Dalla Nigeria in Piemonte: chiusa per mesi in casa,
frustata e brutalizzata
NICCOLO' ZANCAN
TORINO
Al telefono la chiamavano la bambina. E in effetti Erabor
era arrivata a Torino con la faccia acerba, le gambe magre
da ragazzina, venduta dal padre perché ritenuta la più
resistente della famiglia. Da Uromi, villaggio di fango in
Nigeria, all’Europa dei ricchi: avrebbe dovuto lavorare per
tutti. Come baby-sitter, a parole. Ma era chiaro che sarebbe
venuta a prostituirsi. Il fatto è che la bambina non voleva
vendersi. Quando, la sera del 24 ottobre 2007, è comparsa
barcollando davanti al pronto soccorso dell’ospedale
Martini, i medici non sapevano cosa pensare. Il referto è
riassunto dal gip Silvia Bersano Begey, nella sentenza che
ha condannato a 11 e 7 anni di carcere i suoi aguzzini:
«Gravi lesioni agli arti inferiori e superiori, estese
ulcere profonde, amputazione parziale dell’orecchio
sinistro, perdita di sostanza cutanea su tutta la sommità
del cranio con completa asportazione dello scalpo».
Deturpata e terrorizzata, Erabor non parlava. Aveva paura
delle possibili ritorsioni sui famigliari per il mancato
guadagno. Anche davanti ai poliziotti, alcuni giorni dopo, è
rimasta in silenzio a lungo. Solo quando ha ottenuto che il
verbale venisse stracciato, con la garanzia che nessuno
scrivesse, allora ha iniziato a raccontare.
Era stata istruita bene. Diceva di avere 18 anni, anche se
secondo un primo accertamento medico poteva averne sedici o
diciassette. Durante un viaggio in due tempi via Lagos e
Parigi, era stata vittima di riti voodoo, privata del
passaporto e costretta a pagare 40 mila euro per poterlo
riscattare. Una storia simile a quella di molte altre
ragazze africane vittime della tratta, fino a questo punto.
Ma quanto è successo dopo alla bambina nessuno lo aveva mai
visto. È finita nelle mani di una maman nigeriana e di un
pensionato piemontese, Mabel Imade e Angelo Bossolasco. È
stata tenuta prigioniera per mesi in una casa di Mondovì, in
provincia di Cuneo. Costretta in ginocchio nella stessa
stanza senza finestre per notti intere, obbligata a farsi
pipì addosso. Aveva piaghe da decubito, le ossa fuori dalla
carne. Sulla pelle, acidi e cavi elettrici. Frustata e
bastonata, fino al distacco completo dello scalpo. La maman
ha cercato di tenere a bada le infezioni con l’acqua
bollente. Ma la bambina andava persuasa: «Non portava
rispetto e guadagnava poco».
Gli investigatori hanno proibito le pubblicazione delle foto
di Erabor. Il gip Begey: «Sono assolutamente eloquenti,
anche in assenza di approfondimenti clinici. La ragazza è
stata sottoposta a tentativi di ricostruzione a mezzo di
chirurgia plastica con esiti comunque devastanti». Nella
casa di Mondovì, il Luminol ha evidenziato tracce di sangue
ovunque: lenzuola, sedie, rubinetti, prese della luce, in
tutte le stanze, anche nel ripostiglio. Mabel Imade e Angelo
Bossolasco ieri sono stati condannati in primo grado per
tratta di essere umani, riduzione in schiavitù, lesioni
prolungate aggravate dalle sevizie. Materialmente è stata
lei ad infierire. Ma il ruolo di lui è stato ritenuto
decisivo: «La condizione fondamentale per la commissione del
reato di riduzione in schiavitù è stata la messa a
disposizione da parte di Bossolasco dei locali per detenere
la ragazza, segregarla e occultarla, mano a mano che le sue
condizioni fisiche si aggravavano».
Parole agghiaccianti, quelle del gip: «Bossolasco non
concorre nella prima parte dell’incredibile vicenda della
Erabor - l’introduzione in Italia e l’acquisto del corpo -
ma il suo previo consenso per la gestione futura della
“merce” è circostanza essenziale». L’avvocato Davide Diana
difende Mabel Imade: «Siamo di fronte a un caso limite -
spiega - l’unica cosa che ho potuto fare è stata convincerla
a confessare». L’avvocato Michele Galasso assiste Erabor: «È
ancora molto provata, ha subìto violenze inaudite, ma questa
sentenza esemplare ci conforta». Ora Erabor vive in un
comunità protetta, ha un permesso di soggiorno, eppure resta
«soggiogata». Ha chiesto una foto del suo scalpo da spedire
a casa: «Almeno capiscono perché non posso guadagnare».