Sembra più giovane di quello che
è e certamente più disponibile e umile di quelle
che potrebbe essere. Chika Unigwe, nigeriana,
classe 1974, ha alle spalle un curriculum
letterario di tutto rispetto: romanzi, poesie,
libri per bambini, racconti... Alcuni sono stati
ritrasmessi da Radio Nigeria e dalla Bbc World.
Nel 2003 è stata finalista del premio African
Booker. Con una laurea in Lingua e letteratura
inglese in Nigeria e un dottorato in Letteratura
all’Università di Leida nei Paesi Bassi, ha
scelto l’olandese per il suo romanzo di debutto,
De Feniks ("La fenice"), prima africana
a usare questa lingua per un’opera narrativa.
Nel 2007 pubblica il suo secondo romanzo, Fata Morgana, tradotto in inglese con il
titolo On Black Sisters’ Street ("Sulla
strada delle sorelle nere"), e in italiano
semplicemente come Le nigeriane,
pubblicato di recente da Neri Pozza. Una storia
a cavallo tra i suoi due Paesi, la Nigeria, dove
è nata, e il Belgio dove vive con il marito e i
quattro figli. Una storia che potrebbe
facilmente essere trasposta anche qui in Italia,
dove circa ventimila ragazze nigeriane stanno
sulle nostre strade, costrette a prostituirsi
per pagare un debito enorme ai loro sfruttatori.
Perché ha deciso di articolare il suo
romanzo attorno a un tema così complesso,
difficile e scabroso come quello del traffico di
donne e della prostituzione?
«Sono nata a Enugu e sono cresciuta in una
famiglia molto cattolica. Il tema della
prostituzione era tabù, non se ne parlava mai in
casa. E poi, all’epoca, era un fenomeno ancora
molto nascosto. Finché sono rimasta in Nigeria
non ne sapevo nulla. Poi ho incontrato un belga
che è diventato mio marito, e mi sono trasferita
nel suo Paese nel 1995. Sono rimasta scioccata
nel vederle qui, nelle vetrine dei sexy shop
a vendere il loro corpo e mi sono chiesta cosa
ci fosse dietro».
Sono migliaia le ragazze nigeriane
trafficate e costrette a prostituirsi. Possibile
che in Nigeria non se ne sappia nulla?
«Adesso c’è molta più consapevolezza
anche nel mio Paese. Io però ho fatto le mie
ricerche qui. Mi rendo conto che per qualcuno
può essere scioccante scoprire questa realtà dal
mio libro, come lo è stato per me trovarmela di
fronte qui. Spero, però, che questo romanzo
possa contribuire a sensibilizzare su questo
fenomeno».
Perché tante ragazze lasciano la Nigeria
per poi finire su una strada o in una vetrina?
«In Nigeria non hanno alcuna
prospettiva. Molte hanno studiato, vorrebbero
lavorare. Ma non trovano nulla. E allora se ne
vanno in cerca di una vita migliore. In Nigeria
c’è molta ricchezza concentrata in poche mani.
Non c’è uguaglianza e c’è molta corruzione a
tutti i livelli. A Lagos vivono diciassette
milioni di persone, si possono trovare
bellissimi palazzi e auto lussuose e lì accanto
c’è gente senza casa e senza niente. Molte
ragazze non sanno cosa le aspetta, altre si
dicono che è meglio fare le prostitute che
vivere in un immondezzaio».
Sisi, Ama e Joyce, Efe sono ragazze che
hanno studiato, che hanno lasciato la famiglia,
il fidanzato, o sono fuggite dalla guerra. Sono
le protagoniste del suo romanzo, eppure quelle
che lei racconta sembrano le storie vere di
molte ragazze finite nel giro della
prostituzione…
«In effetti è così. Ho parlato con loro
in Belgio, sono andata a vedere i posti in cui
lavorano, ho cercato di capire come sono
arrivate e come si sentivano.
Con le ragazze il
contatto è stato facile. Sono stata aiutata da
un senso di solidarietà spontaneo, dovuto al
fatto che veniamo dallo stesso Paese.
La maggior
parte mi ha confessato di essere stata forzata a
fare la prostituta».
Lei racconta anche dei traffici che ci
stanno dietro. Non è stato più difficile e
pericoloso indagare anche su questo aspetto?
«L’obiettivo era di far vedere che
dietro la prostituzione c’è un grande giro
d’affari. Le ragazze hanno molti problemi,
vogliono a tutti i costi uscire dalla povertà.
L’unica prospettiva è provare ad andarsene. E
c’è chi offre loro questa via d’uscita, che non
è una via di liberazione, ma di schiavitù».
La Nigeria è un Paese estremamente ricco
di materie prime, petrolio innanzitutto, e con
grandi potenzialità.
Perché tante ragazze
farebbero qualsiasi cosa pur di andarsene?
«Non sono solo a loro a voler lasciare
il Paese. La Nigeria ha visto in questi anni una
fuga di cervelli impressionante. Molti giovani
che hanno studiato e che hanno grandi capacità
alla fine decidono di emigrare perché pensano
che in Nigeria non abbiano alcuna chance. Ne
conosco molti. Conosco anche gente che ha
cercato di rientrare con tante idee e progetti,
ma ha trovato molte porte chiuse, perché pochi
lavorano veramente per cambiare il sistema. Le
ragazze spesso se ne vanno perché non hanno
altra scelta. Alcune hanno una buona istruzione,
ma non significa molto. Hanno la responsabilità
di una grande famiglia a loro carico. Oggi a
Benin City, la città da dove prevengono molte di
loro, sta crescendo una classe media piuttosto
significativa grazie al loro "lavoro"».
Come uscire dal circolo vizioso?
«Creando consapevolezza e cercando i
cambiare questo sistema dal di dentro,
innanzitutto attraverso l’impegno, il lavoro e
la valorizzazione delle donne».
Anna Pozzi