La tratta a fini di sfruttamento sessuale, oggi

Il fenomeno dello sfruttamento a fini sessuali compare in Italia negli anni ’80, con l’arrivo delle donne dai Paesi dell’Est (all’inizio dall’Albania) e dall’Africa (in particolare Nigeria) facendo emergere, oltre all’enorme divario che persiste tra Nord e Sud del mondo, una “domanda” di sesso a pagamento che era rimasta, per anni, sopita e che, con l’arrivo delle migranti, è esplosa con numeri inimmaginabili: dalle 20 alle 30.000 persone che si prostituiscono nel nostro Paese, all’aperto e al chiuso (cifra incerta perché frutto di stime anche se ci sono fonti che forniscono numeri molto più alti). Il numero giornaliero dei clienti, anche in questo caso, sempre secondo stime, è 10 volte superiore al numero delle prostitute. Al primo posto, specie in strada, donne nigeriane, seguite da rumene, albanesi, sudamericane, cinesi e marocchine. Sono per lo più donne le vittime di tratta a fini sessuali, anche se non mancano maschi, transessuali e transgender. Il fenomeno porta con sé tutti gli estremi: giovanissime e donne avanti negli anni; ingannate e consapevoli di cosa verranno a fare, ma nessuna cosciente di cosa significa realmente prostituirsi in tutte le ore del giorno e della notte, col caldo e col freddo, sane e ammalate, anche col ciclo e incinte. Donne schiave, come sono state definite, dove le nuove catene sono rappresentate dal debito contratto per partire (per una giovane nigeriana si arriva a 70.000 euro mentre un donna dell’Est Europa paga dai 15 ai 20.000 euro) suggellato da una sorta di ipoteca sulla casa per alcune, per altre con un rito vudù. Per tutte la minaccia di una rivalsa sui parenti rimasti in patria: figli, fratelli, genitori.
Alcune volte le minacce si avverano. Non succede spesso ma, quando avviene, servono da monito per tutte le altre donne. Nel “pacchetto” offerto dall’organizzazione per il debito contratto: il passaporto; il visto; il viaggio (via terra, mare, aereo o altro); gli accompagnatori alle frontiere (attraverso i passeur); i vestiti e gli “accessori” con cui “lavorare”; il pagamento del marciapiede su cui sostare (joint); un cellulare per essere sempre raggiungibile; un posto dove abitare; l’indirizzo di un avvocato.
Una cifra considerevole di quanto pattuito sarà usata per corrompere funzionari e autorità per ottenere visti e documenti falsi o per passare i controlli alle frontiere.
L’aggancio nei Paesi di provenienza viene fatto da parte di connazionali (maschi e femmine, in Nigeria quasi sempre femmine, a volte ex prostitute o prostituite). Spesso si tratta di parenti, amici, vicini di casa. Luoghi per intercettare persone fragili sono anche gli istituti. Ad alcune donne viene promesso un lavoro, ad altre una sistemazione attraverso un matrimonio, o con il connazionale “pseudo-fidanzato” che le porta in Italia, o con qualcuno che, dicono loro, “le aspetta”. La distanza tra queste “proposte” e i matrimoni forzati, è sottile. In ogni caso gli sfruttatori oggi, di qualsiasi Paese siano, preferiscono scegliere le donne più vulnerabili e con pochi strumenti (a volte con leggeri handicap psichici), ingenue, perché sanno che sono maggiormente soggiogabili. Molte di loro, poi, appartenenti a famiglie numerose, sono convinte e sostenute proprio da queste ultime a partire verso Paesi in cui “fare fortuna”. La famiglia ha, nella storia di molte vittime della tratta, un importante ruolo, sia per “motivare” e sostenere la partenza, sia nella fuoriuscita dalla condizione di sfruttamento (molte pressioni perché continuino a spedire denaro a casa).
Il viaggio è diventato nel tempo sempre più difficile e pericoloso e spesso caratterizzato  da numerosi episodi di violenza: cambiano spesso accompagnatore e mezzo durante il tragitto. Fanno lunghi tragitti a piedi. Sostano in luoghi ove chi le ospita spesso le violenta.
Per le donne dell’Est avviene anche che siano vendute più volte durante il percorso. Per le donne africane il passaggio in Libia spesso significa torture e sopraffazioni che faticano a raccontare e rielaborare. All’arrivo, se non l’hanno capito prima, c’è l’induzione alla prostituzione forzata. Sono controllate direttamente o attraverso altre persone, a volte colleghe prostitute. Per coloro che si sottopongono al rito vudù il controllo è più leggero in quanto il vincolo “ce l’hanno in testa”, come affermano le mediatrici, figure fondamentali nel rapporto con le vittime di tratta africane. Il rapporto con la sfruttatrice o lo sfruttatore (a volte uno pseudo fidanzato) è un rapporto “forte”, fatto di paura e gratitudine per aver dato loro l’opportunità di cambiare vita. Alle forme più note, di sfruttamento “puro” (con controllo forte) o “misto” (dove la persona è sfruttata ma viene trattata con meno violenza e a volte ha anche un ruolo marginale nell’organizzazione dello sfruttamento) si è aggiunta una forma di tratta-mezzadria, o detta anche “mordi e fuggi” praticata soprattutto nello sfruttamento sessuale da donne dei Paesi dell’Est (Romania e ex Unione Sovietica) che hanno reti criminali di riferimento per ottenere servizi come l’organizzazione del viaggio, l’ottenimento dei documenti, un luogo dove esercitare, ma che poi sono libere di scegliere tempi, modi, e si tengono l’intero guadagno. Si tratta di persone che esercitano la prostituzione per due-tre mesi e poi tornano in patria per aprire un’attività, sostenere la famiglia, una sorta di pendolarismo dello sfruttamento.
Le rotte di provenienza sono, secondo quanto emerge dalla ricerca “Punto e a capo sulla tratta” (Franco Angeli, Caritas-CNCA, 2014) la tratta del Maghreb-Sicilia (la tratta da cui arrivano ormai da anni moltissime persone richiedenti protezione internazionale) e la rotta dell’Est Europa, con pari punteggio di risposte degli intervistati, a cui segue la rotta proveniente dall’area Schengen e dai Paesi Balcanici (mare Adriatico) e poi, da segnalare anche perché in aumento rispetto al passato, la rotta America Latina-Spagna-Portogallo. Nella biografia di molte donne la violenza fa parte dell’orizzonte in cui sono cresciute: in famiglia e fuori, come donne e a causa di condizioni sociali o politiche in cui versano i loro Paesi (guerre, conflitti interni, ecc.). Una violenza che ritrovano poi durante il viaggio e all’arrivo. Oltre alle violenze fisiche (molte donne portano i segni sul loro corpo: bruciature, morsi, ecc.) ci sono quelle psicologiche, inferte loro soprattutto da sfruttatori e clienti.
Una volta giunte a destinazione sono tolti loro i documenti il che le rende ancora più vulnerabili e sono poco o per nulla informate sulle leggi e sulle opportunità offerte loro. La prostituzione è vissuta, per tante di loro, con vergogna e paura. La loro vita è sostenuta dal desiderio di realizzare i sogni che avevano, dall’obiettivo di azzerare il debito e dalla soddisfazione di poter mandare soldi in patria.
Gli sfruttatori usano nei loro confronti atteggiamenti diversi. A volte avviene che, se sono considerate affidabili, viene dato loro un ruolo, magari marginale, come quello di controllare, in strada o in casa, le “nuove leve” in cambio del quale viene lasciato loro più denaro. La tratta per sfruttamento sessuale diventa così un alternarsi di contraddizioni e ambiguità in cui convivono le violenze più inaudite con la sensazione di “valere”. I luoghi dello sfruttamento sono all’aperto e al chiuso, in locali come discoteche, sale bingo, sale massaggio, ecc. Molti anche i locali privati, le case, i circoli. Appartamenti scelti con cura per tutelare la privacy dei clienti.
L’indoor è stato fortemente incrementato dalle ordinanze anti prostituzione di molte municipalità. Il risultato è stato la radicalizzazione sul territorio del fenomeno e la minore possibilità di contattare le vittime. Le nazionalità maggiormente presenti al chiuso sono: donne dell’est, sudamericane (in particolare brasiliane), cinesi, thailandesi. Sia in strada, sia al chiuso le persone transessuali (operate e non) rispondono a una fetta delle richieste avanzate dal mercato del sesso.