La grande testimonianza di Asia Bibi: «Se mi condannate perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificarmi»

BBC Urdu, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Pubblichiamo la grande testimonianza di Asia Bibi, cattolica condannata a  morte in Pakistan per false accuse di blasfemia, che ha atteso anni in prigione  il processo di appello (è stata poi scarcerata e vive in Canada).

Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle  donne di buo­na volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di  isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se  leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata  con­dannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il  profe­ta Maometto. Voglio soltanto  tornare da[i miei figli], vedere il loro sorriso e riportare la serenità – prosegue Asia nella lettera – Stanno soffrendo a cau­sa mia, perché sanno  che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita. Un giudice,  l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo  avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della  sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho rin­graziato di cuore per  la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire  da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. “Sono stata condannata  perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei  mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia  vita per Lui. Quante altre persone debbano morire a causa della giustizia. Prego  in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre  autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra  persone di differenti religioni nel mio grande Pae­se. Gesù, nostro Signore  e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia  uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che  dobbiamo proteggere.

Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento. Vivo con il  ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi  per­metta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa  lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo  che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per  noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare  dai miei familiari. Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso  possibile. Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia.
ASIA BIBI

Asia Bibi, una madre cattolica pakistana con cinque figli, è stata ingiustamente condannata per blasfemia a causa di un atto apparentemente innocuo: il semplice gesto di bere un bicchiere d’acqua da un pozzo di un musulmano. Questa azione neutra è stata distorta, accusandola di “infettare” la fonte e conducendo così alla sua condanna.

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Vittima delle severe leggi sulla blasfemia introdotte in Pakistan nel 1976, Asia Bibi è stata condannata in base a norme che prevedono pene gravi, tra cui l’ergastolo e la condanna a morte, per chi insulta l’Islam, Allah o il profeta Maometto. Questa legge, spesso strumentalizzata per perseguire vendette personali o ottenere vantaggi economici attraverso la condanna di avversari, è stata evidenziata nel caso di Rimsha Masih, e ha causato la morte di Salman Taseer, governatore islamico del Punjab, e Shahbaz Bhatti, ministro cattolico per le Minoranze, entrambi assassini per essersi opposti a questa legge a difesa di Asia Bibi.

Nonostante gli abusi e le pressioni subite durante la prigionia, Asia Bibi è rimasta fedele alla sua fede cristiana, rifiutando di accettare l’accusa di infedeltà e resistendo all’imposizione di convertirsi all’Islam. La sua situazione si è ulteriormente complicata quando è stata accusata di insultare il profeta Maometto, un’accusa grave che ha aggravato la sua condanna.

Dopo un lungo periodo di detenzione ingiusta dal 2009, Asia Bibi è stata finalmente assolta nel 2018. Nel 2019 è riuscita a iniziare una nuova vita in Canada, dove ha trovato rifugio. La sua storia rappresenta un triste esempio delle sfide affrontate dalle minoranze religiose in molte parti del mondo, sottolineando l’importanza della difesa dei diritti umani e della libertà di religione.

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