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Le schiave della strada

da IlPunto - Roberto Pelleriti

 Si chiama “Amici di Lazzaro” l’associazione che dal 1997 ad oggi si occupa degli emarginati, ossia dei poveri, dei senza casa, degli immigrati, delle prostitute. Della gente che vive nella strada e che nella strada trova una dimensione umana di solitudine o di schiavitù. L’idea nasce da Jean Paul, un giovane padre gesuita francese, che nella sua permanenza a Torino forma diversi ruppi di giovani, tra i venti e i trent’ani col fine di sfatare il tabù dell’incomunicabilità con la gente di strada cercando di creare un legame umano che, oltre agli indispensabili aiuti per dormire e mangiare o abbandonare la strada, possa creare un legame di fiducia con persone abbandonate allo sconforto. Proprio per questo motivo uno dei gruppi si occupa specificatamente delle animazioni nei dormitori per continuare l’amicizia nata in strada. Nasce di conseguenza, l’associazione di volontariato sotto l’organizzazione di Paolo Botti, un ragazzo di trent’anni che con grandi fatiche spese nell’impegno sociale, incentra l’impegno sul problema più amplificato nelle strade, quello della prostituzione. “Abbiamo iniziato con u solo gruppo-dichiara Paolo- che si occupava di avvicinare i senzatetto a Porta Nuova e prestava servizio nei dormitori, gradualmente si sono formati diversi gruppi che hanno iniziato ad operare nelle varie zone della città e da poco ne sono sorti altri a Settimo, Pinerolo e Candiolo mentre a Napoli, Roma e Parma si sono già avviati contatti per allargare l’iniziativa. Ogni gruppo si ritrova una volta alla settimana e inizia a camminare lungo la zona assegnata cercando di avvicinare le ragazze. Il nostro lavoro è continuativo,  un po' per volta cerchiamo di instaurare amicizia e fiducia sperando che prima o poi arrivi la richiesta di aiuto”.
Come sono le loro reazioni e soprattutto come accolgono il contatto con l’associazione?
“Le ragazze di origine africana sono molto disponibili a parlare, improvvisare una canzone o raccogliersi in preghiera lì sulla strada insieme a noi, perché la maggior parte è profondamente religiosa; le ragazze dell’est, invece, necessitano di più pazienza perché più intimorite e controllate. Noi ci presentiamo come un gruppo di amici e solo successivamente porgiamo la possibilità di affidarsi a noi per uscire dalla strada. Esiste infatti l’art 18, un progetto a livello nazionale che garantisce alle ragazze costrette a prostituirsi un programma di inserimento con permesso di soggiorno, protezione dagli sfruttatori e possibilità di borse lavoro e abitazione. Si può contattare direttamente il numero verde 800290290 oppure mettersi in contatto con l’ufficio stranieri di Torino. Il programma di protezione prevede la denuncia degli sfruttatori per i reati di traffico di traffici di clandestini, sequestro di persona, violenza e induzione alla prostituzione e ovviamente una sistemazione tempestiva e temporanea in comunità super protette. Il passo successivo consiste nell’inserimento graduale in comunità diversificate fino alla ricerca dell’autonomia economica e lavorativa delle ragazze. Nell’ultimo anno grazie alla nostra mediazione e alla collaborazione con il gruppo Abele, la Caritas, l’ufficio stranieri e la Tampep (progetto europeo per informazione e prevenzione sanitaria  per la prevenzione dell’AIDS) una quindicina di ragazze hanno iniziato il cammino di liberazione ma il dato significativo è che in questo ultimo periodo dalle 400 ragazze avvicinate giungono un concreto numero di appelli per la richiesta di aiuto”.

  La storia di Jennifer
 Jennifer e la sua poverissima famiglia vivono a Benin City (Nigeria).
Una coppia nigeriana le propone un lavoro da operaia in Italia, firma un contratto: col suo lavoro si impegna a pagare circa 80 milioni di lire agli intermediari per il viaggio e tutte le pratiche, arriva in Italia per via aerea e iniziano le prime sorprese, il lavoro non c’è, il passaporto le viene ritirato, c’è però una casa e delle persone che le spiegano che per pagare tutti quei milioni dovrà prostituirsi. Non serve a nulla ribellarsi, loro hanno dalla loro la forza fisica, le minacce di coinvolgere la sua famiglia e lei è sola e lontana da casa. Inizia a lavorare in strada di notte, vede “clienti” quasi tutti italiani, ma niente altri contatti esterni, esce di casa a volte ma solo insieme alla sua “madame”, che se guadagna poco la sgrida o la picchia.

Il debito intanto non scende anche se rimedia 100 euro a notte. Si sente “sporca, si sente vittima ormai senza via d’uscita, rassegnata, poi una notte in autunno dei ragazzi italiani le passano vicino e la salutano, e lei chiede di fare insieme una preghiera in inglese e un canto nella sua lingua, dice loro una piccola bugia “sono povera e sono qui per far soldi”. Nasce l’amicizia, i ragazzi ritornano spesso per salutarla e lei un giorno decide di aprirsi e chiedere aiuto. Insieme si studia il da farsi. In collaborazione con altre associazioni e l’ufficio stranieri scappa dalla casa-prigione. Prima vive in una comunità protetta, poi arrivano i documenti, studia l’italiano, impara a cucire bene e arriva infine ad avere il lavoro e una casa indipendente.  Oggi è serena, la sua vita è diversa, l’amicizia con quei ragazzi è continuata, anzi ora fa lei la volontaria insieme a loro per aiutare altre ragazze, ha lasciato quel “Jennifer” che usava in strada, oggi usa il suo nome vero “S”. E noi “Amici di Lazzaro” siamo felici di sapere che tante altre Jennifer stanno lasciando la strada per una vita nuova.                 

Il Punto - Mercoledì 30 maggio 2001

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