Uomo e donna, la verita’ è che siamo diversi

Perché stai cosi’?”. “Non è niente amore”. “Come niente? Hai un’espressione cosi’ triste”. “Non ti preoccupare tesoro, è solo stanchezza”. “Ok”. Tipico dialogo a tinte fosche, tra marito e moglie alla fine di una giornata stressante sul divano di casa. E quando lui risponde con un “ok” e continua a guardare la televisione, ecco che noi donne cadiamo nel pericoloso baratro nero del dubbio postprandiale: “Non si cura di me. Non mi domanda più niente. È distratto, pensa solo alla televisione”. E quando, dopo mezz’ora di silenzio, bombardate dai dubbi più atroci, esplodiamo, rosse di collera, in espressioni del tipo: “Ma non ti accorgi di quanto sto male?”. Ecco che lui scende dal Monte Olimpo con quell’aria da extraterrestre appena atterrato su un pianeta sconosciuto e ti dice: “Ma se te l’ho appena chiesto!”. E subito pensiamo: “Non mi ama abbastanza. Dopo tanti anni non riesce a comprendermi”. Niente di più falso. La verità è che parliamo due linguaggi diversi, con sfumature di mille colori, perché siamo diversi. Noi donne parliamo un linguaggio emotivo, allusivo, viscerale, mandiamo messaggi subliminali che spesso l’uomo non coglie abituato a dire chiaramente quello che pensa e a dare risposte concrete ai bisogni. Ma è proprio in questa diversità di comunicare, di pensare, di agire che è nascosto il mistero e la bellezza del versetto della Genesi: “Maschio e femmina li creò”. Quello che la cultura di oggi cerca di fare, soppiantando quella maschilista di ieri, è seminare l’idea che uomini e donne sono uguali e che liberamente si può scegliere se essere nella vita, l’uno o l’altro.

Educate dalle nostre mamme fin da bambine con la convinzione che la donna, per essere felice nel matrimonio, deve avere la sua indipendenza economica – io a dirla tutta la seconda parte della vita, se da lassù mi è concesso, vorrei trascorrerla felicemente a rigovernare il giardino di casa o a leggere poesie – siamo cresciute con l’idea che dobbiamo sempre dimostrare qualcosa. Essere brave nel lavoro come l’uomo, essere forti e non piangere davanti ad una scena romantica del film d’amore preferito, dimostrare che siamo in grado di gestire la casa, accudire tre figli, avere sempre un frigorifero pieno e contemporaneamente sembrare ogni mattina uscite da un salone di bellezza. Basta donne, il celeste non è il nostro colore. Tiriamo un bel respiro e fermiamoci a riflettere un attimo.

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Non siamo chiamate a scimmiottare la figura dell’uomo forte, né a sembrare delle svenevoli geishe. Senza dubbio, dobbiamo imparare a controllare la nostra passione numero uno: lamentarci continuamente. Scrivere su di un foglio tutte le recriminazioni che vorremmo dirgli ed aspettare il momento giusto fino a renderci conto, rileggendole, di quanto erano inutili. Chiedere un abbraccio quando lo desideriamo senza mandare segnali di fumo con il display del cellulare. Per il resto, dobbiamo solo far venire fuori quei doni di cui il Padre ci ha ricolmate.

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La capacità di accoglienza prima di tutto, recuperando quello sguardo compassionevole e leale verso l’uomo che amiamo, che lo fa sentire il guerriero capace di traghettare la barca della sua famiglia al là di ogni tempesta. Far venir fuori la dolcezza delle piccole cose, facendo il primo passo senza aspettare che l’altro decifri i nostri messaggi criptati. Sottomettersi, che non significa piegarsi ad un’autorità ma, nel senso paolino del termine, “stare sotto” alla casa della nostra famiglia per portare il peso, perché – si sa – le donne sono più fragili fisicamente ma più temprate nello spirito a custodire l’unità. E infine ringraziare, come faccio io adesso, le nostre mamme, non perché hanno scelto come la mia di non lavorare per accudire quattro figli, né di continuare dopo 42 anni di matrimonio a stirare ogni mattina la camicia di mio padre – perché altrimenti nell’armadio fa le pieghe – ma solo perché ha amato mio padre, perché si sono amati. È tutto ciò di cui avevo bisogno.
Giovanna Abbagnara su PuntoFamiglia