Avere figli è un desiderio legittimo ma non è un nostro diritto.

Quello del ‘turismo procreativo’ è uno degli argomenti che vanno per la maggiore nell’ ambito del dibattito sulla recente legge sulla fecondazione assistita. E quindi non è una novita’: una delle obiezioni più forti dei detrattori della legge 40 (sulla fecondazione artificiale) è infatti quella di essere estremamente restrittiva, tanto che sicuramente molti italiani – ma solo quelli che economicamente se lo potranno permettere – andranno all’estero per ricorrere alle tecniche di fecondazione artificiale. Turismo procreativo, appunto.

Mentre per le coppie con abbondanza di problemi di fertilità, ma non di denaro, non ci sarebbero alternative.

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La tesi di fondo dei critici della legge è la seguente: la sterilità di coppia è una malattia, la tecnica della fecondazione assistita ci permette di curarla, noi italiani abbiamo il diritto di farlo nel nostro paese. Perché impedirlo?

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Se le cose stessero in questi termini, coloro che sostengono il turismo procreativo avrebbero ragione. Sacrosanta ragione.

Ma se questi fossero i termini della questione, vorrebbe dire che la sterilità di coppia equivale ad un raffreddore, ad un’ernia, che so, ad una allergia. Ma allora perché tanto affannarsi di legislatori, di esperti di medicina, bioetica, sociologia, e chi più ne ha più ne metta? Mai visti, per un’ernia. Tanto meno per un raffreddore, o un’allergia.

La realtà è che la sterilità di coppia spesso, purtroppo, non è malattia che si possa curare, ma è proprio impossibilità fisica ad avere figli propri (come è impossibilità fisica ad esempio correre per un paraplegico, o vedere per un cieco, o generare figli per due persone dello stesso sesso).

Il problema sorge quando il desiderio -naturale, innato e sacrosanto – di avere figli, si trasforma nel diritto ad avere figli.

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E se qualcosa è un diritto – naturale, innato e sacrosanto – allora si deve far di tutto per ottenerlo. Tutto ciò che è tecnicamente possibile, pur di raggiungere quello che è un mio diritto. Anche quando questo è qualcosa di naturalmente impossibile.

E quando a diventare oggetto del diritto è un bambino, anzi, una persona, ecco che tutto si complica, irrimediabilmente.

Provate a dire a vostro figlio: io ho diritto ad averti. Provate a guardare vostro figlio mentre gli dite così: in tutta sincerità, non si può che avvertire almeno un certo disagio. Provate ad immaginare vostra madre e vostro padre che vi dicano: tu sei un mio diritto. Si sente a pelle la violenza di una frase così pronunciata. Nessuno di noi si può pensare come un diritto di qualcun altro.

Non si ha la stessa sensazione quando si pensa al proprio lavoro o alla propria casa: è evidente nell’esperienza personale di ciascuno che queste due cose – cose, appunto – sono diritti.

Sia chiaro: non si discute certo sull’opportunità di condurre ricerche scientifiche che affrontino – per risolverlo, possibilmente – il problema medico della sterilità di coppia. Ma un conto è curare il curabile, un conto è trattare le persone come cose, fabbricandole se non si riesce ad ‘averne di proprie’. Progettandole.

Perché poi, se un bambino è un diritto, allora è chiaro che si ha diritto ad averlo sano. Possibilmente, non brutto. E perché dovrebbe essere poco intelligente? E’ un diritto anche del bambino, no? E’ il suo bene, no?

‘Liberi di scegliere di avere o non avere figli, quanti averne, quando averli e come averli’, recitava una dichiarazione ufficiale di un gruppo di oppositori alla attuale legge sulla fecondazione assistita.

Non è fantascienza, né un revival del Dr. Mengele. Ad esempio, a proposito delle banche del seme, si legge, da un articolo di ‘The Guardian’: ‘ora, le banche del seme seguono una direzione orientata al mercato e negli Stati Uniti, oltre trentamila bambini l’anno nascono da donatori anonimi. Le banche oggi pubblicano cataloghi on line, i clienti possono leggere informazioni sui donatori, acquistare le loro foto da piccoli ed esaminare qualsiasi cosa, dal quoziente Sta (Test attitudinale scolastico) del donatore all’eczema della sua prozia’.

Se avere un figlio è un diritto, tutto il resto ne consegue.

Un’ultima considerazione: in tutto questo ragionamento, non compaiono mai Dio, né Gesù, la Madonna, il Vaticano, i preti, la castità, e via discorrendo. L’oggetto del contendere non è la morale cattolica. E’ falso, ed anche indice di una buona dose di malafede, attribuire a questo dibattito la solita, vecchia e stantia contrapposizione i-laici-moderni-contro-i-cattolici-oscurantisti. Ad essere in gioco è l’idea che si ha di persona, di essere umano.

Ed è solo chiarendo queste premesse che si può poi ragionare serenamente sul significato di parole come: vita, amore, figli.

 Assuntina Morresi