Un amico di nome Charbel

sancharbel1Definito “l’Eremita del Libano”, venerato ancora oggi dopo cento anni dalla sua morte, Charbel Makhlouf ha compiuto imprese soprannaturali e miracoli tali da essere stato beatificato. Può essere giustamente definito il grande pastore spirituale non solo dell’Oriente ma anche dell’Occidente. La testimonianza di monsignor Francantonio Bernasconi e di molti coloro che, in varie parti del mondo, gli sono diventati devoti.

Joseph Makhlouf nacque l’8 maggio 1828, in una famiglia povera a Biqa-Kafra, un villaggio nelle più alte vette del nord del Libano; era un ragazzo semplice che si dedicava ad accudire il gregge di famiglia, ma a ventidue anni decise di entrare in monastero ed alla fine del suo noviziato, in quanto membro dell’Ordine dei maroniti nel Monastero di St. Maron ad Annaya , prese il nome di Charbel, che un tempo fu un martire d’Oriente. Dopo sedici anni di rigoroso ascetismo, i suoi superiori gli permisero di ritirarsi dal mondo. In un eremo vicino al monastero visse per il resto dei suoi giorni, in preghiera e contemplazione, digiunando free svolgendo lavori manuali, quali coltivare una vigna senza mai assaggiarne i frutti, e nutrendosi sempre in modo parco, considerato sempre come un monaco esemplare dotato di una obbedienza angelica.

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Secondo la tradizione, Charbel dimostrò sin dall’inizio e molte volte di possedere doti straordinarie e virtù eroiche, nonché una fervida spiritualità. Un giorno, ad esempio, salvò due monaci da un serpente velenoso, chiedendo semplicemente alla creatura di andare via.

Ma vi sono altri racconti di chiaroveggenza e guarigione associati al suo nome; la gente del luogo, inoltre lo amava moltissimo e lo ricordava sempre vigile ed in pellegrinaggio per accorrere presso il capezzale di malati e di persone che necessitavano del suo aiuto. Perfino quando morì, il 24 dicembre 1898, fu annotato nella documentazione del Monastero che tutti erano convinti che egli rimanesse attivo anche dopo la sua morte: perché sia i suoi confratelli sia quelli che lo conoscevano apprezzavano la sua spogliazione totale dalla vita terrena e la semplice generosità, che lo avevano spinto a preferire la pienezza di Dio all’illusione delle ricchezze del mondo.

Con le sue opere Charbel mise in pratica, di fronte a tutto il mondo, che l’avere non è niente e che l’essere è tutto, e che Dio, la semplicità stessa, non ha niente ma è assoluto. Pur nel ritiro dalla vita comune, Charbel ha voluto stabilire con i suoi prediletti il dialogo della fiducia, della presenza e dell’amore. Egli si sentiva costantemente chiamato dal Cristo Salvatore a ritirarsi nella profondità, ed i suoi occhi, che si chiusero al mondo, si aprirono a delle ricchezze divine, imperscrutabili e sconosciute ai più.

Così ne parla monsignor Bernasconi, che il venerando monaco maronita ha accompagnato spiritualmente nella sua formazione seminaristica. “Ho conosciuto san Charbel attraverso varie letture, e mi sono recato sul posto ove è vissuto nel Monastero di San Marone ed all’Eremo dei SS. Pietro e Paolo poco sopra Annaya.
Il messaggio che traspare nell’avvicinarsi alla figura di questo Santo senza frontiere che soccorre ogni tipo di tribolazione e di tribolato, a qualsiasi razza, religione, cultura appartenga, è che il soprannaturale ci circonda e fa parte della nostra storia; figure come quelle di questo padre maronita ci invitano a persuaderci che Dio è come un Sole che ci ha visitato e che ci rinvigorisce, lasciandoci le porte del Cielo sempre aperte. Quanto bene, quante strade della profondità sono state praticate da Charbel Makhlouf nella sua esistenza, creatura immemore del mondo, ma che Dio doveva glorificare con dei prodigi inauditi e senza nome, perché i valori di questa terra si sono lacerati mentre la fede necessitava di mortificazioni eroiche e di mistiche visioni di cui lui fu il più degno rappresentante

Anche il giorno della sua morte fu teatro di eventi straordinari, che convinsero gli animi a credere che si sarebbe ancora senza parlare di lui: infatti, secondo un opuscolo redatto dallo stesso monastero, la sua tomba fu immediatamente circondata da una “straordinaria luminosità” che durò per quarantacinque giorni, mentre l’interesse pubblico cominciò ad espandersi. Infatti, alcuni pellegrini tentarono addirittura di rubare parte delle sue spoglie: ne conseguì che le autorità decisero di riaprire la tomba, e così vi trovarono il corpo galleggiante nel fango, ma completamente privo di segni di deterioramento “come se fosse stato seppellito quello stesso giorno”. Si notò che un liquido simile al sangue trasudava dal suo corpo, (fenomeno verifica ancor oggi). Il liquido è conservato in un tessuto e, secondo il monastero, è responsabile di molti casi di guarigione avvenuti negli anni; inoltre, durante il secolo scorso, la sua tomba è stata aperta ben quattro volte (l’ultima volta nel 1955), ed in ogni occasione si è potuto constatare come questo corpo sanguinante possedesse ancora la sua flessibilità, come fosse ancora vivo.

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LE GUARIGIONI
San Charbel compì numerosi e prodigiosi miracoli. Subito dopo la sua beatificazione avvenne per sua intercessione la guarigione di suor Maria Abel Kamari, che soffriva di gravi problemi intestinali e non poteva più trattenere il cibo ingerito. Il suo stato era così grave che, costretta a letto per 14 anni, aveva già ricevuto tre volte l’estrema unzione. Nel 1950 fu trasportata alla tomba di Charbel; mentre pregava sentì un flusso energetico potente che le permise di stare in piedi senza aiuto, e da quel momento suor Maria Abel Kamari è completamente liberata dai disturbi precedenti
Si riporta che Charbel abbia benedetto una quercia in un giardino libanese e che i malati vengono curati usandone le foglie. Recentemente, alcuni dei prodigi miracolosi di Charbel sono stati pubblicati dalla stampa occidentale; giornali inglesi e il quotidiano britannico The Guardian hanno riportato la storia della quindicenne Samira Hannoch che racconta di aver avuto una visione di Charbel nella sua casa vicino a Stoccolma, e che da quel momento dell’olio fluisce da un ritratto di Charbel al quale vengono attribuite numerose guarigioni.

Uno dei fatti più spettacolari nella loro soprannaturalità legati a san Charbel è certamente quello occorso a Raymond Nader (nella foto), elettromeccanico libanese che ancora oggi porta su di sé i segni che mettono in evidenza l’operato di Charbel: su un braccio ha le sue cinque impronte digitali che gli hanno letteralmente ustionato la pelle, anche se dottori ed esperti non sono stati in grado di classificare e spiegare in modo esaustivo questo genere di impronta misteriosa nella carne. Solo il dottor Nabil Hokayem, un chirurgo plastico fra i più famosi in Libano, ha confermato che si tratta di una inconsueta ustione di secondo grado. In seguito quella effige digitale si è rinnovata spontaneamente per ben sei volte. Nell’aprile del 1997 Raymond Nader ha raccontato la storia davanti alle telecamere: “II 9 novembre 1994 ho trascorso una notte nell’eremo dove Charbel visse per 23 anni. Mi sentivo spinto ad applicarmi alla meditazione, anche se non mi sono mai considerato né un devoto né un fervente credente; in quell’occasione accesi cinque candele. Era una notte calma e fredda, quando improvvisamente, sentii un calore attorno a me, mentre un forte vento iniziò a soffiare. Tuttavia, con mia grande sorpresa, le candele rimasero accese. Provai a ragionare sistematicamente, poi pensai che stessi sognando o fossi in preda ad un’allucinazione. Di colpo persi i sensi; non c’era più calore, né vento, né fiamme. Ero in un mondo diverso, un mondo immerso nella luce. Non la luce che conosciamo abitualmente, ma una luce trasparente come acqua cristallina. La luce non proveniva da una direzione specifica, ma da ogni parte; ed era molto più luminosa della luce del Sole. Poi percepii una Presenza, non con la vista usuale però; e ad un certo momento udii una voce che non proveniva da nessun luogo e da tutti i luoghi, perché la sentii in ogni parte del mio corpo, ma non con le orecchie fisiche. Ma era come se si esprimesse senza parole, senza suoni. Questa Presenza mi infuse una sensazione di pace profonda, di gioia e amore. Avrei voluto che questo stato di beatitudine in cui mi trovavo permanesse per sempre, così come desiderai che questa Presenza mi fosse sempre accanto. E così in seguito accadde, perché da quel giorno san Charbel mi è sempre vicino…”. Progressivamente Nader ritornò al suo normale stato di coscienza, osservò le candele e notò stupito che erano completamente consumate: erano trascorse quattro ore. Nader, perplesso e stordito, si allontanò dall’eremo, e mentre si avviava verso l’auto percepì un calore al braccio. Pensò ad un graffio o a una puntura d’insetto, ma il calore aumentava sempre più, così si levò il maglione e notò cinque impronte digitali sul suo braccio; esse erano riprodotte in ogni minimo dettaglio comprese le rughe e le unghie. Egli in seguito dichiarò di aver sentito molto caldo, di non aver avvertito alcun dolore, ma solo un prurito, e che, per cinque giorni da quel segno uscirono sangue e acqua. Successivamente, in occasione delle festività per il Giorno di Charbel, il 15 luglio 1995, Raymond Nader ebbe nuovamente una straordinaria esperienza, mentre stava visitando il Monastero di St. Maron. Infatti, presso l’eremo del Santo Libanese vide una processione di monaci, alla coda della quale si trovava un prete molto vecchio. Quando gli si avvicinò, tutto intorno a lui mutò, ogni rumore sparì, ma riuscì ad udire la voce del prete risuonare nella sua testa. Era san Charbel che gli rivelò uno dei sei messaggi che in seguito avrebbe continuato ad affidargli: “Il Signore ha creato ogni essere umano affinché risplenda per illuminare il mondo; voi siete la luce del mondo. Ogni essere umano è una lanterna destinata a risplendere; il Signore ha provveduto che ogni lanterna disponga di vetri chiari e trasparente per permettere a questa luce di risplendere e di illuminare il mondo; ma la gente si cura del vetro, dimenticandosi della luce; si interessa dell’aspetto del vetro, lo colora e lo decora, finché esso diventa torbido, opaco, impedendo così alla luce di risplendere attraverso, e di conseguenza il mondo è sprofondato nell’ignoranza. Il Signore insiste nel voler illuminare il mondo. I vostri vetri devono ridiventare trasparenti. Dovreste realizzare il proposito per il quale siete nati in questo mondo”.
Tanti altri miracoli sono stati attribuiti a san Charbel; conversioni apparizioni e mirabolanti guarigioni come quella di Nouhad Al-Chami (nella foto), la donna che soffriva di emiplegia con doppia ostruzione alla carotide. Lei stessa e la sua famiglia erano prostrati dalla disperazione perché Nouhad non si muoveva più e stava cessando di cibarsi, non riuscendo più a deglutire… I dottori le avevano consigliato un’operazione con esito dubbio; una notte, però, (era il 21 gennaio 1993), dopo che suo figlio le aveva frizionato la gola con dell’olio benedetto proveniente dal Monastero di San Charbel, si addormentò per poi destarsi di colpo e rammentare di aver visto san Charbel ed un altro monaco avvicinarsi al suo capezzale ed averla operata alla gola. Improvvisamente si alzò, corse in bagno e davanti allo specchio notò due cicatrici ai lati della gola di dodici centimetri ciascuna, coi punti di sutura e del filo chirurgico nero che fuoriusciva, mentre il collo e la camicia da notte erano imbrattati di sangue. Vi lascio immaginare lo stupore e lo spavento del marito vedendola in piedi e tutta insanguinata… Lo stesso mattino la famiglia di Al-Chami si recò al Monastero di Annaya per testimoniare l’accaduto al superiore, mentre i medici dell’Ospedale di Beirut tolsero increduli i punti di sutura dal collo di Nouhad, certificando l’avvenuta guarigione.

In seguito alla donna apparve ancora san Charbel che le disse: “Ti ho operato perché tutti ti vedano e la gente torni alla fede. Molti si sono allontanati da Dio, dalla preghiera, dalla Chiesa. Ti chiedo di partecipare alla Messa presso l’eremo di Annaya ogni 22 del mese; le tue ferite torneranno a sanguinare il primo venerdì ed il 22 di ogni mese”.
San Charbel è conosciuto in tutto il mondo; persino in Russia, dove ha compiuto numerosi miracoli e conversioni raccontate da Anatoly Bayukansky, lo scrittore che ha il merito di aver introdotto nei paesi dell’ex URSS il suo culto.

IL MISTERO DEL VOLTO
Un altro mistero poi lo riguarda; nessuno ha mai visto il volto di san Charbel dopo il suo ingresso nel monastero, tranne ovviamente i suoi confratelli. Nessuno lo ha mai ritratto, né fotografato in vita… Aveva sempre il cappuccio calato sugli occhi… Eppure oggi abbiamo di lui una immagine che lo rappresenta con gli occhi volti in basso, con un viso dolce illuminato da una bontà ultraterrena e da una mistica pensosità, incorniciato da una austera e saggia barba bianca e un semplice cappuccio da frate.
Da dove proviene dunque questa immagine? L’8 maggio 1950, cioè mezzo secolo dopo la sua morte, in coincidenza con la sua data di nascita quattro missionari maroniti scattano una foto di gruppo insieme al custode presso la sua tomba.
Durante lo sviluppo apparve un sesto personaggio, un monaco dalla barba bianca, a mezzo busto, con il cappuccio e gli occhi abbassati. Non vi era alcun fotomontaggio e i monaci più anziani riconobbero in quel volto san Charbel con le sembianze degli ultimi suoi giorni di vita mortale. San Charbel Makhlouf rimane dunque una tra le figure più meravigliose ed intense della fede universale, ed un esempio di rettitudine e profusione di un mistico amore che ha pochi eguali nella storia dell’umanità.

Stefania Genovese, Il Giornale dei Misteri, V.06, n. 415, pp. 42-45
Bibliografia: Cattaneo Patrizia, Sono qui per guarirti!, Charbel il santo amico, Edizioni Segno, Tavagnacco (UD) 2005.

Per approfondire: www.charbelfriends.com