Ancora oggi migliaia di perseguitati politici marciscono nelle carceri comuniste cinesi

In Cambogia, si ammazzava la gente: bastava portare gli occhiali e si finiva al muro. Avevano studiato, i miopi contro-rivoluzionari. Perciò si erano infettati con la propaganda capitalista. Rieducarli nei campi di concentramento sarebbe stato inutile e dispendioso. Ai falangisti invece, in Spagna, tra il 1931 e il 1939, si cavavano direttamente gli occhi. Così non potevano più né lacrimare né vedere lo scempio delle tombe e dei reliquiari, da cui venivano estratti, per oltraggiarli, i corpi dei religiosi, dei santi e dei martiri. Era la prassi del Fronte popolare antifascista, appoggiato dai sovietici per costruire la testa di ponte del socialcomunismo in Europa. Teschi, ossa, campi di concentramento, fucilazioni, carestia, sacrilegi. C’è poco da nascondersi. È l’essenza del comunismo, ancora oggi. Cinquanta vescovi, preti e laici cattolici cinesi sono oggi in carcere, agli arresti domiciliari o latitanti, mentre trentasette correligionari sono scomparsi nel nulla, alcuni sin dal 1995. Senza parlare dei Falun Gong, mandati a morte e nei manicomi. Se il “reazionario e aristocratico” Socci vorrà parlarne, forse otterranno anche loro lo status di desaparecidos. Altrimenti rimarranno nell’oblìo. Come i 93 preti massacrati dai partigiani dopo (dopo!) il 1945. Nemmeno i fascisti e i nazionalsocialisti, insieme, erano riusciti ad arrivarci, fermandosi a quota 66. Una teoria curiosa quella per cui la pacificazione degli animi si otterrebbe dimenticando i massacri. Non l’ha capita il Pontefice, che continua a beatificare e a canonizzare martiri, figuriamoci se la può capire Socci, che sulle persecuzioni contro i cristiani scrisse un volume. Comunque, il discorso non vale per il presente, per l’inferno della Corea del Nord, dove sono rinchiuse tra le centocinquantamila e le duecentomila persone, tra detenuti comuni e politici, in gran parte colpevoli soltanto di avere rapporti di parentela con presunti oppositori del regime. Non vale per Cuba, dove i proventi del turismo sessuale sono impegnati per gestire duecentocinquanta carceri piene di dissidenti, rei magari di aver difeso il diritto alla vita, come il medico Oscar Elías Biscet, liberato la settimana scorsa dopo tre anni di prigione. È cambiata questa sinistra. Ora che in giro per il mondo non ci sono più dittature “fasciste”, di diritti umani non si interessa più. Il Muro di Berlino sembra essere crollato addosso proprio agli ex comunisti e questo non è certo l’ultimo tra i segnali della loro crisi, d’identità e di valori, prima ancora che politica. Magari quello che serve ora alla sinistra, per tirarsi fuori dalle macerie e dalla polvere, è proprio Excalibur, la spada nella roccia.
di Andrea Morigi – Libero

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