Attuazione della legge 40/2004. Migliaia di embrioni distrutti

È stata recentemente pubblicata (29 giu 2017) la relazione annuale che il Ministro della Salute predispone circa lo stato di attuazione della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita. I dati forniti – concernenti le attività dei centri di procreazione medicalmente assistita nell’anno 2015 e l’utilizzo dei finanziamenti (artt. 2 e 18) nell’anno 2016 -, pur di non agevole lettura, confermano un elemento che appare sostanzialmente costante nel tempo, e cioè la scarsa efficacia delle procedure di fecondazione artificiale.

Quali che siano le tecniche, se applicate a fresco o dopo scongelamento di embrioni o di ovociti, quale che sia la fonte di provenienza dei gameti, se dalla coppia o da donatore (fecondazione eterologa), il dato complessivo appare gravato da una efficacia sostanziale di poco inferiore al 10%. Se infatti si prendono in considerazione i numeri riportati nella relazione, senza alcuna lettura ideologica, si apprende che, a fronte di un numero complessivo di embrioni realizzati nel corso dell’anno in esame mediante le tecniche di II e III livello, pari a 111.366 (p. 118 della relazione), sono nati nel corso del medesimo anno 11.029 bambini (9,90%). Mettendo insieme anche le tecniche di I livello (ovvero la inseminazione artificiale), delle quali però non è possibile conoscere il numero di embrioni realizzati (dato che il concepimento avviene nelle vie genitali femminili e non è dato conoscere il numero di ovociti che vengono fecondati), il numero complessivo di bambini nati è stato di 12.836, pari al 2,6% dei bambini nati in Italia nel 2015. Il dato riflette una preoccupazione che da sempre abbiamo segnalato e stigmatizzato, ovvero che, semmai si volesse trovare una argomentazione idonea a giustificare eticamente una pratica che tende a dissociare il gesto procreativo dalla relazione intima della coppia, questa continuerebbe a cozzare in maniera drastica con la necessità di “sacrificare” consapevolmente circa il 90% degli embrioni prodotti, per consentire la nascita di quei bambini che riescono a completare il loro percorso.

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Continuiamo a ritenere che sul piano etico sia inaccettabile anche la perdita di un solo embrione a causa dell’applicazione della tecnica, ma una ecatombe delle proporzioni che abbiamo potuto registrare appare davvero difficile da giustificare. La legge 40, come si sa, nel suo impianto iniziale, era uscita dalla mediazione parlamentare con una serie di paletti e di meccanismi di tutela e salvaguardia per l’embrione umano e per il contesto generativo, al fine di ridurre per quanto possibile gli effetti che oggi vediamo. Le note vicende giudiziarie che, attraverso più ricorsi davanti alla Corte Costituzionale, hanno di fatto svuotato la legge 40 di quelle regole ed hanno consentito allo stato attuale un progressivo allargamento negativo delle maglie della legge stessa, permettendo ad esempio che il 31% degli embrioni prodotti dall’applicazione delle tecniche venga crioconservato, senza nessuna certezza di poter essere successivamente impiantato. Tali “innovazioni” hanno altresì creato quel vulnus profondo alla relazione genitoriale che è costituito dalla possibilità della fecondazione eterologa, cioè mediante gameti provenienti da soggetti estranei alla coppia.

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Un ultimo dato che non ci conforta è legato al fatto che le tecniche vengono ormai stabilmente applicate in donne di età progressivamente più avanzata: e questo non giova, riteniamo, al benessere complessivo della coppia, dei figli e della relazione parentale. È necessario recuperare un fondamento della biologia della riproduzione umana, con riferimento ai membri della coppia, ed in particolare della donna: la fertilità è un bene prezioso che decresce man mano che ci si incammina nella quarta decade di vita, e l’opera educativa e di prevenzione deve incentivare la consapevolezza ed il valore della fertilità, da preservare e promuovere al tempo opportuno.