Africa e schiavitu’

african-slave-trade-11Nel castello degli schiavi non c’è molto da vedere, almeno per chi non sappia far lavorare un poco l’immaginazione. Non è ancora un museo, non è più un rudere, non vuol diventare una stele funebre. Situato sul punto della costa del Ghana in cui le navi negriere per due secoli approdavano per caricare le stive del loro bestiame umano, è desolato anche come collocazione. I bianchi si tenevano il più possibile al largo in quegli anni, e non per paura di rivolte o gesti ostili sulla terraferma (venivano in pace, da acquirenti, erano gli africani a fornire la merce umana) ma per timore delle zanzare, in un tempo in cui la malaria uccideva i tre quarti degli europei che osassero risalire i fiumi dell’Africa Occidentale. Da vedere dicevo, non c’è molto.

La tratta degli schiavi non era uno spettacolo esotico, nemmeno allora: era un’operazione commerciale in cui si cercava di ridurre al minimo i costi. Vediamo poco più che dei sotterranei in cruda pietra dalle pareti densamente macchiate: sangue, sudori, escrementi, ogni sorta di umori di persone che vi venivano rinchiuse in attesa dell’arrivo del cliente. E’ logico dunque che, volendo mostrare qualcosa ai visitatori, il governo del Ghana stia facendo di questo triste maniero un museo storico, che documenti la vita del paese anche prima e anche dopo quell’evento, risonante ma non centrale. Vi espongono anche le glorie passate, la resistenza, le lotte per l’indipendenza ed è già, dicono gli esperti, uno dei più bei musei dell’Africa subsahariana. Vi hanno collaborato esperti internazionali, l’ONU e la Smithsonian Institution di Washington. Se però uno guarda nel librone dei visitatori, legge le pagine riservate ai commenti, trova, accanto a semplici firme di testimonianza, messaggi di delusione e di protesta.

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“Qui si cerca di abbellire gli orrori passati”, ha lasciato un turista venuto dall’altra parte dell’Atlantico. “Si divaga “protesta seccamente un altro visitatore dagli USA. “Quando verranno qua i miei nipoti, gli diranno che la schiavitù non è mai esistita “incalza un altro. “Per noi discendenti degli schiavi-spiega Nana Olof Iure Keke I, un newyorkese del Bronx che è venuto a vivere qui e vorrebbe che il Castello degli Schiavi fosse l’equivalente del Museo dell’Olocausto-questo è il luogo della nostra nascita fra lacrime e sangue, della nostra esperienza centrale”. Il direttore dell’Istituto culturale, il ghanese Francis Puah concede volentieri che i visitatori d’oltreoceano “vorrebbero che si parlasse solo e si vedessero solo testimonianze della schiavitù e della tratta; non gli interessa niente della nostra storia, delle nostre lotte”. Egli vuol riassumere la storia, razionalizzare il passato, e deve combattere contro un mito che svela una volta di più una profonda verità: per la maggior parte di coloro che oggi si chiamano “afroamericani” l’Africa è un posto remoto che dice poco, è una radice e un Muro del Pianto. Un abitante del Ghana, della Nigeria, del Sudafrica sa la storia o vuole impararla e conosce due verità che i cacciatori nostalgici di miti rimpatriati temporaneamente dall’America ignorano o respingono: che la tratta degli schiavi non si identifica con la schiavitu’ e che la schiavitu’ non si identifica affatto con l’uomo bianco.

Che fu africana quanto il Kilimangiaro o le cascate dello Zambesi e che fiorì quando l’uomo bianco, l’europeo, non aveva neppure cominciato a circumnavigare il Continente Nero. Noi stessi, a distanza, siamo prigionieri di una falsificazione e immaginiamo dei bravacci. O dei pirati che scendevano su queste coste a far razzia nei villaggi e a caricare uomini, donne e bambini sui cargo negrieri dall’altra parte dell’Atlantico. Tutto ciò non è mai accaduto: i negrieri erano soltanto degli acquirenti, a prezzo di mercato, di una merce messa sul mercato dagli africani stessi. I raid sui villaggi li facevano i guerrieri delle tribù più forti, saccheggiavano quello che trovavano e lo mettevano in vendita secondo la richiesta. Sulle carte del secolo scorso questa realtà era espressa duramente dai nomi dei vari tratti della riva orientale dell’Atlantico: Costa d’oro, Costa d’Avorio, Costa delle spezie, Costa degli schiavi. Non erano paesi: erano nomi di supermercati. Il lavoro, dentro, lo facevano dei negri nell’Africa Occidentale e, in quella orientale, soprattutto degli arabi. Fino a un certo punto il traffico nella zona est, al di là dei grandi laghi, era di gran lunga più intenso e lucroso.

A metà del secolo scorso fra gli ottantamila e i centomila (all’anno?) schiavi furono esportati verso i paesi mussulmani del Medio Oriente. Erano, in base alla richiesta, essenzialmente giovani donne.
Gli uomini venivano catturati soprattutto come portatori dei più preziosi carichi di avorio, strumenti terminali del massacro degli elefanti. Molti di costoro, arrivati alla costa, venivano abbandonati a morire di fame. Gli altri, soprattutto le ragazze, si trattavano nel gran bazar di Zanzibar e finivano in Arabia o in India. Gli europei non battevano quelle zone e non erano mai stati buoni acquirenti, per il semplice motivo che da noi la schiavitù era andata in disuso da secoli. A farla rivivere fu la scoperta dell’America e la necessità di manodopera per le piantagioni che vi si inaugurarono. Il “mercato “cambiò carattere, la domanda superò per la prima volta l’offerta e i prezzi salirono. Ne fruì, in questa parte dell’Africa, il regno degli Yoruba, che organizzò in gran parte le razzie e le vendite. I bianchi pagavano di più, e ricevevano la mercanzia “chiavi in mano”. Attorno al 1780 il traffico toccò il culmine, con quasi circa centomila trasporti all’anno. Una cifra che sarebbe stata devastatrice per la demografia dell’Africa Occidentale se non fosse stato per la sua peculiarità: mentre gli arabi compravano donne ,le piantagioni d’America avevano bisogno delle braccia di giovani uomini e quindi il drenaggio influì meno sulla natalità.
Il primo e ultimo intervento ufficiale di un governo europeo nella tratta degli schiavi fu la sua abolizione, decisa unilateralmente dalla Gran Bretagna nel 1807 per motivi umanitari e realizzata con mano pesante e unilaterale da parte di quella che era la superpotenza dell’epoca: squadroni navali furono stanziati davanti alle coste dell’Africa Occidentale con l’autorizzazione di fermare ogni nave sospetta ,quale che fosse la sua bandiera, e confiscare i carichi. In pochi anni la tratta finì. Degli schiavi liberati sulle navi, migliaia furono spediti in un territorio, la Sierra Leone, scelto da Londra come rifugio, un secolo prima, per quei negri delle colonie nordamericane che durante la guerra d’indipendenza avevano scelto la lealtà alla Corona. Quelli erano stati poco più di un migliaio, i salvati dalle galee furono più di centomila e il loro rifugio diventò uno Stato. Non si deve pensare però che gli inglesi fossero ricoperti per questo da gratitudine.

Gli stati dell’africa occidentale anzi protestarono a Londra per il danno economico che veniva al loro erario dalla forzata interruzione della loro principale merce di esportazione. Si comportarono, insomma, come poco dopo avrebbe fatto l’Inghilterra con la Cina quando quest’ultima cercò di proibire l’importazione dell’oppio. Ai cinesi Londra replicò con le cannonate, agli africani pagò contributi in denaro oltre che con consigli “tecnologici” per sviluppare fonti di reddito alternative come l’olio di palma. Gli storici aggiungono un altro curioso e non lieto dettaglio: non potendo più deportare i propri sudditi riottosi, i governi africani li passarono ai boia o agli stregoni per i sacrifici umani. E’ una favola brutta, complicata, con i buoni e i cattivi tutti mescolati. E ‘comprensibile che non piaccia ai negri d’America. Quello che qui in Africa è stato un episodio, dall’altra parte dell’Atlantico ha dato vita ad un nuovo popolo, quasi ad una nuova razza: i discendenti dei deportati delle navi negriere sono ormai, nelle due Americhe, cento milioni di persone, in gran parte convinti che i loro antenati sono stati vittime di brutali rapine dell’Uomo Bianco e non di una operazione commerciale di loro “parenti”. Nell’immaginario dell’uomo del Bronx o dell’Alabama, il negriero è un europeo. La “leggenda nera” è una “leggenda bianca”. Disturba sapere che così non è ma che anzi la schiavitù, che in America è un ricordo quasi oleografico, in almeno due Stati dell’Africa è tuttora una pratica. In Mauritania e nel Sudan si vendono e si comprano schiavi. Il governo di Washington ha imposto sanzioni economiche per far cessare la pratica. I rappresentanti dei negri americani, compreso il famoso Jesse Jackson, hanno deciso di guardare dall’altra parte.
Alberto Pasolini

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