Unita’ dei cristiani: sanare le ferite (Raniero Cantalamessa)

ferite cristoVorrei condividere alcune riflessioni su come vedo l’attuale stato di unità e riconciliazione fra cristiani e il contributo che il movimento pentecostale e carismatico possono apportarvi.

Liberarci dal retaggio delle antiche dispute

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Il nostro primo compito è di liberarci dal retaggio delle antiche dispute. Una delle cose che gravano sul dialogo ecumenico è la persistenza di certe contrapposizioni che oggigiorno hanno perso la loro importanza originale ma continuano a sopravvivere come stereotipi e clichés.

Prendiamo l’esempio della “controversia sulla fede e le opere”. Nel momento in cui sollevi questo argomento sia i cattolici che i protestanti si mettono sulle difensive, sentono il bisogno di riaffermare le posizioni che le loro rispettive chiese hanno preso in passato, come se l’argomento fosse ancora oggi all’ordine del giorno. La “Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della Giustificazione” da parte della Chiesa Cattolica e della Federazione Mondiale delle Chiese Luterane indica quanto siamo più vicini su questo punto nella vita reale e di preghiera che non nelle apparenze. Non ci salviamo per le opere buone, ma nemmeno possiamo salvarci senza di esse.

Superare queste tensioni non significa rinunciare alla propria identità. In certe occasioni, io stesso, come cattolico, mi sono appellato ai miei fratelli e sorelle protestanti per mantenere vivo nella Chiesa il tema della giustificazione per fede, perché tutti noi abbiamo bisogno di ricevere questo continuo stimolo.

Sviluppare un ecumenismo di fede
Tuttavia, il maggior contributo che secondo me il Movimento Pentecostale, Evangelico e Carismatico può apportare alla causa dell’unità è di sviluppare un ecumenismo di fede. Sono possibili due diversi ecumenismi: l’ecumenismo della fede da una parte e un ecumenismo dell’incredulità dall’altra. L’ecumenismo della fede comprende tutti coloro che credono che Gesù è il Figlio di Dio e che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo; l’ecumenismo dell’incredulità comprende coloro che si accontentano solo di interpretare queste cose, che sono più interessati a come queste sono nell’ermeneutica piuttosto che nella fede. In questo secondo caso è possibile che tutti credano le stesse cose perché nessuno crede più in niente.
Noi contribuiamo a un ecumenismo di fede quando proclamiamo insieme che Gesù è Signore. Alcuni oggi credono che sia possibile, e persino necessario, abbandonare il tema dell’unicità di Cristo allo scopo di portare avanti il dialogo fra le varie religioni. Ma proclamare Gesù come Signore è esattamente proclamare la sua unicità. S. Paolo scrive, “E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c’è solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per Lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.” (1 Cor 8,5-6)

L’apostolo scriveva queste parole nel periodo in cui la fede cristiana faceva la sua comparsa in un mondo dominato da culti e religioni potenti. Il coraggio che occorre nel mondo odierno per credere che Gesù è l’unico Signore non è nulla in confronto al coraggio che occorreva al tempo di S. Paolo. Ma la “potenza dello Spirito” è data solo a quelli che proclamano la signoria di Gesù nello stretto senso del termine.

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Ad ogni modo, questa è stata la mia esperienza. Come teologo, è stato solo dopo aver deciso di rischiare tutto – letteralmente tutto, persino a livello intellettuale – su Gesù Cristo unico Signore, che ho cominciato a conoscere cosa fosse la “potenza dello Spirito”. Era qualcosa che ho realmente toccato con le mie mani così da poterne parlare. E credo che sia così per tutti. Avere questa “forte” fede in Gesù Cristo non compromette il dialogo con le altre religioni; lo favorisce, lo rende un vero dialogo religioso in cui la fede è la cosa più importante e Dio non è subordinato a interessi puramente umani, non importa quanto nobili possano essere.

Evitare il fondamentalismo

Il nostro contributo ad un ecumenismo di fede sarà tuttavia seriamente danneggiato se non evitiamo il fondamentalismo. Una distinzione è qui necessaria. Ci sono due tipi di fondamentalismo, uno buono e uno cattivo. Il “fondamentalismo” è buono se con questo termine si intende il ritorno alle basi della fede. C’è anche un fondamentalismo cattivo che sarebbe più appropriato chiamare “letteralismo”, cioé, prendere le Scritture alla lettera senza la minima considerazione del loro contesto, del loro genere letterario, senza alcun solido strumento ermeneutico. Secondo me, quando la gente fa questo ignora lo Spirito preferendo fare affidamento sulla lettera. Ma anche in quel caso, “la lettera uccide” (2 Cor 3,6). Uccide la potenza del messaggio. Le persone istruite non possono non rigettare un messaggio che, con la pretesa di difendere la fede, con evidenza va contro la ragione e persino contro il buon senso. La fede ben presto diventa irrilevante, se non a livello individuale, almeno a livello sociale. E’ vero che Dio volge la sapienza del mondo in stoltezza, ma non quel genere di stoltezza!

Spiritualità ecumenica

Da qualche tempo mi sono sentito personalmente chiamato a sviluppare una spiritualità ecumenica che integri e sostenga la pratica e la teologia ecumenica. Vedo la spiritualità ecumenica come un approccio alla Parola di Dio che non è unicamente o principalmente orientata alla evangelizzazione degli altri, ma piuttosto alla propria crescita in santità. Una professione di fede non radicata nella vita reale ha poche possibilità di convincere qualcuno. Paolo VI disse giustamente una volta, “La gente oggi ha più bisogno di testimoni che di maestri”.
Una spiritualità ecumenica sarebbe caratterizzata dalla sua capacità di saldare l’odierno impulso carismatico con il vasto patrimonio cristiano del passato; a rivisitare la nostra Tradizione, non solo la mia propria tradizione ecclesiale, ma anche la tradizione delle altre chiese, alla luce di ciò che lo Spirito ha compiuto nel nostro tempo. Recentemente ho scritto un libro intitolato “Il canto dello Spirito” strutturato come un canto allo Spirito “cantato a tre voci”, quella cattolica, ortodossa e protestante.

Il balsamo dello Spirito Santo

Vorrei concludere con alcune osservazioni “terapeutiche” visto che stiamo parlando di sanare le ferite del corpo di Cristo. L’esperienza della nuova Pentecoste e dei carismi è una grazia di guarigione per l’intero corpo di Cristo di cui dobbiamo assumerci la responsabilità. Lo Spirito Santo è il grande “rimedio” che guarirà il Corpo di Cristo dalle sue ferite. C’è uno spiritual che mi piace molto. Recita così: “C’è un balsamo a Gilead per guarire le anime ferite”. Gilead, o Galaad, è menzionato nell’ Antico Testamento come un luogo rinomato per i suoi profumi e unguenti (Ger 8,22). Nel proseguo del canto diventa chiaro che il vero balsamo – di cui il balsamo di Gilead è solo un simbolo – è lo Spirito Santo. In pratica questo balsamo “opera” attraverso il perdono reciproco e dobbiamo riconoscenza al Papa Giovanni Paolo II che ci ha dato coraggiosi esempi di richiesta di perdono fra Chiese Cristiane.
Ho detto che lo Spirito Santo è il grande “rimedio” per le ferite della Chiesa. Anche la nostra esperienza dei carismi può contribuire a creare una nuova unità fra cristiani di diverse denominazioni. Ascoltando l’apostolo che menziona tutti quei meravigliosi carismi e doni – profezia, insegnamento, miracoli….(1 Cor 12-14) – uno può sentirsi frustrato pensando di non possedere nessuno di questi doni. Ma ascolta, come ha detto S. Agostino, “Se ami l’unità, se ami la Chiesa, quello che possiedi non è una piccola cosa, perché qualsiasi dono che chiunque altro possiede nel Corpo appartiene anche a te! Metti via tutta l’invidia e tutto ciò che è mio sarà tuo; e se io metto via tutta l’invidia, tutto ciò che è tuo sarà anche mio” (Agostino, commento a Giovanni, 32,8)

L’amore per il Corpo di Cristo moltiplica i carismi e i doni e rende il dono del singolo individuo il dono di tutti noi; fa del talento della singola Chiesa il talento di tutte le Chiese. S. Francesco di Assisi disse una volta, “Benedetto è il servo che gioisce delle buone opere che Dio compie attraverso gli altri come se Dio le avesse fatte attraverso di Lui.” Vorrei aggiungere: benedetto è il cristiano che oggi è capace di gioire del bene che Dio compie attraverso i fedeli di altre Chiese come se Dio lo stesse facendo attraverso la sua Chiesa.