Anche l’aborto è sentenza di morte

Karla Tucker è morta. Non è stato possibile fare nulla per sottrarla dalle mani del boia. Molte persone, istituzioni e movimenti si sono mobilitati chiedendo la grazia: lo stesso Santo Padre (al tempo era Giovanni Paolo II, ndr), inascoltato, aveva invocato la clemenza. Adesso che tutto si è compiuto bisogna avere il coraggio e la lucidità di fare una denuncia, un’accusa forte: non tutte le voci che si sono levate per difendere la vita della Tucker sono credibili e coerenti nella loro battaglia. Leggo sul quotidiano “il Roma” del 4 febbraio un’intervista di Carlo Climati al vicepresidente di Amnesty International, Marco De Ponte. Secondo De Ponte «è grave che nelle esecuzioni capitali siano coinvolti dei medici che praticano l’iniezione letale al condannato» perché «un dottore ha il compito di difendere la vita, non di sopprimerla». Affermazione ineccepibile, senz’altro da sottoscrivere. Ma poche righe più oltre Climati domanda: «Secondo Amnesty International, è possibile battersi contro la pena di morte ed essere contemporaneamente favorevoli all’aborto?». Risposta di De Ponte: «L’aborto rientra fra le scelte private di una persona. Mentre nel caso della pena di morte ci troviamo di fronte a uno Stato che uccide un essere umano». Climati incalza il suo interlocutore: «Ma lei, prima, non aveva detto che i medici dovrebbero difendere la vita e non sopprimerla?». «Certo – risponde De Ponte – ma mi riferivo alla difesa della vita di esseri umani che sono già venuti al mondo. Quelli che non sono ancora nati, non rientrano nella nostra attività».

Ho lasciato spazio a questo dialogo perché sintetizza in maniera esemplare una contraddizione logica ed etica insostenibile: tentare di difendere la vita del reo, del criminale, ignorando completamente i diritti dell’essere più indifeso e innocente che è il concepito. Sappiamo perfettamente che l’aborto non è affatto «una scelta privata della persona», perché coinvolge drammaticamente la vita di un piccolissimo soggetto di diritto. L’aborto è la soppressione cruenta – non inganniamoci con le parole: l’uccisione – di un individuo umano che non è ingiusto aggressore, non è in condizioni di nuocere, non porta su di sé nessuna responsabilità giuridica o morale. Se suscita un moto spontaneo di commozione la visione delle immagini delle ultime ore di un condannato alla sedia elettrica, almeno uguale dovrebbe essere l’indignazione di Amnesty International di fronte alle immagini del «Grido silenzioso», il documentario che mostra gli ultimi istanti di vita di un feto che viene dilaniato dagli strumenti del medico abortista. La distinzione tra «uomini già nati e non ancora nati» è un clamoroso esempio di discriminazione tra persone, che sorprende ascoltare sulla bocca di chi dovrebbe battersi contro ogni razzismo. C’è poi un’altra sconcertante contraddizione nel variegato movimento italiano anti-pena capitale: al suo interno, molti ritengono che l’aborto legale sia lecito perché voluto dalla maggioranza della popolazione. Ma se questi sono i parametri per definire una legge giusta, allora si dovrebbe riconoscere che in Texas e in molti altri luoghi del pianeta, sono proprio le maggioranze a oliare le ghigliottine. No, non sono le maggioranze a poter decidere chi ha diritto ai diritti dell’uomo: perché ogni individuo, dal concepimento alla morte naturale, merita rispetto. E meriterebbe l’attenzione di Amnesty International. Un sistema giuridico schizofrenico ha il fiato corto. Per questo, per quanto possa apparire paradossale, uno Stato abortista e forcaiolo ha una sua tragica coerenza interna. Diceva bene qualche tempo fa il cardinale Giacomo Biffi: in Italia la pena di morte c’è già. Si chiama aborto procurato per legge.

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di Mario Palmaro – da “il Giornale”, 20 febbraio 1998

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