Agostino, un grande

Sant’Agostino nacque a Tagaste, nell’odierna Algeria, nel 354. Durante gli studi di retorica, visse due esperienze che ebbero grande peso nella sua maturazione: la nascita di un figlio che chiamò Adeodato e la lettura dell’Ortensio di Cicerone, non pervenuta, grazie alla quale sviluppò un vivo interesse per la filosofia e la ricerca intellettuale. Dopo alcuni anni di insegnamento in terra africana, si trasferì a Roma quindi a Milano, dove ascoltò le prediche del vescovo Ambrogio che lo spinsero alla conversione. Sulla via del ritorno in patria, vicino a Ostia perse l’amatissima madre Monica, che aveva giocato un ruolo decisivo nella sua esistenza. Nel 391 fu ordinato prete, poi vescovo di Ippona (oggi Annaba), dove morì nel 430. Agostino fu uno scrittore estremamente prolifico. L’opera più celebre, Confessioni, è un vero monumento della cultura di ogni tempo. All’inizio del libro primo troviamo la celeberrima affermazione che costituisce una specie di sintesi dell’intera sua parabola spirituale e intellettuale: «Tu, o Signore, ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Vi sono condensati due concetti fondamentali dell’agostinismo che si richiamano e si integrano a vicenda: l’uomo proviene da Dio e a Dio deve tornare se vuole realizzare appieno la sua più autentica vocazione. Da queste due verità, tanto semplici quanto profonde, derivano importanti conseguenze. Per Agostino la filiazione divina lascia in ogni individuo una traccia indelebile: Dio imprime la sua orma nel cuore dell’uomo e va ad abitarvi permanentemente.

L’INTERIORITÀ

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Famosissima è rimasta la tesi da lui sostenuta nell’opera La vera religione: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore». L’interiorità è il primo e basilare principio del filosofare agostiniano; con esso egli inaugura la grande tradizione della filosofia cristiana della persona, mettendo al centro della sua speculazione la singolarità irripetibile di ciascuno, che diventa il luogo privilegiato dell’incontro con Dio. Si tratta certo di un universo interiore percorso da ansie e lacerazioni, assillato da interrogativi inquietanti, scosso da turbamenti profondi, ma è lì e soltanto lì che l’uomo può mettersi di fronte a se stesso, ed è lì che Dio lo attende. Il processo che conduce la persona al recupero della dimensione interiore si identifica dunque con il ritorno alla sua originarietà; l’essere umano supera i propri limiti e intraprende quel dialogo con la trascendenza che è la fonte della vera sapienza e del vero amore e lo coinvolge nella sua integralità. Non v’è dubbio che Agostino sia giunto alla scoperta dell’interiorità anche grazie alla lettura dei testi dei filosofi platonici. In effetti platonismo e neoplatonismo avevano insistito con forza sulla decisiva rilevanza della dimensione interiore e le riflessioni sul tema dell’anima, sviluppate da Platone e Plotino, rappresentarono un patrimonio straordinario per il nostro autore. Tuttavia sarebbe un errore non cogliere le differenze che intercorrono tra le diverse dottrine e le novità apportate dal filosofo di Tagaste al concetto di interiorità, che con lui perde la decisa caratterizzazione intellettualistica tipica del pensiero greco, per acquistare, sulla scorta della rivelazione cristiana, le sembianze di uno specchio in cui si riflette l’immagine stessa di Dio: l’anima e Dio, oggetti privilegiati dell’indagine agostiniana, diventano i due poli di un dialogo vitale, i termini di un percorso che è, nel medesimo tempo, discensivo e ascensivo.

TORNARE A DIO

All’uomo è richiesto di ritornare a Dio, sorgente di ogni beatitudine: egli, anche quando non ne è consapevole, è sempre alla ricerca di Dio come approdo definitivo della sua esistenza; la vera sapienza è possesso dell’eterna Verità e costituisce la felicità per ogni creatura umana. Così, se l’uomo saprà orientare i propri istinti e la propria volontà alla ragione e se la ragione sarà capace di soddisfare il desiderio di verità, allora questa diverrà conoscibile e raggiungibile. Ma la via del ritorno a Dio è ostacolata dalla drammatica presenza del male; nelle pagine iniziali delle Confessioni, ricordando i suoi primi anni, Agostino li vede intrisi di cattive inclinazioni: bugie e furtarelli, frivolezze e piccole frodi si ripetono già negli anni dell’infanzia. Con il passare del tempo, questa tendenza negativa si rafforza: prendono campo fermenti oscuri, la ricerca del piacere si fa travolgente, le seduzioni incalzano; passati i trent’anni, quando già la conversione del suo animo sta per compiersi, il peso del peccato non lo abbandona. Ma che cosa è il peccato? Agostino ha risposto in diversi modi: nelle Confessioni, egli ha insistito sulla nozione che identifica il peccato con l’allontanamento da Dio, sommo bene, e l’attaccamento alle realtà inferiori, ovvero alle creature. Se dunque il peccato consiste nell’allontanarsi da Dio, la felicità che sembra regalare a chi lo compie è soltanto apparente e illusoria, perché solamente in Dio può esservi perfetta beatitudine. Il peccatore non è un uomo libero, ma alienato; crede di amare se stesso, in realtà odia se stesso. Peccando, l’uomo tradisce la sua più autentica vocazione, che è quella di amare Dio e di ritornare a lui; tuttavia anche nel peccato, a giudizio di Agostino, si rende manifesto l’inestinguibile bisogno che l’uomo ha di Dio. Le varie scelte e i singoli atti peccaminosi si configurano come tentativi perversi di imitare Dio e di impossessarsi delle sue eccelse qualità: «In queste forme – scrive Agostino nelle Confessionil’anima pecca allorché si distoglie da Te e cerca fuori di Te la purezza e il candore, che non trova, se non tornando a Te. Tutti insomma ti imitano, alla rovescia, quanti si separano da Te e si levano contro di Te. Anche imitandoti, a loro modo, provano che tu sei il creatore dell’universo e quindi non è possibile allontanarsi in alcun modo da te». Ma come può essere rimosso il peccato? 

Nella ricerca di una risposta a tale drammatico interrogativo si fa strada in Agostino la certezza che soltanto la docilità nei confronti della grazia di Dio rende l’uomo veramente libero; senza l’aiuto della grazia divina la natura umana non potrà mai risollevarsi. Al centro della dottrina agostiniana della grazia sta la certezza che l’iniziativa della salvezza appartiene a Dio: tale certezza derivava dalla stessa esperienza personale di Agostino, il quale, ripensando alla sua vita e alle sue vicende, non poteva non riconoscere che soltanto l’intervento divino aveva comportato una svolta autentica e radicale nella sua vita, rendendo possibile quell’adesione alla verità che le sole forze umane mai gli avrebbero permesso.

Maurizio Schoepflin – Bollettino Salesiano