Il coraggio (Silvana De Mari)

Foto di chiplanay da Pixabay

Il coraggio è la capacità di agire in maniera lucida o in maniera etica anche in presenza della paura.
La paura è, insieme al dolore, la custode della vita.

Coloro che non provano dolore (affetti da analgesia congenita, strafatti di qualche cosa) si ammazzano rapidamente e spesso in maniera spettacolare. Se non avessimo, piantata nel cranio come costituente strutturale, la paura della morte e del dolore tenderemmo ad ammazzarci con inquietante facilità.
Una persona che si trovi in mezzo a un incendio se resta lucido aumenta le sue capacità di trovare una via di fuga. Il coraggio è un adattamento evoluzionistico. In un incendio il coraggio può spingerci a rischiare di essere uccisi o ustionati per salvare un bambino intrappolato. In entrambi i casi il coraggio mi spinge ad affrontare un dolore o rischio immediato, levarmi da dove sono e fare, in cambio di un bene futuro, la mia sopravvivenza, la sopravvivenza di colui che sto salvando, cioè il percepirmi come persona etica. O se preferite in cambio di un dolore immediato, muovermi, affrontare le fiamme, evito un dolore più grande futuro, la mia morte, o il mio percepirmi come un cialtrone che ha fatto morire un altro in un incendio.
Il pavido terrorizzato è una figura perdente perché non è in grado di fare questa scelta.
Nelle catastrofi collettive, affondamento del Titanic, tzunami, cinema in fiamme, crollo dello stadio, nella maggioranza dei casi non c’è nulla da fare, ma in una piccola parte di casi c’è una via di uscita e se c’è una possibilità di fare qualcosa e salvarsi, i coraggiosi ci riescono, perché la paura genera paralisi.

Se torniamo alla definizione di coraggio, la capacità di agire in maniera lucida o in maniera etica anche in presenza della paura, si evince che dove non ci sia paura non può esserci coraggio.

La paura è l’ emozione primaria, quella che compare per prima nella nostra vita, già l’ameba se si avvicina uno spillo cerca di spostarsi perché ne ha paura.

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Se non avessimo paura, passeremmo il tempo a guidare contromano con i fari spenti di notte per vedere cosa si prova.

Gli affetti da analgesia congenita, una rarissima malattia che impedisce di provare dolore, tendono a ferirsi, ustionarsi e ammazzarsi con sconvolgente facilità.

La paura è disinserita nell’ubriacatura, da alcool, da allucinogeni, da anfetamina, metanfetamina, cocaina, da fanatismo e molto diminuita in molte psicosi.

Dove non c’è paura, non può esserci coraggio.

La mancanza di paura e il coraggio quindi non sono sinonimi, anzi sono antitetici.

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Noi amiamo la morte e voi amate la vita, ed è per questo che voi perderete è la frase classica dell’orco.

Chi ama la morte e lo dichiara, sempre , è un individuo schiacciato dalle frustrazioni e in particolare quella sessuale.

Chi ama la morte non è coraggioso. Non è coraggio, ma psicosi, e le psicosi, questa è un’informazione tecnica, non una metafora, sono contagiose.

La radio di Goebbles, la maledetta radio hutu in Rwanda, internet ora, possono veicolare il virus del vittimismo omicida.

Ma, attenzione, anche il coraggio è contagioso.

Il capo carismatico è colui che riesce a infondere il coraggio.

E può anche essere un personaggio non fisicamente presente, perché è un personaggio storico o perché non è mai esistito.

Noi amiamo il Fantasy perché i grandi eroi e quelli piccoli (Sam e Frodo) contagiano il coraggio.

Il coraggio della verità anche è un bel tipo di coraggio. Nessuno è talmente insignificante da non poter essere il sassolino che blocca l’ingranaggio.
Silvana De Mari

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