Utero in affitto, schiavismo moderno

gammyIl vaso di Pandora l’ha scoperchiato la vicenda del piccolo Gammy, il neonato abbandonato – in quanto affetto da sindrome di Down – da una coppia di non più giovani aspiranti genitori australiani che si erano recati in Thailandia per “commissionare” la gravidanza a una donna del posto. Storia che rappresenta soltanto la punta di un iceberg che si estende nei meandri miserabili del Terzo mondo. Donne povere e disperate lasciano per denaro che la propria dignità venga schiacciata dal “diritto al figlio” reclamato da ricchi occidentali. L’umiliazione cui si sottopongono è attestata dai contratti che regolano il loro rapporto con i committenti, i quali curano ogni minimo dettaglio affinché il proprio “diritto al figlio” sia “soddisfatto o rimborsato”. Di questo moderno fenomeno di schiavismo ce ne parla la prof.ssa Assuntina Morresi, che dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale di Bioetica.

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Prof.ssa Morresi, può aiutarci a fare ordine tra le varie modalità di gravidanze a pagamento?

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Esistono due modalità, quella “tradizionale” e quella “gestazionale”. Nella gravidanza a pagamento “tradizionale”, la donna che porta avanti la gravidanza è anche la madre genetica del nato: la donna che partorisce è cioè a tutti gli effetti la madre naturale del bambino, perché gli trasmetterà anche il proprio patrimonio genetico. Detto in altri termini, il bambino ha due madri: la prima che potremmo definire “naturale”, cioè quella che ha partecipato al suo concepimento mettendo a disposizione un proprio ovocita, e che al tempo stesso ha portato avanti la gravidanza e che lo partorirà, e la seconda madre “legale”, cioè quella che ha commissionato la gravidanza, e che si prenderà cura del bambino, crescendolo. Nella gravidanza a pagamento “gestazionale”, invece, il nascituro è stato concepito con un ovocita che non appartiene alla donna che porta avanti la gravidanza e partorisce, la quale quindi non ha legami genetici con il bambino. In questo caso il bambino può avere fino a tre madri: quella “genetica”, che ha dato il proprio ovocita; quella “gestazionale”, che ha portato avanti la gravidanza e che partorisce; quella “legale”, che ha commissionato la gravidanza e che si prenderà cura del bambino. A volte la prima e la terza – madre genetica e legale – coincidono.

Da cosa sono accomunate queste due modalità? Quali obblighi deve osservare la mamma surrogata?

Hanno in comune un contratto fra la coppia – o la persona singola, a seconda dei casi – committente, cioè quella che vuole un figlio e paga tutte le procedure necessarie per averlo mediante questi percorsi, e la donna che accetta di portare avanti la gravidanza a pagamento e di rinunciare al figlio appena nato. Dal momento in cui firma, la madre surrogata deve rispettare gli obblighi del contratto, che solitamente le indicano un preciso stile di vita a garanzia della salute del nascituro: niente fumo, alcool, droghe o farmaci al di fuori della prescrizione medica, ma anche divieto di ingrassare rispetto a un peso forma, poco caffè, niente contatti con animali domestici, no ai dolcificanti, e così via. Se il neonato avrà qualche disabilità o malattia, sarà facile addossarne le responsabilità alla gestante, che dovrebbe restituire le somme eventualmente ricevute, e tenersi il bambino. Per garantire buone condizioni igienico sanitarie e uno stretto controllo medico, spesso le madri surrogate restano all’interno di apposite “case”, possibilmente accanto alle cliniche dove si sono sottoposte ai trattamenti che hanno procurato loro la gravidanza, e dove partoriranno. In queste dimore protette, lontano dalle loro famiglie, sono continuamente sotto controllo.

Nei contratti è previsto anche l’aborto? In quali casi? E laddove il bambino, una volta nato, abbia bisogno di essere rianimato, cosa succede?

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L’aborto può essere previsto nel caso in cui la gravidanza è plurigemellare, per evitare che nascano bambini prematuri, o semplicemente perché i committenti hanno concordato un numero di bambini inferiore a quello che risulta dalle ecografie. Generalmente l’aborto è incluso nel contratto in presenza di malformazioni al feto. Per quanto riguarda la rianimazione del neonato, come in tutti i casi in cui si rende necessaria una decisione di tipo medico riguardante la gravidanza, questa spetta solamente ai committenti o, in loro assenza, al loro medico di fiducia. Se la madre surrogata si rifiuta di seguire le indicazioni date, il contratto si considera interrotto, eventuali somme ricevute dalla donna vanno restituite e il bambino rimane a suo carico.

In quali Paesi è maggiormente diffusa la pratica dell’utero in affitto?

È diffusa in due tipologie di Paesi. La prima è quella dei Paesi terzi: zone con sacche di povertà estese – per esempio alcune regioni di India, Thailandia e Guatemala, o anche Paesi dell’ex zona a influenza sovietica – in cui ci sono molte donne povere, scarsamente tutelate dal punto di vista dei diritti umani, poco istruite e anche poco consapevoli di avere dei diritti. La seconda è quella del Nord America, dove vale sempre il movente economico – non esistono donne in carriera con ricchi stipendi disposte a diventare madri surrogate – ma il contesto giuridico è tale da rendere questo mercato maggiormente regolato, anche solo dal punto di vista della contrattualistica privata, e le donne vengono pagate di più.

Lo scenario che ci descrive, soprattutto guardando a quelli che chiama Paesi terzi, fa apparire le madri surrogate alla stregua di moderne schiave. Come mai, a suo avviso, in un clima di spiccata sensibilità nei confronti della violenza sulle donne e dello sfruttamento del corpo femminile, a questa orribile realtà viene data così poco rilevanza?

Innanzitutto perché quello nato intorno alle tecniche di procreazione assistita è un mercato enorme, e le spinte a favorirlo ed ampliarlo sono altrettanto enormi. E poi perché dal punto di vista ideologico il “diritto al figlio” viene oramai prima di tutto, oscurando volutamente lo sfruttamento delle donne. Dovremmo sempre ricordare che per ogni coppia che racconta la propria felicità di avere avuto un figlio dalla fecondazione eterologa, c’è sempre qualcuno – che rimane in silenzio – che ha venduto parti del proprio corpo; donne sottoposte a trattamenti altamente invasivi. E dovremmo ricordare che per ogni coppia che rivela di avere raggiunto il proprio sogno di avere un figlio con l’utero in affitto ci sono donne che hanno accettato contratti subumani come quelli di cui abbiamo parlato. Ma adesso l’unico soggetto ad avere realmente diritti è la coppia che desidera un figlio: coloro che “contribuiscono” in altro modo – chi vende i propri gameti, chi porta avanti a pagamento la gravidanza – così come i figli stessi, di diritti sembra non ne possano rivendicare.

Ritiene che le legalizzazioni del “matrimonio gay” e dell’adozione agli omosessuali aprano la strada a una maggior propagazione di questo fenomeno?

La gravidanza conto terzi è l’unico modo in cui una coppia di omosessuali maschi può avere un figlio in qualche modo legato geneticamente almeno a uno dei due, senza ricorrere a rapporti sessuali con donne. Cercando in rete si può vedere come molte delle organizzazioni di maternità surrogata siano dedicate esclusivamente alle coppie omosessuali maschili.

Da membro del Comitato Nazionale di Bioetica, una sua valutazione sulla sentenza della Corte Costituzionale che ha sancito l’illegittimità della legge 40 rispetto al divieto di fecondazione eterologa?

Dal punto di vista etico, ritengo gravissima l’affermazione di “diritto incoercibile” ad avere figli, ribadita ancora qualche giorno fa da Giuseppe Tesauro, Presidente della Consulta, che ha sottolineato il “diritto ad avere una famiglia e arricchirla con la presenza di figli”. Se il diritto al figlio è incoercibile, allora tutto deve essere subordinato ad esso, compresi altri diritti che, pur teoricamente rispettati, vengono necessariamente subordinati rispetto a quelli cosiddetti incoercibili.
Federico Cenci – Zenit.org