Chi pagherà il sangue dei vincitori?

Se ha suscitato un enorme scalpore il fatto che, dopo sessant’anni, qualcuno parli con pietà del “sangue dei vinti” sparso nella primavera 1945, chissà cosa succederà quando un best seller racconterà come è stato versato, dopo, il “sangue dei vincitori”. Ci riferiamo ai tantissimi sacerdoti, partigiani e sindacalisti cattolici che vennero massacrati, a guerra finita, dai partigiani comunisti. E’ questa una storia che – come ricordava di recente Paolo Mieli in un’intervista su queste pagine – deve essere approfondita per fare definitivamente i conti con il “passato che non vuole passare”. Ci hanno provato, nella primavera del 1990, alcuni parenti degli scomparsi nel cosiddetto triangolo della morte – i cui vertici sono Reggio Emilia, Bologna e Ferrara – che chiesero con una lettera aperta di poter finalmente sapere dove erano stati tumulati i loro cari, per dare loro una sepoltura cristiana. A loro rispose, dopo alcuni mesi, il dirigente del Pci ed ex partigiano, Otello Montanari, che in agosto scrisse una lettera al Resto del Carlino invitando i vecchi compagni d’armi a raccontare la verità sui delitti compiuti a guerra finita. Il suo gesto costò a Montanari l’isolamento dal partito e una vera e propria campagna diffamatoria nella quale si distinse, tra gli altri, proprio Giampaolo Pansa. Almeno un risultato positivo fu però ottenuto: una mano ignota piantò, di notte, una croce lungo una strada di campagna vicino al comune di Campagnola, e lì sotto verranno trovati i resti martoriati di alcune persone uccise dopo il 25 aprile 1945. Sono le vittime della guerra tra le diverse anime del Comitato di liberazione nazionale: i partigiani non comunisti hanno infatti obiettivi completamente diversi da quelli dei partigiani comunisti, per i quali la guerra non è finita, ma prosegue contro un altro nemico: la Chiesa cattolica. È un elenco lungo, quello dei preti e dei cattolici uccisi dai comunisti nel decennio 1945-1955, frutto di un clima avvelenato che oggi s tentiamo a immaginare e che può essere ricostruito grazie alle cronache delle parrocchie emiliane, sui cui registri vengono annotate testimonianze come quelle della parrocchia di Rivalta: «Sono i tempi nuovi che si avanzano con la nuova barbara civiltà del sangue fraterno sparso pel capriccio folle dei vantati pionieri dell’ordine nuovo» (17 maggio 1945); «Cristo e la Chiesa sono il grande ostacolo da superare con la tattica della finzione e della menzogna di una propaganda addirittura diabolica. L’odio contro il prete schizza dagli occhi di troppi, anche fanciulli». (13 marzo 1947). Le stesse preoccupazioni angosciano gli altri parroci emiliani: a Meletole viene tolto il crocifisso dalle scuole e sospeso l’insegnamento religioso, nella parrocchia di S. Croce, il registro del 1946 si conclude con queste osservazioni: «Anno di delitti, di violenze continue ed illegali pressioni contro la libertà individuale di molte persone; tutto nascosto sotto la parvenza delle libertà democratiche, riacquistate dai peggiori elementi sovvertitori della società civile». Lo stesso vescovo Beniamino Socche, trasferito nel 1946 dalla diocesi di Cesena a quella di Reggio, interviene energicamente sin dal giorno del suo ingresso solenne, quando denuncia «l’odio che divide e uccide: incredibili episodi di crudeltà si vanno ripetendo in ogni parte d’Italia e il brigantaggio che imperversa» e che imperveserà ancora per molti anni, dato che ancora nel 1955 il vescovo denunciava l’assassinio di due militanti dell’Azione Cattrolica e il ferimento di altri due avvenuta la sera del 26 marzo: «Siamo andati – scrive il vescovo – a visitare i feriti e le salme degli innocenti e a pregare per loro, e abbiamo sentito molti domandarsi: ma, allora, che non sia venuto il tempo di mettere finalmente fuori legge il comunismo?». Parole oggi impensabili, perché impensabili sono i fatti di sangue che fino alla fine degli anni Cinquanta (l’ultima fucilata viene sparata nel 1961!) caratterizzano il clima dello scontro politico nell’Italia centrale. La lunga serie di omicidi politici non lascia adito a dubbi sulle reali intenzioni dei partigiani comunisti, per i quali “la guerra non è finita”, come scrivono nei loro proclami ufficiali. Ecco un sommario e parziale martirologio: il 10 maggio 1945 a Bomporto è ucciso a raffiche di mitra il dottor Carlo Testa, membro del Cln per la Democrazia Cristiana; il 18 maggio 1945 viene assassinato Confucio Giacobazzi, agricoltore e partigiano non comunista; il 24 maggio 1945 è freddato a pistolettate don Giuseppe Preci, parroco di Zocca; il 26 maggio 1945 viene fatto sparire don Giuseppe Tarozzi, parroco di Riolo, che non sarà mai più ritrovato; il 2 giugno 1945 è sequestrato e ucciso a Nonantola il partigiano democristiano Ettore Rizzi; il parroco di Lama Mocogno, don Giovanni Guicciardi, viene ucciso a pistolettate il 10 giugno 1945; don Luigi Lenzini, parroco sessantenne di Crocette di Pavullo, viene svegliato la notte del 21 luglio 1945 da un gruppo di “garibaldini” che lo sequestrano per torturarlo: il suo cadavere viene seminascosto nella vigna, e dovranno passare alcuni giorni prima che qualcuno abbia il coraggio di seppellirlo; il 27 luglio 1945 è colpito da raffiche di mitra l’impiegato democristiano di Nonantola Bruno Lazzari.
Gli omicidi continuano anche gli anni successivi: il 15 gennaio 1946 don Francesco Venturelli, parroco di Carpi, viene ucciso a colpi di arma da fuoco, dopo che la Voce del partigiano, organo dell’Anpi, lo aveva accusato di aiutare i fascisti; il 19 maggio 1946 viene assassinato a pistolettate, mentre sta andando a messa, il dottor Umberto Montanari, medico condotto a Piumazzo ed ex-partigiano cattolico; la sera del 17 novembre 1948 un uomo fa irruzione nella canonica della parrocchia di Freto e uccide Angelo Casolari e Anna Ducati, membri del consiglio parrocchiale. E l’elemco potrebbe continuare a lungo. Molti responsabili di questi omicidi non saranno mai neppure cercati, mentre parecc hi condannati riescono a fuggire nei paesi dell’Est -soprattutto in Cecoslovacchia e in Jugoslavia – grazie all’apparato del Pci che gli garantisce aiuto e impunità.

Correggio

Dona ora. Grazie!

Pessina, una tonaca macchiata di rosso

(L.Gall.)

Don Umberto Pessina […], parroco di Correggio, è ucciso la notte del 16 giugno 1946 a causa della sua intransigenza nel denunciare i traffici del Pci. Il sindaco comunista del paese, Germano Nicolini, noto come “Diavolo”, verrà condannato a dieci anni di galera come mandante dell’omicidio. Nel 1990, a seguito della denuncia di Otello Montanari, si fa avanti un altro ex-partigiano comunista, William Gaiti, che si autoaccusa dell’omicidio. I resti mortali di Don Pessina vengono tumulati nella sua parrocchia di San Martino solo dieci anni dopo la sua morte, nel giugno del 1956, con una solenne cerimonia organizzata da monsignor Beniamino Socche. Lungo tutti i 30 chilometri del percorso – come ricorda Giorgio Pisanò nel suo «Triangolo della morte» (Mursia) – «ai lati della strada manifestano due ali compatte di comunisti della Bassa. Sull’asfalto biancheggiavano scritte come “Morte al clero”. Molti, nel preciso istante in cui il furgone transitava davanti a loro, sputavano con disprezzo per terra».

Bologna

Giovanni Fanin, un martire del sindacato

(L.Gall.)

Il 4 novembre 1948 a San Giovanni in Persiceto viene ucciso a sprangate da una squadraccia comunista il giovane sindacalista cattolico Giuseppe Fanin (nella foto), il cui unico torto era quello di ricoprire la carica di segretario provinciale dell’Acli-terra. La sua morte ha le caratteristiche del martirio, tanto che lo scorso 4 novembre l’arcivescovo cardinale Giacomo Biffi ha presieduto, nella Cattedrale di Bologna, la chiusura del processo diocesano di canonizzazione del Servo di Dio Giuseppe Fanin. Il processo canonico si conclude quasi alla vigilia di una data simbolica, come ricorda don Piero Altieri, direttore del «Corriere Cesenate», a ridosso «di quel 9 novembre, anniversario della rivoluzione sovietica del 1917, che si vorrebbe fosse celebrato ogni anno per fare memoria delle violenze inaudite inflitte dal comunismo sovietico in tutto il mondo nel XX secolo». di Luca Gallesi [Da “Avvenire”, 07 Gennaio 2004]

Per chiudere i conti con il passato va resa giustizia ai sindacalisti, ai partigiani e ai preti uccisi dalle squadre comuniste fra il 1946 e il ’61 Negli anni Novanta riemerse la questione del famoso «triangolo della morte» emiliano. È ora di completare quell’esame di coscienza

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