Aborto «diritto umano»? L’abbaglio di Amnesty

Sono anni che le organizzazioni internazionali che si occupano di pianificazione delle nascite e controllo demografico spingono per ottenere che l’aborto sia incluso tra i diritti umani fondamentali. Si tratta di agenzie che hanno una distribuzione geografica capillare, come l’Ippf (International Planned Parenthood Federation), su cui convergono enormi flussi di denaro, o che sono fin dall’origine strettamente legati al potere economico, come il Population Council, fondato dal noto finanziere John Rockfeller III e dal presidente della Società Eugenetica Americana Frederick Osborn, allo scopo di far calare le nascite nei Paesi in via di sviluppo. Ma su questa linea si attestano anche organismi direttamente connessi all’Onu, come l’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, che finanzia i piani di controllo demografico nelle singole nazioni. Persino l’Unicef, il cui scopo sarebbe tutelare l’infanzia, sotto la guida di Carol Bellamy si è mossa per molti anni in questa direzione. L’antinatalismo, almeno a partire dagli anni Sessanta, è diventato un elemento costitutivo della formazione culturale di quella potente élite di altissimi funzionari e dirigenti che agisce a livello internazionale, passando da un ente all’altro, per esempio dalla Banca mondiale all’Unfpa.

Che ci siano enormi pressioni per utilizzare massicciamente l’aborto come strumento privilegiato di controllo demografico lo sappiamo bene. I ricorrenti tentativi di iscriverlo tra i diritti umani finora sono stati arginati, ma la battaglia è sempre aperta. Quello che non avremmo mai immaginato è che un’organizzazione come Amnesty International cedesse a questo tipo di influenze, e avviasse al suo interno – come sta affiorando in questi giorni – una consultazione sull’ipotesi di considerare il divieto di aborto come una violazione dei diritti della persona.

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Amnesty, organismo che tutti conoscono, si è guadagnata la sua attuale credibilità con un’intensa attività di difesa dei diritti umani sul campo, adottando metodi innovativi ed efficaci, che hanno avuto un grande impatto sia politico che mediatico. La pubblicità data ai singoli casi di violazione dei diritti, dando un nome e un volto (ove possibile) alle vittime, insieme all’intervento attivo dell’opinione pubblica, tramite lettere e diverse forme di pressione attuate sui governi, hanno dato ottimi risultati.

Eppure persino Amnesty, di fronte alla distorsione sempre più grave ed evidente dei cosiddetti “diritti riproduttivi”, non ha saputo fare di meglio che tacere. La pianificazione familiare, cioè il controllo delle nascite, viene riconosciuta come diritto umano dalle Nazioni Unite nel ’68. Per raggiungere questo obiettivo si sono mobilitati i movimenti neomalthusiani ed eugenisti. I primi considerano la crescita della popolazione come una diretta minaccia al benessere dell’Occidente, al suo accesso privilegiato alle risorse fondamentali. I secondi spingono per un processo di selezione e miglioramento genetico delle popolazioni, e ritengono che i poveri, i deboli, i malati, i disabili, non debbano riprodursi. Naturalmente le motivazioni addotte pubblicamente sono più caute, ma basta sfogliare un classico come il famoso «The population bomb» (La bomba demigrafica) di Paul Ehrlich per verificare di quale profondo antiumanesimo sia impregnato questo pensiero.

Quando in Europa e negli Usa il femminismo degli anni Settanta chiede che l’interruzione di gravidanza venga legalizzata, alla vecchia «pianificazione familiare» si sostituisce la dizione «diritti riproduttivi». L’ottica interpretativa è una sola: non bisogna riprodursi. Lo slogan femminista – «maternità come libera scelta» – viene stravolto e utilizzato come schermo ideologico per coprire campagne di controllo demografico spesso feroci, autoritarie, prive di qualunque rispetto nei confronti delle donne e della loro libertà. La Cina, con la ventennale politica del figlio unico, con gli aborti forzati, gli infanticidi, la repressione violenta, è stata la punta dell’iceberg degli orrori perpetrati in nome dei diritti riproduttivi. Ricordiamo che nel 1983 Perez de Cuellar, allora segretario generale delle Nazioni Unite, consegnò al ministro cinese per la popolazione un premio per le politiche demografiche adottate.

Ma c’è molto di più. Ci sono, prima di tutto, 150 milioni di donne che sono state sterilizzate, spesso senza piena consapevolezza o in cambio di piccoli compensi, che in Paesi molto poveri diventano decisivi. C’è la situazione dell’India dove, nonostante l’interruzione di gravidanza sia legale da decenni, si pratica un quinto di tutti gli aborti a rischio nel mondo. C’è la pillola abortiva, la Ru 486, che costituisce un serio pericolo per le donne dei Paesi in via di sviluppo, e ci sono metodi abortivi ripugnanti e pericolosi che vengono regolarmente sperimentati e persino pubblicati su riviste scientifiche. Cosa pensa Amnesty di tutto questo? Non è il caso di chiedersi se la sterilizzazione si può considerare davvero un “diritto riproduttivo”, un gesto di libertà femminile? Come mai tutte le sterilizzazioni avvengono nei Paesi terzi, mentre in Occidente nessuna donna la adotta come metodo contraccettivo, e si prendono cautele persino per la sterilizzazione degli animali? Non è il caso di lanciare una campagna contro le sperimentazioni selvagge (ma perfettamente legali) di metodi abortivi come quelli denunciati da medici di buona volontà alla Commissione diritti umani del Rajasthan, metodi che umiliano le donne e le riducono a carne da macello? Non è il caso di riflettere sulla denuncia, fatta ancora una volta da un medico indiano, in cui si sostiene che la politica di diffusione dell’aborto in India ha fatto salire il numero degli aborti a rischio, che avrebbero ormai superato quelli del periodo pre-legalizzazione? Non è il caso, insomma, di andare oltre i luoghi comuni e di indagare un po’ sulle pratiche comunemente usate dalle grandi agenzie del controllo demografico, invece di dare per scontato che tutelino i diritti delle donne?

Amnesty però, da un po’ di tempo, sembra subire i condizionamenti del politicamente corretto. E i diritti riproduttivi, si sa, ne fanno integralmente parte. Un’associazione che voglia davvero stare dalla parte dei deboli, degli umiliati e offesi, non può sottrarsi a una certa dose di trasgressione, al rischio di dire cose scandalose e magari impopolari. Non si possono difendere i diritti umani senza suscitare qualche dispiacere, magari anche dentro le Nazioni Unite. Magari anche nel proprio ambiente. 

Il peggio dell’Occidente

Agenzie umanitarie in crisi di identità. In Inghilterra, ad esempio: poche settimane fa la Camera dei Lord ha congelato la controversa legge che avrebbe legalizzato l’eutanasia. A proporre la contestata norma era stato Lord Joel Joffe, che come parlamentare indipendente aveva proposto nel febbraio del 2003 la «Assisted Dying for the Terminally Ill Bill». Joffe non è un carneade in Gran Bretagna: è stato per sei anni presidente della sezione inglese di Oxfam, notissima Ong attiva in diverse crisi umanitarie sparse nel globo. Nata durante la Seconda guerra mondiale, Oxfam deve il suo nome a quell’Oxford Committee for Famine Relief che si riunì per la prima volta il 5 ottobre 1942 e che oggi si presenta come «un’agenzia che lavora per mettere fine alla povertà in tutto il mondo». Nessun imbarazzo da parte di Lord Joffe nella campagna per legalizzare il suicidio assistito dei malati terminali. Nato nel 1932 in Sudafrica, avvocato, Joffe salì alla ribalta mondiale grazie al processo Rivonia in cui prese le difese di Nelson Mandela. Dal 1982 al 2001 ha fatto parte di Oxfam Inghilterra, di cui è stato presidente dal 1995 al 2001. È poi stato eletto deputato, divenendo il firmatario di una norma per legalizzare l’eutanasia al motto di «dobbiamo trovare una soluzione al dolore insopportabile dei malati per il bene della società».

Un’ideologia antinatalista

Il libro «Contro il cristianesimo. L’Onu e l’Unione Europea come nuova ideologia», firmato da Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia (Piemme, pp. 210, euro 11,50), ricostruisce lo sviluppo di quell’ideologia dei diritti umani che ha sostituito il diritto naturale, alla base della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Un’ideologia «umanitarista» che ha due caratteristiche di fondo: un approccio ostile verso le religioni e l’ossessione per il controllo delle nascite. Entrambe vengono dissimulate dietro concetti che sembrano affermare esattamente il contrario. Così ad esempio, in sede Onu il modo migliore per annullare l’influenza delle religioni e limitare la libertà religiosa si è rivelato la creazione di organismi interreligiosi, che hanno l’obiettivo di «sostituire le religioni tradizionali con una religione unica, mondiale, che le comprenda tutte». Anche il controllo delle nascite si presenta in modo accattivante, sotto le sembianze dei «diritti riproduttivi»: apparentemente uno strumento per l’emancipazione delle donne, in realtà lo sviluppo moderno dell’ideologia antinatalista ed eugenetica di cui si è nutrito il femminismo radicale.

di di Eugenia Roccella [Da “Avvenire”, 1 giugno 2006]

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