Accade quello che la 194 non prevedeva

Premessa redazionale dell’associazione Amici di Lazzaro: l’aborto è sempre sbagliato. In attesa di un suo superamento va attuata ogni limitazione possibile, basandoci sempre piu’ sulle evidenze scientifiche. L’aborto al 5-6 mese è a tutti gli effetti un infanticidio, in quanto ormai esistono bambini nati prematuri nati a 22 settimane e tuttora vivi e sani.

Centottanta giorni di gravidanza come termine massimo per l’aborto terapeutico sono troppi, avvertono i medici neonatologi italiani a convegno a Napoli (già nel 2001 ndr) : troppi, giacché un feto di centottanta giorni può venire al mondo vitale. Anzi i progressi della neonatologia sono tali, che già a centosessanta un prematuro può farcela. E dunque, dicono i medici, rivediamo questo termine troppo ampio, perché ad ognuno di noi è successo di trovarci di fronte ad almeno un neonato abortito al termine estremo, ma vitale: e, come medici, noi abbiamo l’obbligo morale di assistere questi bambini.
La denuncia non viene da medici cattolici, ma semplicemente da medici, e non si basa su motivazioni ideologiche, ma puramente scientifiche: signori, ci viene detto, modificate la legge 194, perché noi ci troviamo davanti a dei drammi. Il dramma di bambini non voluti, che si ostinano, con fatica e magari per pochi giorni, a voler vivere; il dramma dei genitori, che forse pensavano di buttare via un grumo di cellule non ancora definito, e invece scoprono con sgomento che era un figlio, e respirava. La denuncia solleva un velo su storie che generalmente non escono dalle sale operatorie in cui si praticano gli aborti. Non ne escono anche perché la legge non prevede che a un aborto terapeutico assista un neonatologo; così, se anche il neonato abortito è vitale, non è presente chi possa assisterlo prontamente. Può accadere che sia la sensibilità di un’ostetrica o di un infermiere a fare intervenire i medici del reparto prematuri. Poco male, potrebbero dire i sostenitori dell’aborto, o almeno i più cinici fra loro: tanto, se di aborto terapeutico si è trattato, vuol dire che il feto presentava gravi malformazioni, incompatibili con la vita. Purtroppo nemmeno questo è vero. Gli aborti terapeutici non riguardano solo feti gravemente malformati, ma anche feti con malformazioni minori, non accettate tuttavia dalla madre. Riguardano feti che dall’ecografia risultano «difettosi»: ma le ecografie a volte sbagliano, ed accade di abortire un bambino perfettamente sano. Riguardano gestazioni in cui la madre è malata, ma il feto no. E riguardano anche – benché i maghi della fecondazione artificiale non lo raccontino volentieri – le gravidanze indotte con fecondazione assistita, in cui, come in una gara in cui possa vincere il più forte, spesso quattro o cinque embrioni vengono impiantati. E se i due o tre di troppo non provvedono a eliminarsi da soli, intorno al quarto mese con un’ecografia si sceglie il più vitale, uno o due al massimo, e l’altro o gli altri vengono eliminati. Senza bisogno di alcuna malformazione, solo perché tre o quattro figli sono troppi. L’intervento si chiama «riduzione delle camere».
Dunque, fra questi bambini abortiti troppo tardi alcuni potrebbero essere vitali, e non per due giorni. Grazie alla scienza e ai suoi progressi, certo. Ma è singolare che proprio da medici laici, «insospettabili», venga l’avvertimento di Napoli. La stessa scienza che vent’anni fa diceva: fino a centottanta giorni non c’è vita, ora si corregge: vita può esserci, anzi c’è. Il che – al di là della questione drammatica sollevata dalla denuncia, e che richiede una riflessione urgente – fa pensare. Dov’è, come si situa questo limite che la scienza si è data, applicando la legge, per permettere l’aborto terapeutico? La stessa medicina, vent’anni dopo, è costretta a ripensarci. E dov’è, al di là dell’aborto terapeutico, il limite vero d’inizio della vita, prima del quale se ne possa disporre liberamente? Per la biologia, il processo che dall’unione dei gameti conduce all’individuo è un continuum. Sono gli operatori della fecondazione artificiale e della ricerca sugli embrioni ad avere introdotto il concetto di pre – embrione.
Nello stesso rapporto Warnock, che in Gran Bretagna regolamentò la ricerca su embrioni, si afferma che tutte le fasi dello sviluppo embrionale appartengono a un «processo continuo». “Tuttavia – si afferma ancora nel rapporto – si è convenuto che questa era un’area nella quale doveva essere presa qualche precisa decisione, “al fine di acquietare la preoccupazione del pubblico”. Così la Gran Bretagna autorizzò la sperimentazione su embrioni ottenuti con fecondazione in vitro, fino al quattordicesimo giorno di vita. Una convenzione, «per acquietare il pubblico». I centottanta giorni per l’aborto terapeutico sono ora in discussione. E i tre mesi previsti come termine per l’aborto “normale”, su quale limite scientificamente affermato poggiano?
Qual è il salto ontologico e indiscutibile, per cui prima di quel termine c’è un nulla? Bisogna quietare le preoccupazioni della gente, dice il rapporto Warnock. Che triste quiete è la nostra. E che benedizione è, a volte, un’inquietudine.

di Marina Corradi – Avvenire, 11 novembre 2001

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