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I rischi di una genetica selvaggia: una visione riduzionistica dell’uomo

geneticaLa storia della diagnosi prenatale e’ una storia recente che va di pari passo con lo sviluppo della tecnologia, da una parte, e con le nuove scoperte genetiche, dall’altra.

E’ dagli anni ’70 del XX secolo che la diagnosi prenatale si e’ diffusa a macchia d’olio fra il grande pubblico, permettendo a molte coppie di conoscere il corredo genetico del proprio figlio molto prima della nascita e spesso anche molto prima dell’insorgenza della malattia stessa. Il Progetto Genoma Umano ha inciso enormemente sulle possibilità della diagnostica prenatale, modificando da un lato l’offerta delle tecniche diagnostiche prenatali, dall’altro il vissuto della gravidanza per medici e gestanti. Quando il 7 aprile del 2000 fu annunciato il completamento del sequenziamento dell’intero genoma umano, in molti avevano creduto che finalmente si fosse giunti alla possibilità non solo di riconoscere e diagnosticare precocemente molte malattie genetiche ma che soprattutto si sarebbe stati in grado a breve anche di curarle. Sfortunatamente non fu considerato che la mappatura del genoma rappresentava solamente il primo passo di un lunghissimo percorso che era ben lungi dal vedere il traguardo della terapeutizzazione di molte malattie.

Il gap tra diagnosi e terapia si è andato ampliando enormemente lasciando medici e genetisti in una condizione particolare e pericolosa: sapere, conoscere di prossime o future malattie attraverso la diagnosi senza la possibilità di curare l’individuo risultato affetto. Questo “sapere senza poter fare” ha di fatto sollevato numerose questioni etiche e sociali, le quali avrebbero dovuto indurre i soggetti coinvolti – medici, scienziati, genetisti, istituzioni – a porsi delle domande non solo sull’immediato ma anche sulle conseguenze future, sulle ripercussioni a medio e lungo termine che alcune pratiche potevano far emergere. Sarebbe stato opportuno cioè invocare quel “principio di precauzione” che in altri ambiti è stato non solo evocato ma anche applicato in maniera incondizionata e che invece in ambito genetico prenatale è stato ritenuto limitante la libertà personale delle coppie e la possibilità di autodeterminazione della donna. Il principio di precauzione è una sorta di principio del sospetto rispetto a qualcosa da cui non so se potrò aspettarmi che ne venga qualcosa di buono per me, per la mia generazione e per le generazioni future, e pertanto nel dubbio mi comporto come se da ciò ne dovesse conseguire qualcosa di male per me.

Tale atteggiamento, una volta assunto, avrebbe permesso di riflettere sulle conseguenze che una tecnologia diagnostica come quella genetica può avere sulla natura dell’uomo, sulla dignità che ciascun uomo possiede e sul rapporto di pari e incondizionata libertà fra esseri umani. Non si è capito insomma – come invece fa argutamente riflettere Hans Jonas – che il possesso di una facoltà o di un potere non significa necessariamente il suo impiego. Siamo stati vittime di quello che sempre Jonas chiama “l’inevitabilità dell’applicazione”, ossia l’idea fondamentale della nostra cultura e della nostra società che sia necessaria “una continua applicazione  del suo potenziale tecnologico”. Se ci si fosse invece fermati a riflettere sulle conseguenze che le tecniche di diagnosi prenatale, senza una risposta terapeutica, avrebbero comportato, si sarebbe forse scoperto che esse in questo modo finiscono per essere altamente discriminatorie perché differenziano i soggetti umani in relazione a delle loro caratteristiche fisiche e biologiche, creando un nuovo tipo di razzismo genetico, e riportando in auge tutti i princìpi classici dell’eugenetica passata. Avendo però, grazie alla tecnologia e allo sdoganamento di una serie di pratiche quali l’aborto, anche uno strumento di sistematica eliminazione del soggetto malato.

La diagnosi genetica prenatale, quindi, quando non inserita in una prospettiva di presa in carico e cura del paziente, diventa un facile strumento di rifiuto che si limita a verificare se ciascun soggetto possiede quelle caratteristiche qualitativamente adatte per poter essere accettato.  Il rifiuto del soggetto portatore del difetto genetico porta all’eliminazione fisica dello stesso. L’avversione nei confronti della malattia – che entro certi limiti è giusta e comprensibile – finisce per avere il sopravvento e annientare la grandezza dell’essere umano che non viene più accettato nemmeno dalla sua famiglia. L’individuo, singolo di anima e corpo, e la grandezza e l’incommensurabilità della sua dignità che gli deriva semplicemente dal suo appartenere al genere umano, vengono schiacciati dal piccolo difetto genetico. L’uomo è ridotto alla somma dei suoi geni che non permettono, nella loro visuale microscopica, di guardare nell’uomo la sua grandiosa natura trascendente che travalica i suoi limiti e i suoi difetti fisici. Questa visione riduzionistica dell’uomo ha inciso profondamente sul vissuto della gravidanza, la quale non riesce più a seguire il suo andamento naturale scandito, nel corso dei nove mesi, dalla trasformazione della donna che protegge il figlio nel suo ventre preparandosi ad accoglierlo.

La gravidanza e i suoi tempi, invece, sono stati sottoposti a delle inesorabili scadenze diagnostiche che rappresentano piuttosto delle tappe per il “controllo qualitativo del prodotto”, secondo una logica che prevede il rifiuto e l’eliminazione dell’oggetto se risultato difettoso ai controlli.  Ciò non vuol dire che la diagnosi prenatale di per sé sia eticamente sbagliata. Quando essa infatti è calata in un contesto medico-assistenziale che prevede la presa in carico, la cura, la terapia – quando possibile – e infine l’accompagnamento dei feti affetti da patologie terminali fino alla loro fine naturale, essa si trasforma in ausilio medico e speranza di amore, vita e accoglienza incondizionata per quel determinato feto e per la sua famiglia. Ad essere rifiutata non è pertanto la diagnosi genetica prenatale in toto, ma solo quella prospettiva che la utilizza per stanare il feto affetto da patologia o malformazione ed eliminarlo al più presto in gravidanza. Quella che va rifiutata è perciò la riduzione dell’essere umano, a prescindere dal suo stadio di sviluppo, alla somma dei suoi geni, al suo pedigree genetico come si farebbe per qualsiasi animale da allevamento.

Di Martina De Nicola

Zenit

Eutanasia: una definizione in tre punti

morte-dolce_eutanasiaPer il Glossario di Bioetica, “morte dolce” ha finito coll’indicare il “dare la morte ad un soggetto con prognosi infausta”, anche se non e’ detto che “morte rapida” sia sinonimo di “morte dignitosa”

“Morte dolce”, che ha finito coll’indicare il “dare la morte ad un soggetto con prognosi infausta”, anche se non è  detto che “morte rapida” sia sinonimo di “morte dignitosa”: si può intendere infatti come “morte dolce” la morte vissuta con coraggio e in compagnia dei cari; il dare la morte è un atto dirompente per il corpo sociale, a differenza della sospensione delle cure inutili da cui deve essere distinta.

Realismo

Letteralmente vuol dire “morte dolce”; nella accezione comune vuol dire “morte provocata (al fine di evitare gravi sofferenze)”, che mal si distingue dal suicidio assistito di una persona consenziente. Nel quadro dell’eutanasia rientra la sospensione delle cure mediche salva-vita, cioè il decreto di non rianimare se sopravviene un rischio impellente per la vita o di togliere le medicine e addirittura l’idratazione e l’alimentazione. Parliamo dunque di un’eutanasia attiva e di una passiva (o omissiva).

La ragione

L’eutanasia preserva realmente la dignità della persona? Scopo dichiarato dell’eutanasia è duplice: evitare la sofferenza ed evitare una possibile diminuzione della dignità della persona. Ma per contrastare la sofferenza ci sono ottimi farmaci; mentre il discorso si fa più complesso per quanto riguarda la dignità: ma davvero c’è qualcosa che intacchi la dignità di una persona cioè la diminuisca realmente? Morire di vecchiaia è più dignitoso che morire di tumore? La dignità umana è un tratto intrinseco della persona, in qualunque stato sia, in qualunque età o stato di salute o socio-economico. È un falso mito dover creare delle situazioni per preservarla, dato che nulla ce la toglie, nemmeno il peggior lager o il peggior aguzzino – mentre è un obbligo morale di tutti rispettarla. È un falso mito che deriva dall’idea che essere dipendenti dagli altri, talora in modo estremo, non sia «degno dell’essere umano», che nella società postmoderna si assume avere una principale e sovrana caratteristica: l’autonomia, l’indipendenza. Tutto ciò che toglie l’autonomia è considerato oggi un attacco allo stesso status dell’essere umano che addirittura perde il titolo di «persona» quando –  bambino o embrione o malato di mente o vecchio – si trova a dipendere dagli altri. Semmai bisogna garantire in tutti i modi che la persona riceva tutte le cure, tra cui quelle palliative, cui ha diritto, e che possa vivere il fine-vita nella maniera più serena e col migliore accadimento. Il probema è far morire bene, che non significa “decidere il quando”, ma il “come”, cioè nel miglior ambiente con le migliori cure e la compagnia migliore. L’eutanasia è solo una scorciatoia per gli stati per non affrontare il problema dei veri diritti del morente.

Da che cultura nasce l’idea di scegliere dove morire? 
Lo slogan «decido io quando e dove morire», è un’esagerazione dettata da fini polemici: a pochissimi toccherà in sorte di trovarsi paralizzati senza poter esprimere le proprie opinioni e dunque di aver qualcun altro che sceglie l’appropriatezza dei trattamenti medici per lui. In secondo luogo, nasce da una cultura dell’autonomia, per la quale il mio valore consiste nella mia capacità di autogestirmi: cosa buona certamente, ma che non deve diminuire il valore della persona che invece ha bisogno di essere accudita anche nelle necessità più pratiche. Sospendere le cure è giusto se le cure sono insopportabili o se non sono efficaci

Il sentimento

Non si può parlare di eutanasia “a tavolino”, supponendo che qualcuno decida a priori cosa vorrà quando starà male. Non si può neanche pensare che no ci debbano essere limiti all’intervento medico quando questo diventa troppo invasivo. Ma c’è un punto sociale da sollevare: la cura alle persone gravemente malate deve essere un obbligo statutario degli enti locali e dello Stato che devono agevolare in tutti i modi le famiglie e i singoli in questo campo. Ipocrisia è parlare contro l’eutanasia senza al contempo pretendere che la persona depressa o l’anziano non siano abbandonati dalla Società; e troppo facile è per lo Stato permettere l’eutanasia invece di prodigarsi ad aiutare chi sta male.

Di Carlo Bellieni   Zenit.org

In difesa delle bambine

black9Hend Nasiri è la giovane attivista yemenita che ha lanciato la campagna per Salvare Warda contro il matrimonio delle bambine nel proprio paese. Quello che lei lancia è un allarme a livello nazionale che richiede un risveglio delle coscienze anche a livello internazionale. La sua denuncia nei confronti di Tawakkul al-Karman, premio Nobel per la Pace, deve fare riflettere e quel senso di responsabilità che lei vorrebbe fare sbocciare in Yemen deve essere ascoltato anche in Occidente. Nella intervista che ha rilasciato in esclusiva per ZENIT descrive una situazione allarmante che vede la vita delle bambine messa quotidianamente a repentaglio da tradizioni retrograde e dall’estremismo islamico.

Il matrimonio delle bambine è una tragedia non solo yemenita, ma diffusa anche in altre aree. Tuttavia i rapporti che riguardano lo Yemen forniscono dati impressionanti.

Ci può narrare quante bambine, e talvolta bambini, vengono costretti a un matrimonio precoce?
Da tempo cerchiamo e analizziamo i rapporti e le statistiche a riguardo, purtroppo possiamo affermare che non esistono dati certi. Ciononostante sappiamo che lo Yemen si situa al tredicesimo posto tra le venti nazioni in cui è diffusa la pratica del matrimonio delle minori.

Qui la percentuale delle bambine che vengono date in sposa in età inferiore ai diciotto anni è del 48,4%. Un rapporto pubblicato di recente dal Centro di Studi e Ricerche Sociali dell’Università di Sanaa denuncia che negli ultimi due anni circa il 52% delle ragazze yemenite ha contratto matrimonio prima dei quindici anni, contro il 7% dei ragazzi. Sul totale dei matrimoni di minori il 65% riguarda bambine di cui il 70% residenti in aree rurali. In molti casi le bambine sono di un’età compresa tra gli otto e i dieci anni.

Lei ha avviato una Campagna nazionale “Per salvare Warda”, ovvero per sollevare pubblicamente la questione delle spose bambine. Ci potrebbe narrare come è nata questa idea?

Hend Nasiri: A un certo punto mi sono resa conto che in seno alla Conferenza per il Dialogo Nazionale nessuno si era mai occupato della tragedia del matrimonio precoce e che non si era mai riusciti a votare e la definizione e la restrizione dell’età minima  per il matrimonio. Il problema risiede nelle cosiddette forze tradizionali e conservatrici e nelle cosiddette forze religiose Yemen che da sempre combattono contro una legge che ponga come età minima per il matrimonio i 18 anni. Dopo avere seguito numerosi casi e studiato molti rapporti a riguardo, il 20 agosto scorso ho preso la decisione di dare vita, a livello personale, a una campagna di sensibilizzazione. Con il passare dei giorni ho trovato molti sostenitori e molte persone che si sono unite alla mia battaglia, in modo particolare attivisti per i diritti umani e giuristi, uomini e donne. Ho quindi guadagnato alla causa persone valide e con esperienza in materia.  L’obiettivo principale di questa mobilitazione è quello di raggiungere la gente, l’opinione pubblica di modo da creare consapevolezza e responsabilità nei confronti del matrimonio della bambine. Così facendo vorrei garantire il sostegno dal basso affinché si possa esercitare pressioni sul governo affinché la legge stabilisca a 18 anni l’età minima per il matrimonio e possa perseguire e punire chiunque contragga o aiuti a contrarre un matrimonio di una minore.

Il governo e le istituzioni la stanno aiutando?

Hend Nasiri: Quanto alla collaborazione con organizzazioni e il governo siamo solo agli inizi. Stiamo cercando di avvicinare entrambi, così come organizzazioni della società civile come l’Unione delle donne nello Yemen, la Commissione nazionale per la donna. Sinora abbiamo ottenuto risposte positive e collaborazione.

Qual è la posizione degli estremisti islamici nei confronti della Campagna? Ci sono imam che, come è avvenuto in Marocco, hanno emesso fatwe a favore del matrimonio delle bambine?

Hend Nasiri: Per il momento non abbiamo subito attacchi diretti, ma gli estremisti islamici parlano e ripetono ai mezzi di comunicazione che l’età minima dovrebbe essere 16 anni e che si deve seguire la legge di Dio, ovvero la sharia. Quanto a una fatwa esistono due comunicati degli ulema dello Yemen circa il matrimonio delle bambine in cui difendono e appoggiano il matrimonio delle minori per evitare la diffusione della prostituzione e dell’adulterio prima del raggiungimento della maggiore età.

Il premio Nobel Tawakkul al-Karman sembra molto silenziosa a riguardo. Lei che ne pensa?

Hend Nasiri: Tawakkul al-Karman segue i dettami del proprio partito, il partito al-Islah espressione dei Fratelli musulmani, quindi non può pronunciarsi opponendosi al partito. Nonostante abbia ricevuto il Premio Nobel per la pace sinora non si è schierata né per la pace né si è occupata di una qualsiasi questione umana e umanitaria che riguarda il proprio paese.

Quali soluzioni proporrebbe per vincere battaglia contro i matrimoni precoci?

Hend Nasiri: A mio parere è indispensabile una riforma dei programmi scolastici affinché vi sia più consapevolezza dei rischi a livello sanitario del matrimonio in età precoce, al contempo i religiosi illuminati dovrebbero iniziare ad affrontare il tema nelle moschee e a spiegare i pericoli di questo tipo di unione sia per le bambine che per la società.

Che cosa si può fare dall’esterno per aiutarvi nella vostra missione?

Hend Nasiri: Quel che desidero comunicare al mondo è che decine, anzi centinaia, di ragazze nello Yemen che ogni giorno vengono obbligate al matrimonio e vengono violentate in nome di questo matrimonio a causa dell’ignoranza e della povertà. Ci sono molte ragazze vittime dello strapotere e della dittatura del padre e del marito. La questione del matrimonio delle bambine è un problema di tutti gli yemeniti ed è indispensabile che diventi una responsabilità di tutti quanti, è necessario che tutti prendano posizione contro questo crimine.
Valentina Colombo – Zenit

Maria nell’islam e nel cristianesimo

Madonna con bambino“L’Egitto e’ la culla della religione, il simbolo della maesta’ delle
religioni monoteistiche. Sul suo suolo e’ cresciuto Mosè, qui gli si e’
manifestata la luce divina e qui Mose’ ha ricevuto il messaggio sul Sinai.
Sul suo suolo gli egiziani hanno accolto Nostra Signora la Vergine Maria e  suo figlio e sono morti martiri a migliaia per difendere la Chiesa del  Signore il Messia.”

Quanto appena citato non è un estratto di un testo di  storia né di storia delle religioni, bensì un estratto dal preambolo della  nuova costituzione egiziana. Subito dopo si fa ovviamente cenno alla venuta  dell’islam, ma il riferimento alla Vergine Maria non può che stupire e fare  riflettere sulla centralità della madre di Gesù nell’islam. Di fatto Maria dovrebbe diventare, e vedremo per quali ragioni, il vero punto di incontro  tra islam e cristianesimo.
In primo luogo, Maria è l’unica donna a cui il Corano dedica una sura, la  XIX, ed il suo nome nel testo sacro dell’islam è citato ben 34 volte.

Maria viene consacrata a Dio dalla madre Anna: “O Signore, io voto a te ciò che è  nel mio seno, sarà libero dal mondo e dato a Te ! Accetta da me questo dono,  giacché Tu sei Colui che ascolta e conosce”. E’ così che nasce diversa dalle  altre donne e vergine: “L’ho chiamata Maria e la metto sotto la tua  protezione, lei e la sua progenie, contro Satana… E il Signore l’accettò,  d’accettazione buona, e la fecegermogliare, di germoglio buono”  (III,35-37).

La verginità di Maria, nel Corano e nell’islam, è la condizione essenziale affinché potesse essere la donna tramite la quale Dio avrebbe dato agli uomini un segno particolare. Solo la purezza della verginità poteva consentirle di essere il ricettacolo dello Spirito di Dio, tramite il quale  avrebbe generato Gesù: “E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria! In verità Dio t’ha prescelta e t’ha purificata e t’ha eletta su tutte le donne del creato. O Maria, sii devota al tuo Signore, prostrati e adora con chi adora!” (III, 42); “Come potrò avere un figlio, rispose Maria, se nessun uomo m’ha toccata mai, e non sono una donna cattiva?” (XIX, 20); “E Maria figlia di Imran, che si conservò vergine, sì che noi insufflammo in lei del Nostro Spirito, e che credette alle parole del Suo Signore, e nei Suoi libri, e fu una delle donne devote” (LXVI, 12).

Non mancano comunque le differenze, infatti Maria non è, come per la cristianità, “madre di Dio”, non accettando l’islam la divinità di Cristo. L’islam non crede nell’immacolata concezione poiché non contempla il peccato originale. Il dolore del parto sarà il dolore simbolico di Maria, che soffrirà ancora di più quando si renderà conto che dovrà offrire il figlio agli uomini che lo perseguiteranno: “ Oh fossi morta prima, oh fossi una cosa dimenticata e obliata” (XIX, 23). Maria urla la propria sofferenza, che è frutto del suo amore, fonte di vita, che si manifesterà anche concretamente, per dare agli uomini la prova tangibile della sua grande forza.

Dai piedi di Maria zampillerà una fonte d’acqua purissima e l’albero secco e morto riprenderà vigore e tornerà a dare datteri maturi (XIX, 23-25). Nell’islam Maria è comunque il modello da seguire per la sua purezza e per la sua fede: “E Dio propone ad esempio, per coloro che credono, Maria, che si conservò vergine,.. sì che Noi insufflammo in Lei il Nostro Spirito; Maria che credette alla parole del suo Signore e dei Suoi Libri e fu una donna devota.” (LXVI, 11-12) Maria è la devota, perché costantemente in preghiera, perché ogni suo atto o gesto che compie si trasforma in preghiera; Maria è libera, unico esempio nel Corano della perfetta libertà, libera da ogni impurità, da ogni dubbio, da ogni riferimento terreno.

Quando gli angeli dissero: “O Maria, Dio ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti”. Lei rispose: “Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata ?” Dissero: “E’ così che Dio crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo “Sii” ed essa è”. E Dio gli insegnerà il Libro e la saggezza, la Torah e l’Evangelo.

E (ne farà) un messaggero per i figli di Israele (che dirà loro): “In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Dio, diventa un uccello. E per volontà di Dio guarisco il cieco nato e il lebbroso e resuscito il morto” (III, 45- 49). Maria non è solo il personaggio biblico che viene meno “islamicizzato” dal Corano, ma il culto di Maria è molto diffuso nel mondo islamico. In Egitto, ad esempio, esistono una decina di santuari mariani, edificati nei luoghi dove si ritiene abbiano sostato Gesù, Maria e Giuseppe durante la loro fuga dalla Terra santa, e dove annualmente si recano in pellegrinaggio cristiani e musulmani.

Non solo, ma nel 1968 in Egitto presso la chiesa della Vergine Maria a Zeitoun è apparsa la Madonna trasformando il luogo in meta di pellegrinaggio per cristiani e musulmani. Dal 1982 anche in Siria presso il quartiere damasceno di Soufanieh appare la Madonna. Molte donne iraniane si recano ogni anno al santuario della Madonna di Fatima in Portogallo, poiché Fatima è il nome della figlia di Maometto e moglie di Ali, primo imam degli sciiti. In Libano, a Harissa, ai piedi della maestosa statua di Nostra Signora del Libano si incontrano non solo pellegrini, ma soprattutto giovani coppie musulmane e cristiane che si recano a consacrare il loro amore innanzi alla Madonna.

In Turchia, la casa della Vergine Maria, nei pressi di Efeso, viene visitata ogni anno da cristiani e musulmani. Nel giugno 2008 per la prima volta tre donne musulmane, tutte e tre di origine marocchina, Malika El Hazzazi, Dounia Ettaib e Rachida Kharraz hanno partecipato al pellegrinaggio mariano Macerata-Loreto. In questo contesto il richiamo alla Vergine Maria in seno al preambolo della nuova costituzione egiziana va letto non solo come un richiamo alla tradizione spirituale in terra d’Egitto, ma soprattutto come un ennesimo segnale che indica una via, corretta e obiettiva, per il dialogo: il cammino di Maria, che pur nelle differenze è la figura spirituale che unisce, senza se e senza ma, cristiani e musulmani.

Non a caso “Il cammino di Maria”, in arabo “Darb Maryam”, è la denominazione scelta da un’associazione libanese, costituita prevalentemente da donne, impegnata nel miglioramento dei rapporti tra cristiani e musulmani. Uno dei membri fondatori del gruppo ha precisato che la scelta del cammino della Vergine Maria è dovuta al fatto che si tratta di una via condivisa da cristiani e musulmani e che unisce le donne in quanto madri che cercano e desiderano la pace per i propri figli.

D’altronde, come ebbe modo di dichiarare il compianto Mario Scialoja, ex ambasciatore convertitosi all’islam diventato poi presidente della Lega mondiale islamica in Italia: “La storia dell’annunciazione dell’angelo nel Corano è riportata in termini identici alla dottrina cristiana ed è allo stesso modo riconosciuta la verginità di Maria. La figura di Maria è vista come la Madre Vergine del più grande profeta e come la migliore delle donne”.

La Vergine Maria può essere a ragione considerato l’unico personaggio comune a cristianesimo e islam verso il quale i credenti si rivolgono fiduciosi in quanto madre che ha sofferto e affrontato con coraggio la morte del proprio figlio e che, proprio come nel caso della associazione libanese, potrebbe diventare il modello da proporre e da seguire per avvicinare le madri cristiane e musulmane e favorire finalmente una integrazione vera ed efficace e un dialogo dal basso sotto l’egida e la guida della Madre per eccellenza. Di Valentina Colombo  Zenit

Tra depressione ed eutanasia

depressione eutanasiaTra le argomentazioni piu’ ricorrenti a sostegno dell’eutanasia come diritto della persona vi e’ quella che si appoggia al principio di autonomia, in base al quale, etimologicamente, ciascuno dovrebbe essere autòs-nòmos, legge a se stesso. Al di là della questione centrale di un principio di autonomia così espanso da poter superare qualsiasi altra considerazione, assume rilevanza non trascurabile verificare quanta autonomia vi sia nella decisione del paziente che fa richiesta di eutanasia. Per aiutarci a compiere qualche passo ulteriore in un campo davvero complesso e delicato può essere utile riassumere la panoramica della letteratura medico-scientifica offerta dalla dottoressa Maria Cristina Del Poggetto, specialista in psichiatria ed in psicoterapia sistemico-relazionale, nel corso del convegno sulle cure di fine vita svoltosi presso la Facoltà di Medicina di Pisa nelle scorse settimane, organizzato dall’Associazione Scienza & Vita di Pisa e Livorno.

Le dimensioni del fenomeno sono assai contenute, ma non trascurabili; secondo le varie casistiche la percentuale dei pazienti affetti da una malattia giunta alla fase terminale che in un dato momento è disposta a chiedere l’anticipazione della morte si aggira tra l’1 e il 5%. È bene evidenziare la netta differenza esistente tra attitudine, desiderio e richiesta di eutanasia, giacché i desideri sono fluttuanti, ambivalenti e subordinati a condizioni ipotetiche. Alla base della richiesta eutanasica stanno sia fattori legati alla condizione del paziente, che fattori a lui esterni.

Tra i primi l’elemento che ha iniziato ad attirare l’attenzione dei ricercatori è stato verificare se alla base della richiesta di eutanasia potesse esserci una condizione di depressione. Dopo una serie di segnalazioni non univoche, nel 2000 lo psichiatra Wiliam Breitbart pubblicò sulla prestigiosa rivista medica JAMA uno studio in cui, tra i pazienti affetti da tumore allo stadio terminale con desiderio di morte, la depressione aveva un’incidenza quadrupla. Dati confermati da un successivo studio del 2002 da parte del medico palliativista Eoin Tiernan. Eppure, nonostante queste evidenze, un gruppo di ricercatori olandesi, paese dove l’eutanasia è legale, ipotizzò che i pazienti olandesi che reiteratamente ponevano la ben ponderata richiesta di eutanasia fossero quelli non depressi. Ma i risultati dello studio olandese fecero ricredere gli stessi ricercatori: fra i pazienti che facevano richiesta di eutanasia l’incidenza di depressione risultò più che quadrupla. Peraltro, nonostante queste evidenze, gli autori olandesi incredibilmente non raccomanderebbero la consulenza psichiatrica tutte le volte che vi è una richiesta di eutanasia per il fatto che solo nel 9% dei casi ciò farebbe cambiare idea al medico curante. Tutti gli studi sono peraltro concordi nell’evidenziare un netto sotto-utilizzo e un ritardo nell’impiego dei farmaci antidepressivi in questi pazienti; come se la depressione fosse in queste persone qualcosa di normale e non una patologia che si aggiunge ad un’altra patologia, la cui non curanza realizza un’ingiustificata ed inaccettabile discriminazione.

Si deve in particolare ad un altro ricercatore, lo psichiatra canadese Harvey Max Chochinov, il riconoscimento dell’importanza di un altro elemento, distinto dalla depressione, nella genesi dell’ideazione suicidaria dei pazienti giunti in fase terminale di malattia: la hopelessness (disperazione). Lo stesso autore ha elaborato un modello psicoterapico promettente conosciuto come dignity therapy, attraverso la quale, fra l’altro, si cerca di aiutare la persona a non identificarsi con la propria malattia. La letteratura medico-scientifica è inoltre concorde nel sottolineare l’importanza della condizione spirituale del paziente; un elevato livello di spiritualità si oppone alla disperazione e riduce l’ideazione suicidaria.

Altro elemento aggiuntivo sospettato di contribuire alla richiesta eutanasica, è la “sindrome da demoralizzazione”, identificata nel 2001 da David Kissane, a capo del dipartimento di psichiatria del Memorial Sloane-Kettering Cancer Center. Si tratta di una condizione caratterizzata da disperazione, perdita del senso della vita e stress esistenziale che il paziente confina però solo nel futuro. Oltre a queste variabili che esprimono lo stato psicologico del paziente, sono stati ormai identificati numerosi fattori in grado di spingere la persona gravemente malata a chiedere l’eutanasia. Tra questi l’impressione di essere divenuto un peso per gli altri, la minore coesione familiare, ma anche il minore addestramento psicoterapico del medico curante e la volontà di questi di anticipare la morte del paziente, condizione associata ad un maggior tasso di sindrome da burn-out, cioè di esaurimento psico-fisico, che porta al distacco emotivo del curante nei confronti dell’assistito.

Di fronte alla complessità del quadro appena delineato, acquista un peso non facilmente eludibile la posizione di coloro che ritengono la richiesta di eutanasia del paziente una sfida non soltanto umana ed etica, ma anche medica nel senso più tradizionale, sui versanti diagnostico e terapeutico. “Bisogna sempre cercare di capire qual è il problema”, dichiarò la pioniera delle cure palliative, dottoressa Elisabeth Kubler-Ross”. Di fronte alla richiesta di eutanasia le risposte suggerite dai medici palliativisti australiani nel numero di settembre della rivista Palliative Medicine vanno nella direzione dell’ascolto del paziente per poter capire, aiutare e curare; di fronte a tale richiesta rispondere semplicemente “sì” è inappropriato e quasi sempre illegale, rispondere ‘no’ lascia il paziente in uno stato di abbandono. Cercare di parlare col paziente per capire che cosa lo spinge a chiedere di morire, è questa la strada indicata dai medici nell’articolo.

Al medico scettico che su un forum on line asseriva la normalità della depressione se si ha “un cancro terminale e irreversibile” la signora Stefania ha così risposto: “[…] ha detto proprio bene, chi non sarebbe depresso con un cancro terminale! Vede, chi le scrive è una mamma che ha perso una figlia appena 4 mesi fa, una meravigliosa figlia di 23 anni. Appena le diagnosticarono la malattia lottò con tutte le sue forze poi, ai primi insuccessi terapeutici, specialmente dopo grande sofferenza, incominciò a lasciarsi andare, allontanò il ragazzino, lasciò gli studi ed incominciò a desiderare la morte. Fortunatamente ho incontrato una brava psichiatra che con appena una pasticca di antidepressivo e qualche seduta terapeutica, ha ridato la forza di lottare a mia figlia; ha ricominciato gli studi universitari, ha preso la patente di guida, ha preparato la tesi di laurea, ha ricominciato la sua vita di ragazza “normale”, pur soffrendo. Tutto questo avveniva fra una seduta di chemio e l’altra, un intervento di appendicectomia, un’embolia polmonare, un infarto polmonare, una micosi polmonare, un trapianto di cellule staminali ecc. Sosteneva che erano incidenti di percorso…..più stava male e più si attaccava alla vita. Noi tutti della famiglia abbiamo constatato che il desiderio di “morte” iniziale, era dovuto ad una forte depressione. Non le nego che mia figlia è stata aiutata anche da un buon padre spirituale che le è stato vicino fino alla morte; una morte che l’ha trovata vigile, serena e circondata da medici preparatissimi del reparto di ematologia Sant’Orsola di Bologna”.

Già! Medici, medici fino alla fine.

dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna ZENIT
Bibliografia:

— Johansen S et al. Palliat Med 2005, 19: 454-60.
— Breitbart W et al. JAMA Dec 2000 13;284(22):2907-11.
— Tiernan E et al. J R Soc Med 2002;95:386-390.
— Van der Lee ML et al. J Clin Oncol 2005, 23: 6607-12.
— Chochinov HM et al. Psychosomatics. 1998 Jul-Aug;39(4):366-70.
— McClain-Jacobson C et al. Gen Hosp Psychiatry. 2004 Nov-Dec;26(6):484-6.
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Palliative Medicine 2006; 20: 693-701

C’è aborto nella contraccezione d’emergenza?

Fino a pochi decennio fa, nel linguaggio medico comune, con il termine “aborto” si intendeva l’interruzione volontaria di una gravidanza in atto prima che il feto potesse essere autonomamente vitale, puntando l’attenzione sull’evento biologico più che sulla vita del concepito e assumendo allo stesso tempo come definizione di “gravidanza” quel processo generativo che ha inizio col concepimento (quindi con la fecondazione dell’ovocita da parte del gamete maschile) e ha termine con la nascita di un bambino, così come suggerisce l’obiettività dei dati scientifici.

Nel 1972, però, venne pubblicato dall’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG) un testo dal titolo Obstetric-Gynecologic Terminology in cui si definì la gravidanza come «lo stato di una donna dopo il concepimento e fino al termine della gestazione»[1], associando però il concetto di concepimento non più all’evento della fecondazione bensì a quello dell’impianto in utero dell’embrione a stadio di blastocisti, con ciò oscurando quel periodo di cinque giorni precedenti in cui lo zigote si affaccia all’utero dopo aver attraversato la tuba di Falloppio in cui ha avuto inizio[2].

Ma cos’è – in fondo – un travisamento linguistico di fronte alla trasparenza del dato biologico? Non siamo forse nell’epoca del trionfo della tecnica e della conoscenza come frutto dell’evidenza scientifica? Certo, non ci si sarà lasciati fuorviare da un errore così macroscopico. E invece questa definizione, frutto di una visione ideologica, venne subito recepita, giustificandola in relazione alle tecniche di fecondazione artificiale – che proprio negli anni ’70 conobbero i primi risultati auspicati e perseguiti già da decenni da parte dei ricercatori – tecniche che prevedono che l’ovulo, già fecondato in provetta, venga successivamente – in un tempo più o meno lungo – inserito nell’utero della donna per la quale, in questo caso, l’evento della gestazione ha inizio solo ora.

In tal modo però si giunse a riscrivere il concetto di gravidanza in generale. Ma ciò che più interessa è che si giunse ad affermare che ogni intervento che precede l’impianto dell’embrione in utero e che ne provochi un’interruzione nello sviluppo non rientra più nella fattispecie di aborto, e questo rimane tuttora sulla base della vecchia definizione di aborto e della nuova definizione di gravidanza. Ci si chiede, quasi increduli: «Come può essere accaduto che una ridefinizione di un fenomeno così importante, come la gravidanza, sia stata largamente accolta senza che nuovi dati embriologici o ginecologici avessero mutato sostanzialmente le nostre conoscenze?»[3]. Girando le parole hanno creato una nuova realtà o, come meglio scrive John Wilks trattando il tema della Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, «l’ideologia si sostituisce all’oggettività dei fatti scientifici universali»[4].

Infatti nel 1985 la Federazione Internazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici ha ratificato questa comprensione ideologica mediante un pronunciamento della Commissione sugli aspetti medici della riproduzione umana, la quale «condivide i seguenti punti: “la gravidanza avviene solo con l’impianto dell’ovulo fecondato”. Secondo le precedenti definizioni di “concepimento” e di “gravidanza”, un intervento abortivo interrompe una gravidanza solo se successivo all’impianto»[5]. Non si tratta di una semplice definizione stampata su carta, ma della dichiarazione di un organo di portata mondiale capace di influenzare l’opinione pubblica orientandola a considerare una pillola intercettiva come si trattasse di un sistema anticoncezionale e di giustificare una certa azione politica ed economica orientata in tal direzione. Si legge in un articolo – comparso nel 1997 sulla rivista medica The New England Journal of Medicine a firma di D. A. Grimes –: «La gravidanza inizia con l’impianto, non con la fertilizzazione. Le organizzazioni mediche e il governo federale convergono su questo punto»[6]. Da qui a far passare il messaggio che la contraccezione d’emergenza rappresenta un prolungamento della normale metodica anticoncezionale il passo è breve.

Nello stesso anno negli Stati Uniti d’America, considerando che «è stato calcolato che l’uso diffuso della contraccezione di emergenza negli Stati Uniti potrebbe prevenire oltre un milione di aborti e 2 milioni di gravidanze non desiderate che terminano nella nascita di un bambino»[7], la Food and Drug Administration dichiarò che la contraccezione d’emergenza ormonale era un metodo efficace per prevenire gravidanze indesiderate[8]. Si resta sconcertati dinnanzi a dichiarazioni come quella appena citata che non solo oscura totalmente il fatto che anche la contraccezione di emergenza può provocare l’uccisione di un concepito ma che pone pure sullo stesso piano un milione di aborti e la nascita di due milioni di persone con il fatto che queste non sarebbero desiderate. Il criterio di decisione che porta alla diffusione della contraccezione d’emergenza e al suo utilizzo è dunque il desiderio che una donna, una coppia hanno o meno nei confronti del figlio, ideale o reale che sia, sopprimendo di conseguenza l’oggettività che si è di fronte a una vita umana.

Di Elisabetta Bolzan – Zenit

Bibliografia

[1] E. Hughes, Committee of terminology. American College of Obstetrician and Gynaecologists. Obstetric-Gynaecologic Terminology, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, in L. Romano, M. L. Di Pietro, M. P. Faggioni, M. Casini, RU-486, Dall’aborto chimico alla contraccezione di emergenza. Riflessioni biomediche, etiche e giuridiche, ART, Roma, 2008, 130.

[2] Ibid. Cfr. anche J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, in Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, EDB, Bologna 20062, 151.

[3] M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 131.

[4] J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 150.

[5] H. J. Tatum, E. B. Connell, A decade of intrauterine contraception: 1976 to 1986, citato in J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 151.

[6] D. A. Grimes, Emergency contraception. Expanding opportunities for primary prevention, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 130.

[7] A. Glasier, Emergency postcoital contraception, citato in A. Serra, Deviazioni della medicina: contraccezione di emergenza e aborto chimico, in La Civiltà Cattolica 157 (2006), 535.

[8] Ibid.

L’eugenetica da Auschwitz ai giorni nostri

Programmi mortali che colpiscono nascituri e neonati

La vulnerabilità della vita umana è stata rimarcata la scorsa settimana da due importanti commemorazioni. In Polonia, il 60° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz ha riportato alla mente ancora una volta gli orrori del programma di sterminio del Regime nazista. E, negli Stati Uniti, i gruppi pro-vita hanno organizzato eventi per ricordare la decisione del 1973 della Corte Suprema che ha legalizzato l’aborto per tutti e nove i mesi di gravidanza.

“Trentadue anni dopo, il male insito nella sentenza Roe contro Wade persiste, e il sangue degli innocenti continua a macchiare la nostra Costituzione”, ha declamato il cardinale William Keeler nella sua omelia domenicale del 23 gennaio, alla Basilica del National Shrine of the Immaculate Conception di Washington. “La perdita di più di 40 milioni di bambini non nati incombe sulla nostra coscienza nazionale”. (approfondisci il tema)

La soppressione di vite innocenti continua ad un ritmo sostenuto in molte zone. La BBC ha riportato il che alcuni medici olandesi hanno ammesso di aver soppresso, dal 1997, 22 bambini (nati) malati terminali. Nessuno dei dottori è stato denunciato, nonostante l’eutanasia per i bambini sia illegale nei Paesi Bassi.

I dettagli di questi delitti sono stati riportati in uno studio pubblicato dalla Dutch Journal of Medicine, dal quale risulta anche la soppressione di bambini affetti da spina bifida. Da un sondaggio risulterebbe che ogni anno vengono soppressi dai 15 ai 20 neonati disabili, ad opera di medici olandesi, ma la maggior parte di questi casi non viene riportata all’attenzione dell’opinione pubblica, secondo la BBC.

L’uso olandese di eliminare bambini deformi è stato riportato anche da un articolo del Telegraph di Londra del 26 dicembre. Eduard Verhagen, primario di pediatria dell’Ospedale Groningen, ha preso le difese di queste azioni, sostenendo che la somministrazione di veleno ai bambini offriva loro una “opzione umana” che gli consentiva di non essere costretti a soffrire. Verhagen ha affermato che il Governo olandese stava elaborando normative che avrebbero consentito ai medici di praticare l’eutanasia sui bambini.

Ma il Vescovo cattolico di Groningen, Wim Eijk, ha riferito al quotidiano britannico che lo Stato non ha alcun diritto di autorizzare i medici a porre fine alla vita dei bambini, i quali sono incapaci di dare il loro consenso alla propria morte.

“Al fine di ridurre la sofferenza”

“Questo è un incubo darwiniano e una grave violazione delle leggi di Dio”, ha dichiarato un portavoce del Vescovo. “Significa superare i confini considerati finora invalicabili da ogni ordinamento. L’eutanasia per i bambini, in circostanze in cui non è possibile perseguire o assicurare il consenso degli interessati. È un terreno scivoloso che potrebbe portare i medici ad acquisire il diritto di imporre la vita o la morte, e potrebbe diventare un motivo per estenderlo a tutti”.
(approfondisci sul tema)

Le preoccupazioni sulle prospettive di un ulteriore allentamento delle norme sull’eutanasia sono state confermate da un servizio del British Medical Journal del 8 gennaio. Un’inchiesta triennale, commissionata dalla Royal Dutch Medical Association, ha concluso che i medici dovrebbero poter aiutare a far morire le persone che, sebbene non fisicamente malate, “soffrono nel vivere”.

La legge che regola l’eutanasia non prevede espressamente che il paziente debba avere una determinata condizione fisica o mentale, ma solo che il paziente deve star “soffrendo in modo disperato e insopportabile”, osserva l’articolo. Ma nel 2002, la Corte Suprema ha stabilito che un paziente deve avere una “condizione fisica o mentale classificabile”. La decisione era intervenuta dopo che un dottore era stato accusato di aver aiutato una paziente di 86 anni a morire, la quale non era malata, ma ossessionata dal suo declino fisico e dalla sua “disperata” esistenza.

Jos Dijkhuis, il professore di psicologia clinica che ha diretto l’inchiesta, ha affermato: “Prendiamo atto che il compito del medico è di ridurre la sofferenza. Pertanto non possiamo escludere preventivamente questi casi. Dobbiamo guardare oltre per vedere se possiamo porre un limite, e se sì, in che misura”. Tuttavia, il rapporto ammette che i dottori mancano di una sufficiente specializzazione in questo campo.

L’articolo cita Henk Jochemsen, Direttore del Lindeboom Institute for Medical Ethics, che si oppone all’eutanasia. Secondo quest’ultimo nel rapporto vi sarebbero segnali pericolosi. Jochemsen ha avvertito che secondo il rapporto, “come società dovremmo dire alle persone che hanno la sensazione di aver perso il senso della propria vita: giusto, è meglio che te ne vai”.

Ottenere il “miglior” figlio possibile

Altre recenti dichiarazioni sembrano voler tornare ad una mentalità che ricorda i programmi nazisti per il miglioramento della qualità della razza. “Se hai in programma di avere un figlio, dovresti avere il miglior figlio che puoi ottenere”, ha affermato Julian Savulescu durante un seminario dello scorso anno presso l’Università di Melbourne in Australia.

Secondo un servizio apparso il 16 novembre sul quotidiano The Age, Savulescu, professore dell’Università di Oxford, e del Murdoch Children’s Research Institute, ha invitato i genitori ad utilizzare le tecnologie genetiche per ottenere il “miglior” figlio possibile.

Savulescu ha prefigurato il giorno in cui i genitori potranno utilizzare queste tecniche persino per selezionare determinati tratti comportamentali ed altre caratteristiche. Egli ha raccomandato ai genitori di compiere le loro scelte sulla base di ciò che considerano come “la miglior opportunità per il proprio figlio”.

In Gran Bretagna, una ex presidente della Associazione per la pianificazione familiare, la baronessa Flather, ha auspicato che i poveri evitino di avere un gran numero di figli, secondo il Times del 5 dicembre. La Flather, attualmente Direttrice del Marie Stopes International, una delle più grandi cliniche abortiste britanniche, è stata immediatamente accusata di sostenere l’eugenetica.

Negli Stati Uniti, la pratica della selezione degli embrioni per l’eliminazione di quelli che presentano difetti genetici sta ottenendo sempre maggiore consenso. In un servizio del Wall Street Journal del 23 novembre, si osserva che a tale tecnica selettiva oggi si ricorre di più, perché il servizio sanitario pubblico ne copre gli alti costi. La diagnosi genetica preimpianto (DGP) può costare dai 3.000 ai 4.000 euro, oltre alla fecondazione in vitro che costa circa 6.000 euro.

Eliminare i difetti attraverso la procreazione

Circa 1.500 bambini nel mondo sono nati attraverso tecniche di DGP, secondo Yury Verlinsky, direttore del Reproductive Genetics Institute di Chicago. “La DGP sta avendo un boom”, ha aggiunto William Kearns, direttore del Shady Grove Center for Preimplantation Genetic Diagnosis di Rockville, nel Maryland.

Dall’altra parte dell’oceano, in Scozia, le coppie potranno presto ricorrere alle tecniche di DGP, attraverso il Servizio sanitario nazionale, secondo quando riferito dal quotidiano Scotland on Sunday lo scorso 19 dicembre. Dalle diagnosi preimpianto effettuate, sin dall’introduzione di questa tecnica, da medici della Glasgow Royal Infirmary sono nati cinque bambini, e l’ospedale ha chiesto il finanziamento pubblico per poter applicare questa tecnica ad un numero maggiore di coppie.

Questa richiesta è stata fortemente criticata da Ian Murray, direttore della Society for the Protection of the Unborn Child in Scozia. “Ci opponiamo fortemente a questa tecnica per ragioni di principio e riteniamo assai deplorevole che la Glasgow Royal Infirmary stia richiedendo finanziamenti”, ha dichiarato. “Non ha alcun valore terapeutico ed è assimilabile all’eugenetica. Non reca alcun beneficio alle persone disabili: semplicemente le uccide”.

“Sessanta anni fa condannavamo i dottori nazisti per l’eugenetica”, ha ricordato Murray. “E la diagnosi genetica preimpianto non è nulla di diverso.”

In un editoriale del quotidiano Scotsman del 27 dicembre, Dec Katie Grant ha sottolineato che la DGP non riguarda la cura di malattie: “La malattia viene cancellata, non attraverso la riparazione di un gene fasullo, ma attraverso la creazione di più embrioni, che vengono poi selezionati al fine di eliminare quelli difettosi e impiantare quelli sani”.

“L’idea di eliminare i difetti attraverso la procreazione è eugenetica pura e semplice”, ha scritto Grant, “e noi procuriamo a noi stessi e alla società un grave disservizio ricorrendo ad eufemismi per nascondere il nostro imbarazzo di fronte alle connotazioni negative che caratterizzano l’eugenetica sin dai tempi di Hitler”.

Usare l’ingegno umano per aiutare le persone a vivere meglio è un obiettivo lodevole, ha commentato. Ma “è giusto che gli esseri umani agiscano da creatori e poi da esecutori?”, si è chiesta. Per quanto sbagliata questa tecnica possa essere, si sta diffondendo ad un ritmo notevole.

da ZENIT

Il “gioco d’azzardo” e la tristezza interiore dell’Europa

ludomaniaDa un decennio a questa parte in Europa il fenomeno del “gioco d’azzardo” si è abbattuto sulla nostra popolazione con dei costi sociali, economici e morali altissimi. Soffermadosi sull’etimologia delle parole “gioco d’azzardo”, subito notiamo la perdita di senso delle stesse che realizzano il vertice del paradosso. Difatti la parola “gioco” significa qualcosa di piacevole, di divertimento, di ludico, mentre con il termine “azzardo” si intende qualcosa che va oltre il normale rischio endogeno ed esogeno. Se poi si declinano insieme i termini “gioco d’azzardo”, si esalta in maniera patologica la competitività insita nel “gioco”, in direzione di un impulso compulsivo a fare scommesse, nonostante l’individuo affetto sia consapevole delle gravi conseguenze.

Tutto questo genera nella persona vittima della ludopatia (malattia da gioco), depressione, stress e ansia, oltre al dissesto patrimoniale e familiare. Purtroppo, le possibilità di accedere al “gioco d’azzardo” si sono moltiplicate: si va dai “classici” Lotto, Superenalotto, Gratta e Vinci, Bingo e scommesse sportive, ai più recenti videoslotmachine, videolottery, poker e casinò on line. In Italia, una ricerca innovativa (1) sulla ludopatia, dimostra come le famiglie a più basso reddito siano le più esposte: i redditi più bassi tendono a spendere una percentuale del loro profitto più alta rispetto alle famiglie più ricche. Le famiglie giocatrici più povere spendono circa il 3% del loro reddito in questo tipo di giochi, mentre quelle più ricche spendono meno dell’1%.

In termini assoluti la spesa da gioco è passata da 19,5 miliardi di euro nel 2001, a quasi 80 miliardi nel 2011 per giungere a oltre 95 miliardi nel 2016, con una spesa pro capite vicina ai 1400 € all’anno. Considerando questi numeri possiamo parlare di una “industria del gioco” che con 5.000 aziende e con oltre 120.000 lavoratori, contribuisce al 4% del PIL nazionale. Questi dati non tengono conto delle tante forme di “gioco d’azzardo” gestite dalla criminalità, e dei diversi effetti perversi che alimentano, come il riciclaggio di denaro sporco e l’economia illegale. Nonostante ciò, non poche fonti, alcune anche statali, sottolineano l'”aspetto positivo” del “gioco d’azzardo”, in nome del motto utilitarista ‘più giochi più le casse dello Stato si rimpinguano’.

Al di là dell’eticità di tale affermazioni, i numeri delle entrate erariali, da un lato segnalano un aumento – per lo storico Lotto la quota che finisce all’Erario è del 27% e per il Superenalotto addirittura del 44,7%, per i giochi di nuova generazione essa rasenta lo zero: 3% per le videolottery e 0,6% per i casinò on line – dall’altro, non tengono conto che si tratta di cifre irrisorie rispetto al “giro d’affari”.

Uno Stato però dovrebbe domandarsi se sia opportuno finanziarsi con il “gioco d’azzardo”, una domanda che riguarda il costo etico, sociale, economico, sanitario che lo stesso Stato  è chiamato a “pagare” in maniera diretta o indiretta. In Italia, infatti, ci sono circa 15 milioni di giocatori abituali, e di questi circa 800mila sono patologici e 3 milioni a rischio ludopatia.

Si chiama “gioco d’azzardo” proprio perchè viene “costruito” in modo da suscitare false aspettative, alimentando in determinati soggetti meccanismi psicologici che generano totale dipendenza. Tra i soggetti più esposti ci sono le donne (anziane sole e straniere) e i giovanissimi che, nonostante il divieto per i minori, costituiscono il 6-10% dei frequentatori delle sale da gioco.

Questi sono spinti dal desiderio di gratificazioni economiche immediate e da una minore capacità di valutazione del rischio. Continuando ad analizzare i costi sociali ed economici, vanno considerate anche conseguenze come la distruzione delle famiglie, l’indebitamento per l’aumento delle puntate e delle perdite, la perdita del lavoro e, non per ultimo, come già accennato i costi sanitari.

E’ utile ricordare, a tal proposito, che la prevenzione, la cura e la riabilitazione della ludopatia sono entrate recentemente nei LEA (livelli essenziali di assistenza), cioè nell’elenco delle patologie per le quali il Servizio sanitario nazionale è tenuto a rispondere ai cittadini, senza però prevedere alcuno stanziamento finanziario. Qual è la consapevolezza sociale rispetto al gioco d’azzardo? Gli operatori dell’area delle dipendenze (sostanze stupefacenti e alcool) si sono accorti da tempo che il gioco d’azzardo suscita nei giocatori gli stessi tratti patologici del consumatore di sostanze stupefacenti. Grazie ad una campagna di sensibilizzazione il fenomeno della “ludopatia” per la collettività è uscito dal recinto del vizio per entrare in quello della patologia e questo ha messo in moto anche molte amministrazioni pubbliche che stanno cercando di limitarne la diffusione.

Ma il vero problema ha radici più profonde e riguarda in maniera del tutto evidente la crisi antropologica che l’Europa sta vivendo, il suo nichilismo. Si potrà fare ben poco contro le potenti lobby del “gioco d’azzardo” se non verrà riconsiderato il modello di sviluppo fondato sull’uomo e sul creato. Come cattolici in dialogo con la “buona” cultura laica dovremo chiedere allo Stato, di alimentare l’investimento nei comportamenti virtuosi, sui tanti giovani talenti, sull’impegno, sul lavoro, e ridare al “gioco” la sua sana ragione d’esistere. Di Carmine Tabarro

NOTE (1) Sarti, S. e Triventi, M. (2012). “Il gioco d’azzardo: l’iniquità di una tassa volontaria. La relazione tra posizione socio-economica e propensione al gioco”. Stato e Mercato, 96, 503-533.

Perche’ la nostra fede in Dio si stanca troppo facilmente?

La fede e’ una fiamma che facilmente tende a spegnersi a causa dei tanti venti contrari che soffiano su di essa. Il modo piu’ efficace per mantenere acceso questo fuoco e’ quello di perseverare nella vita di preghiera. Senza un dialogo profondo e sincero con Gesu’ Cristo, la nostra fiducia in Lui si affievolisce, perche’ la debolezza della nostra natura umana è sempre incline a volgere le spalle al nostro Dio per seguire gli idoli di questo mondo. Per evitare di correre il rischio di cadere nella più grande sventura che ci possa capitare, la perdita totale della nostra fede, l’evangelista Luca riporta una parabola di Gesù che fa riferimento ad una situazione reale per far capire il legame tra la fede e la vita quotidiana. “Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:” (Lc 18,1) Questa introduzione costituisce già un primo grande insegnamento ed anche un richiamo amorevole.  Pregare sempre, senza stancarsi sono parole molto esigenti. Noi normalmente pensiamo che pregare gran parte della giornata sia una stile di vita che appartiene alle persone consacrate, ai monaci, alle suore di clausura. Invece questa parabola è indirizzata a tutta la comunità dei credenti, laici e consacrati, che vivono la costante attesa della venuta finale del Signore. Quindi il pregare deve essere sempre legato all’attesa constante per il ritorno del Signore. E questo deve essere fatto senza stancarsi, perché la stanchezza porta alla sfiducia, la sfiducia conduce alla disperazione, e la disperazione produce inoperosità e pigrizia spirituale. La parabola viene riportata per far luce sulla situazione di oppressione e sfiducia delle prime comunità cristiane scoraggiate per il ritardo del ritorno del Signore. «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».  (Lc 18, 2-5)  La vedova simboleggia gli oppressi del popolo, coloro che sono derubati anche dai rappresentati religiosi: [gli scribi] divorano le case delle vedove (Lc 20, 47). Il giudice è simbolo di coloro che esercitano il potere terreno con ingiustizia e insensibilità verso i poveri.

L’assenza di fede in Dio non è mai senza conseguenza verso le relazioni con gli uomini. Non temere Dio si traduce automaticamente in assenza di riguardo per ogni essere evidente, e soprattutto verso coloro che non possono offrire nulla in cambio per il favore ricevuto. Quando la giustizia terrena viene amministrata senza la luce della fede, gli ultimi della società vengono privati anche dei loro diritti fondamentali. Alla vedova non resta che utilizzare l’unica arma a sua disposizione: l’insistenza. Essere importuna per la vedova si traduce nel recarsi quotidianamente al tribunale per chiedere udienza al giudice. Ella non dispone di mediatori facoltosi che possano intercedere a suo favore per accordare la data del processo o per avere favoritismi nella sentenza finale di giudizio.  Essa, con la sua insistenza, deve riuscire ad entrare nell’ufficio giudiziario e parlare direttamente con il giudice affidatario della sua causa. Possiamo facilmente immaginare quante volte si sarà recata inutilmente al tribunale e si sarà sentita dire: “il giudice è impegnato, provi a tornare domani”. Ma la vedova ha perseverato, ogni giorno bussava alle porte del cuore indurito di quel giudice per avere udienza e per essere ascoltata nelle sue ragioni. Questo atteggiamento della donna è quello che l’evangelista Luca chiede ai membri della sua comunità, quando ogni giorno bussano alle porte del cuore di Dio nei loro momenti di preghiera.

Esso è, pertanto, un invito a non scoraggiarsi, ma a perseverare nel chiedere insistentemente senza mai stancarsi. Questa donna è l’incarnazione dell’invito che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. (Lc 11,9-10)” . Quello che va chiesto con insistenza nella preghiera è prima di tutto lo Spirito Santo (Lc 11,13). E’ Lui che ci fa essere perseveranti, è Lui che rende efficace la nostra preghiera, è Lui che intercede presso il Padre a nostro favore. E questa insistenza produce il vantaggio anche di far desistere dal compiere l’ingiustizia coloro che vivono nell’iniquità. La perseveranza non solo riesce a far esaudire la propria richiesta, ma produce anche frutti di giustizia da parte di coloro che per loro volontà non avrebbero compiuto nessuna azione di bene. In questo modo, anche i giudici iniqui potranno presentare davanti al tribunale di Dio almeno una “opera buona”.  Il commento finale alla parabola è molto esplicativa: E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». (Lc 18,6-8) La vedova ha atteso un lungo tempo prima di essere esaudita dal giudice disonesto. Dio, il giudice buono, farà giustizia molto prontamente. E’ da notare che viene usato il verbo al futuro, non al presente, per indicare che è prevista un attesa. La giustizia di Dio non è come quella del mondo.

Dio ha una visione universale della giustizia: Egli desidera ardentemente che ogni uomo giunga alla salvezza, e così tutti possano entrare nel regno dei cieli. Quindi, l’attesa per Dio ha un valore salvifico, perché suscita la conversione sia per gli oppressi, perché sono spinti a rimanere inginocchiati a piedi di Dio, sia per gli oppressori perché sono invitati a convertirsi, alla verità, alla gratuità e alla giustizia. La questione che Dio pone è semplice: al mio ritorno, che tarda ad arrivare, voi avrete conservato la fede capace di piegare i vostri nemici a compiere la volontà del Padre? Avrete custodito e accresciuto questa fede, oppure vi sarete lasciati prendere da mormorazioni, lamentazioni, sfiducia verso un Dio che sembra non intervenire promettendo un suo intervento rimandato troppo nel tempo?  Invece di lamentarci interiormente con Dio, gridiamo a Lui giorno e notte, con la certezza che non ci farà attendere a lungo. E quando arriverà l’intervento di Dio, lo sapremo riconoscere, oppure non saremo capaci di vederlo, perché ci aspettavamo un’azione diversa? Il prontamente di Dio non è il prontamente come lo pensiamo noi, ma è un subito che è legato all’eternità. Dio interviene perché vuole aprirci le porte del cielo già da ora, e questo avviene quando Gesù Cristo ci concede ogni giorno di seguirlo, rinnegando i desideri egoistici del nostro “io”, e portando, con il suo aiuto, sempre la nostra croce (Lc 9,23)

Di Osvaldo Rinaldi – Zenit

Che cos’e’ il Cristianesimo? E’ la Pasqua

luce-del-soleIl cardinale Giacomo Biffi risponde all’interrogativo “Chi e’ Cristo?” “Gesu’ di Nazareth un uomo morto sulla croce al cospetto di tutti e’ risorto, questo e’ il nucleo primordiale della presenza cristiana questa e’ la sostanza del Cristianesimo” , ha detto questo martedì, l’arcivescovo emerito di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi. Questo in sintesi il nodo centrale dell’intervento tenuto dal porporato presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA), durante un ciclo di incontri sul tema “Chi è Cristo? L’enigma dell’esistenza e l’avvenimento cristiano”. L’incontro è organizzato in collaborazione con il GRIS (Gruppo di Ricerca e di Informazione Socio-Religiosa) e trasmesso in videoconferenza da Bologna.

“Che cos’è il Cristianesimo?”.

Ha esordito il cardinale Biffi, spiegando poi che ci sono molte risposte gratuite e non fondate, basate più su reazioni personali piuttosto che su dati oggettivi. “C’è chi dice – ha affermato – che si tratta di una strada di santità personale, o un appello alla giustizia, o un manifesto di liberazione politica o una sublime utopia di amore tra le genti fondato sulla fraternità universale”. “In ognuna di queste ipotesi c’è un po’ di verità ma nessuna coglie la sostanza del Cristianesimo”, ha precisato il porporato.

Biffi ha continuato illustrando come: “Non emergono proposte di soluzioni al problema di che cos’è in sostanza il Cristianesimo, soprattutto non emergono dati storici accertati del Cristianesimo degli inizi, che è invece la metodologia che noi vogliamo seguire”. “Che cos’è il Cristianesimo alla sua nascita? Con quale caratteristica si è affacciato alla ribalta della vicenda umana?”. Il porporato ha risposto invitando ad indagare sulle prime comunità cristiane da cui emergono tre aspetti della nostra ricerca di senso: Il Cristianesimo è “un fatto, una persona, ed un disegno”. “Il Cristianesimo prende inizio da un fatto avvenuto presumibilmente nella notte tra l’8 e 9 aprile dell’anno 30 e reso pubblico a partire dall’alba del terzo giorno, quando tutta la vicenda del profeta di Galilea era ormai ridotta ad un sepolcro sigillato”, ha affermato Biffi. “Un fatto stupefacente assolutamente inaspettato che Gesù di Nazareth è risorto. Le testimonianze a nostra disposizione concordano nel rilevare che i discepoli di Cristo hanno faticato molto ad accettare questo fatto”, ha aggiunto.

L’arcivescovo emerito di Bologna ha precisato che “le due giornate precedenti alla resurrezione avevano distrutto radicalmente le luci di verità, i vagiti di speranza che erano stati suscitati nelle menti e nei cuori (….) l’intera esperienza eccezionale maturata negli anni di presenza con Lui, si era azzerata davanti alla sua tomba”. “Certo non è che i seguaci di Gesù, non ricordassero più niente di quello che era avvenuto prima, ma erano solo ricordi, belli ma ridotti a scarsi residui di un immensa illusione, come la cenere fredda di un gran fuoco divampato per una breve stagione”. “Solo quando quel gruppo di uomini delusi avviliti si arrende all’evidenza e accoglie il fatto stupefacente ed inaspettato, solo da questo punto inizia l ‘apertura comincia con l’annuncio di un avvenimento incredibile, Gesù di Nazareth crocifisso, morto, dissanguato sul Golgota, è risorto”, ha detto il porporato. “La prima formula di fede che domina tutte le testimonianza delle origini è consistita in una sola parola ‘è risorto’ è stato il piccolo seme di tutta la prodigiosa fioritura che avrebbe colmato i secoli futuri (.) Qui c’è dentro tutto il Cristianesimo”, ha sottolineato Biffi. “Tutti i grandi padri della Chiesa, Agostino, Tommaso, tutto il grande movimento culturale e caritativo, il Miracolo della Divina Commedia, lo sviluppo delle cattedrali tutte le grandi imprese di carità. Fino alle congregazioni degli ordini religiosi”. “Si tratta della notizia che a partire dal terzo giorno dopo il 9 aprile dell’anno trenta gli apostoli andranno a proclamare fino ai confini del mondo”. “Gesù di Nazareth un uomo morto sulla croce al cospetto di tutti è risorto, questo è il nucleo primordiale della presenza cristiana questa è la sostanza del Cristianesimo”, ha ribadito il cardinale.

“Qui dobbiamo notare la dimensione assolutamente oggettiva della formula, non si dice affatto che si tratti di un esperienza della resurrezione di Cristo compiuta dai discepoli, non è una visione né un apparizione, si dice che Cristo è risorto”. Per esempio nel capitolo 24 di Luca si dice: “Gesù è veramente risorto ed è apparso a Simone”. Così nella prima lettera ai Corinzi, “Cristo è morto, fu sepolto, è risorto il terzo giorno ed è apparso” ai tre ai dodici a più di quattrocento fratelli. “Con la resurrezione arriva il Cristianesimo – ha ribadito il cardinale -, questa è la ragione dell’assoluta originalità di Cristo nella totalità della storia umana, una originalità che lo rende un caso unico e del tutto inconfrontabile”. Biffi ha quindi invitato i presenti ad andare a leggere il Capitolo 25 degli Atti degli Apostoli, dove il re Agrippa recandosi in visita al carcere romano incontra San Paolo, e di lui ode da Festo: “L’hanno preso mentre stava litigando su alcune questioni relative alla loro particolare religione riguardante un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita” . “Questo è il nocciolo della questione”, ha concluso il porporato.

Zenit

Utero in affitto e’; schiavismo? Ecco cosa ne pensa chi ci e’ passato…

utero-in-affittoMentre in Italia il martello dei giudici batte sui destini di bambini a cui viene così negato il diritto ad avere una mamma e un papà, nel Paese il dibattito sull’utero in affitto si fa appassionante. Il fronte di quanti giudicano questa pratica disumana, frutto della mercificazione del corpo femminile, si amplia significativamente di un consistente gruppo.

È quello delle femministe di “Se Non Ora Quando – Libere”, le quali, lanciando una petizione contro l’utero in affitto, hanno scatenato una discussione seria e approfondita, finalmente svincolata da posizioni precostituite. Il loro desiderio di rompere “un silenzio conformista su qualcosa che ci riguarda da vicino” si sta dunque avverando. La più efficace picconata su questo silenzio miserabile, tuttavia, giunge non da pur autorevoli intellettuali, bensì da chi la pratica della fecondazione eterologa l’ha vissuta in prima persona. E ne porta ancora sulla propria pelle la ferita.

Come Tanya Prashad, una donna americana che, spinta dal “desiderio di aiutare un’altra coppia”, ha deciso di “affittare” il proprio utero a chi non potesse avere un figlio. Così, come racconta lei stessa in un’intervista apparsa su AbcNews oltre un anno fa, aveva rinunciato ai diritti parentali nei confronti della figlia che sarebbe nata dall’unione del suo ovulo con il seme di un uomo, che voleva diventare genitore insieme al suo compagno omosessuale.

Tanya ha resistito per nove mesi all’idea di diventare madre per poi separarsi alla nascita dalla propria piccola, fin quando non è arrivato appunto il momento del parto. “Quando vidi la bambina lì fra le mie braccia, quei pezzi di carta che avevamo firmato è come se fossero scomparsi”, spiega la donna. Che ha dunque deciso di tenere la piccola con sé. “Finimmo in tribunale – racconta -. E alla fine accettammo la decisione di una custodia congiunta”.

Ammette, la donna americana, che quando aveva scelto di “affittare” il proprio utero non si era posta il problema delle possibili ripercussioni che avrebbe affrontato la bambina a causa del desiderio di due omosessuali. Ora però, quelle ripercussioni sono sotto i suoi occhi: “Ha molte insicurezze. Ha bisogno di molte rassicurazioni, molte di più. Tutti i bambini ne hanno bisogno, ma si sa, lei ha bisogno ancora di più di trovare una strada”.

Il sentimento che angoscia Tanya è ora di rimorso per quello che ha fatto, giacché si sente “come una che ha venduto sua figlia”. Sentimento che trova riscontro nelle parole di Jessica Kern, giovane nata più di 30 anni fa tramite utero in affitto. Anche lei intervistata da AbcNews, si confida: “Per qualche ragione, intuitivamente dentro di me, avevo un senso di cosa fosse la famiglia e di come dovesse farci sentire, ma non l’avevo mai sperimentato”, ha spiegato la trentenne. Quando ha scoperto di essere nata da madre “surrogata”, che l’ha poi venduta per 10mila dollari, la Kern ha dichiarato di essere rimasta “devastata”. Dice con amarezza di non vivere bene il fatto di “essere nata grazie a un assegno”.

Quella stessa amarezza non sembra trasparire dalle parole di Anna e Laura, due donne italiane che insieme ai rispettivi mariti hanno scelto la maternità surrogata andando all’estero, precisamente in India. In un’intervista a Repubblica concessa in questi giorni in cui il dibattito sul tema si è acceso in Italia, ritengono candidamente di aver fatto “uno scambio”: le donne indiane hanno permesso loro di diventare madri; e loro, pagandole, hanno dato a queste donne indigenti “la possibilità di rendere migliore il futuro dei loro figli”.

Tutto moralmente accettabile allora? Non proprio. Pungolate dall’intervistatrice circa il fatto che questa pratica innesca un meccanismo di sfruttamento dei ricchi sui poveri, le due donne rispondono: “Quello purtroppo c’è in tutto il mondo. Qui almeno c’era un rapporto tra adulti consapevoli”. Un’ammissione che dovrebbe far riflettere la società civile e il Parlamento. Ma anche coloro che frequentano le Aule di Tribunale.
Federico Cenci

“Alessà… te ricordi” Trovare pace dopo una vita di droga e sofferenze

Un medico racconta come una persona, anche dopo una vita di droga e sofferenze, se accolta e accettata può morire nella pace e con dignità

Alessandro aveva 56 anni, arrivò in Ospedale in una condizione molto dolorosa: un linfoma di alto grado con localizzazioni cerebrali e polmonari. Lo incontrai arrivando una sera per il turno di notte. Mi impressionò il suo aspetto trascurato, le poche cose in un sacco nero di plastica, una barba lunga, un pacchetto di sigarette sul comodino aperto da cui si vedevano alcune sigarette mezze fumate e deposte lì in attesa di essere fumate ancora.

Mi presentai, gli dissi chi ero e gli chiesi come stava; una risposta secca: “Malissimo”. Cercai di parlare un po’ con lui ma era difficile. Mi chiese: “Me lo fa un favore? Mi prenderebbe un caffè e una bottiglia d’acqua, non ho soldi e soprattutto non ho nessuno che me li possa portare…lo so, lei è un medico e non dovrebbe fare queste cose, ma per favore può fare questo per me?”. Gli portai quanto mi aveva chiesto e cominciò a raccontarmi un po’ di cose; mi resi conto che alcune non erano vere, ma posi attenzione su tutte, su quelle vere, su quelle probabilmente vere e su quelle assolutamente false. Ci salutammo e come dico a tutti gli dissi, tenendogli le mani: “Se hai bisogno questa notte chiamami”.

Nei giorni successivi i miei incontri con Alessandro si riempirono di significato, tra una richiesta e l’altra di cose materiali, di cui effettivamente aveva bisogno. Iniziai a conoscere il suo cuore ricco di ferite, di cose non belle, pieno di droga e di violenza, di abbandono e desiderio di amore. Non veniva nessuno a trovarlo e questo lo rattristava molto.

I giorni passavano e la sua salute peggiorava, il linfoma cerebrale dava segni di sé nonostante le cure. Cercavamo in tutti i modi di rintracciare la sorella che non vedeva ormai da anni, ma tutto risultava difficile. Un giorno comparve la sua ex compagna, alcolista e tossicodipendente anche lei; poi arrivò un amico drogato che creò in ospedale una serie di problemi anche gravi. Insomma non si riusciva a trovare qualcuno “dei suoi” in grado di dare ad Alessandro quell’affetto che ci urlava dal profondo del cuore.

Una domenica, mi chiamarono dal piano perché c’erano alcuni “strani soggetti” che si aggiravano nei corridoi. Mi avvicinai ed incontrai quei “piccoli piccoli” di cui parlava Gesù, quelli che agli occhi del mondo non sono degni neanche di compassione. Era un gruppo di sei-sette persone sfigurate dall’alcol e dalla droga, con gli occhi persi in quel mondo che avevano disperatamente cercato di raggiungere con queste dipendenze, ma che non avevano mai trovato.

Mi avvicinai a loro con molto rispetto e anche con un po’ di timore, li feci accomodare nel salottino dove riceviamo i parenti e con molta fermezza, ma anche dolcezza, gli dissi che ero contenta di conoscere gli amici che Alessandro aveva tanto cercato, che il posto dove erano aveva delle regole da rispettare, altrimenti avrei dovuto mandarli via. Assunsi il ruolo di “capo clan”, ed essi capirono subito.

Quando arrivò l’ora della fine delle visite, erano ancora lì. Spiegai loro che era ora di uscire e come scolaretti diligenti, si misero in fila e ognuno si avvicinava all’amico e lo salutava con un proprio aneddoto che potesse ricordargli il passato. “Alessà te ricordi quando ce ubriacavamo poi andavamo a mangià l’uovo fritto a Tor Bella Monaca”. “Alessà te ricordi er tunnel dell’Eur dove stavamo perché nun tenevamo casa e quanno venne a televisione tu parlasti pè tutti noi…”. “Alessà, te ricordi come ce semo divertiti…”.

Ognuno gli regalava un bacio sul viso e lui rispondeva con una lacrima. Mi resi conto che sulla sedia c’era una camicia con delle palme e il mare disegnati, chiesi di chi fosse e mi risposero che l’avevano comprata per Alessandro per il giorno della sua morte, perché doveva vestirsi allegro. Poi un giorno, ormai alla fine, arrivò la sorella. Un lungo dialogo, molto doloroso, quando ormai Alessandro non aveva più voce, né sguardo… Al sentire però la voce della sorella che lo chiamava, un movimento fece sì che le loro mani si stringessero. La sorella incontrò gli amici, all’inizio ci fu grande disprezzo.

Un giorno le dissi: “Perché fa così con queste persone? In questi anni sono stati loro ad essere accanto a suo fratello. È vero, sono stati anni di droga, di alcool e di delinquenza, però loro c’erano e mi creda, gli vogliono bene con tutto il cuore; hanno accettato regole per loro impensabili, hanno superato se stessi per amore, per amicizia…”. Mi resi conto che il volto di quella donna cambiava e scoppiò in un pianto liberatorio.

Dopo due giorni, durante un lungo turno di pomeriggio e notte, andai da Alessandro e vidi la sorella che dialogava con gli amici. Alla fine ognuno si mise in fila e dopo aver salutato Alessandro, si avvicinò alla sorella e la salutò con un bacio a cui lei rispose con un abbraccio. Il mio cuore si commosse fino alle lacrime. Dio non lascia mai l’opera sua incompiuta: due giorni fa la sorella ha chiesto l’unzione degli infermi per Alessandro. Erano tutti lì, anche gli amici che forse non sapevano cosa fosse, ma non dissero nulla.

Il cappellano era malato e non si trovava nessuno. Chiamai allora padre Rinaldo che con la sua semplicità ha coinvolto tutti, sapeva bene che quelle persone non avrebbero potuto rispondere ai grandi riti, alle grandi celebrazioni, e dopo aver spiegato loro in modo semplice il sacramento dell’unzione, ha invitato tutti a recitare il Padre Nostro.

Tutti, ma proprio tutti, stretti intorno ad Alessandro, con gli occhi fissi su di lui, hanno pregato con un’intensità tale da sembrare di essere nella più grande cattedrale del mondo! Questa notte Alessandro è andato in cielo e questa mattina sono venuti gli amici che, in fila come scolaretti, hanno voluto ringraziare per il bene fatto all’amico e per il Padre nostro recitato insieme. In quella fila c’era anche la sorella…

* Enza Annunziata è membro dell’Istituzione Teresiana e medico oncologo nell’ospedale di Roma “Cristo Re”. Ha lavorato in Perù, in particolare nel fiume Napo (Amazon), con il Progetto Cultura e Solidarietà Domani (PRODOCS) e successivamente a Villa El Salvador (Pachacamac), alla periferia di Lima, in un progetto sanitario dell’Istituzione Teresiana. 

Zenit

Da San Nicola a Babbo Natale

La figura moderna di Babbo Natale e’ un lontano riflesso della persona che era veramente: San Nicola, Vescovo di Mira (antica citta’ della costa meridionale dell’attuale Turchia).  Come e’ avvenuta la sua trasformazione da santo caritatevole a icona del consumismo natalizio?  Lo scrittore Jeremy Seal si e’ avventurato in una ricerca internazionale per dare risposta a questa domanda ed ha dato conto delle sue conclusioni nel libro “Nicholas: The Epic Journey from Saint to Santa Claus” (ed. Bloomsbury).  In un’intervista rilasciata a ZENIT, Seal racconta di come ha trovato riscontro del culto di Babbo Natale (Santa Claus) in tutto il mondo e dei motivi che spiegano come mai San Nicola con il suo carisma di carità sia presente ancora oggi nonostante la commercializzazione delle feste natalizie.  Cosa l’ha indotta a scrivere questo libro e fin dove si è spinto per svolgere la sua ricerca?  Seal: Sono stato attratto da questo argomento per via delle mie due figlie, che all’epoca in cui ho iniziato questa ricerca avevano 6 e 2 anni. Sono loro che mi hanno ricordato l’importanza, per i bambini, della figura di Babbo Natale.  La storia di San Nicola mi ha poi incuriosito anche per la sua caratteristica epica. Io sono uno scrittore viaggiatore e il fatto che la sua evoluzione postuma lo ha portato a compiere un eccezionale viaggio partendo dalla Turchia per arrivare in Europa, a Manhattan, fino al Polo Nord, è stato per me un forte richiamo.  Mi sono quindi recato in tutti i luoghi associati alla vita di Nicola.  Ho iniziato in Turchia, a Mira, dove si erge una basilica in suo nome. Ho seguito il suo culto verso Occidente, a Bari, e verso Nord, a Venezia; poi ad Amsterdam e molti altri luoghi d’Europa. Sono poi arrivato fino a Manhattan e successivamente, nella Lapponia, nel Nord della Finlandia, e in Svezia, insieme alle mie figlie, in occasione dello scorso Natale.  Chi era San Nicola di Mira?  Seal: Si sa molto poco di lui. Era Vescovo di Mira, vissuto nel IV secolo in una città della Turchia meridionale oggi nota come Demre. Non vi è quasi nessun riferimento della sua vita attuale, salvo un riferimento materiale in un manoscritto del VI secolo.  Dobbiamo quindi basarci quasi esclusivamente su elementi postumi riferiti a San Nicola. Ma, data la grande diffusione del suo culto, è lecito dedurre che qualcosa della sua vita debba essere stata eccezionale. Non sappiamo molto di lui, ma abbiamo il senso di una persona speciale.  Nicola sembra essere una persona sensibile che si è fatto un nome per essersi dedicato all’assistenza materiale e concreta. Questo aspetto si è mantenuto fermo nel corso dei secoli perché l’assistenza materiale è un qualcosa di cui tutti hanno bisogno e che tutti sono in grado di apprezzare.  Quali sono le sue azioni più particolari?  Seal: Esiste tutta una serie di storie, anche perché lui è stato particolarmente longevo. All’epoca in cui ha vissuto, la maggior parte dei santi cristiani erano martiri, ma su Nicola sono state raccontate molte storie perché ha vissuto una vita lunga ed è morto nel suo letto. I racconti quindi sono molti, ma la maggior parte di essi hanno in comune la sua dedizione ad aiutare la gente.  Un infinito numero di storie raccontano come egli salvò alcuni marinai in preda ad una tempesta a largo di Mira. Un’altra volta egli convinse il capitano di una nave a portare il suo carico di grano a Mira dove la gente stava morendo di fame, e la sua stiva si riempì nuovamente di grano.  Alcuni militari condannati ingiustamente ebbero una visione di Nicola che li confortava e gli procurava la liberazione.  Quando il culto di Nicola raggiunse la Russia nel XI secolo, nacque tutta una nuova serie di storie. I russi lo chiamarono “ugodnik”, che significa “colui che aiuta”. In Russia il suo aiuto assume forme diverse: assiste i pastori nel proteggere il gregge dai lupi, protegge le case dal fuoco, ecc.  Quali ostacoli ha incontrato il culto di San Nicola nel corso dei secoli?  Seal: Esistono in particolare due elementi: anzitutto, a partire dall’VIII secolo in avanti, la sua terra d’origine, nel Sud della Turchia, era sempre più minacciata dall’avanzata dei musulmani, che non avevano molto interesse nella sua figura.  Le reliquie di San Nicola sono state rimosse dalla Turchia nel 1087 e portate a Bari, consentendo la diffusione del suo culto nel continente europeo. È stato un trasferimento quanto mai tempestivo, poiché egli sarebbe stato messo completamente da parte in un futuro Paese islamico. In questo modo il suo culto ha potuto essere mantenuto a partire dalla basilica in cui risiedono le sue spoglie.  In secondo luogo, vi è la Riforma che si è diffusa nell’Europa settentrionale nei secoli XVI e XVII, che ha ridotto molto il significato dei santi. Credo che questo ostacolo sia stato superato proprio perché egli era diventato una figura che andava al di là della Chiesa, era diventato parte integrante di ogni famiglia.  Sin dal XIV secolo, ogni 6 dicembre, Nicola veniva a portare i doni ai bambini del Nord Europa, passando attraverso il camino. Era una figura molto popolare e molto amata e questo sembra avergli dato la forza di resistere durante un periodo in cui le immagini e le statue dei santi venivano rase al suolo, bruciate e distrutte.  Come si è evoluto nella figura attuale di Babbo Natale?  Seal: L’amore per Nicola ha mantenuto vivo il suo culto fino alla fine del XVIII quando a Manhattan è avvenuta una revisione della sua immagine.  Il nome “Santa Claus” (Babbo Natale) risulta dalla pronuncia americana della parola olandese “Sinterklaas”. San Nicola e Babbo Natale sono quindi la stessa persona, anche se molti non lo sanno. Peraltro sono raffigurati in modo diverso, perché lo rappresentano in luoghi e tempi diversi, propri della sua evoluzione postuma.  Non sappiamo quando il suo culto sia arrivato alla Nuova Amsterdam, oggi Manhattan. Ma è probabile che sia stato portato lì dalle prime comunità che vi si sono insediate, e sia rimasto come una vaga memoria in Nord America, dormiente fino alla fine del XVIII secolo.  Ciò che quindi è avvenuto è che la tradizione dei regali, che fino allora era una realtà locale e stagionale in cui ci si scambiavano oggetti fatti in casa, è esplosa in un qualcosa di più grande. È iniziata la produzione di massa, si è diffuso il commercio, sono arrivati i giocattoli dal Nord Europa, e tutto poteva essere acquistato: libri, strumenti musicali, tessuti, ecc.  Di conseguenza l’usanza dei regali si è trasformata in un qualcosa di irriconoscibile e questo ha fatto nascere l’esigenza di trovare uno spirito della donazione di regali. San Nicola era colui che nelle tradizioni olandese e inglese del vecchio mondo rappresentava il donatore; e non era neanche necessario fare grandi ricerche per ricordarlo.  La gente, alla fine del XVIII secolo, ha reso popolare l’immagine di Santa Claus – anche se non subito a fini commerciali – e il suo nome si è gradualmente trasformato per diventare Santa Claus.  Negli anni Venti del XIX secolo ha iniziato ad acquistare le sue caratteristiche odierne: le renne, la slitta, le campanelle. Elementi che sono semplicemente le caratteristiche del mondo da cui è emerso: a quell’epoca le slitte erano il mezzo principale di trasporto nell’inverno di Manhattan.  La poesia “A Visit from St. Nicholas” (una visita di San Nicola), nota anche come “Twas the Night Before Christmas” (era la vigilia di Natale), è del 1822 e lo descrive con tutti i dettagli. A quel tempo egli fumava la pipa, ma per il resto era già molto simile alla figura che conosciamo oggi.  Mentre queste caratteristiche prendevano forma, egli è stato associato sempre di più ad un ambito commerciale. Una strumentalizzazione comprensibile, ma pur sempre una deviazione rispetto al suo significato originario. Nel periodo medievale era simbolo ed icona della carità. Non mi sembra che possa essere definito allo stesso modo anche oggi. Attualmente sembra più uno strano miscuglio tra carità e consumismo dilagante.  Secondo lei cosa dovrebbero raccontare i genitori cristiani ai loro figli su Babbo Natale?  Seal: Ciò che ho voluto fare nel ripercorrere le origini di Babbo Natale è ricordare a me stesso che esiste un valido motivo morale nel fare i regali. L’idea di San Nicola era quella di aiutare le persone in difficoltà.  Questo è l’insegnamento che possiamo trarre. Fare regali, per il solo gusto di farli, a persone care che hanno in abbondanza, potrebbe non riflettere l’essenza di ciò che perseguiva San Nicola.  Come rispondere alle domande dei bambini sul significato di quest’uomo, non saprei.  Io sono un ex anglicano, ma San Nicola mi attrae molto dal punto di vista intellettuale e morale. Apprezzo molto gli importanti valori morali che egli rappresenta, il senso di una carità attiva.  San Nicola può essere apprezzato da chiunque abbia un minimo di senso morale; nessun sistema di credenze può porsi in disaccordo con ciò che egli rappresenta.  Egli parla a tutti perché, mentre la teologia può essere assai complessa, le sue storie sono semplici. Credo che sia questo il motivo per cui sono state raccontate per centinaia di anni e si sono trasformate in questo rito familiare che celebriamo anche oggi con Babbo Natale.

I 10 siti di notizie che un cattolico dovrebbe seguire

10-siti-notizie-cattoliciLe notizie da anni ormai giungono ai cittadini in maniera filtrata e “addomesticata” dalla politica e dai poteri forti che sono sfavorevoli al cattolicesimo e ostili a difesa della vita, della famiglia, della liberta’ di opinione, della liberta’ di coscienza, della liberta’ religiosa.
Ecco perché bisogna aprire i propri orizzonti attingendo ad altre fonti che non siano quelle dei grandi gruppi editoriali.

Ecco qui i 10 siti di informazione che un cattolico dovrebbe consultare per rimanere libero e non succube della mentalita’ atea e del materialismo.

1) LA CROCE QUOTIDIANO www.lacrocequotidiano.it
un quotidiano online (consigliamo di trovare 5-6 amici e acquistare un abbonamento annuale per scaricare i pdf/epub) su cui scrivono numerosi blogger emergenti e scrittori cattolici per commentare e analizzare gli avvenimenti alla luce della fede.
Una particolare attenzione al mondo prolife e alle grandi questioni culturali del nostro tempo

2) ASIANEWS www.asianews.it
una agenzia con notizie dal mondo asiatico e dal medio oriente, in 4 lingue. Notizie su una parte del mondo che coinvolge anche noi.
Una grande finestra anche sulla fede in Cina e sulla libertà religiosa nel mondo

3) LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA  www.lanuovabq.it
ogni giorno notizie di attualita’, commenti sugli avvenimenti relativi alla Chiesa, approfondimenti sui temi scottanti, dlal’eutanasia alla droga, dall’immigrazione al gender, dalle unioni civili all’islam.

4) AGENZIA ZENIT  https://it.zenit.org/
notizie e approfondimenti sul mondo e sulla Chiesa in 6 lingue.
Dispone anche di una newsletter gratuita quotidiana seguita da oltre 500.000 persone

5) ALETEIA http://it.aleteia.org/
testimonianze ed approfondimenti da tutto il mondo, la fede raccontata con storie e commenti dei maggiori blogger cattolici del mondo. In 7 lingue

6) TEMPI  www.tempi.it
Il sito del più acuto e moderno settimanale cattolico.
Approfondimenti e notizie che non si trovano altrove.
Una voce unica e irriverente, profondamente cattolica.

7) RADIOMARIA www.radiomaria.it
Ogni giorno una rassegna stampa degli articoli più interessanti per noi cattolici. Grandi conferenze e approfondimenti di alto spessore culturale specialmente la sera, tutti scaricabili.
Sono presenti anche articoli quotidiani in pdf sui principali temi della fede.

8) AVVENIRE www.avvenire.it
il quotidiano ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI, i vescovi…) con notizie e commenti sulla società e la Chiesa.
Fondamentale l’inserto settimanale Famiglia e Vita

9) VATICAN.VA www.vatican.va
il sito ufficiale della Chiesa Cattolica in 10 lingue,
dove si trovano tutti i testi e documenti del Papa e di tutti gli enti vaticani. Alcuni messaggi presentano anche traduzioni in altre lingue oltre le 10 principali del sito

10) RADIOVATICANA www.radiovaticana.va
Audio e notizie in tempo reale sulla Chiesa e sul Papa in 37 lingue.
E’ possibile trovare molti documenti tradotti in lingue non presenti sul sito vaticano

Omosessualita’ : qual e’ l’approccio della Chiesa?

courage-international-620x343Un incontro per aiutare tutti coloro che nella Chiesa sono interessati alla cura pastorale delle persone omosessuali.

Janet Smith, titolare della cattedra Father Michael J. McGivney di bioetica al Seminario Maggiore del Sacro Cuore di Detroit, ha collaborato all’organizzazione del convegno Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Accogliere ed accompagnare i nostri fratelli e le nostre sorelle con attrazione per lo stesso sesso

ZENIT ha intervistato la professoressa Smith sul convegno e, più in generale, sulla recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti riguardo al “matrimonio” tra persone dello stesso sesso.

La conferenza si e’ proposta di affrontare due questioni difficili sollevate dai Lineamenta per il Sinodo di ottobre sulla famiglia. Quali sono i principi generali da evidenziare nella cura per le persone con tendenze omosessuali e le loro famiglie, alla luce del modo in cui i loro diritti sono proposti nella società?

Il convegno Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Accogliere ed accompagnare i nostri fratelli e le nostre sorelle con attrazione per lo stesso sesso, promosso dall’Arcidiocesi di Detroit e da Courage International, e’ anche un libro con diversi saggi sull’argomento. Il testo Vivere la verità nella carità. Approcci pastorali su questioni omosessuali, pubblicato da Ignatius Press, suggerisce già dal titolo alcuni principi.

Sicuramente non dobbiamo isolare coloro che sperimentano attrazione per lo stesso sesso (ASS) e farli sentire come se fossero parte di un gruppo emarginato. Dal momento che è diventato “accettabile” “dichiararsi”, la maggior parte di noi è consapevole del fatto che alcuni dei nostri fratelli, figli, amici, colleghi di lavoro, genitori o maestri sperimentano ASS. Sono “noi”, nel senso che sono intima parte delle nostre relazioni affettive e vogliamo che continuino ad esserlo. Amarli significa rimanere in contatto con loro; significa voler sentire quello che sta succedendo loro; significa parlare cortesemente con loro e di loro; significa invitarli a eventi in cui si sentano accolti e amati. Significa non insultarli mai o parlare dell’ASS con disprezzo. Da parte mia, credo che le parole “sodomia” e “sodomita” dovrebbero essere mandate in pensione.

Dobbiamo però anche dire la verità sull’ASS a chi la sperimenta. Dobbiamo lavorare molto seriamente per trovare un modo non offensivo per condividere le nostre convinzioni cattoliche sull’ASS. Questo risulta più facile se abbiamo un rapporto amorevole con chi sperimenta un’ASS. Chi sa che ci preoccupiamo per lui è più disposto ad ascoltare quello che diciamo. Una verità che dovrebbe accompagnare sempre la riflessione è che tutti noi lottiamo con alcune difficili tentazioni e che gli “eterosessuali” non hanno alcun motivo per ritenersi superiori nei confronti di coloro che sperimentano un’ASS. Le peccaminose bravate sessuali delle persone eterosessuali, al giorno d’oggi, lasciano davvero poco spazio a chi vorrebbe ergersi a giudice di chi prova un’ASS.

Una verità che chi prova l’ASS deve comprendere è l’amore di Dio per lui e il Suo desiderio di essere in una relazione sponsale con lui, come il fatto che spesso possiamo accettare meglio noi stessi se siamo in grado di perdonare coloro che ci hanno fatto del male. Occorre ricordare, con delicatezza, che molte persone portano croci significative nella loro vita e che sperimentano il loro bisogno di rimanere casti ed eventualmente celibi, come una croce, ma questa croce è accompagnata da tante grazie e dall’opportunità di testimoniare Cristo.

La verità deve essere detta anche alle persone eterosessuali che pensano che l’amore per le persone con ASS consista nel non dire loro la verità. Sono troppo pochi coloro che sanno che tipo di vita vivono gli uomini che fanno sesso con uomini e le donne che fanno sesso con donne. Non sanno molto della promiscuità e del sesso anonimo praticato da molti uomini e della straziante monogamia seriale praticata da molte donne. Inoltre non sanno che la vita di molti ha dimostrato che coloro che vivono con l’ASS possono trovare una profonda pace e felicità vivendo secondo l’insegnamento della Chiesa, anche se, come per tutti noi, il percorso di una vita virtuosa può essere molto impegnativo.

Si prenderanno in considerazione molti aspetti dell’omosessualità. Nell’introduzione al primo volume lei sottolinea che “non siamo del tutto ignari su come servire chi prova un’ASS, ma certamente abbiamo ancora molto da imparare”. Potrebbe farci qualche esempio?

Nel corso del tempo, l’umanità, così come la Chiesa, impara a conoscere meglio alcuni fenomeni. Ad esempio, una volta, le prostitute erano generalmente viste come donne malvagie che avevano fatto una riprovevole scelta di “carriera”. Ora sappiamo che i casi come questi sono pochi, anzi, la maggior parte di loro provengono da situazioni tragiche come l’abuso sessuale e la tossicodipendenza e alla fine non si sentono degne di altre relazioni. Anche se la Chiesa non ha cambiato la sua idea della prostituzione come peccato terribile, ha tuttavia cambiato il modo di vedere le prostitute.

La visione culturale e psicologica dell’omosessualità varia notevolmente, da perversione indicibile a malattia psicologica, fino ad un orientamento dono di Dio. Il Catechismo afferma che l’omosessualità non è una scelta; ma questo, naturalmente, non significa che è innata. Secondo l’opinione più aggiornata una persona sperimenterebbe l’ASS per una serie di fattori, come un difetto nell’identità di genere, un rapporto problematico con il genitore dello stesso sesso, interessi dissonanti rispetto al gruppo dei pari sesso, ecc. Purtroppo l’APA (Associazione Americana di Psicologia) e le leggi in molti stati degli USA sostengono che l’attrazione omosessuale non possa essere “riparata” e vietano agli psicologi di aiutare le persone con ASS che cercano aiuto. Questo ha indubbiamente ostacolato i progressi nel comprendere come aiutare le persone con ASS. Una manciata di psicologi coraggiosi, che si sforzano di fornire aiuto a coloro che lo cercano, hanno scoperto molte tecniche utili, spesso dirette a risolvere difficoltà diverse dall’ASS. Quanto più scopriamo sulle cause dell’ASS e impariamo nuove tecniche per aiutare coloro che vivono un’ASS, tanto più cambieranno i nostri approcci pastorali.

È molto importante rilevare anche come i giovani crescono subendo un indottrinamento che vuol far loro credere che l’omosessualità sia la stessa cosa dell’eterosessualità. Hanno familiari e amici che vivono un’ASS e sono diventati molto accoglienti nei loro confronti. Il fatto che non capiscano l’insegnamento della Chiesa e quindi non lo accettino è naturalmente un grave problema ma, quando finalmente prendono confidenza con l’insegnamento della Chiesa e lo accettano, i loro buoni rapporti con le persone con ASS, li mettono in grado di trovare modi positivi per relazionarsi con loro nella verità. Potrebbero essere in grado di dare lezioni a tutti noi.

Courage, un apostolato cattolico internazionale che accoglie pastoralmente le persone con ASS, è una delle più importanti iniziative volte a sostenere le persone con tendenze omosessuali, e sponsor del convegno. Quali sono i punti di forza e di debolezza di Courage?

Non ho particolare dimestichezza con il funzionamento di Courage sul campo. Lo conosco per lo più attraverso la sua letteratura ed i suoi principi, che mi sembrano davvero eccellenti. Ho sentito dire da molte persone come Courage sia stato determinante per consentirgli di vivere una vita casta nella ricerca della santità. Ho anche sentito dire che Courage non sarebbe per tutti. Credo che alcuni pensino che si focalizzi su di una forma di castità “forzata” e non s’impegni abbastanza contro il disprezzo di sé, di cui soffrono molte persone con ASS. Tuttavia non c’è nulla nella loro letteratura che possa sostenere tali affermazioni, ma ogni gruppo locale ha una sua identità e sono sicura che la qualità dei leader e il livello di impegno dei membri sia molto vario. So che c’è stata in passato una certa diffidenza nei confronti di Courage in alcune diocesi. Diffidenza che si è progressivamente dissipata, da quando sempre più vescovi riconoscono la saggezza dell’approccio di Courage. Attualmente Courage è molto richiesto e benvenuto, penso che l’organizzazione faccia fatica a rispondere a tutti ma questa è una sfida. So che accolgono volentieri feedback sul proprio operato, quindi spero che coloro che hanno critiche da fare, le condividano con Courage.

#LoveWins [L’amore vince] è stato l’hashtag che ha risposto alla sentenza della Corte Suprema del mese scorso, che definisce come un diritto costituzionale il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Ha davvero vinto l’amore?

Neanche un po’. Mi viene in mente un canzone country che dice “cerco l’amore in tutti i posti sbagliati”. L’amore veramente complementare, l’amore sponsale che genera la vita è semplicemente impossibile in una relazione omosessuale. Ci saranno ancora più disillusioni e sofferenze emotive per le persone con ASS che proveranno il “matrimonio”. Questo significherà naturalmente più figli cresciuti da coppie dello stesso sesso, ai quali non sarà consentito di sperimentare l’importantissimo amore dei genitori di entrambi i sessi. Penso che l’hashtag corretto dovrebbe essere #bambinisconfitti.

Lei insegna in un seminario. Sulla base del suo lavoro con questi giovani che saranno i pastori della Chiesa nel prossimo decennio, come percepisce il compito che li attende per quanto riguarda aiutare la Chiesa a trasmettere il suo messaggio sulla dignità umana e sulla sessualità alla prossima generazione? Riusciremo a far comprendere ai giovani l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità?

Il compito è estremamente difficile. Generazioni di cattiva catechesi hanno derubato i giovani della sana formazione dei loro genitori. La buona notizia è che questi giovani sono fermamente convinti della verità della dottrina della Chiesa, hanno una profonda conoscenza delle fonti degli errori della cultura moderna e hanno cuori coraggiosi e generosi. Rispetto a quanto già fatto circa il modo di vita peccaminoso degli eterosessuali, c’è una enorme quantità di buon materiale ancora da elaborare; lo stiamo mettendo a punto per insegnare la verità sulla questione omosessuale. I film Il desiderio delle colline eterne e The Third Way hanno aperto gli occhi a molte persone, così come la serie di cinque video-catechesi, prodotte da Courage, sulla cura pastorale delle persone omosessuali.

Kathleen Naab  – www.zenit.org

Padre Pfeiffer, “un generale senza armi”, guidò la rete di assistenza ai perseguitati

pfeifferC’è un prete che compare a fianco del Pontefice Pio XII in un mosaico che si trova nel Duomo di Ascoli Piceno. Si tratta dello stesso sacerdote che intervenne con successo per fermare la razzia di ebrei che i nazisti stavano compiendo nel ghetto di Roma il 16 ottobre del 1943.

Quel sacerdote, nato a Brunnen in Baviera, e che fu Superiore generale dei padri Salvatoriani, si chiamava Pancrazio Pfeiffer.

Ora, per i 60 anni della sua morte, celebrati il 12 maggio, la Società Del Divin Salvatore, con l’adesione del Presidente della Repubblica Italiana ed il patrocinio delle Presidenza del Consiglio dei Ministri, della Provincia e del Comune di Roma, nonché della Pontificia Commissione per i rapporti Religiosi con l’Ebraismo, ha voluto organizzare presso la Cura Generalizia dei Salvatoriani a Roma, un convegno ed una mostra che rimarrà aperta fino al 18 giugno.

Fu padre Pfeiffer che durante l’occupazione nazista di Roma iniziata nel settembre del 1943, insieme a Carlo Pacelli, nipote del Papa, e a padre Antonio Weber dei padri Pallottini, svolse il compito di emissario di fiducia di Pio XII, al fine di realizzare il vasto programma di aiuto ai perseguitati dai nazisti.

Le carte conservate negli archivi dei Padri Salvatoriani sono incomplete e talvolta difficili da decifrare, ma quello che è rimasto mostra un lavoro grandioso condotto in favore dei perseguitati.

Circa gli interventi in favore di ebrei dall’Archivio di Padre Pfeiffer sono emersi appunti da cui si evince l’intervento della Santa Sede, il 25 ottobre del 1943, in favore di Alegra Livoli in Di Porto e dei suoi due figli e nella stessa data per Vittoria Livoli in Sonnino con tre figli, catturati nella retata del 16 ottobre. Il 28 novembre c’è un appello per Luigi Del Monte fu Alfred.

Un altro appello senza data è per Rita di Nepi in Terracina con i figli Leonello e Marco. Uno simile per Cesina Terracina con due bambini. Un altro foglietto, senza data, riguarda la situazione della famiglia Vitale di Montecatini, composta da sei elementi.

Un memorandum in data 25 novembre chiede aiuto per il Rabbino Nachmann Freiburg e per sua sorella oltre che per Ernesto della Riccia.

Un altro appunto di Padre Pancrazio fa riferimento a Settimio di Tivoli, arrestato il 24 novembre e segnalato dalla Segreteria di Stato già il 25 dello stesso mese.

Il 15 aprile 1944 la Segreteria di Stato chiese a Padre Pancrazio di intervenire a favore di Mario Segré, sua moglie e suo figlio arrestati il 5 aprile. C’è anche una lettera in favore di Segré da parte di monsignor Angelo Mercati degli Archivi Vaticani.

Uno dei salvataggi più straordinari operato dalla Santa Sede fu quello del giovane Giuliano Vassalli, socialista, che nel dopoguerra ha ricoperto il ruolo di Senatore, Ministro di Grazia e Giustizia nonché Giudice alla Corte Costituzionale.

Giuliano Vassalli, che allora era un comandante partigiano e un giovane dirigente del partito socialista, venne arrestato il tre aprile del 1944 e condannato a morte.

Fu liberato per intervento diretto di Pio XII, che operò pressioni tramite il Generale Karl Wolff, comandante delle SS e della Polizia tedesca in Italia. Di come Vassalli riuscì a evitare la condanna a morte e tornare libero, non si sapeva nulla fino a quando non fu lui stesso a raccontare la storia.

In una lettera autografa pubblicata da Giorgio Angelozzi Gariboldi nel libro “Pio XII, Hitler, Mussolini. Il vaticano fra le dittature” (Mursia, 1988), Vassalli ha scritto: “Il tre di giugno mi fu detto di prendere le mie cose. Mi ritrovai faccia a faccia con il capo della polizia nazista in persona, Herbert Kappler. Con lui c’era un prete con i capelli grigi che Vassalli non conosceva. Pensò che la sua famiglia gli avesse mandato un sacerdote per prepararlo a morire”.

Invece era padre Pancrazio venuto per portarlo via. Vassalli non dimenticò mai le parole urlategli da Kappler mentre veniva portato via da Padre Pancrazio: “Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato. Non è forse vero che lo ha meritato, signor Vassalli?”. Al termine del colloquio Kappler ingiunse a Vassalli di allontanarsi “in modo da non dovermi mai più rivedere”.

Con una macchina che aveva i contrassegni della Santa Sede, Vassalli venne portato direttamente al Generalato dei Salvatoriani in via della Conciliazione da dove potè ritrovare la libertà.
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La Santa Casa di Maria a Loreto

loretoSecondo uno studio archeologico condotto dall’architetto Nanni Monelli e da padre Giuseppe Santarelli, Direttore della Congregazione generale della Santa Casa di Loreto, le pietre che si trovano nella grotta dell’Annunciazione a Nazareth hanno la stessa origine delle pietre dell’altare dei Santi Apostoli della Santa Casa di Loreto.

Questa scoperta ha riaperto la discussione sulla validità storica della traslazione della Santa Casa di Nazareth a Loreto e sul mistero di come sia avvenuta questa traslazione.

Per approfondire la conoscenza e la storia del santuario mariano dove si conserva e venera la Santa Casa di Nazareth della Vergine Maria, che secondo la tradizione fu trasportata miracolosamente da Nazareth a Tersatto nel 1291 e infine a Loreto, ZENIT ha intervistato il prof. Giorgio Nicolini, un esperto in materia, autore del libro “La veridicità storica della miracolosa Traslazione della Santa Casa di Nazareth a Loreto” (www.lavocecattolica.it).

Il libro illustra con prove documentali del tutto inedite, la verità storica delle “cinque traslazioni miracolose” della Santa Casa di Nazareth avvenute “in vari luoghi” e infine sul colle di Loreto: “traslazioni miracolose” avvenute tra il 1291 e il 1296, “approvate” “ufficialmente” nella loro “veridicità storica” da tanti Papi, per sette secoli. Il libro contiene anche il testo della “benedizione” di Giovanni Paolo II, spedita in data 11 gennaio 2005 all’autore del libro dal Pontefice stesso.

Secondo un recente studio condotto dall’architetto Nanni Monelli e da padre Giuseppe Santarelli, Direttore della “Congregazione Universale della Santa Casa”, le pietre dell’Altare degli Apostoli (uno dei più antichi dell’età paleocristiana) che si trova nella Santa Casa di Loreto ha la stessa origine delle pietre che si trovano nella grotta di Nazareth, davanti alla quale si trovavano le tre Pareti della Santa Casa di Maria. E’ un’altra conferma dell’autenticità della Casa di Loreto come la Casa nazaretana di Maria?

Nicolini: Sull’autenticità della Santa Casa di Loreto come la “vera Casa nazaretana” di Maria non ci sono mai stati dubbi, se non per chi non ne conosce i secolari studi relativi; tanto che tutti i Sommi Pontefici, per sette secoli, ne hanno comprovato l’autenticità con solenni atti canonici di “approvazione”.

Tale studio dell’Altare degli Apostoli è invece importante perché, oltre a fornire una ulteriore prova dell’autenticità della Santa Casa di Loreto come la “Casa nazaretana” di Maria, fornisce anche una “prova” ancora più eclatante a riguardo della “miracolosità” della “traslazione” della Santa Casa di Nazareth.

Infatti la “tradizione” ha sempre attestato che, tra il 1291 e il 1296, le tre Pareti della Santa Casa di Nazareth furono trasportate “miracolosamente”, per “il ministero angelico”, in “vari luoghi”, e insieme alle tre Pareti fu trasportato “miracolosamente”, “in vari luoghi”, anche l’Altare degli Apostoli. Ciò è attestato da antichi documenti, nei quali si parla della presenza di tale Altare unitamente alle tre Sante Pareti, come a Tersatto, in Dalmazia, ove la Santa Casa vi sostò tra il 10 maggio 1291 e il 10 dicembre 1294.

Quindi, in un certo senso, si potrebbe dire che “il miracolo” fu “duplice”, perché furono trasportate “miracolosamente” non solo le tre Sante Pareti “integre”, ma insieme ad esse, e distinto da esse, anche l’Altare degli Apostoli.

Che cosa hanno detto la storia, la tradizione, i Sommi Pontefici, sulla “traslazione” della Santa Casa di Nazareth della Vergine Maria, che si trova ora a Loreto?

Nicolini: Nel libro che ho scritto in proposito, dimostro che dal punto di vista storico e archeologico sono accertate, in modo indiscutibile, “almeno” cinque “traslazioni miracolose”, tra il 1291 e il 1296: a Tersatto (nell’ex-Jugoslavia), ad Ancona (località Posatora), nella selva della signora Loreta nella pianura sottostante l’attuale cittadina di “Loreto” (il cui nome deriva proprio da quella signora di nome “Loreta”); poi sul campo di due fratelli sul colle lauretano (o Monte Prodo) e infine sulla pubblica strada, ove ancor oggi si trova, sotto la cupola dell’attuale Basilica.

Tutti questi fatti soprannaturali furono tramandati dai “testimoni oculari” dell’epoca, nei vari luoghi ove si compirono, e furono rigorosamente controllati dai Vescovi locali dell’epoca, i quali emisero dei pronunciamenti “canonici” di “veridicità”, come attestano delle “chiese” dell’epoca consacrate a tali “eventi miracolosi” dai Vescovi di Fiume, di Ancona, di Recanati, di Macerata, di Napoli… Così pure tanti Sommi Pontefici, impegnando la loro Suprema Autorità Apostolica, hanno “approvato” ininterrottamente, sin dalle origini, la “veridicità storica” delle “miracolose traslazioni” della Santa Casa: da Nicolò IV (1292) sino a Giovanni Paolo II (2005).

In proposito, così scriveva il grande Pontefice Beato Pio IX, nella Bolla “Inter Omnia”, del 26 agosto 1852: “A Loreto si venera quella Casa di Nazareth, tanto cara al Cuore di Dio, e che, fabbricata nella Galilea, fu più tardi divelta dalle fondamenta e, per la potenza divina, fu trasportata oltre i mari, prima in Dalmazia e poi in Italia”. E il Santo Pontefice aggiunse ancora: “Proprio in quella Casa la Santissima Vergine, per eterna divina disposizione rimasta perfettamente esente dalla colpa originale, è stata concepita, è nata, è cresciuta, e il celeste messaggero l’ha salutata piena di grazia e benedetta fra le donne. Proprio in quella Casa ella, ripiena di Dio e sotto l’opera feconda dello Spirito Santo, senza nulla perdere della sua inviolabile verginità, è diventata la Madre del Figlio Unigenito di Dio”.

C’è però chi sostiene la tesi secondo cui furono alcuni Crociati, con la nave, a trasportare a Loreto solo delle “pietre” della Casa di Maria, che vennero poi ivi riassemblate sotto forma di “casa”. Lei che ne pensa?

Nicolini: Intanto è opportuno precisare che a Loreto ci sono solo le tre Pareti che costituivano in realtà “la Camera” di Maria, comunemente denominata come “la Santa Casa”, ove avvenne l’Annunciazione, e che sorgeva a Nazareth dinanzi ad una grotta e faceva un sol corpo con essa. Attualmente a Nazareth sono rimaste “la grotta” e “le fondamenta” della Casa “in muratura” dell’Annunciazione, mentre a Loreto è venerata l’autentica Casa “in muratura”, “senza fondamenta”, che stava a Nazareth davanti alla grotta. Detto più semplicemente: a Nazareth ci sono “le fondamenta” senza la Casa, a Loreto c’è “la Casa” senza le fondamenta.

L’“ipotesi” di un trasporto umano, avanzata recentemente da alcuni studiosi, oltre ad essere priva di ogni documentazione al riguardo, è “insostenibile” ed “impossibile”, sia per le ragioni “storiche” sopraddette, nonché per ragioni “architettoniche” e “scientifiche”. Ad esempio, l’ipotesi di un trasporto umano mediante la scomposizione dei muri della Casa in singoli blocchi di pietra effettuata a Nazareth e ricomposta prima in Dalmazia e poi per altre quattro volte sulla costa adriatica, dopo duemila chilometri di peregrinazione per terra e per mare, è del tutto impossibile anche dal punto di vista “temporale”. Ciò lo attesta la “simultaneità” delle date di partenza da Nazareth (sicuramente nel maggio 1291) e di arrivo a Tersatto (9-10 maggio 1291), come riportato da una lapide dell’epoca.

Così pure risulterebbe “impossibile” una simile operazione di “smontaggio” e “rimontaggio”, eseguita per di più in cinque luoghi diversi, in Dalmazia e in Italia. L’analisi chimica della malta, infatti, nei punti dove attualmente tiene unite le pietre, presenta caratteristiche chimiche particolari, proprie della zona di Nazareth, con una omogeneità della tessitura muraria, che esclude ogni possibilità di un tale ipotetico “smontaggio” e “rimontaggio” delle pietre. Infatti la malta che tiene unite le pietre è uniforme in tutti i punti e risulta costituita da solfato di calcio idrato (gesso) impastato con polvere di carbone di legna secondo una tecnica dell’epoca, nota in Palestina 2000 anni fa, ma mai impiegata in Italia. Quindi, la Santa Casa non fu mai “scomposta” in blocchi, ma è giunta a Loreto – dopo altre precedenti “traslazioni miracolose” – con le pietre “murate” con la stessa malta usata oltre 2000 anni fa a Nazareth, così come oggi ancora si presenta.

La collocazione finale poi su una pubblica strada, a Loreto, ove ancor oggi si trova, è ugualmente umanamente “impossibile”, come hanno attestato tutti gli archeologi ed architetti che hanno esaminato nei secoli il sottosuolo della Santa Casa e la strada pubblica su cui “si è posata”. L’architetto Giuseppe Sacconi (1854-1905), ad esempio, dichiarò di aver constatato che “la Santa Casa sta, parte appoggiata sopra l’estremità di un’antica strada e parte sospesa sopra il fosso attiguo” . Disse inoltre che, senza entrare in questioni storiche o religiose, bisognava ammettere che la Santa Casa non poteva essere stata fabbricata, come è, nel posto ove si trova (“Annali Santa Casa”, anno 1925, n.1). Un dato da rilevare, in proposito, a dimostrazione che le tre Sante Pareti “si posarono” sulla strada, e non che vi furono ricostruite, è la singolarità di un cespuglio spinoso che si trovava sul bordo della strada al momento dell’impatto e che vi è rimasto imprigionato.

Un altro insigne architetto, Federico Mannucci (1848-1935), incaricato dal Sommo Pontefice Benedetto XV di esaminare le fondamenta della Santa Casa, in occasione del rinnovo del pavimento, dopo l’incendio scoppiatovi nel 1921, scrive e asserisce perentoriamente, nella sua “Relazione” del 1923, che “è assurdo solo pensare” che il sacello possa essere stato trasportato “con mezzi meccanici” (F. Mannucci, “Annali della Santa Casa” , 1923, 9-11), e rivelò che “è sorprendente e straordinario il fatto che l’edificio della Santa Casa, pur non avendo alcun fondamento, situato sopra un terreno di nessuna consistenza e disciolto e sovraccaricato, seppure parzialmente, del peso della volta costruitavi in luogo del tetto, si conservi inalterato, senza il minimo cedimento e senza una benché minima lesione sui muri” (F. Mannucci, “Annali della Santa Casa”, 1932, 290).

L’architetto Mannucci trasse, in sintesi, queste conclusioni: i muri della Santa Casa di Loreto sono formati con pietre della Palestina, cementati con malta ivi usata; è assurdo solo il pensare ad un trasporto meccanico; la costruzione della Santa Casa nel luogo ove si trova si oppone a tutte le norme costruttive ed alle stesse leggi fisiche. Quindi, se l’intera Santa Casa di Nazareth non possono averla “trasportata” gli uomini, non può essere stata trasportata che “miracolosamente”, per opera della Onnipotenza Divina, mediante “il ministero angelico”… come sempre “testimoniato” e “tramandato” dalla “tradizione” e “approvato” come “veridico” da tutti i Sommi Pontefici, per 700 anni, dalle origini sino ad oggi.

Recentemente lei ha rivolto alcune domande sulla “questione lauretana” al Santo Padre Benedetto XVI. Quali sono state le risposte?

Nicolini: Ho richiesto al Santo Padre Benedetto XVI un intervento proprio perché venisse “ristabilita” in modo “definitivo” la “veridicità storica” della “miracolosa traslazione” della Santa Casa di Nazareth a Loreto, scalzando così tante moderne “fuorvianti” e “secolaristiche” interpretazioni. Il Santo Padre è subito intervenuto per la celebrazione Liturgica della “Miracolosa” traslazione del 10 dicembre dello scorso anno, facendo pervenire al Vescovo di Loreto una relativa “inequivoca” e bellissima preghiera da recitarsi nel Santuario. Tale preghiera, ed un mio commento ad essa, la si può leggere all’indirizzo del mio Sito Internet www.lavocecattolica.it/preghiera.benedetto.XVI.htm).

In questa preghiera il Sommo Pontefice Benedetto XVI – così come tutti i suoi Predecessori – “riconosce” di nuovo “espressamente”, “ripetutamente” e “inequivocabilmente” che le Sante Pareti, venerate nel Santuario di Loreto, sono proprio la “Santa Casa” di Nazareth, di Maria, di Giuseppe e di Gesù. Egli infatti, tra l’altro, scrive nella preghiera: “Santa Maria, Madre di Dio, ti salutiamo nella tua casa… qui hai vissuto… qui hai pregato con Lui… qui avete letto insieme le Sacre Scritture… siete tornati in questa casa a Nazareth… qui per molti anni hai sperimentato…”

La Santa Casa di Loreto, quindi, viene ancora “confermato” – dal nuovo Pontefice – che è proprio “la Casa di Maria”, quella che “proprio” “era” a Nazareth. Perciò, anche nel “pronunciamento” del nuovo Sommo Pontefice, a Loreto non ci sono delle semplici “sante pietre” portate dagli uomini e “riassemblate” e “ricostruite” a Loreto dagli uomini (come sostengono certi “studiosi” contro gli stessi rilievi scientifici): perché, altrimenti, il Santo Padre non identificherebbe la Santa Casa di Loreto con quella che era “proprio” e “realmente” a Nazareth, ove avvenne l’annuncio dell’angelo a Maria e l’Incarnazione in lei del Figlio di Dio, e ove Maria, Giuseppe e Gesù hanno vissuto “per molti anni”… A Loreto, perciò, vi è proprio l’intera Santa Casa di Nazareth (nelle sue tre Pareti), ivi giunta “miracolosamente”, per “il ministero angelico”, dopo molteplici “traslazioni miracolose”, come sempre insegnato dalla “tradizione”, attestato dagli studi storici, archeologici e scientifici, come quelli sopra accennati, e confermato innumerevoli volte – lungo i secoli – dal Magistero “ordinario” e “solenne” dei Sommi Pontefici.

Forse giova qui ricordare le sempre attuali e bellissime parole del santo Pontefice Leone XIII, scritte nella sua Enciclica “Felix Lauretana Cives” (del 23 gennaio 1894): “Comprendano tutti, e in primo luogo gli Italiani, quale particolare dono sia quello concesso da Dio che, con tanta provvidenza, ha sottratto (prodigiosamente) la Casa ad un indegno potere e con significativo atto d’amore l’ha offerta ad essi. Infatti in quella beatissima dimora venne sancito l’inizio della salvezza umana, con il grande e prodigioso mistero di Dio fatto uomo, che riconcilia l’umanità perduta con il Padre e rinnova tutte le cose”. Ed anche: “Dio volle a tal punto esaltare l’invocato nome di Maria da dare compimento, in questo luogo (Loreto), a quella famosa profezia: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata”.

Zenit

Il jihad e la crociata: guerre sante asimmetriche

jihad crociataAttenzione a non confondere jihad e crociata. Sono guerre sante, ma non sono la stessa cosa. Lo spiega in un nuovo volume – Il jihad e la crociata (Ares, www.edizioniares.it, pagg. 160, euro 12) -, apparso dopo il famoso discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, lo storico Marco Meschini.

Marco Meschini è storico medievalista e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In questa intervista rilasciata a ZENIT, chiarisce i concetti fondamentali per vedere le differenze tra jihad e crociata: mentre il jihad è essenziale per l’islam, la crociata non lo è per il cristianesimo.

In che senso il jihad e la crociata sono «guerre sante»?

Meschini: Per «guerra santa» intendiamo una guerra con due elementi caratterizzanti: innanzitutto, per chi vi aderisce, è una guerra volta da Dio e promossa dai suoi legittimi rappresentanti; in secondo luogo, parteciparvi apre le porte del Paradiso.

Per il jihad si deve ricordare un passo coranico fondamentale: «Combattete coloro che non credono in Allah e che non ritengono illecito quel che Allah e il suo messaggero han dichiarato illecito» (9,29). È Allah a volere il jihad, Allah è santo, dunque il jihad è santo, una guerra santa.

Per il secondo aspetto, va richiamato un hadit (cioè un detto di Maometto con valore normativo): «Sappiate che il Paradiso è all’ombra delle spade».

Inoltre il mujahid, il «combattente del jihad», in caso di morte è considerato un «martire», shahid, «testimone», lo stesso senso letterale della parole greca martyr, «martire». Costui è ritenuto così santo che il suo corpo non deve essere lavato prima dell’inumazione, come prescriverebbe la legge islamica, e può persino trasferire parte della propria santità ai parenti.

Lei però le definisce anche «asimmetriche»: cosa le distingue?

Meschini: Anche la crociata – per i cristiani del Medioevo – era voluta da Dio, nel senso che i Papi la vollero e la predicarono, connettendovi la remissione delle pene per i peccati commessi dai partecipanti. E il grido di battaglia dei crociati era: «Dio lo vuole!».

Una prima asimmetria è però proprio questa: il jihad apre direttamente le porte del Paradiso, la crociata no, perché è intesa come parte del processo che può condurre l’uomo peccatore in Paradiso.

Vi sono però altre asimmetrie più forti.

Anzitutto, il jihad è sia difensivo sia aggressivo, cioè strumento di diffusione della religione islamica che – ricordiamolo – significa «sottomissione» ad Allah.

La crociata, invece, nacque solo dopo oltre un millennio di cristianesimo e con uno scopo limitato: recuperare Gerusalemme e la Terrasanta, ingiustamente occupate dai musulmani.

Va però aggiunto che, nel corso di una storia plurisecolare, vi furono anche crociate di espansione, pur senza che l’idea originaria si perdesse completamente.

Lei inoltre sostiene che, mentre il jihad è coessenziale all’islam, la crociata non lo è per il cristianesimo.

Meschini: È l’asimmetria più radicale. Come detto, la guerra santa è una prescrizione coranica – e il Corano è la Parola di Allah, eterna e immutabile – praticata da Maometto e dotata di tutta una serie di regole accessorie per definirne modi e condizioni.

Ancora oggi, per tutti gli islamici, il jihad è il «sesto pilastro» dell’islam, cioè uno dei precetti identitari della loro religione.

Viceversa, non esiste alcun testo sacro cristiano che parli di una simile guerra, né il modello che è Cristo la prevede, anzi! Per questo la crociata, certamente sorta in un contesto cristiano, non è necessario che si ripresenti in altri contesti cristiani; né, soprattutto, ha a che fare con il kerigma, il «nocciolo» della rivelazione cristiana.

Avrebbe senso, oggi, una sorta di crociata cristiana?

Meschini: Non credo. Tuttavia ha molto senso un’azione di resistenza salda – che ricorra quindi non solo ma anche alla forza – per contrastare chi minaccia manu armata la pace internazionale.

Parlare di jihad e crociate oggi non rischia di rendere più difficile il dialogo tra cristianesimo e islam?

Meschini: Qual è lo scopo del dialogo? Io penso conoscersi meglio e, se possibile, giungere a un livello superiore di verità. Dunque la verità o almeno l’onestà intellettuale è una premessa, anzi una condizione irrinunciabile del dialogo.

Per questo ho voluto smascherare alcuni commentatori che, dietro contorsioni verbali, cercano di camuffare la verità storica, giuridica e teologica insita nel tema del jihad.

Cosa voleva dire il Papa a Ratisbona quando ha parlato del discorso di Manuele II Paleologo su questi temi?

Meschini: Benedetto XVI è stato molto chiaro: la fede e la verità si possono proporre e diffondere solo da intelletto a intelletto e da cuore a cuore, in un mutuo scambio di ragione e credo.

E quindi espandere la propria religione «con la spada» è una mostruosità antitetica al Logos, alla Ragione, cioè a Dio. E la violenta reazione di tanti alle sue parole è stata – drammaticamente – un’involontaria ma “perfetta” risposta di conferma al suo discorso.

Droga: una definizione in tre punti

droga1Secondo il Glossario di Bioetica, la droga è un attacco all’integrità del corpo. E’ un evento da contrastare e prevenire, e da non sottovalutare mai

Droga: Sostanza non nutritiva usata per aumentare momentaneamente le capacità mentali o per estraniarsi dalla realtà. Esistono vari tipi di droga, ognuno dei quali ha rischi per la salute non solo legati alla perdita di contatto con la realtà.

Realismo

Il termine viene dall’olandese «droog» che significa «secco», aggettivo usato per indicare appunto la pianta seccata da cui si estraggono i farmaci. Le droghe da «ricreazione» sono sostanze che vengono assunte per avere delle sensazioni euforizzanti  o per estraniarsi dall’ambiente. Molte droghe danno effetti collaterali gravi e spesso dipendenza da cui è difficile uscire. La caratteristica delle droghe da “ricreazione” è che non costituiscono nutrimento né hanno un’attività curativa. Alcuni loro derivati possono essere utilizzati come antidolorifici, ma esistono pareri difformi come ad esempio quello dell’American Accademy of Pediatrics (vedi riferimenti). Anche tabacco e alcol possono essere pericolose e per questo i cittadini vanno messi in guardia anche da queste sostanze; ma il tabacco non ha una proprietà di estraniare dall’ambiente così come non l’ha l’alcol a dosi moderate (l’alcol a dosi moderate può essere considerato un alimento); sono dunque alcol e tabacco differenti dalle droghe d’abuso, ma nondimeno sono rischi da conoscere.

La ragione

A chi interessa parlare solo di liberalizzazione o penalizzazione? Questo è il binomio – angusto in verità -che interessa la politica; questa si divide disputando se penalizzare vietando coltivazione, produzione e/o consumo delle droghe o se liberalizzare e forse così togliendo lo spaccio dalle mani della malavita. In realtà questo dibattito nega un terzo livello della discussione – i due suddetti aspetti in definitiva sono due facce della stessa medaglia -: la domanda del perché la persona si droga, perché è un fenomeno generalizzato. Questa domanda porterebbe ad intervenire ad un livello più profondo e dunque più efficace: la coscienza dell’insoddisfazione e della solitudine giovanile, che però non si vuole affrontare: molto più facile limitarsi a liberalizzare o solo a far intervenire la polizia. Ma il vuoto di senso dei giovani e dei padri dei giovani (quelli che hanno fatto il ’68 comunista e ora sono la ricca borghesia) non lo affronta nessuno, la gente resta sola con tre soli ideali: autonomia, successo e perfezione fisica. La droga non si può combattere se non si riconosce e combatte questo vuoto.

Perché la droga è un pericolo?
In primo luogo per il rischio di malattie psichiatriche e problemi sessuali maggiori della media, tanto che la legalizzazione stessa è sconsigliata dai pediatri americani. La marijuana, pur definita droga leggera, porta ad un rallentamento dei riflessi, oltremodo pericoloso per chi svolge certe attività di precisione o per chi guida; e il rallentamento dei riflessi non si risolve “aspettando che passi l’effetto”, perché dura diversi giorni dopo l’assunzione. In Francia si contano oltre 200 morti all’anno per incidenti dovuti alla cannabis. Attenzione maggiore per la salute, dunque, deve essere richiesta, evitando sciocche banalizzazioni di queste sostanze; ma anche se non “facesse male alla salute”, come pensare che il giovane consideri normale qualcosa che lo isola dal mondo proprio nell’età in cui dovrebbe conoscere e costruire e intraprendere?

Il sentimento

Non è vero che per parlare di droga bisogna averla usata; per parlare di droga bisogna aver vissuto o conosciuto il disagio sociale o personale e domandarsi cosa davvero vuole chi sta male “dentro”. Sembra talvolta invece di trovarci in una società che abbandona invece di una società che abbraccia: come può essere credibile parlare di lotta alla droga in questo clima culturale?

Di Carlo Bellieni  – Zenit

per aiutare una famiglia o una persona con problemi di droga:
www.comunitacenacolo.it

La vera storia delle Crociate (Madden)

crociateI crociati non erano persone che aggredivano senza essere provocati, non erano avidi predoni, o colonizzatori medievali, come riportato in alcuni libri di storia. Thomas Madden, professore associato e preside della facoltà di storia dell’Università di St. Louis e autore di “A Concise History of the Crusades”, sostiene che i crociati rappresentavano una forza difensiva che non approfittava delle proprie imprese al fine di guadagnarci in ricchezze terrene o in acquisizioni territoriali. Madden ha ripercorso con ZENIT il quadro sui miti più diffusi relativi ai crociati, a fronte dei recenti accertamenti che li destituiscono di fondamento.

Quali sono gli errori storiografici più comuni sulle crociate e su chi vi prendeva parte?
Madden: Alcuni dei miti più comuni e le ragioni della loro infondatezza sono i seguenti:
Mito n. 1: Le crociate erano guerre di aggressione non provocate, contro un mondo musulmano pacifico.
Questa affermazione contiene quanto di più sbagliato ci possa essere. Dai tempi di Maometto, i musulmani avevano tentato di conquistare il mondo cristiano. Ed avevano ottenuto anche notevoli successi. Dopo alcuni secoli di continue conquiste, gli eserciti musulmani dominavano l’intero nord-Africa, il Medio Oriente, l’Asia Minore e gran parte della Spagna. In altre parole, per la fine dell’XI secolo, le forze islamiche avevano conquistato due terzi del mondo cristiano. La Palestina, casa di Gesù Cristo; l’Egitto, luogo di nascita del cristianesimo monastico; l’Asia Minore dove San Paolo aveva gettato i semi delle prime comunità cristiane – queste non erano la periferia della Cristianità, ma il vero cuore. E gli imperi musulmani non terminavano lì. Essi continuarono a spingersi verso Occidente, verso Costantinopoli, oltrepassandola e varcando i confini della stessa Europa. Le aggressioni non provocate erano quindi tutte dalla parte dei musulmani. Ad un certo momento, ciò che rimaneva del mondo cristiano avrebbe per forza dovuto difendersi o in caso contrario soccombere alla conquista islamica.

Mito n. 2: I crociati indossavano croci, ma erano in realtà interessati unicamente a conquistarsi ricchezze e terreni. I loro pii propositi erano solo una copertura sotto la quale si nascondeva una rapace avidità. Gli storici, tempo fa, ritenevano che in Europa si era verificato un aumento demografico che aveva portato ad avere un numero eccessivo di nobili cadetti, addestrati nell’arte bellica cavalleresca, ma privi di terreni feudali da ereditare. Le crociate quindi erano viste come una valvola di sfogo che spingeva questi uomini bellicosi lontano dall’Europa, verso terre da conquistare a spese di qualcun’altro. La storiografia moderna, assistita dall’avvento dei database computerizzati, ha fatto crollare questo mito. Noi sappiamo oggi che erano piuttosto i primogeniti d’Europa a rispondere all’appello del Papa del 1095, e a partecipare alle successive crociate. Andare in crociata implicava enormi spese. I signori erano costretti a vendere o a ipotecare le proprie terre per radunare i fondi necessari. Gran parte di loro, inoltre, non aveva interesse a costituire un regno oltre mare. Più o meno come i soldati di oggi, i crociati medievali erano fieri di fare il proprio dovere, ma altrettanto desiderosi di tornare a casa. Dopo i successi spettacolari della prima crociata, con la conquista di Gerusalemme e di gran parte della Palestina, praticamente tutti i crociati tornarono a casa. Solo una minima parte di loro rimase indietro al fine di consolidare e governare i nuovi territori. Anche il bottino non era granché. Infatti, sebbene i crociati sognassero vaste ricchezze nelle opulente città orientali, praticamente nessuno di loro riuscì anche solo a recuperare le spese sostenute all’inizio. Tuttavia i soldi e la terra non rappresentavano il motivo per cui avventurarsi nelle crociate. Essi andavano ad espiare i peccati per guadagnarsi la salvezza mediante le buone opere in una terra lontana. Essi sostenevano spese e fatiche perché credevano che, andando in soccorso ai loro fratelli e sorelle cristiani in Oriente, avrebbero accumulato ricchezze dove la ruggine e la tarma non corrodono. Avevano ben presente l’esortazione di Cristo secondo cui chi non prenderà su di sè la propria croce non sarà degno di lui. Essi ricordavano anche che “nessuno ha un amore più grande di chi dà la propria vita per gli amici”.

Mito n. 3: Quando i crociati conquistarono Gerusalemme nel 1099, essi massacrarono tutti gli uomini, donne e bambini della città, fino ad inondare le strade di sangue. Questa è una delle storie preferite da chi vuole dimostrare la natura malvagia delle crociate. Certamente è vero che molte persone a Gerusalemme furono uccise dopo che i crociati conquistarono la città. Ma questo deve essere considerato nel contesto storico del tempo. In ogni civiltà europea o asiatica dell’epoca, era normale ed accettato moralmente che una città che aveva resistito alla cattura ed era stata presa con la forza, apparteneva ai vittoriosi. E questo non comprendeva solo gli edifici e i beni, ma anche le stesse persone che l’abitavano. È per questo che ogni città o fortezza doveva valutare attentamente se poteva permettersi di contrastare l’assediante. Se no, era più saggio negoziare i termini della resa. Nel caso di Gerusalemme, la difesa fu tentata fino alla fine. Si calcolava che le formidabili mura della città avrebbero tenuto a bada i crociati fino all’arrivo di una forza proveniente dall’Egitto. Ma si sbagliarono. E quando la città cadde, essa fu saccheggiata. Molti furono ammazzati, ma molti altri furono riscattati o lasciati liberi. Secondo il criterio moderno questo può sembrare brutale. Ma un cavaliere medievale potrebbe far notare che un numero molto maggiore di uomini, donne e bambini innocenti vengono ammazzati mediante le tecniche moderne di guerra, rispetto al numero di persone che potrebbe cadere sotto la spada nell’arco di uno o due giorni. È utile osservare che in quelle città musulmane che si arresero ai crociati, le persone erano lasciate indisturbate. Venivano requisite le loro proprietà ed essi erano lasciati liberi di professare la propria fede.

Mito n. 4: Le crociate erano una forma di colonialismo medievale rivestito di orpelli religiosi. È importante ricordare che nel Medio Evo l’Occidente non era una cultura potente e dominante che si avventurava in una regione primitiva e arretrata. Era l’Oriente musulmano ad essere potente, benestante e opulento. L’Europa era il Terzo mondo. Gli Stati crociati, fondati in seguito alla prima crociata, non erano nuovi stanziamenti di cattolici in un mondo musulmano estraneo alle colonizzazioni britanniche dell’America. La presenza cattolica negli Stati crociati era sempre molto ridotta, solitamente inferiore al 10% della popolazione. Essi ricoprivano il ruolo di governanti e di magistrati, e altri erano commercianti italiani e membri degli ordini militari. La stragrande maggioranza della popolazione degli Stati crociati era musulmana. Non erano quindi colonie nel senso di piantagioni o fabbriche, come nel caso dell’India. Erano degli avamposti. La finalità ultima degli Stati crociati era di difendere i luoghi santi in Palestina, specialmente in Gerusalemme, e di fornire un ambiente sicuro per i pellegrini cristiani in vista in quei luoghi. Non vi era un Paese di riferimento per gli Stati crociati, con cui questi intrattenessero rapporti economici, né gli europei traevano vantaggio economico da tali Stati. Al contrario, le spese delle crociate finalizzate al mantenimento dell’Oriente latino, gravavano fortemente sulle risorse europee. Come avamposto, gli Stati crociati mantenevano un’impostazione militare. Mentre i musulmani combattevano tra di loro, gli Stati crociati erano al sicuro, ma una volta che i musulmani si unirono, furono in grado di far cadere le fortificazioni, catturare le città e nel 1291 espellere del tutto i cristiani.

Mito n. 5: Le crociate furono fatte anche contro gli ebrei. Nessun Papa ha mai lanciato una crociata contro gli ebrei. Durante la prima crociata un folto gruppo di malfattori, non associati all’esercito principale, discese nei paesi della Renania e decise di depredare e ammazzare gli ebrei che vi risiedevano. Questo fu causa, in parte di pura avidità, ma in parte derivava anche da un’errata concezione per cui gli ebrei, in quanto responsabili della crocifissione di Cristo, sarebbero stati legittimi bersagli della guerra. Il Papa Urbano II e i successivi Papi condannarono fortemente questi attacchi contro gli ebrei. I vescovi locali e gli altri ecclesiastici e laici tentarono di difendere gli ebrei, anche se con scarso successo. Analogamente, durante la fase iniziale della seconda crociata, un gruppo di rinnegati uccise molti cristiani in Germania, prima che San Bernardo riuscisse a raggiungerli e a fermarli. Queste realtà erano un disdicevole effetto collaterale derivante dall’entusiasmo delle crociate, ma non erano lo scopo delle crociate. Per usare un’analogia moderna, durante la seconda guerra mondiale alcuni soldati americani commisero crimini mentre si trovavano oltre oceano. Essi furono arrestati e puniti per tali crimini, ma il motivo per cui erano entrati in guerra non era di commettere crimini.

Le tensioni attuali tra i Paesi occidentali e quelli musulmani hanno poco a che vedere con le crociate, afferma uno storico.
In questo senso, Thomas Madden, professore associato e preside della facoltà di storia dell’Università di St. Louis e autore di “A Concise History of the Crusades”, sostiene che, agli occhi dei musulmani del tempo, le crociate non erano considerate molto importanti. Questa prospettiva è poi mutata grazie ai revisionisti del XIX secolo che iniziarono a riproporre le crociate come guerre imperialiste, ha affermato.

Crede che i contrasti tra Occidente e mondo musulmano siano in qualche modo una reazione alle crociate?
Madden: No. Potrebbe sembrare una risposta strana considerando che Osama bin Laden e altri islamici si riferiscono spesso agli americani come “crociati”. Tuttavia è importante ricordare che nel corso del Medioevo – e in realtà fino al tardo XVI secolo – la superpotenza del mondo occidentale era l’Islam. Le civiltà musulmane erano ricche, sofisticate e immensamente potenti. L’Occidente invece era arretrato e relativamente debole. È interessante notare anche che, ad eccezione della prima crociata, sostanzialmente tutte le altre crociate dell’Occidente – e ve ne furono centinaia – non ebbero successo. Le crociate possono aver rallentato l’espansione del mondo musulmano, ma non ne hanno assolutamente procurato un arresto. Gli imperi musulmani hanno continuato ad espandersi nei territori cristiani, conquistando i Balcani, molta dell’Europa orientale, compresa la più grande città cristiana al mondo, Costantinopoli. Agli occhi dei musulmani del tempo, le crociate non erano considerate molto importanti. Normalmente, le persone del mondo musulmano del XVIII secolo non sapevano granché delle crociate. Queste erano invece importanti per gli europei, perché rappresentavano imprese notevoli, caratterizzate dal fallimento. Tuttavia, durante il XIX secolo, quando gli europei iniziarono a conquistare e colonizzare i Paesi del Medio oriente, molti storici – in particolare scrittori francesi nazionalisti o monarchici – iniziarono a considerare le crociate come il primo tentativo dell’Europa diretto a esportare i frutti della Civiltà occidentale al mondo arretrato musulmano. In altre parole, le crociate furono trasformate in guerre imperialiste. Queste interpretazioni della storia furono diffuse nelle scuole coloniali e divennero l’impostazione accettata nel Medio oriente e oltre. Nel XX secolo, l’imperialismo fu oggetto di discredito. Allora, alcuni nazionalisti arabi e islamisti fecero propria l’impostazione coloniale delle crociate ed iniziarono a sostenere che l’Occidente era responsabile delle loro afflizioni perché aveva depredato il mondo musulmano sin dai tempi dalle crociate. Spesso si dice che le persone, nel Medioevo, hanno lunga memoria; è vero. Ma nel caso delle crociate, essi hanno recuperato memoria: ricordi fabbricati per loro stessi dai conquistatori europei.

Vi è qualche similitudine tra le crociate e la guerra contro il terrore di oggi?
Madden: A parte il fatto che i soldati di entrambe le guerre sono spinti dalla volontà di servire qualcosa che è più grande di loro stessi, a cui essi tengono, e che desiderano tornare a casa appena queste terminano, non vedo altre similitudini tra le crociate medievali e la guerra contro il terrore. Le motivazioni di una società secolare posti-illuminista sono molto diverse rispetto a quelle del mondo medievale.

In che modo le crociate si differenziano dalla jihad islamica o da altre guerre di religione?
Madden: Lo scopo fondamentale della jihad è di espandere il Dar al-Islam — la dimora dell’Islam — nel Dar al-Harb — la dimora della guerra. In altre parole, la jihad è espansionistica e persegue la conquista dei non musulmani per porli sotto il governo musulmano. A coloro che vengono conquistati viene data una semplice alternativa. Per coloro che non appartengono alle “Genti del Libro” – ovvero i non cristiani o i non ebrei – la scelta è convertirsi all’Islam o perire. Per coloro che appartengono alle “Genti del Libro”, la scelta è sottomettersi al governo musulmano e alla legge islamica o perire. L’espansione dell’Islam, quindi, era direttamente legata al successo militare della jihad. Le crociate furono qualcosa di molto diverso. Nel Cristianesimo, sin dall’inizio, fu sempre proibita la conversione forzata di qualsiasi tipo. La conversione per mezzo della spada non era possibile per il Cristianesimo. Diversamente dalla jihad, lo scopo delle crociate non era né quello di allargare l’estensione territoriale del mondo cristiano, né quello di diffondere il cristianesimo mediante la conversione forzata. Le crociate erano invece una risposta diretta e tardiva a secoli di conquiste musulmane di territori cristiani. L’evento che seguì immediatamente la prima crociata fu la conquista turca di tutta l’Asia minore nel corso dei decenni dal 1070 al 1090. La prima crociata fu lanciata da Papa Urbano II nel 1095 in risposta ad un urgente appello di aiuto dell’imperatore bizantino di Costantinopoli. Urbano II allora chiamò i cavalieri del mondo cristiano per accorrere in aiuto ai fratelli d’Oriente. L’Asia minore era cristiana. Questa parte dell’Impero bizantino fu evangelizzata a partire da San Paolo. San Pietro fu il primo vescovo di Antiochia. Paolo scrisse le sue famose lettere ai cristiani di Efeso. Il credo della Chiesa fu scritto a Nicea. Tutti questi luoghi si trovano in Asia minore. L’imperatore bizantino pregò i cristiani d’Occidente di aiutarlo a riconquistare i territori e ad espellere i turchi. E le crociate rappresentarono questo aiuto. Il loro scopo, tuttavia, non era solo quello di riconquistare l’Asia minore, ma di riconquistare altre terre anticamente cristiane, che erano state perse a causa delle jihad islamiche. Tra queste vi era la Terra santa. In una parola, quindi, la principale differenza tra le crociate e le jihad è che le prime erano una difesa contro queste ultime. Tutta la storia delle crociate orientali è una storia di risposta ad aggressioni musulmane.

I crociati ebbero qualche successo nella conversione del mondo musulmano?
Madden: Nel XII secolo alcuni francescani iniziarono una missione in Medio oriente nel tentativo di convertire i musulmani. Ma non ebbe successo in gran parte perché le leggi islamiche considerano la conversione ad altra religione come un’offesa capitale. Questo tentativo fu, peraltro, portato avanti separatamente rispetto alle crociate, le quali non avevano nulla a che fare con il discorso della conversione, e mediante mezzi pacifici di persuasione.

Come razionalizzò, il mondo cristiano, la propria sconfitta nelle crociate? I crociati stessi furono sconfitti?
Madden: Lo fecero così come gli ebrei del Vecchio Testamento. Dio non diede la vittoria al suo popolo perché era nel peccato. Questo portò ad un movimento di pietà di larga scala in Europa, il cui obiettivo era di purificare in ogni modo la società cristiana. Il Papa Giovanni Paolo II, in realtà, ha chiesto scusa per le crociate. Le ha condannate… Madden: Questo è un mito curioso, visto che il Papa è stato cosi palesemente criticato per non aver chiesto scusa in modo espresso per le crociate, nell’ambito della sua richiesta di perdono a tutti coloro a cui i cristiani avevano procurato del male ingiustamente. Il Santo Padre non le ha condannate, né ha chiesto scusa per esse. Egli ha chiesto scusa per i peccati dei cattolici. Recentemente è stato ampiamente riportato il fatto che Giovanni Paolo II ha chiesto scusa al Patriarca di Costantinopoli per la conquista crociata di Costantinopoli del 1204. Ma in realtà, il Papa ha solo ribadito ciò che aveva detto il suo predecessore, Papa Innocenzo II (1198-1216). Quell’evento fu un tragico esempio di un attacco non andato a buon fine, che peraltro lo stesso Innocenzo II cercò in ogni modi di evitare. Egli ha chiesto scusa per i peccati dei cattolici che presero parte alle crociate, ma non ha chiesto scusa per le crociate stesse o per i loro risultati.