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Adottare un bambino cieco o focomelico. Che cosa più grande di questo amore?

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Ho ritagliato e conservo la notizia da una settimana, perché è una di quelle che ti danno la forza di andare avanti. Arrivano purtroppo tante notizie che ti frenano, ti fan pensare che non c’è spazio per il bene, non c’è attenzione, il bene non interessa, mentre il male attrae e seduce. Ricordo quando nella mia casa contadina entrò la televisione (ero figlio, ora son nonno), la piazzammo sopra la credenza, e finita la cena ci schierammo tutti intorno per guardare il telegiornale, e davanti a tutti avevamo sistemato nostra madre, era la prima volta che lei vedeva la televisione, ed era semplicemente incantata. Il telegiornale le sembrava un miracolo. Notizie da tutto il mondo, dalle città più importanti e più lontane, che nessuno di noi aveva mai visto e mai avrebbe visto in futuro, non eravamo degni di entrarci, ed ora eccole lì, quelle città potenti e grandiose, piene di banche proprietarie del mondo. Io guardavo mia madre, e vedevo la sua faccia farsi sempre più triste.

Quando il telegiornale finì, lei girò la faccia delusa e chiese a tutti: ‘Ma oggi sono successe soltanto brutte cose? Non è nato da qualche parte un bambino di 6 chili?’. Le sembrava che un bambino di 6 chili fosse una notizia da dare a tutti, la nascita di un bambino sano grande e grosso, che riassumeva nel suo corpo la gioia della vita che avrebbe avuto. No, niente, solo disgrazie, e guerre e incidenti. Questa idea che il male fa notizia, e il bene no, è radicata nel cervello di tutti. Si parla poco o niente del bene. A cinquanta metri da casa mia è successa una cosa ‘buona’, un grande esempio di ‘bene’, ma io l’ho saputo per caso, e confusamente, non lo so ancora nei dettagli, non conosco la persona che ha fatto questo bene, e vorrei tanto conoscerla, perché in quello che ha fatto lei sta la vera grandezza. L’ho già raccontato qui, ma il mio pensiero non si schioda da quella scena. Questa persona, una donna, lavorava in un orfanotrofio, si occupava dei bambini, e voleva adottarne uno. Aveva avviato la pratica. Un giorno la chiamano per dirle: ‘Signora, la sua domanda è stata accolta, scelga un bambino’. La signora andò in un angolo, dove per terra stava un bambino isolato, lontano da tutti, e disse: ‘Quello’. Le diedero quello.

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L’unico bambino cieco di tutto il gruppo. Dentro di me ho sempre completato questo aneddoto con notizie che non so se siano vere, ma suonano vere: la madre naturale aveva rifiutato quel bambino perché era cieco, questa madre adottiva lo sceglieva proprio perché era cieco. Questo è amore. È un aneddoto fisso nel mio cervello, non se ne andrà mai. Nessun giornale ne ha parlato, e la madre adottiva non vuol certo fare notizia. Lei vuol realizzare un impulso affettivo che le viene dall’inconscio, e che se lei potesse tradurlo in un dialogo col figlio, il dialogo sarebbe questo: ‘Hai bisogno di due occhi, bambino mio? Eccoti i miei’. Lei è contenta di avere gli occhi non per sé ma per lui. Non conosco il futuro di questa coppia madre-figlio, ma se la scienza lo consentirà non escludo che i due occhi finiscano uno a lei e uno a lui. L’amore condivide.

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Ho già accennato qui a questa prova affettuosa, adottare un cieco, allora perché ci torno sopra? Perché in questi giorni viene alla luce un episodio analogo: apprendiamo che una coppia di giovani sposi, che i giornali chiamano Tommaso e Pina, nel Napoletano, ha adottato un bambino focomelico, senza braccia e senza gambe. Lo ha visto e lo ha voluto quando il bambino aveva un mese, adesso ha tredici anni. Non so, perché i giornali non l’hanno raccontato, com’è stato il primo incontro tra i due neo-sposi e il bambino senza arti, probabilmente è stato un incontro muto, senza parole, ma dentro di me sento le parole e sono queste: ‘Hai bisogno di due braccia e due gambe, bambino mio? Eccoti le nostre, usale come tue’. Dopo tredici anni, il bambino scrive, legge, cammina. Fa perfino nuoto. L’arcivescovo di Napoli, don Domenico Battaglia, è andato a pranzo da questi due coniugi, per conoscerli. Non capisco perché tutti i giornali non ne parlino. Non son fatti per parlare di grandi cose, i giornali? E c’è forse una cosa più grande di questa?

Ferdinando Camon – Avvenire

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