Core Curriculum per l’assistenza spirituale in cure palliative

SICP, Core Curriculum per l’assistenza spirituale in cure palliative (dic. 2019)  – Le cure palliative costituiscono un approccio di cura e assistenza per il malato inguaribile e la famiglia,  attraverso l’identificazione e il trattamento “di ogni forma di sofferenza, dal dolore ai problemi fisici di altro genere, a quelli psicosociali, a quelli spirituali”.  Nel 2011 un’apposita task-force dell’EAPC ha definito il concetto di spiritualità come “quella dimensione dinamica della vita umana che concerne il modo in cui le persone (individui e comunità) fanno esperienza, esprimono e/o ricercano significato, scopo e trascendenza; ed il modo in cui entrano in connessione col momento che vivono, col sé, con gli altri, con la natura e con ciò che è portatore di senso e/o sacro”. La cura spirituale riguarda allora sfide di tipo esistenziale, aspetti valoriali della persona e anche religiosi. Il core curriculum proposto dalla SICP è dedicato all’assistenza spirituale e si rivolge a tutti gli operatori e volontari  impegnati nelle cure palliative (e non prettamente all’assistente spirituale): esso affronta gli aspetti trasversali, quelli cioè che sono i più urgenti e costituiscono la base necessaria per ogni altra evoluzione dell’assistenza spirituale stessa. Il documento suggerisce che la cartella clinica di ogni paziente documenti fin dall’inizio della presa in carico la valutazione del bisogno spirituale, l’eventuale presenza di una tradizione di fede e il significato che essa riveste per il paziente. È messo in evidenza lo stretto rapporto  tra spiritualità e bioetica, ma anche quello tra spiritualità e religione, dal momento che anche nella malattia il credente conserva l’appartenenza ad una “comunità che ha radici in un passato”, vive un presente sostanziato, e “ha un futuro custodito e garantito dal Dio rivelato”. Il documento si interroga anche sulla relazione tra  psicologia e spiritualità ritenendo che non sia stato sempre sufficientemente approfondito tale rapporto, “dando adito a forme di riduzione della pienezza spirituale a un tipo di benessere psicologico”. L’assistenza spirituale in età pediatrica tocca questioni ancor più delicate: la spiritualità e la religiosità “giocano un ruolo preminente nella risposta dei bambini alla malattia cronica, ospedalizzazione, disabilità, cancro, malattia terminale e morte”.  Il modo più semplice per fornire assistenza spirituale ad un bambino è fornire assistenza spirituale ai genitori e alla famiglia. Attraverso il gioco, i sogni, i disegni e le fotografie si aiuta poi il bambino ad esprimere i bisogni spirituali più profondi. Il documento parla di spiritualità integrata nell’agire clinico: la consapevolezza che dovrebbe acquisire il clinico  che la “malattia, il trauma, la guarigione operano sempre sul confine tra finito e infinito, quel luogo che solo le persone in quanto tali possono comprendere, nel senso etimologico di abbracciare in sé”. Non si tratta tanto di un corso formativo, quanto piuttosto di un “percorso riflessivo sui bisogni (reali e non presunti) della persona malata nella sua totalità considerando la riflessione come una esplorazione cognitiva ed emozionale dell’esperienza per giungere ad una nuova comprensione”: attraverso la pratica riflessiva, valorizzando la dimensione personale e l’esperienza professionale, possono nascere processi di apprendimento continuo a livello individuale e di gruppo. Per arrivare a una definizione delle competenze e della formazione necessaria alla assistenza spirituale servirà individuare ed esplorare i bisogni spirituali del paziente. La spiritualità è, infatti,  il campo nel quale ogni bisogno si esprime. E la “pratica spirituale ha come fondamento non il beneficio in termini utilitaristici, ma un’esigenza interiore non «prescrivibile»”. Il fondamento allora della presa in carico spirituale del paziente per l’operatore è la compassione: essa non è una abilità da apprendere, “ma una qualità fondamentale da scoprire, lasciar emergere, e lasciar vivere nella cura”. È il riconoscere la sofferenza dell’altro e la vicinanza nel soffrire umano. La compassione, il “soffrire con”, “include un senso di impegno, responsabilità e desiderio di rispondere all’altro”: il vero significato del senso umano della cura.

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