Vendere ovuli per la fecondazione? Mai piu’, ho rischiato di morire

Il comma 3 dell’articolo 4 della legge 40/2004, vietava laf econdazione assistita eterologa, che avviene con ovuli donati da terzi. Purtroppo questo divieto e’ stato aggirato grazie ad alcune sentenze.

In America il Center for Bioethics and Culture, un network pro life, ha prodotto un documentario che ha vinto il premio del Festival californiano di cinema indipendente. Sono riportate interviste scioccanti a donne che hanno donato i loro ovuli, in Stati americani in cui la fecondazione eterologa è permessa.

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Le interviste ritraggono ragazze la cui vita è stata stravolta. A volte spezzata. Perché, allora, si chiedono alcuni medici nel video, non esiste letteratura scientifica in merito ai rischi della stimolazione ovarica necessaria per la donazione di ovuli? Perché nei campus dei college, nei media e sui giornali esistono pubblicità che offrono centinaia di dollari in cambio di ovuli, in nome del fatto che quel gesto «aiuterà un altro a realizzare il suo desiderio»? Se si cercasse di rispondere, l’industria della fertilità, che in America fattura miliardi di dollari l’anno, dovrebbe abbassare le saracinesche.

Proponiamo qui alcuni passaggi significativi del video. Per chi volesse acquistarlo per intero segnaliamo il sito www.Eggsploitation.com .

«Questi sono molti soldi», esclama una voce, mentre si vede la cifra di 100 mila dollari apparire su un’inserzione. «Se sei alta, attraente e magra –recita uno spot – e hai il desiderio di aiutare qualcuno…». «E chi non vuole sentirsi così?», si chiede ironica una voce. «Fai la differenza, dona i tuoi ovuli», chiosa un’altra pubblicità.

«Capisci come questi spot suonino filantropici, non ti convincono solo con i soldi, ma con ragioni umanitarie», spiega una ragazza. «E mentre soffrivo per i trattamenti di stimolazione ovarica, per andare avanti, mi ripetevo: questo è un mio dovere, questo è un mio dovere», dice un’altra. In tutto il mondo, spiega il documentario, le donne sono sollecitate a donare i loro ovuli, per aiutare coppie sterili ad avere bambini, incrementando così il business dell’industria della fecondazione, che non si preoccupa minimamente di informare dei rischi della pratica.

Anche perché non esiste monitoraggio di queste donne e quindi nessuna pubblicazione scientifica con un’ampia casistica.

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Sindy racconta di aver trovato su un’inserzione del giornalino dell’università una pubblicità per reclutare donne che avevano ricevuto un’educazione eccellente e che avessero certe caratteristiche, come condizioni per donare i loro ovuli in cambio di soldi:

«Cercai di sapere se c’erano complicazioni, ma non trovai nessuno studio sui rischi della stimolazione ovarica». Alexandra spiega angosciata: «Volevo finire il dottorato e mi mancavano i soldi. Mi avrebbero dato 3 mila dollari. Giusto quello che serviva a me.

E, in più, mi dicevo, avrei aiutato una coppia sterile». Kella, dopo aver preso i medicinali per incrementare l’ovulazione, ha avuto un ictus, una paralisi, danni al cervello e ha rischiato la morte:
«Mi avrebbero dato 50 mila dollari viste le mie caratteristiche», spiega la ragazza. La ventenne Jessica ha donato ovuli per tre volte. Poi un cancro al colon l’ha uccisa. «È morta a 34 anni – spiega la madre – era una compositrice di musica classica, avrebbe potuto fare tanto. Ma ora non c’è più».

L’industria della fecondazione, spiega il documentario, attualmente fattura 6 miliardi e mezzo di dollari l’anno. E opera senza sorveglianze né regole. Quel che si sa è che il 70 per cento dei cicli di stimolazione ovarica fallisce. E che in generale i rischi, assenti dalla letteratura fino a poco  tempo fa, sono cancri al seno, all’ovaio e all’endometrio, infertilità futura, emorragie, ictus, infarti, paralisi e morte. (“Assessing the medical risks of human oocyte donation. From stem cell research”, L.Giudice, E. Santa and R. Pool eds, Washington, D.c., National academies of science, 2007).

Il racconto di Alexandra prosegue così:

«Essendo ricercatrice in università avevo accesso agli archivi scientifici. Ma non c’era letteratura che parlasse di rischi connessi alla pratica». Suzanne Parisian, già presidente dell’ufficio medico della Food and Drug Administration, corrispondente all’Aifa italiana, sottolinea che «non ci sono numeri complessivi perché i casi di queste donne non sono stati monitorati». Drew V. Moffiti, endocrinologo per la fertilità riproduttiva, confessa che «di questo mercato si sa poco o nulla».
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