Celebrare la vita, celebrare la famiglia

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La nostra epoca esprime antipatia e diffidenza nei confronti della ritualità, anche se poi, nello sforzo diffuso di cancellare i riti religiosi, va continuamente a dilatare e amplificare quelli profani: dal campionato di calcio agli eventi musicali, dall’incessante costruzione di quei templi moderni che sono i centri commerciali alla spettacolarizzazione del dolore e della morte in tv. La verità è che gli esseri umani sono e restano caratterizzati da un forte senso della ritualità e non soltanto per bisogni legati alla socialità (sviluppo del senso di appartenenza, custodia delle radici culturali, partecipazione alla vita di un gruppo o di una comunità). Accanto a queste motivazioni, c’è nei riti un’esigenza ben più profonda: celebrare la vita e, con essa, i legami che la rendono possibile e degna di essere vissuta. È per questo che, da sempre, la famiglia costituisce il soggetto maggiormente capace di esprimere e tramandare i riti; la casa, l’ambiente in cui attraverso il linguaggio comune delle esperienze quotidiane si attua la trasformazione delle parole in un codice d’amore, delle cose in simboli, delle relazioni in forme profonde e allo stesso tempo concrete di comunione.

Molte famiglie, purtroppo, stanno rinunciando a questa fondamentale scommessa: non tanto perché stanno venendo meno i valori veicolati dai riti, quanto – credo – per una diffusa mancanza di allenamento. È difficile celebrare il Natale quando per tutto l’anno il pranzo della domenica è reso affrettato e distratto da smanie di divertimento e corse per gli acquisti; è arduo condividere le feste ordinarie (i compleanni, gli onomastici, gli anniversari) quando ciascuno preferisce investire su esperienze concorrenziali piuttosto che sulla voglia e la capacità di stare insieme. Se il lavoro, lo studio, gli amici, lo sport diventano interessi prioritari o addirittura totalizzanti, se ogni investimento è calibrato sulla dimensione individuale, come fare spazio alla possibilità  di ritrovarsi insieme per fare memoria della propria storia familiare o dei fondamenti su cui riposa l’identità culturale del proprio popolo? Soprattutto come scoprire insieme che in ogni rito non c’è soltanto il ricordo del passato, ma soprattutto la memoria del futuro? Ecco, forse è proprio questo che stiamo perdendo nelle nostre famiglie: quando i riti religiosi e sociali sono percepiti e vissuti soltanto come uno stanco e  noioso dovere, è inevitabile che scarseggi la disponibilità a stare dentro occasioni di incontro che non significano più niente.

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La ritualità acquista interesse, invece, quando esprime una certezza che dà senso a ogni cosa: la speranza e la promessa del domani. Ci si ritrova insieme e si condividono parole e gesti non perché  c’è una scadenza da rispettare, ma perché si tocca con mano che è possibile costruire e ricostruire la novità incessante della vita e dell’essere famiglia. La festa, soprattutto quando assume un carattere sacro,  è il riscatto dei poveri: la quotidianità ritrova il suo contesto autentico, viene restituita al suo essere  luogo in cui si genera e si rigenera il bene reciproco, diventa la linea di orizzonte su cui si abbracciano il nostro essere sulla terra e contemporaneamente appartenere al cielo. Utopie? Sì, ma poiché viviamo proprio per accorciare giorno per giorno la distanza che ci separa da una vita piena, la ritualità è la marcia che ci consente di volare un po’ più in alto e di essere un po’ più esigenti con i nostri sogni e le nostre realizzazioni ordinarie.

Come dare concretezza a tutto questo? Ognuno, certamente, ha la sua strada e le sue strategie. A me piace creare prima di una festa un sentimento  di attesa condivisa: trovo importante rallentare pian piano il ritmo delle cose da fare; cerco di anticipare un po’ gli impegni necessari per rendere simpatica e rilassante la giornata in cui celebreremo il Natale o un anniversario familiare, così da poter gustare fino in fondo il nostro stare insieme; faccio attenzione che nessuno senta la partecipazione a un pranzo o a una liturgia come un obbligo che interferisce con altre cose, magari cercando un accordo preliminare con tutta la famiglia sulle cose da fare e sui tempi da condividere; se è possibile, invitiamo amici o parenti perché la convivialità possa arricchirci di gioia e dilatare il nostro senso di familiarità; mi sforzo di inventare qualcosa di speciale che dia il senso della novità ma possa allo stesso tempo essere accostato a qualcos’altro di molto tradizionale, che evidenzi il valore della continuità.

La festa deve essere per noi una sorpresa: non perché in quella giornata si faccia chissà che, ma perché quando finisce si possa dire che siamo stati bene insieme, anzi che siamo stati meglio del solito. I giorni rossi del calendario non possono risolvere da soli e automaticamente la qualità globale della nostra vita, ma possono aprire uno squarcio sulle terre nuove e cieli nuovi verso cui muoviamo, anche con inconsapevole speranza, dando la mano ai nostri cari.

Marianna Pacucci – Bollettino Salesiano