Un genocidio non riconosciuto: l’holodomor

holomodor-2aUno degli episodi più drammatici nella storia del comunismo. Oltre sette milioni di morti per fame in Ucraina, per iniziativa dl Stalin. Il nostro dovere di raccontare una verità incredibilmente censurata per settant’anni. Anche per onorare il sacrificio dl tanti innocenti.

C’è stato un periodo in cui l’intera Ucraina (grande due volte l’Italia) e le regioni ad est: il basso Volga, il Kuban’, il Kazachstan, sono state come un unico grande lager di Bergen-Belsen, dove milioni di uomini, donne e bambini morivano di fame a stavano agonizzando, mentre gli altri non avevano neppure le forze fisiche per seppellirli.

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Tutto questo è avvenuto nel 1932-1933, nell’indifferenza del governanti e sicuramente nell’ignoranza degli altri popoli, e ancora oggi a stento si ê riusciti a ristabilire la verità storica per dare il dovuto tributo alla memoria di tante vittime innocenti. Nel marzo del 1933, papa Pio XI aveva già denunciato ad alta voce le «catastrofiche e micidiali ideologie» usate come strumento d’oppressione dai governanti, ma il peso politico dell’Unione Sovietica allora aveva avuto la meglio nel convincere l’opinione pubblica mondiale che in realtà la modernizzazione dell’economia sovietica avanzava trionfalmente.

Per questo la grande fame (la «fame di massa», in ucraino holodomor) del 1932-1933, con oltre sette milioni di vittime, il cannibalismo, la distruzione compieta del mondo contadino, è stata una delle tragedie maggiori e più censurate del XX secolo. L’origine di questa immane tragedia risale al 1929, quando Stalin vara un colossale ed ambizioso programma per dare una svolta all’economia socialista che sta arretrando rovinosamente, piano che si articola in due punti chiave: creare una possente industria di Stato (industrializzazione forzata), e aziende collettive nelle campagne (collettivizzazione). Ai suoi occhi queste due misure dovranno far decollare l’economia sovietica, e da tattico scaltro e impassibile si impegna a concretizzare i piani teorici a spese della società reale.

La società reale, dal canto suo, impersonata da un folto ceto di contadini-imprenditori, soprattutto ucraini, oppone una forte resistenza all’imposizione della Stato (nel 1929 si registrano 1.300 rivolte, che nel 1930 salgono a 13.754), e Stalin concepisce un attacco radicale per spezzare definitivamente ogni resistenza; l’attacco si articola in tre momenti: il primo (1929-1932) è l’attacco di classe, ovvero la «liquidazione del kulaki» (quei piccoli proprietari che possedevano una o due mucche), che annienta il nerbo vitale della campagna. La dekulakizzazione significa la soppressione fisica, o la deportazione all’estremo nord di 12 milioni di contadini. Il secondo momento è la collettivizzazione forzata, preceduta dall’abolizione della proprietà privata della terra, e l’obbligo per tutti di entrare nelle aziende agricole statali (i kolchoz). Alla fine di questo duplice attacco le vittime si contano a milioni.

Immediatamente segue la terza e ultima fase (1932-1933), che potremmo definire «terrore di massa attraverso la fame», ossia la carestia pianificata a tavolino e prodotta artificialmente per dare il colpo finale a ogni possibile resistenza. La fame viene provocata attraverso una politica fiscale insostenibile che esaurisce le risorse monetarie della regione; attraverso la requisizione per l’ammasso statale dell’intera produzione agricola dei kolchoz, senza lasciare nulla per l’alimentazione né per le semine; attraverso la confisca delle derrate alimentari alla popolazione e la proibizione di farne commercio (pena condanne alla fucilazione o a più di dieci anni di lager); attraverso la proibizione di qualsiasi azione di sostegno da parte di altre regioni dell’Unione Sovietica; attraverso il ritiro del passaporto interno, in modo che le famiglie affamate non possano cercare salvezza in altre zone. Questa volta il numero delle vittime è ancora maggiore ed è accompagnato da un attacco radicale alla cultura ucraina, alla fede ortodossa, alla coscienza nazionale, che vengono identificate come manifestazioni di «nazionalismo» (ai prigionieri strappavano la croce e qualsiasi indumento tradizionale che in qualche modo li identificasse come ucraini).

Per definire un fenomeno storico che non aveva precedenti, Ia lingua ucraina ha elaborato un termine nuovo, holodomor appunto, che al pari del termine shoah, cerca di esprimere l’inesprimibile, l’orrore della violenza di massa pianificata. Nel 1932-1933, per la prima volta nella storia dell’umanità, la confisca dei generi alimentari è stata consapevolmente utilizzata da uno Stato a fini politici, come arma di distruzione di massa della propria popolazione.

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La verità sulle cause, le modalità e le dimensioni della carestia, anzi, l’esistenza stessa della carestia, come si è detto, sono state caparbiamente occultate e negate per decenni sia alla comunità internazionale che alla popolazione sovietica. Finché è esistito, il governo sovietico ha sempre usato la propria posizione di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU per impedire che l’argomento fosse sollevato nell’assise internazionale; infatti, ancora nel 1978 e nel 1985, due documenti delle Nazioni Unite sui genocidi del XX secolo (il Rapporto di Nicodème Ruhashyankiko, e il Rapporto di Benjamin Whitaken) non nominavano affatto l’Ucraina.

Negli stessi anni, le falsificazioni staliniane e post-staliniane hanno però incominciato a essere smontate grazie alle testimonianze messe clandestinamente in circolazione nel samizdat dai dissidenti, che in molti casi hanno pagato col carcere per questo. Il prima a parlare della carestia in modo organico è stato, nel 1986, lo storico occidentale Robert Conquest, con un libro intitolato The Harvest of sorrow, (La messe del dolore), nella cui introduzione scriveva di essere stato costretto a occuparsene perché «non è possibile farlo in Unione Sovietica, tanto più che molte testimonianze raccolte dagli emigrati non sono fruibili dagli studiosi sovietici».

Così è stato rivelato che se nei discorsi pubblici Stalin esaltava i progressi del paese, nei messaggi confidenziali si mostrava preoccupato della situazione agricola e delle riserve valutarie (che mettevano in forse l’importazione di macchinari e quindi l’industrializzazione). Avendo urgente bisogno di valuta pregiata, nel 1932 Stalin vendette sottocosto in Occidente il grano sottratto all’Ucraina, che fu acquistato da Gran Bretagna, Germania, Italia (da Mussolini, che era al corrente della situazione, ma ciò nonostante il 2 settembre 1933 stipulò con l’Unione Sovietica un Patto di amicizia, non aggressione e neutralità).

Fu Stalin a ispirare la legge del 7 agosto 1932, detta «delle cinque spighe», che comminava la fucilazione o la detenzione superiore ai dieci anni per chi fosse sorpreso a rubare beni appartenenti ai kolchoz; la polizia politica ricevette l’ordine di «sradicare in maniera decisa i sabotatori degli ammassi». Nel 1934 il primo segretario del partito ucraino Kosior scriverà a Stalin che un milione di contadini era stato condannato in conformità a questa legge.

Quando la carestia si fu scatenata in pieno, neppure le autorità centrali si interessarono di sapere il numero esatto delle vittime; anzi, a un certo punto giunse dal centro la direttiva: «È categoricamente proibito a qualunque organizzazione tenere la registrazione dei casi di gonfiore e di morte per fame, tranne che agli organi della GPU», la quale, dal canto suo, scriveva nel suoi rapporti interni: «Le cifre che vengono citate sono evidentemente decurtate, in quanto gli apparati provinciali della GPU non tengono a registrazione degli affamati e dei gonfi, e il reale numero delle morti spesso è sconosciuto anche ai soviet locali». Infatti i soviet di villaggio avevano avuto l’ordine di non indicare la causa della morte nelle registrazioni dei decessi. Come se non bastasse, nel 1934 giunse la disposizione che tutti i registri dell’anagrafe degli anni 1932-1933 fossero spediti al reparti speciali dove, probabilmente, vennero distrutti.

Ma nonostante tutte le difficoltà oggettive che un tentativo così colossale di cancellazione ha prodotto, oggi abbiamo dei dati certi ricavati dagli archivi dell’ex GPU, da quelli del Cremlino e da quello privato di Stalin, i quali ci dicono che nel 1932-1933 nella sola Ucraina i morti per media e fenomeni correlati come epidemie, cannibalismo, suicidi, furono 3,5 milioni, mentre in tutta l’URSS furono più di sette.

Cosi alla fine, Ia ricerca della verità ha avuto la meglio su tutto, sugli strati di mistificazioni e depistaggi, sull’opera di distruzione della memoria, sui tabù ideologici, sulla propaganda «progressista». Per ritrovare nelle fonti d’archivio tutti i documenti che comprovano la tragedia, e che al tempo stesso smentiscono decenni di menzogne, c’è voluta una forte volontà, sorretta da una certezza altrettanto forte: che la verità c’è, e merita l’impegno della nostra libertà, perché è lei — e non altro — che ci rende liberi. Per noi, troppo spesso tentati di disperare della verità, coperta dal chiasso di infiniti discorsi e opinioni, questo appassionato lavoro di ricerca e ricostruzione dei fatti dev’essere un monito significativo: niente può giustificare la rinuncia alla verità, perché se non esiste la verità ma solo l’opinione, tutto è possibile. Anche una mostruosità come questa carestia pianificata. Giovanni Paolo II ha voluto ricordare con un messaggio speciale i 70 anni dell’holodomor, ricollegandone la memoria proprio a un compito nel presente: «Mai più! La consapevolezza delle aberrazioni passate si traduce in un costante stimolo a costruire un avvenire più a misura dell’uomo, contrastando ogni ideologia che profani la vita, la dignità, le giuste aspirazioni della persona…».
Marta Dall’Asta