Trapiantato o artificiale: e’ il nuovo grembo. Nuovi problemi

La risposta all’infertilità arriva dalla chirurgia. Secondo quanto confermato dal Baylor University Medical Center di Dallas, negli Usa, una donna che si era sottoposta al trapianto dell’utero è ora diventata mamma. In tutto il mondo sarebbero 8 i bambini nati grazie a questa tecnica utilizzata per la prima volta in Svezia nel 2012. Ma se per l’American Society for Reproductive Medicine si tratta di «un’altra pietra miliare nella storia della medicina riproduttiva», in realtà l’intervento presuppone diversi rischi legati alla fase del trapianto dell’utero – da donatrice vivente oppure da cadavere – e numerosi fallimenti dovuti poi alla successiva tecnica di fecondazione assistita. Che, come noto, ha una bassa percentuale di successo. Non è un caso che sia nato un solo bambino nonostante i diversi interventi effettuati sinora nello stesso ospedale su altre pazienti alle quali poi è stato rimosso l’organo trapiantato. «La donna che riceve l’utero – sottolinea la ginecologa Emanuela Lulli, dell’associazione Scienza & Vita – , come tutti i trapiantati, deve seguire un percorso con immunosoppressori. Per poter poi accogliere un embrione, anche se ottenuto in laboratorio, l’utero – che è una sorta di culla – deve avere un endometrio ispessito e deve essere stato stimolato dagli ormoni dell’ipofisi della donna. Dunque perché tutto il ciclo ovarico e mestruale inizi a funzionare la donna deve aver assunto anche farmaci». Superato questo scoglio, la donna viene sottoposta agli esami e alla terapie necessarie per preparare il corpo a ricevere la fecondazione artificiale. «Oltre alle problematiche legate all’immissione di un organo – spiega Lulli – bisogna gestire le fasi della stimolazione ovarica, come fanno già tutte le donne che tentano la procreazione medicalmente assistita e che devono poi fare i conti con le delusioni conseguenti». Nel 2015 secondo il Ministero della Salute sono state il 18, 2% le gravidanze su cicli iniziati per Fivet e Icsi (cioè in laboratorio).

Il solo trapianto dell’utero, dunque, non basta per poter poi ottenere una gravidanza. «Si dovrebbe ricorrere a un trapianto di utero e tube, e le ovaie dovrebbero essere funzionanti», aggiunge la ginecologa. Il problema dell’infertilità, utilizzando questa procedura, resta piuttosto difficile da risolvere. Eppure la ricerca prosegue sulla linea del supporto tecnologico e punta ora alla realizzazione di un organo artificiale. Va in questa direzione, per esempio, il sistema sviluppato da alcuni neonatologi del Children’s Hospital di Philadelphia, che hanno messo a punto una sorta di alternativa all’incubatrice, ossia una busta riempita di fluido con caratteristiche simili a quelle del liquido amniotico, e poi sigillata per minimizzare il rischio di infezioni. «Ma l’utero è qualcosa di vivo – ribadisce Lulli –. Durante la gravidanza e soprattutto nei primi tre mesi, c’è un traffico materno-fetale per cui il feto manda nella mamma cellule staminali che poi rimangono nel corpo della donna per tutta la vita».

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«Per una tecnica come questa – sottolinea Antonio Gioacchino Spagnolo, direttore dell’Istituto di Bioetica e Medical humanities dell’Università Cattolica di Roma – bisogna precisare che si deve ricorrere comunque a una fecondazione in vitro». Non si può far passare l’idea che si tratti solo di «sostituire un utero e quindi aspettare la fecondazione naturale». Così come non bisogna sottacere che la donazione da donna vivente «genera una sorta di mutilazione». Rimane poi il problema della salute del bambino. Non si conosce ancora «come cresce all’interno dell’utero, considerata la terapia anti-rigetto somministrata alla mamma». Da non sottovalutare, infine, il pericolo di eventuali degenerazioni nell’utilizzo del trapianto di utero, ipotizzando, per esempio, la possibilità anche per i transessuali di portare in grembo un bambino. «È un argomento scivoloso – mette in guardia Spagnolo – se l’utero è considerato come un contenitore e si separa la nascita del bambino dall’amore tra persone».

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Graziella Melina – Avvenire