del mondo.

Dio ha una visione universale della giustizia: Egli desidera ardentemente che ogni uomo giunga alla salvezza, e così tutti possano entrare nel regno dei cieli. Quindi, l’attesa per Dio ha un valore salvifico, perché suscita la conversione sia per gli oppressi, perché sono spinti a rimanere inginocchiati a piedi di Dio, sia per gli oppressori perché sono invitati a convertirsi, alla verità, alla gratuità e alla giustizia. La questione che Dio pone è semplice: al mio ritorno, che tarda ad arrivare, voi avrete conservato la fede capace di piegare i vostri nemici a compiere la volontà del Padre? Avrete custodito e accresciuto questa fede, oppure vi sarete lasciati prendere da mormorazioni, lamentazioni, sfiducia verso un Dio che sembra non intervenire promettendo un suo intervento rimandato troppo nel tempo?  Invece di lamentarci interiormente con Dio, gridiamo a Lui giorno e notte, con la certezza che non ci farà attendere a lungo. E quando arriverà l’intervento di Dio, lo sapremo riconoscere, oppure non saremo capaci di vederlo, perché ci aspettavamo un’azione diversa? Il prontamente di Dio non è il prontamente come lo pensiamo noi, ma è un subito che è legato all’eternità. Dio interviene perché vuole aprirci le porte del cielo già da ora, e questo avviene quando Gesù Cristo ci concede ogni giorno di seguirlo, rinnegando i desideri egoistici del nostro “io”, e portando, con il suo aiuto, sempre la nostra croce (Lc 9,23)

Di Osvaldo Rinaldi – Zenit

Che cos’e’ il Cristianesimo? E’ la Pasqua

luce-del-soleIl cardinale Giacomo Biffi risponde all’interrogativo “Chi e’ Cristo?” “Gesu’ di Nazareth un uomo morto sulla croce al cospetto di tutti e’ risorto, questo e’ il nucleo primordiale della presenza cristiana questa e’ la sostanza del Cristianesimo” , ha detto questo martedì, l’arcivescovo emerito di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi. Questo in sintesi il nodo centrale dell’intervento tenuto dal porporato presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA), durante un ciclo di incontri sul tema “Chi è Cristo? L’enigma dell’esistenza e l’avvenimento cristiano”. L’incontro è organizzato in collaborazione con il GRIS (Gruppo di Ricerca e di Informazione Socio-Religiosa) e trasmesso in videoconferenza da Bologna.

“Che cos’è il Cristianesimo?”.

Ha esordito il cardinale Biffi, spiegando poi che ci sono molte risposte gratuite e non fondate, basate più su reazioni personali piuttosto che su dati oggettivi. “C’è chi dice – ha affermato – che si tratta di una strada di santità personale, o un appello alla giustizia, o un manifesto di liberazione politica o una sublime utopia di amore tra le genti fondato sulla fraternità universale”. “In ognuna di queste ipotesi c’è un po’ di verità ma nessuna coglie la sostanza del Cristianesimo”, ha precisato il porporato.

Biffi ha continuato illustrando come: “Non emergono proposte di soluzioni al problema di che cos’è in sostanza il Cristianesimo, soprattutto non emergono dati storici accertati del Cristianesimo degli inizi, che è invece la metodologia che noi vogliamo seguire”. “Che cos’è il Cristianesimo alla sua nascita? Con quale caratteristica si è affacciato alla ribalta della vicenda umana?”. Il porporato ha risposto invitando ad indagare sulle prime comunità cristiane da cui emergono tre aspetti della nostra ricerca di senso: Il Cristianesimo è “un fatto, una persona, ed un disegno”. “Il Cristianesimo prende inizio da un fatto avvenuto presumibilmente nella notte tra l’8 e 9 aprile dell’anno 30 e reso pubblico a partire dall’alba del terzo giorno, quando tutta la vicenda del profeta di Galilea era ormai ridotta ad un sepolcro sigillato”, ha affermato Biffi. “Un fatto stupefacente assolutamente inaspettato che Gesù di Nazareth è risorto. Le testimonianze a nostra disposizione concordano nel rilevare che i discepoli di Cristo hanno faticato molto ad accettare questo fatto”, ha aggiunto.

L’arcivescovo emerito di Bologna ha precisato che “le due giornate precedenti alla resurrezione avevano distrutto radicalmente le luci di verità, i vagiti di speranza che erano stati suscitati nelle menti e nei cuori (….) l’intera esperienza eccezionale maturata negli anni di presenza con Lui, si era azzerata davanti alla sua tomba”. “Certo non è che i seguaci di Gesù, non ricordassero più niente di quello che era avvenuto prima, ma erano solo ricordi, belli ma ridotti a scarsi residui di un immensa illusione, come la cenere fredda di un gran fuoco divampato per una breve stagione”. “Solo quando quel gruppo di uomini delusi avviliti si arrende all’evidenza e accoglie il fatto stupefacente ed inaspettato, solo da questo punto inizia l ‘apertura comincia con l’annuncio di un avvenimento incredibile, Gesù di Nazareth crocifisso, morto, dissanguato sul Golgota, è risorto”, ha detto il porporato. “La prima formula di fede che domina tutte le testimonianza delle origini è consistita in una sola parola ‘è risorto’ è stato il piccolo seme di tutta la prodigiosa fioritura che avrebbe colmato i secoli futuri (.) Qui c’è dentro tutto il Cristianesimo”, ha sottolineato Biffi. “Tutti i grandi padri della Chiesa, Agostino, Tommaso, tutto il grande movimento culturale e caritativo, il Miracolo della Divina Commedia, lo sviluppo delle cattedrali tutte le grandi imprese di carità. Fino alle congregazioni degli ordini religiosi”. “Si tratta della notizia che a partire dal terzo giorno dopo il 9 aprile dell’anno trenta gli apostoli andranno a proclamare fino ai confini del mondo”. “Gesù di Nazareth un uomo morto sulla croce al cospetto di tutti è risorto, questo è il nucleo primordiale della presenza cristiana questa è la sostanza del Cristianesimo”, ha ribadito il cardinale.

“Qui dobbiamo notare la dimensione assolutamente oggettiva della formula, non si dice affatto che si tratti di un esperienza della resurrezione di Cristo compiuta dai discepoli, non è una visione né un apparizione, si dice che Cristo è risorto”. Per esempio nel capitolo 24 di Luca si dice: “Gesù è veramente risorto ed è apparso a Simone”. Così nella prima lettera ai Corinzi, “Cristo è morto, fu sepolto, è risorto il terzo giorno ed è apparso” ai tre ai dodici a più di quattrocento fratelli. “Con la resurrezione arriva il Cristianesimo – ha ribadito il cardinale -, questa è la ragione dell’assoluta originalità di Cristo nella totalità della storia umana, una originalità che lo rende un caso unico e del tutto inconfrontabile”. Biffi ha quindi invitato i presenti ad andare a leggere il Capitolo 25 degli Atti degli Apostoli, dove il re Agrippa recandosi in visita al carcere romano incontra San Paolo, e di lui ode da Festo: “L’hanno preso mentre stava litigando su alcune questioni relative alla loro particolare religione riguardante un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita” . “Questo è il nocciolo della questione”, ha concluso il porporato.

Zenit

Utero in affitto e’; schiavismo? Ecco cosa ne pensa chi ci e’ passato…

utero-in-affittoMentre in Italia il martello dei giudici batte sui destini di bambini a cui viene così negato il diritto ad avere una mamma e un papà, nel Paese il dibattito sull’utero in affitto si fa appassionante. Il fronte di quanti giudicano questa pratica disumana, frutto della mercificazione del corpo femminile, si amplia significativamente di un consistente gruppo.

È quello delle femministe di “Se Non Ora Quando – Libere”, le quali, lanciando una petizione contro l’utero in affitto, hanno scatenato una discussione seria e approfondita, finalmente svincolata da posizioni precostituite. Il loro desiderio di rompere “un silenzio conformista su qualcosa che ci riguarda da vicino” si sta dunque avverando. La più efficace picconata su questo silenzio miserabile, tuttavia, giunge non da pur autorevoli intellettuali, bensì da chi la pratica della fecondazione eterologa l’ha vissuta in prima persona. E ne porta ancora sulla propria pelle la ferita.

Come Tanya Prashad, una donna americana che, spinta dal “desiderio di aiutare un’altra coppia”, ha deciso di “affittare” il proprio utero a chi non potesse avere un figlio. Così, come racconta lei stessa in un’intervista apparsa su AbcNews oltre un anno fa, aveva rinunciato ai diritti parentali nei confronti della figlia che sarebbe nata dall’unione del suo ovulo con il seme di un uomo, che voleva diventare genitore insieme al suo compagno omosessuale.

Tanya ha resistito per nove mesi all’idea di diventare madre per poi separarsi alla nascita dalla propria piccola, fin quando non è arrivato appunto il momento del parto. “Quando vidi la bambina lì fra le mie braccia, quei pezzi di carta che avevamo firmato è come se fossero scomparsi”, spiega la donna. Che ha dunque deciso di tenere la piccola con sé. “Finimmo in tribunale – racconta -. E alla fine accettammo la decisione di una custodia congiunta”.

Ammette, la donna americana, che quando aveva scelto di “affittare” il proprio utero non si era posta il problema delle possibili ripercussioni che avrebbe affrontato la bambina a causa del desiderio di due omosessuali. Ora però, quelle ripercussioni sono sotto i suoi occhi: “Ha molte insicurezze. Ha bisogno di molte rassicurazioni, molte di più. Tutti i bambini ne hanno bisogno, ma si sa, lei ha bisogno ancora di più di trovare una strada”.

Il sentimento che angoscia Tanya è ora di rimorso per quello che ha fatto, giacché si sente “come una che ha venduto sua figlia”. Sentimento che trova riscontro nelle parole di Jessica Kern, giovane nata più di 30 anni fa tramite utero in affitto. Anche lei intervistata da AbcNews, si confida: “Per qualche ragione, intuitivamente dentro di me, avevo un senso di cosa fosse la famiglia e di come dovesse farci sentire, ma non l’avevo mai sperimentato”, ha spiegato la trentenne. Quando ha scoperto di essere nata da madre “surrogata”, che l’ha poi venduta per 10mila dollari, la Kern ha dichiarato di essere rimasta “devastata”. Dice con amarezza di non vivere bene il fatto di “essere nata grazie a un assegno”.

Quella stessa amarezza non sembra trasparire dalle parole di Anna e Laura, due donne italiane che insieme ai rispettivi mariti hanno scelto la maternità surrogata andando all’estero, precisamente in India. In un’intervista a Repubblica concessa in questi giorni in cui il dibattito sul tema si è acceso in Italia, ritengono candidamente di aver fatto “uno scambio”: le donne indiane hanno permesso loro di diventare madri; e loro, pagandole, hanno dato a queste donne indigenti “la possibilità di rendere migliore il futuro dei loro figli”.

Tutto moralmente accettabile allora? Non proprio. Pungolate dall’intervistatrice circa il fatto che questa pratica innesca un meccanismo di sfruttamento dei ricchi sui poveri, le due donne rispondono: “Quello purtroppo c’è in tutto il mondo. Qui almeno c’era un rapporto tra adulti consapevoli”. Un’ammissione che dovrebbe far riflettere la società civile e il Parlamento. Ma anche coloro che frequentano le Aule di Tribunale.
Federico Cenci

“Alessà… te ricordi” Trovare pace dopo una vita di droga e sofferenze

Un medico racconta come una persona, anche dopo una vita di droga e sofferenze, se accolta e accettata può morire nella pace e con dignità

Alessandro aveva 56 anni, arrivò in Ospedale in una condizione molto dolorosa: un linfoma di alto grado con localizzazioni cerebrali e polmonari. Lo incontrai arrivando una sera per il turno di notte. Mi impressionò il suo aspetto trascurato, le poche cose in un sacco nero di plastica, una barba lunga, un pacchetto di sigarette sul comodino aperto da cui si vedevano alcune sigarette mezze fumate e deposte lì in attesa di essere fumate ancora.

Mi presentai, gli dissi chi ero e gli chiesi come stava; una risposta secca: “Malissimo”. Cercai di parlare un po’ con lui ma era difficile. Mi chiese: “Me lo fa un favore? Mi prenderebbe un caffè e una bottiglia d’acqua, non ho soldi e soprattutto non ho nessuno che me li possa portare…lo so, lei è un medico e non dovrebbe fare queste cose, ma per favore può fare questo per me?”. Gli portai quanto mi aveva chiesto e cominciò a raccontarmi un po’ di cose; mi resi conto che alcune non erano vere, ma posi attenzione su tutte, su quelle vere, su quelle probabilmente vere e su quelle assolutamente false. Ci salutammo e come dico a tutti gli dissi, tenendogli le mani: “Se hai bisogno questa notte chiamami”.

Nei giorni successivi i miei incontri con Alessandro si riempirono di significato, tra una richiesta e l’altra di cose materiali, di cui effettivamente aveva bisogno. Iniziai a conoscere il suo cuore ricco di ferite, di cose non belle, pieno di droga e di violenza, di abbandono e desiderio di amore. Non veniva nessuno a trovarlo e questo lo rattristava molto.

I giorni passavano e la sua salute peggiorava, il linfoma cerebrale dava segni di sé nonostante le cure. Cercavamo in tutti i modi di rintracciare la sorella che non vedeva ormai da anni, ma tutto risultava difficile. Un giorno comparve la sua ex compagna, alcolista e tossicodipendente anche lei; poi arrivò un amico drogato che creò in ospedale una serie di problemi anche gravi. Insomma non si riusciva a trovare qualcuno “dei suoi” in grado di dare ad Alessandro quell’affetto che ci urlava dal profondo del cuore.

Una domenica, mi chiamarono dal piano perché c’erano alcuni “strani soggetti” che si aggiravano nei corridoi. Mi avvicinai ed incontrai quei “piccoli piccoli” di cui parlava Gesù, quelli che agli occhi del mondo non sono degni neanche di compassione. Era un gruppo di sei-sette persone sfigurate dall’alcol e dalla droga, con gli occhi persi in quel mondo che avevano disperatamente cercato di raggiungere con queste dipendenze, ma che non avevano mai trovato.

Mi avvicinai a loro con molto rispetto e anche con un po’ di timore, li feci accomodare nel salottino dove riceviamo i parenti e con molta fermezza, ma anche dolcezza, gli dissi che ero contenta di conoscere gli amici che Alessandro aveva tanto cercato, che il posto dove erano aveva delle regole da rispettare, altrimenti avrei dovuto mandarli via. Assunsi il ruolo di “capo clan”, ed essi capirono subito.

Quando arrivò l’ora della fine delle visite, erano ancora lì. Spiegai loro che era ora di uscire e come scolaretti diligenti, si misero in fila e ognuno si avvicinava all’amico e lo salutava con un proprio aneddoto che potesse ricordargli il passato. “Alessà te ricordi quando ce ubriacavamo poi andavamo a mangià l’uovo fritto a Tor Bella Monaca”. “Alessà te ricordi er tunnel dell’Eur dove stavamo perché nun tenevamo casa e quanno venne a televisione tu parlasti pè tutti noi…”. “Alessà, te ricordi come ce semo divertiti…”.

Ognuno gli regalava un bacio sul viso e lui rispondeva con una lacrima. Mi resi conto che sulla sedia c’era una camicia con delle palme e il mare disegnati, chiesi di chi fosse e mi risposero che l’avevano comprata per Alessandro per il giorno della sua morte, perché doveva vestirsi allegro. Poi un giorno, ormai alla fine, arrivò la sorella. Un lungo dialogo, molto doloroso, quando ormai Alessandro non aveva più voce, né sguardo… Al sentire però la voce della sorella che lo chiamava, un movimento fece sì che le loro mani si stringessero. La sorella incontrò gli amici, all’inizio ci fu grande disprezzo.

Un giorno le dissi: “Perché fa così con queste persone? In questi anni sono stati loro ad essere accanto a suo fratello. È vero, sono stati anni di droga, di alcool e di delinquenza, però loro c’erano e mi creda, gli vogliono bene con tutto il cuore; hanno accettato regole per loro impensabili, hanno superato se stessi per amore, per amicizia…”. Mi resi conto che il volto di quella donna cambiava e scoppiò in un pianto liberatorio.

Dopo due giorni, durante un lungo turno di pomeriggio e notte, andai da Alessandro e vidi la sorella che dialogava con gli amici. Alla fine ognuno si mise in fila e dopo aver salutato Alessandro, si avvicinò alla sorella e la salutò con un bacio a cui lei rispose con un abbraccio. Il mio cuore si commosse fino alle lacrime. Dio non lascia mai l’opera sua incompiuta: due giorni fa la sorella ha chiesto l’unzione degli infermi per Alessandro. Erano tutti lì, anche gli amici che forse non sapevano cosa fosse, ma non dissero nulla.

Il cappellano era malato e non si trovava nessuno. Chiamai allora padre Rinaldo che con la sua semplicità ha coinvolto tutti, sapeva bene che quelle persone non avrebbero potuto rispondere ai grandi riti, alle grandi celebrazioni, e dopo aver spiegato loro in modo semplice il sacramento dell’unzione, ha invitato tutti a recitare il Padre Nostro.

Tutti, ma proprio tutti, stretti intorno ad Alessandro, con gli occhi fissi su di lui, hanno pregato con un’intensità tale da sembrare di essere nella più grande cattedrale del mondo! Questa notte Alessandro è andato in cielo e questa mattina sono venuti gli amici che, in fila come scolaretti, hanno voluto ringraziare per il bene fatto all’amico e per il Padre nostro recitato insieme. In quella fila c’era anche la sorella…

* Enza Annunziata è membro dell’Istituzione Teresiana e medico oncologo nell’ospedale di Roma “Cristo Re”. Ha lavorato in Perù, in particolare nel fiume Napo (Amazon), con il Progetto Cultura e Solidarietà Domani (PRODOCS) e successivamente a Villa El Salvador (Pachacamac), alla periferia di Lima, in un progetto sanitario dell’Istituzione Teresiana. 

Zenit

Da San Nicola a Babbo Natale

La figura moderna di Babbo Natale e’ un lontano riflesso della persona che era veramente: San Nicola, Vescovo di Mira (antica citta’ della costa meridionale dell’attuale Turchia).  Come e’ avvenuta la sua trasformazione da santo caritatevole a icona del consumismo natalizio?  Lo scrittore Jeremy Seal si e’ avventurato in una ricerca internazionale per dare risposta a questa domanda ed ha dato conto delle sue conclusioni nel libro “Nicholas: The Epic Journey from Saint to Santa Claus” (ed. Bloomsbury).  In un’intervista rilasciata a ZENIT, Seal racconta di come ha trovato riscontro del culto di Babbo Natale (Santa Claus) in tutto il mondo e dei motivi che spiegano come mai San Nicola con il suo carisma di carità sia presente ancora oggi nonostante la commercializzazione delle feste natalizie.  Cosa l’ha indotta a scrivere questo libro e fin dove si è spinto per svolgere la sua ricerca?  Seal: Sono stato attratto da questo argomento per via delle mie due figlie, che all’epoca in cui ho iniziato questa ricerca avevano 6 e 2 anni. Sono loro che mi hanno ricordato l’importanza, per i bambini, della figura di Babbo Natale.  La storia di San Nicola mi ha poi incuriosito anche per la sua caratteristica epica. Io sono uno scrittore viaggiatore e il fatto che la sua evoluzione postuma lo ha portato a compiere un eccezionale viaggio partendo dalla Turchia per arrivare in Europa, a Manhattan, fino al Polo Nord, è stato per me un forte richiamo.  Mi sono quindi recato in tutti i luoghi associati alla vita di Nicola.  Ho iniziato in Turchia, a Mira, dove si erge una basilica in suo nome. Ho seguito il suo culto verso Occidente, a Bari, e verso Nord, a Venezia; poi ad Amsterdam e molti altri luoghi d’Europa. Sono poi arrivato fino a Manhattan e successivamente, nella Lapponia, nel Nord della Finlandia, e in Svezia, insieme alle mie figlie, in occasione dello scorso Natale.  Chi era San Nicola di Mira?  Seal: Si sa molto poco di lui. Era Vescovo di Mira, vissuto nel IV secolo in una città della Turchia meridionale oggi nota come Demre. Non vi è quasi nessun riferimento della sua vita attuale, salvo un riferimento materiale in un manoscritto del VI secolo.  Dobbiamo quindi basarci quasi esclusivamente su elementi postumi riferiti a San Nicola. Ma, data la grande diffusione del suo culto, è lecito dedurre che qualcosa della sua vita debba essere stata eccezionale. Non sappiamo molto di lui, ma abbiamo il senso di una persona speciale.  Nicola sembra essere una persona sensibile che si è fatto un nome per essersi dedicato all’assistenza materiale e concreta. Questo aspetto si è mantenuto fermo nel corso dei secoli perché l’assistenza materiale è un qualcosa di cui tutti hanno bisogno e che tutti sono in grado di apprezzare.  Quali sono le sue azioni più particolari?  Seal: Esiste tutta una serie di storie, anche perché lui è stato particolarmente longevo. All’epoca in cui ha vissuto, la maggior parte dei santi cristiani erano martiri, ma su Nicola sono state raccontate molte storie perché ha vissuto una vita lunga ed è morto nel suo letto. I racconti quindi sono molti, ma la maggior parte di essi hanno in comune la sua dedizione ad aiutare la gente.  Un infinito numero di storie raccontano come egli salvò alcuni marinai in preda ad una tempesta a largo di Mira. Un’altra volta egli convinse il capitano di una nave a portare il suo carico di grano a Mira dove la gente stava morendo di fame, e la sua stiva si riempì nuovamente di grano.  Alcuni militari condannati ingiustamente ebbero una visione di Nicola che li confortava e gli procurava la liberazione.  Quando il culto di Nicola raggiunse la Russia nel XI secolo, nacque tutta una nuova serie di storie. I russi lo chiamarono “ugodnik”, che significa “colui che aiuta”. In Russia il suo aiuto assume forme diverse: assiste i pastori nel proteggere il gregge dai lupi, protegge le case dal fuoco, ecc.  Quali ostacoli ha incontrato il culto di San Nicola nel corso dei secoli?  Seal: Esistono in particolare due elementi: anzitutto, a partire dall’VIII secolo in avanti, la sua terra d’origine, nel Sud della Turchia, era sempre più minacciata dall’avanzata dei musulmani, che non avevano molto interesse nella sua figura.  Le reliquie di San Nicola sono state rimosse dalla Turchia nel 1087 e portate a Bari, consentendo la diffusione del suo culto nel continente europeo. È stato un trasferimento quanto mai tempestivo, poiché egli sarebbe stato messo completamente da parte in un futuro Paese islamico. In questo modo il suo culto ha potuto essere mantenuto a partire dalla basilica in cui risiedono le sue spoglie.  In secondo luogo, vi è la Riforma che si è diffusa nell’Europa settentrionale nei secoli XVI e XVII, che ha ridotto molto il significato dei santi. Credo che questo ostacolo sia stato superato proprio perché egli era diventato una figura che andava al di là della Chiesa, era diventato parte integrante di ogni famiglia.  Sin dal XIV secolo, ogni 6 dicembre, Nicola veniva a portare i doni ai bambini del Nord Europa, passando attraverso il camino. Era una figura molto popolare e molto amata e questo sembra avergli dato la forza di resistere durante un periodo in cui le immagini e le statue dei santi venivano rase al suolo, bruciate e distrutte.  Come si è evoluto nella figura attuale di Babbo Natale?  Seal: L’amore per Nicola ha mantenuto vivo il suo culto fino alla fine del XVIII quando a Manhattan è avvenuta una revisione della sua immagine.  Il nome “Santa Claus” (Babbo Natale) risulta dalla pronuncia americana della parola olandese “Sinterklaas”. San Nicola e Babbo Natale sono quindi la stessa persona, anche se molti non lo sanno. Peraltro sono raffigurati in modo diverso, perché lo rappresentano in luoghi e tempi diversi, propri della sua evoluzione postuma.  Non sappiamo quando il suo culto sia arrivato alla Nuova Amsterdam, oggi Manhattan. Ma è probabile che sia stato portato lì dalle prime comunità che vi si sono insediate, e sia rimasto come una vaga memoria in Nord America, dormiente fino alla fine del XVIII secolo.  Ciò che quindi è avvenuto è che la tradizione dei regali, che fino allora era una realtà locale e stagionale in cui ci si scambiavano oggetti fatti in casa, è esplosa in un qualcosa di più grande. È iniziata la produzione di massa, si è diffuso il commercio, sono arrivati i giocattoli dal Nord Europa, e tutto poteva essere acquistato: libri, strumenti musicali, tessuti, ecc.  Di conseguenza l’usanza dei regali si è trasformata in un qualcosa di irriconoscibile e questo ha fatto nascere l’esigenza di trovare uno spirito della donazione di regali. San Nicola era colui che nelle tradizioni olandese e inglese del vecchio mondo rappresentava il donatore; e non era neanche necessario fare grandi ricerche per ricordarlo.  La gente, alla fine del XVIII secolo, ha reso popolare l’immagine di Santa Claus – anche se non subito a fini commerciali – e il suo nome si è gradualmente trasformato per diventare Santa Claus.  Negli anni Venti del XIX secolo ha iniziato ad acquistare le sue caratteristiche odierne: le renne, la slitta, le campanelle. Elementi che sono semplicemente le caratteristiche del mondo da cui è emerso: a quell’epoca le slitte erano il mezzo principale di trasporto nell’inverno di Manhattan.  La poesia “A Visit from St. Nicholas” (una visita di San Nicola), nota anche come “Twas the Night Before Christmas” (era la vigilia di Natale), è del 1822 e lo descrive con tutti i dettagli. A quel tempo egli fumava la pipa, ma per il resto era già molto simile alla figura che conosciamo oggi.  Mentre queste caratteristiche prendevano forma, egli è stato associato sempre di più ad un ambito commerciale. Una strumentalizzazione comprensibile, ma pur sempre una deviazione rispetto al suo significato originario. Nel periodo medievale era simbolo ed icona della carità. Non mi sembra che possa essere definito allo stesso modo anche oggi. Attualmente sembra più uno strano miscuglio tra carità e consumismo dilagante.  Secondo lei cosa dovrebbero raccontare i genitori cristiani ai loro figli su Babbo Natale?  Seal: Ciò che ho voluto fare nel ripercorrere le origini di Babbo Natale è ricordare a me stesso che esiste un valido motivo morale nel fare i regali. L’idea di San Nicola era quella di aiutare le persone in difficoltà.  Questo è l’insegnamento che possiamo trarre. Fare regali, per il solo gusto di farli, a persone care che hanno in abbondanza, potrebbe non riflettere l’essenza di ciò che perseguiva San Nicola.  Come rispondere alle domande dei bambini sul significato di quest’uomo, non saprei.  Io sono un ex anglicano, ma San Nicola mi attrae molto dal punto di vista intellettuale e morale. Apprezzo molto gli importanti valori morali che egli rappresenta, il senso di una carità attiva.  San Nicola può essere apprezzato da chiunque abbia un minimo di senso morale; nessun sistema di credenze può porsi in disaccordo con ciò che egli rappresenta.  Egli parla a tutti perché, mentre la teologia può essere assai complessa, le sue storie sono semplici. Credo che sia questo il motivo per cui sono state raccontate per centinaia di anni e si sono trasformate in questo rito familiare che celebriamo anche oggi con Babbo Natale.

I 10 siti di notizie che un cattolico dovrebbe seguire

10-siti-notizie-cattoliciLe notizie da anni ormai giungono ai cittadini in maniera filtrata e “addomesticata” dalla politica e dai poteri forti che sono sfavorevoli al cattolicesimo e ostili a difesa della vita, della famiglia, della liberta’ di opinione, della liberta’ di coscienza, della liberta’ religiosa.
Ecco perché bisogna aprire i propri orizzonti attingendo ad altre fonti che non siano quelle dei grandi gruppi editoriali.

Ecco qui i 10 siti di informazione che un cattolico dovrebbe consultare per rimanere libero e non succube della mentalita’ atea e del materialismo.

1) LA CROCE QUOTIDIANO www.lacrocequotidiano.it
un quotidiano online (consigliamo di trovare 5-6 amici e acquistare un abbonamento annuale per scaricare i pdf/epub) su cui scrivono numerosi blogger emergenti e scrittori cattolici per commentare e analizzare gli avvenimenti alla luce della fede.
Una particolare attenzione al mondo prolife e alle grandi questioni culturali del nostro tempo

2) ASIANEWS www.asianews.it
una agenzia con notizie dal mondo asiatico e dal medio oriente, in 4 lingue. Notizie su una parte del mondo che coinvolge anche noi.
Una grande finestra anche sulla fede in Cina e sulla libertà religiosa nel mondo

3) LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA  www.lanuovabq.it
ogni giorno notizie di attualita’, commenti sugli avvenimenti relativi alla Chiesa, approfondimenti sui temi scottanti, dlal’eutanasia alla droga, dall’immigrazione al gender, dalle unioni civili all’islam.

4) AGENZIA ZENIT  https://it.zenit.org/
notizie e approfondimenti sul mondo e sulla Chiesa in 6 lingue.
Dispone anche di una newsletter gratuita quotidiana seguita da oltre 500.000 persone

5) ALETEIA http://it.aleteia.org/
testimonianze ed approfondimenti da tutto il mondo, la fede raccontata con storie e commenti dei maggiori blogger cattolici del mondo. In 7 lingue

6) TEMPI  www.tempi.it
Il sito del più acuto e moderno settimanale cattolico.
Approfondimenti e notizie che non si trovano altrove.
Una voce unica e irriverente, profondamente cattolica.

7) RADIOMARIA www.radiomaria.it
Ogni giorno una rassegna stampa degli articoli più interessanti per noi cattolici. Grandi conferenze e approfondimenti di alto spessore culturale specialmente la sera, tutti scaricabili.
Sono presenti anche articoli quotidiani in pdf sui principali temi della fede.

8) AVVENIRE www.avvenire.it
il quotidiano ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI, i vescovi…) con notizie e commenti sulla società e la Chiesa.
Fondamentale l’inserto settimanale Famiglia e Vita

9) VATICAN.VA www.vatican.va
il sito ufficiale della Chiesa Cattolica in 10 lingue,
dove si trovano tutti i testi e documenti del Papa e di tutti gli enti vaticani. Alcuni messaggi presentano anche traduzioni in altre lingue oltre le 10 principali del sito

10) RADIOVATICANA www.radiovaticana.va
Audio e notizie in tempo reale sulla Chiesa e sul Papa in 37 lingue.
E’ possibile trovare molti documenti tradotti in lingue non presenti sul sito vaticano

Omosessualita’ : qual e’ l’approccio della Chiesa?

courage-international-620x343Un incontro per aiutare tutti coloro che nella Chiesa sono interessati alla cura pastorale delle persone omosessuali.

Janet Smith, titolare della cattedra Father Michael J. McGivney di bioetica al Seminario Maggiore del Sacro Cuore di Detroit, ha collaborato all’organizzazione del convegno Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Accogliere ed accompagnare i nostri fratelli e le nostre sorelle con attrazione per lo stesso sesso

ZENIT ha intervistato la professoressa Smith sul convegno e, più in generale, sulla recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti riguardo al “matrimonio” tra persone dello stesso sesso.

La conferenza si e’ proposta di affrontare due questioni difficili sollevate dai Lineamenta per il Sinodo di ottobre sulla famiglia. Quali sono i principi generali da evidenziare nella cura per le persone con tendenze omosessuali e le loro famiglie, alla luce del modo in cui i loro diritti sono proposti nella società?

Il convegno Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Accogliere ed accompagnare i nostri fratelli e le nostre sorelle con attrazione per lo stesso sesso, promosso dall’Arcidiocesi di Detroit e da Courage International, e’ anche un libro con diversi saggi sull’argomento. Il testo Vivere la verità nella carità. Approcci pastorali su questioni omosessuali, pubblicato da Ignatius Press, suggerisce già dal titolo alcuni principi.

Sicuramente non dobbiamo isolare coloro che sperimentano attrazione per lo stesso sesso (ASS) e farli sentire come se fossero parte di un gruppo emarginato. Dal momento che è diventato “accettabile” “dichiararsi”, la maggior parte di noi è consapevole del fatto che alcuni dei nostri fratelli, figli, amici, colleghi di lavoro, genitori o maestri sperimentano ASS. Sono “noi”, nel senso che sono intima parte delle nostre relazioni affettive e vogliamo che continuino ad esserlo. Amarli significa rimanere in contatto con loro; significa voler sentire quello che sta succedendo loro; significa parlare cortesemente con loro e di loro; significa invitarli a eventi in cui si sentano accolti e amati. Significa non insultarli mai o parlare dell’ASS con disprezzo. Da parte mia, credo che le parole “sodomia” e “sodomita” dovrebbero essere mandate in pensione.

Dobbiamo però anche dire la verità sull’ASS a chi la sperimenta. Dobbiamo lavorare molto seriamente per trovare un modo non offensivo per condividere le nostre convinzioni cattoliche sull’ASS. Questo risulta più facile se abbiamo un rapporto amorevole con chi sperimenta un’ASS. Chi sa che ci preoccupiamo per lui è più disposto ad ascoltare quello che diciamo. Una verità che dovrebbe accompagnare sempre la riflessione è che tutti noi lottiamo con alcune difficili tentazioni e che gli “eterosessuali” non hanno alcun motivo per ritenersi superiori nei confronti di coloro che sperimentano un’ASS. Le peccaminose bravate sessuali delle persone eterosessuali, al giorno d’oggi, lasciano davvero poco spazio a chi vorrebbe ergersi a giudice di chi prova un’ASS.

Una verità che chi prova l’ASS deve comprendere è l’amore di Dio per lui e il Suo desiderio di essere in una relazione sponsale con lui, come il fatto che spesso possiamo accettare meglio noi stessi se siamo in grado di perdonare coloro che ci hanno fatto del male. Occorre ricordare, con delicatezza, che molte persone portano croci significative nella loro vita e che sperimentano il loro bisogno di rimanere casti ed eventualmente celibi, come una croce, ma questa croce è accompagnata da tante grazie e dall’opportunità di testimoniare Cristo.

La verità deve essere detta anche alle persone eterosessuali che pensano che l’amore per le persone con ASS consista nel non dire loro la verità. Sono troppo pochi coloro che sanno che tipo di vita vivono gli uomini che fanno sesso con uomini e le donne che fanno sesso con donne. Non sanno molto della promiscuità e del sesso anonimo praticato da molti uomini e della straziante monogamia seriale praticata da molte donne. Inoltre non sanno che la vita di molti ha dimostrato che coloro che vivono con l’ASS possono trovare una profonda pace e felicità vivendo secondo l’insegnamento della Chiesa, anche se, come per tutti noi, il percorso di una vita virtuosa può essere molto impegnativo.

Si prenderanno in considerazione molti aspetti dell’omosessualità. Nell’introduzione al primo volume lei sottolinea che “non siamo del tutto ignari su come servire chi prova un’ASS, ma certamente abbiamo ancora molto da imparare”. Potrebbe farci qualche esempio?

Nel corso del tempo, l’umanità, così come la Chiesa, impara a conoscere meglio alcuni fenomeni. Ad esempio, una volta, le prostitute erano generalmente viste come donne malvagie che avevano fatto una riprovevole scelta di “carriera”. Ora sappiamo che i casi come questi sono pochi, anzi, la maggior parte di loro provengono da situazioni tragiche come l’abuso sessuale e la tossicodipendenza e alla fine non si sentono degne di altre relazioni. Anche se la Chiesa non ha cambiato la sua idea della prostituzione come peccato terribile, ha tuttavia cambiato il modo di vedere le prostitute.

La visione culturale e psicologica dell’omosessualità varia notevolmente, da perversione indicibile a malattia psicologica, fino ad un orientamento dono di Dio. Il Catechismo afferma che l’omosessualità non è una scelta; ma questo, naturalmente, non significa che è innata. Secondo l’opinione più aggiornata una persona sperimenterebbe l’ASS per una serie di fattori, come un difetto nell’identità di genere, un rapporto problematico con il genitore dello stesso sesso, interessi dissonanti rispetto al gruppo dei pari sesso, ecc. Purtroppo l’APA (Associazione Americana di Psicologia) e le leggi in molti stati degli USA sostengono che l’attrazione omosessuale non possa essere “riparata” e vietano agli psicologi di aiutare le persone con ASS che cercano aiuto. Questo ha indubbiamente ostacolato i progressi nel comprendere come aiutare le persone con ASS. Una manciata di psicologi coraggiosi, che si sforzano di fornire aiuto a coloro che lo cercano, hanno scoperto molte tecniche utili, spesso dirette a risolvere difficoltà diverse dall’ASS. Quanto più scopriamo sulle cause dell’ASS e impariamo nuove tecniche per aiutare coloro che vivono un’ASS, tanto più cambieranno i nostri approcci pastorali.

È molto importante rilevare anche come i giovani crescono subendo un indottrinamento che vuol far loro credere che l’omosessualità sia la stessa cosa dell’eterosessualità. Hanno familiari e amici che vivono un’ASS e sono diventati molto accoglienti nei loro confronti. Il fatto che non capiscano l’insegnamento della Chiesa e quindi non lo accettino è naturalmente un grave problema ma, quando finalmente prendono confidenza con l’insegnamento della Chiesa e lo accettano, i loro buoni rapporti con le persone con ASS, li mettono in grado di trovare modi positivi per relazionarsi con loro nella verità. Potrebbero essere in grado di dare lezioni a tutti noi.

Courage, un apostolato cattolico internazionale che accoglie pastoralmente le persone con ASS, è una delle più importanti iniziative volte a sostenere le persone con tendenze omosessuali, e sponsor del convegno. Quali sono i punti di forza e di debolezza di Courage?

Non ho particolare dimestichezza con il funzionamento di Courage sul campo. Lo conosco per lo più attraverso la sua letteratura ed i suoi principi, che mi sembrano davvero eccellenti. Ho sentito dire da molte persone come Courage sia stato determinante per consentirgli di vivere una vita casta nella ricerca della santità. Ho anche sentito dire che Courage non sarebbe per tutti. Credo che alcuni pensino che si focalizzi su di una forma di castità “forzata” e non s’impegni abbastanza contro il disprezzo di sé, di cui soffrono molte persone con ASS. Tuttavia non c’è nulla nella loro letteratura che possa sostenere tali affermazioni, ma ogni gruppo locale ha una sua identità e sono sicura che la qualità dei leader e il livello di impegno dei membri sia molto vario. So che c’è stata in passato una certa diffidenza nei confronti di Courage in alcune diocesi. Diffidenza che si è progressivamente dissipata, da quando sempre più vescovi riconoscono la saggezza dell’approccio di Courage. Attualmente Courage è molto richiesto e benvenuto, penso che l’organizzazione faccia fatica a rispondere a tutti ma questa è una sfida. So che accolgono volentieri feedback sul proprio operato, quindi spero che coloro che hanno critiche da fare, le condividano con Courage.

#LoveWins [L’amore vince] è stato l’hashtag che ha risposto alla sentenza della Corte Suprema del mese scorso, che definisce come un diritto costituzionale il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Ha davvero vinto l’amore?

Neanche un po’. Mi viene in mente un canzone country che dice “cerco l’amore in tutti i posti sbagliati”. L’amore veramente complementare, l’amore sponsale che genera la vita è semplicemente impossibile in una relazione omosessuale. Ci saranno ancora più disillusioni e sofferenze emotive per le persone con ASS che proveranno il “matrimonio”. Questo significherà naturalmente più figli cresciuti da coppie dello stesso sesso, ai quali non sarà consentito di sperimentare l’importantissimo amore dei genitori di entrambi i sessi. Penso che l’hashtag corretto dovrebbe essere #bambinisconfitti.

Lei insegna in un seminario. Sulla base del suo lavoro con questi giovani che saranno i pastori della Chiesa nel prossimo decennio, come percepisce il compito che li attende per quanto riguarda aiutare la Chiesa a trasmettere il suo messaggio sulla dignità umana e sulla sessualità alla prossima generazione? Riusciremo a far comprendere ai giovani l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità?

Il compito è estremamente difficile. Generazioni di cattiva catechesi hanno derubato i giovani della sana formazione dei loro genitori. La buona notizia è che questi giovani sono fermamente convinti della verità della dottrina della Chiesa, hanno una profonda conoscenza delle fonti degli errori della cultura moderna e hanno cuori coraggiosi e generosi. Rispetto a quanto già fatto circa il modo di vita peccaminoso degli eterosessuali, c’è una enorme quantità di buon materiale ancora da elaborare; lo stiamo mettendo a punto per insegnare la verità sulla questione omosessuale. I film Il desiderio delle colline eterne e The Third Way hanno aperto gli occhi a molte persone, così come la serie di cinque video-catechesi, prodotte da Courage, sulla cura pastorale delle persone omosessuali.

Kathleen Naab  – www.zenit.org

Padre Pfeiffer, “un generale senza armi”, guidò la rete di assistenza ai perseguitati

pfeifferC’è un prete che compare a fianco del Pontefice Pio XII in un mosaico che si trova nel Duomo di Ascoli Piceno. Si tratta dello stesso sacerdote che intervenne con successo per fermare la razzia di ebrei che i nazisti stavano compiendo nel ghetto di Roma il 16 ottobre del 1943.

Quel sacerdote, nato a Brunnen in Baviera, e che fu Superiore generale dei padri Salvatoriani, si chiamava Pancrazio Pfeiffer.

Ora, per i 60 anni della sua morte, celebrati il 12 maggio, la Società Del Divin Salvatore, con l’adesione del Presidente della Repubblica Italiana ed il patrocinio delle Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Provincia e del Comune di Roma, nonché della Pontificia Commissione per i rapporti Religiosi con l’Ebraismo, ha voluto organizzare presso la Cura Generalizia dei Salvatoriani a Roma, un convegno ed una mostra che rimarrà aperta fino al 18 giugno.

Fu padre Pfeiffer che durante l’occupazione nazista di Roma iniziata nel settembre del 1943, insieme a Carlo Pacelli, nipote del Papa, e a padre Antonio Weber dei padri Pallottini, svolse il compito di emissario di fiducia di Pio XII, al fine di realizzare il vasto programma di aiuto ai perseguitati dai nazisti.

Le carte conservate negli archivi dei Padri Salvatoriani sono incomplete e talvolta difficili da decifrare, ma quello che è rimasto mostra un lavoro grandioso condotto in favore dei perseguitati.

Circa gli interventi in favore di ebrei dall’Archivio di Padre Pfeiffer sono emersi appunti da cui si evince l’intervento della Santa Sede, il 25 ottobre del 1943, in favore di Alegra Livoli in Di Porto e dei suoi due figli e nella stessa data per Vittoria Livoli in Sonnino con tre figli, catturati nella retata del 16 ottobre. Il 28 novembre c’è un appello per Luigi Del Monte fu Alfred.

Un altro appello senza data è per Rita di Nepi in Terracina con i figli Leonello e Marco. Uno simile per Cesina Terracina con due bambini. Un altro foglietto, senza data, riguarda la situazione della famiglia Vitale di Montecatini, composta da sei elementi.

Un memorandum in data 25 novembre chiede aiuto per il Rabbino Nachmann Freiburg e per sua sorella oltre che per Ernesto della Riccia.

Un altro appunto di Padre Pancrazio fa riferimento a Settimio di Tivoli, arrestato il 24 novembre e segnalato dalla Segreteria di Stato già il 25 dello stesso mese.

Il 15 aprile 1944 la Segreteria di Stato chiese a Padre Pancrazio di intervenire a favore di Mario Segré, sua moglie e suo figlio arrestati il 5 aprile. C’è anche una lettera in favore di Segré da parte di monsignor Angelo Mercati degli Archivi Vaticani.

Uno dei salvataggi più straordinari operato dalla Santa Sede fu quello del giovane Giuliano Vassalli, socialista, che nel dopoguerra ha ricoperto il ruolo di Senatore, Ministro di Grazia e Giustizia nonché Giudice alla Corte Costituzionale.

Giuliano Vassalli, che allora era un comandante partigiano e un giovane dirigente del partito socialista, venne arrestato il tre aprile del 1944 e condannato a morte.

Fu liberato per intervento diretto di Pio XII, che operò pressioni tramite il Generale Karl Wolff, comandante delle SS e della Polizia tedesca in Italia. Di come Vassalli riuscì a evitare la condanna a morte e tornare libero, non si sapeva nulla fino a quando non fu lui stesso a raccontare la storia.

In una lettera autografa pubblicata da Giorgio Angelozzi Gariboldi nel libro “Pio XII, Hitler, Mussolini. Il vaticano fra le dittature” (Mursia, 1988), Vassalli ha scritto: “Il tre di giugno mi fu detto di prendere le mie cose. Mi ritrovai faccia a faccia con il capo della polizia nazista in persona, Herbert Kappler. Con lui c’era un prete con i capelli grigi che Vassalli non conosceva. Pensò che la sua famiglia gli avesse mandato un sacerdote per prepararlo a morire”.

Invece era padre Pancrazio venuto per portarlo via. Vassalli non dimenticò mai le parole urlategli da Kappler mentre veniva portato via da Padre Pancrazio: “Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato. Non è forse vero che lo ha meritato, signor Vassalli?”. Al termine del colloquio Kappler ingiunse a Vassalli di allontanarsi “in modo da non dovermi mai più rivedere”.

Con una macchina che aveva i contrassegni della Santa Sede, Vassalli venne portato direttamente al Generalato dei Salvatoriani in via della Conciliazione da dove potè ritrovare la libertà.
ZI05051209

La Santa Casa di Maria a Loreto

loretoSecondo uno studio archeologico condotto dall’architetto Nanni Monelli e da padre Giuseppe Santarelli, Direttore della Congregazione generale della Santa Casa di Loreto, le pietre che si trovano nella grotta dell’Annunciazione a Nazareth hanno la stessa origine delle pietre dell’altare dei Santi Apostoli della Santa Casa di Loreto.

Questa scoperta ha riaperto la discussione sulla validità storica della traslazione della Santa Casa di Nazareth a Loreto e sul mistero di come sia avvenuta questa traslazione.

Per approfondire la conoscenza e la storia del santuario mariano dove si conserva e venera la Santa Casa di Nazareth della Vergine Maria, che secondo la tradizione fu trasportata miracolosamente da Nazareth a Tersatto nel 1291 e infine a Loreto, ZENIT ha intervistato il prof. Giorgio Nicolini, un esperto in materia, autore del libro “La veridicità storica della miracolosa Traslazione della Santa Casa di Nazareth a Loreto” (www.lavocecattolica.it).

Il libro illustra con prove documentali del tutto inedite, la verità storica delle “cinque traslazioni miracolose” della Santa Casa di Nazareth avvenute “in vari luoghi” e infine sul colle di Loreto: “traslazioni miracolose” avvenute tra il 1291 e il 1296, “approvate” “ufficialmente” nella loro “veridicità storica” da tanti Papi, per sette secoli. Il libro contiene anche il testo della “benedizione” di Giovanni Paolo II, spedita in data 11 gennaio 2005 all’autore del libro dal Pontefice stesso.

Secondo un recente studio condotto dall’architetto Nanni Monelli e da padre Giuseppe Santarelli, Direttore della “Congregazione Universale della Santa Casa”, le pietre dell’Altare degli Apostoli (uno dei più antichi dell’età paleocristiana) che si trova nella Santa Casa di Loreto ha la stessa origine delle pietre che si trovano nella grotta di Nazareth, davanti alla quale si trovavano le tre Pareti della Santa Casa di Maria. E’ un’altra conferma dell’autenticità della Casa di Loreto come la Casa nazaretana di Maria?

Nicolini: Sull’autenticità della Santa Casa di Loreto come la “vera Casa nazaretana” di Maria non ci sono mai stati dubbi, se non per chi non ne conosce i secolari studi relativi; tanto che tutti i Sommi Pontefici, per sette secoli, ne hanno comprovato l’autenticità con solenni atti canonici di “approvazione”.

Tale studio dell’Altare degli Apostoli è invece importante perché, oltre a fornire una ulteriore prova dell’autenticità della Santa Casa di Loreto come la “Casa nazaretana” di Maria, fornisce anche una “prova” ancora più eclatante a riguardo della “miracolosità” della “traslazione” della Santa Casa di Nazareth.

Infatti la “tradizione” ha sempre attestato che, tra il 1291 e il 1296, le tre Pareti della Santa Casa di Nazareth furono trasportate “miracolosamente”, per “il ministero angelico”, in “vari luoghi”, e insieme alle tre Pareti fu trasportato “miracolosamente”, “in vari luoghi”, anche l’Altare degli Apostoli. Ciò è attestato da antichi documenti, nei quali si parla della presenza di tale Altare unitamente alle tre Sante Pareti, come a Tersatto, in Dalmazia, ove la Santa Casa vi sostò tra il 10 maggio 1291 e il 10 dicembre 1294.

Quindi, in un certo senso, si potrebbe dire che “il miracolo” fu “duplice”, perché furono trasportate “miracolosamente” non solo le tre Sante Pareti “integre”, ma insieme ad esse, e distinto da esse, anche l’Altare degli Apostoli.

Che cosa hanno detto la storia, la tradizione, i Sommi Pontefici, sulla “traslazione” della Santa Casa di Nazareth della Vergine Maria, che si trova ora a Loreto?

Nicolini: Nel libro che ho scritto in proposito, dimostro che dal punto di vista storico e archeologico sono accertate, in modo indiscutibile, “almeno” cinque “traslazioni miracolose”, tra il 1291 e il 1296: a Tersatto (nell’ex-Jugoslavia), ad Ancona (località Posatora), nella selva della signora Loreta nella pianura sottostante l’attuale cittadina di “Loreto” (il cui nome deriva proprio da quella signora di nome “Loreta”); poi sul campo di due fratelli sul colle lauretano (o Monte Prodo) e infine sulla pubblica strada, ove ancor oggi si trova, sotto la cupola dell’attuale Basilica.

Tutti questi fatti soprannaturali furono tramandati dai “testimoni oculari” dell’epoca, nei vari luoghi ove si compirono, e furono rigorosamente controllati dai Vescovi locali dell’epoca, i quali emisero dei pronunciamenti “canonici” di “veridicità”, come attestano delle “chiese” dell’epoca consacrate a tali “eventi miracolosi” dai Vescovi di Fiume, di Ancona, di Recanati, di Macerata, di Napoli… Così pure tanti Sommi Pontefici, impegnando la loro Suprema Autorità Apostolica, hanno “approvato” ininterrottamente, sin dalle origini, la “veridicità storica” delle “miracolose traslazioni” della Santa Casa: da Nicolò IV (1292) sino a Giovanni Paolo II (2005).

In proposito, così scriveva il grande Pontefice Beato Pio IX, nella Bolla “Inter Omnia”, del 26 agosto 1852: “A Loreto si venera quella Casa di Nazareth, tanto cara al Cuore di Dio, e che, fabbricata nella Galilea, fu più tardi divelta dalle fondamenta e, per la potenza divina, fu trasportata oltre i mari, prima in Dalmazia e poi in Italia”. E il Santo Pontefice aggiunse ancora: “Proprio in quella Casa la Santissima Vergine, per eterna divina disposizione rimasta perfettamente esente dalla colpa originale, è stata concepita, è nata, è cresciuta, e il celeste messaggero l’ha salutata piena di grazia e benedetta fra le donne. Proprio in quella Casa ella, ripiena di Dio e sotto l’opera feconda dello Spirito Santo, senza nulla perdere della sua inviolabile verginità, è diventata la Madre del Figlio Unigenito di Dio”.

C’è però chi sostiene la tesi secondo cui furono alcuni Crociati, con la nave, a trasportare a Loreto solo delle “pietre” della Casa di Maria, che vennero poi ivi riassemblate sotto forma di “casa”. Lei che ne pensa?

Nicolini: Intanto è opportuno precisare che a Loreto ci sono solo le tre Pareti che costituivano in realtà “la Camera” di Maria, comunemente denominata come “la Santa Casa”, ove avvenne l’Annunciazione, e che sorgeva a Nazareth dinanzi ad una grotta e faceva un sol corpo con essa. Attualmente a Nazareth sono rimaste “la grotta” e “le fondamenta” della Casa “in muratura” dell’Annunciazione, mentre a Loreto è venerata l’autentica Casa “in muratura”, “senza fondamenta”, che stava a Nazareth davanti alla grotta. Detto più semplicemente: a Nazareth ci sono “le fondamenta” senza la Casa, a Loreto c’è “la Casa” senza le fondamenta.

L’“ipotesi” di un trasporto umano, avanzata recentemente da alcuni studiosi, oltre ad essere priva di ogni documentazione al riguardo, è “insostenibile” ed “impossibile”, sia per le ragioni “storiche” sopraddette, nonché per ragioni “architettoniche” e “scientifiche”. Ad esempio, l’ipotesi di un trasporto umano mediante la scomposizione dei muri della Casa in singoli blocchi di pietra effettuata a Nazareth e ricomposta prima in Dalmazia e poi per altre quattro volte sulla costa adriatica, dopo duemila chilometri di peregrinazione per terra e per mare, è del tutto impossibile anche dal punto di vista “temporale”. Ciò lo attesta la “simultaneità” delle date di partenza da Nazareth (sicuramente nel maggio 1291) e di arrivo a Tersatto (9-10 maggio 1291), come riportato da una lapide dell’epoca.

Così pure risulterebbe “impossibile” una simile operazione di “smontaggio” e “rimontaggio”, eseguita per di più in cinque luoghi diversi, in Dalmazia e in Italia. L’analisi chimica della malta, infatti, nei punti dove attualmente tiene unite le pietre, presenta caratteristiche chimiche particolari, proprie della zona di Nazareth, con una omogeneità della tessitura muraria, che esclude ogni possibilità di un tale ipotetico “smontaggio” e “rimontaggio” delle pietre. Infatti la malta che tiene unite le pietre è uniforme in tutti i punti e risulta costituita da solfato di calcio idrato (gesso) impastato con polvere di carbone di legna secondo una tecnica dell’epoca, nota in Palestina 2000 anni fa, ma mai impiegata in Italia. Quindi, la Santa Casa non fu mai “scomposta” in blocchi, ma è giunta a Loreto – dopo altre precedenti “traslazioni miracolose” – con le pietre “murate” con la stessa malta usata oltre 2000 anni fa a Nazareth, così come oggi ancora si presenta.

La collocazione finale poi su una pubblica strada, a Loreto, ove ancor oggi si trova, è ugualmente umanamente “impossibile”, come hanno attestato tutti gli archeologi ed architetti che hanno esaminato nei secoli il sottosuolo della Santa Casa e la strada pubblica su cui “si è posata”. L’architetto Giuseppe Sacconi (1854-1905), ad esempio, dichiarò di aver constatato che “la Santa Casa sta, parte appoggiata sopra l’estremità di un’antica strada e parte sospesa sopra il fosso attiguo” . Disse inoltre che, senza entrare in questioni storiche o religiose, bisognava ammettere che la Santa Casa non poteva essere stata fabbricata, come è, nel posto ove si trova (“Annali Santa Casa”, anno 1925, n.1). Un dato da rilevare, in proposito, a dimostrazione che le tre Sante Pareti “si posarono” sulla strada, e non che vi furono ricostruite, è la singolarità di un cespuglio spinoso che si trovava sul bordo della strada al momento dell’impatto e che vi è rimasto imprigionato.

Un altro insigne architetto, Federico Mannucci (1848-1935), incaricato dal Sommo Pontefice Benedetto XV di esaminare le fondamenta della Santa Casa, in occasione del rinnovo del pavimento, dopo l’incendio scoppiatovi nel 1921, scrive e asserisce perentoriamente, nella sua “Relazione” del 1923, che “è assurdo solo pensare” che il sacello possa essere stato trasportato “con mezzi meccanici” (F. Mannucci, “Annali della Santa Casa” , 1923, 9-11), e rivelò che “è sorprendente e straordinario il fatto che l’edificio della Santa Casa, pur non avendo alcun fondamento, situato sopra un terreno di nessuna consistenza e disciolto e sovraccaricato, seppure parzialmente, del peso della volta costruitavi in luogo del tetto, si conservi inalterato, senza il minimo cedimento e senza una benché minima lesione sui muri” (F. Mannucci, “Annali della Santa Casa”, 1932, 290).

L’architetto Mannucci trasse, in sintesi, queste conclusioni: i muri della Santa Casa di Loreto sono formati con pietre della Palestina, cementati con malta ivi usata; è assurdo solo il pensare ad un trasporto meccanico; la costruzione della Santa Casa nel luogo ove si trova si oppone a tutte le norme costruttive ed alle stesse leggi fisiche. Quindi, se l’intera Santa Casa di Nazareth non possono averla “trasportata” gli uomini, non può essere stata trasportata che “miracolosamente”, per opera della Onnipotenza Divina, mediante “il ministero angelico”… come sempre “testimoniato” e “tramandato” dalla “tradizione” e “approvato” come “veridico” da tutti i Sommi Pontefici, per 700 anni, dalle origini sino ad oggi.

Recentemente lei ha rivolto alcune domande sulla “questione lauretana” al Santo Padre Benedetto XVI. Quali sono state le risposte?

Nicolini: Ho richiesto al Santo Padre Benedetto XVI un intervento proprio perché venisse “ristabilita” in modo “definitivo” la “veridicità storica” della “miracolosa traslazione” della Santa Casa di Nazareth a Loreto, scalzando così tante moderne “fuorvianti” e “secolaristiche” interpretazioni. Il Santo Padre è subito intervenuto per la celebrazione Liturgica della “Miracolosa” traslazione del 10 dicembre dello scorso anno, facendo pervenire al Vescovo di Loreto una relativa “inequivoca” e bellissima preghiera da recitarsi nel Santuario. Tale preghiera, ed un mio commento ad essa, la si può leggere all’indirizzo del mio Sito Internet www.lavocecattolica.it/preghiera.benedetto.XVI.htm).

In questa preghiera il Sommo Pontefice Benedetto XVI – così come tutti i suoi Predecessori – “riconosce” di nuovo “espressamente”, “ripetutamente” e “inequivocabilmente” che le Sante Pareti, venerate nel Santuario di Loreto, sono proprio la “Santa Casa” di Nazareth, di Maria, di Giuseppe e di Gesù. Egli infatti, tra l’altro, scrive nella preghiera: “Santa Maria, Madre di Dio, ti salutiamo nella tua casa… qui hai vissuto… qui hai pregato con Lui… qui avete letto insieme le Sacre Scritture… siete tornati in questa casa a Nazareth… qui per molti anni hai sperimentato…”

La Santa Casa di Loreto, quindi, viene ancora “confermato” – dal nuovo Pontefice – che è proprio “la Casa di Maria”, quella che “proprio” “era” a Nazareth. Perciò, anche nel “pronunciamento” del nuovo Sommo Pontefice, a Loreto non ci sono delle semplici “sante pietre” portate dagli uomini e “riassemblate” e “ricostruite” a Loreto dagli uomini (come sostengono certi “studiosi” contro gli stessi rilievi scientifici): perché, altrimenti, il Santo Padre non identificherebbe la Santa Casa di Loreto con quella che era “proprio” e “realmente” a Nazareth, ove avvenne l’annuncio dell’angelo a Maria e l’Incarnazione in lei del Figlio di Dio, e ove Maria, Giuseppe e Gesù hanno vissuto “per molti anni”… A Loreto, perciò, vi è proprio l’intera Santa Casa di Nazareth (nelle sue tre Pareti), ivi giunta “miracolosamente”, per “il ministero angelico”, dopo molteplici “traslazioni miracolose”, come sempre insegnato dalla “tradizione”, attestato dagli studi storici, archeologici e scientifici, come quelli sopra accennati, e confermato innumerevoli volte – lungo i secoli – dal Magistero “ordinario” e “solenne” dei Sommi Pontefici.

Forse giova qui ricordare le sempre attuali e bellissime parole del santo Pontefice Leone XIII, scritte nella sua Enciclica “Felix Lauretana Cives” (del 23 gennaio 1894): “Comprendano tutti, e in primo luogo gli Italiani, quale particolare dono sia quello concesso da Dio che, con tanta provvidenza, ha sottratto (prodigiosamente) la Casa ad un indegno potere e con significativo atto d’amore l’ha offerta ad essi. Infatti in quella beatissima dimora venne sancito l’inizio della salvezza umana, con il grande e prodigioso mistero di Dio fatto uomo, che riconcilia l’umanità perduta con il Padre e rinnova tutte le cose”. Ed anche: “Dio volle a tal punto esaltare l’invocato nome di Maria da dare compimento, in questo luogo (Loreto), a quella famosa profezia: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata”.

Zenit

Il jihad e la crociata: guerre sante asimmetriche

jihad crociataAttenzione a non confondere jihad e crociata. Sono guerre sante, ma non sono la stessa cosa. Lo spiega in un nuovo volume – Il jihad e la crociata (Ares, www.edizioniares.it, pagg. 160, euro 12) -, apparso dopo il famoso discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, lo storico Marco Meschini.

Marco Meschini è storico medievalista e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In questa intervista rilasciata a ZENIT, chiarisce i concetti fondamentali per vedere le differenze tra jihad e crociata: mentre il jihad è essenziale per l’islam, la crociata non lo è per il cristianesimo.

In che senso il jihad e la crociata sono «guerre sante»?

Meschini: Per «guerra santa» intendiamo una guerra con due elementi caratterizzanti: innanzitutto, per chi vi aderisce, è una guerra volta da Dio e promossa dai suoi legittimi rappresentanti; in secondo luogo, parteciparvi apre le porte del Paradiso.

Per il jihad si deve ricordare un passo coranico fondamentale: «Combattete coloro che non credono in Allah e che non ritengono illecito quel che Allah e il suo messaggero han dichiarato illecito» (9,29). È Allah a volere il jihad, Allah è santo, dunque il jihad è santo, una guerra santa.

Per il secondo aspetto, va richiamato un hadit (cioè un detto di Maometto con valore normativo): «Sappiate che il Paradiso è all’ombra delle spade».

Inoltre il mujahid, il «combattente del jihad», in caso di morte è considerato un «martire», shahid, «testimone», lo stesso senso letterale della parole greca martyr, «martire». Costui è ritenuto così santo che il suo corpo non deve essere lavato prima dell’inumazione, come prescriverebbe la legge islamica, e può persino trasferire parte della propria santità ai parenti.

Lei però le definisce anche «asimmetriche»: cosa le distingue?

Meschini: Anche la crociata – per i cristiani del Medioevo – era voluta da Dio, nel senso che i Papi la vollero e la predicarono, connettendovi la remissione delle pene per i peccati commessi dai partecipanti. E il grido di battaglia dei crociati era: «Dio lo vuole!».

Una prima asimmetria è però proprio questa: il jihad apre direttamente le porte del Paradiso, la crociata no, perché è intesa come parte del processo che può condurre l’uomo peccatore in Paradiso.

Vi sono però altre asimmetrie più forti.

Anzitutto, il jihad è sia difensivo sia aggressivo, cioè strumento di diffusione della religione islamica che – ricordiamolo – significa «sottomissione» ad Allah.

La crociata, invece, nacque solo dopo oltre un millennio di cristianesimo e con uno scopo limitato: recuperare Gerusalemme e la Terrasanta, ingiustamente occupate dai musulmani.

Va però aggiunto che, nel corso di una storia plurisecolare, vi furono anche crociate di espansione, pur senza che l’idea originaria si perdesse completamente.

Lei inoltre sostiene che, mentre il jihad è coessenziale all’islam, la crociata non lo è per il cristianesimo.

Meschini: È l’asimmetria più radicale. Come detto, la guerra santa è una prescrizione coranica – e il Corano è la Parola di Allah, eterna e immutabile – praticata da Maometto e dotata di tutta una serie di regole accessorie per definirne modi e condizioni.

Ancora oggi, per tutti gli islamici, il jihad è il «sesto pilastro» dell’islam, cioè uno dei precetti identitari della loro religione.

Viceversa, non esiste alcun testo sacro cristiano che parli di una simile guerra, né il modello che è Cristo la prevede, anzi! Per questo la crociata, certamente sorta in un contesto cristiano, non è necessario che si ripresenti in altri contesti cristiani; né, soprattutto, ha a che fare con il kerigma, il «nocciolo» della rivelazione cristiana.

Avrebbe senso, oggi, una sorta di crociata cristiana?

Meschini: Non credo. Tuttavia ha molto senso un’azione di resistenza salda – che ricorra quindi non solo ma anche alla forza – per contrastare chi minaccia manu armata la pace internazionale.

Parlare di jihad e crociate oggi non rischia di rendere più difficile il dialogo tra cristianesimo e islam?

Meschini: Qual è lo scopo del dialogo? Io penso conoscersi meglio e, se possibile, giungere a un livello superiore di verità. Dunque la verità o almeno l’onestà intellettuale è una premessa, anzi una condizione irrinunciabile del dialogo.

Per questo ho voluto smascherare alcuni commentatori che, dietro contorsioni verbali, cercano di camuffare la verità storica, giuridica e teologica insita nel tema del jihad.

Cosa voleva dire il Papa a Ratisbona quando ha parlato del discorso di Manuele II Paleologo su questi temi?

Meschini: Benedetto XVI è stato molto chiaro: la fede e la verità si possono proporre e diffondere solo da intelletto a intelletto e da cuore a cuore, in un mutuo scambio di ragione e credo.

E quindi espandere la propria religione «con la spada» è una mostruosità antitetica al Logos, alla Ragione, cioè a Dio. E la violenta reazione di tanti alle sue parole è stata – drammaticamente – un’involontaria ma “perfetta” risposta di conferma al suo discorso.

Droga: una definizione in tre punti

droga1Secondo il Glossario di Bioetica, la droga è un attacco all’integrità del corpo. E’ un evento da contrastare e prevenire, e da non sottovalutare mai

Droga: Sostanza non nutritiva usata per aumentare momentaneamente le capacità mentali o per estraniarsi dalla realtà. Esistono vari tipi di droga, ognuno dei quali ha rischi per la salute non solo legati alla perdita di contatto con la realtà.

Realismo

Il termine viene dall’olandese «droog» che significa «secco», aggettivo usato per indicare appunto la pianta seccata da cui si estraggono i farmaci. Le droghe da «ricreazione» sono sostanze che vengono assunte per avere delle sensazioni euforizzanti  o per estraniarsi dall’ambiente. Molte droghe danno effetti collaterali gravi e spesso dipendenza da cui è difficile uscire. La caratteristica delle droghe da “ricreazione” è che non costituiscono nutrimento né hanno un’attività curativa. Alcuni loro derivati possono essere utilizzati come antidolorifici, ma esistono pareri difformi come ad esempio quello dell’American Accademy of Pediatrics (vedi riferimenti). Anche tabacco e alcol possono essere pericolose e per questo i cittadini vanno messi in guardia anche da queste sostanze; ma il tabacco non ha una proprietà di estraniare dall’ambiente così come non l’ha l’alcol a dosi moderate (l’alcol a dosi moderate può essere considerato un alimento); sono dunque alcol e tabacco differenti dalle droghe d’abuso, ma nondimeno sono rischi da conoscere.

La ragione

A chi interessa parlare solo di liberalizzazione o penalizzazione? Questo è il binomio – angusto in verità -che interessa la politica; questa si divide disputando se penalizzare vietando coltivazione, produzione e/o consumo delle droghe o se liberalizzare e forse così togliendo lo spaccio dalle mani della malavita. In realtà questo dibattito nega un terzo livello della discussione – i due suddetti aspetti in definitiva sono due facce della stessa medaglia -: la domanda del perché la persona si droga, perché è un fenomeno generalizzato. Questa domanda porterebbe ad intervenire ad un livello più profondo e dunque più efficace: la coscienza dell’insoddisfazione e della solitudine giovanile, che però non si vuole affrontare: molto più facile limitarsi a liberalizzare o solo a far intervenire la polizia. Ma il vuoto di senso dei giovani e dei padri dei giovani (quelli che hanno fatto il ’68 comunista e ora sono la ricca borghesia) non lo affronta nessuno, la gente resta sola con tre soli ideali: autonomia, successo e perfezione fisica. La droga non si può combattere se non si riconosce e combatte questo vuoto.

Perché la droga è un pericolo?
In primo luogo per il rischio di malattie psichiatriche e problemi sessuali maggiori della media, tanto che la legalizzazione stessa è sconsigliata dai pediatri americani. La marijuana, pur definita droga leggera, porta ad un rallentamento dei riflessi, oltremodo pericoloso per chi svolge certe attività di precisione o per chi guida; e il rallentamento dei riflessi non si risolve “aspettando che passi l’effetto”, perché dura diversi giorni dopo l’assunzione. In Francia si contano oltre 200 morti all’anno per incidenti dovuti alla cannabis. Attenzione maggiore per la salute, dunque, deve essere richiesta, evitando sciocche banalizzazioni di queste sostanze; ma anche se non “facesse male alla salute”, come pensare che il giovane consideri normale qualcosa che lo isola dal mondo proprio nell’età in cui dovrebbe conoscere e costruire e intraprendere?

Il sentimento

Non è vero che per parlare di droga bisogna averla usata; per parlare di droga bisogna aver vissuto o conosciuto il disagio sociale o personale e domandarsi cosa davvero vuole chi sta male “dentro”. Sembra talvolta invece di trovarci in una società che abbandona invece di una società che abbraccia: come può essere credibile parlare di lotta alla droga in questo clima culturale?

Di Carlo Bellieni  – Zenit

per aiutare una famiglia o una persona con problemi di droga:
www.comunitacenacolo.it

La vera storia delle Crociate (Madden)

crociateI crociati non erano persone che aggredivano senza essere provocati, non erano avidi predoni, o colonizzatori medievali, come riportato in alcuni libri di storia. Thomas Madden, professore associato e preside della facoltà di storia dell’Università di St. Louis e autore di “A Concise History of the Crusades”, sostiene che i crociati rappresentavano una forza difensiva che non approfittava delle proprie imprese al fine di guadagnarci in ricchezze terrene o in acquisizioni territoriali. Madden ha ripercorso con ZENIT il quadro sui miti più diffusi relativi ai crociati, a fronte dei recenti accertamenti che li destituiscono di fondamento.

Quali sono gli errori storiografici più comuni sulle crociate e su chi vi prendeva parte?
Madden: Alcuni dei miti più comuni e le ragioni della loro infondatezza sono i seguenti:
Mito n. 1: Le crociate erano guerre di aggressione non provocate, contro un mondo musulmano pacifico.
Questa affermazione contiene quanto di più sbagliato ci possa essere. Dai tempi di Maometto, i musulmani avevano tentato di conquistare il mondo cristiano. Ed avevano ottenuto anche notevoli successi. Dopo alcuni secoli di continue conquiste, gli eserciti musulmani dominavano l’intero nord-Africa, il Medio Oriente, l’Asia Minore e gran parte della Spagna. In altre parole, per la fine dell’XI secolo, le forze islamiche avevano conquistato due terzi del mondo cristiano. La Palestina, casa di Gesù Cristo; l’Egitto, luogo di nascita del cristianesimo monastico; l’Asia Minore dove San Paolo aveva gettato i semi delle prime comunità cristiane – queste non erano la periferia della Cristianità, ma il vero cuore. E gli imperi musulmani non terminavano lì. Essi continuarono a spingersi verso Occidente, verso Costantinopoli, oltrepassandola e varcando i confini della stessa Europa. Le aggressioni non provocate erano quindi tutte dalla parte dei musulmani. Ad un certo momento, ciò che rimaneva del mondo cristiano avrebbe per forza dovuto difendersi o in caso contrario soccombere alla conquista islamica.

Mito n. 2: I crociati indossavano croci, ma erano in realtà interessati unicamente a conquistarsi ricchezze e terreni. I loro pii propositi erano solo una copertura sotto la quale si nascondeva una rapace avidità. Gli storici, tempo fa, ritenevano che in Europa si era verificato un aumento demografico che aveva portato ad avere un numero eccessivo di nobili cadetti, addestrati nell’arte bellica cavalleresca, ma privi di terreni feudali da ereditare. Le crociate quindi erano viste come una valvola di sfogo che spingeva questi uomini bellicosi lontano dall’Europa, verso terre da conquistare a spese di qualcun’altro. La storiografia moderna, assistita dall’avvento dei database computerizzati, ha fatto crollare questo mito. Noi sappiamo oggi che erano piuttosto i primogeniti d’Europa a rispondere all’appello del Papa del 1095, e a partecipare alle successive crociate. Andare in crociata implicava enormi spese. I signori erano costretti a vendere o a ipotecare le proprie terre per radunare i fondi necessari. Gran parte di loro, inoltre, non aveva interesse a costituire un regno oltre mare. Più o meno come i soldati di oggi, i crociati medievali erano fieri di fare il proprio dovere, ma altrettanto desiderosi di tornare a casa. Dopo i successi spettacolari della prima crociata, con la conquista di Gerusalemme e di gran parte della Palestina, praticamente tutti i crociati tornarono a casa. Solo una minima parte di loro rimase indietro al fine di consolidare e governare i nuovi territori. Anche il bottino non era granché. Infatti, sebbene i crociati sognassero vaste ricchezze nelle opulente città orientali, praticamente nessuno di loro riuscì anche solo a recuperare le spese sostenute all’inizio. Tuttavia i soldi e la terra non rappresentavano il motivo per cui avventurarsi nelle crociate. Essi andavano ad espiare i peccati per guadagnarsi la salvezza mediante le buone opere in una terra lontana. Essi sostenevano spese e fatiche perché credevano che, andando in soccorso ai loro fratelli e sorelle cristiani in Oriente, avrebbero accumulato ricchezze dove la ruggine e la tarma non corrodono. Avevano ben presente l’esortazione di Cristo secondo cui chi non prenderà su di sè la propria croce non sarà degno di lui. Essi ricordavano anche che “nessuno ha un amore più grande di chi dà la propria vita per gli amici”.

Mito n. 3: Quando i crociati conquistarono Gerusalemme nel 1099, essi massacrarono tutti gli uomini, donne e bambini della città, fino ad inondare le strade di sangue. Questa è una delle storie preferite da chi vuole dimostrare la natura malvagia delle crociate. Certamente è vero che molte persone a Gerusalemme furono uccise dopo che i crociati conquistarono la città. Ma questo deve essere considerato nel contesto storico del tempo. In ogni civiltà europea o asiatica dell’epoca, era normale ed accettato moralmente che una città che aveva resistito alla cattura ed era stata presa con la forza, apparteneva ai vittoriosi. E questo non comprendeva solo gli edifici e i beni, ma anche le stesse persone che l’abitavano. È per questo che ogni città o fortezza doveva valutare attentamente se poteva permettersi di contrastare l’assediante. Se no, era più saggio negoziare i termini della resa. Nel caso di Gerusalemme, la difesa fu tentata fino alla fine. Si calcolava che le formidabili mura della città avrebbero tenuto a bada i crociati fino all’arrivo di una forza proveniente dall’Egitto. Ma si sbagliarono. E quando la città cadde, essa fu saccheggiata. Molti furono ammazzati, ma molti altri furono riscattati o lasciati liberi. Secondo il criterio moderno questo può sembrare brutale. Ma un cavaliere medievale potrebbe far notare che un numero molto maggiore di uomini, donne e bambini innocenti vengono ammazzati mediante le tecniche moderne di guerra, rispetto al numero di persone che potrebbe cadere sotto la spada nell’arco di uno o due giorni. È utile osservare che in quelle città musulmane che si arresero ai crociati, le persone erano lasciate indisturbate. Venivano requisite le loro proprietà ed essi erano lasciati liberi di professare la propria fede.

Mito n. 4: Le crociate erano una forma di colonialismo medievale rivestito di orpelli religiosi. È importante ricordare che nel Medio Evo l’Occidente non era una cultura potente e dominante che si avventurava in una regione primitiva e arretrata. Era l’Oriente musulmano ad essere potente, benestante e opulento. L’Europa era il Terzo mondo. Gli Stati crociati, fondati in seguito alla prima crociata, non erano nuovi stanziamenti di cattolici in un mondo musulmano estraneo alle colonizzazioni britanniche dell’America. La presenza cattolica negli Stati crociati era sempre molto ridotta, solitamente inferiore al 10% della popolazione. Essi ricoprivano il ruolo di governanti e di magistrati, e altri erano commercianti italiani e membri degli ordini militari. La stragrande maggioranza della popolazione degli Stati crociati era musulmana. Non erano quindi colonie nel senso di piantagioni o fabbriche, come nel caso dell’India. Erano degli avamposti. La finalità ultima degli Stati crociati era di difendere i luoghi santi in Palestina, specialmente in Gerusalemme, e di fornire un ambiente sicuro per i pellegrini cristiani in vista in quei luoghi. Non vi era un Paese di riferimento per gli Stati crociati, con cui questi intrattenessero rapporti economici, né gli europei traevano vantaggio economico da tali Stati. Al contrario, le spese delle crociate finalizzate al mantenimento dell’Oriente latino, gravavano fortemente sulle risorse europee. Come avamposto, gli Stati crociati mantenevano un’impostazione militare. Mentre i musulmani combattevano tra di loro, gli Stati crociati erano al sicuro, ma una volta che i musulmani si unirono, furono in grado di far cadere le fortificazioni, catturare le città e nel 1291 espellere del tutto i cristiani.

Mito n. 5: Le crociate furono fatte anche contro gli ebrei. Nessun Papa ha mai lanciato una crociata contro gli ebrei. Durante la prima crociata un folto gruppo di malfattori, non associati all’esercito principale, discese nei paesi della Renania e decise di depredare e ammazzare gli ebrei che vi risiedevano. Questo fu causa, in parte di pura avidità, ma in parte derivava anche da un’errata concezione per cui gli ebrei, in quanto responsabili della crocifissione di Cristo, sarebbero stati legittimi bersagli della guerra. Il Papa Urbano II e i successivi Papi condannarono fortemente questi attacchi contro gli ebrei. I vescovi locali e gli altri ecclesiastici e laici tentarono di difendere gli ebrei, anche se con scarso successo. Analogamente, durante la fase iniziale della seconda crociata, un gruppo di rinnegati uccise molti cristiani in Germania, prima che San Bernardo riuscisse a raggiungerli e a fermarli. Queste realtà erano un disdicevole effetto collaterale derivante dall’entusiasmo delle crociate, ma non erano lo scopo delle crociate. Per usare un’analogia moderna, durante la seconda guerra mondiale alcuni soldati americani commisero crimini mentre si trovavano oltre oceano. Essi furono arrestati e puniti per tali crimini, ma il motivo per cui erano entrati in guerra non era di commettere crimini.

Le tensioni attuali tra i Paesi occidentali e quelli musulmani hanno poco a che vedere con le crociate, afferma uno storico.
In questo senso, Thomas Madden, professore associato e preside della facoltà di storia dell’Università di St. Louis e autore di “A Concise History of the Crusades”, sostiene che, agli occhi dei musulmani del tempo, le crociate non erano considerate molto importanti. Questa prospettiva è poi mutata grazie ai revisionisti del XIX secolo che iniziarono a riproporre le crociate come guerre imperialiste, ha affermato.

Crede che i contrasti tra Occidente e mondo musulmano siano in qualche modo una reazione alle crociate?
Madden: No. Potrebbe sembrare una risposta strana considerando che Osama bin Laden e altri islamici si riferiscono spesso agli americani come “crociati”. Tuttavia è importante ricordare che nel corso del Medioevo – e in realtà fino al tardo XVI secolo – la superpotenza del mondo occidentale era l’Islam. Le civiltà musulmane erano ricche, sofisticate e immensamente potenti. L’Occidente invece era arretrato e relativamente debole. È interessante notare anche che, ad eccezione della prima crociata, sostanzialmente tutte le altre crociate dell’Occidente – e ve ne furono centinaia – non ebbero successo. Le crociate possono aver rallentato l’espansione del mondo musulmano, ma non ne hanno assolutamente procurato un arresto. Gli imperi musulmani hanno continuato ad espandersi nei territori cristiani, conquistando i Balcani, molta dell’Europa orientale, compresa la più grande città cristiana al mondo, Costantinopoli. Agli occhi dei musulmani del tempo, le crociate non erano considerate molto importanti. Normalmente, le persone del mondo musulmano del XVIII secolo non sapevano granché delle crociate. Queste erano invece importanti per gli europei, perché rappresentavano imprese notevoli, caratterizzate dal fallimento. Tuttavia, durante il XIX secolo, quando gli europei iniziarono a conquistare e colonizzare i Paesi del Medio oriente, molti storici – in particolare scrittori francesi nazionalisti o monarchici – iniziarono a considerare le crociate come il primo tentativo dell’Europa diretto a esportare i frutti della Civiltà occidentale al mondo arretrato musulmano. In altre parole, le crociate furono trasformate in guerre imperialiste. Queste interpretazioni della storia furono diffuse nelle scuole coloniali e divennero l’impostazione accettata nel Medio oriente e oltre. Nel XX secolo, l’imperialismo fu oggetto di discredito. Allora, alcuni nazionalisti arabi e islamisti fecero propria l’impostazione coloniale delle crociate ed iniziarono a sostenere che l’Occidente era responsabile delle loro afflizioni perché aveva depredato il mondo musulmano sin dai tempi dalle crociate. Spesso si dice che le persone, nel Medioevo, hanno lunga memoria; è vero. Ma nel caso delle crociate, essi hanno recuperato memoria: ricordi fabbricati per loro stessi dai conquistatori europei.

Vi è qualche similitudine tra le crociate e la guerra contro il terrore di oggi?
Madden: A parte il fatto che i soldati di entrambe le guerre sono spinti dalla volontà di servire qualcosa che è più grande di loro stessi, a cui essi tengono, e che desiderano tornare a casa appena queste terminano, non vedo altre similitudini tra le crociate medievali e la guerra contro il terrore. Le motivazioni di una società secolare posti-illuminista sono molto diverse rispetto a quelle del mondo medievale.

In che modo le crociate si differenziano dalla jihad islamica o da altre guerre di religione?
Madden: Lo scopo fondamentale della jihad è di espandere il Dar al-Islam — la dimora dell’Islam — nel Dar al-Harb — la dimora della guerra. In altre parole, la jihad è espansionistica e persegue la conquista dei non musulmani per porli sotto il governo musulmano. A coloro che vengono conquistati viene data una semplice alternativa. Per coloro che non appartengono alle “Genti del Libro” – ovvero i non cristiani o i non ebrei – la scelta è convertirsi all’Islam o perire. Per coloro che appartengono alle “Genti del Libro”, la scelta è sottomettersi al governo musulmano e alla legge islamica o perire. L’espansione dell’Islam, quindi, era direttamente legata al successo militare della jihad. Le crociate furono qualcosa di molto diverso. Nel Cristianesimo, sin dall’inizio, fu sempre proibita la conversione forzata di qualsiasi tipo. La conversione per mezzo della spada non era possibile per il Cristianesimo. Diversamente dalla jihad, lo scopo delle crociate non era né quello di allargare l’estensione territoriale del mondo cristiano, né quello di diffondere il cristianesimo mediante la conversione forzata. Le crociate erano invece una risposta diretta e tardiva a secoli di conquiste musulmane di territori cristiani. L’evento che seguì immediatamente la prima crociata fu la conquista turca di tutta l’Asia minore nel corso dei decenni dal 1070 al 1090. La prima crociata fu lanciata da Papa Urbano II nel 1095 in risposta ad un urgente appello di aiuto dell’imperatore bizantino di Costantinopoli. Urbano II allora chiamò i cavalieri del mondo cristiano per accorrere in aiuto ai fratelli d’Oriente. L’Asia minore era cristiana. Questa parte dell’Impero bizantino fu evangelizzata a partire da San Paolo. San Pietro fu il primo vescovo di Antiochia. Paolo scrisse le sue famose lettere ai cristiani di Efeso. Il credo della Chiesa fu scritto a Nicea. Tutti questi luoghi si trovano in Asia minore. L’imperatore bizantino pregò i cristiani d’Occidente di aiutarlo a riconquistare i territori e ad espellere i turchi. E le crociate rappresentarono questo aiuto. Il loro scopo, tuttavia, non era solo quello di riconquistare l’Asia minore, ma di riconquistare altre terre anticamente cristiane, che erano state perse a causa delle jihad islamiche. Tra queste vi era la Terra santa. In una parola, quindi, la principale differenza tra le crociate e le jihad è che le prime erano una difesa contro queste ultime. Tutta la storia delle crociate orientali è una storia di risposta ad aggressioni musulmane.

I crociati ebbero qualche successo nella conversione del mondo musulmano?
Madden: Nel XII secolo alcuni francescani iniziarono una missione in Medio oriente nel tentativo di convertire i musulmani. Ma non ebbe successo in gran parte perché le leggi islamiche considerano la conversione ad altra religione come un’offesa capitale. Questo tentativo fu, peraltro, portato avanti separatamente rispetto alle crociate, le quali non avevano nulla a che fare con il discorso della conversione, e mediante mezzi pacifici di persuasione.

Come razionalizzò, il mondo cristiano, la propria sconfitta nelle crociate? I crociati stessi furono sconfitti?
Madden: Lo fecero così come gli ebrei del Vecchio Testamento. Dio non diede la vittoria al suo popolo perché era nel peccato. Questo portò ad un movimento di pietà di larga scala in Europa, il cui obiettivo era di purificare in ogni modo la società cristiana. Il Papa Giovanni Paolo II, in realtà, ha chiesto scusa per le crociate. Le ha condannate… Madden: Questo è un mito curioso, visto che il Papa è stato cosi palesemente criticato per non aver chiesto scusa in modo espresso per le crociate, nell’ambito della sua richiesta di perdono a tutti coloro a cui i cristiani avevano procurato del male ingiustamente. Il Santo Padre non le ha condannate, né ha chiesto scusa per esse. Egli ha chiesto scusa per i peccati dei cattolici. Recentemente è stato ampiamente riportato il fatto che Giovanni Paolo II ha chiesto scusa al Patriarca di Costantinopoli per la conquista crociata di Costantinopoli del 1204. Ma in realtà, il Papa ha solo ribadito ciò che aveva detto il suo predecessore, Papa Innocenzo II (1198-1216). Quell’evento fu un tragico esempio di un attacco non andato a buon fine, che peraltro lo stesso Innocenzo II cercò in ogni modi di evitare. Egli ha chiesto scusa per i peccati dei cattolici che presero parte alle crociate, ma non ha chiesto scusa per le crociate stesse o per i loro risultati.

La IV Crociata, ferita tra cattolici e ortodossi

iv crociataDal 25 al 29 agosto 2004, a 800 anni dalla Quarta Crociata (1204), storici di tutto il mondo si diedero appuntamento a Istanbul, luogo della sanguinosa battaglia, per il convegno indetto dalla SSCLE (Society for the Study of the Crusades and the Latin East), 2004, dal titolo: “Around the Fourth Crusade, Before and After”. Durante il convegno gli studiosi hanno elogiato il libro di Marco Meschini su questa crociata dal titolo “1204: l’incompiuta. La quarta crociata e le conquiste di Costantinopoli” ( Ancora, pagg. 276, euro 18,50).

Ottocento anni fa la Quarta Crociata conquistò Costantinopoli, capitale dell ‘Impero bizantino. Fu un evento drammatico, spesso evocato fra le ragioni che dividono cattolici e ortodossi. Ma come andarono realmente i fatti? Lo abbiamo chiesto a Marco Meschini, storico dell’Università Cattolica di Milano.

La conquista di Costantinopoli era negli scopi della crociata?

Marco Meschini: No. La Crociata era un pellegrinaggio armato finalizzato alla difesa della Cristianità: la riconquista dei Luoghi Santi in Terrasanta oppure la lotta contro i musulmani in Spagna. Nel 1198 Papa Innocenzo III volle appunto una spedizione che riconquistasse Gerusalemme, caduta nel 1187. La deviazione contro Costantinopoli fu dunque qualcosa di eccezionale e non preventivato.

Perché la Quarta crociata rimase “incompiuta”?

Marco Meschini: Quando il corpo di spedizione principale della Crociata si ritrovò a Venezia, nel 1202, mancavano uomini e soldi per andare in Egitto e di là in Terrasanta, come era stato programmato. I veneziani proposero allora la conquista di una città cristiana, Zara, che si era ribellata. Nonostante l’opposizione di molti, i comandanti crociati accettarono per tentare di ripianare i loro debiti. Il Papa poi scomunicò i veneziani e una parte dei crociati

E Costantinopoli?

Marco Meschini: Dopo la conquista di Zara si presentò un giovane pretendente al trono bizantino, Alessio IV, il cui padre era stato accecato e deposto.
Alessio fece questa proposta: se lo avessero aiutato a diventare imperatore, avrebbe estinto i debiti dei crociati e aiutato la riconquista di Gerusalemme. I veneziani e i capi crociati accettarono, trascinandosi dietro quanti non potevano opporsi.

E il Papa?

Marco Meschini: Era contrario, perché la Crociata non doveva immischiarsi nei torbidi affari bizantini. Ma, incapace di far valere la sua posizione, rimase inascoltato. Così, nel 1203, i crociati conquistarono Costantinopoli a vantaggio di Alessio IV.

1203? E allora perché si parla del 1204?

Marco Meschini: Perché Alessio IV non riuscì a pagare quanto promesso e i bizantini lo eliminarono, eleggendo un nuovo imperatore, Alessio V. Egli sfidò veneziani e crociati, ma perse: il 12 aprile 1204, infatti, questi ultimi presero e tennero per sé la capitale, fondando l’Impero latino d’
Oriente.

Si dice che alla conquista sia seguito un orribile massacro.

Marco Meschini: Morti ve ne furono, purtroppo, da una parte e dall’altra. Ma il massacro sfrenato di cui si è troppo a lungo parlato non trova conferma nelle fonti a nostra conoscenza. Soprattutto non c’è traccia della volontà di fare vittime innocenti. La città comunque venne saccheggiata e devastata da un incendio.

E Gerusalemme finì dimenticata?

Marco Meschini: Alcuni crociati, soprattutto quelli che si erano opposti alle deviazioni contro Zara e Costantinopoli, raggiunsero la Terrasanta. Ma erano troppo pochi per ottenere risultati importanti. Tuttavia il loro comportamento cambia profondamente il nostro giudizio su quegli eventi: non è vero che l’Occidente cattolico abbia voluto conquistare la capitale dell’Ortodossia. Fu un grave errore, e anche una colpa, da parte di alcuni, i quali però non avevano titoli per rappresentare il Cattolicesimo intero.

Eppure sembra che gli ortodossi non riescano a perdonare ai cattolici quel disastro.

Marco Meschini: Il problema è duplice. Innanzitutto, i nuovi padroni elessero un imperatore e un patriarca latini, senza tenere conto del fatto che esisteva già un patriarca ortodosso e, soprattutto, che il capo dell’ Ortodossia era proprio l’imperatore. Non furono quindi accettati dai bizantini, anche se alcuni tentativi furono fatti.

E il secondo fattore?

Marco Meschini: Il Papa fu travolto dagli eventi. Innocenzo III non aveva voluto quella strana conclusione della Crociata, eppure Dio – secondo la mentalità medievale – sembrava averla voluta.
Fu così che accettò il fatto compiuto, nella speranza che la Chiesa bizantina si sottomettesse a quella romana. Ma proprio il primato del Papa è una delle questioni più delicate nei rapporti tra cattolici e ortodossi, e la Chiesa bizantina si oppose. L’ unione non può essere imposta, deve essere consentanea e libera.

C’è speranza per il futuro?

Marco Meschini: La completa rappacificazione tra Cattolicesimo e Ortodossia è una delle sfide più alte per la Chiesa del Terzo millennio. Mi sembra che la strada da seguire sia già tracciata: Paolo VI e il patriarca ecumenico Atenagora, nel 1965, hanno revocato le famose scomuniche del 1054, e Giovanni Paolo II, nel maggio del 2001, ha chiesto perdono agli ortodossi per gli eccessi del 1204. Purificare la memoria alla luce della verità e, soprattutto, amare il fratello nella comunione che viene da Cristo è quanto tocca a noi oggi.
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L’autostima del Cristiano

AUTOSTIMAMichel Esparza è l’autore di “La autoestima del cristiano” (casa editrice Belacqva) “un’opera rivolta ai Cristiani di oggi che cercano di migliorare la qualità del loro amore”. Padre Michel Esparza, sacerdote che esercita il suo ministero pastorale a Logroño, è filosofo e teologo ed autore del libro “El pensamiento de Edith Stein” (“Il pensiero di Edith Stein”- Eunsa).

L’autostima non è considerata in maniera positiva negli ambienti cristiani, perché sembra contrapporsi all’umiltà. Lei, invece, pensa che l’autostima e il Cristianesimo siano complementari. In che modo?

Esparza: Sì, a prima vista l’autostima sembra opposta all’umiltà, perché pensiamo che sia umile chi non si prende troppo sul serio. Se, però, consideriamo la cosa in modo più approfondito, ci rendiamo conto del fatto che l’umiltà si traduce in un dimenticarsi spontaneamente di se stessi, vale a dire è umile innanzitutto chi non pensa troppo a sé. Questo egocentrismo non si riscontra solo nelle persone vanitose ed arroganti, ma anche in quelle che si sottovalutano: anche la falsa modestia e l’autorifiuto sono contrari all’umiltà. Per essere umili, quindi, è necessario accettarsi per come si è; è necessario, anzi, amarsi pur sapendo che si hanno dei difetti. E’ in questo che l’autostima e il Cristianesimo sono complementari. In ultima istanza, i conflitti con se stessi derivano dalla difficoltà di accettare le propria miseria e niente riconcilia tanto con se stessi quanto il sentirsi amati. Cristo ci ha rivelato l’amore incondizionato di Dio per ogni essere umano. Chi, nonostante la sua condizione di miseria, si sente guardato continuamente con amore da un Padre che lo ama per quello che è, godrà di una pace interiore inamovibile. Che neanche i suoi errori personali potranno togliere, perché sa che suo Padre lo perdona ogni volta che Glielo chiede. Sapendosi amato in questo modo, amerà se stesso e, libero da problemi personali, potrà dedicarsi completamente ad amare gli altri.

La pace interiore, infatti, non è l’unico frutto dell’umile autostima di chi sa di essere figlio di Dio. Un buon rapporto con se stessi ha anche un’importanza fondamentale per la qualità dell’amore nei confronti degli altri. E’ logico che un atteggiamento conflittuale verso se stessi renda complicato andare d’accordo con gli altri, in primo luogo perché è difficile che chi è assorbito dalle proprie preoccupazioni presti attenzione a quelle altrui. In secondo luogo perché chi teme di essere rifiutato dagli altri diventa suscettibile.

Il Cristianesimo può aiutare a risolvere i problemi di autostima?

Esparza: L’autostima e il Cristianesimo non sono soltanto complementari: penso anche che solo la vita cristiana possa fornire delle risposte stabili ai problemi di autostima. Chi sa di essere figlio di Dio, si dimentica facilmente di se stesso e la qualità del suo amore verso gli altri aumenta. Chi, invece, non è consapevole di questa dignità, si vede impedito a raccogliere quei successi che aumentano la sua autostima e lo rendono meritevole della stima altrui. In questo modo, però, non si raggiunge mai un buon rapporto con se stessi e con gli altri, perché l’io è avvelenato dall’amor proprio e non viene mai soddisfatto completamente. Chi non conosce l’amore che Dio prova verso di lui nonostante le sue miserie avrà due alternative: riconoscerle e deprimersi o autoingannarsi, eventualmente con l’aiuto della psicoterapia (c’è chi ricorre a uno psicoterapeuta perché lo convinca che è una persona fantastica). In questo modo, però, non si ottiene mai una pace duratura, perché l’intelligenza ingannata protesta sempre. E’ a questo punto che il Cristianesimo offre la migliore alternativa. La conoscenza di queste realtà sarebbe la propaganda migliore per la vita cristiana.

Perché nella vita cristiana è stata accantonata l’idea di amare se stessi?

Esparza: Forse per mancanza di sfumature. Ci sono Cristiani ai quali sembra strano che si parli di amore per se stessi, perché pensano che si tratti di un tipo di egoismo. Si sorprenderebbero se capissero che è il contrario, che l’amore per se stessi e l’amor proprio sono inversamente proporzionali. Non si tratta soltanto di amare noi stessi per le nostre qualità, ma soprattutto per l’immenso amore che Dio prova per noi. Se accettiamo l’amore che Dio ha per noi, riceviamo la più grande dignità immaginabile: la dignità di figli di Dio. Questo giusto amore nei confronti di se stessi è il modo più efficace di combattere l’egoismo dell’io. Se rileggiamo la letteratura cristiana, scopriamo che il giusto amore per se stessi è sempre stato presente. Il primo comandamento è sempre stato amare il prossimo come se stessi. Autori antichi come San Tommaso d’Aquino e altri più recenti come Pieper o Lewis, distinguono due tipi di atteggiamento verso se stessi. E’ un concetto che è entrato nella mentalità del popolo cristiano (si pensi al detto: “La carità ben ordinata inizia da se stessi”). Ciò che forse non è stato sottolineato abbastanza è il rapporto esistente tra filiazione divina ed umiltà e tra questa sana autostima e la qualità dei nostri amori. Se ho deciso di scrivere un libro a questo proposito è perché non ne trovavo nessuno da raccomandare. Riconosco che il termine “autostima” non sia il più appropriato per un libro di spiritualità. Derivando dal campo della psicologia, questa parola potrebbe suggerire erroneamente che l’umiltà consiste nel perseguire a tutti i costi un sentimento positivo verso se stessi (l’umiltà non è un semplice stato d’animo; è piuttosto la consapevolezza di una dignità che conduce a dimenticarsi spontaneamente di se stessi). Tuttavia, ho scelto il termine “autostima” per la sua indubbia risonanza positiva. Questa tematica è universale, ma con il mio libro cerco di aiutare soprattutto persone con una certa tendenza all’ossessione perfezionista.

Se consegnassi un libro intitolato “L’umiltà del Cristiano” a una di queste persone, molto probabilmente non lo leggerebbe e penserebbe: “Cerco di essere migliore e mi dispiace quando sbaglio, e per giunta questo autore mi viene a dire che è per mancanza di umiltà”. Sarebbe molto più incoraggiante dirgli: “Si vede che non conosci la tua dignità. Come Cristiano hai più motivi di tutti per amarti anche se hai molti difetti”. C’è un altro motivo per il quale impiego il termine autostima: essendo d’uso comune, permette di divulgare il messaggio cristiano all’uomo comune. La tematica dell’autostima, inoltre, è di moda e parlare di autostima nel Cristiano permette di correggere certi approcci sbagliati. Si insiste giustamente sull’importanza di coltivare un atteggiamento positivo verso se stessi, ma non conviene farlo a scapito della verità su di sé. L’autoinganno non libera.

Cosa intende dire con la frase: “L’umiltà è la virtù che ci aiuta a conoscere la nostra miseria e la nostra grandezza”?

Esparza: Questa frase, che ho imparato da San Josemaría Escrivá, riassume bene quanto ho affermato in precedenza. L’umiltà è la verità e la verità è che tutti abbiamo miserie e che siamo immensamente amati da Dio. Il miglior antidoto alla nostra miseria consiste nello scoprire la nostra grandezza di figli di Dio. Dal momento che il nostri io è “affamato” di stima, il modo migliore perché non dia fastidio consiste nel fornirgli un “cibo” capace di soddisfarlo pienamente. Anziché passare tutta la vita a cercare soluzioni di ricambio che non soddisfano mai del tutto, ci conviene ricorrere direttamente alla fonte della nostra più grande dignità: la meravigliosa realtà di essere follemente amati da un Dio maternamente paterno. In questo modo rettifichiamo ciò che è stato alterato fin dagli albori dell’umanità. Solo in questo modo, sapendoci così amati, amiamo noi stessi e possiamo sperimentare la gioia di amare gli altri in modo sempre più libero e disinteressato.

Lei cita molto lo scrittore inglese Lewis: le sue intuizioni sull’umiltà sono valide?

Esparza: Ammiro questo autore per la sua acutezza intellettuale e il suo senso dell’umorismo. Nel suo libro “Semplice Cristianesimo”, c’è un capitolo antologico sull’umiltà, di appena 12 pagine, molto profondo e sempre attuale.

Lei ha una buona autostima?

Esparza: Ora più che mai. Nel mio libro cerco di trasmettere intuizioni che mi hanno aiutato molto ad orientare in maniera corretta la mia vita cristiana e che, attraverso la mia opera pastorale, aiutano molte altre persone.

Ciò non vuol dire che non ci siano alti e bassi. Ci sarà sempre una lotta per recuperare la pace interiore. Si dice che la superbia non scompaia fino a mezz’ora dopo la morte, ma – finché non ci si allontana dall’amore di Dio – si dispone di qualcosa con cui compensarla.

San Charbel: Il “Padre Pio” libanese (Seconda parte)

sancharbelLEGGI LA PRIMA PARTE (clicca qui)

Ogni santo eccelle in particolari virtù o pratiche ascetiche: quali erano quella caratteristiche di San Charbel?

Patrizia Cattaneo:  “Difficile scegliere. Il suo impegno nell’ascesi era totale e continuo. Si infliggeva mortificazioni continue,  come il digiuno permanente, le veglie incessanti, il lavoro durante la malattia, le notti al gelo, il rifiuto delle medicine. Si nutriva scarsamente e dormiva pochissimo, ma lavorava alacremente nei campi come un condannato ai lavori forzati. Parlava solo per ubbidienza o per necessità, a bassa voce, senza guardare l’interlocutore, teneva sempre il cappuccio calato sugli occhi e lo sguardo abbassato. Usciva dal monastero solo quando il superiore gli ordinava di visitare i malati o celebrare battesimi e funerali. In assenza del superiore, ubbidiva a chiunque gli impartisse un ordine. Neppure un indigente avrebbe accettato il suo cibo, il suo letto e i suoi vestiti. Ma la sua povertà più eccelsa consisteva nel mascherare la sua ricchezza spirituale. La messa era il fulcro della sua giornata, vi si preparava a lungo e con estrema cura. Pregava incessantemente e restava inginocchiato per ore davanti al tabernacolo. Un giorno un fulmine colpì l’eremo, incendiò la tovaglia dell’altare e gli bruciò l’orlo della veste, ma il santo era talmente immerso nella preghiera che non si accorse di nulla”.

Cosa avvenne dopo la sua morte?

Patrizia Cattaneo: “Il santo spirò la vigilia di Natale del 1898. Il giorno dopo fu sepolto nella fossa comune del monastero. Per alcuni mesi una luce brillante e misteriosa, visibile in tutta la vallata, si sprigionava ogni notte dalla sua tomba. La  corrente elettrica non era ancora arrivata in quei luoghi, e lo spettacolo era impressionante.  La fama di santità di Charbel richiamava molta gente, e i monaci temevano che qualcuno pensasse di trafugare la salma, e così, poco mesi dopo la sepoltura decisero di trasferire il corpo all’interno del convento. Aprendo il sepolcro, scoprirono che quel corpo era ancora intatto e flessibile, come di una persona che stesse dormendo. Un liquido vischioso trasudava dai suoi pori, simile al plasma che esce dalle piaghe di una persona viva, e si scoprì che quel liquido aveva straordinarie proprietà taumaturgiche. Il fenomeno, assolutamente inspiegabile, durò per 79 anni, cioè fino al 1977, anno della canonizzazione.  “Non ho mai visto né letto di  un caso simile in nessun libro di medicina”,  disse il dottor Georges Chokrallah, che fu un testimone al processo di beatificazione di Charbel. “Spinto da curiosità scientifica, ho cercato di scoprire il segreto di quel corpo e di quel liquido. Dopo averli esaminati per circa 17 anni, due o tre volte l’anno, la mia opinione personale, basata sullo studio e sull’esperienza, è che fossero imbevuti di una misteriosa  forza soprannaturale”».

Perché il 1950 fu definito “anno charbeliano”?

Patrizia Cattaneo: “Perché in quell’anno i fenomeni soprannaturali riguardanti Padre Charbel conobbero una autentica esplosione. Il 1950 era, per la Chiesa, l’Anno Santo. E per quell’occasione si decise di esporre la salma dell’eremita alla venerazione dei fedeli.  La tomba fu aperta alla presenza di un comitato ufficiale e la salma, ancora morbida e incorrotta. Da quel momento i miracoli si moltiplicano a dismisura e in pochi mesi il convento ne registrò oltre duemila.

“Quell’anno un sacerdote, giunto in pellegrinaggio ad Annaya, scattò una foto di gruppo davanti all’eremo. Quando sviluppo il negativo scoprì che su quella foto c’era una persona che non era presente al momento dello scatto: si trattava dell’immagine del santo, come venne identificata da chi lo aveva conosciuto. Un’immagine preziosa perché padre Charbel non era mai stato fotografato da nessuno quando era in vita. E da quella immagine “miracolosa” è stato poi ricavato il ritratto ufficiale ora conosciuto”.

Lei ha conosciuto persone “miracolate” da San Charbel?

Patrizia Cattaneo:  “Diverse.  Uno dei casi più sconcertanti riguarda una signora libanese che ora ha 74 anni. Si chiama Nohad Al-Chami. E’ illetterata, ma ricca di fede. Il 9 gennaio 1993 fu colpita da ictus cerebrale. Una doppia occlusione della carotide, le causò la paralisi della parte sinistra del corpo. Rimase nove giorni in terapia intensiva all’ospedale di Byblos, destando serie preoccupazioni, perché non reagiva alle cure. Un intervento chirurgico era stato momentaneamente escluso perché considerato troppo rischioso. Nel frattempo venne rimandata a casa.  Aveva gravi difficoltà di parola,  di movimenti e poteva nutrirsi solo con una cannuccia. I figli iniziarono a pregare san Charbel. Frizionarono il collo della loro madre con un impasto di terra e olio benedetto provenienti dalla tomba del santo.

“La sera del 22 gennaio, Nohad sognò due monaci immersi in una grande luce che si avvicinavano al suo letto. Uno di loro le disse: “Sono san Charbel e sono qui per operarti”.  Nohad si spaventò, ma il santo aveva già iniziato l’intervento. Mentre le sue dita le incidevano la gola, la donna provò un dolore lancinante. Infine san Marone, l’altro monaco, le sistemò il guanciale dietro la schiena e l’aiutò a sedersi sul letto, quindi le porse un bicchiere d’acqua, invitandola a bere senza la cannuccia. Nohad esitava, ma san Marone le disse: “Ti abbiamo operato. Ora puoi alzarti, bere e camminare”. La donna si destò di soprassalto e si trovò seduta sul letto, come nel sogno.

“Si alzò da sola senza difficoltà e si diresse verso il bagno. Guardandosi allo specchio vide due tagli di dodici centimetri ai lati del collo, chiusi da alcuni punti di sutura, da cui fuoriusciva ancora il filo chirurgico. La gola e i vestiti erano imbrattati di sangue. Andò subito a svegliare il marito, che balzò dal letto spaventato. Anche le difficoltà di parola erano scomparse, così Nohad potè raccontare l’accaduto parlando normalmente. Al mattino, accompagnata dal marito si recò al monastero di Annaya per ringraziare san Charbel e riferire i fatti al superiore. I medici, poi, certificarono la sua guarigione inspiegabile.

“La notizia del miracolo si diffuse in un lampo, e la gente cominciò a riversarsi a casa sua. Temendo per la sua salute, il medico e il parroco le consigliarono di trasferirsi temporaneamente da suo figlio, ma san Charbel le apparve in sogno e l’ammonì: “Ti ho lasciato le cicatrici per volere di Dio, perché tutti le possano vedere, soprattutto quelli che si sono allontanati da Dio e dalla Chiesa, affinché tornino alla fede. Ti chiedo di recarti all’eremo ogni 22 del mese, nella ricorrenza della tua guarigione, per partecipare alla messa. Là io sono sempre presente”. Da allora, il 22 del mese, Nohad si reca col marito all’eremo di Annaya, per partecipare alle funzioni liturgiche. La gente può vedere sul suo collo le cicatrici arrossate e sanguinanti. Sono migliaia i pellegrini di ogni confessione religiosa, provenienti da ogni parte del Libano e del mondo, che partecipano all’evento e sono innumerevoli le conversioni prodotte dalla sua testimonianza.

Il fatto, clamorosissimo, è stato oggetto di studio da parte di diversi medici. Nel 2002 un’ecografia carotidea ha rivelato che la signora Nohad ha subìto un reale intervento chirurgico bilaterale, che le sue arterie sono in buono stato e che l’ictus non ha danneggiato il cervello.”

Il ritorno degli angeli tra devozione e mistificazione (Marcello Stanzione)

angeloChe cosa rappresentano gli angeli per la fede cattolica e perché oggi sono oggetto d’indagine più da parte di altri gruppi e movimenti religiosi che dei cristiani?

Don Marcello: Purtroppo la catechesi sull’evangelizzazione è stata un po’ carente su questo punto della conoscenza del mondo degli angeli, così altri hanno approfittato del vuoto che si è creato. In teologia ciò che è centrale è la dottrina su Dio, sulla Santa Trinità e su Gesù Cristo, però gli angeli non sono realtà inutili o superflue perché fanno parte della rivelazione di Dio.

Gli angeli sono delle creature come noi, con una differenza ontologica, noi nasciamo e moriamo, gli angeli non muoiono e ci sono dati da Dio per farci compagnia. Gli angeli sono un complemento importante nella creazione del corpo, sono i migliori amici degli essere umani, un teologo ha scritto che gli angeli sono servi di Dio e si fanno servi di coloro che si fanno servi di Dio.

Alcuni sostengono che Gesù Cristo essendo l’unico mediatore non ha bisogno degli angeli, in realtà negli Atti degli Apostoli non c’è solamente lo Spirito Santo, ma c’è la storia della Chiesa primitiva che mette in evidenza il ruolo fondamentale degli angeli. Possiamo dire che Gesù Cristo è l’unico mediatore e gli angeli collaborano nella mediazione di Gesù Cristo.

Il calo dell’attenzione e venerazione degli angeli negli ultimi cinquantanni è dovuta ad una certa secolarizzazione, influenzata da una deriva protestante, che critica la venerazione della Madonna, dei santi e degli angeli. Sulla natura e ruolo degli angeli non è stata fatta un’evangelizzazione chiara e c’è una certa confusione anche tra i cattolici. Ho scritto e pubblicato diversi testi di preghiere cristiane agli angeli per evitare che anche dei catechisti credessero o utilizzassero testi ambigui che circolano nelle librerie.

Diversi di questi testi ambigui sono recensiti da riviste cattoliche senza fare nessuna osservazione critica: sono saggi che si basano sull’astrologia, sui 365 gradi dello zodiaco e sostengono che ogni cinque gradi c’è un angelo protettore per cui chi è nato in quei cinque gradi ha quell’angelo protettore. Si tratta di una specie di magia bianca.

Ho incontrato diverse persone impegnate in Chiesa che confondevano la devozione cattolica con questi riti. D’altro canto basta entrare in una libreria per trovare nel settore esoterico circa 30-40 titoli testi esoterici sugli angeli. Questo mostra la grande confusione che c’è. Ci sono pochi autori cattolici che scrivono dei testi ortodossi sugli angeli.

L’intercessione degli angeli nei confronti del Signore è quindi sfuggita di mano ai cattolici?

Don Marcello: C’è questo problema. A certe persone fa comodo utilizzare gli angeli per falsare il rapporto con Gesù Cristo e con le istituzioni ecclesiastiche. In questo modo si falsa anche il discorso dei dieci comandamenti e quello della morale. E’ una religione fai da te, con gli angeli che servono per farti trovare il fidanzato o il parcheggio, insomma se ne fa un uso molto banale, un uso magico. Invece l’angelo ha una grande dignità, anche l’angelo più semplice è di gran lunga più intelligente e potente dell’essere umano. E’ evidente la carenza che si è verificata nell’educare le nuove generazioni alla devozione e al rapporto con gli angeli. Sono 15 anni che mi occupo di questa questione, e in questa opera di educazione vengo apprezzato e sostenuto dal mio Vescovo.

Gli angeli precedono la creazione dell’Uomo? E come spiegherebbe il caso di Lucifero?

Don Marcello: Sulla nascita degli angeli è in atto un dibattito, nel senso che alcuni sostengono che gli angeli sono stati creati prima degli uomini, per altri contemporaneamente agli uomini. Per quanto riguarda Lucifero, è la prova che Dio non impone la fede e vuole essere amato per forza, ma lascia libertà di scelta.

Bisogna però precisare che non c’è dualismo, nel senso che Lucifero non è antagonista di Dio. Lucifero è antagonista di Michele, perché Dio, non abbassandosi a combattere Lucifero, ha mandato Michele. Molti hanno le idee confuse e pensano che Dio e il diavolo combattono, ma questo sarebbe ingiusto, perché non c’è paragone tra le due forze. Per questo è San Michele e Maria che combattono i demoni. Noi esseri umani non possiamo combattere contro i diavoli, a meno che non si invochi Maria, San Michele, gli angeli e le schiere celesti per respingere i diavoli.

Noi vinciamo contro il male in collaborazione con gli angeli. Bisogna essere consapevoli che gli angeli che si sono ribellati a Dio lavorano assiduamente per la nostra dannazione, ma non bisogna lasciarsi prendere dalla paura né dall’agitazione. Alla fine bisogna capire che se fanno così è perché Dio glielo permette per un progetto superiore, molti santi hanno detto che l’angelo custode ci ha fatto grandi servigi, ma il diavolo ancora di più. Perché ogni persona diventa santa alla prova delle tentazioni. Anche nella nostra vita normale, superiamo tutte le prove più brutte e negative crescendo nella fede.

Qual è stato lo scopo del Convegno?

Don Marcello: Ogni anno agli inizi di giugno facciamo un meeting sugli angeli. L’anno scorso abbiamo approfondito la figura di San Michele, quest’anno parliamo degli angeli oggi tra devozione e mistificazione, l’anno prossimo approfondiremo il rapporto tra gli angeli ed i santi.

In questo modo vogliamo colmare una lacuna e superare il pregiudizio secondo cui la discussione sugli angeli non è ritenuta degna di discussione teologica. Noi diamo ai nostri Convegni una impostazione teologica e soprattutto pastorale. Nel Convegno di quest’anno ho presentato l’iconografia della via angelica. Si tratta di 14 stazioni del Nuovo e Antico Testamento in cui si presenta l’angelo con un personaggio della Bibbia, per esempio l’angelo che libera Pietro dal carcere, l’angelo che annuncia la nascita di Gesù ai pastori di Betlemme, l’angelo che libera Daniele dalla fossa dei Leoni ecc. Sono tutte meditazioni bibliche e siamo in attesa di un riconoscimento come pii esercizi. Tra le relazioni di questo anno, si è distinta quella del dott. Andrea Menegotto, Vicepresidente del Cesnur, che ha speigato come gli angeli sono strumentalizzati dalla New Age, dallo spiritismo e dall’esoterismo.

E’ plausibile e cristiano pensare che ognuno di noi ha un angelo custode?

Don Marcello: Chi non crede all’esistenza dell’angelo custode si pone fuori dalla dottrina di fede. Ogni persona ha un angelo come un buon pastore, lo dice anche il Catechismo della Chiesa Cattolica ed è stato ribadito dall’ultimo Compendio sul Catechismo della Chiesa cattolica. Non si può dire di credere in Dio, credere nello spirito Santo, credere nella Madonna, senza credere negli angeli. Noi non vediamo gli angeli, ma nella storia della Bibbia e nella storia della Chiesa molti santi hanno avuto contatti frequenti con gli angeli, hanno sperimentato un rapporto. Diversi mistici parlano di questa relazione con gli angeli.

I grandi santi sono tutti devotissimi all’angelo custode. Padre Pio per esempio è stato uno dei più grandi divulgatori nell’epoca moderna di devozione agli angeli. Era sempre in contato con gli angeli e per salutare diceva, “salutatemi l’angiolino”, mandava le persone in pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo, a San Michele Arcangelo al Gargano e diceva sempre ai suoi figli spirituali “quando avrete difficoltà mandatemi l’angelo custode, perché l’angelo non paga il biglietto del treno, e non consuma le suole delle scarpe”. Per lui l’angelo custode era una realtà vivente e visibile. Penso che i tempi siano maturi perchè nelle Facoltà teologiche vengano istituiti corsi sulla angiologia e sulla demonologia.
Zenit

La sfida dei Cristiani venuti dall’Islam (parte II)

cristiani_e_liberta_religiosaLEGGI LA PRIMA PARTE

Una ragazza algerina, padre cattolico, madre algerina musulmana, nata a Varese, educata all’islam. Un giorno è andata al liceo e ha avuto di fianco una ragazza di “Comunione e Liberazione” che è diventata la sua migliore amica. Ha cominciato a studiare con lei, a 15 anni si è chiesta come mai questa sua amica era sempre allegra, felice, e gli ha chiesto: posso venire anch’io alle gite ed agli incontri che organizzate? Solo dopo aver frequentato gruppi di giovani uniti dalla fede cristiana ha capito che l’origine di questa gioia era Gesù ed il suo amore. Ed ha detto allora questo lo voglio anch’io. All’inizio ha avuto problemi con la madre che non accettava che andasse all’oratorio, in parrocchia, a Messa, poi ha scelto lei.

Spesso all’interno della famiglia musulmana, il padre o la madre, o nella comunità, c’è un opposizione radicale ai fenomeni di conversione verso il cristianesimo. Ci sono casi estremi, con persone che vengono uccise se si allontanano dai costumi musulmani. Dalle diverse storie ho tratto il convincimento ancora più chiaro che alla base della conversione ci sia il fascino umano rappresentata dalla testimonianza cristiana. Un ragazzo turco che non trovava risposte convincenti all’interno della tradizione islamica, andava dall’Imam e quello gli rispondeva di leggere il Corano. Il ragazzo turco leggeva il Corano ma le risposte non le trovava. Così un giorno ha fatto visita ad un francescano, gli ha posto le stesse domande ed ha ricevuto le risposte precise e soddisfacenti, e questo lo ha portato alla conversione.

E’ vero che alcuni si sono convertiti leggendo il Vangelo?

Paolucci: Proprio così. C’è un bosniaco che combatteva nel Balcani nelle milizie musulmane contro i serbi e contro i croati. Durante la notte ascoltava in trincea una radio di Sarajevo che trasmetteva contemporaneamente i discorsi di Mustafa Ceric, capo della comunità islamica di Bosnia ed Erzegovina, e i discorsi del Cardinale Vinko Pulijc sulla guerra. Ceric diceva dobbiamo fare la guerra santa (jihad) e combattere perché questa terra diventi musulmana, ed è dovere di ogni musulmano fare la jihad, mentre Puljic diceva che non ci sarà pace su questa terra finché non avremo il coraggio di perdonarci e che la riconciliazione è l’unica strada che porterà all’amicizia. E lui rimaneva colpito dal fatto che mentre il suo leader incitava all’uso delle armi il suo nemico invitava alla riconciliazione.

Finchè per motivi diversi è venuto in Italia dove è finito in carcere ingiustamente per un incendio in cui non c’entrava nulla, infatti è stato poi assolto. Nel periodo passato carcere ha incontrato una suora croata che andava a trovare i detenuti, e gli ha chiesto se voleva leggere il Corano, ma l’ufficiale bosniaco ha risposto che il Corano lo conosceva già e voleva leggere il Vangelo, perché si ricordava una frase del Cardinale Puljic che diceva che Gesù nel Vangelo ci insegna il perdono. La suora rimase colpita, e gli procurò un Vangelo in lingua croata, lui lo lesse ed iniziò una amicizia che alla fine lo ha portato al battesimo. Sono delle storie miracolose, come è miracolosa ogni conversione. Un’altra storia riguarda la conversione di una ragazza turca che ha avuto un sogno. Costei amava un italiano che ha sposato civilmente in Turchia, subito dopo è venuta ad abitare a Verona; doveva sposarsi ma il Vescovo tardava nel dargli il consenso per il matrimonio misto, c’erano ostacoli di natura burocratica.

A questo punto la ragazza fa un sogno dove gli appare un uomo con il naso adunco e la veste bianca, che gli dice sono Giovanni non ti preoccupare perché la tua vita sarà felice. Dopo un mese, lei stava lavando i piatti in cucina quando vede in TV Piazza san Pietro con una immagine della faccia di quella stessa persona che aveva sognato. Naso adunco, vestito di bianco, un po’ grassottello. Chiama suo marito e gli dice, vieni a vedere quello è l’uomo che ho sognato, si trattava della beatificazione di Giovanni XXIII, la ragazza turca aveva sognato il Pontefice bergamasco. E dopo pochi giorni da questa rivelazione arrivò dalla Curia di Verona la notifica che il matrimonio si poteva celebrare. Lei rimase così colpita che chiese il battesimo. Insomma tutte storie di persone che sono state raggiunte da Cristo in maniera misteriosa, assolutamente non programmata.

E’ vero che c’è anche chi si è convertito ascoltando “Radio Maria”?

Paolucci: Proprio così. Si tratta di un algerino che voleva imparare l’italiano. L’università era chiusa perché c’erano stati dei disordini, lui era un appassionato di lingue, aveva comprato un corso di audiocassette in italiano, e si era chiuso in casa a studiare. Per migliorare la sua conoscenza della lingua utilizzava la radio. Una sera si ferma su una stazione che ripeteva in continuazione le stesse parole, a lui serviva molto questa litania per imparare la lingua. Era Padre Livio che da Erba recitava il rosario, le parole che venivano ripetute erano quella dell’ “Ave Maria, piena di grazia…”. Il ragazzo stava imparando l’italiano ed è rimasto affascinato da questa preghiera. Ha continuato ad ascoltare “Radio Maria”, ha approfondito la sua conoscenza del cristianesimo e di Maria sui libri.
Si è convinto che la religione cristiana era quella che voleva seguire. Il prete francese di Algeri non l’ha voluto battezzare perché era troppo pericoloso in quel momento. E’ quindi venuto in Italia, è andato a trovare la redazione di “Radio Maria”, si è fatto battezzare e adesso vive in Toscana, E’ diventato un grande devoto di Maria, ma è ancora uno che vive nascosto, perché ha la famiglia ad Algeri, il fratello era entrato in un gruppo islamico.

In Appendice al libro c’è la storia molto bella di un libanese musulmano che si è convertito al cristianesimo, è diventato sacerdote ed ha poi convertito centinaia di musulmani. La sua storia è arrivata fino in Segreteria di Stato. L’allora Pontefice Paolo VI lo invitò a Roma, ed in ginocchio gli chiese la benedizione, dicendogli: “Tu sei l’esempio di come la libertà di Dio non ha confini”.

Esiste una pastorale per i convertiti dall’Islam?

Paolucci: La Conferenza Episcopale Italiana ha preparato un documento “Catecumeni provenienti dall’Islam” (Paoline 2000), scritto da don Walther Ruspi. C’è giustamente molta cautela perché molti dei musulmani convertiti rischiano la vita. E’ un problema di libertà che non tocca solo i paesi islamici. Purtroppo si sta verificando un problema di libertà anche in un paese come l’Italia, perché l’Islam prevede solo una religione da cui non si può uscire. Da questo punto di vista è molto importante chiedere alle comunità musulmane di riconoscere ai loro fratelli la libertà religiosa di potersi convertire e di vivere liberamente in Italia.

Quali sono le conclusioni che avete tratto da questa inchiesta?

Paolucci: Noi diciamo che il libro lancia tre sfide: la sfida all’Islam perché riconosca la libertà religiosa, la sfida alle autorità civili italiane che devono garantire questa libertà e la sfida a noi cristiani “tiepidi” affinché si riaccenda l’amore di Gesù. Come scritto dall’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo approvata nel 1948, il diritto alla libertà religiosa è fondamento di ogni società civile. E’ legittimo che le comunità musulmane presenti nel nostro Paese chiedano la tutela dei loro diritti religiosi, ma proprio per questo devono riconoscere lo stesso diritto anche a coloro che liberamente intendono convertirsi ad un’altra religione.

Da questo punto di vista le autorità civili italiane devono garantire il diritto e la pratica della libertà religiosa. Non è ammissibile che un convertito dall’islam debba vivere clandestinamente, frequentare una chiesa che sta a 30 chilometri dall’abitazione, perché ha paura che la comunità musulmana lo colpisca. La terza e decisiva sfida è alla Chiesa, perché questi convertiti sono parte della nuova primavera del cristianesimo, in un paese dove il cattolicesimo è spesso diventato un soprammobile. Nel corso dell’inchiesta per la pubblicazione del libro, Camille Eid ed io siamo rimasti colpiti dalla freschezza e dal coraggio di questi convertiti dall’islam, i quali ci dicevano “voi non vi rendete conto di quale grande tesoro avete… Gesù Cristo ha rivoluzionato la nostra vita”.

Un algerino ci ha detto “voi tenete lo scrigno con il coperto chiuso, e dentro c’è un tesoro. Noi veniamo nelle vostre chiese e non vediamo il tesoro, veniamo in un paese cattolico come l’Italia e vediamo che lo scrigno è chiuso, invece lo scrigno dovete tenerlo aperto perché c’è un tesoro che è per tutti. Gesù lo dovete comunicare agli immigrati che arrivano, invece siete timidi ed avete vergogna”.

In questi convertiti abbiamo visto una fede straordinariamente vitale che ci ha richiamato alla mente la rivoluzione che Cristo ha operato nel mondo.
Zenit

Il Signore toglie (un figlio) soltanto per dare un dono piu’ grande

figli_in_cieloEsiste una Associazione denominata “Figli in Cielo” (www.figlincielo.it),  che offre un itinerario di fede e di speranza per aiutare a superare il  dolore per la perdita prematura di un figlio e ritrovarlo in Cielo, cioe’ nel  mistero di Dio.    L’Associazione che si pone come una “Scuola di fede e di preghiera” avvia le  famiglie alla Lectio divina perche’ siano aiutate a far risuonare la Parola  nella propria vita personale. A tutt’oggi e’ stata contattata da più di  10.000 famiglie ed e’ attiva in circa 100 diocesi in Italia, in Spagna, in  diversi paesi dell’America Latina e Centrale, negli Stati Uniti, in  Inghilterra ed in Nuova Zelanda. 

A fondare ed animare l’Associazione è Andreana Bassanetti, psicologa e  psicoterapeuta di Parma, che ha vissuto sulla propria pelle una tragedia  lacerante di questo tipo: il suicidio della figlia ventenne, Camilla,  travolta da una infelicità interiore che non poteva più sopportare.    Di fronte a questo dolore, Andreana dopo sei mesi in cui non riusciva ad  alzarsi dal letto uscì ed incontrò una chiesa aperta, entrò con la  sensazione che qualcuno l’aspettasse da tempo e da quel giorno, attratta da  una forza sconosciuta, per otto mesi, ritornò a inginocchiarsi in quei  banchi.

Leggendo i Salmi – ha raccontato a ZENIT la psicologa di Parma – “sentii una  voce interiore che pronunciava parole d’amore. Più che una voce era un  soffio caldo, intensissimo, come una melodia, un canto dalle parole sfumate,  che mi permeava e mi riempiva e mi scioglieva interiormente: riuscivo a  percepire confusamente solo la parola amore”.    Nel libro “Il bene più grande – storia di Camilla” (Edizioni Paoline, 169  pagine, 9,30 Euro), la Bassanetti racconta che “il tutto durò solo una  decina di secondi, ma ebbe un effetto grandioso, miracoloso, mi liberò dal  pesante macigno che mi paralizzava”.    “Dio mi aveva dato un cuore nuovo. Mi accorsi che stavo piangendo:  silenziosamente, calde lacrime mi rigavano il volto: come si può resistere  ad un amore così grande?”, aggiunge.    “Quella notte fu per me una notte davvero santa, miracolosa – scrive ancora  – . Ritornai a casa trasformata con il cuore colmo di gratitudine,  sigillando nel profondo le parole del Salmo 39: ‘Ecco io vengo o Dio a fare  la tua volontà'”.    ZENIT ha incontrato la dottoressa Andreana Bassanetti al Convegno Ecclesiale  di Verona, e le ha rivolto alcune domande.

Come si fa a superare un dolore tanto forte come la morte di una figlia?   

Bassanetti: Quando muore un figlio per cause accidentali o naturali, per un  genitore lo strazio è indescrivibile. E’ il dolore più grande che un essere  umano possa provare. Un distacco così lacerante che non si rimargina più:  l’esistenza di chi resta, se riuscirà a viverla, non sarà più la stessa, ma  il Signore toglie soltanto per dare un dono più grande.    Dopo mesi in cui non riuscivo a sopportare il dolore e pensavo di morire  anch’io, il Signore mi fece veramente visita e mi colmò di grazie, mi  avvolse tra le sue braccia materne, mi consolò, medicò le mie ferite e  soprattutto ammorbidì il mio cuore, indurito dal dolore. Presi coscienza di  Lui, del suo Mistero, della sua Presenza, del suo Spirito che vivifica l’  anima, accende il cuore e apre la mente al cielo. E nella luce che tutta mi  avvolgeva e mi faceva rinascere all’amore e alla speranza, ritrovai Camilla.  La Chiesa divenne il luogo privilegiato dei nostri incontri, un momento  sublime di attesa, di dialogo, di unione perché se il corpo avvicina, lo  spirito va oltre, unisce, fonde, con-fonde.    Se oggi tento di ricostruire la mia storia personale, cercando di darle un  ordine cronologico, non posso più cominciare dall’infanzia, ma a  cinquant’anni circa, quando un avvenimento tremendo, drammatico, luttuoso,  fallimentare, crocifiggente, la morte di mia figlia Camilla a soli ventun  anni, mi ha fatto incontrare Dio. O meglio, la mia vita vera è iniziata  quando Dio ha fatto irruzione nella mia vita. Sconvolgendo ogni cosa, ma  senza sconvolgere, capovolgendo l’ordine ed il senso di prima, ma nel  contempo restituendo a ogni avvenimento un senso primordiale che mi precede,  mi anticipa e mi stupisce ogni volta. Un senso che supera di gran lunga, mi  sovrasta e si sottrae ad ogni analisi psicologica o psicoanalitica. Un vero  e proprio miracolo che ha dato un avvio vero e autentico alla mia esistenza.

Come si fa a ringraziare Dio di fronte a un evento così drammatico?   

Bassanetti: Ci sono verità che il Signore ha nascosto nel segreto del nostro  cuore, che richiedono tutto un lungo cammino al buio, esigono tutta la  fatica di una ricerca, fino all’incontro con Lui. Per ritrovare i figli  nella Vita vera, la Verità ci dice che la Via è una sola “Se qualcuno vuol  venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Lc  9,23).    Anziché ribellarsi e costringere il figlio a tornare indietro, a una  dimensione, diciamo più terrena, è il genitore che deve andare avanti, nella  sua libertà di scelta e di tempi, rinnegare se stesso. Rinnegare la  maternità-paternità umana per elevarsi a una maternità paternità divina,  nella nuova dimensione che lo stato spirituale del proprio figlio richiede.   E’ importante non aver paura del dolore, anche se acuto e apparentemente  incontenibile nessuna notte è così lunga da non permettere un nuovo giorno.  Anche se il percorso è lungo e faticoso, è bene non lasciarsi annientare dal  dolore ma rispettare i propri stati d’animo assecondando le esigenze  interiori che via via si manifestano, non bisogna sfruttare i tempi saltando  tappe importanti che costituiscono un fondamento importante e costruttivo  per sé e per l’intera famiglia.   

Questa esperienza ha cambiato anche il suo modo di lavorare, vero?   

Bassanetti: Certo. L’obiettivo non è soltanto il benessere, la salute di  quel ragazzo o ragazza o adulto che sono pur sempre importantissimi. Insieme  cerchiamo l’incontro con Dio, la salvezza personale, pur nella libertà delle  scelte e nel rispetto dei linguaggi personali. L’esperienza dolorosa che ho  vissuto con Camilla, perché nessun altro soffra le sue stesse pene, e questo  lo offro per la sua intercessione, a favore di tutti i giovani in qualche  modo bisognosi, e sono sicura che lei insieme con i ragazzi che sono in  Cielo con lei, sta intercedendo per me.

In alcune parti dei suoi libri lei parla del dolore di Maria di fronte alla  Passione e la morte di Gesù Crocifisso, perché?   

Bassanetti: Credo che bisogna riflettere sul mistero di Maria, una madre che  vede la passione, la morte e la Resurrezione di suo figlio. Bisogna sostare  con Maria ai piedi della Croce e come lei senza timore penetrare il mistero  della morte e alla luce di colui che l’ha vinta, sa trasfigurare ogni croce,  nella sua Resurrezione.    Lei, la Madre dei dolori, che ben conosce il patire, che ben comprende ogni  esistenza trafitta, lei per prima nella sua purezza e trasparenza, ha reso  possibile a questo mistero di grazia di rivelarsi nella sua pienezza, nella  sua più alta magnificenza. Lei per prima ha tenuto aperta la porta del suo  cuore umano squarciato, perché la gioia divina scaturisse in tutto il suo  splendore e l’opera di Dio si manifestasse in tutta la sua bellezza.    Per questo è testimone e modello umile e fedele di un mistero che va oltre  ogni avversità e ogni tragedia umana, oltre ogni vita crocifissa. Secondo  me, c’è in ogni cuore una preziosità che non va trascurata, né evitata, né  banalizzata, né rimossa. E’ il cuore stesso di Maria, fonte zampillante di  vita nuova, causa nostrae laetitiae, che dona a noi il suo bene più grande,  il suo Gesù.    Lei sostiene anche che c’è un legame tra la famiglia, il dolore e  l’Eucaristia.

Ci spiega il nesso?  

Bassanetti: Se la famiglia è una piccola chiesa domestica, come ha  sottolineato Giovanni Paolo II, una famiglia colpita da un lutto tanto  grande è un piccolo “tabernacolo vivente” che custodisce gelosamente l’Ostia  santa e immacolata che si dona a noi. Il dono che si fa Eucaristia bene di  grazia.    Ogni volta che un papà ed una mamma, una sorella o un fratello, un “povero  più povero” cioè privato del suo bene più caro mi si accosta e mi apre il  suo cuore trafitto, stanco di lacrime, mi prostro in silenziosa adorazione  davanti all’Ostia che da quel tabernacolo si fa visibile. E ogni volta che  qualcuno ravviva la mia ferita, si ravviva anche il miracolo della sua  Presenza e la ricchezza che porta con sé.    Intervista ad Andreana Bassanetti, psicologa e psicoterapeuta di Parma.

Zenit