Catacombe

Il 7 giugno 1996 Papa Giovanni Paolo II, a proposito delle catacombe, così si esprimeva: “visitando questi monumenti, si viene a contatto con suggestive tracce del Cristianesimo dei primi secoli e si può, per così dire, toccare con mano la fede che animava quelle antiche comunità cristiane. Accostando quel mondo, i cristiani di oggi possono trarre utili incoraggiamenti per la loro vita e per un più incisivo impegno nella nuova evangelizzazione”. La storia delle catacombe è la storia delle prime comunità di cristiani, degli albori della Chiesa di Roma. Una storia di fede ma anche di martiri e persecuzioni. Nei primi tre secoli la religione cristiana fu spesso vista con ostilità dalle autorità civili di Roma. Considerata “strana et illicita” e addirittura “malefica” venne posta fuori legge e i suoi seguaci perseguitati. Tanti furono i cristiani che, in quel tempo, pagarono con la vita la fedeltà al proprio credo. Le catacombe rappresentano la prova e il ricordo di quelle testimonianze di fede autentica e sono dunque considerate la culla del Cristianesimo. “Un grande archivio della Chiesa delle origini” le ha definite un archeologo del passato. Esse sono come un grande affresco in cui traspaiono tutti i simboli e i significati della fede cristiana: il pesce (in greco ichtùs, acrostico di Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore), l’ancora simbolo della salvezza eterna, l’Alfa e l’Omega (Cristo è l’inizio e la fine di ogni cosa), la Fenice (la risurrezione dei corpi). Ma anche raffigurazioni di scene bibliche e soprattutto dei sacramenti e della Messa. Famoso l’affresco del “pesce eucaristico” con il cesto di pani e il bicchiere di vino rosso che simboleggiano chiaramente la moltiplicazione dei pani e dei pesci nonchè il sacrificio eucaristico (Cripte di Lucina nelle catacombe di S. Callista). I primi cristiani consideravano i cimiteri, a differenza dei pagani, non come semplici città dei morti ma come veri e propri “luoghi del sonno” prima della risurrezione, quindi con un chiaro significato religioso. A Roma le catacombe più note sono cinque: San Callista, San Sebastiano, Santa Domitilla, Santa Priscilla e Santa Agnese. Nel marzo del 1854 il grande archeologo G.B. De Rossi, considerato il padre dell’archeologia cristiana, rinvenne le tombe di nove santi papi, quasi tutti martiri, vissuti nel terzo secolo (Cripta dei Papi presso San Callista) e in seguito la Cripta di Santa Cecilia. Per il pellegrino in visita alle catacombe la venerazione dei martiri risulta essere un riappropriarsi delle proprie antiche radici. Radici che ci portano alle virtù fondamentali per quei cristiani: Fede, speranza e carità innanzitutto. Ma anche virtù umane e morali: sincerità, onestà, coraggio. C’è da chiedersi se, dopo duemila anni, esse alberghino ancora nei cristiani, se esse facciano ancora parte del “patrimonio genetico” di un politico, di un magistrato o di un padre di famiglia. Diversamente sarebbe il caso di recuperare questa identità e tornare ad essere uomini che dimorano sulla terra ma che sono cittadini del cielo.

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“(…) il martirio dovrebbe essere, ed è, il sacrifìcio radicale della vita senza fanatismo, una pura grandezza senza ostentazione, l’amore che persiste sereno nell’odio più minaccioso e la morte che viene perfino amata, poichè la si avverte come un’unica cosa con la vita e come soglia della gloria definitiva”. (S.E. Mons. Alessandro Maggiolini, Meglio il martirio. Il Vangelo è ancora uno scandalo?, Leonardo Mondatori Editore, Milano 1995, p. 162).

© Il Timone n. 8, luglio/agosto 2000 di Claudio Damioli