Bullismo etico. Ricolfi demolisce il ddl Zan

Lucido, diretto, spesso tranchant. Luca Ricolfi all’establishment progressista piace poco. “Pochissime recensioni, nessuna intervista, rari inviti in tv”. Fuori dai salotti che piacciono alla gente che piace, ma teme il “confronto di idee”.

La sua posizione a riguardo del ddlZan è netta: l’ha definito il “cavallo di Troia del politicamente corretto”, cosa intende?

Dona ora. Grazie!

L'articolo continua dopo questa richiesta di aiuto...
SOSTIENI QUESTO SITO
https://tag.satispay.com/associazioneamicidilazzaro inquadra il QrCode oppure usa il link

“Intendo sottolineare il suo carattere proditorio. Basta leggere i disegni di legge precedenti, Zan-Annibali e Scalfarotto-Zan, entrambi ragionevoli e accettabili per chiunque (destra compresa), per rendersi conto che con il ddl Zan la cosiddetta comunità LGBT ha visto una ghiotta occasione di imporre a tutti la propria, specifica e minoritaria, visione del mondo: un atto di pura prepotenza culturale”.

SOSTIENI QUESTO SITO. DONA ORA con PayPal, Bancomat o Carta di credito

   

Quale tra gli “effetti aberranti” del disegno di legge teme di più?

“L’articolo 1, il più temuto anche dal mondo femminista, perché scatenerebbe un uso opportunistico della scelta soggettiva del genere, con i carcerati che chiedono il trasferimento nei reparti femminili, gli atleti ‘ex maschi’ che gareggiano con le atlete, e più in generale l’assalto ai benefici di genere, ossia riservati a uno dei due sessi. E poi l’articolo 7, che apre le porte all’indottrinamento degli scolari e – nella
misura in cui sancisce per legge che il genere è una questione di scelte soggettive – rischia pure di suscitare dubbi, e innescare crisi esistenziali, in un periodo della vita molto delicato per qualsiasi ragazzo o ragazza”.

C’è bisogno davvero di una legge ad hoc contro l’omotransfobia o in fondo basterebbe l’impianto vigente?

“Prima di rispondere alla domanda, mi consenta una riflessione linguistica. Le parole con il suffisso ‘fobia’ (paura), tipo omofobia, transfobia, ma anche xenofobia, andrebbero completamente bandite dalla legge penale, e sostituite con parole che utilizzano suffissi derivati dal greco ‘misein’, odiare, come correttamente già avviene quando si parla di misoginia (odio verso la donna), o di misantropia (odio contro gli esseri umani). Già è assurdo e illiberale sindacare sui sentimenti, ma è ridicolo demonizzare la paura. In una società libera ognuno ha il diritto di provare i sentimenti che vuole, e stigmatizzare la paura è semplicemente un non senso”.

Quindi serve o no?

“Dipende. Se si accetta che lo strumento per combattere le discriminazioni e la violenza sia la legge Mancino, non si può non riconoscere che quella legge è incompleta, perché dimentica omosessuali e transessuali, nonché una caterva di altre categorie talora oggetto di atti aggressivi più o meno gravi: ad esempio i disabili, i barboni, i bambini ‘diversi’ in quanto grassi, timidi, secchioni, con pochi like,
eccetera. Ma, più ci penso, più mi convinco che il difetto stia nel manico, cioè nella legge Mancino, ovvero nell’idea che per combattere violenza e discriminazioni la strada sia quella di moltiplicare le categorie protette: l’elenco delle categorie degne di protezione, infatti, è arbitrario e potenzialmente illimitato”.

Quanto c’è di vero su questa legge? Intercetta un’istanza sentita dalle masse o insegue i trend dettati da un’élite di pseudo influencer?

“La seconda che ha detto”.

Ma non è che per essere sempre ‘più civili’ diventeremo sempre meno liberi? Penso anche alla polemica sull’inginocchiarsi o meno. Chi non lo fa viene considerato automaticamente razzista…

“Siamo già molto meno liberi anche di solo 20 anni fa. Io noto questa differenza: nell’ultima parte del secolo scorso il politicamente corretto era un modo di affermare la propria superiorità morale, nel XXI secolo sta assumendo tratti intimidatori. È un passaggio sociologicamente molto importante, perché segnala una pericolosa mutazione dell’establishment progressista. Ieri si accontentavano dell’egemonia culturale, oggi aspirano al dominio. Dalla ‘maestrina dalla penna rossa’, al prepotente che umilia chi non si sottomette. Dal pavone al bullo. È per questo che, oggi, io non parlo più di ‘razzismo etico’ (una espressione coniata vent’anni fa da Marcello Veneziani), ma mi sento costretto a parlare di ‘bullismo etico'”.

Se chi vota (a giudicare dai sondaggi impietosi) e soprattutto una parte, le nuove leve, dentro il Pd si sgola per dire che le battaglie sono altre, perché la sinistra insiste?

“Perché la base sociale della sinistra, da almeno 30 anni, sono diventati i ‘ceti medi riflessivi’ (così li battezzò lo storico Paul Ginsborg), e la sua base popolare in parte è scomparsa (con il restringimento della classe operaia), in parte è stata ceduta alla destra, che difende il lavoro autonomo e il diritto delle periferie ad aver paura dell’immigrazione”.

Creando delle categoria protette il paradosso è che la discriminazione rischia di essere doppia: per chi ne è fuori, ma anche per chi è dentro, in un certo senso ghettizzato come specie da tutelare. Neri, donne, omosessuali non sono semplicemente persone?

“È così, e molte femministe lo hanno capito. Forse l’effetto sociale più importante del ddl Zan è stato di spaccare il mondo femminista”.

Dalle favole riscritte al linguaggio declinato in chiave inclusiva: l’attenzione, a volte ridicola, nel proteggere queste categorie per non urtarne la sensibilità le protegge davvero?

“È difficile valutare quale sia il saldo fra gli effetti di protezione e quelli di umiliazione. Quel che però mi sembra indubbio è che ci sono anche effetti negativi sui non protetti: la protezione speciale accordata a determinate categorie, inevitabilmente suscita il risentimento delle categorie escluse. E poi c’è l’effetto perverso del linguaggio politicamente corretto: a forza di proclamare che non devi dire negro ma nero, non devi dire handicappato ma diversamente abile, non devi dire cieco ma ipovedente, automaticamente metti in mano ai portatori di cattivi sentimenti un armamentario di parole contundenti che prima – quando Cesare Pavese parlava tranquillamente di negri, e Edoardo Vianello esaltava i Watussi ‘altissimi negri’ – semplicemente non c’erano, perché quelle parole erano neutre, puramente descrittive. È come se, a un certo punto, qualcuno avesse deciso che per ogni cosa che nominiamo, debbano esistere due termini, uno rispettoso e l’altro irrispettoso, anziché un solo termine neutro: come si fa a pensare che sia una buona idea?”.

Martina Piumatti – Il Giornale

SOSTIENI INIZIATIVE MISSIONARIE!
Con il tuo 5 per 1000 è semplice ed utilissimo.
Sul tuo 730, modello Unico, scrivi 97610280014