Cercano di nascondere Dio dietro a una lettera minuscola

«Si può rimpiangere un regime che scriveva dio con la minuscola e Kgb maiuscolo?», si è domandato Solzenicyn. È una frase impressionante se solo si pensa che per secoli «Dio» è stato un sinonimo della parola felicità («il senso ultimo della vita è la felicità», scriveva san Tommaso).

Felicità, parola a lungo proibita come Dio. Proibita da un onnipotente e feroce apparato poliziesco.

Oggi sono sempre meno a rimpiangere quei regimi comunisti orribili e assurdi. Ma quanto a «dio» c’è un fatto curioso. Sembra tornare in auge, sulla stampa di sinistra, anche quella borghese, mai stata marxista, proprio la deliberazione di scrivere “dio” con la minuscola. Perché? E cosa significa?

L’esempio più significativo – anche per l’autorevolezza della firma – risale a Natale. Eugenio Scalfari, intellettuale di cultura illuminista, firmando uno spericolato «saggio» teologico cui fu dedicata la copertina dell’Espresso, scriveva varie volte «dio» con la minuscola. È vero che Scalfari è talora «creativo» nell’uso delle parole: scrive per esempio di un certo Paal (forse era Baal, il dio cananeo consorte di Astarte) e sull’ultimo Espresso definisce il Giobbe biblico un «edonita» (sarà stato, casomai, edomita?). Però è difficile pensare che tutte le volte in cui scrive «il dio di Israele», «il dio dei cristiani», «il dio di papa Wojtyla», quella «d» minuscola sia solo una distrazione. Del resto anche altri usano la «d» minuscola. Di recente in un commento sull’Unità si poteva leggere: «dio, l’arte, Marx e la poesia». Non solo. Pochi giorni fa, Adriana Zarri, che pur essendo assolutamente di sinistra è anche credente, ha scritto protestando, al manifesto, quotidiano su cui tiene una rubrica: «la settimana scorsa il manifesto mi ha fatto scrivere Dio con la minuscola, come fanno molti (non tutti) i giornalisti del nostro quotidiano… la loro minuscola è una sorta di professione di ateismo, direi (domando scusa) una sorta di civetteria laicista».

Proprio «laicista» no. Credo che il laicissimo Mazzini – per esempio – non abbia mai scritto «dio» con la minuscola. Ovviamente si può scrivere «dio» con la minuscola quando è un nome comune (se, ad esempio, parliamo della mitologia greca, che ha molti dèi), ma quando si parla del Dio degli ebrei e dei cristiani, come pure dei musulmani o dei teisti, è un nome proprio e scriverlo con la minuscola è semplicemente sbagliato.

Non c’entra niente l’essere non credenti. Tutti ritengono che Giove e Apollo non esistano, ma scrivono il loro nome con la maiuscola. Come quello dei personaggi letterari, da Madame Bovary a Pinocchio, da Karamazov a Holden: il nome proprio si scrive con l’iniziale maiuscola. Non è opinabile, come non è opinabile usare la maiuscola dopo il punto. É una regola, che vale perfino per Topolino e per il nome del cagnolino di casa vostra.

Ma il manifesto non ha perdonato a Dio di essersi fatto evocare – durante la recente guerra in Irak – da George Bush, oltreché da Saddam Hussein. Un articolo di Filippo Gentiloni il 30 marzo iniziava più o meno così: «dio (la minuscola è d’obbligo) non è mai stato così nominato. Invocato. Bestemmiato». Si dirà che Gentiloni insorgeva contro la strumentalizzazione di Dio fatta in funzione politico-militare. Ma in realtà se la prendeva pure con Il «dio di pace» invocato – secondo lui vanamente – dai cattolici: anche quello era scritto con la minuscola. Il titolo dell’articolo, «Un dio di pace e di guerra», non faceva distinzioni. Per «dio», secondo Gentiloni, «la minuscola è d’obbligo».

Deve essere per questo «obbligo» che pure l’articolo della Zarri è caduto sotto la «censura» delle maiuscole. La Zarri è insorta chiedendo almeno tolleranza: «scrivete Dio come volete, ma consentite anche a me di scriverlo come voglio». Sembra una questione da poco, un problema nominale, ma non è così. L’ateismo militante è stato un fatto politico, non filosofico o teologico: il diffondersi del Pci in Italia, nel dopoguerra, comportò un enorme fenomeno di abbandono della Chiesa, nelle campagne e nelle élite culturali (che in parte erano già lontane dalla fede). A garantire la Felicità pensava il Partito. Cinquant’anni dopo, una volta crollati nell’ignominia l’Urss e gli altri regimi comunisti, chiuso il Pci per fallimento, abbandonata (a quanto pare da tutti) l’ideologia marxista. sarebbe stato giusto attendersi che tornasse ad avere cittadinanza «il problema di Dio», che era stato espulso (o deportato in Siberia) per motivi politici.

Bastava dire: «Compagni ci siamo sbagliati, è stato assurdo e orribile che un partito abbia decretato lo sfratto di Dio». Ma non è accaduto. Fra gli intellettuali ex-marxisti solo qualcuno è stato incuriosito dall’immenso e bimillenario pensiero cristiano. Cacciari ha preso a discettare di «angeli», ma salendo subito in cattedra e pretendendo di insegnare teologia alla Chiesa senza fare i conti personali con la domanda su Dio (che non è una questione intellettuale).

Qualcuno però il problema a sinistra l’ha posto. Per esempio Gianni Vattimo. Scrive in «Dopo la cristianità», uscito nel 2002, che il crollo dei sistemi comunisti e di quell’ideologia (come pure dell’ideologia positivista) ha comportato anche «la caduta delle ragioni filosofiche dell’ateismo». Ma la cultura italiana – per decenni vissuta alla corte del Principe gramsciano – non se n’è mai accorta e oggi naviga a vista sulle banalità. «Il silenzio della filosofia su Dio sembra oggi privo di ragioni fìlosoficamente rilevanti. Nella massima parte», aggiunge Vattimo, «i filosofi non parlano di Dio o anzi si considerano esplicitamente atei o irreligiosi, per pura abitudine, quasi per una sorta di inerzia». Aggiungerei: per superficialità umana. Al contempo – osserva ancora Vattimo – «dobbiamo prendere atto della rinascita della religione nella coscienza comune… è proprio questo che succede in tanti aspetti della reviviscenza della cosiddetta “cultura” di destra in alcuni Paesi occidentali come l’Italia. Qui la sinistra non è più cultura egemone» e «la rinnovata popolarità della religione» va di pari passo «con la ripresa politica dei partiti di destra». Questo dunque è il problema. In particolare il fenomeno si manifesta negli Stati Uniti con l’arrivo di Gerge W. Bush alla Casa Bianca. La stampa internazionale, durante le settimane della guerra, ha individuato proprio nella cultura cristiana-americana il connotato ideale di questa Amministrazione.

Che Dio ritorni in Europa dal Paese della modernità e del liberalismo è una bella sfida intellettuale per chi credeva che la «religione» fosse un ferrovecchio incompatibile con la modernità. Da qui forse la ripresa dl ostilità ideologica – a sinistra – nei confronti di Dio e di tutto ciò che la Chiesa va dicendo. Proprio mentre si torna a ipotizzare dl nuovo la leadership del «cattolico Prodi», che infatti si è trovato a opporre un silenzio imbarazzante alle parole del Papa sulla menzione di Dio nella Costituzione europea.

Sembra incredibile ma nell’area di centrosinistra nessun cattolico pone il problema. Nessuno chiede alla sinistra erede delle ideologie di disfarsi di quei pregiudizi. Eppure Dio non è né di sinistra, né dì destra. E attorno a Dio che ruotano le domande sul senso della vita, sulla felicità, sul dolore, sull’amore, sulla morte, sul male e sulla bellezza del mondo. Una cultura incapace di porsi queste domande può mai essere una cultura umana, capace di affrontare i problemi di un popolo? di Antonio Socci

[Da “il Giornale”, 15 agosto 2003]

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