Vietarlo significa combattere il fanatismo islamico

iraniane si tolgono il velo
iraniane si tolgono il velo imposto

Anni fa, Giuliano Amato, durante la conferenza nazionale sull’immigrazione,  disse: «Vietare il velo alle donne islamiche vuole dire imporre un’ideologia imperialista occidentale». Onestamente, tale affermazione stupisce: che c’entra l’Occidente in questa faccenda?

Da decenni il mondo musulmano lotta contro il velo. L’Egitto in primis: all’inizio degli anni Venti, con Hoda Shaarawi, migliaia di donne sono scese per strada, testa nuda. E prima di loro Qasim Amin, il padre del femminismo islamico, e tanti altri. Dal 1924 il velo e’ vietato nelle università e negli uffici statali in Turchia dal ‘padre della Nazione’, Kemal Atatürk, che certo non era un imperialista occidentale. In Tunisia e’ così gia’ dagli anni Cinquanta con Habib Bourguiba, il fondatore della Tunisia moderna; lo stesso in Siria con il partito Baath, che ha rinnovato la nazione.

Non c’è Stato musulmano che, volendo rinnovarsi e modernizzarsi, non abbia vietato il velo almeno in certi luoghi. Certo, tutti l’avranno fatto influenzati dall’Occidente. E come potrebbe essere diversamente? La modernità viene dall’Occidente. Ma il mondo islamico non ha su questo copiato l’Occidente, non ha mai rivendicato il preteso ‘diritto’ all’aborto, scendendo per strada e gridando «Il corpo è mio!». Non ha mai rivendicato il preteso ‘diritto’ all’o mosessualità in nome della modernità. Ma ha affermato il diritto delle donne alla parità, sul campo del lavoro come della liberta’.

Il mondo islamico cerca di modernizzarsi prendendo il bene laddove lo trova,anche in Occidente, ma anche nella tradizione islamica. In questa faccenda del velo, se c’è imperialismo non è certo un imperialismo occidentale ma, come hanno detto giustamente Magdi Allam, Souad Sbai e tanti musulmani ‘illuminati’, un imperialismo islamico. Si tratta per gli islamisti di conquistare il potere sociale e politico, attraverso i simboli culturale e religiosi: non di islamizzare l’Europa (almeno non a questa tappa), ma di re-islamizzare i musulmani, ovunque siano, imponendo loro un comportamento prestabilito e attribuito all’islam, per poterli poi manipolare meglio.

Si tratta di una radicalizzazione dell’islam, attraverso le forme esterne (vestito, barba, divieto alla donna di dare la mano, separazione dei sessi ovunque, ecc), proprio perché la pratica islamica si è spesso svuotata del suo interno, della sua spiritualità. Perché il Ramadan è diventato un mese di feste, dove si mangia doppio…e si chiama digiuno. Perché l’affermazione più bella dell’islam, Allah(u) akbar, ‘Dio è [sempre] più grande’, è utilizzata ormai in tutto il mondo islamico, dai terroristi, per dire ‘all’attacco in nome di Dio!’. Perché la preghiera, atto di adorazione ma anche di dialogo con Dio Rahman, Dio Madre, è diventata una serie di gesti minuziosamente prescritti nel più piccolo particolare.

Nessun nega che il velo possa essere una scelta personale. Ma chi vive nel mondo islamico, dall’Indonesia alla Nigeria, dal Marocco all’Arabia Saudita, sa che in questi decenni indossarlo è un gesto fortemente politico. Se così non fosse, come spiegare che un grande Paese come la Turchia, al momento di scrivere una nuova Costituzione, si sia fermato a discutere unicamente sulla questione della soppressione del divieto del velo, trascurando centinaia di riforme previste? No, il divieto del velo non è frutto di un’ideologia imperialista occidentale, è un atto di lotta contro un’ideologia imperialista islamica.

Perché l’imperialismo non è automaticamente legato all’Occidente, anche se lo è stato e lo è ancora – sotto forma economica, per esempio: l’imperialismo noi, cittadini del mondo islamico, lo viviamo sotto la forma più brutta che sia, cioè quello religioso. Il velo non è un obbligo religioso islamico, perché non è un obbligo coranico. Fino ad oggi i dotti del mondo islamico discutono il significato dei due versetti che ne parlerebbero. Mai la parola araba hijab ha significato specificamente ‘velo’, bensì significa semplicemente ‘tutto ciò che nasconde’.

Basta andare per esempio sul sito http://www.middleeasttransparent.com  per trovare decine di articoli in arabo, inglese o francese sull’argomento, e tra l’altro l’opinione chiara di Gamal al­Banna, il fratello dell’Hassan che ha fondato i Fratelli musulmani,il quale nega che sia un obbligo chiaro. Quando si vedono ragazzine di cinque-sei anni, a migliaia, portare il velo, come si può poi pretendere che a sedici anni lo portino per scelta?

La pressione sociale nel mondo musulmano, l’occhio degli altri su di me, fa addirittura che alcune cristiane lo portano per aver la pace! Poi, pretendere che nessuno abbia protestato quando i cristiani portavano la croce, ma che appena le musulmane hanno portato il ‘foulard’ sono arrivate le proteste, è essere accecato dall’ideologia: come si può paragonare un simbolo di 5 cm(al massimo) con uno di 400 cm(al minimo)? Il problema è saper ‘leggere i segni dei tempi’. Nel mondo islamico, il velo è da alcuni decenni un’arma politica per un progetto globale d’islamizzazione della società, in contrapposizione alla globalizzazione che è rappresentata dall’Occidente.

Da difendere è la vera libertà, e il divieto del velo nelle scuole e negli uffici statali non toglie la libertà. Però il non-divieto apre la porta alle pressioni morali, che tolgono concretamente la libertà di scelta. In nome di un islam libero, moderno e spirituale questo divieto è giusto e realistico, basato sulla conoscenza della realtà islamica odierna,non sull’ideologia occidentale… spesso imperialista. L’obiettivo dei fondamentalisti è re-islamizzare musulmani, ovunque siano, imponendo loro un comportamento prestabilito e attribuito all’islam, per poterli poi manipolare meglio. Chi vive nel mondo islamico sa che in questi decenni indossarlo è un gesto fortemente politico. E se viene imposto alle bimbe di sei anni, come pretendere che a sedici lo scelgano «liberamente»?