Van Thuan e la fede durante la persecuzione

FrancoisXavierNguyenVanThuan3«In isolamento, in una cella senza luce, suoni o qualunque altro segno di presenza umana, una volta non fui nemmeno capace di ricordare l’Ave Maria. Fu l’unica volta, durante la mia prigionia, che ebbi veramente paura».
Raccontò così, una volta, le sue sofferenze Francois-Xavier Nguyen Van Thuan. Non senza quell’espressione serena con la quale era solito ripercorrere anche i tredici anni della sua personale Via Crucis. È un volto ancora ben stampato nella memoria di molti quello che emerge dalle pagine di Il miracolo della speranza, la biografia del presule vietnamita scritta da André Nguyen Van Chau, intellettuale e amico del cardinale scomparso il 16 dicembre 2002 (Edizioni San Paolo, pagine 318, Euro 18).
Una testimonianza preziosa, la sua. Per capire che dietro al coraggio di un uomo c’era una lunga storia. Figlio del clan Ngo Dinh, la famiglia cattolica simbolo della storia del Vietnam moderno, Thuan, classe 1928, fin da bambino ascoltava il racconto di zia Lien, unica sopravvissuta nel 1885 al massacro dei cattolici di Dhai Pong. Si erano riparati in chiesa per sfuggire ai van than, gli intellettuali fanatici sobillati dai mandarini. Loro diedero fuoco all’edificio. E ributtavano dentro i bambini che i genitori, disperatamente, cercavano di salvare gettandoli fuori dalle finestre. La madre del futuro presule, Hiep, era la figlia di Ngo Dinh Kha, patriota nel Vietnam di inizio ‘900, e sorella di Diem, il futuro primo presidente della Repubblica del Vietnam del Sud, tolto di mezzo nel 1963 da un colpo di Stato di un gruppo di generali perché giudicato troppo poco filo-americano.
Non stupisce, dunque, che la vocazione al sacerdozio di Thuan si intrecci continuamente con il dramma del suo Paese: dallo shock per l’allontanamento dei superiori francesi dal seminario minore agli omicidi politici che colpiranno, sempre più duramente, la sua famiglia. Fino, appunto, alla morte di Diem, considerato dal giovane nipote un padre spirituale prima ancora che un punto di riferimento per leggere la realtà. Da lui aveva imparato a capire cos’era davvero la minaccia comunista. Ma anche che il Vietnam non sarebbe mai riuscito a sopravvivere se avesse contato solo sullo straniero forte di turno.
Intanto il suo sogno di diventare un bravo prete di campagna svaniva: dopo gli anni da rettore al seminario di Hué, nel 1967 fu nominato vescovo di Nha Trang. Sapeva ormai come sarebbe finita la guerra. E allora decise che la Chiesa non doveva farsi trovare impreparata: curò la formazione dei laici, si impegnò nella pastorale vocazionale. E quando i comunisti, nell’aprile 1975, si avvicinarono a Nha Trang chiese e ottenne dal delegato apostolico il permesso di ordinare preti tutti i seminaristi maggiori.
Proprio mentre il Vietnam del Sud piombava nel baratro, Thuan ricevette la nomina ad arcivescovo coadiutore di Saigon, o Città Ho Chi Min, come i nuovi conquistatori l’avevano ribattezzata. Nell’ora più drammatica Paolo VI sceglieva di puntare su quel giovane presule dal cognome importante che si era fatto conoscere per il coraggio e la dedizione con cui stava dirigendo il Corev, l’organismo della Conferenza episcopale per l’aiuto e l’assistenza ai profughi. Ma questa attività non era passata inosservata nemmeno ai comunisti; a loro fu immediatamente chiaro che il nipote di Diem per nessuna ragione avrebbe dovuto salire sulla cattedra di Saigon.
Il 15 agosto 1975 iniziò il Calvario di Thuan. Il primo periodo lo trascorse agli arresti domiciliari a Cay Vong. Fu in quei mesi che, sul retro dei fogli di un calendario, scrisse Il cammino della speranza, un libro che presto cominciò a circolare clandestinamente tra i cattolici vietnamiti e ad essere tradotto all’estero.
Nel frattempo, però, per Thuan era cominciato il periodo più duro: il 19 marzo 1976 venne trasferito nel campo di prigionia di Phu Khanh, dove conobbe l’annientamento prodotto dall’isolamento totale. Rinchiuso da solo in una cel la umida, senza finestre, con una sola lampadina accesa o spenta a piacimento dai suoi carcerieri. Sperimentò l’umiliazione di vedersi arbitrariamente negato l’accesso alla latrina. Furono otto mesi durissimi, in cui i suoi aguzzini lo portarono intenzionalmente sull’orlo della follia.
Poi finì nel campo di prigionia del Vietnam del Nord. Fu qui che riuscì a realizzare, con due pezzi di legno, la croce pettorale che anche una volta liberato avrebbe continuato a indossare. E a celebrare Messa con poche gocce di vino che era riuscito a farsi spedire come medicina per un «disturbo di stomaco» e alcuni pezzetti di pane tenuti nascosti. Nel maggio 1978 la detenzione fu trasformata in confino nel villaggio di Giang Xa. Qui avrebbe appreso con grande emozione dell’elezione a Papa di quel cardinale Karol Wojtyla che aveva conosciuto a Roma all’inizio degli anni ’70.
Ma per Thuan sarebbero venuti ancora giorni difficili: il 5 novembre 1982 sarebbe tornato in cella, questa volta ad Hanoi. E ci sarebbe rimasto per altri sei anni prima di potere, finalmente, riassaporare la libertà. Ma mai prendere possesso della sua sede arcivescovile. Nel dicembre 1991, di fronte al rischio concreto di nuove misure restrittive, da Roma arrivò il consiglio di partire: e fu un viaggio di sola andata. Nell’aprile 1994, il Papa lo nominò vice-presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, dicastero vaticano che quattro anni dopo sarebbe stato chiamato a guidare. Infine, nel febbraio 2001, la porpora cardinalizia. Ma sempre con al collo quella croce di legno.

Giorgio Bernardelli

SE PUOI.... AIUTACI: