Una diagnosi medica non dovrebbe mai diventare una sentenza di morte

week16Una diagnosi medica non dovrebbe mai diventare una sentenza di morte”. Cosi’ ha commentato il caso dell’aborto selettivo di Milano padre Fernando Pascual L.C., docente di Filosofia e Bioetica presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.

Nel giugno scorso, una donna incinta di due gemelle ha effettuato una diagnosi prenatale in seguito alla quale ha scoperto che una delle bambine era affetta da sindrome di Down. Ha quindi deciso di abortire la bambina che presentava una malformazione, ma l’equipe medica dell’ospedale San Paolo di Milano ha eliminato per errore il feto sano, lasciando in vita la bambina Down. Poco dopo, la madre ha chiesto che venisse effettuato l’aborto anche sulla bambina sopravvissuta.

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La notizia, resa nota solo alcune settimane dopo i fatti, ha suscitato un forte dibattito.

“Da un lato, gli stessi difensori dell’aborto si sono resi conto del gravissimo ‘errore’ commesso: un aborto selettivo non ha eliminato il feto ‘condannato’ a morire, ma quello che la madre voleva”, ha spiegato padre Pascual.

Devono però aprire gli occhi per rendersi conto che l’‘errore’ è l’aborto stesso, sempre, in tutti i casi”, ha denunciato.

“Dall’altro lato – ha aggiunto –, molti hanno sottolineato che è estremamente ingiusto eliminare un figlio prima che nasca perché ha difetti genetici, per il suo DNA: abortire i bambini Down è cadere in una mentalità eugenetica”.

Secondo il sacerdote, “il nucleo del problema è la malvagità intrinseca dell’aborto. L’aborto non è una tecnica ‘medica’, ma un atto estremamente ingiusto, un omicidio perpetrato contro uno degli esseri umani più indifesi, il figlio non nato”.

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L’aspetto più triste del caso, ha proseguito padre Pascual, è che il fatto non sarebbe diventato notizia se i medici non si fossero sbagliati.

“Per molti l’eliminazione sistematica di migliaia e migliaia di embrioni e feti indesiderati è visto come qualcosa di quotidiano: non fa notizia – ha riconosciuto –. Ci sono anche quelli che vedono l’aborto come una pratica di routine che elimina i figli con difetti”.

“Lo permette la legge italiana, come altre leggi in varie parti del mondo, e per questo non richiama l’attenzione di nessuno. In realtà, nessuna vita umana vale meno di un’altra perché non ha la perfezione richiesta dagli adulti. L’aborto è sempre un omicidio”, ha dichiarato.

Quanto alla diagnosi prenatale, “come ogni diagnosi, è un mezzo tecnico che aiuta a conoscere lo stato di salute di un essere umano. Applicarla agli embrioni e ai feti è perfettamente valido all’interno di una prospettiva terapeutica, vale a dire in funzione del bene del figlio”.

Come ha ricordato il sacerdote, infatti, “esistono importanti progressi nella medicina prenatale che permettono di curare alcune malattie o problemi del figlio prima o subito dopo la nascita”.

La diagnosi diventa invece un “controsenso” quando viene usata per “decidere l’eliminazione di figli non desiderati. Una diagnosi ‘medica’ non dovrebbe mai diventare una sentenza di morte”.

Secondo padre Pascual, bisogna inoltre distinguere “tra tecniche e tecniche”: alcune tecniche di diagnosi prenatale, infatti, “se applicate precocemente o con poca perizia possono provocare gravi danni agli embrioni. Per questo è necessario evitare un uso eccessivo delle diagnosi, in funzione del rispetto che merita ogni figlio, sano o malato”.

“Sicuramente nessuno, neanche una madre, è obbligato ad amare un altro essere umano – ha osservato il professore –. Ma dobbiamo chiederci cosa accade in una cultura in cui esistono madri che non sono capaci di amare il proprio figlio, sia come sia”.

“La società, da parte sua, è chiamata ad offrire sostegno morale e aiuto medico perché qualsiasi donna che scopra che il figlio è malato non pensi all’aborto come ‘soluzione’.

“In ultima istanza, può darlo in adozione – ha concluso –. Grazie a Dio, esistono migliaia di famiglie disposte ad adottare bambini che non vengono accolti dalle loro madri”.