Turchia e religioni

avanzata_turca_ottomani_5001Nostra intervista a Mesrob II, patriarca di Costantinopoli della Chiesa ortodossa armeno-apostolica del paese. Il presente incerto su un passato glorioso e drammatico. È uno dei due patriarchi di Costantinopoli, assieme a quello grecoortodosso Bartolomeo I. Mesrob II, patriarca armeno apostolico, mi riceve nel suo patriarcato ubicato in un quartiere popolare, in una palazzo restaurato di recente, dopo che nel terremoto del 1999 era stato gravemente danneggiato. Il patriarca nemmeno cinquantenne, barba fluente così come il suo inglese, modi occidentali con gli occidentali, modi orientali con gli orientali, è personaggio di grande energia, che sa destreggiarsi con abilità nel contesto assai delicato per le minoranze religiose quale quello vigente tuttora in Turchia.

Prima della sua elezione, giusto per fare un esempio, il governo aveva congelato il patriarcato, impedendo per alcuni anni l’elezione del suo nuovo titolare. La strada è transennata per il ti more di attentati, e nella portineria hanno addirittura installato un metal detector. Mesrob II mi accoglie nel suo studio con estrema cordialità. L’intervista prosegue per un’ora abbondante.
Sua beatitudine, cosa pensa dell’attuale situazione del movimento ecumenico, in particolare per quanto riguarda le relazioni tra Chiesa cattolica romana e Chiesa armena?
Dopo la spinta del Vaticano II, la fondazione del Consiglio ecumenico delle chiese e l’inizio di proficui colloqui bilaterali, ora mi sembra si sia arrivati ad una certa burocratizzazione del movimento ecumenico, che si esprime in congressi che possono talvolta risultare sterili. Alcuni argomenti, poi, quali il problema dell’uniatismo, quello della consacrazione di donne vescovi, o quello dell’omosessualità nel clero per non parlare della complessa vicenda del Consiglio ecumenico delle chiese, hanno portato un certo scompiglio nella ricerca della piena unità tra i cristiani. Ci sono numerosi ortodossi come in Bulgaria e in Georgia che vorrebbero addirittura chiudere definitivamente le relazioni con gli anglicani! La situazione, quindi, non è semplice, e rischia di insabbiarsi gravemente.

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Che fare?
Per tutto quanto detto, ora forse è necessario un periodo di silenzio e di ripensamento, per preparare un altro momento di rottura salutare con la situazione attuale: per far ciò bisogna sottolineare primo luogo il dialogo della l’ecumenismo spirituale, a cominciare dal livello di base, delle parrocchie e delle diocesi. I documenti redatti non bastano, se non vengono digeriti dalle comunità. Sembra che la gente sia più naturalmente propensa all’ecumenismo quanto non lo siano le autorità delle singole chiese. Forse le comunità sono più aperte alle spinte ecumeniche ispirate dallo Spirito Santo. A livello di autorità bisogna anche porre una particolare attenzione al fatto che, se crediamo in un solo Cristo, gli atti compiuti da una sola chiesa ormai hanno effetti proprio a causa del movimento ecumenico, su tutte le altre chiese: ne ho parlato recentemente con l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, e ci siamo trovati d’accordo su ciò. Dobbiamo inoltre stare attenti a non compiere atti antibiblici, che vano contro il pensiero della Scrittura. Perché è sulla base di essa che possono avvenire le convergenze ecumeniche. Esistono diverse tradizioni religiose e confessionali, ma non tradizioni antibibliche.

La complessa situazione politica internazionale spinge alla ricerca di un avvicinamento tra le Chiese cristiane?
Certamente. Nelle chiese locali, in particolare nei paesi a maggioranza musulmana, si avverte un forte bisogno di mantenere relazioni tra fedi diverse. Oggi, di fronte a chi usa le religioni per seminare divisione e terrore, è più che mai necessario vivere onestamente la propria fede e stare assieme, mostrarsi uniti. Per questo la prima cosa da fare è pregare, e capire che l’ecumenismo è prima di tutto un affare di cristiani che vogliono essere uniti. E le comunità debbono poi sostenere le proprie autorità nei passi necessari da compiere. Di fronte alla sfida lanciata dal mondo musulmano e al confronto attualmente in atto col mondo islamico, è assolutamente necessario che le Chiese cristiane si presentino unite, come un solo corpo, in particolare in regioni come la Turchia dove la presenza cristiana è in ribasso, e l’emigrazione la colpisce grandemente.
Con la Chiesa cattolica, come vanno le cose?
A dire il vero, da tempo molta gente ha lavorato e lavora in questa direzione di un ecumenismo reale, a cominciare dai compianti cardinali Bea e Willebrands. Giovanni Paolo II è egli stesso un grande personaggio dell’ecumenismo, senza dubbio. In particolare è stato ispirato nello spingere il laicato verso il movimento ecumenico, grazie anche a nuovi movimenti quali i Focolari che sanno costruire ponti con le altre Chiese apostoliche. Ho incontrato il papa diverse volte, e sempre sono uscito edificato dai nostri colloqui. Sin dai tempi di Karekin I le relazioni sono migliorate tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa armeno apostolica, anche perché in numerosi paesi dove vive la diaspora armena i rapporti sono migliorati: penso agli Stati Uniti, a Los Angeles e a New York. È stata poi importante la visita di Giovanni Paolo II a Karekin II in Armenia.

L’Europa deve respirare con i suoi due polmoni, dicono numerosi attori della politica e della cultura europea, così come numerosi responsabili di chiese. È d’accordo con questa visione? La sua recente visita al Parlamento europeo è un segnale…
L’entrata nell’Unione europea della Turchia mi sembra che sarebbe molto importante per tutto il paese, ma in modo particolare per le minoranze che vivono in essa. Un’eventuale entrata significherà elevare il livello di vita dell’intera popolazione, non solo dal punto di vista economico. In Turchia la grande maggioranza della gente è favorevole ad un’entrata rapida nell’Ue, mentre le resistenze sembrano soprattutto annidarsi negli attuali paesi membri dell’Unione: cosa comprensibile, se si pensa solo che l’entrata del nostro paese porterebbe all’ingresso, d’un colpo solo, di 70 milioni di musulmani. Ma penso che anche le minoranze negli attuali paesi europei sarebbero avvantaggiate da un ingresso della Turchia. Certo, la storia è portatrice di retaggi di dimensioni enormi, come le crociate o le invasioni ottomane. Non dobbiamo dimenticare il passato, questo no; ma costruire un futuro migliore insieme. Per questo mi sto impegnando con tutte le mie forze per favorire una risposta positiva dell’Ue alla richiesta turca. La Chiesa armeno apostolica di Turchia vuole essere un ponte tra l’Europa orientale e quella occidentale.

Nessuno può negare che il problema del genocidio degli anni 1915-1916 sia ancora vivissimo in tutto il popolo armeno, e nella sua chiesa in particolare. Cosa si può dire ora? La ferita è rimarginata?

Quegli anni terribili sono stati caratterizzati da errori politici sia da parte armena che da parte turca: questo è innegabile. E la ferita è ancora aperta. Tuttavia quasi un secolo è ormai passato, e coloro che sono stati attori delle terribili vicende di quegli anni non sono più in vita: bisogna assolutamente favorire anche in questo caso un vero dialogo della vita tra turchi e armeni, senza dimenticanza, ma nel perdono. Siamo o non siamo cristiani? Non va perciò coltivata una cultura dell’odio reciproco, perché non si può costruire una cultura solo su elementi negativi! Certo la shoah ormai fa parte della cultura ebraica, come le vicende degli anni 19151916 fanno ormai parte indelebile della nostra cultura. Ma non è la shoah che fa l’ebreo! La storia va rivisitata, rivalutando alcuni elementi dimenticati, come ad esempio il fatto che gli armeni erano considerati i più leali cittadini turchi. Potevano essere amanti o nemici, i due popoli: taluni hanno purtroppo scelto la seconda soluzione. Al termine dell’intervista, ci tratteniamo dinanzi ad una porta affissa al muro, decorata di madreperla. Viene dal monastero di San Gregorio a Cesarea (nella Turchia orientale), unico elemento sopravvissuto alla sua distruzione avvenuta tre secoli fa. San Gregorio mi spiega il patriarca con un velo di commozione nella voce è stato il nostro evangelizzatore. Senza di lui non ci saremmo.

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UNA CHIESA APOSTOLICA
L’evangelizzazione dell’Armenia viene fatta risalire fino agli apostoli Bartolomeo e Taddeo. Ma la Chiesa armeno apostolica ha come padre san Gregorio l’illuminatore (260326), che convertì il re Tiridate III e sostituì il cristianesimo ai culti pagani su tutto il territorio. Nel 551 la Chiesa armena adottò una dottrina non calcedoniana, che riconosce una sola natura della Parola di Dio incarnata, ma che Cristo era di due nature. Dall’XI secolo, gli armeni hanno stretto legami duraturi con la Chiesa di Roma. Nel 1742 fu addirittura creato un patriarcato armeno cattolico. Attualmente i patriarcati armeno-apostolici sono quattro: Etchmiadzin, il principale, esistente dal 301; Cilicia, ad Antelias (Libano); Costantinopoli; e infine Gerusalemme (custode dei luoghi santi). Gli armeno-apostolici sono circa 7 milioni e mezzo (2 in Armenia), mentre gli armeno-cattolici superano di poco le 100 mila unità. In Turchia gli armeno-apostolici costituiscono la comunità cristiana più sviluppata, con circa 80 mila fedeli, anche se senza istituzioni adeguate: ad esempio non hanno nemmeno un seminario.

Intervista a Mesrob II
a cura di Michele Zanzucchi