Autocertificazione di genere, utero in affitto: il ddl Zan serve a questo.


A maggio 2021 dal palco della piazza di Milano in sostegno al ddl Zan, la presidente di Famiglie Arcobaleno, ha candidamente affermato che “il ddl Zan è solo l’inizio“.

“La legge Zan” ha spiegato “è una legge di prospettiva che guarda al futuro“. E dopo la legge Zan nell’agenda Lgbtq c’è “la legge 40, che lascia indietro le donne single che non pssono accedere a fecondazione assistita. Vogliamo la revisione della legge 164/82 ormai antica sui percorsi di transizione (ovvero l’ottemimento della libera autocertificazione di genere,ndr). Vogliamo una stagione dei diritti in cui si parli di Pma (fecondazione assistita) e di Gpa (utero in affitto), e il riconoscimento dei figli e delle figlie delle famiglie arcobaleno. Il ddl Zan è solo l’inizio“. (tutto l’intervento qui, queste dichiarazioni a partire dal minuto 6).

Il programma è questo, accolto da fragorosi applausi, ed è stato chiarito in modo inequivoco. La sua sincerità è molto apprezzabile. L’approvazione del ddl Zan, che introduce l’identità di genere, significa intraprendere questo cammino.

Quanto all’utero in affitto o gestazione per altri è già agli atti una proposta per la Gpa cosiddetta “solidale”, che tra i suoi effetti avrebbe proprio quello di promuovere il riconoscimento come genitori di tutti i committenti, “solidali” o “commerciali”.

Quanto invece alla legge 164/82, aggiornata da successive sentenze: la norma regola la questione della rettificazione anagrafica per le persone transessuali (in parole semplici, il cambio del nome) e delinea il percorso per ottenerlo. In tutto l’Occidente il movimento Lgbtq spinge invece fortemente in direzione della libera autocertificazione del genere, in assoluta autodeterminazione, con un semplice atto anagrafico o notarile e senza un percorso regolato da perizie e sentenze. L’Italia non fa eccezione, e perché dovrebbe? L’autocertificazione di genere o self-id è già legge in alcuni Paesi, come Irlanda, Argentina, parte del Canada e Malta -è stata invece negata dopo un lungo dibattito in Gran Bretagna– e ha ampiamente dimostrato di avere un forte impatto negativo sulla vita di donne, bambine e bambini (nel Feminist Post troverete decine di esempi di quello che stiamo dicendo).

Questi interventi confermano dunque finalmente che il concetto di identità di genere, al centro della legge Zan, non è che l’apripista alla riforma della legge 164/82 per approdare al self-id, nonostante le ripetute smentite dei firmatari a cominciare dallo stesso Zan. Esiste già, del resto, una piattaforma per una proposta di legge del MIT, Movimento Identità Trans, che chiede l’introduzione in Italia del self-id. Nella proposta si legge tra l’altro:

“Tale impostazione comporta un cambio radicale di paradigma. Scompare la richiesta dell’individuo, sia essa a organi giudiziali o amministrativi, e la conseguente procedura di autorizzazione. Ciò che rileva è l’auto-affermazione di una stabile connessione con il genere cui si sente di appartenere, connessione formalmente attestata dall’individuo che necessita della correzione delle risultanze anagrafiche, attraverso una dichiarazione solenne ricevuta dal pubblico
ufficiale (…) il modello dell’autodeterminazione presenta visibili vantaggi:
• si fonda su una procedura accessibile e semplificata, che minimizza gli adempimenti
burocratici
• riduce o elimina la necessità di integrare un serie requisiti di merito, come quelli relativi
alla salute mentale, all’età, o quelli di tipo sociale, economico o familiare
• riconosce che le persone trans e intersex (cui sarebbe opportuno aggiungere le persone non
binarie) sono i soli arbitri del proprio genere, senza necessità di scrutinio da parte di
soggetti terzi o poteri pubblici“ (tutta la proposta di legge potete leggerla qui).

Qualunque cosa si pensi del self-id (e la stragrande maggioranza degli italiani, come si vede qui, ne pensa male o mostra di non essere adeguatamente informata) è intollerabilmente antidemocratico mantenere il silenzio su quello che è il vero contenuto in progress del ddl Zan contro l’omobitransfobia, ovvero la libera autocertificazione di genere. Il tema sensibilissimo, che riguarda tutte e tutti perché ha a che fare con la sessuazione umana, va spiegato e ampiamente dibattuto dalle cittadine e dai cittadini, e per tutto il tempo che serve.

La giusta tutela della dignità delle persone omosessuali e transessuali si può assicurare con una legge che non promuova l’identità di genere -così come la gran parte delle legislazioni europee-, che dove affermata dalle leggi ha già dimostrato di produrre grandi ingiustizie per le donne, le bambine e i bambini.

TRATTO DA : FeministPost

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